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"Camusso: il Cavaliere ormai è il problema, vada via come Zapatero", di Alessandro Barbera

«Di tagli al Welfare non se ne parla, ma sulle Province potremmo discutere…»

Segretario Camusso, il premier ha deciso: sulla crisi andrà a riferire in Parlamento e parteciperà all’incontro con voi e con le imprese. Provi a mettersi nel suoi panni. Cosa farebbe?
«Il gioco di ruolo mi risulta difficile. Diciamo che se fossi nei suoi panni mi dimetterei».

Il governo tecnico ci darebbe più credibilità di fronte ai mercati?
«Non sta a me entrare nel merito delle soluzioni, abbiamo un ottimo Presidente della Repubblica deputato a farlo. Occorre però dire con onestà che ormai il governo è parte del problema; che la migliore soluzione per uscire dall’impasse sarebbe ridare voce ai cittadini e alla politica. Quello della Spagna di Zapatero di andare a elezioni a novembre mi pare un ottimo esempio. Sono convinta che i mercati non la valuterebbero negativamente».

Le disavventure giudiziarie che hanno investito Tremonti hanno peggiorato le pressioni dei mercati?
«Le risulta ci sia più un ministro dell’Economia? A me pare piuttosto silente».

Segretario, mi perdoni. Il momento non richiederebbe un atteggiamento meno pregiudiziale?
«Sono pronta a farmi stupire, ma se le dicessi che sono ottimista sarebbe una bugia. Questa sarebbe la terza manovra economica senza crescita».

Manovra? Crede che il governo proporrà un nuovo decreto?
«Allo stato non ho idea di come intenda presentarsi. L’unica cosa che il governo non può permettersi è una carrellata di fronte alle telecamere o presentarci un’agenda generica come quella che vedo snocciolare al ministro Sacconi. Sui mercati potrebbe rivelarsi un boomerang».

Cosa non le piace delle proposte di Sacconi?
«Porre l’accento su questioni come lo Statuto dei lavori o il diritto di sciopero sarebbe solo un ottimo modo per dividere le parti sociali».

Insisto: lei cosa farebbe?
«Anzitutto occorre creare nuovo lavoro, partendo dalle infrastrutture al Sud e da un utilizzo accorto dei fondi europei. E poi bisogna dare un segnale di rigore, ma nel senso della legalità: contro la corruzione negli appalti, ad esempio. Terzo: un intervento sulle grandi ricchezze».

Una patrimoniale, insomma.
«Come si fa in Francia da molto tempo».

Tagli alla spesa pubblica? I mercati hanno giudicato negativamente la decisione di annacquare la stretta alle pensioni.
«Basta con i tagli alla spesa sociale. La nostra spesa pensionistica è in linea con gli altri grandi Paesi europei. E poi, a forza di allungare l’età pensionabile, stiamo massacrando l’occupazione giovanile».

Segretario, siamo ancora il Paese europeo che intermedia più spesa pubblica in rapporto al Pil.
«Non è così. Siamo ai livelli di Francia e Germania».

Sui tagli alla spesa la sua organizzazione è sempre timida. Non crede che potremmo fare a meno delle Province?
«Le Province assolvono alcuni compiti non irrilevanti, ad esempio in materia di orientamento al lavoro. Se mi spiegano seriamente a chi attribuiscono questi compiti, ne possiamo discutere. Di certo la soluzione non può essere affidare quei servizi ai Comuni, sarebbe solo una moltiplicazione di costi».

Lei citava il tema dei fondi europei e della crescita al Sud. E uno dei punti sui quali il governo si è impegnato di più. O no?
«Sì, è vero. A parole. Hanno promesso il finanziamento prioritario della linea ferroviaria Napoli-Bari-Reggio. Le risulta sia partito un cantiere?»

No. A loro discolpa va detto che riorientare i fondi attribuiti alle Regioni non è semplice.
«E’ una finzione. La Lega non crede allo sviluppo del Sud. I fondi per le infrastrutture quando ci sono – vanno al Nord. Altrimenti si organizzano pagliacciate come i ministeri a Monza».

