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"Ora il premier deve dimettersi", di Ezio Mauro

I mercati danno la caccia all´Italia. È una doppia fragilità quella che espone il nostro Paese. La prima è strutturale, con un debito pubblico enorme e una manovra finanziaria che non prevede misure per la crescita ma taglia soltanto – con un segno di classe – aumentando le imposte, deprimendo consumi e investimenti e spostando ad un futuro incerto gli interventi decisivi. La seconda è politica, con la liquefazione della leadership di Silvio Berlusconi che palesemente non guida più né il governo, né la maggioranza né il Paese, oggi in balia dei venti come non è mai stato nemmeno nei momenti peggiori della prima Repubblica.
I mercati giudicano le debolezze e ne traggono profitto. Il premier è di fatto commissariato dall´autorità dell´Unione Europea, del Quirinale e di Bankitalia, con l´obbligo di varare una manovra che non voleva, che ha avversato e che ha votato contestandola. In mezzo alla tempesta della speculazione, il presidente del Consiglio non è stato in grado di spendere una parola di credibilità e di governo, si è preoccupato soltanto di chiedere l´impunità per l´onorevole Papa, il membro del suo partito su cui pende una richiesta di arresto per concussione e favoreggiamento.
Per tutte queste ragioni, per gli scandali che lo circondano, per le lotte interne ad una maggioranza costruita con la compravendita di parlamentari, Berlusconi è oggi un chiaro elemento di debolezza di un Paese fortemente a rischio: lo ha sottolineato la stampa europea, lo ripetono gli analisti finanziari, lo certificano i sondaggi.
Alla responsabilità dell´opposizione, che ha consentito il varo della manovra a tempo di record, deve corrispondere la responsabilità della maggioranza. Si prenda atto che il Paese non è governato in un passaggio pericoloso, quando serve uno sforzo congiunto che non si può realizzare attorno a questo esecutivo, e se ne traggano le conseguenze. Berlusconi può fare finalmente qualcosa di utile per l´Italia: dimettersi, al più presto.

La Repubblica 19.07.11

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“Il Cavaliere: vado avanti e Bossi è con me”, di Carmelo Lopapa

Il lungo sfogo iniziale non intenerisce più di tanto il capo dello Stato. «Presidente, è un attacco alla mia persona: nuove inchieste, nuovi processi, la condanna sul lodo Mondadori. Fanno di tutto per colpire il mio governo, vogliono impedirmi di governare» lamenta Silvio Berlusconi poco dopo il rintocco di mezzogiorno.
Al suo fianco, nello studio alla Vetrata, c´è Gianni Letta. Il presidente Napolitano ascolta in silenzio. Non annuisce. La «persecuzione giudiziaria» ai danni del premier non è all´ordine del giorno del vertice al Quirinale. A Milano, in quelle stesse ore, la borsa ripiomba in un lunedì nero foriero di cattivi auspici per la tenuta dei conti e l´efficacia della manovra appena approvata.
Non è tempo certo per far partire la giostra del toto-ministri. Il rimpastino immaginato viene presto congelato e rinviato. Con buona pace del neo segretario Pdl Angelino Alfano che avrebbe preferito lasciare fin d´ora il ministero. Il Cavaliere ci prova, si presenta al Colle con una «rosa di nomi», fa presente che la Lega «rivendica per il suo Reguzzoni, attuale capogruppo, la poltrona delle Politiche comunitarie» lasciata da Ronchi. Poi scopre le sue carte. «Per la Giustizia avrei pensato di spostare eventualmente un ministro: «Frattini, oppure Gelmini, oppure Brunetta». Ma Napolitano lo stoppa subito, avvertendo che «in questo momento non è il caso di spostare ministri», la semplice sostituzione diventerebbe un rimpasto più ampio. Il premier torna alla carica: «Allora ci sarebbero dei deputati, come Lupi, Donato Bruno, La Loggia, Nitto Palma oppure un tecnico, come Carlo Nordio». I nomi spesi saranno otto. Il Quirinale invita alla cautela, a soprassedere, a riflettere meglio alla ricerca di «una figura di più alto profilo» e di comunicarla quando sarà «pronta». Perché al momento l´inquilino di Palazzo Chigi ha fatto di tutto per non formnire una soluzione praticabile. Tutto lascia presagire che se ne riparlerà alla ripresa di settembre. In fondo, raccontano in casa Pdl, è quel che sperava Berlusconi, per nulla interessato ad assecondare la richiesta di Alfano per sostituirlo in via Arenula.
Il momento è grave, il presidente Napolitano pensa ad altro, in quell´ora di colloquio esprime tutta la sua preoccupazione e chiede conto al premier della stabilità del governo. Vuol sapere se il vascello è in grado di affrontare la tempesta. La Lega è alleato ormai sempre più inquieto, dal voto sull´arresto di Papa al decreto sull´emergenza rifiuti a Napoli, il sostegno del Carroccio è ondivago. Il presidente della Repubblica è piuttosto preoccupato delle sorti di quest´ultimo provvedimento. Berlusconi garantisce: «Alla fine, riuscirò a convincere Bossi e la Lega tutta della necessità della coesione, sulla vicenda Papa come sui rifiuti, tanto più in un momento così delicato». Questione che in effetti, in serata, sarebbe poi stata la portata principale della cena di Arcore tra lo stesso Cavaliere, il Senatur e Calderoli.
L´inquilino del Quirinale vola più alto. I titoli italiani sono tornati sotto attacco, la situazione finanziaria è assai complessa, i premier dell´area euro si riuniranno in via straordinaria giovedì. «Il risanamento a questo punto è legato alle misure di crescita» è la ricetta dettata dal presidente della Repubblica. Musica per le orecchie di Berlusconi, convinto che le misure che favoriranno la crescita dovranno passare attraverso il taglio delle tasse e una riforma del fisco per adesso finita nel freezer. Detto questo, il presidente del Consiglio ringrazia Napolitano per l´impegno profuso per consentire l´approvazione in tempi record della manovra in aula, col concorso responsabile delle opposizioni. «Questo è il metodo che possiamo perseguire nel prosieguo della legislatura – spiega il premier Berlusconi – Soprattutto per aprire una fase di riforme». Il vento anti-casta che monta fuori dal Palazzo esige svolte radicali, Calderoli per conto del governo ha già una bozza di revisione costituzionale. Ma il monito del capo dello Stato a questo punto è perentorio: «Il dialogo con le opposizioni va coltivato, ma anche nel merito dei provvedimenti». Come dire, a differenza di quanto avvenuto con la manovra (ritoccata appena), se si vuole aprire al confronto, lo si dovrà fare prima che un progetto di legge o di riforma venga stilato e presentato in aula. Un rospo difficile da ingoiare per un Cavaliere intenzionato ancora a giocarsi il rilancio del governo e della sua stessa immagine senza confondersi con gli avversari.
Un rilancio che, a suo dire, dovrebbe passare anche attraverso un mini rimpasto di governo.

