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"«Accordo o legge», sui contratti il bivio della Confindustria", di Giuseppe Vespo

«Una chiacchierata, un giro d’orizzonte » di oltre due ore quello che ha visto ieri faccia a faccia Emma Marcegaglia e Susanna Camusso. La leader degli industriali e quella del sindacato si confrontano su rappresentanza e contratti di lavoro. L’intento è di trovare un accordo che, senon dovesse arrivare, potrebbe spingere Confindustria anche a «ragionare su una legge» che regoli i contratti, così come proposto dal ministro Sacconi. Il tavolo scotta. I temi forti del mondo del lavoro si fanno sempre più spinosi, soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi che vogliono la Fiat in continua smania di «flessibilità nelle realtà industriali» – anche a costo di uscire da Confindustria – e la Uil che ha già disdettato gli accordi del 1993, proprio quelli che regolavano la contrattazione in azienda. Binari paralleli percorsi dall’impresa che conta e dai sindacati decisi a proseguire sulla scia dell’accordo separato del 2009 e, magari, a smarcarsi da Corso Italia. Marcegaglia ha fatto sapere che su questi temi ci sarà modo di dibattere tutti insieme dalla prossima settimana: mercoledì la leader di viale dell’Astronomia incontrerà le parti sociali. La Cgil sarà della partita? «Chi vivrà vedrà», rispon

e la numero uno degli industriali che precisa di essere in stretto contatto anche con Cisl e Uil.

FIAT CISL E UIL Chi sicuramente vedrà presto Bonanni e Angeletti è Sergio Marchionne. I tre si troveranno a fine mese, come ha annunciato ieri a Monterotondo di Gavi, Alessandria, lo stesso manager del Lingotto. Intervenuto alla presentazione della nuova «Freemont», Marchionne ha commentato così il tentativo di Marcegaglia di trovare un accordo tra le parti sulle nuove regole nel mondo del lavoro e dell’impresa: «Apprezzo ciò che sta facendo Confindustria. La cosa importante è che arriviamo allo stesso punto nello stesso tempo, sennò la Fiat mantiene tutti i diritti che ha sempre avuto, ovvero di rimanere o non rimanere in Confindustria e di cercare una strada per il futuroandando avanti», da sola. Per superare gli scogli tra impresa e sindacato il ministro Sacconi propone una legge su contratti aziendali quasi in alternativa a quelli nazionali. In sostanza si tratterebbe di completare il lavoro fatto con la riforma del 2009 (quella appunto firmata da Confindustria con Cisl e Uil, con il no della Cgil), «dando agli accordi aziendali il potere di regolare tutti gli aspetti che riguardano l’organizzazione del lavoro». Ipotesi subito bocciata da Susanna Camusso, che liquida la proposta così: «Le cose che ha detto il ministro in questi giornimi paiono impraticabili e irrealizzabili. Mi paiono farneticazioni. Il sistema contrattuale è complesso e c’è una Costituzione da rispettare. Ma mi pare che su questo punto ci sia molta propaganda». L’idea però solletica anche il ministro Tremonti, secondo cui «contratti un po’ più aziendali e meno generali » sono «la via giusta per la produttività ». E se Giovanni Centrella, segretario Ugl, si dice contrari a una legge che «rischia di compromettere il ruolo stesso delle parti sociali », per Raffaele Bonanni la priorità è «trovare un criterio per stabilire chi è abilitato a fare i contratti. A quel punto si fanno i contratti che valgono per tutti». Il leader Cisl lancia anche una frecciatina alla Cgil: «Una via d’uscita (ai problemi, ndr) c’è quando ciascuno la vuole trovare ». A complicare le cose è arrivata anche la decisione della Uil di togliere la firma dal protocollo sancito nel ‘93 davanti con l’allora presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi: «Mi è parsa più una dichiarazione di protagonismo cheunfatto sostanziale », ha commentato Susanna Camusso: «Mi pare che lui – ha spiegato con riferimento al segretario generale della Uil, Luigi Angeletti – sia firmatario di un accordo separato che di per sé superava già l’accordo del 1993». La disdetta del protocollo viene stroncata anche Maurizio Landini, leader Fiom: «È gravissimo – dice – che si pensi che la democrazia in fabbrica debba essere cancellata e che si affermi il modello Fiat».

