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Agenti, protesta ad Arcore Berlusconi prende fischi", di Alberto Custodero

Sit in davanti alla residenza di Berlusconi, assenti alcune sigle sindacali. “Il vicecapo vicario della Polizia ci ha convocati al Viminale per chiederci di sospendere la manifestazione, in cambio il premier ci avrebbe riconosciuto gli aumenti”. Ma la mossa ha funzionato solo in parte. Sit-in dei sindacati di polizia stamattina ad Arcore davanti a villa San Martino, la residenza del premier. Berlusconi è sceso per parlare con gli agenti. Ha promesso che manterrà gli impegni e ha ricevuto qualche fischio. All’arrivo di un giornalista di Annozero, è andato via. “Siamo qui per protestare – spiega Giuseppe Tiani, segretario generale del Siap – contro la politica economica e della sicurezza del governo Berlusconi”. Il sindacato indipendente Coisp ha esposto uno striscione con la scritta “Berlusconi dimettiti”. Ma il cartello sindacale delle divise manifesta oggi, per la prima volta negli ultimi anni, spaccato. Assenti, le sigle Sap, Ugl e Siulp.

Per capire il perché di questa divisione dei sindacati di polizia bisogna tornare a venerdì scorso, quando il vicecapo vicario della Polizia, Nicola Izzo, ha convocato al Viminale tutti i sindacati che avevano aderito alla manifestazione di oggi. “In quell’occasione – spiega Franco Maccari, segretario generale Coisp – Izzo ci ha chiesto di sospendere al manifestazione. Il premier, ci ha detto Izzo, in cambio ci avrebbe riconosciuto degli aumenti al Consiglio dei ministri del 23 marzo. E questo sarebbe avvenuto in assenza di Tremonti, visto che l’ultimo cdm, al momento di discutere gli aumenti del comparto sicurezza con i ministri Maroni e La Russa, se n’era uscito”.

La mossa di Izzo per rinviare la protesta ad Arcore, proprio nel momento delicato in cui si sta discutendo la riforma costituzionale della
giustizia, ha funzionato, però, solo in parte. Tre sigle hanno accettato la richiesta del capo vicario della Polizia, le altre, la maggioranza, hanno declinato l’invito. Filippo Girella, segretario nazionale Ugl polizia di Stato, spiega perché ha rinunciato al sit-in. “Spostare di dieci giorni l’eventuale manifestazione – dice – vale la pena per vedere se questa volta alla promessa, poi seguono i fatti”. “Ma noi ci fidiamo con riserva – aggiunge – si tratta di rimandare, perché non tentare?”. Una posizione “attendista”, quella di Ugl, Siulp e Sap, perché, dice ancora Girella, “vogliamo andare a vedere le carte del governo come al poker: vediamo se anche oggi ci stanno predenndo in giro per l’ennesima volta come in passato, oppure se finalmente mantengono la promessa”.

Di parere opposto i sindacati presenti davanti alla residenza privata del premier. Secondo Enzo Letizia, segretario dell’Associazione funzionari di polizia, Anf, “siamo qui sia per ricordare tutti gli impegni che sono stati presi già dalla manovra di luglio e che fino a oggi sono stati sempre disattesi, sia per far tornare questo governo a investire sulla sicurezza”. Ancora Letizia: “Il premier, del resto, non ha convocato i sindacati di polizia a Palazzo Chigi per prendere questo impegno formale. In passato abbiamo avuto più volte incontri con il ministro dell’Interno Roberto Maroni che poi sono stati disattesi dal governo. Non ci fidiamo di quello che ci ha detto il vicecapo della Polizia perché la storia di questi anni ci impedisce di fidarci di quello che ci dice il premier”. Sulla stessa linea anche Franco Maccari. “Izzo – dice il segretario del Coisp – con tutto rispetto, è solo un portavoce. Ma noi abbiamo tutte le prove e ragioni per non fidarci di nessuno. Io ho firmato a settembre 2010 un contratto con su scritto il governo concorda di trovare una soluzione entro l’anno per la penalizzazione che il comparto ha subito rispetto 2008 2009. Se non è valso neanche un impegno pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale cosa può valere un parola, una promessa?”.

