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«Fiat, basta con le minacce ora gli investimenti», di Oreste Pivetta

Ventiquattro ore e più dopo la sentenza, la lettura resta complicata e le interpretazioni incerte. Soprattutto non si colora d’azzurro il cielo sopra le fabbriche italiane: arriveranno o no gli investimenti promessi da Marchionne? L’avvenire è oscuro e sono preoccupati più a Torino che a Pomigliano, lo stabilimento al centro della contesa giudiziaria, perché bene o male la Fiat settecento milioni a Pomigliano li ha impegnati e a Pomigliano, bene o male, a ottobre dovrà partire la nuova linea di produzione della Panda, la nuova Panda, che s’attende per l’anno prossimo, carta sperata di rilancio in un mercato sempre più magro. La Fiat e i suoi tira e molla, la Fiat e la sua voglia di uscire da Confindustria, di far da sé, di poter decidere da sé, indisturbata, la Fiat sempre un passo avanti nell’attacco del contratto nazionale, «per partire – sostengono al Lingotto ed è ormai un ritornello – almeno alla pari con un concorrenza che per noi è globale». Che cosa resta? Pare che Marchionne reciti sempre la stessa parte: prima le promesse, poi le frenate. Lo dice con chiarezza Susanna Camusso, accusando gli uomini del Lingotto di un atteggiamento ondivago, ricattatorio, tutto teso a far pesare troppo il proprio disegno, cancellando i diritti dei lavoratori, di fronte a progetti che non si realizzano, quasi celando un’intima vocazione a mollare tutto.

CIRCOSTANZE USATE COME ALIBI «Per l’ennesima volta – commenta il segretario della Cgil – la Fiat rimette in discussione gli investimenti annunciati, li sospende. Qualsiasi circostanza viene usata come un alibi per congelare gli investimenti… Sembra che ogni scusa sia buona per nascondere lamano.Questa volta la circostanza viene fornita da una sentenza della magistratura». Cheperaltronon mette in discussione un accordo, sottoscritto con Cisl e Uil e in deroga al contratto nazionale, solo stabilisce la legittimità della presenza di un sindacato, che quell’intesa ha contestato… Peccato che la Fiat insista nello scontro in un momento in cui, tra mille difficoltà, passi importanti sono stati compiuti, anche dalla Cgil, verso una regolazione dei rapporti sindacali, verso unadisciplina democratica delle rappresentanze. Ma la Fiat, si sa, aveva già con chiarezza fatto intendere la propria contrarietà all’ipotesi di accordo sottoscritto il 28 giugno scorso, tra i tre sindacati e Confindustria. La Fiat aveva già fatto sapere di essere pronta a lasciare l’associazione degli industriale e a procedere per conto proprio: ogni volta Marchionne alza l’asticella e la sua tattica sembra soprattutto di rottura. Invece, commenta ancora Susanna Camusso, la sentenza di Torino se da un lato dà ragione all’impresa dall’altro riconosce i diritti di chi non è d’accordo, avverte che non si può procedere secondo la logica del “prendere o lasciare”.

MODELLO FALLIMENTARE «La cosa più importante della sentenza – sostiene Susanna Camusso – è che il modello della divisione si è dimostrato fallimentare. La cosa più importante è che viene restituita ai lavoratori la possibilità di decidere a quale sindacato appartenere ». È un richiamo anche a Cisl e Uil? «Questo dovrebbe indurre tutti i firmatari dell’accordo separato a riflettere sul fatto che le strade che portano a separazioni ed esclusioni non funzionano – replica il segretario generale della Cgil – ed è proprio per questa ragione che è importante che ci siano regole condivise come quelle contenute nell’ipotesi di accordo del 28 giugno scorso firmato da C g i l , C i s l , U i l e Confindustria… ipotesi, finché non si saranno espressi i lavoratori. Lì si è comunque raggiunto un risultato importante, si sono messe le prime tessere di un mosaico di nuove e moderne relazioni sindacali, che ripartendo dalle regole ricompongano una divisione, anche di fronte a diversità di opinione tra le organizzazioni ». Ribadendo il valore decisivo del contratto nazionale, mentre si stava assistendo alla moltiplicazione di accordi separati e di contratti aziendali sostituitivi del contratto nazionale, rimettendo al centro, appunto, il contratto nazionale.

