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"Tagli alla scuola, in regione 10mila firme", da Il Resto del Carlino Modena

Ieri una folta delegazione di genitori ed amministratori ha incontrato in Regione l’assessore Patrizio Bianchi per consegnare le oltre 10.000 firme raccolte nelle ultime settimane per protestare contro i tagli agli organici nelle scuole modenesi. I genitori hanno espresso «tutte le preoccupazioni ed i timori per i gravi tagli al sistema scolastico modenese che stanno mettendo a rischio la qualità dell’istruzione — spiegano i genitori — La nostra scuola pubblica, da sempre percepita dalle famiglie, come opportunità positiva per i figli, rischia di trasformarsi in un luogo dove anziché istruzione e formazione si fa della semplice vigilanza. Gli amministratori hanno a loro volta rivendicato con forza la specificità della nostra provincia dove nel corso degli ultimi decenni le amministrazioni precedenti sono riuscite a creare un sistema diffuso di servizi sociali (asili nido e scuole materne), un sistema diffuso di tempo pieno nelle scuole primarie e di tempo prolungato nelle scuole secondarie che ha consentito a Modena di diventare la provincia italiana col più alto tasso nazionale di occupazione femminile.
L’assessore regionale, che ringraziamo a nome di tutti i genitori modenesi, ha ascoltato con molta attenzione e partecipazione promettendo il suo pieno interessamento nei confronti delle istanze che gli abbiamo illustrato» .

19.07.11

"Il vento del cambiamento richiede più governo delle donne" di Roberta Agostini*

La nuova fase che si è aperta nel Paese a seguito delle elezioni amministrative e dei referendum è fortemente intrecciata con un protagonismo femminile che si esprime con caratteri di grande novità. Le donne hanno votato più degli uomini nei referendum e la partecipazione attiva nella campagna per le amministrative è stata riconosciuta nelle giunte paritarie che si sono formate a seguito della vittoria del centro sinistra in tante grandi e piccole città.Si tratta, io credo, di un protagonismo molto legato alle condizioni materiali di vita delle donne che l’Istat fotografa in modo inequivocabile come una realtà di disoccupazione crescente, di dimissioni alla nascita del primo figlio, di povertà in aumento, di marginalizzazione di una forza femminile che, in particolare nelle giovani generazioni ma non solo, ha molto investito su di sè con aspettative crescenti riguardo alla propria realizzazione personale e lavorativa e si è scontrata con quel un mix micidiale di disoccupazione, regressione culturale, taglio dei servizi e del welfare, che il centro destra ha perseguito da tre anni a questa parte e di cui la manovra economica di questi giorni è l’esito più grave e drammatico. Le donne per prime hanno interpretato ed espresso un’ urgenza di cambiamento che saliva dal Paese e giustamente è stato detto che quella del 13 febbraio è stata una grande manifestazione di popolo guidata dalle donne, che hanno dimostrato che cambiare era possibile rompendo una sensazione insopportabile di rassegnazione che sembrava gravare sul Paese.
I temi che dopo il 13 sono stati discussi a Siena non riguardano solo le donne ma rappresentano i nodi che impediscono la modernizzazione e lo sviluppo economico, sociale e civile del Paese e che chiedono un’inversione di rotta radicale e risposte concrete: investire sulla maternità e sulle politiche di conciliazione, sull’innalzamento del tasso di occupazione femminile, sul merito e sui percorsi di carriera, su un nuovo rapporto tra tempi di vita e lavoro. Il punto è che questa rivoluzione, che comporta uno spostamento di priorità, cultura, risorse, non sarà possibile senza un’assunzione di responsabilità ed un protagonismo politico ed istituzionale delle donne. La frase dello spot per la manifestazione di Siena, dove una della due attrici dice all’altra «ora senza le donne non si governa» riassume bene questa urgenza.
Queste domande interrogano la politica e per primo il Pd che ha deciso di assumere il tema delle speranze di cambiamento delle donne come elemento centrale del proprio Piano nazionale delle riforme. L’innalzamento del tasso di occupazione femminile secondo gli obiettivi europei e le riforme ad esso connesse sono al centro del nostro progetto politico e sono il cuore delle proposte di legge discusse dalla Conferenza delle donne sulle quali stiamo preparando una grande campagna di mobilitazione.
La nascita di una rete, fondata sul riconoscimento reciproco da parte di diverse culture politiche e sull’autonomia del movimento stesso, è un obiettivo in cui anche tante donne del Pd sono impegnate per tradurre le ragioni, le domande e i desideri delle donne in una forza in grado di cambiare e governare il Paese.