Per Claudio Giardullo, segertario nazionale Silp-Cgil, “la credibilità etica, politica e istituzionale del governo Berlusconi è vicina allo zero”. E questo perché “l’ultima finanziaria è stata approvata ad agosto, Maroni e La Russa, assieme al capogruppo del Pdl al Senato, si affrettarono a rassicurare gli operatori di polizia sull’intenzione del governo di garantire la specificità del comparto sicurezza e Brunetta confermò questi impegni a nome dell’esecutivo. Poi però, è cominciato un penoso tentativo da parte del governo di rinviare ogni decisione senza ovviamente, alcun risultato concreto”.

www.repubblica.it

«Italia, la vera sfida è quella di darsi un futuro», intervista a Giuliano Amato di Federica Fantozzi

Giuliano Amato è costituzionalista, docente universitario, ex premier e ministro di diversi governi (da ultimo: al Viminale con Romano Prodi nel 2006), oggi alla guida della Treccani. È il presidente del comitato dei garanti per le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia che avranno il loro culmine giovedì 17 marzo. Del tema ha parlato ad una platea internazionale alla conferenza a inviti promossa dal Consiglio per le Relazioni Italia-Usa e dal German Marshall Fund.
Professore, l’Italia unita compie 150 anni. Tanto o poco?
«L’Italia era culturalmente una nazione molto prima di essere Stato. Non solo in un affresco di Cimabue ad Assisi troviamo la parola Italia, ma il nostro patrimonio, cioè il linguaggio comune, esiste da secoli: scorre da Petrarca a Leopardi. Il problema di passare da entità culturale a politica si pose nel 19esimo secolo, e non a caso la Repubblica Cisalpina adottò già allora il Tricolore».
Che Paese siamo?
«Nato da diversi ingredienti: l’azione sovversiva di Mazzini, quella militare di Garibaldi. Cavour usò entrambi per sostenere l ’unificazione: la sua abilità politica assorbì e istituzionalizzò i moti. Noi oggi festeggiamo la proclamazione del Regno d’Italia. Personalmente sono convinto che l’Italia che abbiamo fosse l’unica possibile, ma molti ne sognavano una diversa. Possibile fu solo il centralismo piemontese, frutto inesorabile della debolezza iniziale dello Stato. Certo è che la questione del Sud, che era stato protagonista dell’unificazione e che fu poi trattato come terra di conquista, ce la trasciniamo da allora».
La crisi economica ci lascia qualcosa da festeggiare?
«L’Italia ha saputo correre in diversi periodi della sua storia, specie nel secondo dopoguerra dello scorso secolo. È negli ultimi vent’anni che l’economia si è fermata. La produttività è al palo e nell’Eurozona cresciamo meno di altri. La questione è: come
è successo e dove ci porterà?».
Ce lo dica lei.
«Vedo diverse cause. Il mondo delle piccole imprese non può permettersi gli alti salari che richiedono ricercatori e lavoratori qualificati. Il capitalismo familiare spesso, quando ha accumulato risorse per figli e nipoti, si disinteressa delle sorti dell’azienda, magari la vende ad acquirenti esteri. Le dinastie hanno un ruolo nel restringimento del nostro sistema industriale».
I giovani: bamboccioni o cittadini involontari di un mondo peggiore di quello dei loro avi?
