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"Pronto il partito di Tremonti. Depositati nome e simbolo", di Federica Fantozzi e Claudia Fusani

Otto mesi fa il ministro cominciò a pensare al nome, simbolo, costi, e parlamentari che avrebbero potuto seguirlo. E ora nel Pdl c’è chi ripete che «il tesoretto di Milanese doveva servire a finanziare quel partito». Probabilmente l’ha fatto per precauzione in un passaggio ad alto rischio per il governo Berlusconi e in un momento in cui sentiva forte l’ostilità dentro il Pdl. Insomma, non è scontato che il partito di Giulio Tremonti diventi un progetto concreto. Tuttavia, già nel novembre scorso, il ministro dell’Economia ha depositato in gran segreto un nome e un simbolo. E l’opzione – o forse il deterrente – è ora nelle sue mani. In un contesto politico mutato, ma per certi aspetti persino più insidioso e conflittuale nel centrodestra. Da quando è scoppiato il caso Milanese, del resto, a Montecitori esponenti del Pdl ripetono che “il tesoretto di Milanese doveva servire a finanziare il partito di Tremonti». Non è escluso che la notizia, o il sospetto, di una simile operazione sia addirittura all’origine della guerra in corso tra il premier e il suo super-ministro dell’Economia. Non è neppure escluso che Tremonti attribuisca a questa ragione la macchina del fango che si è scatenata contro di lui e che lo ha indotto a parlare al magistrato di Napoli di un “metodo Boffo” ai suoi danni. L’operazione, cioè il deposito del nome e del simbolo, avviene tra l’autunno e l’inverno dell’anno scorso. Novembre 2010 è il periodo più cupo per la maggioranza e la legislatura. Berlusconi è alle prese con la spallata (poi fallita) di Fini in Parlamento. Nel centrodestra la tensione è altissima e c’è malumore contro il (troppo) potente ministro dell’Economia. Nelle riunioni dei Consigli dei ministri volano offese e male parole. Prestigiacomo e Gelmini sono furibonde per la riduzione dei loro budget, Bondi diserta le riunioni afflitto dai tagli alla cultura. «Giulio provoca, ha massacrato dei dicasteri, così il governo si sfascia. Allora è vero che punta all’esecutivo tecnico…»sbotta il premier.
È il periodo, anche, dell’attacco concentrico al superministro da parte di Libero e del Giornale, sazi del sangue di Fini. Feltri intinge i testi nel veleno, “Tremonti socialista e illiberale”, “Giulio? Il miglior ministro che abbiamo, normale voglia andare a palazzo Chigi”. Editoriali che da una parte danno corpo all’ipotesi governo tecnico sotto la guida Tremonti e dall’altra avvelenano il fegato già bilioso del premier che in poche settimane finirà nel mirino del Rubygate.
Comincia, proprio in quelle settimane di fine 2010, anche il grande freddo con la Lega di Bossi da sempre fedele alleata di Tremonti. Il quale, stimato fuori e diffidato in casa, decide di aprire un paracadute: un nuovo soggetto politico con la sua leadership, un’ipotesi di rottura con il Pdl dopo aver dimostrato il piglio rigorista che ha salvato l’Italia dalla crisi. E’ allora che Tremonti comincia a ragionare sui dettagli operativi: nome, simbolo, costi, parlamentari che potrebbero seguirlo, alleanze e sponde. Non ancora un progetto. Più che altro una tentazione, un’idea di exit strategy da una situazione sempre più difficile anche dal punto di vista umano. Di questa possibilità, tenuta riservatissima, sono venuti a conoscenza nel tempo pochissimi interlocutori politici e non. Ma Tremonti, da uomo concreto, in via cautelativa ha cominciato a muoversi anche sul piano legale.
Alla luce di questo, assumono contorni diversi anche alcuni passaggi chiave delle due inchieste napoletane. Soprattutto l’interrogatorio del 17 giugno negli uffici della Dia aRoma in via Cola di Rienzo quando Tremonti rivela ai pm Curcio e Woodcock: «Al Presidente del Consiglio dissi che contro di me nulla avrebbero potuto certe campagne stampa col metodo Boffo. Ciò trovava riscontro in voci di Parlamento che mi sono permesso di segnalare
al Presidente del Consiglio. In quell’interrogatorio Tremonti dice di sentirsi “pedinato, spiato, solo e sotto attacco”. È primavera quando la tensione tra ministro Economico, palazzo Chigi e Lega è al massimo tanto che Tremonti è l’unico escluso, con Scajola, dalla cena dei ministri al Majestic (8 aprile) organizzata proprio, anche, per sparargli addosso. Forse proprio in quel momento il progetto politico di Tremonti giunge alle orecchie del premier. Da giorni a Montecitorio accuse strumentali cercano di stringere la posizione di Milanese a quella del ministro parlando del partito di Giulio e del suo finanziamento. Tentativo disinnescato dal procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore. Siamo a un regolamento di
conti finale.

