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Via libera alla class action contro le “scuole pollaio”, di Flavia Amabile

Basta con le classi pollaio, superaffollate a dispetto di leggi e norme sulla sicurezza. Anche il Consiglio di Stato ha dato il suo via libera alla class action promossa dal Codacons sulle aule sovraffollate dove il numero di alunni supera il limite previsto dalle leggi. A questo punto si procede con la prima class action italiana contro la pubblica amministrazione. Secondo il ministero dell’Istruzione si tratta di pochi casi visto che le classi con un numero di alunni pari o superiore a 30 – ha più volte ripetuto viale Trastevere – sono appena lo 0,4% del totale. Ma anche se fosse vera questa cifra – ha fatto notare proprio ieri l’Udc – lo 0,4% corrisponde comunque a 1.500 classi per un totale di 45 mila studenti.

La legge, comunque, parla chiaro. Nelle materne si può arrivare al massimo a 26 alunni (elevabili in casi eccezionali a 29). Nella scuola primaria il tetto è di 26 alunni (elevabili in casi eccezionali a 27). Nella secondaria di primo grado e di secondo grado si può arrivare fino a 27 alunni (elevabili in casi eccezionali a 30). Nelle classi con alunni disabili si può invece al massimo avere 20 alunni. Limiti quasi sempre disattesi nella realtà come dimostra la class-action.

Ora – secondo l’associazione dei consumatori Codacons il ministero «dovrà obbligatoriamente emanare il piano di edilizia scolastica come stabilito dalle leggi vigenti». Il Tar aveva già ordinato al Ministro di emanare il Piano generale di edilizia scolastica, ma il dicastero dell’Istruzione aveva presentato un ricorso al Consiglio di Stato, ricorso ora rigettato sottolineando, tra l’altro, la necessità di una «riqualificazione dell’edilizia scolastica, in specie di quelle istituzioni non in grado di reggere l’impatto delle nuove regole introdotte con riguardo alla formazione numerica delle classi».

Il ministero dell’Istruzione ha assicurato che il Piano Generale per l’edilizia scolastica sarà presentato al più presto. L’iter non sarà breve, però. Sono stati infatti «avviati gli accertamenti per la preparazione», come spiega il ministero in una nota. «Il Piano sarà completato – prosegue la nota – e sottoposto alla firma dei ministri competenti dell’Economia e dell’Istruzione».

Il Pd ha chiesto la convocazione di una specifica commissione parlamentare d’inchiesta. Quella degli edifici scolastici infatti è una questione che si trascina da anni senza risposte: in Italia due edifici scolastici su tre – denuncia il Pd – non sono a norma di legge; solo il 46% delle scuole ha il certificato di agibilità statica, contro il 98 della Germania, il 93 per cento della Francia, il 92 dell’Inghilterra e il 53 dell’Albania.

Per i sindacati non si può più perdere tempo. «Si mette in discussione ogni giorno – avverte il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo – la sicurezza e il diritto di alunni e del personale della scuola ad avere a disposizione spazi vitali per potere insegnare e apprendere meglio. La ministra Gelmini dovrebbe vergognarsi per i colpi devastanti che ha inferto con i tagli alla scuola pubblica

La Stampa 16.06.11

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“Con trentadue ragazzi tra i banchi, interrogare è diventato impossibile” di Maria Teresa Martinengo

Il professor Gianpietro Rausa insegna Matematica all’Istituto Avogadro da 24 anni. E all’Itis che ha dato generazioni di tecnici alla Fiat ha, come si dice, visto tempi migliori. Altre classi, soprattutto più piccole delle attuali.

Professore, quando è iniziato il fenomeno delle «classi pollaio»?

«Tre anni fa, con i tagli. Parlo in particolare delle classi terze, quelle dove da noi si concentra il problema: nelle prime c’è molta selezione, nelle seconde la selezione continua. Al liceo Scientifico tecnologico dove insegno io, l’attuale Scienze applicate, da tre seconde si fanno sempre due terze. Ho appena finito di scrutinare quella da 31 studenti, l’altra ne ha 32».

In spazi adeguati? L’assessore all’Istruzione della Provincia di Torino ha detto che «il primo a lavorare contro la sicurezza nelle classi è il governo con i tagli»…

«All’Avogadro da questo punto di vista siamo fortunati perché abbiamo aule abbastanza grandi, mentre altre scuole sono costrette a violare le norme. Ma questi locali hanno soffitti molto alti, i suoni rimbombano. E i nostri allievi sono piuttosto vivaci».

Per i docenti è faticoso…

«Soprattutto è triste vedere che a rimetterci sono i più deboli: matematica richiede attenzione, se l’ambiente distrae diventa difficile capire».

Con 32 studenti le ore bastano per spiegare, interrogare e magari far recuperare?

«Anche da questo punto di vista imporre classi troppo grandi è un cattivo servizio ai ragazzi più fragili, quelli che andrebbero sostenuti. Potrei dare poche spiegazioni, chiedendo ai ragazzi di andare avanti da soli. Ma siamo a scuola, non all’università…».

Quindi? Non interroga?

«I compiti scritti, i test a risposta multipla, li facciamo. Ma è all’orale, nei colloqui approfonditi, che si può capire se un errore è banale oppure è qualcosa di serio. Ecco, per quelli non c’è tempo».