«I giovani hanno difficoltà a impegnarsi e correre rischi per un futuro che appare privo di prospettive tangibili. Per loro è un paradiso perduto. Tutti i protagonisti del Risorgimento erano ventenni: Mazzini aveva 25 anni quando, già esule, fondò la “Giovine Italia”, Mameli compose l’inno a 19, Garibaldi era un anziano trentenne quando già passava da un continente all’altro».
Dopo di loro, il diluvio?
«No, quando Piaggio inventò il successo mondiale della Vespa aveva 20 anni. Insomma, nei momenti in
cui l’Italia ha saputo esprimere un futuro, i giovani sono stati in prima fila. Oggi non riesco a immaginare un loro coetaneo che diviene leader politico o capitano d’industria. Il nesso è chiaro, così come è chiaro il nesso con lo stallo della nostra economia. Indagarlo può essere un modonuovo di festeggiare questo anniversario».
I giovani hanno perso la capacità di fare progetti a lungo termine o anche di sognare?
«C’è anche un fattore demografico. Si dice che fra meno di dieci anni i settantenni saranno la coorte maggioritaria in Italia. Ovvio che l’attenzione al futuro sia limitata da parte di chi ha un futuro limitato».
Una prospettiva non incoraggiante.
«Poi c’è il fattore capitale: nuove avventure come Silicon Valley, a prescindere dalle capacità intellettuali e tecnologiche, sono più difficili senza qualcuno che le sostenga. Dopo la crisi alle banche si impone di ridurre i rischi e per diverse di loro il modo migliore è non prestare soldi. Bizzarro per chi ne ha la missione».
Al di là della retorica, siamo ancora capaci di indignarci?
« Il problema per me non è la capacità di indignarsi, ma quella, insisto, di darsi un futuro. A rischio di passare per un vecchio conservatore, vedo che scivoliamo sempre più in basso sui valori, l’etica, la differenza tra giusto e sbagliato. Siamo forse l’unico Paese dove i valori si applicano solo alla vita pubblica e non privata. Attenti però: se perdi il contatto con
questi valori lo perdi con il futuro».
Perché è così importante non perdere contatto con i valori nella propria vita privata se li si mantiene nella vita pubblica?
«Il futuro necessita sacrifici. Riduci i benefici del presente per il domani. Un tempo si diceva: per i figli ci si leva il pane di bocca. Oggi facciamo esattamente il contrario».
L’Italia è pronta per il federalismo?
«Siamo abbastanza forti, sì. La paura di Mazzini era che il federalismo ci riportasse al Medioevo. Non credo
si debba avere questo timore,ma esistono dei rischi».
Quali rischi?
«Lo Stato centralizzato ha in sé una forza che tiene insieme i pezzi, se adotti l’architettura federale l’unità
dipende solo dalla volontà dei componenti. Alla domanda perché la Svizzera esista, gli svizzeri rispondono: perché noi lo vogliamo. Ecco: dobbiamo esser certi, con il federalismo, che l’Italia esisterà perché la vorranno gli italiani».
Ha visto partecipazione per questo anniversario?
«Ho visto grande attenzione al passato. Ma ciò che può davvero unire è il futuro. Se credi in un futuro comune, trovi un patrimonio e un’eredità comuni, altrimenti scopri rivalità e antenati diversi. Ricordiamolo: è pensando al fal futuro che leggi il tuo passato».