L’Unità 17.07.11

"Famiglie troppo colpite, intervenite" di Gabriele Isman

Vescovi e associazioni chiedono modifiche. E Giovanardi cerca una mediazione. Cei, Caritas, Acli non allentano la pressione sul governo e chiedono modifiche. I cattolici all´attacco della manovra. La scomunica ufficiale è arrivata ieri con un editoriale sulla prima pagina dell´Avvenire: «L´abbiamo ingoiata senza fare troppe storie – scrive il giornale della Cei – . Questa manovra economica è stata necessitata prima ancora che necessaria. L´attacco speculativo era stato troppo grave, la situazione troppo instabile e incerta. Il risultato complessivo più che distribuire in maniera equa i pesi del rigore necessario continua a caricare sulle famiglie e sui ceti medio-bassi l´onere del risanamento, toccando solo marginalmente i ceti alti e certe corporazioni». E nell´editoriale non mancano le critiche ai mancati tagli ai costi della politica. Il giorno prima il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, aveva detto: «La famiglia deve essere difesa a tutti i costi perché è la base della società civile». E inevitabilmente le sue parole erano sembrate un richiamo al Parlamento.
Ma l´attacco dei cattolici alla Finanziaria era partito già nei giorni precedenti: il governatore Roberto Formigoni ieri ha spiegato che in Lombardia si stanno verificando «le compatibilità di bilancio» per abbassare il ticket da 10 euro sulle visite specialistiche. Anche a RepubblicaTv Formigoni qualche giorno fa era stato molto critico, spiegando che «vengono chiesti alle Regioni sacrifici assolutamente sproporzionati. Contano per il 20 per cento nella spesa pubblica, e i tagli insistono per circa il 50, con nove miliardi abbondanti, soprattutto nel comparto sanità. Serve un riequilibrio: i ministeri già l´anno scorso hanno pagato pochissimo». Poi le critiche erano arrivate dalle Acli – «scandaloso l´accanimento sulle famiglie e il disinteresse per i poveri che emerge da questa manovra economica» aveva detto il presidente Andrea Olivero – e dalla Caritas che, attraverso il vicedirettore Francesco Marsico, aveva chiesto di «mettere in sicurezza almeno le famiglie con situazioni di povertà assoluta».
Ieri qualche cattolico Pdl ha provato a difendere la manovra: per Osvaldo Napoli «quello delle famiglie è un problema di cui dobbiamo farci carico, al di là delle necessità del momento che ci vengono riconosciute da tutti. Con maggiore calma una riflessione sul quoziente famigliare è necessaria». Napoli però non concorda sulle critiche ai mancati tagli ai costi della politica: «La discussione sconta un eccesso di qualunquismo che ora rischia di diventare persino noioso. Nessuno parla mai degli stipendi dei magistrati o di quelli di altre categorie. La politica ha già tagliato moltissimo e che oggi l´Italia ha il minor costo complessivo per parlamentare rispetto ai grandi Paesi europei. In Francia un parlamentare costa 5-6mila euro in più che in Italia». Un membro del governo come Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Famiglia, cerca una mediazione tra l´editoriale di Avvenire e la linea dell´esecutivo: «Se le cose restassero così sarebbero inaccettabili. Non si può trattare allo stesso modo chi deve mantenere due, tre, quattro figli e chi non ne mantiene nessuno. Ma tutto va visto nella prospettiva dell´approvazione della delega e della riforma fiscale. Il giudizio va dato su quello». Giovanardi confessa di non aver avuto «modo di leggere la manovra nel dettaglio e vedo che i grandi quotidiani hanno riportato dati totalmente inesatti, equivocando sui grandi numeri. Ma c´è un dato che balza agli occhi: se queste misure che entreranno in vigore nei prossimi anni verranno compensate dalla riforma fiscale, dalla delega che ridisegna il fisco con la possibilità di introdurre il fattore famiglia, ci sarà un riequilibrio del sistema a favore delle famiglie».

La Repubblica 17.07.11

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“SE LA MANOVRA RISPARMIA I PARADISI FISCALI”, di GIORGIO RUFFOLO
È un coro quello che si leva sul costo della politica. Effettivamente in Italia quel costo è particolarmente elevato a causa dell´invasione della società politica nella società civile, che dà luogo a una rendita contaminata da inquinamenti mafiosi.
Si parla della politica come di una corporazione. Magari! Le corporazioni avvertono i pericoli che le minacciano e sono pronte, quando quelli diventano imminenti, a pagare il costo di un ripiegamento: come sarebbe da noi la riduzione del numero dei deputati (promessa da secoli) o l´abolizione delle province.
La politica italiana sembra invece priva anche dell´istinto di conservazione. Non è una corporazione. È una consorteria.
Ciò detto è incredibile e anche vergognoso che si punti il dito sulla invasione senza dire una parola sulla evasione. Sul fatto che un terzo del reddito reale, quello dei più ricchi, si sottrae ai propri doveri fiscali.
Pochi numeri rendono l´idea. Stime dell´Istat collocano il tasso di evasione medio nazionale al 13,5 del reddito dichiarato. Medio, significa benefici praticamente nulli per i dipendenti e i pensionati, stratosferici per gli autonomi e i rentiers che presentano un tasso di evasione rispettivamente del 56 e dell´84 per cento del reddito. In parte cospicua anche se non accertabile quelle ricchezze evasive affluiscono nei paradisi fiscali.
Secondo un calcolo dell´Ocse, che dovrebbe sorvegliarli e contrastarli, a fine 2008 i capitali accolti in paradiso ammonterebbero globalmente a circa 7 mila miliardi di dollari. Lo Scudo fiscale eretto dal nostro governo apre ai capitali italiani peccatori le porte del paradiso: una provvidenziale via di redenzione.
Chiudere i paradisi? Anche per Nostro Signore sarebbe difficile: non ci si può sottrarre al ricatto capitalistico della migrazione dei capitali “altrove”. Verrebbe voglia di dire: è il capitalismo, stupido. Ma c´è modo di non subire interamente il ricatto.
Primo, denunciandolo, come si fa con la mafia. Ora, l´Italia è il solo paese al mondo in cui un presidente del Consiglio dichiara invece pubblicamente di comprendere le ragioni degli evasori.
Secondo: il rapporto tra Stato e capitalismo, che può essere declinato in modi assai diversi. Si va dalle repubbliche di banane dei Caraibi al compromesso socialdemocratico o cattolico democratico tra democrazia e capitalismo.
Il livello del confronto dipende in primo luogo, ovviamente, dal rapporto di forze. Per i “mercati” altro è avere a che fare con l´Italia o con l´Europa: e qui si misura il costo della fiacchezza europea. Dipende poi dalla competenza e dalla qualità dei governi nazionali.
Ci sono due aspetti che possono aumentare il grado di autonomia della politica dal ricatto capitalistico per i governi nazionali: i conti in ordine e l´autorevolezza. In Italia purtroppo non disponiamo né degli uni né dell´altra.
I conti sono pessimi. Quanto all´autorevolezza siamo piuttosto lontani da quella del generale de Gaulle (proprio in tema di paradisi fiscali non dimentichiamo che il generale minacciò di intervenire militarmente a Montecarlo. Solo Bossi potrebbe farlo con le sue baionette padane) e più vicini a una repubblica di banane.
Un soprassalto di dignità è quello che il presidente della Repubblica, il solo vero garante della dignità del Paese, ha ottenuto dal senso di responsabilità delle opposizioni con il via libera all´approvazione di una manovra disapprovata. Ma non basta certo.
Affidare una manovra economicamente sconnessa e socialmente iniqua alla gestione di un governo rissoso? È questo che ci aspetta nei prossimi due anni?