L’Unità 18.07.11

"La primavera delle parole", di Ilvo Diamanti

È cambiato profondamente il linguaggio degli italiani. Anche se a uno sguardo distratto la mappa che raffigura il nostro Lessico potrebbe suscitare un senso di “dejà vu”. Il successo attribuito a Internet, ma soprattutto al Bene comune, alla Solidarietà, all´Energia pulita, alla Partecipazione… Il trionfo dei buoni sentimenti.
Che tutti dichiarano e pochi praticano. Una reazione comprensibile di fronte alla graduatoria delle parole elaborata da Demos-Coop in base alle opinioni di un campione rappresentativo della popolazione. Tuttavia, i “buoni sentimenti” non hanno goduto di grande popolarità, fino a poco tempo fa. Al contrario. Basti pensare, per primo, al “bene comune”, divenuto il manifesto del cambiamento sociale, annunciato dai referendum (anzitutto, sull´acqua pubblica). Ieri: era una formula in-dicibile per chi volesse avere successo. Il “bene” lo si faceva senza, però, dichiararlo. Tanto più se “comune”. Attinente, cioè, alla sfera pubblica e comunitaria. Perché prevalevano altri riferimenti: l´individualismo, la furbizia, il cesarismo, il localismo. L´amorale pubblica e il cinismo, d´altra parte, sovrastavano largamente la morale e il civismo, tra i valori della società. Dove l´anest-etica – l´indifferenza – occupava un posto più importante dell´etica. Parola, quest´ultima, anch´essa impopolare.
Il Lessico degli italiani compilato nell´estate 2011 rivela che questo clima culturale è cambiato. Insieme al linguaggio. E che il Bene comune, oggi, non occorre più farlo di nascosto. Come la Solidarietà. Pratiche diffuse, da tempo, nel nostro Paese, come dimostra la fitta rete di associazioni volontarie e la crescente propensione al consumo critico e consapevole. Oggi, invece, sono divenute parole di successo. Che “conviene” pronunciare – e vengono pronunciate – in pubblico e nella vita quotidiana. Come, peraltro, Unità nazionale. Anch´essa elusa, fino all´anno scorso. Lasciando spazio alla retorica della “divisione”. Simboleggiata dalla Padania. Ebbene, oggi l´Unità nazionale – trascinata dalle celebrazioni del 150enario – è fra i termini In. Mentre la Padania sta nel gruppo delle parole marginali. Considerate, dagli intervistati, scarsamente attraenti e, ancor più, senza futuro. Come i Partiti (una costante di lungo periodo, in Italia), le Veline. E Berlusconi. Naturalmente, anche in questo caso occorre prudenza, nel valutare l´importanza delle Parole. È, infatti, probabile che molti italiani continuino a seguire le Veline – su Striscia e in altre trasmissioni televisive. Che continuino a guardare Berlusconi con indulgenza – e un po´ di invidia. Sotto sotto. Senza confessarlo. Appunto. Mentre prima lo facevano apertamente. Senza vergogna né timidezza. Nell´ultimo anno, dunque, è cambiata, la gerarchia delle “parole da dire” nel discorso pubblico e nei rapporti con gli altri. Berlusconi, in particolare, è sceso in fondo, ai margini del linguaggio. Ultima anche fra le parole “impopolari”. Che conviene non pronunciare se non in contesti amici. Sorte comune ad altri termini di largo uso, fino a poco tempo fa. L´Apparire, l´Individualismo, la Furbizia. Perfino il Federalismo: l´anno scorso parola “emergente” e con un grande futuro davanti. Consumato in pochi mesi. Mentre il “Leader forte”, simbolo della “democrazia del pubblico” (per citare Bernard Manin) è finito nel mucchio delle “parole comuni”. Condivise e contese. Che non caratterizzano la nostra epoca.
Insomma, sta declinando il linguaggio dominante al tempo del berlusconismo e del leghismo. Con una sola “parola” (coniata da Edmondo Berselli, un virtuoso della disciplina): del forza-leghismo. Al contempo, si assiste alla diffusione di un lessico “mite”, punteggiato di termini che evocano la qualità della vita e dell´ambiente, l´impegno per gli altri. Il riconoscimento delle competenze piuttosto che delle appartenenze di casta (Merito). Un lessico che rende palese la “domanda di cambiamento”, espressa attraverso le generazioni (Giovani) e il genere (Quote rosa).
È interessante, peraltro, osservare come il linguaggio riproduca fedelmente le tendenze in atto nella comunicazione sociale. Per prima, l´ascesa irresistibile della Rete e il parallelo declino della Televisione. Ma il lessico degli italiani rende esplicita anche l´ambivalenza di alcuni sentimenti. L´atteggiamento verso l´economia, ad esempio, fa coesistere la Crescita e la Decrescita. Cioè, il sostegno allo sviluppo economico e finanziario. Ma anche la sobrietà nei consumi, il risparmio energetico e delle risorse (ambientali e territoriali). La domanda, cioè, di allargare il PIL insieme al BIL (dove il Benessere sostituisce il Prodotto). Anche l´alternativa fra Pubblico e Privato resta confusa. Perché il Privato ha deluso, ma il Pubblico continua a non soddisfare. E l´Immigrazione resta sospesa. A metà fra l´oggettiva necessità di integrazione e le paure suscitate dai flussi che premono ai confini. Spinti da emergenze economiche e, ancor più, dalle rivolte e dalle guerre.
Tra gli attori istituzionali, spicca la posizione periferica della Chiesa. Soprattutto in rapporto al futuro. Segno di una certa perdita di rilievo, tra le bussole etiche e sociali della società. D´altro canto, si conferma l´importanza assunta dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Riferimento unitario e trasversale. Simmetrico rispetto alla posizione di Berlusconi. Marginale e di frattura.
Sono, peraltro, evidenti, alcune divisioni, marcate, soprattutto, dall´orientamento politico. Riguardano, in particolare, le parole e i temi della bioetica. Il Testamento biologico, ad esempio, suscita un atteggiamento positivo in larghi settori della popolazione. Ma specialmente fra gli elettori centrosinistra. I Matrimoni gay, invece, provocano un disagio “mediamente” ampio, ma ottengono un´adesione molto convinta nei settori di sinistra radicale.
Nel complesso, le principali parole in declino (Padania, Berlusconi, Veline…) si posizionano nello spazio politico di destra. Mentre quelle che hanno conquistato popolarità (Partecipazione, Bene comune, Partecipazione…) sono proiettate a sinistra e a centro-sinistra.
Ciò, tuttavia, non significa che gli attori politici di centrosinistra siano “destinati” ad affermarsi, “trainati” dal linguaggio e dai valori diffusi fra i loro elettori. Lo abbiamo detto altre volte e lo ripetiamo. Le parole hanno bisogno di attori capaci di “dirle”, di tradurle in scelte e comportamenti. Coerenti e credibili. In modo nuovo e diverso dal passato.
Le parole, prive di contenuto, rischiano, altrimenti, di perdere significato. E di perdersi, a loro volta. Lasciandoci sperduti.
Senza parole.

La Repubblica 18.07.11

Bossi cambia idea «Niente manette prima del processo», di Marco Cremonesi

«Le manette non vanno messe mai se prima non facciamo il processo. Se Papa ha commesso dei reati paghi, ma non va bene mettergli le manette prima, quando ancora non sappiamo se quello che ha fatto è da galera oppure no» . Ebbene sì: la frase è di Umberto Bossi. Lo stesso che neppure 24 ore prima, riguardo alla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del deputato pdl, era stato addirittura brutale: «Papa? In galera» . Il leader leghista parla da un barcone sul bacino di San Marco a Venezia. I giornalisti ammessi alla soirée bossiana per il Redentore sono stati selezionati: ammessi tutti, tranne il Corriere, Repubblica e la Stampa. Bossi, tuttavia, tiene soprattutto a esprimere solidarietà a Giulio Tremonti: «Per lui sono state due settimane difficili, anzi bollenti. Ma Tremonti non si tocca. La situazione non è tranquilla né per noi né per Tremonti. Ma lui è appoggiato dalla Lega» . Ma il caso nasce dalla sortita comprensiva nei confronti di Papa, probabilmente propiziata dal viaggio fatto con Silvio Berlusconi tornando da Roma venerdì sera. Dato che il voto su Papa sarà segreto, l’ipotesi che circola con insistenza è che ad alcuni deputati sarà dato l’ordine di votare contro l’autorizzazione all’arresto. Ed ecco Luca Paolini, uno dei due esponenti leghisti nella giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera: «La linea del partito è chiara: siamo per autorizzare l’arresto di Papa. Certo, se ci sarà il voto segreto, è possibile che qualche singolo parlamentare possa esprimersi diversamente» . Per buona parte della Lega, un vero incubo: lo stop all’autorizzazione nei confronti di Alfonso Papa darebbe un duro colpo alla credibilità del Carroccio. Eppure, nel movimento c’è chi ricorda un precedente. A voler credere a Francesco Tabladini, capogruppo della Lega negli anni Novanta poi fuoriuscito dal movimento e scomparso nel 2009, un comportamento del genere avrebbe un precedente. Nel suo libro «Bossi: la grande illusione» ha scritto che il capo padano nell’ormai celebre 29 aprile 1993 ordinò ad alcuni deputati di votare contro l’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi per poi gridare subito dopo alla partitocrazia che autoassolve se stessa. Peraltro alla vicenda ieri Bossi ha accennato: «Mandare in galera una persona non ancora condannata, come Craxi, non è servito a nessuno, tranne a far andare in politica Di Pietro» . Un deputato di stretta osservanza maroniana scaccia l’immagine con un gesto: «Oggi, che senso avrebbe? Al governo siamo noi» . Forse il fare un ultimo favore a Silvio? «Macché. Non dimentichiamoci che il giorno dopo il no all’autorizzazione nei confronti di Craxi, ci sono state le monetine di fronte all’hotel Raphael. Noi non scherziamo con il fuoco» . Eppure, c’è chi pensa il contrario. Sul barcone leghista ieri sera non c’era alcun esponente nazionale del Carroccio. E se è per questo, neppure alcun esponente veneto di prima fila. Non il governatore Luca Zaia, non il segretario «nazionale» Gian Paolo Gobbo, non il capogruppo al Senato Federico Bricolo. Commenta a denti stretti un leghista della prima ora: «Forse qualcuno non ha capito che non è più tempo di noleggiare barconi che ricordano il Titanic» .