La Repubblica 19.07.11

"Ue e Italia due debolezze fanno una crisi", di Stefano Lepri

L’ intreccio tra debolezza politica dell’Italia e debolezza politica dell’Europa rischia di provocare un cataclisma di portata storica. La speculazione al ribasso che ieri si è abbattuta di nuovo sui nostri titoli di Stato e sulla nostra Borsa non rappresenta tanto un giudizio negativo sulla manovra economica appena approvata, quanto una scommessa su questa nefasta combinazione di due crisi.

I mercati finanziari scatenano la loro inquietante potenza contro l’Italia perché ritengono che, indebolita abbastanza, possa causare una rottura dell’euro.

Certo la nostra manovra economica poteva essere migliore, meno fondata su aumenti di tasse e meno rimandata alla successiva legislatura. Ma in queste ore si tratta d’altro. Se è servita a poco perfino la novità assoluta di un voto del Parlamento a tempo di record, è perché l’Italia viene usata, per dirla in gergo, come proxy (sostituto) per puntare su una crisi generale dell’euro. L’Italia è un mercato grande, liquido; nei mesi scorsi era risultato difficile smuoverlo, ora che si agita la speculazione vi si getta in massa.

Così pure sono colpite in Borsa le nostre banche, benché gli stress test abbiano dimostrato che sono abbastanza solide e poco esposte – al contrario di quelle francesi e tedesche – verso la Grecia.

Certo nei guai ci siamo finiti per ragioni tutte nostre. Che l’Italia fosse un Paese poco dinamico, sull’orlo di un possibile declino storico, si sapeva già; ma i processi lenti, epocali, ai mercati finanziari interessano poco. A scatenare il pandemonio è stata la percezione che il nostro governo non fosse in grado di reagire con efficacia commisurata agli eventi; e che l’instabilità politica possa durare a lungo anche dopo una sua eventuale caduta. In una prima fase, le vendite di titoli italiani non si potevano definire speculative; era una reazione normale, di investitori normali, alla diminuita fiducia nel Paese.

Una volta che i tassi di interesse sul nostro debito hanno cominciato a salire, la speculazione si è allertata. Ha interagito la crisi dell’euro: la fragilità dimostrata dall’unione monetaria fa sì che una volta saliti i tassi è difficile che ridiscendano. E se il differenziale di tasso di interesse con la Germania rimanesse per anni sui livelli attuali, il debito pubblico italiano non riuscirebbe a scendere mai. A sua volta, la prova che l’Italia poteva essere contagiata ha cambiato gli scenari della crisi dell’euro. Grecia, Irlanda e Portogallo pesano solo per il 6% circa nel prodotto lordo dell’intera unione monetaria. Aggiungendo l’Italia e la Spagna, si arriva invece a un terzo.

In queste ore c’è da salvare l’Europa. I guai dell’Italia non sono certo risolti, ma necessitano di soluzioni solide e progettate con calma. Il tempo per affrontarli ce lo può dare solo una soluzione alla crisi europea. Occorre che l’area euro trovi strumenti in grado di dare fiducia che le crisi dei Paesi deboli saranno risolte. In vista del vertice di giovedì, diverse ipotesi circolano. Peccato che il problema principale non sia tanto stabilire chi paga, quanto che cosa si potrà dare a intendere agli elettori a proposito di chi paga.

Al di là delle soluzioni tecniche – soprattutto quel potenziamento del Fondo di salvataggio europeo, l’Efsf, che da mesi la Germania intralcia benché sia un tedesco a dirigerlo – occorre una prova di solidarietà. Le interdipendenze dentro l’area euro sono nei fatti. Se i cittadini di ogni Paese si sentono in balia delle scelte sbagliate fatte dalla politica di altri Paesi, a un certo punto sarà inevitabile che prevalga la voglia di tagliare i legami. Negli ultimi anni, si è preferito affidare l’Europa ai rapporti tra governi piuttosto che a organismi comuni (tranne la Bce, unica istituzione federale): il risultato è desolante, ma non possono essere che i governi stessi a rimediare. Speriamo che ce la facciano, e presto.