L’Unità 15.06.11

"Riforma Gelmini a rischio su aule e classi", di Enza Loddo

Il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso del ministero dell’Istruzione e del ministero dell’Economia contro la sentenza n. 552 del Tar Lazio con la decisione 03512 del 9 giugno 2011. Si tratta della prima class action vinta contro la pubblica amministrazione. La sesta sezione del Consiglio di stato, infatti, ha ordinato ai due ministeri l’emanazione del piano generale di edilizia scolastica previsto dall’articolo 3, comma 2 del Dpr n. 81 del 2009 («Norme per la riorganizzazione della rete scolastica e il razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane»).
Con questa decisione si mette a rischio la riforma della scuola targata Gelmini che si basa proprio sull’aumento del rapporto alunni/docente all’interno di un quadro nazionale di istituti non a norma in termini di sicurezza, se non addirittura fatiscenti (secondo le associazioni che tutelano i cittadini oltre il 50%). Il ministero adesso dovrà approntare un piano di riqualificazione degli edifici scolastici in tempi da record o si profila il commissariamento. «Se il ministro non ottempera alle disposizioni chiederemo la nomina di un commissario ad acta», ha dichiarato il presidente del Codacons, Carlo Rienzi. Mancano, dunque, meno di quattro mesi perché Mariastella Gelmini appronti un piano che non sia “un mero elenco” di scuole a rischio crollo, come quello presentato nel decreto ministeriale del 23 settembre 2009 (si veda «Il Sole 24 Ore» del 7 giugno 2010) che per la Corte non costituisce «un vero e proprio atto generale di natura programmatica, avente a oggetto la riqualificazione dell’edilizia scolastica ma solo un atto contenente l’individuazione di istituzioni scolastiche temporaneamente sottratte alla immediata operatività dei nuovi limiti massimi di alunni per aula».
Gli istituti all’indice erano 12mila e nel decreto si chiedeva di derogare all’aumento del tetto di alunni per aula previsto dalla riforma (Dpr 81/2009 regolamento applicativo dell’articolo 64 della legge 133/2008). Deroga «solo» per l’anno scolastico 2009-2010 per quelle scuole individuate dall’elenco in quanto a forte rischio sicurezza. La deroga di fatto non è stata mai adottata in quanto il decreto è del 23 settembre quando ormai le classi erano state già formate.
Il Codacons ha vinto in quanto ha fatto leva sul decreto legislativo 198/2009: «mancata emanazione di atti amministrativi generali obbligatori e non aventi contenuto normativo da emanarsi obbligatoriamente e non oltre un termine fissato da una legge o da un regolamento». Infatti, l’associazione dei consumatori ha chiesto è ottenuto che si applichi quanto previsto dal Dpr 81/2009, ossia: «restano confermati i limiti massimi di alunni previsti dal decreto 331/1998 (Legge sulla formazione delle classi che rispettava i tetti di alunni/classe indicati dalle norme sulla sicurezza) per le istituzioni scolastiche individuate in un apposito piano di riqualificazione dell’edilizia scolastica».
Inutile il tentativo dei due ministeri di dimostrare l’infondatezza del ricorso in quanto secondo i giudici: l’elenco di scuole del Dm settembre/2009 non costituisce un piano di riqualificazione; viene rigettata la censura del Miur secondo cui nel Dpr 81/2009 non vi sarebbe indicato un termine per l’emanazione del piano. In effetti la Corte riconosce come tale quel riferimento al “solo” anno scolastico 2009-10 (per la deroga al sovraffollamento delle aule in quelle scuole individuate come a rischio) che lascia intendere che per gli anni successivi il problema sarebbe venuto a cadere in quanto il piano sarebbe stato applicato.

Il Sole 24 Ore 15.06.11

"Una palese discriminazione la Consulta la boccerebbe", di Marina Cavallieri

La proposta della Lega scatena polemiche, divide gli insegnanti, acuisce le contrapposizioni, ma nessuno alla fine sembra veramente credere che si realizzerà. Scettici i sindacati, stanchi i professori. A nord e a sud. «L´emendamento della Lega ha il solo obiettivo di scoraggiare i precari meridionali, inseriti nelle graduatorie ad esaurimento a trasferirsi nelle province del nord, dove ci sono più posti a disposizione», dice Corrado Baracchetti, della Cgil scuola Lombardia. «Il “bonus” di 40 punti dato a coloro che avessero deciso di restare “a casa loro” rappresenta una volgare e travestita discriminazione. Sapendo che oggi, regioni come la Lombardia assorbono oltre il 25% di precariato, la continuità non c´è nei fatti».
Il provvedimento però divide. «Le possibilità di lavoro per chi non è abilitato si riducono sempre di più, per questo vedo tra i miei colleghi che anche chi non è favorevole tende a pensare che così sarà più protetto», dice Serenthà Madaleine, insegnante di sostegno, precaria di 37 anni, che lavora a Macherio, provincia di Monza e Brianza. «La stabilizzazione nella scuola però non si risolve così, nessuno parla più dell´unico criterio che andrebbe usato: il merito, nonostante i tanti proclami della Gelmini».
Le graduatorie al nord sono sempre state più vuote, al sud più affollate. Ecco perché c´è sempre stato un fisiologico trasferimento al nord d´insegnanti. «Il trasferimento di docenti dal sud al nord è strutturale», dice Mario Rusconi, preside del liceo Newton di Roma e vicepresidente dell´associazione nazionale presidi. «Questi provvedimenti pseudo stabilizzanti nascono da altri motivi. Per risolvere la questione della stabilità in verità basterebbe imporre il vincolo di stare cinque anni in una scuola. I trasferimenti sono necessari, per esempio ci sono 3000 scuole senza presidi, molte le cattedre vuote in Lombardia, l´idea di fare gabbie di graduatorie è irreale». Tra insegnanti e sindacalisti c´è molto scetticismo, perplessità ma soprattutto c´è il timore che se passasse l´emendamento sarà chiamata a dire l´ultima parola la Corte Costituzionale. «Il provvedimento della Lega rischia l´incostituzionalità, le questioni della scuola non le può risolvere la magistratura, vanno gestite prima con regole chiare», spiega Francesco Scrima, segretario della Cisl Scuola, «quelli che sono i primi in graduatoria al nord è gente del sud, i problemi non possono essere affrontati in termini di contrapposizione geografica».