La Repubblia 17.07.11

"L'inganno dei mercanti di morte", di Michele Brambilla

È probabile che i grandi affaristi che nei Paesi più poveri del mondo stanno spacciando l’Eternit come una meraviglia del progresso, siano persone che vivono senza timor d’inferno né speranza di paradiso; e che non sappiano, quindi, che stanno riuscendo nella non facile impresa di violare ben tre dei quattro «peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio»: omicidio volontario; oppressione dei poveri; frode nella mercede agli operai.

Fu papa Sarto – san Pio X – a volere che nel suo Catechismo Maggiore si sottolineasse con forza una delle tendenze più gravi del suo tempo: il considerare la povera gente come carne da macello da sacrificare sull’altare dello sviluppo industriale. Era il 1905, quando quel pontefice pubblicò il suo Catechismo. Solo due anni dopo, a Casale Monferrato, veniva inaugurato il grande stabilimento della Eternit. Era una fabbrica che pareva un portento della modernità: produceva un materiale che costava poco e che si diceva fosse, appunto, «eterno», tanto era resistente la miscela di cemento e amianto che lo costituiva; e garantiva posti di lavoro praticamente a tutte le famiglie del paese. Posti di lavoro, per giunta, che sembravano garantire condizioni di vita e di salute molto meno pesanti di quelli tradizionali del Monferrato: i campi, le risaie, le cave.

Si sapeva già, in quel 1907, dell’inganno? Si sapeva che l’amianto uccideva? Forse sì e forse no. Sicuramente già c’era il dubbio: i primi studi sulla pericolosità dell’asbesto sono della fine dell’Ottocento. Ma quel che è sicuro, sicurissimo, è che dagli anni Cinquanta i dubbi erano diventati certezze. All’inizio degli anni Sessanta la comunità scientifica internazionale lanciò pubblicamente l’allarme: l’amianto provoca il mesotelioma pleurico, terribile cancro ancora oggi inguaribile; o altrimenti l’asbestosi, che non è un tumore ma riduce progressivamente la capacità respiratoria, fino a rendere la vita quasi impossibile.

Ma che cos’erano i mezzi di informazione negli anni Sessanta? Con quanta velocità circolavano le notizie, e soprattutto con quale capacità di penetrazione? Così i grandi produttori di Eternit poterono contare ancora sull’ignoranza della povera gente. Si è dovuti arrivare al 1992 perché l’amianto venisse proibito dallo Stato italiano.

Messi al bando nel mondo più ricco, i mercanti di amianto (possiamo chiamarli «mercanti di morte»?) hanno ora trovato nuove terre popolate da gente che non sa. Il Sudamerica, ma anche l’India. È in quelle terre, oggi, che la terribile polvere di amianto vola dalle fabbriche ai tetti ai campi e infine ai polmoni di uomini e donne che ignorano, e che proprio perché ignorano sono perfetti per assicurare profitti e sonni tranquilli a chi in sonno ha già messo, da un pezzo, la coscienza.

La Stampa 17.07.11

Costi della politica: il PD li vuole tagliare, il governo mette la fiducia e lo impedisce. Libero e Il Fatto non se ne accorgono

Libero scrive che nella notte PD e PDL si accordano per aumentarsi lo stipendio, ma non è vero. Il Fatto riprende l’articolo. I senatori Marilena Adamo, Paolo Baretta e Francesco Sanna spiegano come sono andate le cose. Alcuni quotidiani “vicini” a Berlusconi (Libero e Il Giornale) ed Il Fatto ieri hanno pubblicato degli articoli sulla discussione in Senato della manovra economica del Governo, in particolare sulla riduzione dei costi della Politica, che – oltre a diverse inesattezze- travisano totalmente la realtà e assimilano la posizione del PD a quella di PDL e LEGA.
Invece il Governo ha messo la fiducia su un maxiemendamento predisposto da Tremonti e dalla maggioranza. Su quello ha deciso di votare avendo i numeri per approvarlo. Il PD, l’IDV e l’UDC che avevano presentato emendamenti alternativi sui costi della politica (vitalizi, accorpamento dei comuni, accorpamento delle province, accorpamento delle società comunali, niente doppi incarichi, stipendi dei parlamentari in linea con la media europea da subito) se li sono visti vanificare dalla fiducia, che ha impedito qualsiasi modifica al testo del Governo.

Il senatore Paolo Giaretta ha risposto così alle e-mail ed ai commenti :
Forse se il giornale Libero avesse visto il resoconto della Commisssione Bilancio non avrebbe potuto dire “nella notte e lontano dalle telecamere, ecc.” nella notte abbiamo lavorato per forza, visto che non c’era altro tempo per consentire di andare in aula il giorno dopo. Ma avrebbe visto che le opposizioni hanno presentato emendamenti che prevedono la cessazione dei vitalizi e l’immediato adeguamento delle retribuzioni alla media europea. Mi sembra che sia invece una cosa di buon senso paragonare le retribuzioni ai parlamenti dei maggiori paese che sono omogenei a quello italiano, per dimensioni e funzioni. Sono intervenuto ed insieme a me altri senatori del PD, alquanto indignati per questa sordità della maggioranza. i voti si sono conclusi 12 a 13. Tutti i senatori dell’opposizione a favore degli emendamenti, tutta la maggioranza contraria. Questa è la verità dei fatti desumimbile del resto dal resoconto dei lavori della commissione.