La Stampa 16.06.11

"La scommessa dopo il nucleare? Incentivare il risparmio d’energia", di Massimo Muchetti

E ora che facciamo con l’energia elettrica? Il referendum dice che agli italiani non bastava l’incerta sospensione dei piani nucleari del governo che li aveva sbandierati fino al disastro di Fukushima. Il corpo elettorale ne ha preteso l’archiviazione. Ma il referendum lascia aperta una sfida. Una sfida tremenda che non è quella che sembra. Partiamo dai fatti. Il referendum cancella soltanto progetti allo stato nascente, nemmeno troppo costosi: l’Enel ha speso finora non più di 2-300 milioni. Senza nucleare, l’Italia resta quella che è. E non rischia alcun blackout. La capacità produttiva installata lungo la penisola, oltre 90 mila MW, eccede largamente la capacità impegnata ai picchi della domanda, comunque inferiore ai 60 mila MW. La riserva appare sufficiente nel caso di fermata di parte anche grande delle centrali in attività. Importiamo un po’ di energia dalla Francia, è vero. Ma lo facciamo perché l’Edf non può stoccare le eccedenze produttive e le ricolloca a basso prezzo. Nelle intenzioni del governo, dunque, il nucleare avrebbe dovuto dare energia pulita e a prezzo prevedibile, attenuando la dipendenza dal gas libico, russo e algerino trasportato via tubo. In realtà, la dipendenza da questi tre fornitori può essere attenuata anche in altri modi: per esempio, costruendo più rigassificatori per usare gas naturale liquefatto, oggi abbondante e di varia provenienza. D’altra parte, il costo di produzione non ha mai rappresentato la vera convenienza del nucleare: si sa che, con il prezzo del barile basso, l’atomo sarebbe oneroso. La vera convenienza è ecologica: il nucleare non dà emissioni. E allora, senza atomo che si fa? La Borsa immagina che il governo darà ulteriori incentivi alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. E così le azioni «verdi» — da Enel Greenpower in giù — hanno registrato sensibili rialzi. Il ministro dello Sviluppo economico sembra avallare tali previsioni, ancorché le sue parole appaiano poco legate alla realtà. Dopo lo tsunami giapponese, Paolo Romani dichiarò che il progetto nucleare poteva essere sostituito con 15 mila megawatt di pompaggi idroelettrici: un’evidente assurdità. I pompaggi funzionano mandando acqua da un bacino in basso a un altro bacino in alto, usando energia nelle fasce orarie di minor costo, e poi facendo ricadere l’acqua con una condotta forzata sulla turbina per produrre energia elettrica da vendere nelle ore di punta a prezzo maggiore. Il consumo di energia è superiore alla produzione. D’altra parte, un investimento in pompaggi su quella scala è fuori dal mondo. Adesso, il ministro annuncia biomasse e geotermico al posto del nucleare che non c’è mai stato. Parole in libertà per fuggire dalle vere questioni sul tappeto. Che sono due, e riguardano anche l’opposizione: gli incentivi irragionevolmente alti alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, fotovoltaico in particolare, e quelli irragionevolmente bassi al risparmio energetico nell’edilizia, nella produzione e nei trasporti. I termini della questione sono spiegati nella relazione che il presidente dell’Autorità per l’Energia, Guido Bortoni, ha fatto alla commissione Ambiente di Montecitorio il 19 maggio 2011. Per raggiungere gli obiettivi del protocollo di Kyoto sulle emissioni di anidride carbonica nel 2020, l’Italia deve contenere in 133 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) i consumi finali di energia primaria e aumentare il consumo finale di energia attribuibile alle fonti rinnovabili fino a 22,6 Mtep. Al primo traguardo si arriva migliorando l’efficienza energetica delle costruzioni e dei sistemi produttivi, al secondo producendo energia elettrica e calore. Ora gli incentivi stanziati per ogni tep (tonnellata di petrolio equivalente, unità di misura universale dell’energia) sono 100 euro per il risparmio energetico, 350 per la produzione di calore, da 930 euro (certificati verdi) a 3500 euro (fotovoltaico) per la produzione di elettricità. In apparenza, il risparmio energetico è la soluzione meno onerosa. In realtà, non è proprio così. In Italia, l’aumento di 1 tep nei consumi finali da fonti rinnovabili equivale alla riduzione di 6 tep nei consumi totali di energia attraverso il risparmio. La giusta equivalenza, dunque, colloca al primo posto sul piano economico la produzione di calore (350 euro per 1 tep), al secondo il risparmio (600 euro) e, assai distanziata, la produzione di energia elettrica per quanto gli incentivi possano essere gradualmente ridotti nel IV conto energia. Il piano di azione nazionale non prevede niente dal nucleare, che pure Silvio Berlusconi, l’ «uomo del fare» , aveva promesso già nella campagna elettorale del 2008. Ora nessuno sa bene quanto possa essere in termini quantitativi il contributo del risparmio energetico e della produzione di calore. Certo è che la spesa per incentivi al riguardo stimata dall’Autorità per il periodo 2010-2020 non supera i 7 miliardi per il primo e i 30 miliardi per la seconda, mentre per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili se ne andranno 100 miliardi. Ai quali, secondo nostre stime basate su dati dell’Autorità, vanno aggiunti altri 70 miliardi per il fotovoltaico, il cui periodo di incentivazione si dovrebbe esaurire verso il 2035. Questa clamorosa incentivazione triplica o quasi il contributo quantitativo che il fotovoltaico avrebbe dovuto apportare all’obiettivo di Kyoto, secondo il piano del governo che già privilegiava gli interventi più cari. Morale: la difesa dell’ambiente è una priorità di tutti, ma bisogna evitare che diventi l’affare di qualcuno. Ebbene, invece di perdere tempo sul nucleare che non c’è, un governo serio dovrebbe stanziare molti più soldi per il risparmio energetico e per la produzione efficiente di calore e meno per quella di energia elettrica. E dovrebbe lasciare all’Autorità il compito di modulare l’ammontare degli incentivi in relazione ai risultati nei diversi settori, secondo regole stabili nel tempo e logiche di mercato. Ma il governo preferisce avocare a sé la fissazione sempre mutevole di regole e denari e tende a fare dell’Autorità un soggetto a sovranità limitata con il compito di fare lo sceriffo della sua politica delle mance.