La Repubblica 15.06.11

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“Il Carroccio: al Nord niente prof meridionali”, di CATERINA PASOLINI
«No all´invasione del nord da parte di insegnanti meridionali». È questo l´obiettivo dichiarato dei leghisti che hanno presentato un emendamento al decreto legge sullo sviluppo che prevede 40 punti in più in graduatoria per i professori residenti nelle località dove vogliono insegnare.
La proposta del Carroccio è che dal prossimo anno scolastico nelle graduatorie vengano assegnati quaranta punti in più agli insegnanti che sono residenti nella provincia dove vogliono lavorare. Una richiesta di modifica che spacca la maggioranza e provoca le proteste dell´opposizione che parla di «Razzismo e incostituzionalità».
L´obiettivo principale sembra sia consentire ai docenti delle regioni del nord di non esser sorpassati nelle liste dagli aspiranti professori del sud. Come dice a chiare lettere Paola Goisis, deputata leghista che così sintetizza il suo emendamento: «No all´invasione da parte degli insegnanti meridionali. No allo stravolgimento delle graduatorie. Come Lega dobbiamo tutelare i nostri docenti. Ci sarà un´invasione di persone dal sud perché da noi ci sono più possibilità di inserimento». Anche se, paradossalmente, la misura penalizzerebbe anche i trasferimenti all´interno della stessa Regione, da Varese a Milano, per fare un esempio.
Non è la prima volta che si prova a bloccare i trasferimenti: negli anni passati sia in Friuli che Piemonte i consiglieri della Lega hanno approvato provvedimenti volti a favorire gli «insegnanti regionali» o comunque locali rispetto a quelli arrivati da altre zone del paese. Decisioni bocciate a febbraio dalla Consulta che ha dichiarato incostituzionale anche un norma favorita dal ministro Gelmini. Approvata dal governo nel 2009 stabiliva l´impossibilità di spostarsi da una provincia all´altra, se non in coda alle liste invece che col proprio punteggio.
«Viola il principio di uguaglianza», disse la Consulta, ed è probabile che finisca così anche quest´ultima proposta della Lega. L´emendamento ieri ha infatti spaccato la maggioranza – il governo non ha dato parere favorevole ma si è rimesso alla decisione dell´aula – mentre dall´opposizione arrivano accuse pesanti.
«Questo è inqualificabile razzismo. La qualità degli insegnati deve essere valutata in base alla preparazione e dedizione al lavoro, non in base alla loro residenza o regione di appartenenza», dice Leoluca Orlando, portavoce dell´Italia dei valori.
Il Pd considera l´emendamento una manovra elettorale per riconquistare la base in vista della riunione a Pontida. «Il Carroccio segue la logica della doppia verità: con una mano taglia 132 mila posti di lavoro nella scuola e con l´altra oggi fa propaganda con una promessa di un bonus per i precari del nord», denuncia Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria del Partito democratico.
«Senza contare», aggiunge la collega di partito Ghizzoni, «che il premio previsto dal partito di Bossi è in palese contrasto con la recente direttiva dello stesso ministro Gelmini che ha riaperto le graduatorie consentendo il trasferimento di provincia e imponendo almeno 5 anni di permanenza».

La repubblica 15.06.11

“Sostegno a scuola, ora si cambi”, di Flavia Amabile

Il rapporto «Il sistema attuale è troppo discrezionale e ha reso cronica la mancanza di insegnanti specializzati» La proposta «L’esame dei progetti, e l’assegnazione dei fondi spetterebbe ai Centri Risorse per l’Integrazione» E se facessimo a meno degli insegnanti di sostegno? Non è una provocazione e nemmeno un modo per seminare terrore nel mondo dei disabili a scuola. E’ una proposta serissima, circostanziata e di non immediata realizzazione che la Fondazione Giovanni Agnelli, la Caritas e l’Associazione Treellle presenteranno stamattina a un gruppo di parlamentari insieme con una proposta che vuole rivoluzionare il settore: la creazione dei Cri, Centri Risorse per l’Integrazione, destinati a diventare uno sportello unico per tutte le questioni relative ai giovani e bambini disabili.

«L’inclusione italiana è stata una scelta di civiltà che il mondo ha poi imitato – sottolinea Attilio Oliva, presidente dell’Associazione Treellle -. Ora che sono passati trent’anni ci siamo chiesti: la pratica è stata coerente con i principi? E con quale rapporto tra costi e benefici?».

La risposta è contenuta in un rapporto, 237 pagine, il bilancio di questi tre decenni di disabili nelle scuole. E non è una risposta positiva. «Deve però essere chiaro – precisa Oliva che non siamo a favore di tagli alle risorse previste. Vogliamo che la scuola sia di tutti, ma chiediamo una loro diversa distribuzione per evitare inefficienze e problemi che troppo spesso si verificano».

Nel rapporto vengono elencati alcuni «nodi critici». Innanzitutto l’approccio. «Troppo medico», spiega Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli. «Le richieste di un insegnante di sostegno vengono esaminate dalle Asl non dalle scuole». Ma anche troppo «discrezionale» e rigido: «La certificazione si risolve sempre nell’assegnazione di ore di un insegnante di sostegno», è scritto nel rapporto. Anche quando non sarebbe necessario. Il risultato? «Insegnanti di matematica che devono occuparsi di bambini dislessici e con difficoltà di apprendimento. Non è la scelta più giusta, né la più economicamente efficiente», spiega Oliva.