La senatrice Marilena Adamo ed il senatore Francesco Sanna hanno scritto una lettera a Il Fatto Quotidiano:

cara redazione del Fatto Quotidiano, ci spiace molto aver visto sulla vostra pagina online che riprendete tout court un articolo di Bechis su Libero che riporta una ricostruzione falsa di quanto dibattuto e votato in Commissione Affari Costituzionali al Senato, martedi e mercoledì scorso. Vi preghiamo quindi di pubblicare queste nostre righe perchè ci spiacerebbe davvero che i lettori fossero tratti in inganno. Schematicamente:
1. Il parere della Commissione è appunto un parere, essendo la manovra materia della V Commissione-Bilancio
2. Non si sono svolte riunioni segrete e notturne, ma una martedì pomeriggio e l’altra mercoledì mattina;
3. Gli interventi compiuti sulla manovra di Adamo e Sanna li trovate sul resoconto di martedì. L’audio integrale di Sanna anche sul suo sito www.francescosanna.com.
In questi interventi, come in quelli degli altri senatori PD, le nostre proposte sono state chiarissime su: tagli degli emolumenti e proposte di modifica delle pensioni, richiesta di anticipare le decisioni al 1 gennaio 2012, che la manovra rinvia a dopo il 2013, in quanto hanno fatto esplicito riferimento all’emendamento presentato dal PD con le altre opposizioni e respinto dalla maggioranza in Commissione Bilancio. L’intervento di Pancho Pardi fa difatti riferimento alle medesime nostre posizioni e vi si associa.
4. Nella seduta di mercoledì le frasi da voi citate si riferiscono solo ad una richiesta di modifica venuta dal senatore Pastore al testo del Parere presentato dal relatore che non condivevamo: cioè i parametri da usare per calcolare la media europea degli emolumenti. Tra l’altro facciamo notare che la decisione assunta poi dalla maggioranza nel suo maxi emendamento, cioè nel testo definitivo, va esattamente nel senso opposto da quello da noi indicato: cioè si fa la media solo con i paesi più ricchi e con gli emolumenti più alti.
5. La questione poi è rintracciabile nella prima parte del parere, quella a cui noi abbiamo votato contro,mentre abbiamo votato a favore delle cosiddette “osservazioni”, cioè suggerimenti dati alla commissione bilancio, che non ne ha tenuto conto, perchè riprendevano le nostre proposte: anticipare i tagli dei “costi della politica”, accorpare le province, rivedere scelte sulla scuola perchè anticostituzionali ecc.
Insomma se Libero si affanna a cercare di dimostrare l’indimostrabile, ci aspettiamo che Il Fatto dia conto, appunto dei fatti. Fatti che potrete facilmente trovare sul parere votato e sui due resoconti, quello del 12 e quello del 13, con preghiera di dare ai lettori i link giusti perche, sicuramente per una svista, se si apre il vostro link “apri il resoconto del Senato”si apre invece l’articolo di Libero, da alcune settimane impegnato a gestire la fine del ciclo politico di Berlusconi al grido di “sono tutti uguali”.
Grazie per la cortese ospitalità
Marilena Adamo e Francesco Sanna, senatori e lettori.

Lo stesso Francesco Sanna ha scritto anche a Franco Bechis, autore dell’articolo:

Caro Bechis, mi faccia provare a spiegare ai lettori di Libero cosa ho sostenuto per il PD nella Commissione Affari Costituzionali del Senato sul taglio dei costi delle istituzioni nella manovra economica, il 12 ed il 13 luglio scorsi. L’audio del primo intervento è disponibile sul mio sito internet, il sommario verrebbe così: 1) Rimandare alla prossima legislatura i “tagli” ai costi della politica è improponibile. Facciamo le riforme e le riduzioni un minuto prima di imporre i sacrifici al Paese e spieghiamo come si utilizzano i soldi pubblici per il funzionamento della democrazia. I tagli partano dal 1° gennaio 2012, non dalla seconda metà del 2013 come dispone il decreto legge.
2) Più trasparenza e dovere di rendicontazione di come usa i soldi pubblici il Parlamento ed ogni singolo parlamentare. Altrimenti, fuori di qui, si crederà che si vive tutti … alla Milanese ! 3) Il vitalizio parlamentare italiano non ha corrispondenti nei sistemi istituzionali europei. Proponiamo di abolirlo e di equiparare le pensioni dei parlamentari a quelle degli altri lavoratori dipendenti. Sia per consistenza economica (applicando il metodo contributivo), sia per età.
4) Auto blu. Gli annunci roboanti di Brunetta non hanno sino ad oggi prodotto la riduzione nemmeno di una Panda arrugginita. Voli di Stato. Appena tornato al Governo, il centrodestra cambia le regole e moltiplica per tre le ore di volo. Da subito le nuove regole.
5) Bisogna accorpare le diverse consultazioni elettorali per risparmiare. Ma perché non farlo anche per i referendum ? Argomento tabù per la maggioranza, che deve far dimenticare di aver dissipato 300 milioni di euro non più tardi di due mesi fa per evitare che si raggiungesse il quorum al referendum sul legittimo impedimento.
Il giorno dopo, nella discussione del parere che rendiamo alla Commissione Bilancio, diversi senatori della maggioranza liquidano queste proposte come “populismo”.
Replico: il populismo è del Governo. La Costituzione dice che la legge fissa l’indennità parlamentare, la manovra rimanda invece a commissioni di studio e medie europee senza indicare criteri che rendano determinabili i valori. Prendiamo i 17 paesi dell’Area Euro di cui parla il decreto legge, li pesiamo demograficamente e facciamo la media. Assumiamo il valore di quanto spende il popolo europeo per le sue istituzioni, facciamo la media e non sbagliamo.
Il mio suggerimento è per accelerare, non per frenare o tornare indietro. Viene messo tra le osservazioni della Commissione. Il PD vota comunque contro il parere, e a favore delle osservazioni che ha contribuito a formulare.
Tutto questo accade nella mattina del 13 luglio ( e non durante la notte senza testimoni).
In Commissione Bilancio, la maggioranza si accorda con il Governo per cambiare la norma. Si prenderanno i trattamenti economici dei parlamentari non dei diciassette paesi dell’area euro, ma solo dei sei “più importanti” tra questi (e con istituzioni più costose, aggiungo io). E facendo riferimento al loro PIL, cioè alla loro ricchezza, e non al numero dei lori cittadini. Io non sono d’accordo perché non sempre un paese con grande popolo è molto ricco e mentre invece in Europa lo sono quelli con poca popolazione.
Insomma, con il sistema prescelto dall’accordo tra maggioranza e governo, che ha escluso le opposizioni, la riduzione dei costi – se ci sarà – sarà lievissima.
Il PD ha votato contro queste modifiche, che rischiano davvero di innalzare lo status economico dei parlamentari, sia in Commissione Bilancio, sia nel voto di fiducia.
Le cose sono andate così. A suoi lettori il giudizio.
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Le ricostruzioni pelose della destra fatte trapelare attraverso Libero devono fare i conti con questo dato di fatto. Chi abbocca cade in un tranello studiato a tavolino.