L’Unità 14.03.11

"Muti: io, ribelle del podio un urlo per salvare la cultura", di Ernesto Assante

I direttori d´orchestra non devono parlare ma era necessario: la nazione che perde la propria cultura perde l´identità. Riccardo Muti in prima fila contro i tagli alla cultura. Contro “la riduzione al nulla” della nostra cultura. La serata di sabato, per la prima di Nabucco all´Opera di Roma, si è trasformata in una straordinaria manifestazione sulle note del “Va pensiero”. Maestro Muti, una serata davvero speciale…«Veramente fuori dalla norma, non preparata, ci tengo molto a dirlo. Io penso che i direttori d´orchestra non dovrebbero parlare dal podio, ma ieri, dopo l´intervento del sindaco di Roma, era necessario, importante, che anche il musicista prendesse la parola. Per un musicista come me che poi ha la fortuna di girare il mondo e vedere la realtà italiana dalle altre nazioni, e quindi soffrire per la situazione. Era doveroso parlare. Ma pensavo di aver terminato lì, dopo aver detto: “Il 9 marzo del 1842 Nabucco debuttava come opera patriottica tesa all´unità ed all´identità dell´Italia. Oggi, 12 marzo 2011 non vorrei che Nabucco fosse il canto funebre della cultura e della musica”. Perché una nazione che perde la propria cultura perde la propria identità».
Cos´è accaduto allora?
«E´ chiaro che il “Va pensiero”, al di la delle assurdità che si dicono dell´inno nazionale, è un canto che esprime in maniera intensa l´animo degli italiani, una nostalgia, un senso di preghiera, una profondità mediterranea che Verdi attribuisce al popolo degli ebrei schiavi ma che gli italiani hanno scelto come bandiera del loro Risorgimento. E quando l´ho diretto la prima volta ho sentito, quando il coro ha cantato “oh mia patria si bella e perduta”, che quel momento fosse carico della situazione drammatica non solo per le istituzioni ma anche per la vita delle persone chiamate a studiare nei conservatori, nelle accademie, nelle università. Ho sentito che quel grido veniva dal profondo dell´animo, un grido vero da parte di chi sta vivendo questo dramma, uomini e donne che producono cultura nel nostro Paese. E lo fanno nel disinteresse sempre più grande da parte di chi deve preservare la cultura, non solo per rispetto del paese ma anche per il rispetto del mondo verso l´Italia. Il mondo non guarda a noi per le tecnologie, facciamo cose importanti ma quando si pensa all´Italia si pensa ai poeti, ai pittori, ai musicisti, ai nostri musei e teatri, a ciò che l´Italia rappresenta. È pieno di italiani – ricercatori, studiosi, medici – che sono nelle grandi università, come quelle americane, e fanno ben parlare di sé. Giovani che si fanno stimare fuori dall´Italia, perché da noi trovano difficoltà. Noi non possiamo vedere questa barca affondare, sabato sentivo che il “Va pensiero” era questo grido».
E ha deciso di sorprendere tutti
«Dovevo decidere: faccio il bis richiesto come viene chiesto, una ripetizione consolidata nell´abitudine, oppure offro a questa ripetizione un carattere nuovo, aderente alla situazione? ho pensato, il coro ha cantato, “Oh mia patria, si bella e perduta” e sicuramente se perdiamo al cultura andiamo in questa direzione, facciamo che questo grido sia contro questa operazione di riduzione al nulla della nostra cultura. Allora ho invitato, dato che il discorso doveva essere globale, tutti a cantare. Non mi aspettavo che l´intero teatro si unisse, tutti sapevano il testo. Poi, come in una situazione surreale, dal podio ho visto le persone alzarsi a piccoli gruppi, per cui tutto il teatro alla fine era in piedi, fino alle ultime gradinate. Era una specie di coralità straziata e straziante, un grido che invocava il ritorno alla luce della cultura che è la colonna portante dell´Italia, sono le nostre radici».
E il pubblico si è commosso.
«Si, ho visto nelle prime file diverse persone con le lacrime agli occhi. E´ la dimostrazione di un popolo che si sente fortemente unito, al di la dei proclami. E della straordinaria attualità di Verdi, valido anche per il futuro, con la sua grande universalità. Verdi parla all´uomo dell´uomo e resterà sempre collegato alla nostra realtà, sempre assolutamente attuale».

La Repubblica 14.03.11

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“La cultura lancia un grido. I tagli sono la nuova censura”, di Armando Torno