Il Corriere della Sera 17.07.11

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Il Carroccio e quel no a esecutivi tecnici Nell’area vicina a Maroni gradimento per il «modello Dini», di Marco Cremonesi

C’è poco da fare. Il governo di transizione, nel Carroccio, è un’ipotesi che viene presa in «doverosa» considerazione. Il voto per il via libera all’arresto di Alfonso Papa e soprattutto di Marco Milanese, la poco tenera «campagna di informazione» sulla manovra che il Pd lancerà da domani, il consolidarsi della proposta di riforma della legge elettorale che i Democratici presenteranno dopo la Direzione di martedì prossimo sono tutte tappe che al Carroccio impongono molta attenzione. Qualora il governo Berlusconi dovesse crollare— e se ciò dovesse accadere in autunno sposta di poco i termini della questione— nel Carroccio c’è una sola sicurezza ad accomunare le diverse anime del movimento: no al governo tecnico. Tra le camicie verdi, soprattutto quelle che rispondono a Roberto Maroni, si fa un discutere sulle differenze sostanziali tra «modello Ciampi» e «modello Dini» . Il primo è il simbolo del governo tecnico puro, come fu quello retto tra il 1993 e il 1994 dal futuro capo dello Stato nelle tempeste di Tangentopoli e dell’attacco alla lira. Secondo i leghisti, è la formula «che mette fuori gioco la politica e che oggi piacerebbe assai ai poteri forti e agli industriali» . Assai citato il nome di Mario Monti. Il governo guidato da Lamberto Dini tra il 1995 e il 1996 fu invece «assolutamente politico, con un esponente del precedente esecutivo a guidare una coalizione più ampia» . Inutile dire che al Carroccio piace assai di più la seconda ipotesi. Ma a differenza del 1995, il Partito democratico (allora Pds) nelle riflessioni del Carroccio rischia di restare fuori gioco. L’ipotesi che circola diffusamente ai piani alti del movimento è quella, semmai, di un enlargement che arrivi all’Udc e più in generale al terzo polo, magari con il rientro nell’alveo del centrodestra dei finiani. Il nome che circola da qualche tempo è quello di Angelino Alfano, di cui sono noti i buoni rapporti con Roberto Maroni. Ma i Democratici non disperano. In via riservata hanno già fatto avere al Carroccio la loro proposta di riforma della legge elettorale. Un sistema a doppio turno con una parte di proporzionale che è chiamato comunemente, anche se impropriamente, «all’ungherese» . Venerdì Maroni ha pranzato al ristorante della Camera con Enrico Letta, che scherzando lo ha salutato come nuovo premier. Con l’augurio che «il suo Gianni Letta, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio» possa essere Daniele Marantelli. Il deputato pd legato da pluridecennale amicizia con Roberto Maroni. e lo stesso Umberto Bossi e dunque il più noto tra gli sherpa del Pd presso il Carroccio. Al termine del pranzo, è arrivato anche Pier Luigi Bersani, che avrebbe ribadito a Maroni la necessità di un incontro meno occasionale. Ma, appunto, almeno per il momento, la Lega sembra guardare da tutt’altra parte. Anche se la voglia di cambiare una legge elettorale che oggi viene sentita come una camicia di forza — dato che obbliga a dichiarare le alleanze prima delle elezioni — è più forte ogni giorno che passa.

Il Corriere della Sera 17.07.11

«Tasse e niente riforme Ma l’alternativa ora c’è Ricostruiremo il Paese», intervista a Pier Luigi Bersani di Simone Collini