*Portavoce nazionale conferenza donne Pd

L’Unità 10.07.11

"La fine di Report", da europaquotidiano.it

In un’atmosfera di sostanziale indifferenza di tutti (vertice aziendale, giornalisti, forze politiche, sindacati) si sta consumando la fine del principale “genere” che giustifica più di altri l’esistenza di un servizio pubblico radiotelevisivo: l’informazione, cioè il diritto-dovere di raccontare i fatti, realizzare inchieste e esprimere opinioni.
L’ostinazione messa in campo per negare a Milena Gabanelli quella tutela legale che le era stata sempre riconosciuta, come doveroso ombrello protettivo deciso dall’editore per garantire la messa in onda del suo più importante programma d’inchiesta, sta producendo un clamoroso autogol: privare della difesa nel caso di citazioni penali e civili tutti i giornalisti della Rai.
Questa nuova “policy aziendale”, come qualcuno l’ha definita, sarebbe obbligatoria e vincolante perché la Rai è sì una società per azioni ma, in quanto società di proprietà pubblica, deve essere assimilata alle pubbliche amministrazioni.
E per esse vige il divieto assoluto di assumere la difesa dei propri dipendenti, che devono anticipare le spese legali salvo chiederne il rimborso in caso di proscioglimento o di assoluzione con sentenza passata in giudicato. Ora io non credo che la Cassazione, quando nel 2009 a sezioni riunite decretò che la Rai deve essere considerata un «organismo pubblico», voleva “uccidere” la più grande azienda editoriale del paese imponendole vincoli sull’esercizio dell’informazione che tutte le altre aziende non hanno.
E per non essere frainteso chiarisco subito che non sto sostenendo il diritto del giornalista a dire cose non vere o ad avere libertà di diffamare altre persone. Chi ha sbagliato per negligenza, malafede o dolo è, infatti, giusto che paghi di persona. Dico soltanto che se la Rai (sino a ieri) e gli editori privati (ancora oggi) hanno deciso di tutelare anche processualmente i propri giornalisti la ragione è soprattutto quella di garantire un’informazione libera: hanno considerato in sostanza il problema come un normale rischio di impresa visto che il reato di diffamazione, direbbero i giuristi, è “ontologicamente” legato all’esercizio della professione giornalistica.
La nuova e restrittiva interpretazione avrà come conseguenza, infatti, non solo la rinuncia ad un programma d’inchiesta che, per la serietà e bravura della sua autrice-conduttrice, si è guadagnato sul campo il favore dei telespettatori ma anche un atteggiamento di estrema prudenza sino all’autocensura di tutti i giornalisti Rai con il rischio di trasformare i telegiornali in bollettini ufficiali.
Dal ’98 al 2001 sono stato prima direttore della Testata giornalistica regionale e poi del Tg3 unificato. Credo di aver collezionato in quegli anni una trentina di querele. Sono stato sempre prosciolto insieme con gli autori delle notizie o dei servizi “incriminati”. Se la Rai non si fosse assunta le nostre difese i nostri stipendi sarebbero a mala pena serviti per pagare gli onorari degli avvocati. Qualcuno può pensare che oggi, in un paese peraltro dove una citazione in giudizio non si nega a nessuno, vista la difficoltà di vedere riconosciuta la lite temeraria se assolti, il giornalista Rai sia disponibile ad assumersi da solo i rischi della sua attività professionale?
Non credo proprio e sono convinto che d’ora in poi anche i redattori del desk si rifiuteranno di dare le notizie di agenzia se non sarà possibile verificarle direttamente alla fonte. Ma, intanto, con una leggerezza che sfiora l’irresponsabilità, si uccide una delle trasmissioni identificative del servizio pubblico.
Da alcuni anni la Rai in attuazione di una prescrizione del Contratto di servizio realizza il monitoraggio della qualità dei propri programmi.
L’ultimo rapporto, realizzato dalla società Dinamiche, relativo alla stagione primaverile 2011 ha evidenziato che «l’esigenza di informazione è uno dei principali motivi per cui si guarda la televisione» e che «l’approfondimento informativo cresce di ben quattro punti» nel gradimento dei telespettatori. Nella classifica di questi programmi Report è saldamente in testa con un indice 75 per la qualità percepita (Iqp) e un indice 74 per il “valore pubblico” (Ivp). Per capire quanto sia positivo questo risultato basti pensare che gli indicatori Iqp e Ivp sono stati per Annozero 60 e 58, per Porta a porta 61 e 60, per Ballarò 64 e 64, per Qui radio Londra 43 e 42.
A questo punto nessuno si scandalizzi se può sorgere il sospetto che le pressioni per non riproporre Report nella prossima stagione siano talmente “autorevoli” da decidere di sacrificare non solo Milena Gabanelli ma tutti i giornalisti che lavorano per la Rai, sia esterni che interni. Una sorta di “muoia Sansone con tutti i filistei”.
Spero che non sia così, ma purtroppo la frittata mi sembra già fatta. Eppure non mi rassegno perché sono fermamente convinto che una soluzione ragionevole può, anzi deve essere trovata al più presto per garantire la regolare messa in onda di un programma approvato dal cda e già presentato agli investitori pubblicitari. Per questo rivolgo un appello al presidente, al direttore generale e al consiglio di amministrazione: chi potrebbe mai credere che una trasmissione di successo venga cancellata dopo 14 anni per ragioni tecnico-giuridiche? Nessuno.