E’ vero che incontrerà il segretario del Pdl Alfano?
«Non mi risulta mi abbia chiesto un appuntamento. Ma sono prontissima a vederlo».

da La Stampa

"Massacrati a bastonate mentre urlavano per uscire. Sono morti come topi", di Francesco Viviano

Erano cinquanta, li hanno chiusi nella sala motori in uno spazio senza oblò, senza aria, al buio. Non c´era spazio per muoversi e quella botola non si poteva aprire perché sopra c´eravamo noi. Apriteci, liberateci gridavano e il capitano ci diceva: soffriranno un po´, ma vedrete che sopravviveranno.

«Li hanno seppelliti vivi, li hanno ammazzati come cani i due scafisti: il “capitano” e la guardia armata di bastone, i due che avevano organizzato il viaggio». Sono le parole di uno dei superstiti dell´ultima tragedia del mare. Si chiama Paul, nigeriano, 24 anni, è il fratello di una delle vittime della carneficina che si è consumata a bordo del quindici metri partito da Tripoli e diventato tomba per 25 giovanissimi nordafricani (tra loro anche una donna). Paul è il fratello del ragazzo che, durante la traversata, è stato scaraventato in mare perché voleva liberare i 50 reclusi nella stiva, i disperati che stavano morendo asfissiati. «Morivano uno dopo l´altro, chiedevano aiuto perché volevano uscire da quel buco dov´erano stati stipati dagli scafisti appena siamo partiti dal porto di Tripoli sabato scorso». Quelli che si sono salvati, amici e parenti dei 25 intrappolati vivi, hanno ancora negli occhi il terrore di chi ha visto morire un proprio caro senza poter fare nulla.
Racconta Benjamin, un nigeriano che nonostante la mole fisica, è stremato come un bambino: «Era impossibile intervenire, quegli assassini hanno preso i primi 50 di noi e li hanno messi dentro quel buco, nella sala motori ed in una piccola cella frigorifera, in uno spazio di poco meno di sei setti metri quadrati, senza oblò, senza uno spiraglio d´aria, al buio. Poi hanno fatto salire a bordo tutti gli altri, oltre 200, addossandoci sulla coperta dove stavamo ammassati come sardine. Non c´era spazio per muoversi e quella botola che portava alla stiva dove c´erano gli altri 50 era impossibile aprirla perché sopra c´eravamo noi». E, dopo qualche ora di navigazione dalla stiva, trasformata nell´ingresso agli Inferi, si sono levate le grida di aiuto. «Apriteci, liberateci, gridavano, ma noi non potevamo fare nulla. Il “capitano” che guidava il barcone era irremovibile nell´ordinare all´altro bandito di non far uscire nessuno perché in coperta non c´era più spazio. Poi cercava di tranquillizzarci dicendo: “non preoccupatevi perché non moriranno, soffriranno un po´ ma arriveranno sani e salvi”».
Una bugia, neanche troppo pietosa:«I due scafisti sapevano la sorte alla quale stavano destinando quelli lì sotto, e ad un certo punto nella stiva è scoppiato il finimondo. Chi aveva più forza ed energie è riuscito ad aprire la botola anche se la guardia con il bastone tentava in tutti i modi di ricacciarci dentro. Una ventina di noi si sono salvati, riuscendo a trovare un posto, uno sopra l´altro, sulla coperta. Ma gli altri non ce l´hanno fatta, sono rimasti là, intrappolati come topi. Ma non erano topi, quelli erano uomini, i nostri amici, i nostri fratelli…».
Un ghanese di 26 anni mostra i lividi delle bastonate ricevute sulle braccia usate per difendersi. «Io e pochi altri siamo stati fortunati, abbiamo provato e riprovato ad aprire il portello e alla fine ce l´abbiamo fatta, siamo usciti all´aria aperta nonostante le bastonate, ci siamo salvati». E poi il ricordo va ai compagni perduti: «I primi a morire sono stati quelli vicini alla sala motori, caduti uno dopo l´altro. Noi abbiamo tentato in tutti i modi la via di fuga, ma era molto difficile, quella botola non si apriva, sopra c´erano seduti altri connazionali che non potevano muoversi tanto era piena la barca».
Benjamin non sa darsi pace, tra le lacrime racconta ai poliziotti della mobile di Agrigento ed ai volontari delle organizzazioni umanitarie di Lampedusa momenti drammatici e senza fine. «Sapevamo che il viaggio sarebbe stato pericoloso, sapevamo che molti altri prima di noi erano annegati in mare durante la traversata, ma mai avremmo pensato che si poteva finire così, sepolti vivi in pochi metri di barca». La scoperta che il barcone si stava trasformando in una tomba galleggiante è avvenuta a circa un miglio da Lampedusa quando finalmente l´imbarcazione è stata portata in acque sicure. «Quando siamo saliti a bordo per trasferirli sulle motovedette ed in banchina – racconta un militare della guardia costiera della motovedetta “CP282”- qualcuno ci indicava quella botola, ci dicevano che lì dentro ce n´erano altri. E quando l´abbiamo aperta, ho prima sentito un odore micidiale di cadaveri in putrefazione e poi quel cimitero, quei 25 corpi privi di vita, uno sopra l´altro, qualcuno con la testa rotta e molti altri con evidenti ferite alle braccia ed in tutto il corpo. Un orrore che in tanti anni trascorsi a soccorrere questi dannati del mare non avevo mai visto prima».