Bersani: tocca a noi ricostruire. «Varato un decreto classista Daremo battaglia: a saldi invariati cambieremo tutto. Per la prima volta in tre anni Pd, Idv e Udc hanno presentato emendamenti comuni». «Ricostruiremo noi l’Italia», dice Pier Luigi Bersani il giorno dopo l’approvazione di una manovra «spudoratamente classista e che non porta il Paese fuori dalla tempesta». Per il leader del Pd il dato fondamentale di questo passaggio è che «di fronte a scelte assurde o profondamente negative tutta l’opposizione parlamentare ha concordato sia l’assunzione di responsabilità sui tempi, sia la fortissima critica sui contenuti»: «Per la prima volta dopo tre anni, Pd, Idv e Udc hanno presentato emendamenti comuni. È una novità che non va sottovalutata. Tanto più in un momento difficile come questo dobbiamo lavorare all’unità dell’opposizione e alla definizione di un’alternativa credibile». Anche perché, dice Bersani ripensando ai colloqui con capi di Stato e di governo incontrati nel viaggio in Medio Oriente da cui è da poco rientrato, «è urgente rilanciare il ruolo dell’Italia nel mondo»: «Il berlusconismo ha portato un grande Paese come il nostro a non discutere neanche di quel che avviene alla porta di casa. È desolante come siamo avvitati su questioni domestiche, spesso di serie C, come questo governo non si renda conto che quanto sta avvenendo al di là del Mediterraneo sia rilevante per il nostro futuro».
Sicuri che il vostro «senso di responsabilità» sia stato compreso dai cittadini, che non veniate giudicati anche voi responsabili di una manovra come questa?
«Un governo in difficoltà, con la sua comunicazione, prova a far condividere delle responsabilità che sono solo sue. Ma la realtà dei fatti è semplice. Da un mese il governo aveva annunciato la fiducia, come aveva già fatto 46 volte. La nostra responsabilità è stata quella di accettare il cambio dei tempi. Lo abbiamo fatto vedendo che l’Italia era aggredita dai mercati internazionali, sapendo che due settimane di confusione in una situazione già drammatica avrebbero potuto portare guai peggiori e sapendo che i costi dei danni provocati si scaricano sempre sui più deboli. Ma la nostra responsabilità si ferma qui, sul baratro di guai peggiori».
Dice invece Berlusconi che ora che è stata approvata la manovra “l’Italia è più forte”. «Non è così, hanno imbastito una manovra carica di tasse e senza alcuna riforma, che non ci metterà al riparo
dai mercati e che ha innescato una bomba a orologeria che scoppierà tra il 2013 e il 2014. Dopo tre anni in cui il governo ha perseguito una politica economica sbagliata, neanche questa volta è stata fornita la risposta all’interrogativo di fondo, e cioè come fa un Paese con un debito così alto a pagare quel che deve crescendo poco o nulla. È vero che c’è un attacco all’Euro, è vero che imperversa la speculazione, ma se siamo tra i paesi più deboli dell’Unione è perché non c’è una minima strategia per la crescita. Senza un pacchetto di riforme da dare in pegno all’Europa per un rientro più sensato, meno pesante, rimaniamo in mezzo alla tempesta».
Voi siete disposti a confrontarvi col governo su queste riforme per la crescita “nel modo più aperto e concludente”, per utilizzare le parole del Capo dello Stato?
«L’appello del Presidente Napolitano, che riconosce che nessuno ha rinunciato alle proprie posizioni, è a presentare un pacchetto di riforme, e noi abbiamo già avanzato delle proposte indicative già nel corso della discussione della manovra. Abbiamo indicato un elenco di liberalizzazioni, di interventi per ridurre i costi dell’amministrazione e quelli della politica, abbiamo anche presentato una proposta di riforma fiscale e una per un diverso sistema degli appalti. Se si tratta di avanzare proposte di riforma, noi sono tre anni che lo facciamo. Se si tratta di ritenere che il quadro politico lo consenta però no, non pensiamo che sia possibile». Perché per voi Berlusconi non ha la credibilità sufficiente?
«Non è per noi. È agli occhi del mondo che Berlusconi non ha credibilità. Se dopo le amministrative e il referendum è emerso con evidenza che non ha più la fiducia del Paese, ora è evidente che non ce l’hanno neanche i mercati e le cancellerie internazionali».
Ha la fiducia in Parlamento.
«I numeri gli consentono una sopravvivenza estenuata. Parlano della stabilità di questo governo come se fosse la medicina mentre è parte della malattia».
Va bene ma se le dimissioni non arrivano, voi cosa intendete fare? «Intanto dobbiamo chiarire come la pensiamo noi, e cioè che parte del rimedio è una ripartenza che passi per un confronto elettorale, con nuovi protagonisti, nuove idee, nuovi impegni».
Un governo istituzionale no?
«Siamo anche pronti a discutere la possibilità di una fase di transizione che nei tempi utili consenta una riforma elettorale. Ma a condizione che i vecchi protagonisti si facciano da parte. Se invece chi ci ha portato in questa situazione intende sopravvivere navigando da un incidente all’altro, si tratterà di una responsabilità gravissima che si assume totalmente». Di nuovo: e voi intanto cosa intendete fare?
«Utilizzeremo tutte le occasioni parlamentari per porre fine a questa situazione e tutte le possibilità che abbiamo nel Paese, comprese le Feste, per far crescere il senso comune della necessità di una ripartenza. Sul piano della politica, lavoriamo per comporre uno schieramento d’opposizione unitario».
Dall’Udc a Sel passando per l’Idv? Non teme che l’alternativa sia poco credibile? «Guardi che la vera novità politica di questo passaggio non è tanto nei tempi di approvazione della manovra, ma il senso di responsabilità dimostrato dalle forze di opposizione. Per la prima volta in tre anni il Pd, l’Udc e l’Idv hanno proposto correttivi comuni, hanno presentato in Parlamento emendamenti insieme. È una novità che non va sottovalutata. Tanto più in un momento delicato come questo bisogna costruire l’unità dell’opposizione. E lo stiamo facendo concretamente, mantenendo un costante rapporto con l’Udc e lavorando su tavoli tecnici con Idv e Sel. Così stiamo costruendo una credibile alternativa di governo. Sapendo anche che più passano i giorni senza che si verifichi una svolta, più avremo l’esigenza di una ricostruzione. E quindi il prossimo non sarà un passaggio di governo qualsiasi».
Anche perché il grosso della manovra viene scaricato nel biennio 2013-2014, quando a governare saranno altri: nel caso ci foste voi al governo?
«Terremmo invariati i saldi della manovra, ma ne cambieremmo segno e composizione. Alcuni segnali già li abbiamo dati. Due regioni governate da noi, Emilia Romagna e Toscana, non applicheranno l’aumento del ticket sanitario, mentre in Parlamento già abbiamo depositato una proposta di legge che eliminerebbe l’aggravio indicando anche una copertura diversa. Ma è l’intero impianto di questa manovra che va cambiato perché sono state compiute scelte di un micidiale classismo. C’è il taglio lineare della detrazione fiscale, che colpisce famiglie e lavoratori, cioè chi paga le tasse, mentre non c’è un rigo contro l’evasione fiscale e c’è anche un mezzo condono. La tempesta non è passata e noi dovremo compiere un’operazione di ricostruzione in tempi molto difficili».
E con un sentimento di antipolitica che, a giudicare dagli ultimi tempi, è piuttosto in crescita. Dice che l’opposizione e in particolare il Pd, per come si sta muovendo sui costi della politica, ha la credibilità per affrontarlo efficacemente?
«Noi abbiamo avanzato proposte precise e coraggiose sui costi della politica e sul tema degli sprechi e dei privilegi. Come il superamento dei vitalizi per i parlamentari, la riduzione del numero di deputati e senatori, la riduzione delle società pubbliche, l’abolizione delle province al di sotto dei 500 mila abitanti, uscendo in questo caso dalla questione demagogica di cancellarle tout court senza dare conto di cosa fare delle funzioni che svolgono. Non accettiamo che questo tema delicato venga agitato in nome dell’antipolitica, o che venga confuso con il tema istituzionale. Altrimenti con certi toni di questo passo si chiederà di abolire il Parlamento e il Quirinale, perché costano, e di reinserire invece la figura del Podestà, tanto per risparmiare».
Non la preoccupa che senza qualche concessione alla demagogia si rompa quell’alleanza tra voi e società civile che si è vista alle amministrative, al referendum, nelle piazze in primavera?
«La mia preoccupazione principale è tenere un punto fermo, e cioè che senza politica comanda solo il miliardario. La Germania, paese che galoppa di più, non ha il miliardario ma i partiti. Detto questo, ci vuole una politica sobria, ci vuole la buona politica. Che rivendica il suo ruolo ineludibile, indicare dove va il Paese e garantire maggioranze che consentano un governo, ma conosce i suoi limiti. Che sta sotto il palco e arrotola le bandiere in presenza di movimenti che la convincono e che sa quand’è invece il momento di dispiegarle, queste bandiere».
E sulla legge elettorale? Secondo lei come dovrebbe muoversi la politica, e in particolare il Pd, considerando anche che in campo ci sono due referendum diversi per superare il Porcellum?
«Martedì in Direzione propongo un testo di riforma coerente con la logica bipolare, che consente all’elettore attraverso un semplice voto sulla scheda di determinare anche la maggioranza di governo, che prevede il doppio turno e induce alle convergenze, che garantisce il diritto di tribuna, la presenza femminile e il fatto che i gruppi parlamentari possono essere formati soltanto da forze presentate alle elezioni. Io chiedo che il partito sostenga questa proposta e di discuterla con le altre forze politiche. Questo tocca ai partiti. Il resto va lasciato alla società civile».