Quanto agli insegnanti di sostegno il bilancio non è molto più confortante: «Usano il posto come un canale privilegiato per entrare più rapidamente in ruolo», ricorda ancora Gavosto. Di conseguenza la preparazione non può essere di grande qualità. «C’è una cronica carenza di insegnanti di sostegno specializzati», si legge nel rapporto. I motivi sono diversi. «Il 43% degli allievi con disabilità nella primaria e secondaria di primo grado – spiega Gavosto – cambia insegnante di sostegno una o più volte all’anno». In sostanza, «il sostegno è svolto spesso da personale inesperto e impreparato», conclude il rapporto. E gli alunni finiscono per avere una formazione del tutto inadeguata: «l’Italia è il Paese dove i disabili hanno maggiori difficoltà a trovare lavoro, nonostante gli obblighi previsti per legge», afferma Gavosto.

La soluzione, spiegano nel rapporto, è la creazione dei Cri a livello provinciale o anche subprovinciale. Saranno loro a esaminare i progetti presentati dalle scuole, ad assegnare tutte le risorse destinate alle scuole per l’integrazione e a svolgere un servizio di sportello unico assistendo le famiglie nei vari momenti di vita e integrazione. «Potrebbero diventare centri destinati a risolvere tutte le difficoltà sociali dei bambini con disabilità, anche al di fuori del tempo scolastico», avverte Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana.

Gradualmente gli insegnanti di sostegno dovranno passare all’organico normale delle scuole ed essere assegnati da parte dei Cri in base ai bisogni delle scuole stesse. Alla fine rimarrebbe un congruo numero di insegnanti e personale ad alta specializzazione, di numero decisamente inferiore a quello attuale: stabili nel loro ruolo, a tempo pieno, senza insegnare ma operando nei Cri per svolgere consulenza tecnica e formazione per le scuole.

«Non ci nascondiamo gli enormi ostacoli che questa proposta potrà incontrare. – conclude Oliva – Sappiamo però che, anche se difficile, è una strada inevitabile».