19.07.11

"Il Pd contro i privilegi. Pensioni dei deputati come quelle Inps", di Simone Collini

Mentre l’Idv chiama la piazza e Calderoli rinvia al futuro Bersani presenta un pacchetto di riforme: Province solo da 500 mila abitanti e riduzione dei parlamentari. Le pensioni dei parlamentari calcolate come quelle dell’Inps, la riduzione di deputati (400) e senatori (200), che abbiano retribuzioni non più legate a quelle dei magistrati (come deciso con una legge del ‘65) ma che siano in linea con la media degli stipendi dei parlamentari degli altri paesi europei. E poi: accentramento dei Comuni più piccoli, dimezzamento delle Province accorpando quelle sotto i 500 mila abitanti, una sola società pubblica per ogni Comune, totale incompatibilità dell’incarico di parlamentare con qualsiasi altro), taglio delle auto e dei voli blu, reintroduzione del tetto alla retribuzione dei manager pubblici.
Se il tema dei costi della politica, degli sprechi e dei privilegi è tornato ad essere sollevato a gran voce (è dai tempi del governo Prodi che non era così al centro dell’attenzione), il Pd evita di annunciare manifestazioni di piazza (come ha fatto il leader dell’Idv Antonio Di Pietro al grido «basta con la casta») o riforme costituzionali che chissà se e quando vedranno la luce (la bozza Calderoli prevede che i parlamentari ricevano l’indennità in base all’effettiva presenza in Aula), e invece mette sul piatto un pacchetto di proposte che potranno essere discusse immediatamente o attraverso la calendarizzazione di precisi disegni di legge.
Dopo che il governo ha cancellato dalla manovra con un blitz notturno tutti i tagli previsti ai cosiddetti costi della politica, la questione torna ora potentemente alla ribalta. Pier Luigi Bersani lo definisce «un problema serio», ma aggiunge: «Non accetto che si spari nel mucchio. Noi abbiamo fatto dei passi e non detto solo parole. I nostri emendamenti alla manovra erano molto precisi». Quello che non va giù al leader del Pd è che prenda piede un sentimento di antipolitica che finisce per colpire indistintamente maggioranza e opposizione, mentre l’intera responsabilità dei mancati tagli agli sprechi e ai privilegi della politica è del governo. «Hanno bocciato tutte le nostre proposte di correzione al decreto per il rientro dal debito, ma ci li hanno tutti bocciati», ricorda Bersani. «Ora non mettiamo tutto sullo stesso piano. Quando avremo la maggioranza affronteremo di sicuro il tema, e adesso continuiamo a combattere per affrontarlo con questo governo».
L’occasione per vedere come intenda ora muoversi il centrodestra è oggi, quando si incontreranno i Questori (parlamentari di entrambi gli schieramenti) di Camera e Senato per individuare i possibili risparmi. Lo stesso presidente della Camera Gianfranco Fini, convinto che «c’è materiale per tagli significativi» ma anche che ora «va verificato se c’è la volontà di farlo», presenterà delle proposte (il Coordinamento collaboratori parlamentari gli ha inviato una lettera per chiedere di attribuire al deputati i fondi per le spese dello staff solo di fronte a contratti di lavoro regolari, come avviene al Parlamento europeo). La riunione servirà per mettere a punto un progetto di bilancio che giovedì sarà esaminato dall’ufficio di presidenza della Camera, per essere poi discusso in Aula a partire da lunedì.
Dalle indiscrezioni della vigilia sembra che la proposta del Pd di superare i vitalizi dei parlamentari riportandoli al sistema previdenziale in vigore per tutti gli altri cittadini iscritti all’Inps verrà accolta anche dai Questori di centrodestra Così come dovrebbe essere deciso di lasciar scadere e non rinnovare gli affitti di Palazzo Marini Ma se Camera e Senato, in quanto organi costituzionali, godono di autonomia decisionale sul proprio bilancio e quindi possono approvare queste misure in tempi rapidi, sul resto dei possibili tagli bisogna passare per la discussione di proposte di legge. Per questo il Pd (nel quale c’è chi come Paola Concia propone anche di chiudere il barbiere e il ristorante di Montecitorio, o chi come Sandro Gozi chiede di cancellare Province, Senato e il 75% dei finanziamenti ai partiti) presenterà in Aula (alla Camera lo farà Michele Ventura) un ordine del giorno che impegni il Parlamento a discutere le altre proposte: accorpamento delle Province e delle società pubbliche che fanno capo ai Comuni, retribuzioni e riduzione del numero dei parlamentari, tetto agli stipendi dei manager pubblici, riduzione di auto e aerei blu. Si tratta del contenuto di emendamenti presentati dal Pd insieme a Idv e Udc alla manovra e bocciati dal governo. Si vedrà se il centrodestra continuarerà a rifiutare tagli ai costi della politica, di fronte a una crescente domanda che unisce partiti, sindacati, organi d’informazione e un elettorato trasversale.

