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"Strage di Bologna: necessario far emergere tutta la verità". La lettera di Pier Luigi Bersani ai familiari delle vittime

In occasione del 31° anniversario della strage di Bologna il segretario nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani, ha inviato oggi un messaggio al Presidente Associazione delle Vittime della Strage di Bologna del 2 agosto 1980, Paolo Bolognesi.

“Caro Bolognesi,
il fatto che siano trascorsi 31 anni non può cancellare la necessità di impegnarsi per far emergere tutta la verità sulla strage di Bologna. Nessuno di noi – ha scritto Bersani – potrà mai dimenticare quella mattina del 2 agosto del 1980, quando, alle 10 e 25, scoppiò una bomba nella stazione ferroviaria, provocando la morte e il ferimento di tanti innocenti.
Dopo tanti anni di indagini e di depistaggi, oggi vi sono sentenze della magistratura, ma cosa ci sia stato davvero alle spalle di quell’attentato vile e sanguinario ancora non è chiaro. Voglio garantire il nostro impegno perché vi sia una risposta. Una società civile non può accettare l’umiliazione di vedere offuscata dal segreto di Stato la ricostruzione di una vicenda così importante nella propria storia recente.
Di sicuro – ha proseguito Bersani – in quegli anni vi furono passaggi drammatici per il nostro Paese, che potevano forse preludere ad un cambio di regime. Per questa ragione è fondamentale andare a vedere come furono mossi i fili. Oggi possiamo dire che la democrazia italiana ha resistito, ma a quale prezzo! E’ terribile sapere che sotto ci sia il sangue di molti innocenti.
Altrettanto importante – ha scritto il segretario del Pd – è fare in modo che le vittime e i familiari ottengano ciò che è stato previsto per legge dal punto di vista previdenziale. Su questo argomento vi è il nostro impegno a portare fino in fondo le iniziative politiche e parlamentari già prese perché il governo dia finalmente attuazione alle norme approvate nel 2004.
La strage di Bologna, a 31 anni di distanza, ci ammonisce ancora a ricordare – ha concluso Bersani – che una democrazia, la nostra democrazia, può sempre ammalarsi e che bisogna restare all’erta, sorvegliare e non stancarsi di mettere impegno nel fare in modo che lo Stato continui a cercare la verità; le cittadine e i cittadini italiani, e prima di ogni altro i familiari delle vittime, ne hanno diritto”.

da www.partitodemocratico.it

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“Perchè Bologna non va dimenticata”, di Miguel Gotor