Mar. Lau.

www.partitodemocratico.it

"Bonus Bebè: ora il Governo chiede indietro soldi e interessi", di Federico Genta

Tutto è iniziato con una lettera. «Felicitazioni per il tuo arrivo. Lo sai che la nuova legge Finanziaria ti assegna mille euro? Un grosso bacio». Firmato Silvio Berlusconi. Così, tra il 2005 e il 2006, seicentomila famiglie sono venute a conoscenza del bonus bebè. Un regalo del Governo. Inatteso e gradito, che a distanza di anni si è trasformato in un boomerang. Migliaia di famiglie hanno già ricevuto, o stanno per ricevere, un`altra lettera del Governo, dal Ministero delle Finanze. Questa volta il tono è meno festoso.
Viene richiesta la restituzione dell`assegno e il pagamento di una sanzione amministrativa: altri tremila euro. Ma ancora non basta.

Perché se dovesse essere accertata la violazione del codice penale in questo caso l`indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato – i genitori rischiano una multa tra i 5 e i 25 mila euro. Il motivo? A distanza di anni la direzione centrale servizi del Tesoro ha chiesto all`Agenzia delle Entrate di verificare le autocertificazioni, che le stesse famiglie avevano presentato al momento di incassare il bonus.

Perché non tutti i bambini, a cui la Sogei aveva inviato la missiva del presidente del Consiglio, avevano diritto a ricevere quel denaro.

Ogni nucleo, oltre alla cittadinanza europea, doveva confermare di non superare i 50 mila euro di reddito complessivo. Ma quel modulo non spiegava se la cifra era lorda o netta. Proprio questa piccola «dimenticanza» ha generato il caos. In tanti hanno scelto di dichiarare il reddito netto. Di qui le contestazioni che stanno arrivando in questi giorni. Ed è già battaglia sul numero delle famiglie che stanno ricevendo la lettera che intima di restituire quei soldi. Le associazioni dei consumatori parlano di oltre quattromila casi soltanto in Piemonte. II dipartimento del Tesoro ridimensiona il fenomeno. Ma conferma di avere già inviato ottomila lettere, spedite in tutta Italia, ad altrettanti «ladri» di bonus. Dall`inizio della settimana, a Milano, la Lega Consumatori ha raccolto più di 150 segnalazioni. Altre arriveranno.

«Scriveremo al Ministro, per chiedere che vengano sospese le ammende» annuncia il presidente, Laura Praderi. Aggiunge: «L`errore non è stato commesso dai cittadini, ma dallo Stato. Le famiglie sono state tratte in inganno da informazioni poco chiare. Dovevano essere indirizzate ai centri di assistenza fiscale, per verificare l`effettivo diritto al bonus bebè». Anche a Torino il numero delle contestazioni cresce con il passare dei giorni. «Non si può escludere che qualcuno abbia dichiarato il falso in maniera consapevole, ma ci sono persone che hanno superato la fascia di reddito per poche centinaia di euro» spiega l`avvocato Cristina Barbieri. «In questi casi consigliamo di restituire i mille euro, per evitare di aggravare la propria posizione».

Ma la strada è in salita anche per quanti si siano già decisi a pagare.

II Ministero, infatti, ha incaricato della riscossione le Direzioni provinciali di ragioneria. Uffici che il Governo ha avviato alla chiusura già dai primi mesi dell`anno. Risultato: molte strutture si sono rifiutate di proseguire gli accertamenti. E dalla capitale arriva un`indicazione per superare le difficoltà. Bisogna rivolgersi alla Direzione del Tesoro di Roma: ufficio II, via Casilina 3. Magari con una lettera. Sempre che basti.

IL NETTO DELLA DISCORDIA Il limite di reddito per chiedere il contributo era di 50 mila euro. Ci sentiamo trattati come dei delinquenti «Pensavamo di ricevere un aiuto. Adesso ci vogliono rovinare». Francesca, 36 anni, e Marco, 40, sono due impiegati.

Abitano in un appartamento tra le colline di Torino. Martina, la seconda dei loro tre bambini, è nata nel 2005. «Pochi giorni dopo il suo arrivo, abbiamo ricevuto la lettera firmata dal presidente del Consiglio. Annunciava l`arrivo del bonus bebè».

Come avete ritirato i mille euro? «Ci è stato recapitato un assegno.

Per incassarlo siamo dovuti andare alle Poste. Una firma e ci hanno dato i contanti. Ora ci sentiamo trattati come delinquenti».