Il Corriere della Sera 16.06.11

"Bossi bluffa, la Lega è nel marasma. A Pontida l’ombra del processo breve", di Francesco Lo Sardo

Domenica petardi e fumo. Dopo la festa, gabbata la base, sì alla prescrizione breve: e non solo… Acqua in bocca. In commissione giustizia, a palazzo Madama, si procede alla velocità della luce. Ma due giorni fa, alla riunione dei capigruppo del senato, il Pdl s’è ben guardato dal domandare la calendarizzazione per l’aula della prescrizione breve. Così ha chiesto Bossi a Berlusconi: Pontida è alle porte e alla Lega manca un soffio per saltare in aria, la base ribolle contro Berlusconi. Occorre lasciar calmare la bufera. Poi nell’ultima settimana di lavoro, a fine luglio, scatterà il blitz.
Intanto però non dite alla base e agli elettori della Lega – ben il 40 per cento del Carroccio, praticamente un leghista su due – che hanno appena votato contro la legge ad personam del legittimo impedimento che Umberto Bossi (e il suo clan allargato al figlio Renzo “il Trota”, che occupa il vertice del partito senza passare per congressi da tempo immemore né per riunioni del consiglio federale) si appresta ad approvare, insieme ai suoi compari del Pdl, la norma della prescrizione breve, nascosta da Ghedini e da Alfano nelle pieghe della legge del cosiddetto processo breve.
Non bastavano tutte le sciagure che si sono abbattute sulla Lega che affonda nel sacco di piombo del Cavaliere e che dopo le elezioni amministrative e il referendum «sta molto peggio del Pdl», sintetizza Stracquadanio.
Non bastava il cul de sac in cui l’ha infilata Tremonti che chiudendo i cordoni della borsa per inchiodare all’immobilismo il Cavaliere sta strangolando anche la Lega che non taglia i ponti col premier; non bastava l’angoscia per l’affannosa e concitata ma sempre più inconcludente ricerca di efficaci diversivi, a pochi giorni dalla kermesse di Pontida, per abbindolare la base leghista esasperata. Ora anche un altro spettro s’aggira per Pontida: quello della prescrizione breve, con la paura del clan del Senatùr che l’ultimo patto segreto tra Bossi e Berlusconi per tenersi in piedi l’un l’altro, venga a galla. Quella legge a Berlusconi serve come l’aria per disinnescare la mina su cui lui e il suo governo rischiano di saltare tra ottobre e novembre con la sentenza in primo grado del processo Mills. Una condanna di Berlusconi, nella terremotata crisi del centrodestra, con la maggioranza appesa a un filo e con la sua prevedibile clamorosa eco internazionale, potrebbe essere il colpo fatale all’avventura politica di Berlusconi. Il processo Mills va in prescrizione il 12 gennaio: per questo Berlusconi ha chiesto a Bossi «un ultimo sacrificio della Lega», approvando la norma che anticipa di sei mesi la prescrizione e annulla il processo prima dell’eventuale condanna. Ma il sì assicurato dopo la batosta elettorale – prima della mazzata sui referendum – ora è diventato un incubo per Bossi. Mezza Lega ha votato contro il legittimo impedimento: agitargli sotto il naso la prescrizione breve è giocare col fuoco. Silenzio quindi. Mentre allo stesso tempo Bossi userà Pontida per eruttare lui fuoco e fiamme – in realtà solo petardi e fumo – fingendo d’interpretare l’ira padana per ipnotizzare il popolo leghista e bidonarlo ancora una volta. Ma il Senatùr sta ormai raschiando il fondo del barile. Saccheggiando le idee degli amministratori del Pd chiederà l’uscita dal patto di stabilità interno per i comuni virtuosi; insisterà con la trovata di Calderoli dei ministeri al Nord sebbene gli ascoltatori di Radio Padania l’abbiano bollata come «minchiata»; metterà il cappello su decisioni praticamente già prese tra Difesa, Stato maggiore e alleati per ridurre le missioni militari in Libano e Kosovo e confida che il Congresso chiuda a Obama i rubinetti della guerra di Libia: così, se cesseranno di piovere bombe americane sulla testa di Gheddafi e Berlusconi si ritirerà, Bossi potrà strombazzare urbi et orbi il suo successo. Ma il diavolo fa le pentole, non i coperchi. E poiché piove sempre sul bagnato, per via di un’inchiesta della procura di Napoli l’aspirante Talleyrand padano riprecipiterà tre giorni dopo Pontida nella fanghiglia berlusconiana. Mercoledì la Lega dovrà votare alla camera contro l’autorizzazione all’arresto del pdl Alfonso Papa.
Un’altra brutta storia che mostrerà ancora una volta il vero volto di Bossi e del gruppo dirigente della Lega “di lotta e di governo”: uno, il compare di Berlusconi, l’altro una sua protesi, litigiosa e incapace di ribellarsi.

da Europa Quotidiano 16.06.11

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“Il partito dei ribelli del Nord nella ragnatela del potere”, di Ilvo Diamanti

Interpretava una società scossa da sentimenti antipolitici. Era quella dei piccoli produttori, della neoborghesia in rivolta contro Roma e Torino. È confusa e delusa. Senza Berlusconi rischia la marginalità, accanto a lui invece l´impopolarità: non le sarà facile riprendere il cammino. Dopo le sconfitte elettorali si è aperta una crisi interna alla formazione più antica del Parlamento di oggi Che si riunirà a Pontida per fare i conti con la sua base