da La Repubblica

"La Camera taglia auto blu e aerei", di Carlo Bertini

Dal bilancio risparmi di 150 milioni in tre anni. Stretta anche su rimborsi, vitalizi e portaborse

C’è quello che già è stato fatto, riassumibile in una cifra, 150 milioni di euro restituiti dalla Camera allo Stato in tre anni, dal 2011 al 2013, grazie ad una serie di tagli al bilancio. E quello che si può fare per tagliare di più e con l’aria che tira è già a un buon punto di cottura: l’abolizione dei vitalizi (solo dalla prossima legislatura) e subito una stretta sugli aerei gratis per tutti, sull’uso delle auto blu e su altri benefit, almeno quelli che son rimasti. Leggi…

"Disoccupati, crescono gli «inattivi»", di Antonella Baccaro

Aumenta il peso di chi non cerca più, i giovani senza lavoro al 27,8%
ROMA— Tasso di disoccupazione stabile all’ 8%a giugno, secondo i dati provvisori diffusi ieri dall’Istat. Rispetto agli altri Paesi di Eurolandia, siamo sempre sotto la soglia media, stabile al 9,9%, rispetto a maggio. In valore assoluto i senza lavoro in Italia a giugno erano 2 milioni. A livello annuo invece il tasso di disoccupazione scende dello 0,3%. Un dato che probabilmente va considerato insieme al tasso d’inattività tra i 15 e i 64 anni che, in un anno, risulta aumentato proprio dello 0,3%. Mentre giugno su maggio l’incremento risulta dello 0,1%. Leggi…

"Università, caos concorsi sui siti", di Flavia Amabile

Quello del ministero non è aggiornato, altri atenei usano procedure inutilizzabili.

La riforma Gelmini lo diceva chiaramente all’articolo 9: i bandi dei futuri concorsi non dovranno più essere pubblicati in Gazzetta Ufficiale ma «sul sito dell’ateneo e nei siti del Ministero e dell’Unione Europea». L’obbligo spetta alle università.

Ad un certo punto fra i ricercatori gira voce di nuovi concorsi a Bologna e a Cagliari. Il sito del ministero dell’Istruzione realizzato più di dieci anni fa colpisce per la grafica decisamente antiquata ma è anche drammaticamente fermo a bandi che scadono nel marzo 2011. Non è stato aggiornato nemmeno nelle voci di ricerca, congelato come se gli ultimi mesi non fossero mai trascorsi.

Meglio non fidarsi. Gli aspiranti ricercatori ma anche gli aspiranti prof ordinari e associati che volessero essere informati sui nuovi bandi non hanno alternativa: spulciare almeno una volta a settimana i siti di tutti gli atenei d’Italia, ben 81.