Nessuno vi ha spiegato che il limite fosse di 50 mila euro lordi? «No. Anzi, eravamo convinti che l`autocertificazione fosse una semplice formalità. Credevamo che il Ministero avesse controllato chi avesse diritto al contributo».

Di quanto avete superato i limiti? «Nemmeno tremila euro. Lordi».

Cosa pensate di fare? «Ci siamo rivolti a un`associazione di consumatori. Volevamo far valere le nostre ragioni, e non scucire un euro.

Ma se servirà per evitare altri guai, restituiremo il bonus».

La Stampa 15.07.11

"Come salvare l’Italia e l’Europa", di Antonio Padoa-Schioppa

E così ci siamo arrivati. Dopo tante avvisaglie remote, ora l’Italia è davvero sull’orlo di un precipizio che potrebbe segnare la fine del benessereconquistatomezzosecolofa.E segnare la fine dell’euro e addirittura l’arresto se non la fine del processo di integrazione europea. Allarmismo eccessivo? Non credo. Sulla fine dell’euro scommettono ormai in tanti, e per tante ragioni diverse e concorrenti. Interessi potenti sono all’opera. L’obiettivo non sembra più irraggiungibile. Che fare? In questi giorni le proposte non sono certo mancate. Il punto di partenza degli osservatori è uno solo: le misure della manovra, per quanto corpose se viste nella cornice di quattro anni, sono inadeguate a scongiurare i rischi di attacco ai nostri conti. I 300 punti di spread raggiunti in pochi giorni dai nostri titoli pubblici decennali rispetto a quelli tedeschi comportano, da soli, un aggravio annuale di alcuni miliardi di euro sugli interessi del debito pubblico. Facile calcolare cosa costerebbe un raddoppio o una triplicazione o una quadruplicazione di queste cifre, che potrebbe arrivare in tempi brevi.
LA GRECIA insegna. E i mercati non si acquietano, se sentono vicino l’odore della preda. La ricetta non è difficile. Varie componenti sono state espresse da economisti indipendenti: Perotti, Zingales, Monti, Scalfari, Tabellini, Boeri, Ferrera, De Bortoli e altri osservatori. Occorre anticipare la scadenza del pareggio di bilancio almeno al 2013 se non addirittura al 2012. L’essenziale sta nell’adottare misure strutturali, attingendo ai due principali serbatoi: la spesa previdenziale e l’evasione fiscale. Si dovrebbero accompagnare questi interventi con segnali inequivoci sulla limitazione delle spese della politica: abolizione delle rappresentanze elettive per le province, diminuzione del numero e delle remunerazioni dei parlamentari e dei consiglieri regionali, cancellazione dei privilegi dei rispettivi vitalizi, diminuzione dei rimborsi elettorali. In una fase critica chi guadagna molto deve pagare di più: un innalzamentodellealiquoteperstipendi e rendite elevate va attuato, magari ridistribuendo il ricavato verso il basso.
E ancora: semplificazione drastica delle procedure amministrative, che inceppano troppe iniziative di crescita: anche qui la Germania insegna. Una quota delle risorse drenate deve essere rivolta a investimenti in infrastrutture di qualità, essenziali per la crescita e per il nostro domani: giustizia, ricerca, cultura, trasporti, ambiente. Occorre riavviare finalmente la procedura di spending review, per un dimagrimento ragionato e selettivo della spesapubblica.Rammentiamoche il programma del governo Prodi prevedeva il pareggio nel bilancio per il 2011. E aveva ragionevoli prospettive di arrivarci con misure ben meno drastiche, o di arrivarci al più nel 2012.
La messa in opera simultanea di tutte queste misure – che includono, sia ben chiaro, l’accelerazione rapida dell’innalzamento dell’età pensionistica maschile e femminile e l’abolizione delle pensioni di anzianità – accompagnata da un alleviamento del costo del lavoro, a sua volta compensato da un aumento di almeno uno o due punti di Iva (la Germania seguì con coraggio questa via, innalzandola di tre punti; i risultati si sono visti), dalla reintroduzione dell’Ici sulla prima casa (imposta coerente col federalismo) quantomeno per la abitazioni di valore, nonché da una stretta feroce sui bulloni della lotta all’evasione (che invece si tendono ad allentare): tutto questo porterebbe l’Italia in zona di sicurezza in tempi brevi. A condizione di non lasciarsi intimorire da proteste, lamentazioni, distinguo, petizioni di principio fuori luogo: esercizi nei quali siamo certamente maestri. Libro dei sogni? Sì, a meno che non si attui una svolta essenziale: una politica di questa natura – necessaria per evitare il rischio reale di default del Paese – può venire proposta e attuata solo con una politica di temporanea unità nazionale. Tutto il resto – ed è, purtroppo, davvero tanto… – deve venire dopo, a cominciare dal salutare contrasto tra maggioranza e opposizione. Solo un approccio bipartisan può superare i corporativismi che già si sono puntualmente manifestati per annacquare, svilire, depotenziare la messa in opera delle cose da fare. Servono misure strutturali, operanti con certezza immediata e dotate di effetti permanenti sul bilancio nazionale: non provvedimenti una tantum. Occorre operare per decreto legge, con voto di entrambi gli schieramenti, tale da non far ricadere l’impopolarità della stretta su una sola parte. Occorre spiegare chiaramente in ogni sede che le misure da adottare ora, per impopolari che siano (ma gli italiani sono assai meno egoisti e ottusi di quanto pensino tanti politici), sono comunque ben meno aspre di quelle che, volenti o nolenti, dentro o addirittura ormai fuori dall’Europa, saremo costretti ad assumere se non ci dimostreremo capaci di mettere ordine nei nostri conti, abbattendo il debito, ricostituendo l’avanzo primario e pareggiando il bilancio in tempi brevi. I giovani, i veri sacrificati di questo decennio,capiranno.Enonsololoro. L’opposizione avrebbe dovuto e dovrebbe avere molto più coraggio, mostrando i caratteri propri di una vera statura di governo: prendere essa l’iniziativa, sfidare la maggioranza, esigere una manovra più incisiva: risanamento e crescita nell’equità.
I PICCOLI aggiustamenti non servono più. Tra l’altro (last not least) un’azione nostra di riforma severa e responsabile rafforzerebbe di molto in Europa, presso i governi riluttanti – a cominciare da quello tedesco – la via maestra per la sicurezza dell’euro e per la ripresa della crescita in Europa: spingerebbe alla realizzazione in tempi brevi dell’Agenzia europea del debito, alla creazione ormai indifferibile di una fiscalità europea, all’incremento degli investimenti strategici tramite eurobond, insomma a quel governo europeo dell’economia che è indisgiungibile (lo sappiamo da sempre) da quello della moneta. Tutti gli esperti, per una volta, concordano: o si realizza senza indugi più Europa – quanto meno entro l’Eurozona – oppure si fa incombentelaprospettivadiunacrisiche potràinfirmare,conl’euro,l’intero processo di integrazione, cioè il futuro. Non solo il nostro, ma anche quello dei Paesi più di noi ricchi e virtuosi.La partita che si è aperta in Italia, essenziale per il nostro Paese, lo è altrettanto per l’Ue. La politica italiana su questo ha le idee chiare. Ma solo un comportamento interno ineccepibile può renderle credibili ed efficaci.