La Stampa 14.06.11

"Il popolo dei disobbedienti", di Ilvo Diamanti

Il referendum è passato ma i suoi effetti – politici e sociali – dureranno a lungo. Perché il successo del referendum è, a sua volta, effetto di altri processi, maturati in ambito politico e sociale. E perché i referendum hanno sempre marcato le svolte della nostra storia repubblicana.
Fin dal 1946 – quando nasce, appunto, la Repubblica. Poi: nel 1974, il referendum sul divorzio. Il Sessantotto trasferito sul piano dei costumi. La svolta laica e antiautoritaria della società italiana. Nel 1991, giusto vent´anni fa, il referendum sulla preferenza unica per la Camera. È il muro di Berlino che rovina su di noi. Annuncia la fine della Prima Repubblica e l´avvio della Seconda. Nel 1995, il referendum contro la concentrazione delle reti tivù. Dunque, contro la posizione dominante di Berlusconi. Fallisce. E rende difficile, in seguito, ogni azione contro il conflitto di interessi. Da lì in poi tutti i referendum abrogativi falliscono. A partire da quello dell´aprile 1999. Riguardava l´abolizione della quota proporzionale nella legge elettorale. Non raggiunse il quorum per una manciata di votanti. Sancisce la fine del referendum come metodo di riforma e di cambiamento istituzionale, ad opera della società civile. Perché i referendum sono strumenti di democrazia diretta. Complementari, ma anche critici rispetto alla democrazia rappresentativa. Ai partiti e ai gruppi dirigenti che li guidano. Per questo hanno la capacità di modificare bruscamente il corso della storia. Quando il distacco fra la società civile e la politica diventa troppo largo. Negli ultimi vent´anni questo divario è stato colmato – in modo artefatto – dalla personalizzazione, dallo scambio diretto fra i leader e il popolo, attraverso i media. Ora questo ciclo pare finito. Il referendum di domenica scorsa lo ha detto in modo molto chiaro e diretto.
In attesa di vedere cosa cambierà – a mio avviso, molto presto – proviamo a capire cosa sia avvenuto e perché.
1. Il referendum, come avevamo già scritto, è il terzo turno di questa lunga e intensa stagione elettorale. Il suo esito è stato, quindi, favorito dai primi due turni. Le amministrative. Dal successo del centrosinistra a Milano, Napoli, Torino, Bologna, Cagliari, Trieste. E dalla parallela sconfitta del Pdl e della Lega. Soprattutto, ma non solo, nel Nord. I referendum erano stati dissociati, temporalmente, dalle amministrative, per ostacolarne la riuscita. È avvenuto esattamente il contrario. Le amministrative hanno agito da moltiplicatore della mobilitazione e della partecipazione. Un effetto boomerang, per il governo, come ha rammentato Gad Lerner all´Infedele.
2. I singoli quesiti posti dai referendum, come di consueto, non sono stati valutati in modo specifico, dagli elettori. La differenza tra proprietà e uso dell´acqua, l´utilità della ricerca nucleare. In secondo piano. Al centro dell´attenzione dei cittadini, altre questioni, non di merito ma sostanziali. Il valore del bene comune. Il bene comune come valore. Ancora: la sicurezza intesa non come “paura dell´altro” ma come tutela dell´ambiente. La ricerca del futuro, per noi e per le generazioni più giovani.
3. Letti in questa chiave, i referendum sono divenuti l´occasione per fare emergere un cambiamento del clima d´opinione, ormai nell´aria – chi non ha il naso chiuso dal pregiudizio lo respirava da tempo. Una svolta mite, annunciata dal voto amministrativo, ribadita dal referendum. Una svolta di linguaggio, di vocabolario, che ha restituito dignità a parole fino a ieri dimenticate e impopolari. Vi ricordate altruismo e solidarietà? Chi aveva più il coraggio di pronunciarle? Per questo, paradossalmente, il referendum sul legittimo impedimento, il più politico, il più temuto dalla maggioranza e anzitutto dal suo capo, è passato quasi in second´ordine. A traino degli altri.
4. Qui c´è una chiave, forse “la” chiave del risultato.
I referendum riflettono il cambiamento carsico, avvenuto e maturato nella società. Che, secondo Giuseppe De Rita, si sarebbe ulteriormente frammentata. In questa galassia, attraversata da emozioni più che da ragioni, dalle passioni più che dagli interessi, è cresciuto un movimento diffuso. Affollato di giovani e giovanissimi. La cui voce echeggia attraverso mille piccole manifestazioni, nei mille piccoli luoghi di vita quotidiana. Attraverso il contatto diretto. Attraverso la Rete. Per questo è poco visibile. Ma attivo e vitale. L´ostracismo della maggioranza di governo, il silenzio di MediaRai. Li hanno aiutati. Legittimati. Perché la tivù MediaRai e i suoi padroni, ormai, sono il passato.
5. Tuttavia, una partecipazione così alta sarebbe stata impensabile se non avesse coinvolto altri settori della società. Il popolo della Rete, per quanto ampio, è una èlite. Giovane, colta, cosmopolita. Non avrebbe sfondato se non avesse coinvolto genitori, nonni, zii. Un elettorato largo e politicamente trasversale. Il successo dei referendum, infatti, scaturisce dalla spinta dei movimenti sociali, dal sostegno dei partiti e degli elettori di centrosinistra. Ma anche da quelli di centrodestra. Si guardi la geografia elettorale della partecipazione. Le Regioni del Nord (ora non più) Padano hanno espresso i tassi di partecipazione fra i più elevati. Osserviamo, inoltre, il risultato complessivamente ottenuto alle Europee del 2009 dai partiti di Centrosinistra, Sinistra e dall´Udc. Quelli che hanno sostenuto l´opportunità di votare in questa occasione. Ebbene, risulta evidente che la partecipazione è stata molto più ampia rispetto alla loro base. Nel Nord Est: ha votato il 32% (e circa 1.700.00) di elettori in più. Nel Nord Ovest: il 29% (e circa 3.500.000) di elettori in più. In Italia, complessivamente, il 28% (e circa 13.000.000) di elettori in più. (Elaborazioni Demos, su dati Ministero degli Interno; indicazioni analoghe provengono dalle analisi dell´Istituto Cattaneo su dati delle elezioni politiche 2008).
6. Da qui il senso generale di questo passaggio elettorale. È cambiato il clima d´opinione. Il tempo della democrazia personale e mediale – come ha osservato ieri Ezio Mauro – forse è alla fine. Mentre si scorgono i segni di una democrazia di persone, luoghi, sentimenti. Passioni. I partiti e gli uomini che hanno guidato la stagione precedente, francamente, sembrano improvvisamente vecchi e fuori tempo. Il Pdl – ma anche la Lega. Berlusconi – ma anche Bossi. Riuscivano a parlare alla “pancia della gente”, mentre la sinistra pretendeva di parlare alla “testa”. Per questo il centrodestra era popolare. E la sinistra impopolare. Fino a ieri. Oggi, scopriamo che, oltre alla pancia e la testa, c´è anche il cuore. Parlare al cuore: è importante.

La Repubblica 15.06.11

"Il Carroccio che abbaia ma non morde", di Michele Brambilla

Tutto il mondo antiberlusconiano attende le prossime decisioni di Bossi come si potrebbe attendere la venuta di un messia. Si aspetta con ansia che la Lega «stacchi la spina» al governo, e faccia finalmente ciò che non sono riusciti a fare la sinistra, le toghe rosse e la stampa comunista (ossia tutte le toghe e tutta la stampa, secondo il parere di Berlusconi). Che sia domenica prossima a Pontida, oppure martedì in Parlamento, oppure ancora in qualche riunione ad Arcore o a Gemonio, non si sa. Ma che un’ora segnata dal destino stia per battere nei cieli della Padania, è dato per scontato.

La Lega divorzierà dal Cavaliere perché non ha nessuna intenzione di affondare con lui: questo è ciò che si pensa. E quella frase pronunciata l’altro ieri da Calderoli – «siamo stanchi di prendere sberle» – alimenta le speranze. Le richieste di cambio di passo di Maroni, ancor di più.

Basterebbe però sfogliare le raccolte dei giornali per rendersi conto che certe uscite come quelle di Calderoli e Maroni hanno più o meno la stessa frequenza delle previsioni del tempo. Da mesi, non c’è praticamente giorno in cui non si registri qualche affondo contro il Pdl. I leghisti hanno minacciato di lasciare il governo per l’intervento in Libia; hanno annunciato «mani libere» alle elezioni amministrative; ne hanno dette di tutti i colori sulla campagna elettorale di Berlusconi a Milano. E così via.