In realtà al ministero fanno sapere di non aver aggiornato il sito perché in questi mesi non sono arrivate segnalazioni di nuovi concorsi da pubblicare e comunque si aspettava l’emanazione dei nuovi settori concorsuali, le categorie che raggruppano le materie di concorso accompagnate da un codice. La riforma le ha modificate e solo venerdì scorso, il 29 luglio il ministero ha approvato il decreto con le nuove categorie». Ora, ad esempio, Scienze Archeologiche è 10/a e Chimica Genetica e Agraria è 07/e: gli atenei non possono usare codici diversi.

Eppure le università hanno bandito e usato i vecchi codici ormai senza più alcun valore. Almeno in due lo hanno fatto: Bologna e Cagliari, a dispetto di ogni regola e soprattutto senza preoccuparsi di comunicarlo al sito del Ministero né a quello dell’Ue come prevede la legge.

A Bologna si vuole selezionare un ricercatore per 3 anni nel Dipartimento di Elettronica, Informatica e Sistemistica in un settore che non esiste più: ING/ INF 01. E’ prevista una scadenza di 15 giorni, la consegna a mano o con raccomandata, a dispetto della riforma che portava finalmente nel Terzo Millennio i concorsi introducendo l’invio per email. Bologna invece sembra preferire il Medioevo: approva il suo concorso il 26 luglio quando tutti vanno in ferie e non gli dà pubblicità. Riuscire ad esserne informati in tempo per chi non è dell’università e a partecipare, è facile come vincere al Superenalotto. Per non farsi mancare nulla, la commissione è composta per intero da membri della stessa università, alla faccia di quello che il ministro Gelmini aveva raccomandato lo scorso 4 maggio: la prevalenza di professori esterni.

Il secondo concorso è a Cagliari dove i ricercatori richiesti sono addirittura 23. Tutti in settori concorsuali ormai inesistenti. Alcuni profili appaiono anche piuttosto incongrui. A chi parteciperà alle selezioni di diritto canonico si richiede l’inglese eppure probabilmente in Inghilterra le pubblicazioni in materia sono pressocché inesistenti. A chi parteciperà alle selezioni di lingua e letteratura latina il francese quando i centri di riferimento in materia sono in Inghilterra. Anche in questo caso consegna a mano e commissione formata prevalentemente da prof interni.

Nello stesso errore rischia di cadere anche il rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia Carlo Carraro che dal suo blog annuncia 15 posti da ricercatore varati il 22 luglio dal Senato accademico, tutti in settori cancellati dalla riforma. Probabilmente lui si salverà, riuscirà a cambiarli in tempo: i concorsi non sembrano ancora stati pubblicati nemmeno sul sito.