Sono trascorsi trentuno anni dalla strage di Bologna. Per ricordare le vittime è stato inaugurato ieri, nel parco di Villa Toschi, un monumento dedicato ai sette bambini morti nell´attentato, il più grave della storia repubblicana: Angela Fresu (3 anni), Luca Mauri (6), Sonia Burri (7), Manuela Gallon (11), Kai Mader (8), Eckhardt Mader (14) e Cesare Francesco Diomede Fresa (14). Tante storie piccole e anonime polverizzate da una mano assassina; un insieme di traiettorie possibili divenute all´improvviso un futuro negato. Non per una tragica fatalità, come sarebbe più comodo pensare, ma perché in Italia nel 1980 c´era chi faceva politica mettendo le bombe allo scopo di uccidere dei cittadini inermi.
La stazione di Bologna è uno snodo ferroviario tra i più importanti in Italia e tanti viaggiatori in questi anni hanno sostato, almeno una volta, davanti a uno squarcio nel muro, una ferita di marmo, che ricorda il luogo in cui fu lasciata la bomba. Una lapide riporta l´elenco degli 85 morti e il nome di Angela Fresu, la più piccola delle vittime, con accanto gli anni scolpiti a una sola cifra, si distingue dagli altri, obbligando inevitabilmente il passeggero frettoloso a interrogarsi sul senso del nostro viaggio, come un´ombra che passa improvvisa tra un treno e l´altro.
Per l´attentato sono stati condannati i tre terroristi neofascisti Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, che continuano a professarsi innocenti. Se i mandanti restano ancora oscuri, sono stati però individuati i responsabili di alcuni depistaggi: il piduista Licio Gelli, il faccendiere Francesco Pazienza e i membri dei servizi segreti Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Per questa ragione l´attentato di Bologna costituisce un´anomalia nella storia dello stragismo italiano: l´unico caso in cui la magistratura è riuscita a stabilire una verità giudiziaria non limitata alla manovalanza. L´azione di depistaggio aveva l´obiettivo di accreditare una pista internazionale che distogliesse gli inquirenti dalla realtà italiana e di affermare l´idea presso la pubblica opinione che quella sentenza fosse il prodotto di una cospirazione delle cosiddette «Toghe rosse».
Continuare a ricordare la strage di Bologna non significa solo omaggiare quelle vittime innocenti, ma anche non dimenticare tali azioni di depistaggio ordite da quanti hanno avvelenato la fragile democrazia italiana per favorire una stabilizzazione conservatrice del quadro politico. Per questo motivo è molto grave che, per il secondo anno consecutivo, alla cerimonia non parteciperà alcun ministro della Repubblica. Il governo non c´è per indifferenza civile e per imbarazzo politico: il 2 agosto è una giornata dedicata al ricordo, ma questo governo preferisce l´oblio. Si tratta di uno sgradevole atto di insensibilità istituzionale che, secondo il presidente della Associazione familiari Paolo Bolognesi, avrebbe un significato ritorsivo: i ministri eviterebbero la cerimonia non per paura dei fischi, che dovrebbero comunque avere il coraggio e la dignità di affrontare nel caso ci fossero, o, come hanno sostenuto, per evitare strumentalizzazioni politiche, ma perché «i familiari delle vittime hanno parlato molto di mandanti e di P2», la loggia segreta coinvolta nei depistaggi alla quale anche il presidente del Consiglio era iscritto.
Oggi Angela Fresu avrebbe 34 anni, sarebbe potuta essere mille cose e invece non ha fatto in tempo a diventare nulla se non un´innocenza caduta in una voragine mostruosa. Non è morta per il valore delle sue idee e per i propri atti responsabili e dunque non ha neppure l´esile privilegio di questa consolazione. Ci ricorda, però, le infinite possibilità contenute in ogni vita, la speranza che le è stata negata. Di sua madre Maria non è rimasto nulla, il corpo incenerito dalla bomba: nulla se non una poesia di Andrea Zanzotto che ancora aiuta a non dimenticare quel corpo e lo trasforma nel simbolo di un´altra Italia che lotta contro la smemoratezza e l´inciviltà: «E il nome di Maria Fresu/ continua a scoppiare/ all´ora dei pranzi/in ogni casseruola/ in ogni pentola/in ogni boccone/ in ogni/rutto – scoppiato e disseminato –/in milioni di/dimenticanze, di comi, bburp».

da La Repubblica

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Strage di Bologna: «Se non c’è dovere nel rispetto», di Virginio Merola*

Verità e giustizia. Sono passati 31 anni da quel 2 agosto del 1980 quando una bomba uccise 85 persone e ne ferì 200. La follia del terrorismo ha colpito duramente la nostra città versando sangue innocente, ma la nostra comunità ha saputo rispondere con compostezza, chiedendo sempre e solo di conoscere la verità e quindi che la giustizia facesse il suo corso. Un rifiuto del terrorismo in ogni sua forma e di qualsiasi matrice politica esso sia. È per questo che oggi rinnoviamo il nostro cordoglio al popolo norvegese per i recenti fatti di Oslo, e ricordiamo le stragi di Londra, Madrid e New York.