La Lega va a Pontida un po´ delusa e confusa. Come non le capitava da tempo. In passato ha attraversato altri passaggi critici. Ha alternato momenti di grande affermazione e di grande difficoltà, senza esitazioni. Guidata da un leader riconosciuto e deciso. Nel successo e nella sofferenza (anche personale). Ventuno anni fa, nei primi anni Novanta, agli albori di Pontida. L´era della Lega antipolitica. Che interpretava una società scossa da sentimenti antipolitici. La Lega dei piccoli produttori, della neoborghesia del Nord, in rivolta contro Roma e Torino. Contro la Capitale della Repubblica dei Partiti (romani) e contro la Capitale dell´economia fordista, pardon: fiatista. Poi, negli anni successivi, a Pontida si celebrò la Lega di governo. Quella che, dopo aver conquistato Milano, si apprestava a conquistare Roma. Un´avventura breve, conclusa nel momento stesso in cui, effettivamente, vinceva le elezioni, nel 1994. Accanto a Berlusconi. Che la relegò a un ruolo gregario. Lega di provincia. Mentre Lui, Berlusconi, le sottraeva ampi settori di elettorato. Quelli che la usavano – e la useranno in futuro – come un autobus della protesta. Dove salire e scendere, a seconda delle occasioni. Così, nel 1995 e ancor più nel 1996, abbandonato Berlusconi, la Lega, a Pontida, issò la bandiera della “Padania promessa”. Come recita il titolo di un bel saggio di Roberto Biorcio. Si trasformò in soggetto etnico e secessionista. Contro Roma e contro Berlusconi. Ottenne un successo clamoroso. Il più largo di sempre, in termini elettorali. Un´onda impetuosa, come altre nella sua storia. Cui seguì, rapida, la risacca. Perché la Lega “sola contro tutti”, diveniva inutile agli occhi degli elettori tattici, la maggioranza di quelli che l´avevano votata dal 1992 in poi. Così alle Europee del 1999 si ridusse a una f(r)azione politica marginale. Ai margini del sistema e della società. Rientrò presto accanto a Berlusconi. Per riprendere un ruolo. Così ricominciò la sua risalita. Faticosamente. Interpretando nuovi mestieri, nuovi ruoli. Divenne “imprenditore politico della paura”, O meglio: delle paure. La paura delle conseguenze dello sviluppo. Dei cambiamenti che essa stessa aveva annunciato e veicolato, nel Nord. La paura dell´apertura al mondo e, anzitutto, all´Europa. La paura dell´immigrazione. La paura dei cambiamenti profondi prodotti dalle trasformazioni globali. Al tempo stesso, divenne alleata fedele di Berlusconi. Turandosi il naso, lo difese da ogni attacco ai suoi molteplici conflitti di interesse. Da ogni minaccia giudiziaria. In cambio, ottenne uno spazio crescente nell´alleanza e nel governo. Dove sta da 10 anni, ormai, visto che il centrodestra governa dal 2001 (con la breve pausa dell´esperienza burrascosa del governo Prodi). La Lega, dopo l´annessione di An nel Pdl, accanto a Forza Italia. Dopo l´espulsione dell´Udc dalla coalizione. Diventa, ancora, Lega di governo. L´unica forza politica accettata da Berlusconi. Ma, diversamente dai primi anni Novanta, senza presentarsi come soggetto rivoluzionario e secessionista. Si trasforma nel Sindacato del Nord. È la Lega Federalista che rivendica l´autonomia delle regioni dove è radicata. Ma continua a usare un linguaggio di opposizione. Assecondando la vocazione e lo spirito dei suoi elettori. Amplificando l´insoddisfazione delle aree dove è radicata. Dei piccoli imprenditori, dei lavoratori autonomi, della provincia produttiva del Nord. Dove la crisi economica e finanziaria fa sentire, in modo pesante, i suoi effetti. Così , negli anni 2000, Pontida diventa il luogo dove la Lega di governo evoca e rilancia la sua vocazione all´ossimoro. È Lega di opposizione “nel” governo. Che fa opposizione e governa al tempo stesso. Soprattutto negli ultimi tre anni, dopo il 2008. Quando torna al successo elettorale. Risale all´8% e, in seguito, al 10%. Si insedia nei governi locali del Nord. E rafforza il suo peso nel governo “romano”. Allarga rapidamente la sua presenza negli enti e negli organismi pubblici e finanziari. A livello nazionale e locale. È il soggetto forte della maggioranza, dove il partito maggiore, il Pdl, è sempre più debole e diviso. Sempre più meridionale. Dove il capo del governo e della maggioranza, Silvio Berlusconi, è sempre più in difficoltà. Alle prese con le sue ombre, inseguito dai giudici e dai conflitti di interesse. Sempre meno credibile a livello internazionale. Sempre più in-credibile di fronte all´opinione pubblica.
Così questa volta la Lega si avvia a Pontida, per la prima volta, in modo incerto. Non può più fare lì opposizione nella maggioranza. È rimasta l´unico puntello della maggioranza. Come potrebbe fingere di stare all´opposizione? E come potrebbe spiegarlo agli elettori del Nord, dove è soggetto – e burocrazia – di governo in molti, moltissimi contesti? È confusa e delusa, la Lega. Dopo le sconfitte elettorali alle amministrative, subite nei suoi tradizionali luoghi di forza. Dopo l´esito del referendum. Che ha colpito anche la Lega. Il suo leader, Umberto Bossi, aveva annunciato che non avrebbe votato. La maggioranza degli elettori del Nord e molti leghisti non l´hanno ascoltato. È una Lega confusa e delusa. E dubbiosa. Senza Berlusconi: rischia la marginalità. Accanto a Berlusconi: l´impopolarità. Senza Bossi: perderebbe l´identità. Con Bossi: ha perduto le elezioni e il referendum. A Pontida: non le sarà facile riprendere il cammino. Indicare una direzione. Chiara.

La Repubblica 16.06.11

"Piano del Tesoro sulle pensioni donne a 65 anni e tagli alle più alte", di Roberto Mania