L’Unità 19.07.11

"Papa, la strada delle dimissioni", di Pierluigi Castagnetti

Domani pomeriggio la camera dei deputati deciderà a voto segreto se accogliere la proposta della giunta per le autorizzazioni di aderire alla richiesta del gip di Napoli di autorizzare la custodia cautelare dell’onorevole Alfonso Papa.
Sul caso specifico non desidero soffermarmi perché me lo impone il mio ruolo di presidente di garanzia della giunta stessa. Vorrei proporre invece alcune considerazioni di carattere più generale sul significato e le conseguenze politiche di questo voto, dopo aver precisato, e chi mi conosce lo può confermare, che personalmente non mi riconosco nella categoria dei cosiddetti giustizialisti.
Penso infatti che privare un cittadino della libertà, sia pure temporaneamente, sia sempre una decisione difficile, a prescindere dalle motivazioni e dalla loro solidità.
Ho parlato di cittadino e non di parlamentare perché il discorso dovrebbe essere lo stesso. Per un parlamentare vi sono in più delle ragioni specifiche che riguardano l’esigenza di non mutilare l’assemblea di cui è membro se non in casi oggettivamente gravi ed eccezionali, principio presente in tutte le costituzioni che prevedono non a caso specifiche procedure autorizzatorie.
Vi è infatti il dovere di preservare il potere legislativo da ogni rischio di aggressione o anche solo di ingiustificata invasione da parte di altri poteri. Tutto ciò non può mai essere dimenticato anche se l’opinione pubblica è raramente disposta a considerarne la rilevanza. Lo ricordo anche perché dopo questo vi saranno altri casi, uno è già stato assegnato all’esame della giunta, in cui il dilemma si ripresenterà. Nessuno è ovviamente autorizzato a pensare, come pure da qualche parte si insinua, che oggi siamo di fronte a un “disegno” politico della magistratura.
Può ben essere che quando il potere politico si indebolisce o perde credibilità e autorevolezza altri poteri si sentano legittimati a occupare spazi che non gli appartengono.
Ma, quando fosse anche così, e io non ritengo che questa sia la situazione di oggi, il dovere della politica non è quello di allestire difese e attivare conflitti immotivati, ma semmai quello di interrogarsi sulle ragioni della propria debolezza. Per questo ritengo che regola irrinunciabile per il parlamento, nelle richieste autorizzatorie proposte dalla magistratura, sia quella di attenersi sempre all’esame rigoroso delle ragioni giuridiche con animo libero da pregiudizi e tentazioni ritorsive. Solo così potrà dare conto delle proprie decisioni non solo alla magistratura ma a tutta l’opinione pubblica.
So bene di toccare un tasto delicato perché tra i parlamentari l’idea di tenere conto dei sentimenti del paese non ha gran mercato: “dobbiamo resistere, altrimenti ci fanno fuori tutti”, “vogliono ricreare il clima dell’inizio anni novanta, ma noi non cadremo nella trappola e non faremo come la Dc, il Psi e gli altri che allora si arresero”, sono valutazioni che in queste ore capita di ascoltare camminando soprattutto nella parte destra del transatlantico di Montecitorio.
Credo anch’io che ci possiamo trovare in un clima paragonabile a quegli anni, addirittura aggravato dalla condizione sociale di crisi e dalla vera e propria ostilità che sta strutturandosi verso il ceto politico. Voler resistere per non soccombere si può fare se vi sono serie ragioni di merito, ragioni spiegabili e percebili, altrimenti può trasformarsi nell’accelerazione di una sconfitta ancora più clamorosa di quanto si immagini.