E torniamo a ricordare che la comunità bolognese ha sempre pagato un alto tributo di sangue: i treni, la strage alla stazione, la battaglia aerea sopra i cieli di Ustica, le stragi della Uno Bianca e l’uccisione del professor Marco Biagi da parte delle Brigate Rosse. Questa città si ritrova e come nel giorno della strage si rende attiva, reagisce con la presenza dei giovani, ognuno torna a raccontare dove era quel giorno e quel che ha potuto fare. È una staffetta di impegno nel ricordo e di dovere di solidarietà alle vittime che appartiene al nostro modo ormai di sentirci cittadini di Bologna. Sono felice che oggi l’amico Michele Emiliano, sindaco di Bari, abbia deciso di venire a Bologna per portare il saluto della sua comunità, anch’essa tristemente colpita nella strage alla stazione, testimoniando così quanto due città, distanti geograficamente, possano stringersi in un giorno così doloroso.

La solidarietà e la ricerca di verità e giustizia saranno alla base del gemellaggio tra le nostre due città che oggi qui ratifichiamo. Il terrorismo è un nemico che dev’essere sconfitto, partendo dalla cultura e dai più giovani. Perché il modo migliore per non dimenticare è fare sì che anche chi non ha vissuto quei tristi anni sappia cos’è accaduto, per evitare, in futuro, che si ripeta. E mentre noi tutti siamo impegnati a ricordare e rilanciare l’importanza dei valori che stanno alla base della democrazia, dispiace da un verso e indigna dall’altro, che il governo sia assente a questa celebrazione. Si possono anche non avere risposte nuove, ma non si può mancare di rispetto ai familiari e alla nostra città. Del resto si trattava di parlare nella sede del Consiglio Comunale rivolgendosi direttamente alle persone che hanno perso i loro cari. Si possono non avere risposte, ma si deve avere il coraggio delle proprie responsabilità.

È vero che negli anni passati i fischi hanno spesso accompagnato i discorsi dei rappresentanti del governo, nonostante la richiesta in primis del presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, Paolo Bolognesi, di evitare contestazioni. Ma i membri di un governo nazionale devono saper guardare oltre le contestazioni per onorare nel modo migliore gli 85 morti, i 200 feriti e i familiari delle vittime di questa strage.

* Sindaco di Bologna

da www.unita.it

"Un governo abbandonato da tutti", di Enrico Letta

Al governo è stata espressa la terza sfiducia di seguito. Quella delle parti sociali. Netta e senza appello, come mai era accaduto prima. Clamorosa soprattutto per le pregresse divisioni degli stessi firmatari del Patto economico-sociale reso noto qualche giorno fa. Prima di questo schiaffo il governo aveva ricevuto a maggio e a giugno la prima sfiducia, quella degli elettori con i due turni delle amministrative e il referendum. Anch’essa chiara proprio perché oggetto di una richiesta stessa di fiducia da parte di Berlusconi. Leggi…

Bersani: "Il paese sente la paura e i mercati chiedono una svolta votiamo subito come in Spagna", di Goffredo De Marchis