Stop alla Scala mobile sulle pensioni più alte o, in alternativa, un contributo di solidarietà sugli assegni d´oro; aumento graduale dell´età pensionabile delle donne a 65 anni anche nel settore privato. La previdenza entra, con queste due ipotesi, nel menù dei tecnici della Ragioneria e del ministero del Lavoro che stanno preparando le misure per la maxi-manovra da 40 miliardi che servirà, in base ai patti europei, a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014. La manovra dovrebbe essere esaminata dal Consiglio dei ministri del 23 giugno insieme alla delega light sulla riforma fiscale (con le tre aliquote e le cinque imposte) preparata dal ministro dell´Economia, Giulio Tremonti.
Le scelte politiche si faranno a ridosso del varo della manovra economica ma, ormai, appare scontato che i tagli riguarderanno anche le pensioni, oltreché il pubblico impiego (si ipotizza un nuovo blocco della contrattazione nel 2013), la sanità (con l´introduzione dei costi standard al posto di quelli storici) e gli enti pubblici (nel mirino c´è soprattutto l´Ice, l´Istituto per il commercio estero).
Tagli, ma non solo nella previdenza, perché al ministero del Lavoro puntano a correggere alcune storture della ricongiunzione (il passaggio dei contributi da un ente a un altro) e della cosiddetta “totalizzazione” (si possono cumulare i contributi versati a più enti per ottenere una sola pensione). Ed è probabile anche un intervento per alzare l´aliquota contributiva dei lavoratori atipici con contratto di collaborazione (i co.co.pro) attualmente intorno al 26 per cento contro il 33 per cento circa a carico dei dipendenti con contratto standard. Una misura che serve a aumentare il montante contributivo sul quale verrà calcolata la pensione futura.
Sotto la spinta di una sentenza della Corte di Giustizia europea il governo ha già innalzato l´età pensionabile delle dipendenti del pubblico impiego. Quest´anno è passata da 60 a 61 anni e nel 2012, con un balzo di ben quattro anni in una volta sola, arriverà al traguardo dei 65 anni, raggiungendo quella prevista per gli uomini. Ora la Ragioneria ipotizza di estendere la misura alle lavoratrici del settore privato. Una linea però che troverebbe molti ostacoli. A parte quello prevedibile dei sindacati, c´è, da sempre, la contrarietà dello stesso ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Perché – è il ragionamento che si fa al ministero – una cosa è far restare le donne al lavoro in un ufficio pubblico per altri cinque anni, altra cosa è allungare il tempo del lavoro per un´operaia, magari alla catena di montaggio. E poiché questa figura di lavoratrice si concentra soprattutto nelle regioni settentrionali, è difficile che la Lega («sindacato del Nord», secondo la felice intuizione di Ilvo Diamanti) possa accettare una penalizzazione di questo tipo in una fase, tra l´altro, in cui il partito stenta a ritrovare la sua identità sociale.
Ma se quella per donne è un intervento ancora pieno di incognite, è dato per scontato il contributo di solidarietà sulle pensioni più alte. Non è ancora stato fissato un tetto, ma l´ipotesi più probabile è che si segua quanto fece Cesare Damiano, predecessore di Sacconi al ministero del Lavoro. Un blocco della indicizzazione delle pensioni più alte (attualmente vengono adeguate solo al costo della vita e non più alla dinamica dei contratti di lavoro), così da recuperare risorse per alzare il tasso di copertura dall´inflazione dei trattamenti più bassi (oggi più o meno al 75 per cento). Damiano, con una specie di contributo di solidarietà strutturale, bloccò le pensioni superiori a 3.800 euro lordi mensili. Con un risparmio intorno ai 140 milioni di euro l´anno.

La Repubblica 16.06.11

"Brunetta, il ministro in fuga dalla realtà", di Massimo Gramellini

L’Italia peggiore è quella che scappa. Dal mondo reale e dalle domande scomode, addirittura prima che siano formulate. Se qualcuno non avesse ancora capito perché la maggioranza dei cittadini ha voltato le spalle al governo, troverà nel filmino «Brunetta e la Precaria» la rappresentazione plastica di uno sfilacciamento arrogante. Siamo a Roma, a un convegno sull’innovazione, e il ministro ha appena finito di parlare quando Maurizia Russo Spena, figlia di un ex parlamentare di estrema sinistra (orrore orrore), va al microfono per porgergli una domanda.

Fa soltanto in tempo a qualificarsi: «Sono della rete di precari al servizio della pubblica amministrazione…» ed è come se a Brunetta avessero infilato due dita in una presa. «Grazie, arrivederci, buongiorno», la interrompe. La ragazza non ha ancora detto il suo nome, ma il ministro è in grado di fiutare una comunista anche a venti metri di distanza controvento. «Arrivederci, questa è la peggiore Italia!» e guadagna l’uscita.

Non è vero, come affermerà più tardi in un videomessaggio, che se ne sia andato dopo aver ricevuto insulti e per la sensazione di essere rimasto vittima di un agguato mediatico. Dal filmato emerge chiaramente che le urla «buffone, buffone» sono successive alla sua fuga ingloriosa, il cui epilogo ha una potenza d’immagini cento volte superiore alla sostanza dell’episodio: si vede il potente che sgomma via in auto blu, mentre un precario strattonato dalla scorta si piazza davanti alla macchina e grida: «Che fa, ministro, mi investe?». Sembra uno spot di «Annozero» sul distacco fra il Palazzo e i nuovi miserabili del panorama sociale italiano.

Brunetta ha poi spiegato che non ce l’aveva coi precari, ma coi provocatori. Come si dice dalle sue parti, «el tacòn xe peso del buso». Infatti il ministro si è dimenticato di ciò che aveva dichiarato la sera prima in tv da Lilli Gruber, quando si era esibito in una tiritera luogocomunista sui giovani che lamentano la mancanza del posto fisso invece di andare a scaricare le cassette di frutta al mercato. Ora, nel vasto campionario del precariato italiano, ci sarà anche una percentuale endemica di fannulloni e di schizzinosi. Ma le storie che piovono ogni giorno sui tavoli delle redazioni raccontano una realtà diversa. Raccontano di laureati costretti ad andare all’estero dopo aver attraversato decine di impieghi saltuari e sottopagati. Raccontano di giovani che invecchiano facendo di tutto, soprattutto i lavori più umili, nella vana attesa di trovare lo sbocco a cui li destinavano i loro studi e le loro attitudini. Raccontano di fallimenti professionali ed esistenziali, dovuti non all’incapacità della persona, ma a un sistema bloccato da troppi privilegi, in cui solo le conoscenze politiche e familiari consentono di ottenere ciò che il merito non basta mai a garantire.