da La Stampa

"Berlusconi nella palude", di Claudio Tito

Chi deve valutare la capacità del sistema-Italia di affrontare l´emergenza, non può fare a meno di mettere nel conto la paralisi che accompagna l´esecutivo di Silvio Berlusconi. Che domani si presenta in Parlamento per illustrare le sue proposte. Ma lo fa solo dopo aver subito l´iniziativa di tutte le parti sociali. Dopo aver ascoltato le urla dei rappresentanti di industriali, banchieri e lavoratori. Che all´unisono invocano uno scatto o più semplicemente una decisione. Soprattutto lo fa dopo aver subito ieri una drammatica giornata sui mercati finanziari. Questo esecutivo si rivela sempre più incapace di gestire l´emergenza.
Le divisioni nella maggioranza, lo scontro aperto con il ministro dell´Economia, la difficoltà personale che vive lo stesso Tremonti e l´inidoneità complessiva ad assumere decisioni all´altezza, sono tutti fattori che fanno sprofondare l´Italia in un vortice inarrestabile. Un virus che si è insinuato nei gangli di larga parte degli apparati produttivi indebolendo l´intero sistema.
Nella palude di Palazzo Chigi si è levato un grido d´allarme drammatico: si è ricompattato il fronte sindacale e, come nella crisi del 1993, si è schierato sulla stessa barricata di Confindustria e Abi. In assenzadi un governo in grado di presentarsi come il centro di propulsione per un cambiamento, è stato il presidente della Repubblica a svolgere un ruolo di supplenza imponendo al premier di dare un segnale.
A questo punto, però, serve di più. Il fronte berlusconiano si presenta in Parlamento solo ed esclusivamente come maggioranza numerica. Nel Paese invece appare evaporato. Incapace di intercettare le esigenze nazionali e di interpretare gli umori dei cittadini. Un esecutivo sfiduciato dall´”Italia reale” e attaccato a una sola ancora di salvataggio: la coalizione di centrodestra che punta ad autoperpetuarsi. Senza contare che molti – anche dentro la maggioranza – temono le risposte che il Cavaliere fornirà domani. Sono terrorizzati dall´effetto boomerang. Sicuri che la reazione dei mercati possa il giorno dopo addirittura peggiore.
Berlusconi non prende atto di una circostanza molto semplice: coniugare i nostri deficit strutturali con l´impasse politica costringe tutti gli analisti a declassarci. Naturalmente nessuno può nascondere che la tempesta in questi giorni abbia lanciato i suoi primi fulmini negli Stati Uniti. Ma quella tempesta è riuscita a infiltrare i suoi rivoli di paura soprattutto negli edifici con le crepe più profonde. E la nostra “casa” è segnata proprio dalla paralisi di questo governo e dall´impressionante debito pubblico. A cui Berlusconi e Tremonti non riescono a porre un argine. Anche quando – come ieri – si compie un piccolo passo avanti con la riduzione del fabbisogno, quello sforzo viene vanificato dalla crescita dei tassi sui titoli di Stato. La spesa annua solo per interessi passivi supererà ormai gli 80 miliardi. E da qui alla fine dell´anno arrivano a scadenza – quindi con la necessità di nuove emissioni – certificati di debito pubblico per 176 miliardi. Una mole che rischia di mettere continuamente in fibrillazione l´economia nostrana. Soprattutto in assenza di un cambio di marcia.
Del resto, è proprio il presidente del consiglio a respingere la tregua. Lo scontro con il suo ministro dell´Economia è diventato il perno della sua politica. Vuole commissariare Tremonti come se fosse l´unico colpevole. La decisione di riferire alle Camere è stata presa senza un previo consulto con il responsabile del Tesoro. Tutto è stato giocato a sua insaputa. Anzi, buona parte del Pdl – il partito di maggioranza – spera di potersi liberare del suo ministro. Ritenendolo la causa della bufera finanziaria che ha investito Piazza Affari e i titoli di stato.
Perché una è la questione sul tavolo: chi deve acquistare i nostri Bot o Btp non crede alla capacità di questo governo di rimettere ordine nei nostri conti. Non si fida a tal punto che la potente Deutsche Bank ha ridotto dell´88 per cento l´esposizione con i titoli pubblici italiani. E sebbene il presidente dell´Unione europea, Herman Van Rompuy, definisca «ridicola» la possibilità di un default – ossia di un fallimento – di Spagna e Italia, chi deve impiegare i propri soldi evita con cura il nostro Paese. Una situazione che espone persino le banche italiane ai flutti dei mercati. La solidità dei nostri istituti è stata certificata dai recentissimi stress test. Ma la presenza massiccia nei loro portafogli (oltre 192 miliardi di euro) di titoli di Stato li espone a un downgrading di fatto. Non a caso, proprio le azioni bancarie hanno pagato ieri più di tutti la caduta della borsa di Milano. Il terrore di un fallimento accompagna grandi e piccoli investitori. Nella convinzione che l´Italia sia una navicella senza nocchiere. In preda ai marosi della speculazione ma anche a quelli dell´inabilità politica. Valutazioni, però, che per il Cavaliere non rappresentano un obbligo verso una svolta.
La sfiducia complessiva verso l´Europa si trasforma in casa nostra in una palese diffidenza. L´ultima manovra è stata sì approvata in tre giorni, ma è stata sostanzialmente giudicata insufficiente. Rinviando al 2013-2014 il pacchetto di misure più significativo ed escludendo provvedimenti per la crescita. Il segno che gli attuali equilibri politico-istituzionali non sono più in grado di sostenere l´emergenza. A meno di non voler colpevolmente accettare la recente profezia del premio Nobel Paul Krugman: «L´unica soluzione rimasta è fare default. E non solo da parte della Grecia». Un´evenienza di cui l´attuale governo si assumerebbe l´intera responsabilità.