La Stampa 19.07.11

"Ticket, Italia divisa. Ma undici Regioni si ribellano", di Bianca Di Giovanni

È positiva e va estesa la decisione i alcune regioni di congelare l’applicazione dei superticket da dieci euro: ora il governo li abolisca». Così interviene il segretario confederale della Cgil Vera Lamonica. Per la sindacalista « non si può scaricare sui cittadini il peso diuna misura iniqua e punitivamanon è giusto, né potrà reggere a lungo, affidare la soluzione alle singole Regioni che sono già duramente colpite dai tagli della manovra ». Insomma, la «questione sanità», che poi è questione sociale, continua a tenere banco a quattro giorni dal varo definitivo dell’ultima stangata. La maggior parte dei governatori (almeno 11) ha già deciso di ribellarsi alla decisione dell’Economia, a costo di altri tagli al bilancio. Tra gli altri, il dibattito è aperto su un eventuale ripensamento. «Siamo tra Scilla e Cariddi – spiega Roberto Formigoni – Confermo che stiamo cercando di trovare una soluzione. Ricordo che il ticket è stato introdotto per legge, nella manovra, e quindi o sono i cittadini a pagarlo o dovremo togliere fondi da un altro capitolo e dunque offrire meno servizi». Traspare imbarazzo dalle parole di Roberto Cota. «per ora stiamo facendo le nostre valutazioni», dichiara il presidente del Piemonte.

ITALIA DIVISA Insomma, l’Italia resta spaccata in tre, tra chi ha già deciso di evitare l’«obolo», chi lo ha sospeso e chi è stato costretto a introdurlo, per mancanza di alternative. Tra queste ultime, Liguria, Lombardia, Calabria e Basilicata. Anche nel Lazio il pagamento è stato introdotto, ma a macchia di leopardo solo in alcune Asl. La governatrice Renata Polverini ha annunciato l’intenzione di alzare le fasce di esenzione. Nel tardo pomeriggio è partita una circolare dall’assessorato pugliese alle Asl per l’introduzione dei ticket che scatterà da oggi, così come per le Marche. Dall’altra parte cresce il fronte delle Regioni che hanno detto no all’aggravio di spese sanitarie per i cittadini, fronte che si rafforza con l’ingresso di altre regioni nel gruppo di quelle alla ricerca di soluzioni alternative. Febbrili gli incontri negli uffici degli assessorati regionali, anche in preparazioni della riunione prevista per domani con il ministro della Salute Ferruccio Fazio. E di fronte agli sportelli delle Asl non sono mancate le proteste dei cittadini per i quali è scattato l’aumento di 10 euro per la specialistica e la diagnostica e 25 per i codici bianchi di pronto soccorso. Intanto con l’aumento della contribuzione alla spesa chiesto ai cittadini, si assottiglia la differenza fra quanto pagato in una struttura pubblica o in una privata per lo stesso esame o visita specialistica. Inoltre in molte Regioni dove il ticket da pagare in pronto soccorso per i codici bianchi già si applicava, a prescindere dall’inserimento del provvedimento in manovra economica, gli stessi codici sono notevolmente diminuiti, al punto che a pagarli «sono solo il 30%» rispetto a prima. Congelare il ticket sanitario «è una buona scelta», per il segretario Cisl, Raffaele Bonanni, che ha lodato l’’Emilia Romagna, tra le prime a pronunciarsi sul ticket.

L’Unità 19.07.11

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“Sanità con 12 mila medici in meno primi a sparire: anestesisti e rianimatori”, di Luisa Grion

Giovedì gli stati generali delle associazioni di categoria per fare fronte comune. Già in difficoltà i nosocomi più importanti come il Cardarelli di Napoli. Non è solo questione di ticket da versare: le misure che, con la manovra, il governo ha introdotto sulla sanità sono destinate a produrre un taglio netto anche nel numero di medici a disposizione del servizio nazionale e quindi nell´offerta ai cittadini. Per risanare i conti dello Stato è infatti previsto che le amministrazioni pubbliche continuino nel blocco del turn over, tanto più se stiamo parlando di regioni già sottoposte al piano di rientro della spesa sanitaria (per le quali è prevista solo una contestatissima deroga a favore dei primari). La misura, secondo le proiezioni effettuate dallo Smi, (sindacato medici italiani) si tradurrà nella riduzione nel 2014 del 10% dei medici del servizio sanitario: 12 mila unità in meno rispetto agli attuali 120 mila.
«Il blocco del turn over dettato dai piani di risanamento riguarda Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Liguria, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia, regioni che nel complesso hanno un bacino d´utenza di 32 milioni di cittadini e fanno riferimento ad un corpo medico dirigente di circa 60 mila unità» spiega Gianfranco Rivellini, responsabile per la dirigenza medica dello Smi e psichiatra all´ospedale di Mantova. Ora, «se leggiamo assieme le previsioni sul blocco del turn over e i picchi di pensionamento che la categoria subirà nell´immediato futuro, le conseguenze della mancata copertura saranno devastanti». Da qui al 2015 – secondo uno studio del sindacato ospedaliero Anaao-Assomed – si verificherà infatti un picco di uscite di medici dalle corsie (per via della concentrazione anagrafica di nati negli anni Cinquanta). «Non si può dire che la qualità dei servizi possa subire un crollo del 10 per cento – precisa Rivellini – ma se non si riforma il sistema della specialistica di base e delle cure primarie, il taglio di presidi territoriali che la necessità di produrre risparmi ci richiede si tradurrà in Pronto soccorso che scoppiano e più lunghe liste d´attesa». L´emergenza è denunciata da tutte le associazioni di categorie: per giovedì prossimo, la ventina di sigle che la rappresentano ha indetto gli Stati generali per fare fronte comune conto i tagli dettati dalla manovra (8 miliardi) e il blocco della contrattazione. «Non solo, qui si tratta di riflettere sul destino del servizio sanitario» avverte Costantino Troise, segretario nazionale di Anaoo-Assomed «ci sono alcuni casi, come quello della Campania, dove la situazione è esplosiva: escono dalle corsie 4 mila medici all´anno e da quattro anni non si indicono concorsi, le voragine vengono coperte con medici precari sui quali nessuno fa formazione o aggiornamento».
Fra i casi limite che Anaao segnala vi è il San Camillo di Roma dove, grazie al taglio dei posti letto e alla scarsità di personale medico, nel 2010 oltre 2 mila persone hanno aspettato in barella più di 24 ore al Pronto soccorso. Al Cardarelli di Napoli, il più grande nosocomio del Mezzogiorno, i sindacati denunciano «turni massacranti e preoccupazione per la salute dei pazienti». Ma gli effetti dei tagli sono visibili anche nelle strutture più piccole: la Fp-Cgil medici fa sapere che nel Pronto soccorso di Fratta Maggiore, dei 24 medici previsti dall´organico in servizio ce ne sono solo 12. A Palermo il sindacato denuncia insufficienze del 10 per cento in tutte le principali strutture. «Questa non è una manovra – commenta il segretario Massimo Cozza – ma una picconata alla sanità pubblica».
E se la carenza è generale ci sono categorie dove i buchi sono più profondi che altrove. «La carenza di anestesisti e rianimatori sta creando seri problemi in diversi ospedali – racconta Vincenzo Carpino di Aaroi-Emac, sigla della categoria – ne mancano già 3.500, di cui 2.200 nelle Regioni che subiranno sicuramente il blocco, dai 500 del Lazio ai 350 della Sicilia. La manovra in questo caso rischia di essere davvero pericolosa».