Il centrodestra era stato votato, immagino, per sfasciare con riforme liberali il vecchiume di questo Paese, non per eternarne i conservatorismi. Invece si è smarrito in una rappresentazione della realtà più adatta alle dispute da bar che a un ceto dirigente moderno. I disoccupati non lavorano perché non hanno voglia di farsi venire i calli alle mani (parola di Brunetta e Sacconi, che in un’altra era furono socialisti, forse a loro insaputa). E il popolo di sinistra è bravo a montare scenette spiritose sui siti Internet «perché non ha nient’altro da fare» (parola dell’onorevole Stracquadanio, lavoratore indefesso, a cui per carità di patria ho depurato il linguaggio da trivio).

La parabola del fustigator Brunetta racchiude la storia di questo governo e di questi anni. Il ministro che prendeva gli applausi quando diceva che gli statali erano dei fannulloni, adesso prende i fischi quando afferma che fannulloni sono tutti gli italiani senza un posto garantito, statali precari compresi. In mezzo è cambiato il mondo, ma Brunetta evidentemente non se n’è accorto. In questo assomiglia molto al suo principale.

La Stampa 16.06.11

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“Quell´insulto di Brunetta il ministro dei peggiori”, di Francesco Merlo

L´hanno visto milioni di italiani quel video oltraggioso e violento, con quelle immagini di paura e di arroganza davvero preoccupanti che tutti dovrebbero guardare perché illustrano bene la triste fine dell´epoca berlusconiana. Fotografano un declino scomposto che, in grande sincerità, ci sorprende e ci inquieta.Il protagonista è il ministro Brunetta, ma sbaglierebbero i lettori e i video-spettatori a pensare, d´istinto, che si tratta del solito Brunetta che ne ha fatta un´altra delle sue, sbaglierebbero i feticisti e i collezionisti del Brunetta furioso ad aggiungere questa stizzosa fuga da sconfitto agli sfoghi baldanzosi del vincente.
Il Brunetta che infatti conoscevamo, e che pure non ci piaceva, non avrebbe mai girato le spalle e maltrattato una signora prima ancora di sentirla parlare, solo perché intuiva che sarebbe stata critica nei suoi confronti. Brunetta, che pure l´aveva invitata a raggiungerlo sul palco e a porgli la domanda, le ha dato solo il tempo di dire «sono una precaria». E di nuovo bisogna evitare di pensare, per pigrizia mentale, al toro che vede il drappo rosso. Perché il toro-Brunetta, che mai avremmo immaginato di poter rimpiangere, avrebbe caricato il rosso del precariato con le corna appuntite della sua ideologia. Invece l´abbiamo visto in fuga dinanzi al più innocuo dei toreri intellettuali, abbiamo visto un uomo che si sente insolentito dalla realtà, un ministro che maltratta una donna muta e pacifica, come se i precari non fossero quattro milioni di persone di cui deve governare e risarcire il malessere, ma quattro milioni di fastidi a cui dare le spalle. E non ce l´aspettavamo neppure noi perché, nonostante le critiche, gli concedevamo una speciale spavalderia di selvaggio provocatore culturale e politico, con una voglia matta di stanare gli avversari e di inchiodarli alla forza delle sue ossessioni.
Perciò ci pare che questo Brunetta che scappa da un mite dibattito politico e alla fine affida gli interlocutori alla fisicità della sua scorta offende innanzitutto quel Brunetta spericolato e temerario che certo non ci divertiva ma che in fondo in fondo era ancora un ariostesco “cavalier villano”. Con il controllo assoluto della sala, nell´atmosfera rilassata del convegno sull´Innovazione che egli stesso aveva appena concluso, e dinanzi all´evidente disagio di una donna emozionata, il Brunetta d´antan si sarebbe infatti scatenato nella polemica e magari avrebbe pure arricchito la produzione delle sue strampalate teorie sui fannulloni, sulla «rivoluzione culturale» – così la chiamava – nella pubblica amministrazione, sui precari come «retorica», sul loro «ostinato rifiuto di andare al mercato a raccogliere le mele»…
E invece il vecchio Brunetta esce definitivamente degradato da questo nuovo Brunetta che prima se le dà a gambe per non sentire la domanda, probabilmente di biasimo, della “precaria”, e alla fine consegna il timone alle guardie del corpo stimolando con un insulto gratuito e non argomentato – «siete la peggiore Italia» – la rissa fisica. Brunetta sapeva bene che l´offesa ingiustificata avrebbe irritato quei quattro precari che avevano accompagnato la loro collega ed amica. Estremista intelligente, sapeva pure che mettendo in moto le guardie del corpo sarebbe finita ad abuso, a qualche grido – «buffone» – ma soprattutto alle manate e agli spintoni, all´assedio dell´auto. E difatti così è stato. Ed è qui la novità, il punto di non ritorno di un magistero politico che era nato all´insegna della ribalderia culturale e della boria da eversore e sta invece finendo nella protervia e nel panico dello sconfitto, nella collera dell´impotente.
Per questo il video entra nei documenti di fine d´epoca. Non ci sono infatti solo la mitezza di una donna, l´insulto arbitrario e il viso inspiegabilmente congestionato di Brunetta. Il peggio è quel fuggire e quell´affidare se stesso e i propri avversari alla “saggezza” dei gorilla. Quando in Italia un regime sta per finire c´è come un lampo di presagio nelle fughe più o meno consapevoli come questa di Brunetta, e si sente il rantolo negli oltraggi immotivati e nella trasformazione in ghigno del piglio da guascone dei potenti perché, come scrisse Malaparte a Farinacci, «tu, come animale politico, sembri nato dall´innesto di un lupo con una pecora, ma non si capisce bene se da quell´innesto è nato un lupo vigliacco o una pecora feroce» . Certo è difficile non ricordare la reazione dell´allora governatore della Banca d´Italia Antonio Fazio quando, avvicinato dall´inviato di Striscia la notizia, disse agli uomini della sua scorta: «Dategli un po´ di botte». Così reagiscono non i caduti, che hanno sempre una loro dignità, ma gli impuniti che annusano il cambio di stagione, sentono di dover precipitare, percepiscono il fallimento, sanno che «la fine è nota». Tanto più che i precari non sono Valerio Staffelli e non sono il Gabibbo, non sono sospetti stalker ma sono cittadini italiani da 250 euro al mese ai quali dobbiamo tutti delle spiegazioni e dinanzi ai quali un ministro dovrebbe comunque e sempre mettersi sull´attenti.