L’Unità 17.07.11

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“Veltroni: adesso il Pdl dica sì a un governo istituzionale” , di Aldo Cazzullo

«Il Paese ha bisogno di un altro governo. Ha bisogno che si dia rapidamente un messaggio di stabilità, di sicurezza, di affidabilità dell’Italia. La crisi che stiamo vivendo è molto grave, e il fatto che il presidente del Consiglio si stia occupando dell’onorevole Papa piuttosto che dei rischi profondi che il Paese vive e delle sofferenze delle famiglie dimostra la lontananza siderale tra il presidente del Consiglio e il Paese stesso. Sette giorni di silenzio, di nascondimento, di evidente concentrazione su altri problemi, a cominciare dal pagamento degli oneri sentenza Mondadori. Un governo in cui ogni giorno c’è un conflitto più grave tra il premier e il ministro dell’Economia. Un ministro delle Riforme istituzionali che mostra il dito medio mentre viene eseguito l’inno nazionale; un episodio per cui in un altro Paese dopo due secondi si sarebbe stati accompagnati all’uscita. Una situazione di totale instabilità e assenza di capacità di governo, proprio mentre se ne avrebbe più bisogno. Si stanno allineando una serie di pianeti che reclamano un passaggio d’epoca» . Walter Veltroni, chi dovrebbe sostenere questo nuovo governo? Anche il Pd? E Berlusconi perché dovrebbe farsi da parte? «Berlusconi oggi è il problema. Ed è riconosciuto come tale in Italia e all’estero. Lo Spiegel titola una sua analisi “perché è giusto punire l’Italia”. L’instabilità politica e di governo è legata in particolare a Berlusconi: tutto il Paese, compresi moltissimi deputati di maggioranza, lo avvertono come un ostacolo alla liberazione delle energie dell’Italia, al suo rasserenamento. Berlusconi deve avere la misura minima di capire che deve per una volta far prevalere gli interessi della nazione sui propri. Invece ripete meccanicamente le parole del capitano Smith del Titanic di De Gregori: “Andiamo avanti tranquillamente”» . Berlusconi fa notare di avere ancora la maggioranza in Parlamento. «Non l’ha nel Paese. Non l’ha nel rapporto con l’opinione pubblica, con i soggetti imprenditoriali e sociali, nelle relazioni internazionali. Ha la maggioranza con Scilipoti. Ma con Scilipoti non dai risposte ai mercati finanziari e al bisogno di novità del Paese» . Come farlo, allora? «Con un governo presieduto da una persona che sia affidabile e credibile, per l’Italia e per l’Europa, e faccia due cose. La riforma elettorale, per rafforzare il sistema bipolare e restituire ai cittadini il potere di scegliere, con i collegi uninominali, i loro rappresentanti. E scelte anche dolorose contro l’emergenza economica. In Italia qualcuno deve fare questa parte: Giuliano Amato, Ciampi, noi, con il governo Prodi, per entrare in Europa. L’Italia è il Paese che fece in sei anni l’Autosole; oggi siamo fermi sulla Salerno Reggio Calabria. Con Pisanu parlammo di governo di decantazione per indicare un tempo breve, che apra la via a una nuova dialettica tra due forze di tipo europeo e tolga dal campo della vita pubblica l’anomalia Berlusconi» . Lei pensa davvero che anche il Pdl sosterrebbe un governo così? «Penso che dovrebbe tutto il Parlamento. Perché non sarebbe un ribaltone. Ma un governo con un consenso larghissimo, di forte attitudine istituzionale e di competenza, indispensabile per affrontare una fase di difficoltà che può diventare drammatica» . Chi dovrebbe guidarlo? Si è parlato di Monti e dello stesso Pisanu. «Per fortuna in questo Paese c’è Giorgio Napolitano. Il Quirinale è un presidio di saggezza. Ha stimolato la politica a reagire nel modo giusto. Il Pd ha fatto bene in Parlamento ad assumere una posizione responsabile, tanto più apprezzabile in ragione del dissenso profondo per una manovra estemporanea, dal segno sociale sbagliato, che ostacolerà la crescita. Ora è il centrodestra che deve dare analoga prova di responsabilità non rimanendo incollato al potere» . Lei parla di “allineamento di pianeti”e passaggio d’epoca. A cosa si riferisce? «C’è una crisi politica e di legittimazione delle istituzioni molto profonda. C’è una crisi morale, con un dilagare della corruzione e della criminalità superiore persino ai tempi della denuncia di Enrico Berlinguer. C’è una crisi economica e finanziaria che porta a compimento tutti i nodi irrisolti della nostra storia, a cominciare dal debito pubblico, nel pieno di una tempesta che investe l’Occidente intero: se qualche anno fa qualcuno ci avesse detto che il presidente degli Stati Uniti avrebbe denunciato il rischio di default del suo Paese, avremmo pensato a una barzelletta. E c’è un insopportabile aumento della disuguaglianza sociale. Otto milioni di poveri sono una cifra intollerabile per l’Italia del nuovo millennio» . Contro la crisi finanziaria il governo ha presentato e fatto approvare la manovra. «Non credo che la manovra abbia risolto tutti i nostri problemi con i mercati. I mercati non sono la Spectre: agiscono dove percepiscono instabilità finanziaria e politica; e noi abbiamo tutti e due gli elementi. Quando parlo di passaggio d’epoca penso alla spirale che l’Italia deve interrompere se vuole sopravvivere: la spirale di conservatorismo e populismo, che ha segnato tutto il Novecento. La funzione storica del Pd resta quella di introdurre un elemento di discontinuità tra fascismo, andreottismo, berlusconismo. E la discontinuità si chiama riformismo. Qualche mese fa al Lingotto, proposi di aggredire il debito e portarlo in 15 anni all’ 80%del Pil, per rimuovere questa pietra al collo che pesa sulle nuove generazioni» . Lei chiese una patrimoniale. «Io chiedo innanzitutto un piano industriale della pubblica amministrazione, per uscire dalla logica dei tagli lineari e selezionare in modo preciso sprechi e spese, a cominciare dalle Province. Si deve valorizzare il patrimonio pubblico. Si deve privatizzare e liberalizzare. Si deve dare priorità ad ambiente, cultura, formazione. E ribadisco che quando un Paese è in crisi, e noi lo siamo, chi ha di più deve contribuire più degli altri; altrimenti il Paese non tiene. Mi ha fatto piacere che questo tema sia stato ripreso da Casini nel suo intervento alla Camera. Come ai tempi dell’euro, occorre uno sforzo massiccio. Il 10%del Paese detiene il 48 %della ricchezza nazionale» . Chi paga, e come? «Le soluzioni possibili sono molte. Il punto è il principio: deve pagare di più chi ha di più, non i pensionati e gli artigiani, i precari e gli operai. Non credo ci sia alternativa a questo, se vogliamo mettere l’Italia in sicurezza per le prossime generazioni. Altrimenti a pagare di più saranno, con i poveri, le forze produttive, che sono anche le più esposte. A cominciare dalla piccola industria e dal ceto medio. Quelli che tengono su l’Italia» . Una cosa è certa: i partiti non intendono rinunciare ai propri privilegi. «Invece i costi della politica vanno tagliati. Sbaglia la politica quando reagisce piccata, come se dovesse difendere se stessa. Il vero problema è il funzionamento della democrazia. La gente è anche disposta a sopportare un costo se le istituzioni funzionano e decidono, se sono in mano a gente onesta, se garantiscono stabilità. Altrimenti la politica appare un costo iniquo, tanto più insopportabile quando si chiedono sacrifici alle famiglie. Ma la democrazia che decide non può essere fatta da mille parlamentari, due rami del Parlamento, Regioni, Province, Comuni, istituzioni pletoriche, consigli di amministrazione nominati dai partiti, una Rai sottoposta al controllo dello spoil system. Ci vuole una cura dimagrante, non solo perché corrisponde a un sentimento e anche a una rabbia, ma perché se la democrazia non decide prosperano i poteri altri. Comprese le varie P2, P3, P4, P8» . Il suo partito non ha appoggiato l’abolizione delle Province. «Il mio partito dovrebbe mettersi alla testa di questa riforma, non subirla. Non ci possono essere milioni di persone che vivono di politica» . Lei è in disaccordo con una parte del Pd anche sul ritorno al proporzionale. «Senza bipolarismo, il Paese è destinato ad andare alla deriva. Ai tempi del proporzionale, i partiti affondavano le radici nella storia del Paese: il Pri aveva Mazzini,
il Pli Giovanni Amendola, il Pci Gramsci. Ora abbiamo un sistema di partiti personali. E vogliamo tornare al proporzionale, con il debito pubblico al punto più alto? Vogliamo tornare a governi di coalizione che cadono per la presidenza dell’Eni? Io non ho nostalgia dei tempi delle stragi e penso che l’Italia a forza di volgersi indietro si trasformerà in una statua di sale. Consentire ai cittadini di scegliere i candidati e il governo è fondamentale; tanto più ora che Berlusconi sta uscendo di scena. Quando Alfano è divenuto segretario del Pdl, gli ho telefonato. E gli ho detto che ha due possibilità: può fare il secondo di Berlusconi, e continuare lungo quella linea di totale irresponsabilità istituzionale e nazionale; oppure può essere l’uomo di una nuova destra, civile, rispettosa delle regole. Se alla fine di questa lunga transizione avremo costruito un bipolarismo di tipo europeo, questo allineamento di pianeti avrà prodotto un esito simile al significato dell’ideogramma cinese della parola crisi: opportunità» . Nuovo governo o no, tra non molto si andrà a votare. Lei si è espresso contro uno schema tipo ’ 94, con i tre poli. Nello stesso tempo difende le primarie, che rendono impossibile l’accordo con l’Udc. Come risolve la contraddizione? «Guardi, in questi due anni ho avuto la soddisfazione di vedere le idee del Lingotto, dal bipolarismo all’attacco al debito pubblico, diventare patrimonio di molti. Tra queste idee c’è anche evitare la geremiade su “con chi”, anziché “che cosa”. Prima il progetto, poi le alleanze. E un Pd che punti al 40%e sia plurale e aperto. Chi è d’accordo sul dimagrimento della politica, su una riforma del mercato del lavoro che cancelli la precarietà, su nuove politiche ambientali, si metta insieme. Oggi, se non si pone l’accento su crescita e speranza, domineranno recessione e paura. La destra ha speculato sulla paura e favorito la recessione. Il centrosinistra trovi la forza di sfidare conservatorismi e populismo, entrambi presenti nella sua cultura. Il riformismo non è un pranzo di gala; ma di questo ha bisogno l’Italia. Penso a un’altra versione di Titanic, il libro di Enzensberger, che ha una frase bellissima: “Strano come, di tutto quel che c’era prima, la maggior parte senza lasciar lacuna sia scomparsa come un sasso nell’acqua”» .