Le parole di Riccardo Muti, sul podio del Nabucco a Roma, dedicate alla «ignominiosa scure che si è abbattuta sulla cultura» , dovrebbero indurre a un’ulteriore riflessione i signori del Palazzo. Si uniscono a quelle di Daniel Barenboim, pronunciate alla prima di Sant’Ambrogio alla Scala e rivolte al presidente Napolitano, ma anche a quanto ha proferito l’attore e regista Tata Russo in coda alla recita di venerdì scorso de Il fu Mattia Pascal al Teatro di Varese (presente in sala il ministro Maroni): «… altri 27 milioni al Fondo dello spettacolo… ma perché non potevate tagliare le auto blu?» . E Sergio Escobar, direttore del Piccolo di Milano, parla di «situazione tragica» , sottolinea l’ipocrisia «di maggioranza e opposizione» , ricorda che si discetta sulle fondazioni liriche ma che il teatro sta peggio ed è ormai al collasso, tanto che «per il solo Piccolo negli ultimi tre anni il taglio supera il 60 per cento» . Non sono che esempi di un disagio ben diffuso, al quale i politici hanno risposto come potevano, nella maggior parte dei casi facendo spallucce. Se ne sono sentite di tutti i colori dopo l’annuncio dei tagli, compresa l’assiomatica dichiarazione che non si mangia con la cultura; e nel battibecco che ha caratterizzato l’amputazione delle risorse si è capita una sola cosa: la tanto osannata cultura in questa Italia in crisi — e sprecona al tempo stesso— non potrà più essere considerata valore o investimento. E allora cos’è? — in verità non lo sappiamo, o meglio: non lo sappiamo più. Se il mondo dei colti ci stima per il nostro Rinascimento o per i miracoli della musica dei quali il Belpaese è stato per secoli la culla, chi tiene le redini risponde credendo che l’Italia sia altro. Ma non è così, e le parole di Muti e di tutti gli altri lo dimostrano. C’è insomma un popolo che ripete come nel Risorgimento in faccia all’occhiuto gendarme: «Viva Verdi!» . Non intende invocare l’ascesa al trono di Vittorio Emanuele e la cacciata dello straniero, ma soltanto dire che la nuova censura sono i tagli.

Il Corriere della Sera 14.03.11

"Potremo ancora ascoltare un concerto di Mozart?" di Mario Pirani

Oggi il presidente di Santa Cecilia, Bruno Cagli, presenterà le sue dimissioni ai 70 accademici e al consiglio di amministrazione di una delle più antiche e prestigiose istituzioni musicali del mondo (fu fondata da Sisto V nel 1585). Nel 2008 l´Orchestra permanente ha compiuto il primo secolo, in un periodo che l´ha vista risorgere a nuova vita per l´incrociarsi di due eventi, l´assunzione (2005) a direttore musicale del maestro Antonio Pappano, rivelatosi una bacchetta di livello mondiale, coincidente con lo straordinario e insperato successo del Parco della Musica, concepito da Renzo Piano, il contenitore che da sessant´anni i melomani della Capitale attendevano. La rinomanza internazionale è risultata di tale rilevanza che quest´anno l´orchestra è stata invitata a prodursi in sessanta concerti in alcune delle principali metropoli. Per esemplificare, poi, il successo basti dire che il concerto di sabato, oggi e domani (Verdi, Liszt e Mahler) ha registrato un “tutto esaurito” dei 2800 posti dell´Auditorium. Le dimissioni di Cagli vogliono essere un gesto angosciato di protesta e, comunque, l´annunciato rifiuto di gestire il catatrofico declino di uno dei punti più alti della cultura italiana, se da parte del governo non verrà un segno di resipiscenza.
“Repubblica” (11/3), a firma di Michele Serra e Roberto Mania, ha dedicato un´ampia inchiesta al dimezzamento del Fondo Unico per lo Spettacolo (da 501 a 258 milioni) per cui mi limito al caso singolo ma clamoroso di Santa Cecilia. Premesso che ben comprendo l´obbligo di seri risparmi nel bilancio pubblico, a condizione che non siano alla cieca, privi di ogni intelligenza sugli effetti perversi che possono avere e, infine, non avvengano sotto l´impulso delle beceraggini pseudo culturali di cui non pochi ministri e lo stesso premier pubblicamente si vantano. Se paragoniamo l´enormità dei tagli alla cultura rispetto ad altri settori, la spiegazione più convincente risale all´astio dichiarato da Berlusconi verso gli intellettuali, considerati inutili orpelli del “comunismo”, odiati al pari dei magistrati, ma, a differenza di questi, riducibili al silenzio da un paio di forbici. Così, nel caso della musica, con prosopopea, ignoranza o malafede li si invita a decurtare spese e spettacoli. Solo due enti, difesi dalla Lega, la Scala e l´Arena di Verona si sono salvati. Santa Cecilia (i cui finanziamenti pubblici sono scesi da 13 milioni nel 2009 a 9, 7 nel 2010, a poco più di 6 nel 2011) dovrebbe ridurre drasticamente la produzione concertistica e gli standard di qualità (come prenotare con 3-5 anni d´anticipo un grande direttore?), chiudere la Bibliomediatica e il museo degli strumenti musicali, sciogliere la Juniorchestra che forma 600 bambini e adolescenti e il Coro di voci bianche. Con il risultato di aumentare le perdite in relazione alla spesa, visto che sia il personale tecnico che la massa orchestrale, come pubblici dipendenti, verrebbero egualmente pagati anche senza suonare. E, quindi, con perdita della biglietteria e di molte sponsorizzazioni che coprono più del 50% del bilancio. Senza calcolare che nel 2009 Santa Cecilia ha ricevuto dallo Stato 9,7 milioni e gliene ha riversati 6,5 di Irpef, Iva e Irap.
Infine va ricordato un principio che ogni studente di economia conosce, basato sul “teorema di Baumol”, dal nome del suo scopritore: gli spettacoli dal vivo non incamerano produttività e un quartetto di Mozart impegnava nel ´700 quattro orchestrali per altrettanto tempo di oggi. Ma un lavoratore industriale di allora produce oggi, nello stesso tempo, cento volte di più. Così il suo salario è salito grazie alla produttività mentre quello dell´arpeggista lo ha seguito per trascinamento, senza alcuna produttività. Altrettanto il costo di un concerto. Ne deriva che solo se i cittadini decidono di finanziare la differenza attraverso le imposte essi possono permettersi di ascoltare ancora un concerto di musica classica dal vivo.