La Repubblica 19.07.11

"Donne e lavoro, una via "rosa" per far uscire il paese dalla crisi", di Luisa Grion

Se loro lavorassero, nelle famiglie ci sarebbero più soldi e più figli. Se invece di dedicarsi solo alla casa le donne tirassero fuori dal cassetto diplomi e lauree, l’Italia potrebbe farcela prima e meglio. Non è più solo una questione di pari opportunità e non lo dicono solo le femministe. E’ questione di ripresa economica e lo dice Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e futuro presidente della Bce.
Le sue parole («la scarsa partecipazione del femminile al mercato del lavoro è un fattore cruciale di debolezza del sistema» ha denunciato nelle ultime Considerazioni) puntano il dito su un problema che l’Italia ha da sempre, ma che non ha mai preso sul serio. ui le donne che lavorano sono una minoranza: nel primo trimestre 2011 i dati Istat segnalano una occupazione femminile ferma al 46,4 per cento, in Europa peggio di noi fa solo Malta. Il Nord, con il suo 56,8 per cento, è vicino alla media Ue; il Sud con un risicato 30,3 ci porta indietro nel tempo, quando si pensava che è meglio che la donna stia a casa.
Non trovano lavoro le signore e meno ancora le loro giovani figlie, visto che i picchi delle disoccupazione femminile si trovano nella fascia fra i 15 e 24 anni: il tasso medio è del 32,5 per cento, ma nel Mezzogiorno si tocca la vetta del 46,1. Quasi la metà delle giovani donne del Sud non ha nemmeno un euro di reddito proprio. E quando poi trovano lavoro, le retribuzioni (lo ha ricordato Draghi stesso) a parità di istruzione ed esperienza sono del 10 per cento più basse di quelle dei colleghi maschi. Quanto alle carriere, per sbloccarle si è dovuto ricorrere ad una legge: a fine giugno, per favorire la crescita femminile è stato varato un testo che obbliga le società quotate in Borsa ad aumentare la presenza delle donne nei cda e negli organismi di controllo (le cosiddette «quote rosa»).
Con queste tendenze e mancanze l’Italia si misura da sempre, anche se la crisi ha bloccato quella che comunque sembrava una lenta ripresa (fra il 1993 e il 2007 l’occupazione femminile era aumentata di dieci punti). La novità è che non possiamo più permetterci di sprecare tanta potenzialità. «Il fattore D» come recita il titolo di un libro di Maurizio Ferrara (Mondadori 2008) è decisivo nella crescita perché garantisce più ricchezza alle famiglie «e dà un forte impulso allo sviluppo di una moderna economia di servizi».
Il lavoro delle donne, insomma, genera altro lavoro, e aumenta le possibilità di mantenere più figli. Ecco perché l’Italia, paese delle mamme a casa, ha una demografia a crescita zero, mentre in Francia gli incentivi fiscali a vantaggio delle famiglia e del lavoro femminile hanno fatto esplodere le nascite.
E’ ormai universalmente riconosciuto che proprio questo è lo snodo centrale: i servizi sociali sono scarsi e le femmine che lavorino o meno fuori casa tappano i buchi. «Il vero guaio è che il welfare all’italiana si chiama donna commenta Emma Bonino, leader radicale e vicepresidente al Senato se le percentuali del lavoro femminile sono patetiche è perché alle donne, in fondo, ancor oggi si chiede altro: che assistano vecchi, bambini e disabili, per esempio». Quindi «la strada per liberare le risorse delle donne passa attraverso i sostegni alla conciliazione fra la vita lavorativa e familiare. E su questo tema non ci siamo per niente».
Spariscono, infatti, anche i soldi già stanziati: è il caso del «tesoretto» da 4 miliardi di euro nato dai risparmi generati dall’innalzamento dell’età pensionabile delle donne del settore statale. La Bonino, grazie anche all’appoggio di esponenti della maggioranza, aveva ottenuto che tale cifra fosse investita in politiche sociali e familiari. «Ma l’ottica del bilancio si è rimangiata tutto: quelle somme sono state utilizzate per tappare il buco nei conti dello Stato. Nobile causa, certo, ma ci hanno scippato la possibilità di avviare una riforma strutturale e un patto generazionale: madri che lavorano più a lungo pur di garantire gli asili nido ai nipotini».
Ma non solo, spiega la Bonino: con il maxiemendamento voluto dal governo la scorsa settimana per blindare la manovra di risanamento si è fatto anche peggio. «Se la riforma del fisco non produrrà effetti saranno tagliati prima del 5 e poi del 20 per cento tutte le agevolazioni. Da quelle per gli asili nido a quelle a vantaggio dell’assistenza familiare: invece di investire sulla crescita si toglie quel poco che c’è».
Stessa linea per Valeria Fedeli, leader dei tessili della Cgil. «Si pensa ancora che il welfare sia assistenza: non è vero è infrastruttura. Per incentivare l’occupazione femminile servono aiuti alle imprese che assumono le donne e che le riportano al lavoro dopo la gravidanza, ma è obbligatorio passare attraverso gli investimenti sui servizi sociali». La crisi, racconta, «ha invece prodotto una pericolosa regressione»: quando «si discute di riorganizzazioni aziendali si dà ancora per scontato che le donne preferiscano lasciare perché tanto hanno altro da fare».
Il caso della MaVbdi Inzago, nel milanese, è emblematico: la Fiom ha denunciato che, al momento della ristrutturazione, l’azienda (che produce motori elettrici per condizionamento) aveva pensato di licenziare solo le donne perché tanto «possono andare a casa a curare i bambini». I vertici dell’impresa si sono difesi negando, ma la questione spiega la Fedeli «non ha prodotto quella reazione di massa che ci saremmo aspettati».
Anche secondo l’Istat siamo a rischio regresso: lo si vede anche dal numero delle donne costrette a lasciare il lavoro dopo la nascita di un figlio e dal ritorno del fenomeno delle dimissioni firmate in bianco al momento dell’assunzione. Fra il 2008 e il 2009 ottocentomila madri hanno ammesso che, nel corso della loro vita lavorativa, sono state licenziate o messe nelle condizioni di doverlo fare in seguito ad una gravidanza. Il monito di Draghi arriva al momento giusto: serve una svolta.
Sul come arrivarci Alessandra Servidori, Consigliera nazionale di Parità che opera in raccordo con il ministero della Carfagna e quello di Sacconi, ha un approccio pragmatico: «E’ inutile sperare in risorse dalla manovra dice i soldi non ci sono, bisogna sfruttare al meglio quello che c’è». Si spiega: «Cominciamo con il precisare che negli anni della crisi il lavoro femminile non è aumentato, ma ha tenuto. Anzi, per quanto riguarda l’imprenditoria i dati Unioncamere ci dicono che nell’ultimo anno le aziende guidate da donne sono aumentate dell’1 per cento». Ora, assicura, l’unica possibilità è ripartire dagli strumenti che abbiamo in mano: «Le regioni, per esempio, possono investire quote del Fondo sociale europeo in attività di sostegno al reddito familiare, ci sono anche i fondi Inps e Inail. Le parti sociali possono utilizzare il salario di produttività per incentivare conciliazione e flessibilità. Non è teoria, è pratica: abbiamo appena avviato un Osservatorio sugli accodi territoriali che seguono questa strada, i casi sono tanti ed è ora di farli conoscere. Si va dai contratti della Ferrero a quelli della Lega delle Cooperative. E poi non dimentichiamo che il Collegato lavoro ha ridato la possibilità di utilizzare, solo per le donne, i contratti di inserimento e le sue facilitazioni fiscali».
In realtà sempre in tema di incentivi fiscali c’è chi pensa ad una via più drastica. Tito Boeri e Francesco Figari, economisti de Lavoce.info propongono di abolire la detrazione fiscale per coniuge e altri familiari a carico, figli esclusi, e di introdurre invece un credito d’imposta per le retribuzioni più basse: l’obiettivo è di sostenere il reddito delle famiglie incentivando la partecipazione al lavoro, delle donne in particolare. Ridurrebbe la povertà, soprattutto fra le madri sole.