ROMA – Segretario Bersani, dopo un nuovo lunedì nero quali sono i reali pericoli per l´Italia?
«Io vedo rischi profondi e di sistema. La bufera di ieri non cesserà nelle prossime settimane. Sono segnali drammatici ed evidenti».
Il solito pessimismo dell´opposizione?
«Il primo che mi dà del catastrofista mi arrabbio. Siamo nei guai seri. È ora di accorgersene. Anzi, l´ora era arrivata già da un po´. Che il Paese sarebbe finito nel mirino della speculazione si sapeva e così è stato. Ci siamo messi nei pasticci per una politica economica che è partita da un´analisi totalmente sbagliata del momento. La situazione di eccezionale gravità è stata velata con il populismo dei cieli azzurri e delle ronde. Ma per quale motivo emerge la sfiducia dei mercati e del mondo verso di noi? Solo per il problema del debito pubblico?».
Beh, è un problema enorme.
«Siamo d´accordo. Ma non basta. Da tre anni il Pd dice che l´Italia ha anche altri punti deboli. Almeno tre. Il primo è la crescita. Nella crisi abbiamo perso 6 punti di Pil, nessun altro ha fatto peggio. E mentre gli altri quella contrazione l´hanno già superata, noi ne riguadagniamo 2 scarsi. Abbiamo un problema strutturale che va affrontato. Il secondo tema è quello della produttività. Che non si lega solo alle relazioni sociali e all´organizzazione del lavoro. Abbiamo l´esigenza di riforme più profonde. Il terzo punto è la difficoltà dei conti pubblici. Il governo ha pensato di risolverla trasformando la spesa di investimenti in spesa corrente e mangiandosi tutto l´avanzo primario che aveva lasciato l´esecutivo precedente. Sono state fatte manovre senza qualità».
La crisi economica però non l´hanno provocata né Berlusconi né Tremonti.
«La crisi non è colpa del governo, certo. Ma, perbacco, loro l´hanno aggravata e ora lasciano il Paese disarmato. Per tre anni ci hanno detto che stavamo meglio degli altri. Adesso invece scopriamo che, da Wall Street alla Fiom, tutto il mondo si fa una domanda facile facile. Come faremo a pagare un debito così alto con una crescita e una produttività tanto basse? La prova che c´è qualcosa di più profondo del nostro buco di bilancio viene dall´assalto alle banche. Sono sane, sono state prudenti con i derivati, non hanno avuto bisogno del salvagente eppure finiscono sotto attacco. Perché? Perché le imprese sono in difficoltà e le nostre banche sono legate alle imprese, soprattutto a quelle piccole. Le aziende hanno poco lavoro, nessuna liquidità e stanno andando largamente in sofferenza. Io sento in giro una vera paura sul futuro».
Qual è la soluzione?
«La Spagna almeno una mossa l´ha fatta».
Si riferisce alle elezioni anticipate?
«Esattamente. E non lo dico per un interesse di bottega ma per un´analisi obiettiva della situazione. Di fronte a una novità di questo tipo i mercati capirebbero che ci stiamo occupando di dare una svolta».
Cancelliamo l´ipotesi di un governo transitorio?
«O si va a votare subito o si trova lo spazio di una soluzione transitoria in netta discontinuità con il passato. Dopo questo lunedì, Berlusconi dovrebbe andare al Quirinale e rimettere il mandato nelle mani del presidente Napolitano».
Nel Pd ci può essere la tentazione di un esecutivo ponte per non accollarsi il carico della crisi?
«Nessuna persona dotata di buon senso può augurarsi di ereditare una situazione del genere. Detto questo, un partito esiste in quanto si mostra utile al Paese. Siamo nei guai e chi pensa di potere dare un mano non deve tirarsi indietro».
In questo senso è apprezzabile il segnale che viene dalle forze sociali?
«Lo è. Chiedono un cambiamento perché si sono rese conto che non ce la facciamo. Chiedono discontinuità».
Cioè la testa di Berlusconi.
«Se il vocabolario ha ancora un significato non so cos´altro voglia dire discontinuità. E non è solo questione di persone, ma di politiche concrete. A cominciare da un pacchetto di riforme chiare: fisco, liberalizzazioni, giustizia civile».
Il centrodestra userà contro di voi lo spauracchio della patrimoniale, lo sa?
«Sia chiaro: da questo tunnel non si esce con una tassa sola o con una riforma sola. Quando parlo di riforma fiscale sicuramente penso a un principio generale: chi ha di più deve dare di più. Seguendo due criteri: misure serie di lotta all´evasione e riequilibrio della tassazione sulle rendite da patrimonio e da finanza».
E la patrimoniale?
«Consideriamo più produttive le nostre proposte rispetto alle ipotesi di una tantum. Ma va rispettato il principio di una maggiore uguaglianza. Finora abbiamo visto manovre dove chi ha di meno paga di più. Non solo è ingiusto. È anche recessivo».
Governo transitorio vuol dire governo tecnico? Cioè: mai premier Maroni, Tremonti, Alfano o Pisanu?
«Non vedo questa distinzione tra tecnico e politico. Comunque un governo ha bisogno del sostegno convinto del Parlamento. L´iniziativa è affidata al capo dello Stato e per quello che ci riguarda deve segnare una rottura con il passato. Altrimenti qual è il messaggio al mondo? Sarebbe incomprensibile, il gattopardo non funziona quando la situazione è questa. Dunque i protagonisti che ci hanno portato fin qui li vedo fuori da un governo simile. Non abbiamo mai avuto nella nostra storia 6 punti di recessione. La paura si affronta guardando in avanti».
Se questa è l´analisi, ciò che Berlusconi dirà alla Camera conta poco.
«Le ultime due volte che ha parlato di economia non ha mai pronunciato la parola lavoro. Mi aspetto almeno una presa d´atto, sempre che domani sia ancora lì. Se c´è almeno un´analisi condivisa sono disposto a mordermi la lingua e a non fare eccessive polemiche. La mia preoccupazione è troppo grande. Ma la verità è che da tre anni non riusciamo nemmeno a discutere».