da La Repubblica

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“Una mossa per arrivare all’autunno”, di Marcello Sorgi

Di fronte al nuovo lunedì nero della Borsa – la peggiore, quella italiana, in un quadro di difficoltà mondiale che neppure l’accordo Usa sul debito è riuscito ad arginare – Berlusconi ha rotto gli indugi e ha deciso di presentarsi in Parlamento mercoledì e di incontrare l’indomani le parti sociali, che lo avevano sollecitato la scorsa settimana con un documento molto duro e mirato a sottolineare l’inadeguatezza del governo alla gravità della situazione.

Con un orizzonte nero come quello di questi giorni, il premier non potrà certo fare miracoli, né parlarne, come faceva ai bei tempi. Ma la decisione di intervenire alle Camere, che ha sorpreso molti nel suo partito e ha contraddetto alcuni dei suoi più stretti collaboratori, che gli consigliavano prudenza, ha invece una logica precisa. A Berlusconi non è sfuggito che sia l’iniziativa delle parti sociali, Confindustria e sindacati in testa, sia quella della Lega, che per bocca di Calderoli ha proposto di rinunciare alle vacanze e mettere su una sorta di campus aperto alle opposizioni per studiare soluzioni per il Paese, avevano il chiaro obiettivo di spingere per un altro governo. D’emergenza, tecnico o istituzionale, non è questo il problema, dato che la scelta toccherebbe al Capo dello Stato. Più dichiaratamente le parti sociali, e un po’ meno il Carroccio (che tuttavia, da un esecutivo del genere non vorrebbe a nessun costo restare escluso) si erano mossi nella prospettiva che la crisi economica nel corso dell’estate non potrà che peggiorare, e che in autunno un Berlusconi già cotto a puntino alla fine dovrà arrendersi.

Va detto che questo è l’esatto contrario di quel che il medesimo Berlusconi ha in testa. Il Cavaliere ha accolto molto negativamente il documento delle parti sociali e le mosse dell’opposizione. S’è chiesto: ma come, proprio nei giorni in cui Tremonti, cioè il massimo responsabile della situazione economica italiana, rischia di precipitare negli abissi a causa dei suoi traffici personali, tutti ancora una volta vengono addosso a me? E, superata la rabbia per l’ultimo attacco che considera ancora una volta pregiudiziale, il premier ha deciso così di reagire. Qualsiasi cosa dirà mercoledì in Parlamento e giovedì alle parti sociali, il senso dei suoi prossimi interventi si può dunque anticipare già oggi: se pensate davvero di farmi fuori così, scordatevelo. In autunno, al massimo, se proprio volete un segno di cambiamento, vi darò la testa di Tremonti.