Affari e finanza (La Repubblica) 17.07.11

"Il blocco degli scatti", di Osvaldo Roman

Proroga fino al 31 dicembre 2014 delle disposizioni in materia di scatti stipendiali: per il governo i tre anni di servizio 2010, 2011, 2012 non esistono più. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze con la circolare n. 12, emanata ad aprile e resa nota a giugno, interpreta la legge 122 del luglio 2010, quella che ha bloccato contratti e anzianità nel settore della scuola e, in forme diverse, nel resto del pubblico impiego.
A pag. 9 della suddetta circolare si afferma:
“L’art. 9, comma 23, primo periodo, stabilisce che per il personale docente, amministrativo, tecnico ed ausiliario (ATA) della Scuola gli anni 2010, 2011 e 2012 non sono utili ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti.
Ferma restando la non utilità ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici dell’intero triennio 2010/2012, si evidenzia comunque la possibilità di intervenire sugli effetti della norma in esame ai sensi del combinato disposto di cui all’art. 8, comma 14, e all’art. 9, commi 1 e 23, ultimo periodo, del decreto legge in esame, come modificato in sede di conversione”.

E’ dunque evidente che per il governo i tre anni di servizio 2010-2011 e 2012 non esistono più!
Sorprende il silenzio di quelle organizzazioni sindacali che avevano sinora sostenuto, e fatto sostenere da tutti i media, l’esatto contrario.
Non stupisce che dalla medesima parte non si siano sollevate proteste o richieste di chiarimento quando si è saputo che il Decreto legge n. 98/2011, convertito dalla legge n.111del 15 luglio 2011, all’articolo 16, comma 1 lettera b) stabilisce “la proroga fino al 31 dicembre 2014 delle vigenti disposizioni che limitano la crescita dei trattamenti economici anche accessori del personale delle Pubbliche Amministrazioni previste dalle disposizioni medesime.”

La formula adottata, (“disposizioni vigenti”), senza un’esclusione esplicita della scuola, è significativamente oscura per essere un testo legislativo. Non è un caso che lo stesso Ufficio Studi della Camera nell’interpretarla abbia richiamato, in un suo Dossier, tutti i commi dell’art. 9 tranne il comma 23 che riguarda la scuola. Un’analoga omissione è stata operata da parte di tutta la stampa, specializzata o meno. Non era infatti facile interpretare il blocco degli scatti prolungato fino al 31 dicembre 2014 come una disposizione che potesse riguardare anche il personale della scuola.
Vediamo cosa potrebbe significare tale eventualità.