L’uso “tombale” dell’articolo 68 della Costituzione, come strumento per negare sempre e comunque ogni richiesta autorizzatoria della magistratura, anche quelle più motivate dall’evidenza e ben più lievi della custodia cautelare, ha infatti oggettivamente offerto l’idea di una arroganza e una pretesa di impunità e, dunque, di privilegio.
Oggi il parlamento si troverebbe in altra condizione se si fosse comportato con maggiore ragionevolezza e senso di giustizia in tanti casi di richiesta di sindacabilità dei propri membri. L’opinione pubblica infatti questa chiusura non l’accetta più, soprattutto di fronte a talune manifestazioni di degrado etico nei comportamenti della classe dirigente che tendono ad affermarsi, per la loro estensione, come nuovo costume.
È giunto il momento di guardare in faccia alla realtà, per quanto sgradevole possa apparirci. Le polemiche sulla cosiddetta casta politica nascono, infatti, in primo luogo dalla perdita di credibilità e autorevolezza sicchè, delle indennità e dei vitalizi, della cooptazione che la legge determina in luogo della elezione, e delle prerogative che si trasformano per i parlamentari in privilegi di fronte alla giustizia, ormai la gente fa un sol fascio. Non è giusto, ma non è del tutto colpa sua.
È prevalentemente colpa di chi si ostina a non vedere e non capire che senza un ritrovato senso di responsabilità e della misura non se ne esce. E, allora, anche nelle richieste di autorizzazione agli arresti o anche solo all’uso delle intercettazioni o a qualche altra sindacabilità di cui il parlamento sarà investito nelle prossime settimane, non si potrà prescindere dal quadro di crescente insopportazione da parte dell’opinione pubblica di ciò che, a torto o a ragione, viene percepita come un’ingiustizia.
La politica non può mai decontestualizzarsi dalla realtà, pena il rischio di trovarsi delegittimata. Ci sono momenti in cui anche i singoli possono con un loro gesto individuale concorrere a salvare l’istituzione.
Anche se può essere o apparire soggettivamente ingiusto, quel gesto individuale può assumere un valore più generale oltrechè rappresentare l’occasione per una personale riabilitazione. Lontano dall’apparire un atto di debolezza o di ammissione di colpevolezza, le dimissioni di chi si trova coinvolto in tali situazioni possono essere lo strumento per smascherare supposte forzature da parte di altri poteri, in ogni caso per offrire all’istituzione cui si appartiene un riverbero del proprio senso di responsabilità e della propria affermazione di dignità.
E peraltro, oltre il confine di scelte che possono essere solo personali, deve esservi la consapevolezza dell’intero parlamento che la scelta di ogni suo membro ha in sé un valore individuale e collettivo. Ha cioè quel valore politico ineludibile di cui ognuno porta quota di responsabilità.
La miopia politica, la sottovalutazione del valore etico e politico delle proprie personali scelte, l’assecondamento di imposizioni esterne da qualunque parte provengano, il disinteresse verso l’opinione di chi sta fuori del “palazzo” ed osserva e giudica, tutto ciò può portare ad esiti non facilmente rimediabili come la storia anche recente ci ha insegnato.