Alle parole, però, non sono mai seguiti i fatti. Su tutte le questioni che stanno davvero a cuore al Cavaliere, i leghisti non hanno mai fatto mancare il loro appoggio. Hanno votato per salvare Caliendo e Cosentino; hanno votato il legittimo impedimento e si sono detti pronti a fare altrettanto sul processo breve; hanno votato perfino per trasformare Roma ladrona in Roma capitale.

La Lega ha confermato finora il vecchio proverbio secondo il quale can che abbaia non morde. E dunque c’è il fondato sospetto che anche questa volta tante attese potrebbero andare deluse. La Lega è certamente preoccupata per l’aria che tira, e ha capito che l’alleanza con Berlusconi non ha prospettive. Ma davvero è intenzionata a divorziare dal Cavaliere?

Almeno tre ragioni le suggeriscono di non farlo. La prima è di ordine pratico. La Lega è al governo con il Pdl in tre regioni – Piemonte, Lombardia e Veneto – che da sole valgono più di mezza Italia. Che ne sarebbe di quelle giunte se si rompesse con Berlusconi?

La seconda ragione è che mandare a casa il Cavaliere per partecipare a un eventuale governo tecnico vorrebbe dire mettere la faccia su una manovra finanziaria da quaranta miliardi di euro. Con quali speranze potrebbe poi ripresentarsi agli elettori?

Infine c’è un terzo motivo. Non si sa quanto sia reale e quanto invece una leggenda metropolitana. Sta di fatto che da anni nel mondo politico si giura sull’esistenza di un accordo che Berlusconi e Bossi avrebbero sottoscritto nel 2001, quando si rimisero insieme dopo il divorzio del 1994. Scottato dal primo tradimento, il Cavaliere si sarebbe cautelato facendo mettere nero su bianco i termini dell’accordo. E sarebbero termini che Bossi avrebbe tutto l’interesse a non violare. Non sappiamo se sia vero oppure no. Sta di fatto che da quel 2001 la Lega ha spesso strillato e minacciato: ma poi è sempre rientrata nei ranghi.

Ecco perché anche domenica prossima l’adunata di Pontida potrebbe partorire nulla di più che qualche annuncio e qualche slogan, magari più colorito del solito. Solo in un caso la Lega potrebbe davvero rompere con Berlusconi: se la sua base mostrasse, in modo ancor più deciso di quanto ha mostrato alle amministrative e ai referendum, di non poterne davvero più. Ma in quel caso assisteremmo probabilmente, oltre che alla fine di un’alleanza, anche alla fine di una leadership. Quella di Bossi. Perché vorrebbe dire che pure lui, e non solo Berlusconi, ha perso la capacità di intercettare per tempo gli umori del proprio popolo.

La Stampa 15.06.11

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Il Senatúr nel mirino dei leghisti veneti: “Adesso passi la mano”, di MARCO ALFIERI

Piccoli leghisti crescono», sibila Bepi Covre, mitico sindaco di Oderzo negli Anni Novanta, parlamentare del Carroccio dal ’96 al 2001. «Dietro Flavio Tosi e Luca Zaia c’è un’intera pattuglia di sindaci 40enni, gente che si è fatta sul campo e ragiona con la propria testa. Lo si è visto sui referendum…», alla faccia delle parole del Capo. Oggi Covre è tornato a fare l’imprenditore, si definisce «un leghista di fede maronita», ma resta un gran «confessore» di lighisti veneti, come amano chiamarsi da queste parti quadri e militanti ricordando ogni volta che «la Liga è nata nel 1980 mentre la Lega lombarda solo nel 1984, prima di farsi federare dal carisma padano di Umberto Bossi», come ricorda Francesco Jori nel suo bel libro Dalla Liga alla Lega . «C’è in giro molta effervescenza nel partito», conferma l’ex sindaco di Oderzo. «La politica italiana ha un grande difetto: una classe dirigente inamovibile. La gente non ne può più». In questi tempi globali «i totem vanno messi da parte. Anche Bossi, certo. Un grande attore sa quando uscire di scena». Intendiamoci, «Umberto è un mito, è la Lega, ma oggi deve capire che è il momento di passare la mano». Si prenda Zaia: «Sul referendum ha fiutato l’aria portandosi dietro mezza giunta» (gli assessori Stival, Conte e Ciambetti), il capogruppo in Regione Caner e i consiglieri Baggio, Bassi, Corazzari, Finco, Sandri e Tosato. Tutti frondisti. «Abbiamo incontrato decine di militanti favorevoli all’acqua pubblica e contrari al nucleare, pronti ad andare a votare», conferma Caner. Non era mai successo. «Questo fiuto Bossi e Berlusconi non ce l’hanno più», chiosa Covre. Naturalmente lui può parlare liberalmente ma dentro al corpaccione lighista è tutto un darsi di gomito. «Mettiamola così», confessa un dirigente di primo piano: «ci si rende conto che è partito il countdown sul dopo Bossi e ci si riallinea».