La Repubblica 14.03.11

"L'inverno della democrazia", di Fabio Luppino

Per Gelmini e Berlusconi il 12 marzo è scesa in piazza la sinistra al cachemire. Quelli che mandano i figli alle paritarie e si sgolano falsamente per la scuola pubblica. Non sono italiani, né per l’una né per l’altro. Semmai gente da usare per l’opposizione. È l’ormai proverbiale disprezzo per i governati, ridotti a sudditi da una politica sterzata contro di essi. Mariastella sembra Maria Antonietta, quella dei pasticcini: si fece una rivoluzione per rovesciare il monarca autoritario e la sua regina. La democrazia non la prevede. Ma la democrazia pretende il rispetto delle regole e dei suoi valori. Gelmini e Berlusconi vivono con disagio le une e gli altri.
Non credono che si possa sacrificare un sabato pomeriggio per sostenere la Costituzione e la scuola pubblica. E chi lo fa è un ipocrita, falso. Berlusconi governa per tutelare se stesso, Gelmini sta riducendo la scuola ad un cumulo di macerie culturali, sta incrementando i drammi familiari, di insegnanti, italiani, cacciati dal mondo del lavoro (ma dice che sono sempre troppi). Come Marchionne, peggio di Marchionne.
Il popolo del 12 marzo non si fa portare in piazza da nessuno. Non aspetta le resipiscenze tardive del centrosinistra, non cerca parole d’ordine. Sono, al contrario, individui che hanno costruito se stessi, la loro identità grazie alla scuola pubblica e sui valori della Costituzione. Così come c’erano ragazzi che sperano di poterlo fare. Gelmini avrebbe il dovere di guardarli in faccia. Questo governo sta uccidendo anche solo l’ipotesi che la scuola pubblica possa essere ancora un ascensore sociale. Dagli anni cinquanta in poi così si è garantito l’inveramento della democrazia e l’attuazione della Carta del 1948 nei suoi fondamenti. Berlusconi e Gelmini stanno sottraendo cultura dall’istituzione statale, privatizzando di fatto il concetto stesso d’istruzione, incrementando il numero di ragazzi di fascia sociale bassa che inseriti in una scuola senza mezzi e vilipesa nel suo ruolo non usciranno mai dalla loro marginalità. C’era molta gente venuta dal niente su quelle piazze. Molti anziani a mani nude che proprio non immaginavano di dover uscire ancora da casa per la tutela di valori dati per consolidati. La straordinaria partecipazione a questa come alle precedenti manifestazioni, anch’esse nate senza convocazioni di partito, testimonia un dato allarmante: c’è un’Italia forse maggioritaria che sente di vivere in una crescente emergenza.
Con un governo che lavora contro e non, per, l’Italia.
Del tutto indifferente alle sofferenze dei molti. Così come lo è ai destini della scuola, di cui sanno poco o nulla sia Gelmini sia Berlusconi. Stare in piazza per non sentirsi perduti. Fino a che questo lungo inverno per la nostra democrazia non passerà.