da La Stampa del 2 agosto 2011

"Chi ha paura delle scienze", di Antonio Gnoli

Luciano Maiani, Presidente del Cnr (ma il mandato è scaduto e si attende da un momento all´altro la nuova nomina), ha l´aria distesa, dopo le polemiche che hanno investito il suo ente. Davanti a un folto numero di ricercatori presenterà una pubblicazione (Highlights 2009/2010) nella quale sono stati raccolti qualcosa come 200 articoli – apparsi su riviste scientifiche internazionali – che mostrano lo stato della ricerca in Italia.
Un fiore all´occhiello che sembra smentire le tante preoccupazioni che investono la scienza italiana. Maiani ha anche vinto – insieme a Shaldon Lee Glashow e John Iliopoulos – l´European Physical Society (appena sotto il Nobel). Il riconoscimento internazionale gli è stato dato per una scoperta che risale ai primi anni Settanta: l´individuazione di un nuovo tipo di quark che arricchiva il mondo delle particelle: «Una nuova particella scoperta ci aiuta a capire meglio l´universo e le sue interazioni», osserva.
Ma per quanto riusciamo a conoscere sappiamo sempre troppo poco dell´universo. Non è frustrante per un fisico?
«Al contrario. C´è un´eccitazione che nasce dalla consapevolezza che l´universo è in larga parte inesplorato».
Quanto inesplorato?
«Moltissimo. Per gli effetti gravitazionali noi vediamo nell´universo una materia che non è fatta di atomi e che chiamiamo “materia oscura”. Essa compone circa il 90 per cento dell´universo. C´è tantissimo lavoro da fare».
Sembra la saga di Guerre stellari. Materia oscura non è la stessa cosa dell´antimateria?
«L´antimateria ci dice che ogni particella ha un carica elettrica opposta. Il protone, ad esempio, ha un antiprotone. Mentre la materia oscura è qualcosa di cui vediamo gli effetti gravitazionali, ma non abbiamo nessuna evidenza sperimentale».
E tutto questo lei lo ha affrontato quando è stato direttore del Cern di Ginevra?
«Fa parte del programma di ricerca. Ho diretto il Cern per cinque anni. Prima di me, gli unici italiani a ricoprire quel ruolo sono stati Edoardo Amaldi, che però aveva la carica di segretario generale, e Carlo Rubbia. Si è molto lavorato sullo sviluppo degli acceleratori».
Cos´è un acceleratore?
«È una macchina costruita per accelerare particelle da mandare a bersaglio. Macchine che si sono sviluppate dopo la Seconda guerra mondiale e poi, proprio qui in Italia, a Frascati, un fisico austriaco, ha inventato gli anelli di collisione. Cioè una macchina in cui due fasci di particelle si scontrano in volo e questo, per gli effetti della relatività speciale, permette di aumentare l´energia. Si tratta, in parole semplici, di ricreare le condizioni dopo il Big Bang».
Dopo il Cern, la presidenza del Cnr. Che situazione ha trovato?
«Sono al Cnr dal marzo del 2008 e ho trovato una rete scientifica molto qualificata. Non ci sono i picchi, per intenderci non c´è un nuovo Carlo Rubbia, ma la rete è solida. E il Cnr potrebbe essere al livello del Max Plank se non soffrisse di pesantezze burocratiche dovute a una legislazione che impone all´ente le stesse regole dei ministeri».
Con quali effetti?
«Non si possono fare missioni e spendere soldi se non attenendosi a procedure estenuanti. Se, per esempio, devo invitare un ricercatore americano, anche per un contratto a termine dovrò chiedere al Ministero l´equipollenza del suo titolo di studio con i nostri. Il Ministero mi risponde dopo sei mesi, nel frattempo quello si è trovato un altro posto. Oppure, se voglio avere qualcuno da fuori per condurre un seminario, devo certificare che nessuno in Italia è in grado di fare quel seminario. Come faccio a convincere la Corte dei Conti che non c´è nessuno al Cnr che può tenere quel tipo di conferenza? Non parliamo delle assunzioni. Complicatissime. E poi c´è la politica con le sue ingerenze. Spero che i governi capiscano che devono fare un passo indietro. Da un po´ siamo preda di un dirigismo invasivo».
Si dice che l´eccesso di controllo da parte della politica abbia depresso la ricerca italiana.