da La Repubblica

"Le colpe cerchiamole in casa", di Alberto Bisin

Un’altra giornata di passione in Borsa. Nei mercati italiani in particolare: record di perdite alla Borsa di Milano e nuovo record sullo spread tra i titoli del Tesoro italiano e quello tedesco. Lungi da me provare a interpretare il crollo di ieri o a prevedere se oggi la Borsa rimbalzerà. Ad ogni prima lezione di economia finanziaria gli economisti insegnano che l’andamento di Borsa giorno per giorno è essenzialmente imprevedibile. Quanto sta succedendo sui mercati finanziari in Europa e negli Stati Uniti da alcuni mesi è però perfettamente comprensibile. Leggi…

Tagli alla scuola, il Consiglio di Stato boccia Gelmini, da unità.it

Se mai ce ne fosse stato bisogno, anche il Consiglio di Stato ha certificato l’opera di mutilazione contro la scuola operata da Mariastella Gelmini. Lo scorso 29 luglio il consiglio si è pronunciato sulla richiesta d’appello presentata dal MIUR su numerosi ricorsi, alcuni dei quali promossi dalla FLC CGIL e accolti dal TAR Lazio nello scorso mese di aprile. E il parere è inequivocabile: i circa 87mila posti di lavoro eliminati negli ultimi due anni sono stati dichiarati illegittimi. Bocciati il D.I. n. 35/2010 e la relativa circolare sulle iscrizioni. Così come anche il D.I. 62/2009 relativo all’organico di diritto dei docenti per l’a.s. 2009/2010, in quanto il MIUR è obbligato ad acquisire, cosa che non ha fatto, il parere della Conferenza Unificata Stato-Regioni espressamente previsto dall’art. 2 del DPR 81/2009. L’avvocatura dello Stato è provata a correre ai ripari dicendo che questo parere sarebbe stato acquisito in seguito da una apposita “tecnostruttura”. Il che chiaramente era un gesto per bypassare la Conferenza.

«La recente sentenza, in base alla quale il provvedimento che cancella ben 87 mila organici negli anni scolastici 2009-2010 e 2010-2011 “è privo di efficacia giuridica”, richiede ora un intervento del governo che spieghi come intenda affrontare la situazione», dice Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd nella commissione Cultura. «Le prime spiegazioni del ministero – sottolinea la parlamentare – minimizzano molto il significato e le conseguenze della sentenza mentre noi crediamo che la prima cosa da fare sia quella di restituire gli organici tagliati alle scuole. A questo proposito ho presentato un’interrogazione perchè il ministro spieghi come dare seguito alla sentenza del Consiglio di Stato che si aggiunge purtroppo ad altri pronunciamenti della giustizia amministrativa che hanno espresso a diversi livelli illegittimo e contrario alla legge il comportamento del ministero stesso».