In questo Tosi e Zaia incarnano una posizione più matura: la chimera del lighismo autonomo dal partito lombardo non porta lontano. Ogni volta che qualcuno ha provato ad alzarsi da terra è stato decapitato dal Senatur. Franco Rocchetta e Fabrizio Comencini ancora se lo ricordano. Quest’ultimo nel ’98 fu purgato quando strappò portandosi via dal gruppo regionale 7 consiglieri su otto. Con il Capo rimase solo Giampaolo Gobbo e da quel momento Bossi gli ha affidato le chiavi del partito. «Per questo un accordo con la Lombardia resta strategico per i giovani leoni», continua la fonte. «Anche qui, la partita è pro o contro Maroni». Il sindaco di Verona sta con Bobo, il trevigiano Zaia è più doroteo, per ora non si schiera, anche perché dentro al partito Tosi è più forte e lo scontro è con il segretario regionale Gobbo, l’uomo della pax bossianlombarda nella ex Serenissima. Nel frattempo si smarcano entrambi: Tosi da Gobbo su episodi simbolici come la visita del presidente Napolitano e la battaglia congressuale per le segreterie provinciali; Zaia, appunto, sui referendum. Entrambi sanno che la protesta sta montando in casa. Sui blog dei militanti i più scalmanati a chiedere un ricambio nella leadership o di mollare i lombardi «imborghesiti» per tornare alla purezza del lighismo, sono proprio i veneti. A Treviso, nel feudo di Zaia, dalle Regionali 2010 alle provinciali del mese scorso il Carroccio ha perso per strada 91 mila voti, parzialmente recuperati solo grazie alla lista civica «Razza Piave» (37 mila voti) che ha fatto da cestino per i duri e puri delusi dal forza-leghismo di governo. «Ai referendum i veneti si sono presi la loro autonomia senza guardare in faccia nessuno, non vedendo i segni concreti delle riforme promesse», ammette il leghista Franco Manzato, assessore regionale all’agricoltura.

Certo, «ad oggi non vedo alternative a Bossi. Il Capo è amato dalla base, i colonnelli invece rispettati, cosa diversa». Anche se, continua Manzato, «qualsiasi governo se oggi non fa riforme tangibili non dura. Non c’è Bossi o Berlusconi che tengano». Il dopo Bossi? «In politica tutto è possibile tanto più se soffriamo un berlusconismo che non funziona», gli fa eco Toni Da Re, sindaco leghista di Vittorio Veneto. Dopodiché se «il prossimo leader sia veneto o lombardo, l’importante che sappia dove portarci». Due mesi fa, l’idea della successione, sarebbe suonata fantapolitica.