«Ricercatori bravi continuano ad esserci. Il punto è quanto resisteranno. Negli anni Sessanta, quando mi sono laureato, la situazione era diversa. La scienza, come ricerca fondamentale, era considerata dalla società un elemento propulsore. Oggi è vista con sospetto. Come se potessimo tornare a un mondo pastorale privo di tecnologia. Siamo quasi 7 miliardi di persone come si fa a gestirle con poca o senza tecnologia?».
Il problema è anche la responsabilità che l´uso delle tecnologie richiede. Ci sono macchine avanzatissime, come i droni, che portano la morte.
«I droni li facciamo anche noi per l´esplorazione sottomarina, per raggiungere profondità o luoghi in cui l´uomo non può andare. È come con l´automobile. Posso utilizzarla per investire sistematicamente i passanti, oppure per viaggiare. Non ci sono dei grandi problemi. Semmai li vedo sul fronte delle scienze della vita. Qui ci può essere un limite tra lecito e illecito».
È ragionevole che la politica metta delle regole?
«Ci sono dei casi, come la questione nucleare, in cui la scienza non va d´accordo con i dettami della politica. Io credo che sia un´energia sicura. Molti pensano il contrario. La società ha tutto il diritto di difendersi dai rischi, anche se sono più percepiti che reali».
Su cosa la ricerca italiana oggi è avanzata?
«In generale le neuroscienze sono una frontiera importante. È un settore in cui le conoscenze possono avere decisive applicazioni. Mentre, che so?, la caccia al bosone di Higgs, non darà luogo a nessuna applicazione. In ogni caso, anche nell´ambito della fisica della materia stiamo esplorando cose che potrebbero dar luogo a vere rivoluzioni. L´impiego di calcolatori che usano effetti quantistici, le nanotecnologie, le cellule staminali, la robotica: sono tante le ricerche avanzate, sulle quali il Cnr è impegnato in prima linea».
Quanta gente lavora nel suo ente?
«Il volume complessivo è di circa 11 mila persone di queste un po´ più della metà è personale di ruolo».
Si è polemizzato sui vostri bilanci, accusandovi di averli un po´ truccati.
«Tutto è nato da un articolo apparso sul Corriere della Sera, al quale ho risposto chiedendo anche i danni. Perché gli ispettori non hanno mai detto che noi trucchiamo i bilanci, bensì che soffriamo di un regolamento troppo conservativo che richiede nel corso dell´anno molte variazioni di bilancio».
Quante variazioni?
«Circa diecimila. Al Cnr arrivano annualmente 600 milioni di euro. Il resto dei soldi lo trova concorrendo a contratti e bandi europei. Quindi quando un direttore fa il bilancio previsionale dell´anno successivo, non sa quante di queste domande andranno a buon fine. E non può metterle a bilancio perché potrebbe spendere gli importi e sarebbe un modo per far affondare la nave. Ora abbiamo introdotto bilanci trimestrali e una normativa più duttile».
A che punto sono le nuove nomine?
«Dovrebbero essere imminenti».
C´è un´altra polemica che ha coinvolto il suo vicepresidente Roberto De Mattei, il quale sostiene posizioni molto antiscientifiche. Com´è la vostra convivenza?
«Normale. Data la posizione che occupa poteva essere più cauto nelle dichiarazioni».
Esternare sulla Bibbia, sul castigo divino, su Dio all´origine del mondo non è troppo per un vicepresidente che dovrebbe essere un´emblema della ricerca scientifica?
«C´è la libertà di parola e forse la non opportunità di dire certe cose. Di teologia non mi occupo. Sul creazionismo dissento scientificamente».
Proprio sul creazionismo De Mattei organizzò un convegno al Cnr. Mi conferma che gli atti di quel convegno furono pubblicati da una casa editrice con una sovvenzione del Cnr?
«Fu un´iniziativa privata. Noi non rifiutiamo mai le aule che ci vengono chieste. Per quel convegno vennero da diverse parti d´Europa e a spese loro professori invitati da De Mattei. Voleva raccogliere delle opinioni antidarwiniane e farne una pubblicazione. Effettivamente la casa editrice chiese al nostro ufficio edizioni un contributo che fu concesso per una cifra di poco inferiore ai diecimila euro. Io non l´avrei fatto, ma i dirigenti hanno una loro autonomia».
Lei capisce che non è tanto un problema di cifra quanto una questione simbolica.
«È vero. Ma come disse il Re di Spagna Alfonso XIII a proposito del sistema tolemaico: se Dio mi avesse consultato l´avrei fatto diversamente».

da La Repubblica del 2 agosto 2011