Il Corriere della Sera 17.07.11

"Sale il Pd, frena il Pdl: Indeciso uno su due", di Renato Mannheimer

Sta diffondendosi, ancora una volta, l’ipotesi di nuove consultazioni politiche da tenersi in autunno o, al massimo, nella prossima primavera, fortemente sollecitate in queste ore dall’opposizione, anche in conseguenza del comportamento tenuto in occasione dell’approvazione della manovra economica. Quali potrebbero essere i risultati di queste eventuali elezioni anticipate? Nessuno può saperlo in questo momento. Ma l’elemento maggiormente caratterizzante il quadro odierno è la forte crescita di consensi per il centrosinistra, dovuta anche alla spinta degli esiti delle ultime amministrative e dei referendum. Il Pd è oggi stimato oltre il 28%(ma, secondo altri istituti di ricerca, ad esempio Ipsos e Demos, si trova quasi al 30%), e supera così il dato ottenuto alle ultime europee (26%), pur restando lontano da quello delle politiche (33%). All’inizio dell’anno in corso, il partito di Bersani superava di poco il 24%. Un avanzamento notevole, di circa 4 punti, in un solo semestre. Il trend di crescita riguarda anche alcune altre forze del centrosinistra, specie quelle che potremmo forse definire le più «radicali» nell’atteggiamento antiberlusconiano. Ad esempio, l’Idv di Di Pietro supera il 6%(ma, sempre secondo Demos, sfiora l’ 8%) e il Movimento 5 Stelle di Grillo si attesta sul 2,5%. Sel di Vendola conferma il suo rilievo nel panorama politico, mantenendosi sopra il 7%(sopra l’ 8%secondo Ipsos e Digis), rimasto stabile negli ultimi mesi: un valore doppio rispetto a quanto ottenuto nelle ultime europee. A fronte di questo andamento, si registra un significativo decremento del Pdl. Che è oggi attestato al 27%(altri istituti variano dal 26,4 al 29%), quando a gennaio superava il 30%. L’altro partito di maggioranza, la Lega, pare invece essere rimasto quasi indenne da questo trend di decrescita (anche per essersi spesso dissociato da Berlusconi in molte scelte e prese di posizione) e rimane attorno al 10%, pur con un lieve calo rispetto a gennaio. Tra i partiti di centro, l’Udc appare stabile attorno al 7%, mentre Futuro e Libertà conferma le difficoltà nel decollare e si attesta oggi al di sotto del 4%(o meno secondo diversi altri istituti di ricerca). Sulla base di questo quadro, sembrerebbe dunque (ed è oggi ragionevole prevedere) che il centrosinistra possa vincere le prossime elezioni, almeno per ciò che riguarda la Camera dei Deputati. Anche se saranno certo significative le scelte che decideranno di fare le tre forze di centro (Udc, Fli, Api). Se infatti esse finissero col non correre da sole (al contrario di quanto hanno sin qui dichiarato) e si alleassero, in tutto o in parte, ad una delle coalizioni maggiori, costituirebbero inevitabilmente l’elemento determinante nell’assegnare il premio di maggioranza, sempre che si voti con l’attuale sistema elettorale. Ma, soprattutto, sarà importante la comunicazione— e il comportamento — dei partiti nel corso della campagna elettorale. Sono infatti tantissimi— e in forte crescita, specialmente nell’elettorato del centrodestra — gli intervistati che rispondono di essere oggi indecisi su cosa votare: nelle ultime rilevazioni essi costituiscono quasi la metà della popolazione. Non a caso, le più recenti chiamate alle urne hanno dimostrato come siano tanti (e, soprattutto, in incremento) i cittadini che decidono all’ultimo momento, sulla base delle proposte delle varie forze politiche (e/o della immagine dei leader) nelle settimane immediatamente antecedenti al voto. Ancor più delle volte precedenti, si può affermare che questi elementi giocheranno un ruolo decisivo nel determinare i risultati.