Il comma 23, a differenza delle altre disposizioni previste dall’articolo 9 per il personale pubblico contrattualizzato o meno, come confermato dalla Circolare n.12 del MEF, cancella dalla carriera economica il valore giuridico di tre annualità (2010-2011-2012) ma consente il pagamento degli scatti maturati in questo periodo. In questo quadro interpretativo cosa può significare per il milione di dipendenti della scuola la norma richiamata del Decreto legge n.98 che proroga fino al 31 dicembre 2014 le vigenti disposizioni che limitano la crescita dei trattamenti economici?

Per tentare di dare una risposta a tale interrogativo esaminiamo con un minimo di dettaglio come è stato applicato il comma 23:
• la legge n. 122 del 2010, art.9- comma 23, ha cancellato, per circa un milione di dipendenti, docenti ed ATA, la validità giuridica ai fini della carriera economica degli anni di servizio 2010,2011,2012; la relazione tecnica al disegno di legge di trasformazione del decreto legge n.78/10 quantificava in 18,7 miliardi di euro tali tagli per i successivi quaranta anni;
• le modifiche introdotte dal governo al comma 23 nel corso della conversione parlamentare del Decreto, come è chiaramente confermato dalla Circolare n.12/2011, non hanno cambiato tale contenuto normativo limitandosi a indicare una copertura finanziaria già in bilancio(il 30% dei tagli derivanti dalla riduzione degli organici inizialmente destinato al merito) al fine di garantire il solo trattamento economico derivante dagli scatti maturati nel triennio;
• a tale bisogna, per l’anno 2011,(con i fondi immessi nel bilancio 2010) ha provveduto il D.I. n 3 del 14 gennaio 2011;
• il governo ha smentito dunque, con la C.M n.12, quanto finora sostenuto dalle organizzazioni sindacali “più responsabili” che hanno condiviso tali scelte riguardo al fatto che tale cancellazione giuridica sarebbe stata progressivamente rimossa dai Decreti ministeriali che per quei tre anni saranno chiamati, consentendolo le disponibilità previsionali, a retribuire gli scatti maturati;
• infatti nella Decisione di finanza pubblica 2011-13 tali tagli, indicati rispettivamente alla Tabella 2.10 in 320, 640, 960 milioni di euro, risultavano come componenti del saldo primario;
• inoltre risulta significativa al riguardo la conferma, riportata nel DEF 2011, che i tagli apportati dal comma 23 dell’art.9 della legge 122/2010 effettivamente incidono sul saldo primario, come riportato nella Tavola VI.I della medesima Sezione I: per 418 milioni di cui 320 della scuola nel 2011, per 812 mln (640) nel 2012, per 1124mln (960) nel 2013.

Dunque non si può sostenere che quel “fino al 2014” si possa considerare assimilabile alle modalità di trattazione degli anni 2010, 2011 e 2012 che hanno consentito e consentiranno il pagamento degli scatti maturati durante gli anni 2011, 2012 e 2013. Non si può sostenere che anche gli anni 2013 e 2014 risultino giuridicamente soppressi realizzandosi in tal modo quella “proroga fino al 31 dicembre 2014 delle vigenti disposizioni che limitano la crescita dei trattamenti economici”. Ciò se non altro perché non sussistono le disponibilità finanziarie per garantire il pagamento degli scatti maturati nel 2013 e nel 2014. Infatti le risorse di 320, 640, 960 milioni di euro utilizzate nel triennio 2011-13 relative a quel 30% indicato al comma 9 dell’art. 64 della legge 133/2008 esauriscono totalmente quel fondo configurandosi come una spesa a regime a pari degli scatti che retribuiscono. Non vi sarebbero quindi le risorse per una analoga copertura degli scatti maturati negli anni 2013 e 2014.

Scartata, per tale mancata disponibilità finanziaria, l’ipotesi che la nuova norma riproduca l’effetto della precedente restano solo due ipotesi. O che si intenda applicare alla scuola lo stesso trattamento degli statali, congelamento delle retribuzioni riguardanti gli scatti senza l’abolizione del valore giuridico delle corrispondenti annualità di servizio, oppure che la norma non si applichi al personale della scuola.
La legge non indica quale delle tre ipotesi sopraindicate potrà essere applicata. Una volta chiarita la questione rimarrà comunque la certezza che il nuovo scalone sarà conseguito con tre anni di ritardo.

Sicuramente tali tagli alle retribuzioni dei docenti e degli ATA uniti a quelle che i regolamenti adottati come schemi (ma ancora non resi noti) dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 maggio stanno preparando per i docenti e i ricercatori universitari, contribuiranno in maniera sostanziosa e analoga (scatti triennali anziché biennali e valutazioni del merito a cui legare le retribuzioni riservate ai “nuovi” ma aperte alle adesioni volontarie dei “vecchi”) al conseguimento dell’ obiettivo della riduzione della spesa per l’istruzione.

Il Governo Berlusconi si é proposto di ridurre la spesa in materia d’Istruzione e di Università portandola, nel 2015, dal 4,2% del 2010 al 3,7 %, del PIL.
Si tratta di una riduzione strutturale della spesa nel settore, che riguarda i bilanci del MIUR e degli Enti locali, di quasi 8 miliardi di euro. Poiché, dei 4.651 milioni, a regime nel 2012, derivanti dai tagli sugli organici previsti dalla finanziaria 2007 e dall’art.64 della legge 133/2008, nel 2010 erano stati conseguiti strutturalmente 2.809 milioni, i residui 1.752 si conseguono nel 2011 e nel 2012. Risulta così che la prevista riduzione di 8 miliardi della spesa necessita di un nuovo taglio di 6.248 milioni. Questa è l’entità della riduzione strutturale della spesa per l’istruzione, che il governo Berlusconi si ripropone di realizzare dal 2013 al 2015, in barba alle medesime Direttive europee in materia di sviluppo-capitale umano approvate anche dal nostro Parlamento.