L’Unità 14.03.11

"Altro che generazione mille euro, il primo impiego ne vale appena 800", di Francesca Barbieri

Dimenticate la generazione mille euro. Oggi la busta paga di un giovane al primo impiego è ben più leggera: 823 euro netti al mese. Giusti giusti per pagarsi l’affitto di un monolocale nel centro di una grande città o per vivere in qualche metro in più in periferia. Con mamma e papà che continuano a fare da sponsor per far quadrare i conti a fine mese.
Il centro studi Datagiovani ha passato ai raggi x 313mila under 30 al primo impiego (e che lavorano da non più di un anno) per tratteggiare il quadro degli stipendi medi delle new entry sul mercato del lavoro.

E l’immagine che ne emerge è una cartina dell’Italia con evidenti differenze sul territorio: al Nord il guadagno è di 876 euro, il 6% in più rispetto alla media, mentre nel Mezzogiorno lo stipendio non arriva a 750 euro. Il gender pay gap, poi, è ben evidente sin dall’inizio della carriera: «Mentre i maschi neoassunti sfiorano 900 euro mensili – spiega Michele Pasqualotto, ricercatore di Datagiovani – le ragazze si fermano a 750, con un gap del 20 per cento».

Focus su settori e posizioni
Nell’industria si registrano gli stipendi d’ingresso più alti: 937 euro al mese, il 14% oltre la media. Anche chi lavora nelle costruzioni e nelle attività dei servizi riesce a strappare qualcosa in più rispetto alla media (circa 30 euro). I più penalizzati sono, invece, i giovani che iniziano a lavorare nel commercio, con uno stipendio di 650 euro, il 20% in meno.
Spostando il focus sulla posizione nella professione e tralasciando i gradini più elevati, risulta che sono i giovani impiegati a innalzare la media retributiva al primo impiego, con 912 euro mensili, dato che operai (737 euro) e apprendisti (722 euro) intascano oltre il 10% in meno rispetto al valore medio. E, ovviamente, sono le buste paga degli atipici a pesare di meno: 801 euro contro gli 867 degli assunti a tempo indeterminato.

Il titolo di studio paga
Il titolo di studio “tecnico” è una carta decisiva per strappare stipendi migliori. Se un giovane neoassunto che si è fermato alle scuole dell’obbligo deve accontentarsi inizialmente di poco più di 700 euro al mese, un diplomato sfiora gli 800 euro, e se ha ultimato un percorso di studi in un istituto tecnico percepisce da subito 861 euro. «È evidente – precisa Pasqualotto – la crisi dei licei: la bassa professionalizzazione si traduce in bassi stipendi, pari a nemmeno 700 euro».
Mettendo sotto la lente lauree e specializzazioni, risulta che un neoassunto con un titolo tecnico ha una busta paga media di poco inferiore ai 1.100 euro, può superare i 1.300 se ha una laurea in campo sanitario, mentre deve accontentarsi di circa 950 euro se ha seguito un corso umanistico.