da Europa Quotidiano 19.07.11

"Test universitari, gli affari sui corsi", di Lorenzo Salvia

Dalle vacanze studio ai prof privati, si paga per un aiuto a diventare matricole. Al Ciocco, di solito, vanno in ritiro le squadre di calcio. Sampdoria, Fiorentina, qualche anno fa addirittura il Liverpool di Rush e Grobbelaar. Tra qualche giorno a ritrovarsi in quest’angolo di Toscana saranno 40 ragazzi «normali» , senza macchinone e relativo conto in banca. Anche loro in cerca della concentrazione giusta ma per una sfida diversa, i test d’ammissione di Medicina. La vacanza studio per entrare nelle facoltà a numero chiuso è l’ultima frontiera di un mercato in grande sviluppo negli ultimi anni. Formula residenziale come quella del Ciocco, 13 giorni in pensione completa a 2.690 euro. Oppure full immersion di cinque giorni (senza vitto e alloggio) a partire da 400 euro, lezioni individuali da 50 euro l’ora, corsi che durano un anno intero e possono superare i 4 mila euro. Se fino a pochi anni fa i ragazzi si limitavano a sfogliare un libro di quiz sotto l’ombrellone, magari dopo il giro di boa del Ferragosto, adesso rappresentano una fetta di mercato con numeri di tutto rispetto. Una fetta che comprende tutte le facoltà a numero chiuso, non solo quelle con il tetto fissato per legge come Medicina o Architettura, ma anche quelle con un limite deciso in autonomia dalle singole università, specie per Ingegneria, più le facoltà delle private come Bocconi e Luiss. Il totale dei candidati si aggira sui 200 mila, e di questi circa 10 mila frequentano un corso del genere. Il 5%, con una crescita costante negli ultimi anni, confermata dal numero delle imprese che continuano ad entrare nel settore. I primi a portare questi corsi in Italia, nel 1987, sono stati quelli di Alpha Test, non a caso inventori anche del ritiro al Ciocco: «L’idea— spiega il responsabile Stefano Bertocchi— arriva dagli Stati Uniti, dove i test d’ammissione esistono da molti anni. I nostri iscritti sono circa 3 mila, con un aumento del 10%ogni anno» . Tendenza simile per Sapere più che, a Milano, offre solo lezioni individuali da 50 euro l’ora. «Negli ultimi anni — spiega il responsabile Alessandro Franceschini— sono in aumento gli studenti che iniziano la preparazione con molti mesi di anticipo e non si limitano agli ultimi giorni, quando in effetti è impossibile recuperare» . Difficile trovare un mercato in espansione come questo. E infatti, come in tutti i mercati in espansione, ci sono offerte per tutte le tasche, per tutte le esigenze. Ed anche qui è arrivato il modello del low cost. Diverse università hanno cominciato ad offrire in casa lo stesso servizio. Alla Sapienza il corso che prepara ai test di Medicina dura 5 giorni e costa solo 50 euro. «È la nostra risposta — dice il rettore Luigi Frati — a quello che rischia di diventare un vero e proprio business fatto sulla pelle degli studenti» . Ma c’è anche chi ha fatto ancora di più. A Sassari il corso di preparazione è addirittura gratuito, solo un contribuito di 10 euro per il materiale didattico. Un miracolo? Forse sì. Il corso si chiama «Fuori di test» , dura 5 giorni ed è organizzato da Alfa Elica, un’associazione di studenti di medicina. «A fare lezione e simulare i test — spiega Laura Pirino, presidente dell’associazione — sono studenti, specializzandi e dottorandi della nostra facoltà. Tutti volontari, perché il nostro modello è quello di una formazione da studente a studente e l’università già così costa abbastanza» . I posti disponibili, 390, sono già tutti prenotati, ci sono altre 40 persone in lista d’attesa. «Purtroppo le aule che abbiamo a disposizione non ci permettono di accogliere più ragazzi » . Sì, è proprio così: il numero chiuso è arrivato anche nei corsi per entrare nelle facoltà a numero chiuso.

Il Corriere della Sera 19.07.11

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“TEST, QUIZ, AIUTINI VARI E PORTAFOGLIO SCUOLA-UNIVERSITÀ QUANTO CI COSTI”, di Andrea Balzanetti

Quando nel 1986 furono introdotti per la prima volta i test universitari di ammissione alla facoltà di medicina ci fu qualcuno, come spiega Lorenzo Salvia nel suo articolo (a pag. 23), che pensò alla possibilità di guadagnarci sopra. Ma probabilmente nessuno immaginava che venticinque anni dopo su quei quiz, allargati anche ad altre facoltà sia per legge che su base volontaria, potesse fiorire un mercato così florido e in continua crescita legato ai corsi di preparazione. Dati certi sul giro d’affari legato a questi test non ce ne sono. Però moltiplicando il numero dei candidati che preferiscono un «aiutino» , circa diecimila, per il costo di un corso non intensivo, circa 400 euro di media, si arriva a quattro milioni di euro. Una cifra sicuramente più bassa del reale business. Certamente nessuno obbliga i ragazzi ad iscriversi a questi corsi privati, ma la selezione, in alcuni casi molto rigida, e la preparazione spesso non proprio brillante fornita dal liceo, impauriscono le famiglie e quindi si mette mano al portafoglio. Come, malauguratamente, troppo spesso capita nel sistema scuola-università italiano con una serie di tasse «occulte» , che si sommano a quelle «emerse» , peraltro in continua crescita (+38%per quelle universitarie negli ultimi cinque anni). Tra le «occulte» la più «ricca» è sicuramente quella legata alle ripetizioni nella scuola, principalmente nelle superiori. Una tassa che sembrava sul punto di essere eliminata, ma che la reintroduzione degli esami di riparazioni ha rivitalizzato, nonostante l’obbligo per le scuole di organizzare corsi di recupero gratuiti. Un obbligo che è rimasto quasi sempre sulla carta per i soliti motivi che affliggono la nostra scuola (scarsi fondi, problemi sindacali, ecc.). Per le ripetizioni private la Nesse (un’agenzia finanziata dalla Commissione europea) ha provato a fare un po’ di conti e in Italia è arrivata ad una cifra di 420 milioni di euro l’anno. Gli esami non finiscono mai, purtroppo per il portafoglio delle famiglie degli studenti meno bravi, e per fortuna di chi organizza corsi e ripetizioni.