La Repubblica 16.06.11

"Antropologia del conformista che fugge dalla libertà", di Gustavo Zagrebelsky

Nel 1549 fu pubblicato un libello in cui si studiava lo spettacolo sorprendente della disponibilità degli esseri umani, in massa, a essere servi, quando sarebbe sufficiente decidere di non servire più, per essere ipso facto liberi. Che cosa è – parole di Etienne de la Boétie, amico di Montaigne – questa complicità degli oppressi con l´oppressore, questo vizio mostruoso che non merita nemmeno il titolo di codardia, che non trova un nome abbastanza spregevole?. Il nome – apparso allora per la prima volta – è “servitù volontaria”. Un ossimoro: se è volontaria, non è serva e, se è serva, non è volontaria. Eppure, la formula ha una sua forza e una sua ragion d´essere. Indica il caso in cui, in vista di un certo risultato utile, ci s´impone da sé la rinuncia alla libertà del proprio volere o, quantomeno, ci si adatta alla rinuncia. Entrano in scena i tipi umani quali noi siamo: il conformista, l´opportunista, il gretto e il timoroso: materia per antropologi.
a) Il conformista è chi non dà valore a se stesso, se non in quanto ugualizzato agli altri; colui che si chiede non che cosa si aspetta da sé, ma cosa gli altri si aspettano da lui. L´uomo-massa è l´espressione per indicare chi solo nel “far parte” trova la sua individualità e in tal modo la perde. L´ossessione, che può diventare malattia, è sentirsi “a posto”, “accettato”.Il conformista è arrivista e formalista: vuole approdare in una terra che non è la sua, e non in quanto essere, ma in quanto apparire. Così, il desiderio di imitare si traduce nello spontaneo soggiogarsi alle opinioni, e l´autenticità della vita si sacrifica alla peggiore e più ridicola delle sudditanze: l´affettazione modaiola. La “tirannia della pubblica opinione” è stata denunciata, già a metà dell´Ottocento da John Stuart Mill, e oggi, nella società dell´immagine, è certo più pericolosa di allora. L´individuo si sente come sotto lo sguardo collettivo di una severa censura, se sgarra, o di benevola approvazione, se si conforma. Questo sguardo è a una sorta di polizia morale. La sua forza, a differenza della “polizia” senza aggettivi, è interiore. Ma il fatto d´essere prodotta da noi stessi è forse libertà? Un uomo così è libero, o non assomiglia piuttosto a una scimmia?
b)L´opportunista è un carrierista, disposto a “mettersi al traino”. Il potere altrui è la sua occasione, quando gli passa vicino e riesce ad agganciarlo. Per ottenere favori e protezione, che cosa può dare in cambio? Piaggeria e fedeltà, cioè rinuncia alla libertà. Messosi nella disponibilità del protettore, cessa d´essere libero e si trasforma in materiale di costruzione di sistemi di potere. Così, a partire dalla libertà, si creano catene soffocanti che legano gli uni agli altri. Si può illudersi d´essere liberi. Lo capisci quando chi ti sta sopra ti chiede di pagare il prezzo dei favori che hai ricevuto. Allora, t´accorgi d´essere prigioniero d´una struttura di potere basata su favori e ricatti, che ti prende dal basso e ti solleva in alto, a misura del tuo servilismo. Quel de la Boétie, già nominato, ha descritto questo meccanismo. Il segreto del dominio sta in un sistema a scatole cinesi: un capo, circondato da pochi sodali che, distribuendo favori e cariche, a loro volta ne assoldano altri come complici in prevaricazioni e nefandezze, e questi altri a loro volta. Così la rete si estende, da poche unità, a centinaia, a migliaia, a milioni. Alla fine, il numero degli oppressori è quasi uguale a quello degli oppressi, perché appena compare una cricca, tutto il peggio, tutta la feccia degli ambiziosi fa gruppo attorno a lui per aver parte al bottino. Il tiranno genera tirannelli. Ma questi sono uomini liberi o parassiti come quelli che infestano il regno animale e vegetale?c)L´uomo gretto è interessato solo a ciò che tocca la piccola sfera dei suoi interessi privati, indifferente o sospettoso verso la vita che si svolge al di là, che chiama spregiativamente “la politica”. Rispetto alle questioni comuni, il suo atteggiamento l´ipocrita superiorità: “certo gli uni hanno torto, ma nemmeno gli altri hanno ragione”, dunque è meglio non immischiarsi. La grettezza è incapace di pensieri generali. Al più, in comune si coltivano piccoli interessi, hobby, manie, peccatucci privati, unitamente a rancori verso la società nel suo insieme. Nell´ambiente ristretto dove si alimentano queste attività e questi umori, ci si sente sicuri di sé e aggressivi ma, appena se ne esce, si è come storditi, spersi, impotenti. La grettezza si accompagna al narcisismo e alla finta ricerca della cosiddetta “autenticità” personale che si traduce in astenia politica accompagnata dal desiderio d´esibirsi. In apparenza, è profondità esistenziale; in realtà è la vuotaggine della società dell´immagine. Il profeta della società gretta è Alexis de Tocqueville, nella sua analisi della “uguaglianza solitaria”: vedo una folla innumerevole di uomini simili ed eguali che girano senza posa su se stessi per procurarsi piccoli, volgari piaceri. Ciascuno di loro, tenendosi appartato, è estraneo al destino degli altri: se ancora gli rimane una famiglia, si può dire almeno che non abbia più patria. Su questa massa solitaria s´innesta la grande, terribile e celebre visione del dispotismo democratico: “al di sopra di costoro s´innalza un potere immenso e tutelare, che s´incarica da solo di assicurare il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. E´ assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Ama che i cittadini siano contenti, purché non pensino che a stare contenti”. Ora, chi invoca su di sé un potere di tal genere, “immenso e tutelare”, è un uomo libero o è un bambino fissato nell´età infantile?
d)La libertà può fare paura ai timorosi. Siamo sicuri di reggere le conseguenze della libertà? Bisogna fare i conti con la nostra “costituzione psichica”, dice Freud: l´uomo civile ha barattato una parte della sua libertà per un po´ di sicurezza. Chi più di tutti e magistralmente ha descritto il conflitto tra libertà e sicurezza è Fëdor Dostoevskij, nel celebre dialogo del Grande Inquisitore. A dispetto dei discorsi degli idealisti, l´essere umano aspira solo a liberarsi della libertà e a deporla ai piedi degli inquisitori, in cambio della sicurezza del “pane terreno”, simbolo della mercificazione dell´esistenza. Il “pane terreno” che l´uomo del nostro tempo considera indispensabile si è allargato illimitatamente, fino a dare ragione al motto di spirito di Voltaire, tanto brillante quanto beffardo: “il superfluo, cosa molto necessaria”. E´ libero un uomo così ossessionato dalle cose materiali, o non assomiglia piuttosto alla pecora che fa gregge sotto la guida del pastore?
Conformismo, opportunismo, grettezza e debolezza: ecco dunque, della libertà, i nemici che l´insidiano “liberamente”, dall´interno del carattere degli esseri umani. Il conformista la sacrifica all´apparenza; l´opportunista, alla carriera; il gretto, all´egoismo; il debole, alla sicurezza. La libertà, oggi, più che dal controllo dei corpi e delle azioni, è insidiata da queste ragioni d´omologazione delle anime. Potrebbe perfino sospettarsi che la lunga guerra contro le arbitrarie costrizioni esterne, condotte per mezzo delle costituzioni e dei diritti umani, sia stata alla fine funzionale non alla libertà, ma alla libertà di cedere liberamente la nostra libertà. La libertà ha bisogno che ci liberiamo dei nemici che portiamo dentro di noi. Il conformismo, si combatte con l´amore per la diversità; l´opportunismo, con la legalità e l´uguaglianza; la grettezza, con la cultura; la debolezza, con la sobrietà. Diversità, legalità e uguaglianza, cultura e sobrietà: ecco il necessario nutrimento della libertà.