I ricorsi a carico del ministero dell’Istruzione «hanno ormai raggiunto proporzioni stratosferiche e dimostrano come la Gelmini abbia mutilato il comparto scuola, tagliando illegalmente fondi e professionalità». Affermano in una nota Letizia Bosco e Ilaria Persi, responsabili scuola dell’Italia dei Valori. «Ad appellarsi alla magistratura contro i provvedimenti adottati dall’estate del 2008 in poi, cioè a partire dall’approvazione del famigerato art. 64 della legge finanziaria 133, non sono stati solo i precari, costretti a contrastare la loro progressiva estromissione dal mondo della scuola dopo anni di servizio, ma anche – fanno notare Bosco e Persi – i comitati di studenti, i genitori e il personale di ruolo». «Lo scorso 29 luglio il Consiglio di Stato ha rilevato l’ennesima irregolarità nelle modalità con cui il ministero ha tagliato gli organici della scuola negli ultimi due anni. Si tratta di circa 87 mila posti di lavoro eliminati illegittimamente, il cui reintegro vanificherebbe il piano di 8 miliardi di tagli portato avanti con cieca ostinazione dalla devastante coppia Gelmini-Tremonti. È tempo che il ministro dell’Istruzione e questo governo, ormai allo sbando – concludono i due esponenti dell’Italia dei Valori – si arrendano e accettino il loro fallimento e il ripristino della legalità. L’esecutivo deponga, senza se e senza ma, le armi con cui da anni ha tentato di distruggere il sistema scolastico del nostro Paese».

da www.unita.it

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Il Pd chiede le dimissioni del ministro Gelmini: i tagli erano illegittimi, da La Tecnica della Scuola
Per l’ex sottosegretario Bastico la sentenza del Consiglio di Stato sulla mancata consultazione delle Regioni nell’approvare i decreti sui 130.000 tagli al personale, conferma l’approssimazione nel governare il complesso settore: la scuola sempre più sottomessa a centralismo e Lega.

“Il Ministro Gelmini dovrebbe immediatamente dimettersi! È una vergogna colossale che i danni che la scuola pubblica ha subito in questi anni, a seguito dei tagli insostenibili, siano stati prodotti da atti privi di efficacia giuridica”. Reagisce con sdegno Mariangela Bastico, senatrice del Partito democratico e sottosegretario alla Pubblica Istruzione durante l’ultimo Governo Prodi, dopo essere venuta a conoscenza dei vizi procedurali, già rilevati dal Tar del Lazio, riscontrati stavolta dal Consiglio di Stato a proposito dell’approvazione dei decreti interministeriali riguardanti gli oltre 130.000 tagli al personale della scuola, tra docenti e Ata, attuati dal Governo nell’ultimo biennio.
Secondo la Bastico “ancora una volta un atto di straordinaria rilevanza negativa, firmato dal Ministro Gelmini, viene dichiarato illegittimo, a conferma di una intollerabile approssimazione nel governo di un settore complesso e assai delicato, quale la scuola”. Nel riassumere quanto espresso dai giudici amministrativi, la senatrice ritiene che la “dimenticanza” da parte del Governo di consultare le giunte regionali sia derivata dal timore di trovare intralci nella politica di fare cassa, ai danni dell’istruzione pubblica, imposta del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. “I decreti interministeriali – sostiene la rappresentante Pd – che, in attuazione dell’articolo 64 della legge 133, hanno tagliato oltre 87mila posti di docenti e 44.500 Ata in 3 anni sono stati dichiarati privi di efficacia giuridica dal Consiglio di Stato, in quanto mancanti di un elemento essenziale: il parere della Conferenza Stato-Regioni. Non è casuale che il Governo abbia ignorato del tutto il ruolo costituzionalmente garantito delle Regioni e delle autonomie locali in materia di organizzazione scolastica: è un’ulteriore conferma – conclude Bastico – della politica totalmente centralistica della maggioranza e della completa indifferenza della Lega rispetto alle Regioni e agli enti locali”.

Berlusconi mercoledì in Aula. Parti sociali convocate giovedì

Il premier in Parlamento, niente “tavolo unico” con le opposizioni

Il governo ha convocato le parti sociali per giovedì mattina per un confronto sui temi della crisi. Nel pomeriggio dello stesso giorno si svolgerà anche un confronto fra le forze di opposizione con sindacati e imprese ma in un tavolo separato rispetto a quello governativo. La scorsa settimana le parti sociali avevano lanciato un appello comune al governo, inedito e dai toni drammatici, chiedendo subito un patto per la crescita, per dare un segnale di discontinuità ed evitare che la dinamica dei mercati finanziari porti a una situazione insostenibile per il paese.