La Stampa 15.04.11

"L'irruzione del futuro", di Barbara Spinelli

Forse, dopo la perdita di Milano e Napoli, la sconfitta al referendum è la più avvilente nella storia di Berlusconi. Si era messo in testa che ignorandolo l´avrebbe ucciso, l´aveva definito «inutile», e il giorno del voto se n´era andato pure al mare, esemplarmente. Niente da fare: il quorum raggiunto e i quattro sì che trionfano non sono solo un colpo inferto alla guida del governo.
È una filosofia politica a franare, come la terra che d´improvviso si stacca dalla montagna e scivola. È un castello di parole, di chimere coltivate con perizia per anni. «Meno male che Silvio c´è», cantavano gli spot che il premier proiettava, squisita primizia, nei festini. Gli italiani non ci credono più, il mito sbrocca: sembra l´epilogo atroce dell´Invenzione di Morel, la realtà-non realtà di Bioy Casares. Per il berlusconismo, è qualcosa come un disastro climatico.
Tante cose precipitano, nel Paese che credeva di conoscere e che invece era un suo gioco di ombre: l´idea del popolo sovrano che unge la corona, e ungendola la sottrae alla legge. L´idea che il cittadino sia solo un consumatore, che ogni tanto sceglie i governi e poi per anni se ne sta muto davanti alla scatola tonta della tv. L´idea che non esistano beni pubblici ma solo privati: il calore dell´aria, l´acqua da bere, la legge uguale per tutti, la politica stessa. L´idea, più fondamentale ancora, che perfino il tempo appartenga al capo, e che un intero Paese sia schiavo del presente senza pensare – seriamente, drammaticamente – al futuro. Più che idee, erano assiomi: verità astratte, non messe alla prova. Non avendo ottenuto prove, il popolo è uscito dai dogmi. Lo ha fatto da solo, senza molto leggere i giornali, gettando le proprie rabbie in rete. È una lezione per i politici, i partiti, i giornali, la tv. La fiamma del voto riduce una classe dirigente a mucchietto di cenere.
Pochi hanno visto quello che accadeva: il futuro che d´un tratto irrompe, la stoffa di cui è fatto il tempo lungo che gli italiani hanno cominciato a valutare. Erano abituati, gli elettori, a non votare più ai referendum. Questa volta sono accorsi in massa: a tal punto si sentono inascoltati, mal rappresentati, mal filmati. Nessuna canzoncina incantatrice li ha immobilizzati al punto di spegnerli. Berlusconi lo presentiva forse, dopo Milano e Napoli, ma come un automa è caduto nella trappola in cui cadde Craxi nel 1991 – andare al mare mentre si vota è un rozzo remake – e con le sue mani ha certificato la propria insignificanza. Impreparato, è stato sordo all´immenso interrogativo che gli elettori di domenica gli rivolgevano: se la sovranità del popolo è così cruciale come proclama da anni, se addirittura prevale sulla legge, la Costituzione, come mai il Cavaliere ha mostrato di temere tanto il referendum? Come spiegare la dismisura della contraddizione, che oggi lo punisce?
Il popolo incensato da Berlusconi, usato come scudo per proteggere i suoi interessi di manager privato, non è quello che si è espresso nelle urne. È quello, immaginario, che lui si proiettava sui suoi schermi casalinghi: un popolo divoratore di show, ammaliato dal successo del leader. Chi ha visto Videocracy ricorderà la radice oscena della seduzione, e le parole di Fabrizio Corona: «Io sono Robin Hood. Solo che tolgo ai ricchi, e dò a me stesso». Nel popolo azzurro la libertà è regina, ma è tutta al negativo: non è padronanza di sé ma libertà da ogni interferenza, ogni contropotere. Ha come fondamento la disumanizzazione di chiunque si opponga, di chiunque incarni un contropotere. Di volta in volta sono «antropologicamente diversi» i magistrati, i giornalisti indipendenti, la Consulta, il Quirinale. Ora è antropologicamente diverso anche il popolo elettore, a meno di non disfarsi di lui come Brecht consigliò al potere senza più consensi. Era un Golem, il popolo – idolo d´argilla che il demiurgo esibiva come proprio manufatto – e il Golem osa vivere di vita propria. Il premier lo aveva messo davanti allo sfarfallio di teleschermi che le nuove generazioni guardano appena, perché la scatola tonta ti connette col nulla. E quando ti connette con qualcuno – Santoro, Fazio, Saviano – ecco che questo qualcuno vien chiamato «micidiale» e fatto fuori.
Il popolo magari si ricrederà, ma per il momento ha abolito il Truman Show. Ha deciso di occuparsi lui dei beni pubblici, visto che il governo non ne ha cura. Non sa che farsene del partito dell´amore, perché nella crisi che traversa non chiede amore ai politici ma rispetto, non chiede miraggi ottimisti ma verità. Accampa diritti, ma non si limita a questo. Pensare il bene pubblico in tempi di precarietà e disoccupazione vuol dire scoprire il dovere, la responsabilità. Celentano lunedì sera ha detto che siamo disposti perfino ad avere un po´ più freddo, in attesa di energie alternative al nucleare. Per questo si sfalda il dispositivo centrale del berlusconismo: la libertà da ogni vincolo è distruttiva per l´insieme della comunità. Era ammaliante, ma lo si è visto: perché simile libertà cresca, è indispensabile che il popolo sia tenuto ai margini della res publica.
Specialmente nei referendum, dove si vota non per i partiti ma per le politiche che essi faranno, il popolo prende in mano i tempi lunghi cui il governo non pensa, e gli rivolge la domanda cruciale: è al servizio del futuro, un presidente del Consiglio che ha paura dell´informazione indipendente, che ha paura di dover rispondere in tribunale, che elude la crisi iniziata nel 2007, che non medita la catastrofe di Fukushima e considera il no al nucleare un´effimera emozione? Pensa al domani o piuttosto a se stesso, chi sprezza la legalità pur di favorire piccole oligarchie, il cui interesse per le generazioni a venire è nullo? Ai referendum come nelle amministrative il tempo è tornato a essere lungo. Non a caso tanti dicono: si ricomincia a respirare.
La crisi ha insegnato anche questo: non è vero che il privato sia meglio del pubblico, che il mercato coi suoi spiriti animali s´aggiusti da sé, che la politica privatizzata sia la via. I privati non sono in grado di costruire strade, ferrovie, energia pulita per i nipoti. Vogliono profitti subito e a basso costo, senza badare alla qualità e alla durata. Berlusconi si presentò come il Nuovo ed era invece custode di un disordine naufragato nel 2007. Non era Roosevelt o Eisenhower, non ha edificato infrastrutture per le generazioni che verranno.
Ogni persona, dice Deleuze, è un «piccolo pacchetto di potere», e l´etica la costruisce su tale potere. Berlusconi pensava – forse pensa ancora – che questo potere fosse suo: che non fosse così diffuso in pacchetti. Pensava che il cittadino non avesse bisogno di verità; che il coraggio te lo dai nascondendola. Pensava (pensa) che il coraggio consista nel ridurre le tasse, e chi se ne importa se l´Italia precipita come la Grecia o se pagheranno i nipoti. Pensava che, bocciato il legittimo impedimento, puoi farti una prescrizione breve, come se il popolo non avesse proscritto ogni legge ad personam. Il Cavaliere ha eredi nel Pdl. Ma all´eredità come bene consegnato al futuro non ha mai badato, convinto che la crisi sia come la morte (e lui come la vita) per Epicuro: «Finché Silvio c´è, la crisi non esiste. Quando la crisi arriva, Silvio non c´è». Tanti ne sono convinti, e lo incitano a «tornare allo spirito del ´94»: dunque a mentire sulle tasse, di nuovo.
Chi lo incita sa quello che dice? Ha un´idea di quel che è successo fra il 1994 e il 2011? Rifare il ´94 non è da servi liberi, ma da gente che ignora il mondo e ne inventa di falsi. Se fossero liberi e coraggiosi non sarebbero stupidi al punto di consigliare follie. Se insistono, vuol dire che sono servi soltanto. La loro retorica è così smisurata che neppure capiscono la nemesi, che s´è abbattuta sul loro padrone.

La Repubblica 15.06.11