Finora si è tentato di nascondere tale obiettivo, anche con il trucco, ai limiti della truffa, di nascondere nella recente manovra di stabilizzazione gli effetti finanziari derivanti dall’attuazione dell’art.19. Ma è molto evidente che la sua realizzazione non potrà che derivare da un drastico taglio delle retribuzioni del personale a cominciare dall’effetto che determinerà nei futuri bilanci la soppressione del triennio di servizio 2010-12 di un milione di dipendenti della scuola. L’operazione sarà condotta in nome del “merito che sostituisce alle carriere economiche per tutti i premi per i migliori”.
Questo è il nuovo “mantra” che sostituirà quello sugli “sprechi di personale assunto come ammortizzatore sociale”. Le formulette balbettate dalla Gelmini hanno dunque ben altri ispiratori nel governo e nella società.

Con la manovra presentata nel D.L. n.98/2011 si continua a tenere in ombra il problema: nulla si dice del comma 23 dell’art. 9 della legge 122/10 e si cercano di introdurre alcuni interventi strutturali (obbligo di accorpamento negli istituti comprensivi, mobilità forzosa per gli idonei, riduzione dei vicari ecc.) già nel 2012, prefigurando quelli successivi sul blocco degli organici che dovranno essere gestiti dal nuovo governo.

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Bonus Bebè: il PD interroga il governo

A seguito delle segnalazioni pervenute nei giorni scorsi da parte di tanti cittadini, il PD ha deciso di interrogare il governo sulla scandalosa vicenda del Bonus Bebè concesso dal primo governo Berlusconi a fini propagandistici ed elettoralistici e ora, a distanza di anni, lo stesso governo pretende gli sia restituito con interessi e sanzioni. E’ attesa la risposta giovedì 21 luglio: ve ne daremo immediata notizia

Di seguito il testo della interrogazione

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IMMEDIATA IN COMMISSIONE
Lenzi, Miotto , Ghizzoni – Al Presidente del Consiglio dei Ministri – per sapere – premesso che

tutto è iniziato con una lettera: «Felicitazioni per il tuo arrivo. Lo sai che la nuova legge Finanziaria ti assegna mille euro? Un grosso bacio». Firmato Silvio Berlusconi. Così, tra il 2005 e il 2006, seicentomila famiglie sono venute a conoscenza del bonus bebè. Un regalo del Governo. Inatteso e gradito, che a distanza di anni si è trasformato in un boomerang;
attualmente, migliaia di famiglie hanno già ricevuto, o stanno per ricevere, un`altra lettera del Governo, dal Ministero delle Finanze, questa volta il tono è meno festoso, dove viene richiesta la restituzione dell`assegno e il pagamento di una sanzione amministrativa pari a tremila euro e, qualora dovesse essere accertata la violazione del codice penale in questo caso l`indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato una multa tra i 5 e i 25 mila euro;
a distanza di anni la direzione centrale servizi del Tesoro ha chiesto all`Agenzia delle Entrate di verificare le autocertificazioni, che le stesse famiglie avevano presentato al momento di incassare il bonus, perché non tutti i bambini, a cui la Sogei aveva inviato la missiva del presidente del Consiglio, avevano diritto a ricevere quel denaro;
ogni nucleo, oltre alla cittadinanza europea, doveva confermare di non superare i 50 mila euro di reddito complessivo. Ma quel modulo non spiegava se la cifra era lorda o netta e, proprio questa piccola «dimenticanza» ha generato il caos. In tanti, infatti, hanno dichiarato il reddito netto e, da qui le contestazioni che stanno arrivando in questi giorni;
le famiglie sono state tratte in inganno dalle informazioni poco chiare che il Ministero stesso aveva inviato, in quanto non si specificava se il limite massimo di reddito dovesse essere quello loro o quello netto:
quante siano le lettere inviate, fino ad oggi con cui si richiede la restituzione del bonus di mille euro e quali misure urgenti il ministro ritenga opportuno prendere affinchè le famiglie non si vedano costrette non solo a restituire i mille euro, ricevuti in buona fede, ma anche a dover pagare sanzioni ed ammende di cui non sono responsabili.