La Repubblica 16.06.11

"Il nuovo lavoro, precario e no. Il Pd si confronta a Genova", di Bruno Ugolini

Uno dei momenti centrali della Conferenza nazionale per il lavoro promossa dal Pd e che inizia domani a Genova sarà un’inchiesta realizzata da Swg. Il titolo è promettente «Essere operai in Italia». Un viaggio nella condizione operaia con l’ambizione non di presentare un’indagine definitiva sul mondo del lavoro italiano in questo 2011 ma di cogliere umori, esperienze vissute, cambiamenti. Il tutto dentro il ciclone di una crisi che non ha lasciato certo indenni le condizioni lavorative e nemmeno forza e ruolo dei sindacati. Il tentativo è quello di delineare la figura dell’operaio nelle sue diverse componenti: dalle condizioni oggettive (qualifica, stipendio, ore di lavoro, contratti integrativi), al grado di soddisfazione, alle preoccupazioni per il futuro. Unafoto tessera di Cipputi oggi, insomma. L’appuntamento di Genova non sarà così solo un confronto fra stati maggiori, un vertice di esperti. Anche per la presenza massiccia di 600 delegati eletti nel corso di 78 conferenze sul territorio, con la partecipazione di dodicimila persone. Con molti ospiti e tra questi la segretaria generale della Confederazione europea dei sindacati Bernadette Sègol, i segretari di Cisl, Uil, Ugl e Acli, rappresentanti di associazioni imprenditoriali. L’obiettivo è quello di avviare davvero un radicamento del Pd nel mondo del lavoro. Hanno discusso un documento preparatorio, intrecciando il dibattito, in molte zone, a vicende concrete, a lotte in corso. Così per la cantieristica a Napoli e in Liguria, per la chimica nel Ternano e a Venezia, per le piccole imprese nell’Italia centrale e in Emilia. Ed è stata apprezzata, sottolineano gli organizzatori, la presenza attiva di lavoratori autonomi, soprattutto artigiani e giovani professionisti, il mondo delle partite Iva. È stato un confronto di massa, concentrato su molte proposte (sulla precarietà,ma anche sulla rappresentanza sindacale, sul rapporto tra contratto nazionale e aziendale, sulle tutele sociali). Tra i punti più delicati quello relativo al sindacato e la volontà «di promuovere la comprensione delle diverse culture sindacali» favorendo «la convergenza su punti fondamentali, come le regole della rappresentanza e della democrazia nei luoghi di lavoro» (con un richiamo all’intesa unitaria del 2008 ora corretta però dalla Cgil). Per i precari è respinto «il paradigma sbagliato e subalterno del meno ai padri, più ai figli». I garantiti, come dimostrano gli oltre 200 tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo, «sono una specie in via di estinzione». Sono aspetti presenti, invece, come ha informato ieri il quotidiano Europa sotto il titolo “Pd sul lavoro non c’è pensiero unico”, in un altro documento (alternativo?) che si rifà alle proposte di legge di Pietro Ichino (articolo 18, contratto unico, eccetera). Qui l’intenzione è quella di superare il dualismo fra protetti e non protetti, nonchè quello fra dipendenti delle imprese di dimensioni medio-grandi e dipendenti delle più piccole. Per far ciò si propone il passaggio a tempo indeterminato per tutti (non per i casi classici di contratto a termine, quali le sostituzioni per malattia o i lavori stagionali), con le protezioni essenziali (in particolare quella contro le discriminazioni). Nessuno però risulterà “inamovibile”. È la cancellazione del famoso articolo 18. Tale controproposta godrebbe delle firme, tra gli altri, di esponenti veltroniani comeTonini e Morando, oltre a Chiamparino, Giaretta, Scalfarotto. Ma la sua approvazione ribalterebbe, se non capiamo male, l’esito complessivo delle 78 conferenze che hanno preceduto quella nazionale

L’Unità 16.06.11