Dopo un prolungato pressing del Pd, Berlusconi ha deciso inoltre di riferire mercoledì prossimo alla Camera e al Senato sulla situazione economica. A quanto si apprende, il premier potrebbe intervenire nel pomeriggio. Tempi e modi dell’intervento a Montecitorio saranno definiti nella conferenza dei capigruppo prevista domani, dove il governo ufficializzerà la disponibilità del presidente del Consiglio a informare le camere.

Il governo
Per quanto riguarda il governo, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha riferito che l’esecutivo è pronto al confronto su un’agenda di cinque punti. Tra questi: la riduzione delle tasse con il disegno di legge delega, l’avvio di una stagione di privatizzazioni e liberalizzazioni, monitoraggio degli investimenti alle imprese, verifica del rapporto tra banche e imprese alla luce di Basilea 3, relazioni industriali, ammortizzatori sociali e statuto dei lavori e taglio dei costi
della politica.

Così dopo l’approvazione della manovra, «il governo avvia il confronto con le parti sociali con lo scopo di condividere in particolare le responsabilità degli attori istituzionali, economici e sociali per la crescita dell’economia e dell’occupazione – si legge nella nota di Sacconi – dal monitoraggio degli investimenti infrastrutturali, alla riforma fiscale, al credito alle attività produttive, agli accordi sindacali aziendali ed altro ancora – aggiunge – molti sono i temi sui quali Governo e parti sociali possono e devono verificare i modi con cui convergere verso l’interesse nazionale. L’economia e la società italiana hanno buoni fondamentali sui quali e possibile costruire una maggiore crescita».

Montezemolo contro la manovra
Sulla difficile condizione in cui versa l’economia italiana è intervenuta Italiafutura, la fondazione
presieduta da Luca Cordero di Montezemolo, che prende di mira l’opera di Tremonti: «La manovra varata in gran fretta dal governo per far fronte agli attacchi speculativi, per i suoi contenuti, fa tornare alla memoria gli anni Ottanta, periodo terribile per la finanza pubblica italiana. È triste osservare che dopo vent’anni nulla è cambiato – prosegue l’editoriale, pubblicato sul sito web della fondazione – la spesa corrente continua ad aumentare e per farvi fronte si ricorre, esattamente come negli anni ’80, ad aumenti delle entrate con provvedimenti estemporanei (accise, ticket, etc…) nella totale assenza di una politica economica di largo respiro».

L’opposizione
In vista degli incontri di giovedì, intanto, il segretario del Pd Pierluigi Bersani, oggi – oltre ad aver avuto contatti con Pier Ferdinando Casini e Antonio Di Pietro per spostare la data del loro incontro con le parti sociali – ha sentito anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, con i segretari generali di Cgil e Cisl Susanna Camusso e Raffaele Bonanni, con il presidente dell’Abi Giuseppe Mussari.

La maggioranza
Sul fronte maggioranza, infine, in vista della due giorni sulla crisi in Parlamento e a Palazzo Chigi, Pdl e Lega tentano di serrare le fila e non è escluso questa sera un ultimo vertice del lunedì pre-vacanze fra Berlusconi e Bossi ad Arcore. Con probabili commensali gli altri ministri della Lega e Angelino Alfano. Fra le cose ancora da decidere, vi è infatti la necessità, avvertita in particolare dalla Lega e, secondo alcune fonti del Pdl, dallo stesso Alfano, di non far apparire le forze politiche del centrodestra in quanto tali “tagliate fuori” dal confronto con le parti sociali. La partecipazione di Bossi o di uno degli altri due ministri leghisti, Maroni o Calderoli, all’incontro a palazzo Chigi, può sopperire per il Carroccio. Ancora da districare la questione Pdl: Angelino Alfano del governo non fa più parte ma ora è a pieno titolo il segretario del partito di maggioranza relativa.

da www.lastampa.it

"Tutti i premi della fisica italiana", di Pietro Greco

Da Bracco a Maiani i nostri scienziati stanno collezionando grandi riconoscimenti all’estero. Hanno imparato l’arte di «fare di più con meno»

Angela Bracco, responsabile del Gruppo 3 dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, è stata eletta nei giorni scorsi alla presidenza del Nuclear Physics European Collaboration Committee (NuPECC).