Il Fatto Quotidiano 16.07.11

"Medici e farmaci fra le partite aperte", di Roberto Turno

L’esplosione dei ticket, il finanziamento al Ssn che fa acqua, i tagli a medici e personale e il rischio del blocco del turn over, i farmaci e le imprese sotto pressione. Sono (almeno) quattro le partite della manovra che mettono in tensione la sanità pubblica. Quattro partite decisive che per le Regioni, le prime “depositarie” della tenuta dei conti di asl e ospedali tanto più verso il federalismo e i costi standard, rappresentano altrettante sfide decisive.
C’è il rischio che il Ssn non regga più, è l’allarme dei governatori. Che puntano a tavoli di lavoro specifici per cercare di raddrizzare, se sarà possibile, l’impostazione della manovra a loro carico. Fari puntati così sull’intesa da stipulare entro aprile 2012 (il 30 giugno sui farmaci), per modulare le manovre 2013-2014. Ma i governatori puntano a un «patto» nuovo di zecca.
Il taglio 2013-2014 sull’indebitamento netto è di 7,5 miliardi (7,95 sul saldo netto da finanziare), con aumenti sul 2012 appena dello 0,5 e dell’1,4 per cento. Il nodo è tutto qui. La “carta segreta” dovrebbero essere dal 2013 i costi standard, che dovranno puntare su qualità e appropriatezza delle prestazioni. E di conseguenza dare una spuntatina di unghie alla spesa. Ma il rischio di una potatura delle prestazioni garantite dai Lea (i livelli essenziali di assistenza), c’è tutto.
E qui entrano in gioco i ticket, a cominciare da quello da 10 euro su visite e analisi. Che dal prossimo anno, pesando in totale oltre 834 milioni, sarà ben difficile per tutte evitare di scaricare sugli assistiti. Ma la sventagliata di ticket dovrebbe scattare poi dal 2014: su tutte le prestazioni sanitarie, in linea di principio anche sui ricoveri. Nel 2014 proprio i ticket dovrebbero garantire il 40% dei risparmi: almeno altri 2-2,5 miliardi.
Personale, farmaci e imprese, rappresentano altrettanti capitoli scottanti. Medici e personale del Ssn hanno rimediato ancora un anno di stop dei contratti: per i medici significa a regime una perdita media di 7.300 euro, di 2mila per il personale non medico. Mentre tutta da chiarire è l’applicabilità alla sanità del blocco del turn over. Il blocco determinerebbe sulla carta un mancato ricambio per 59mila unità totali: 20mila tra i medici e 39mila per il restante personale (17mila infermieri). Il pericolo di una paralisi del Ssn, a cominciare dal nervo scoperto dei pronto soccorso, è in agguato.
Sulla farmaceutica ospedaliera le industrie contestano il pay back a loro carico del 35% dello disavanzo, stimato in 700-800 miliardi di “tassa”. Altrimenti si tagliarebbe la spesa in farmacia (tetto al 12,5%). Ma sempre intervenendo sui costi dei farmaci in ospedale. Acquisti e dispositivi medici sono infine le altre due voci che chiamano in causa le imprese: da luglio 2012, in attesa dei costi standard veri e propri, partiranno i primi prezzi di riferimento per gli acquisti di tutte le forniture e le prestazioni di servizi sanitari e non. Mentre per i dispositivi medici dal 2013 scatterà il «tetto» di spesa (5,2% dell’intera spesa sanitaria nel 2014). Per le imprese – che devono sopportare il blocco dei pignoramenti anche per il 2012 nelle Regioni sotto piano di rientro – non sarà una passeggiata.

Il Sole 24 Ore 16.07.11

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“Pronte al ticket dodici Regioni”, a cura di Marzio Bartoloni, Paolo Del Bufalo, Barbara Gobbi, Sara Todaro