Il Corriere della Sera 17.07.11

"Dopo Siena le donne ricominciano da tre: lavoro welfare e differenza", di Valeria Fedeli

Siena ha visto una partecipazione di 2000 donne molto convinte e motivate. Donne diverse per esperienza, ma eguali nel desiderio di partecipazione, di voglia di cambiamento del nostro Paese. Anche per questo Siena è stata un incontro intenso per i suoi contenuti, la sua discussione e confronto e per il grande e coinvolgente successo. Una due giorni che ha messo radici solide per costruire il futuro del movimento delle donne in Italia. Ora si sono create le condizioni per realizzare l’obiettivo di tutte le partecipanti presenti fisicamente a Siena o collegate tramite radio e web, e, necessario per il Paese. Condizioni e responsabilità che l’onda straordinaria del 13 febbraio aveva messo in moto. A Siena è partita un’impresa nuova, una sfida complessa e affascinante: costruire la rete di tutti i comitati di donne già esistenti insieme ai nuovi nati con il 13 febbraio, con le singole, e, con tante giovani. Una rete nazionale. Aperta, autonoma, includente. Un movimento organizzato e stabile. In-
sieme per scelta, per convinzione, per essere più forti nell’agire e cambiare. Un modello inedito di organizzazione e partecipazione. Una rete che tiene insieme le differenze.
Differenze che arricchiscono tutte e nessuna esperienza si sente annullata. Differenze che rendono tutte più forti, più radicate nei territori . Una rete di tutte perché c’è bisogno davvero di tutte per costruire quel Paese per donne che tutte vorremmo. Un Paese civile, un Paese rispettoso della dignità e della libertà, dell’autonomia e della differenza delle donne . Un Paese che rimette al centro della sua scelta politica il valore del lavoro per tutti, a partire dal valore per tutti del lavoro delle donne.
Consapevoli che scegliere questa priorità significa molti intrecci e coerenze conseguenti: lavoro-maternità-corpo-differenza. Basta precarietà, basta discriminazioni nel lavoro e nella vita. Significa una cultura e una partecipazione al lavoro qualitativamente diversa. Significa la riforma del’welfare. Significa considerare asili nido e servizi alla persona un investimento della collettività per il proprio benessere generale, per la crescita dell’economia, per uscire dalla crisi, per creare un futuro credibile e per tutti.
Il lavoro culturale, di proposta e iniziativa che ci aspetta dopo quanto già prodotto a Siena, è e sarà la cifra della nostra rete. La sua qualità e la forza della sua costruzione in tutte le realtà. Ciò che è avvenuto a Siena, continua a dimostrare, secondo me, che questo movimento è parte profonda dei mutamenti della nostra società. Non è un fenomeno contingente.
Questo movimento organizzato, questa rete vuole fare politica, vuole contare nella scena pubblica, spostare equilibri, determinare differenti priorità e chiede risposte politiche.