Quel sangue sull’asfalto che dieci anni non cancellano", di Marco Neirotti

Luglio 2001: Genova diventa teatro degli scontri durante il G8. Centinaia i feriti A terra rimase Carlo Giuliani, ucciso mentre assaltava un mezzo dei carabinieri. Era il 20 luglio 2001, i giorni del G8 affumicati e soffocati da una guerriglia devastante e da una repressione in parte impazzita e in parte me- Etodica. Oggi in piazza Alimonda Elias Ulebro, 22 anni, originiario del Chiapas, venuto in Italia a esplorare il nostro secondo Novecento poetico, legge Giuseppe Ungaretti, ma anche indaga fatti di quand’era piccolo e voce dei quali arrivava a casa sua. Dieci anni fa in questa piazza un proiettile calibro nove – sparato da un carabiniere di leva chiuso in un Defender arenato tra bidoni di immondizie e assediato – lasciò a terra Carlo Giuliani, 23 anni, che sollevava contro il blindato un estintore. Fra due giorni in questo slargo, ricordando Giuliani, entrerà nella fase più sofferta il mese di manifestazioni dedicate al decennale da «Verso Genova 2011», arcipelago di sigle e organizzazioni. Una settimana di serpentina fra i temi svaporati nel 2001 e il film di queste strade allora abbrutite e poi rinate. Un’attesa cercando di intuire chi vincerà tra intenti di pacifismo e proclami bellicosi dell’antagonismo più duro. Elias, nel dehors, indaga il secondo dei suoi tre libri, Pier Paolo Pasolini: «Testimoniare / con forza giovanile / il tormento, con la violenza e la pietà».
A nuova battaglia – che massacrerebbe l’anniversario – non vuol credere una città che si sentì violentata e oggi si ricorda come un meraviglioso palcoscenico («Genova sembrava d’oro e d’argento», titolò il suo romanzo l’ex poliziotto Giacomo Gensini) tradito e infuocato da teatranti ebbri di violenza, senza copione o dai copioni feroci. Genova non ha dimenticato, è rimasta un quieto archivio, ma con pareti di cristallo: «Da dieci anni si lotta per dissolvere una identificazione ammorbante». Il bar d’angolo di piazza Alimonda e i giardini dietro l’edicola sono l’enclave della tifoseria genoana, ma i Sampdoriani affiggono l’orgoglio «dei nostri colori», badanti latinoamericane cercano fresco sulle panchine. La piazza, molto genovese e un po’ parigina, si riappropria di sé: «Qui si è provata pena per un ragazzo morto e la stessa pena per un altro che la vita l’ha salvata ritrovandola per sempre rovinata». Ogni anno c’è il ricordo di Giuliani: «Possiamo capire. Capiamo meno quelli che vengono a vedere la piazza e si aspettano gli scontri, la gente che guarda il Gran Premio e lo trova bello quando cozzano le auto».
Sulla destra ci sono piazza Tommaseo e corso Buenos Aires. Qui i Black bloc fecero a pezzi la pavimentazione per armarsi meglio, partirono prime cariche. Oggi si cammina su nuova pietra intorno alla grande aiuola con il monumento italoargentino a Manuel Belgrano, maestro di «grande fratellanza». Contenitori in plastica con l’acqua e bricioloni di pane per i piccioni. Sulla sinistra si sale per via Montevideo, allora fornace di auto, che porta a via Tolemaide e corso Gastaldi, lungo la ferrovia di Brignole.
In punta a questa strada c’è lo stadio Carlini – campo del rugby da dove partì il corteo delle tute bianche – muto nell’incuria, incatenati i cancelli, unica eco torva le scritte erotiche infette di rancore: «Sei una puttana!». Scendevano da qui i dimostranti più numerosi, scendevano verso un demoniaco imbuto: sei corsie di strada, senza fughe laterali. Poco prima dei tunnel verso Marassi via Tolemaide si stringe a cono, e lì all’angolo con corso Torino, un reparto di Carabinieri fu isolato, un blindato avvolto di fiamme, mentre la grande strada in discesa mostrava l’enormità della folla che calava come inarginabile verso la zona rossa. Da lì panico, quasi nessuna comunicazione, le cariche, il caos di piazza Alimonda, lo sparo. In fondo al corteo ancora non sapevano. Ora, dove corso Gastaldi e via Tolemaide si scambiano il nome ci sono ai balconi i panni stesi e, al piano sopra, la bandiera dell’Unità d’Italia: «Da quassù vedevamo il fumo, la cariche, lassù folla imbottigliata». Nel vuoto trasandato dei portici si ha il brivido delle immagini di allora che si sovrappongono a questo grigio e lo tingono: corpi e volti insanguinati, immobili come morti e, contrasto con quella apparente morgue a cielo aperto, una richiesta d’aiuto, un urlo con un braccio teso verso l’alto che sembra un particolare della «Casa di Lazzaro» di William Blake, riproduzione della quale sta nei corridoi della Questura.
Da qui punta verso il mare l’alberato corso Torino. Da qui, sfasciando e devastando – mentre altri, al di là dei tunnel sotto i binari correvano a incendiare le porte del carcere di Marassi – incappucciati prendevano slancio verso corso Italia. A due passi dalla Fiera stanno avviando i lavori nell’autosalone bruciato dai black bloc, accanto a piazza Rossetti, per dieci anni totem di immobilità del tempo. Dando le spalle al porto, avanti per corso Italia si spalma la memoria di un corteo pacifico: «Venivano giù ignari, tranquilli». L’uomo in monopattino sul lungomare indica la spiaggia con la ghiaia scura e le barche in secca, pochi bagnanti: «Tanti presero per la scalinata, a monte, altri si rifugiarono lì». Scappavano dalle cariche, inseguiti fino all’acqua di mare che diveniva muro anziché libertà.
La spiaggia, piazza Alimonda, l’esser nulla del Carlini ritraggono Genova che si vuol rivedere «d’oro e d’argento». Ma dall’archivio di cristallo si spargono echi. In via Battisti la scuola Diaz ha sapore ferroso anche per chi non c’era, l’architettura candida si impone con emozioni cupe: «Sono arrivata qui l’anno dopo, eppure…». Piccolo negozio a lato della Diaz, due seggiole all’esterno, due caffè al volo: «Non c’ero, eppure sento a volte un’inquietudine». Salendo a Castelletto per guardare Genova brillante e scoprire quant’era immensa e tetra nella sua quiete la zona rossa, ci si sente chiamare dall’uomo sulla panchina. Come già sapesse cosa vai cercando, tende il braccio: «Rimasi qui ore e ore a guardare il fumo laggiù, non diradava mai. Dicevo: dov’è Genova? che cosa stanno facendo a Genova? E ora?».
Ora è celebrazione anziché protesta diretta. Resta da vedere che cosa la ricorrenza evoca nelle frange nichiliste e quanto spazio, quanta maschera possono trovare in una folla che vuole voce e non fiamme e sangue. Questura e Carabinieri sorvegliano l’avvicinarsi degli anniversari mostrando pacatezza e lo fanno con la fiducia di una città che dà riscontro nella per niente banale routine quotidiana. Se l’archivio di cristallo ha un perdono non ancora elargito, è politico: se hanno promosso i condannati, per il Governo non hanno commesso errori, hanno obbedito al meglio. In piazza Alimonda, a sera, Elias ascolta parlare di black bloc e pacifisti, legge dal terzo dei suoi libri. Giovanni Testori: «Sediamoci come se fosse una sera uguale alle altre».

La Stampa 18.07.11