Solo una cosa al momento è sicura: forse almeno per tutta la prossima settimana, quasi nessun cittadino sarà costretto ancora a pagare il superticket da 10 euro su visite e analisi, sulla carta immediatamente operativo. Ma più o meno per tutti gli italiani sarà solo questione di giorni. Dopo lo tsunami che di punto in bianco ha sottratto alle casse locali i 381 milioni necessari a coprire la compartecipazione di qui a fine anno, le Regioni stanno cominciando a raccogliere le idee davanti all’unico bivio possibile: provvedere con risorse proprie ovvero far scattare il balzello.
Chi il problema – suo malgrado – lo ha risolto da subito sono le Regioni con i piani di rientro dal deficit (Piemonte, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia).
La gran parte, perseguendo quel pareggio di bilancio che spesso resta un miraggio, aveva già fatto ricorso all’introduzione di forme di copayment sulle stesse voci che ora saranno gravate dall’ulteriore tassa.
All’estremo opposto Valle d’Aosta, Trento e Bolzano che già coprono la sanità a spese proprie e continueranno a farlo. Nel mezzo, chi ci sta ragionando. A bruciare per prima le tappe è stata ieri la Toscana, che ha annunciato per lunedì una delibera stoppa-ticket che si declinerà poi in una serie di interventi alternativi di reperimento delle risorse ovvero in «forme di compartecipazione graduata, ad esempio in base all’età e alle patologie». Insomma, tutto da decidere. Del resto, il rischio che il super-ticket finisca per trasformarsi in tanti “mini-ticket” sostitutivi esiste anche altrove.
Niente tagli lineari ma modulazioni ad hoc anche in Emilia Romagna: entro luglio si cercheranno formule alternative (ma sempre di ticket si tratta) per scoraggiare le prestazioni inappropriate.
Situazioni variegate e in itinere in tutte le altre Regioni. La Lombardia deciderà in un vertice martedì: ci sarebbe la volontà di evitare il superticket (pagando in proprio) almeno per il 2011. Ma non è detto. Nessuna incertezza in Friuli: la norma nazionale sarà applicata, ferme restando – come sottolineato anche dal ministro Fazio – tutte le esenzioni già garantite dalla legge. Idem in Basilicata e Liguria. L’Umbria ha convocato una giunta ad hoc per lunedì, ma è probabile che si profili ancora una soluzione alla Toscana.
Le Marche e il Veneto stanno scaldando i motori con una serie di simulazioni, anche per capire se il ticket eventualmente incassato al netto delle esenzioni – che preoccupano soprattutto il Sud – riuscirà davvero a coprire la quota di mancato finanziamento da parte dello Stato.
Senza dimenticare un’altra preoccupazione su cui gli assessori si stanno già consultando con l’obiettivo di raggiungere al più presto una linea comune: il problema che l’introduzione del balzello finisca con lo spingere i cittadini tra le braccia del privato. Un rischio che le Regioni “virtuose”, che più hanno investito nel servizio pubblico, non sono disposte a correre.
L’elenco è quasi completo. Mancano due casi particolari.
La Sardegna le ha viste tutte: è andata in piano di rientro, in quel periodo ha messo un ticket aggiuntivo di 10 euro che è rimasto sulle spalle dei cittadini anche a piano di rientro concluso. Ora la Regione pensa di applicare anche il ticket nazionale di ulteriori 10 euro, ma valuterà se chiedere un possibile “sconto” per non raddoppiare la tagliola agli assistiti.
Infine il Molise: è col piano di rientro in corso, il ticket dovrà applicarlo per forza. E avrà la sfortuna di doverlo esigere praticamente davanti alle urne. E’ l’unica Regione che va al voto a novembre.

Le intenzioni delle Regioni
VIA LIBERA AI TICKET
La scure dei piani di rientro
In questa categoria rientrano numerose Regioni su cui grava il piano di rientro e che sono dunque nell’impossibilità di usare risorse proprie per scongiurare il ticket: Piemonte, Lazio, Abruzzo, Molise (che annuncia la possibilità di agire anche sulle esenzioni), Campania, Puglia, Calabria,Sicilia. Nella maggior parte dei casi, nei prossimi giorni saranno prese le decisioni con relativi dettagli

Le altre
In seguito alla manovra, sono pronte ad applicare il ticket anche Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Basilicata, Sardegna
Ticket aggiuntivi
Alcune delle Regioni sopra citate, va detto, hanno già un ticket di 10 euro e si trovano nella necessità di studiare una soluzione per individuare ticket aggiuntivi: si tratta di Campania, Sardegna, Calabria

VALUTAZIONE IN CORSO
Le incognite
Le misure inserite nella manovra sul fronte della sanità hanno spaccato le regioni e in alcuni casi non hanno ancora portato a una decisione definitiva. I prossimi giorni potrebbero essere quelli determinanti: sono in corso sia valutazioni politiche sia simulazioni economiche.
Dalla Lombardia all’Umbria
La Lombardia prevede un incontro martedì: in quella sede si deciderà se varare il ticket o ricorrere a risorse proprie. Il Veneto sta conducendo simulazioni (decisione attesa per lunedì). L’Emilia Romagna deciderà entro luglio. Le Marche attendono una riunione con le altre Regioni anche se si va verso l’applicazione. Per quanto riguarda l’Umbria, è fissato per lunedì l’appuntamento decisivo: la giunta si riunirà per stabilire se ricorrere al ticket o puntare su misure alternative
NIENTE TICKET
Trento, Bolzano, Valle d’Aosta
La possibilità di dire no al ticket, comunque prevista dal meccanismo inserito nella manovra, è ovviamente teorica nella misura in cui le Regioni devono coprire i mancati risparmi con risorse proprie. Per questo, inevitabilmente, il cerchio si stringe. È chiaro che le province autonome di Trento e Bolzano fanno storia a sé: non introdurranno il ticket in quanto finanziano da sole il comparto sanità. No al ticket anche in Valle d’Aosta che pure copre la sanità a spese proprie
Toscana
La Giunta approverà una delibera lunedì. Si studiano interventi alternativi che consentano di sostenere le conseguenze dei tagli senza però gravare su cittadini, ammalati e fasce più deboli della popolazione. Si sta pensando a forme di compartecipazione graduata, ad esempio in base all’età e alle patologie

I PRIMI CALCOLI SULL’IMPATTO
Niente aggravi Valle d’Aosta, Trento e Bolzano continueranno a coprire il comparto in autonomia. In bilico L’Emilia Romagna studia modulazioni ad hoc, la Lombardia verso il «no».
Le possibili conseguenze.
Gli assessori temono che il balzello spinga i pazienti verso il privato.

Il Sole 24 Ore 16.07.11