Il Corriere della Sera 19.07.11

"Precari, con figli a carico, costretti a tornare nella casa dei genitori. Sono gli italiani che sopravvivono con meno di 1000 euro al mese", di Jenner Meletti

Gianna P. ha trentasette anni, un bel bambino e un grande sorriso. «La povertà? Io l´avevo assaggiata da piccola, quando mio papà è morto in un incidente. Solo assaggiata, però. Se chiedevo un paio di scarpe, queste arrivavano, magari dopo quattro mesi. Sono andata a scuola, mi sono diplomata, ho avuto la macchina come tutte le mie amiche. Adesso sì, sono povera. E ho capito che ad essere povera la cosa che manca di più è la libertà. Se avessi ancora il mio lavoro e il mio stipendio, anche se mi sono separata dal marito, potrei affittare un appartamento per me e per mio figlio che ha sette anni. E invece sono tornata a vivere da mia madre, non potevo fare altro. Sei sempre una bimba, per i tuoi genitori, e così ti trattano. Io l´ho provata, l´indipendenza economica, l´avevo conquistata».«Da più di un anno l´ho persa e assieme a lei se n´è andata la libertà di vivere in un posto tutto mio. Le vacanze al mare, le gite nel week-end? Ormai sono un ricordo ma questo non mi pesa. Mi manca la chiave della mia porta, della mia cucina… ».
La parola “povertà” ha un sapore amaro, soprattutto in questa terra emiliana che sembrava tutta ricca. Ricorda i libretti dell´Eca (Ente comunale di assistenza), chiamati semplicemente “i libretti dei poveri”, tenuti nascosti nei comò ed esibiti solo per avere le medicine gratis o un sussidio per mandare i figli in colonia. Gianna P., perdendo il lavoro, si trova dentro l´11% delle famiglie italiane che hanno una capacità di spesa inferiore a 992,46 euro al mese. «Adesso mi sveglio al mattino e mi dico: Gianna, fatti coraggio. Fai finta di essere ancora una ragazzina, alla ricerca del primo lavoro. Se sei stata capace di andare avanti, devi essere capace di tornare indietro e di ricominciare. Ho cominciato a lavorare nel 1995, avevo 21 anni. Primo stipendio, 800 mila lire. Prima receptionist, poi impiegata di buon livello. Due anni dopo mi sono sposata e le cose andavano davvero bene. Prima che l´azienda andasse in crisi, io e mio marito portavamo a casa 3100 euro al mese, 1500 io, 1600 lui. E c´erano la tredicesima e la quattordicesima, e anche i buoni pasto da 6,45 euro, che quando li hai quasi non ci badi ma quando spariscono ti accorgi quanto siano utili. Ci sentivamo non ricchi ma tranquilli. Un appartamento in affitto, a 600 euro al mese. Quattrocento euro per l´asilo nido del piccolo. Ecco, in questi giorni di caldo ci preparavamo per andare al mare, dieci o quindici giorni in un appartamento o in un hotel. E d´inverno ci prendevamo un´altra pausa, quattro o cinque giorni in Trentino, senza sciare ma con lunghe passeggiate sulla neve. Al ristorante o in pizzeria? Quasi mai. Preferivamo risparmiare per le nostre piccole vacanze o per portare il bimbo a Gardaland».
Arriva la separazione dal marito ma le cose non cambiano troppo. «Con il mio stipendio e l´assegno dell´ex coniuge per il bimbo – 350 euro al mese – ce l´avrei fatta a vivere in autonomia. Ma all´inizio del 2010 arriva la crisi dell´azienda, con gli stipendi che tardano prima un mese poi due poi sei mesi e ti trovi all´acqua. L´affitto non lo puoi più pagare, torni dalla mamma e meno male che ha un appartamento suo. In azienda arriva il nuovo proprietario, tornano gli stipendi ma solo per qualche mese. Adesso non so di quale statistica Istat io faccia parte. So soltanto che da marzo ad oggi, e forse fino a novembre, non prendo un euro. In teoria c´è la cassa integrazione speciale, perché anche i nuovi padroni hanno dichiarato fallimento, ma gli assegni da 700-800 euro ancora non si vedono. L´unico reddito è l´assegno del mio ex. Io però sono una che non accetta di farsi mantenere. A mia madre non pago l´affitto ma partecipo a tutte le spese, dal vitto alle bollette, dalla benzina all´assicurazione della macchina. Se ne vanno in media 450 euro al mese, che prendo in gran parte dai miei risparmi».