Luciano Maiani, fisico teorico e attuale presidente del Consiglio Nazionale delle Richerche (Cnr), è stato appena premiato dalla European Physical Society (Eps), la Società europea dei fisici, dunque dai suoi colleghi: «per il contributo dato alla teoria dei quark nel quadro dell’unificazione delle interazioni elettromagnetiche e deboli». Maiani è stato premiato insieme a Sheldon Lee Glashow e John Iliopoulos. I tre nel 1970 avevano scoperto il «meccanismo Gim» (dalle iniziali dei loro cognomi) che aveva consentito loro di prevedere l’esistenza del quark charm. La stessa Società europea di fisica ha assegnato il premio «Giuseppe e Vanna Cocconi» e al suo collega Paul Richards, per gli «straordinari contributi allo studio delle anisotropie della radiazione cosmica di fondo, con gli esperimenti Boomerang and Maxima basati sull’uso di palloni aerostatici». Ancora: a Davide Gaiotto è stata assegnata la Medaglia Gribov 2011. E, ultimomanon ultimo, la European Physical Society ha assegnato il premio Giovani Fisici a due fisici, appunto giovani, entrambi italiani: Paolo Creminalli e Andrea Rizzi.
Aggiungete a questo il fatto che in questo momento a Ginevra i quattro esperimenti a Lhc, la macchina più grande mai costruita al mondo, condotti da team internazionali hanno come altrettanti portavoce – e, dunque, come leader eletti – quattro italiani e capirete come la fisica del Bel Paese viva, all’estero, una stagione di grandi riconoscimenti. In realtà è tutta la scienza italiana a ottenere, come dire, risultati al di sopra dei propri mezzi.
Il nostro paese risulta, ormai, dodicesimo al mondo per investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico, ma è settimo per produzione: sia in termini quantitativi (per numero di articoli scientifici pubblicati), sia in termini qualitativi (per numero di citazioni e per indice H,un indicatore di qualità, appunto). Altro che fannulloni, dunque. Dovrebbero essere indicati a esempio. I nostri scienziati hanno imparato l’arte di «fare di più con meno». Invece sono continuamente bistrattati. E non solo da qualche politico poco avveduto (ricordate gli attacchi della Carlucci a Maiani?).
Ma persino da un nutrito stuolo di accreditati economisti. Ha avuto facile gioco, nei giorni scorsi, l’astrofisico Francesco Sylos Labini a ricordare comesiano proprio gli economisti italiani ad avere qualche difficoltà a confrontarsi a livello internazionale.

MARIO TCHOU
È storia vecchia, questa della scienza italiana che miete successi all’estero ed è sottostimata all’estero. Questo anno cade il cinquantesimo anniversario della morte di Mario Tchou (9 novembre 1961), l’ingegnere italo-cinese a capo della Divisione elettronica dell’Olivetti che aveva realizzato il primo calcolatore elettronico completamente a transistor al mondo. Nel presentare il suo computer che faceva dell’Olivetti l’azienda leader al mondo nel campo dell’elettronica avanzata, Mario Tchou disse: «Attualmente siamo allo stesso livello (dei paesi più avanzati nel campo delle macchine calcolatrici elettroniche) dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo Stato.
Lo sforzo di Olivetti è relativamente notevole,magli altri hannoun futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dello Stato». Aveva visto giusto, Mario Tchou. Dopo la sua morte non solo non vennero gli aiuti dello stato, mala divisione elettronica dell’Olivetti fu definita un «neo da estirpare» da parte di Vittorio Valletta e venduta alla americana General Electric.

da L’Unità