L’Unità 17.07.11

"Quei due personaggi senza più autore", di Eugenio Scalfari

Abbiamo tutti lamentato il silenzio assordante di Berlusconi in questi lunghi giorni di tempesta finanziaria e sociale, ma il Cavaliere si conosce bene e sapeva che se avesse parlato avrebbe creato altri e serissimi guai. Infatti così è stato. È intervenuto alla Camera venerdì scorso nella seduta di approvazione della manovra economica ed ha letto una dichiarazione di poche righe nella quale si compiaceva della tenuta della maggioranza e della capacità del governo di governare. Ma poi è sceso nell´emiciclo ed ha parlato con i suoi deputati e con i giornalisti nei corridoi di Montecitorio.
Il succo delle sue dichiarazioni è stato questo: è falso che sia “commissariato” da Napolitano e da Tremonti; la manovra è stata imposta dall´emergenza e così com´è non gli piace affatto ma la colpa è dell´Europa; c´è una congiura dei giudici comunisti contro di lui a cominciare dalla Corte d´Appello civile di Milano che vuole rovinare Fininvest e mettere sulla strada duemila lavoratori di Mediaset; al ministro Romano, presente in aula, ha raccomandato di non dimettersi in nessun caso; ai deputati del Pdl ha raccomandato di difendere compattamente il loro collega Alfonso Papa quando tra pochi giorni l´aula di Montecitorio dovrà votare sul suo arresto chiesto dal Gip di Napoli. Infine ha ammonito Bossi perché receda dal preannunciato voto della Lega in favore dell´arresto di Papa, che sarebbe «un fatto gravissimo con effetti estremamente pericolosi».
Questo è dunque il Berlusconi-pensiero quale risulta non da indiscrezioni più o meno attendibili, ma da sue dichiarazioni che sono state registrate dagli operatori televisivi e dai telefonini dei giornalisti assiepati attorno a lui. Se l´Europa e i mercati avevano bisogno di un´ennesima prova della confusione che aleggia sulla “governance” dell´Italia, la prova è stata ampiamente fornita dal presidente del Consiglio.
A questo punto si pone la domanda: la permanenza di Berlusconi alla guida del governo contribuisce positivamente alla stabilizzazione finanziaria o è invece un fattore altamente destabilizzante? Si può andare avanti in questo modo fino al gennaio 2013 e poi per altri sei mesi fino alle elezioni di maggio con i poteri del Quirinale affievoliti dal semestre pre-elettorale?
Ce la poniamo in molti questa domanda. Immagino che se la ponga soprattutto Giorgio Napolitano la cui attiva presenza è stata uno degli elementi che ha consentito l´approvazione della manovra in appena cinque giorni. «Un miracolo» ha detto il presidente della Repubblica. È vero, un miracolo mai avvenuto prima, ma i miracoli non si ripetono e non bastano per guidare un Paese. Ci vuole un governo credibile, un´opposizione credibile, una classe dirigente credibile.
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L´opposizione credibile c´è e tutti (salvo Berlusconi) l´hanno riconosciuto, dallo stesso Napolitano ai presidenti del Senato e della Camera, dal ministro dell´Economia alla Lega e ai capigruppo del Pdl.
Ma proprio perché l´opposizione è credibile e ne ha dato la prova, proprio nel momento in cui il Parlamento dava il via libera alla manovra il segretario del Pd e tutto lo stato maggiore di quel partito hanno chiesto le dimissioni immediate del presidente del Consiglio ed hanno preannunciato che a cominciare da subito formuleranno un programma per capovolgere l´asse portante della manovra evitando la “macelleria sociale” che essa contiene, fermi restando i saldi che la manovra ha posto come paletti necessari a rassicurare i mercati e a tutelare il debito e i titoli dello Stato.
Il Partito democratico, l´Idv e il Terzo Polo hanno accumulato un credito consistente rendendo possibile il “miracolo”. Ora hanno il diritto e il dovere di mettere questo credito all´incasso nell´interesse generale, ma è evidente che l´opposizione parlamentare da sola non basta.
Per uscire dallo stallo è necessario un più vasto concorso di popolo e di istituzioni, ciascuna nell´ambito della propria competenza. La classe dirigente, le forze sociali, la società civile sono chiamate a dare un fondamentale contributo. Andare avanti così significa che il miracolo compiuto il14 luglio ha cessato di operare.
Un commentatore molto attento, Fabrizio Forquet, ha scritto venerdì scorso su 24 Ore: «La manovra ha tenuto in carreggiata la macchina, ora è tempo di darle benzina per tornare a macinare terreno. Anche perché quando lunedì i mercati si riapriranno la manovra-sprint sarà già passata. E ai desk dei traders si tornerà a guardare all´Italia in cerca di buone ragioni per acquistare o per vendere titoli italiani». Sarà esattamente così.
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Ma Tremonti non è da meno quanto a improntitudine. Non parliamo dei suoi cinque anni di “finanza creativa” nella legislatura del 2001, basati sui condoni e sulle cartolarizzazioni senza coperture; parliamo di oggi, di questa manovra. Quando la presentò poco meno di due mesi fa era molto diversa e molto più mite di quella approvata il 14 luglio. Per lui bastava così e per la Commissione europea di Barroso anche.
Poi ci fu il nerissimo venerdì e l´altrettanto nero lunedì successivo e la manovra fu radicalmente cambiata sotto la spinta di Napolitano e con i suggerimenti di Mario Draghi. Da 40 miliardi fu aumentata a 48 ma per metterla ancor più in sicurezza, una clausola di salvaguardia ne prevede altri 20 eventualmente riassorbibili nella riforma fiscale. Siamo dunque ad un totale di quasi 80 miliardi, un salasso di quelli che possono ammazzare un Paese se non saranno gestiti con altissima professionalità e con altrettanto solida credibilità. Osserviamo che il rapporto tra tagli di spesa e maggiori imposte raggiunge il 50 per cento. La vera macelleria sociale è questa perché si tratta di imposte regressive.
Domanda: è credibile un ministro dell´Economia costretto a rivoluzionare un´operazione perché non aveva previsto le reazioni negative dei mercati? Nella seduta del 14 luglio alla Camera Tremonti ha pubblicamente ringraziato l´opposizione la quale gli ha risposto che aveva reso possibile l´approvazione per senso di responsabilità ma senza alcuna corresponsabilità perché giudicava pessima la manovra approvata e si preparava a proporne sostanziali modifiche.
Ora Tremonti parla del Titanic e ricorda che in disastri come quello se la nave va a fondo muoiono tutti. Qualcuno ha interpretato quelle parole come un richiamo alla Germania e alla Francia, altri come un richiamo ai ceti abbienti del nostro Paese, i quali tuttavia escono abbastanza immuni dalla macelleria sociale denunciata dall´opposizione. Ma c´è anche un´altra considerazione da fare: se la nave affonda muore anche il comandante che l´ha guidata a cozzare con l´iceberg, ma se la nave miracolosamente si salva, il comandante finisce comunque sotto processo e viene radiato dalla Marina.
A rigor di logica debbono dunque andarsene sia Berlusconi sia Tremonti. Le loro responsabilità sono molto diverse ma della stessa gravità. La loro presenza è destabilizzante, debbono dunque esser sostituiti con rapidità da persone credibili e competenti delle quali c´è per fortuna ampia scelta e disponibilità.
Nel frattempo il ministro dell´Economia è tenuto a spiegare come sia stato possibile che le nomine nei consigli d´amministrazione di società controllate direttamente o indirettamente dal Tesoro siano state affidate a quel Milanese che non aveva altro titolo fuorché quello di essere un consulente del ministero, scavalcando il direttore generale Vittorio Grilli, che peraltro si è fatto tranquillamente scavalcare senza opporre alcuna resistenza.
Tremonti sapeva che Milanese e non Grilli gestiva le nomine? Se lo sapeva la sua responsabilità politica è enorme, se non lo sapeva la sua credibilità politica è sotto zero.
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Va di moda da qualche giorno addossare la crisi dei mercati all´inconsistenza dell´Europa e la prova sta nel fatto che la speculazione attacca con assalti ricorrenti tutte le piazze europee e non soltanto quelle più deboli e disastrate. Luigi Spaventa ha sostenuto questa tesi su Repubblica di ieri con dovizia di argomenti. Non è il solo, l´inconsistenza di un´efficace “governance” dell´Eurozona è evidente a tutti e ne sono altrettanto evidenti gli effetti negativi.
Va detto tuttavia che non tutte le istituzioni europee sono state assenti dalla gestione della crisi. Non è stata assente per esempio la più autonoma e la più europea di quelle istituzioni e cioè la Banca centrale che è nei mesi scorsi più volte intervenuta acquistando o accettando in garanzia titoli dei paesi più disastrati a cominciare dalla Grecia, dall´Irlanda, dal Portogallo. Al bisogno ha acquistato anche titoli spagnoli e austriaci.
Lunedì scorso, quando la turbolenza ha investito in pieno per il secondo giorno consecutivo il mercato italiano, la Bce ha massicciamente acquistato titoli italiani attingendo dalla massa monetaria appositamente accantonata per operazioni sul mercato aperto.
Di questa massa monetaria fa parte anche il Fondo di stabilità per la sicurezza dell´euro; ammonta a mezzo miliardo e potrebbe – dovrebbe – essere incrementato fino a quattromila miliardi. Si tratta d´un deterrente imponente che la Bce può usare per controbattere la speculazione, purché i paesi con più elevati debiti sovrani procedano alla loro graduale riduzione azzerando i disavanzi di bilancio e recuperando saldi attivi nelle partite correnti.
In Italia in questi ultimi tre anni il debito non ha fatto che crescere e il fabbisogno per finanziarlo ad aumentare e così continuerà fino al 2013. Solo in quell´anno avrà infatti inizio la riduzione netta del disavanzo di bilancio.
Questa è un´altra delle manchevolezze della manovra che è ancora troppo spostata in avanti. Occorre dare inizio all´aggiustamento già da questo esercizio e dal successivo se si vuole veramente recuperare la fiducia dei mercati.
Infine bisogna pensare da subito alla crescita e alle riforme di liberalizzazione. Farsi dettar legge dai notai e dagli avvocati circa la liberalizzazione degli ordini professionali è una prova di impotenza; spostare alla prossima legislatura tutti gli interventi che riducono il costo della politica segnala un´altra impotenza. Questi segnali non aiutano a recuperare la perduta credibilità e la smarrita fiducia.
Ancor meno aiuta l´aria di irrespirabile corruzione all´interno della Guardia di Finanza. Non è un fenomeno nuovo, dura a dir poco da trent´anni. Ma ora la sensibilità della pubblica opinione è finalmente aumentata e quel fenomeno non è più oltre sostenibile. Spetta anche in questo caso al ministro dell´Economia dal quale dipende quel corpo dello Stato fornire un quadro esaustivo della situazione, delle responsabilità, degli eventuali peccati di omissione suoi e dei suoi collaboratori e proporre efficienti terapie. Come si vede non siamo affatto fuori dai rischi che tuttora ci sovrastano. La sola vera buona notizia riguarda il nostro sistema bancario: nessuno dei nostri maggiori istituti di credito ha avuto giudizi negativi nei test europei sul patrimonio delle banche. Bisogna quindi evitare di penalizzarle sia con provvedimenti fiscali sia mobilitandole per l´assorbimento dei titoli alle aste del Tesoro. Le banche debbono destinare le loro risorse al finanziamento degli investimenti. Altri compiti sono impropri e debbono essere evitati.

Post Scriptum. È stato approvato alla Camera un obbrobrioso testamento biologico. Probabilmente contiene disposizioni anticostituzionali. Ma indipendentemente dai rilievi eventuali del Capo dello Stato al momento della firma e dagli accertamenti di costituzionalità della Corte, questo è uno dei casi in cui la società civile e le forze politiche sensibili ai temi di libertà debbono mobilitarsi e lanciare il referendum abrogativo. Subito, prima ancora che il Senato completi l´iter parlamentare della legge. La libera stampa parteciperà a questa mobilitazione. Noi di Repubblica certamente ci saremo.

La Repubblica 17.07.11