Non è purtroppo una mosca bianca, Gianna P. «Seguo i lavoratori delle aziende metalmeccaniche nei Comuni di Casalecchio e Sasso Marconi – dice Cristina Pattarozzi della Fiom Cgil – e purtroppo l´80% vivono ormai di ammortizzatori sociali. Chiusure, fallimenti, cassa integrazione, mobilità… A volte noi sindacalisti dobbiamo fare un altro mestiere, quello dell´assistente sociale. Ci sono famiglie dove tutti sono in cassa integrazione e se gli assegni sono, come sempre, in ritardo, non hanno i soldi per comprare da mangiare o per pagare bollette e mutui. E allora vai in Comune, spieghi la situazione, intervieni per bloccare uno sfratto. Le donne e gli stranieri sono i più colpiti ma forse anche i più forti. Sanno reagire, cercano nuove strade. Per molti uomini, anche giovani, la crisi dell´azienda è invece vissuta male. Si sentono persi, vanno in depressione. Stanno male perché non hanno i soldi per andare al solito supermercato e vanno al discount quasi di nascosto perché si vergognano».
Non è facile essere poveri e accendere la tv per sentire uno che dice che «il lusso è un diritto». I bar sono pieni, si paga un caffè e si sta lì mezza giornata. «Io sono senza stipendio da quattro mesi e allora, all´inizio di giugno, ho preso i miei due figli e sono andato a pranzo dai miei genitori. Non ho dovuto spiegare nulla. Hanno apparecchiato e solo alla fine mia madre ha detto: va bene alle 13 anche domani?». «Io ho tirato giù dal solaio la tenda, non andavo in campeggio da vent´anni. Insomma, con la crisi si torna giovanotti». «Ad agosto porto i miei tre bambini al mare, ma solo perché mia suocera ha pagato l´affitto dell´appartamento. E´ stata gentile, non mi ha fatto pesare nulla. Ha detto: ho preso un appartamento con tre stanze, un´occasione. Venite con me?». «Ho controllato i punti della Coop e ho scoperto che ho speso meno di un terzo, rispetto all´anno scorso. Vado al discount per spendere meno. Al mattino presto, oppure mi sposto nei Paesi vicini, dove non mi conoscono».
Gianna P. deve andare via, per prendere il bambino al centro estivo. «Si paga anche lì, è un sacrificio ma non voglio che il mio piccolo abbia meno degli altri. E´ stato anche al mare, con suo papà che per fortuna ha ancora lo stipendio. Se il bimbo sta bene, sto bene anch´io. Quest´anno per me niente vacanze, ma non importa. Io sono una cui non piace “stare in schiena” e nessuno. Vuol dire che non mi piace farmi mantenere, né dalla mamma né dallo Stato. E così proprio l´altro giorno sono andata all´Inps per interrompere la cassa integrazione. Ho trovato da lavorare in un´azienda, da una settimana. Sono in prova, spero che mi assuma davvero. Certo, cercare lavoro oggi è come subire una rapina a mano armata. Prendevi 1500 euro? Te ne do 1025, prendere o lasciare. Se tengo conto dell´assegno di 700-800 euro al mese che dovrà pur arrivare e delle spese per andare in macchina nella nuova azienda, faccio pari e patta. Prenderei gli stessi soldi restando a casa, ad aspettare cassa integrazione o mobilità. Ma ho un figlio e devo dargli un futuro. E poi sono fatta così. Se devo ricominciare, ricomincio davvero. Non sono più una ragazzina ma non voglio uscire dal mondo del lavoro. Se sei fuori, anche con un assegno dell´Inps, è un macello. A non lavorare si sta male, perché ti senti vuota e inutile. Niente ferie, niente piscina, niente vestitino nuovo e va bene così. Ma io, quella voglia che avevo dentro quando ho cominciato a lavorare, la sento ancora. E´ una voglia di stipendio, di casa, di libertà. Chiedo troppo?».

La Repubblica 19.07.11