Il trend
Il confronto con le retribuzioni 2009, rivalutate secondo gli indici dei prezzi al consumo, mostra una flessione a livello nazionale dei salari di ingresso dei giovani del 2,6 per cento. Il calo più ampio si registra al Nord (-6%), seguito dal Mezzogiorno (-3,3%), mentre al Centro i valori sono in controtendenza (+5,2 per cento).
Sono le classi di età più giovani (fino ai 24 anni), le ragazze ed i contratti a tempo determinato a essere stati maggiormente penalizzati, con diminuzioni intorno al 3%, e coloro che hanno trovato lavoro nel settore del commercio (-13,6 per cento).
Buone notizie, invece, per i laureati, che hanno registrato un incremento dei salari di ingresso (+5,9%), a dispetto della contrazione del 7,3% subita dai diplomati.

Il Sole 24 Ore 14.03.11

"L'indignazione necessaria", di Guido Crainz

Neppure l´oppositore più prevenuto avrebbe potuto attribuire a Berlusconi le parole che ha realmente pronunciato presentando il suo progetto sulla giustizia: con questa legge – ha detto – non vi sarebbero mai state le indagini di Mani pulite. In altri termini, non sarebbe mai stato rivelato ai cittadini il degrado etico-politico che ha portato all´agonia e al tracollo della “Prima Repubblica”. Il premier ha aggiunto: desidero questa legge dal 1994.
Cioè dal momento in cui il suo populismo antipolitico ha potuto affermarsi sulle macerie di un sistema partitico minato dalla corruzione e incapace di rinnovarsi.
Perché Berlusconi ha voluto e potuto proclamare ad altissima voce opinioni e propositi che anni fa sarebbero stati vissuti dal sentire comune del Paese come un vero e indecente vulnus?
Perché, anche, ha fatto una dichiarazione di guerra così aperta alla magistratura e alla Costituzione proprio alla vigilia di processi che ha tentato di evitare in tutti i modi e con tutti i lodi possibili, entrando in ripetuto conflitto con la Corte Costituzionale e con la Presidenza della Repubblica (con Ciampi prima, e con Napolitano poi)?
Si tratta di una vera prova di forza – favorita dal dissolversi di una possibile “destra diversa” e dall´ormai cronico stato di confusione del centrosinistra – o è l´escalation di una pericolosissima debolezza?
Il progetto proposto è senza dubbio una “contro-riforma incostituzionale”, come ha scritto Massimo Giannini, basata sul predominio del potere politico sul potere giudiziario, in dispregio di quell´equilibrio fra poteri che è alla base di ogni Costituzione democratica.
Se avesse una maggior dimestichezza con la storia patria Berlusconi forse evocherebbe, nelle sue ville e nelle sue feste, quell´articolo dello Statuto Albertino secondo cui “la Giustizia emana dal Re ed è amministrata in suo Nome dai Giudici ch´Egli istituisce”.
In questo scenario la riabilitazione della corruzione politica degli anni Ottanta – di questo si tratta – ha il senso di un atto simbolico interamente proiettato sul presente e sul futuro. E ha trovato, al solito, incauti ed entusiasti seguaci.
L´entusiasmo ha reso un pessimo servizio al direttore de “Il Giornale”, che ha iniziato un suo editoriale di damnatio della magistratura evocando addirittura il 1974 ed attaccando frontalmente l´allora magistrato Luciano Violante, reo d´aver incriminato per tentato golpe Edgardo Sogno. “Una bufala”, scrive elegantemente Sallusti. Peccato che lo stesso Sogno poco prima di morire abbia ammesso che l´accusa era pienamente fondata, e abbia affidato la sua testimonianza a un libro scritto con Aldo Cazzullo (è stato pubblicato dieci anni fa dalla Mondadori e ristampato di recente: il direttore del “Giornale” non dovrebbe avere difficoltà a procurarselo).
In quello stesso 1974 alcuni giovani pretori portavano alla luce le tangenti petrolifere e documentavano in modo inoppugnabile un salto di qualità decisivo della corruzione: non più somma di episodi ma metodo, con percentuali concordate e procedure sempre più “istituzionalizzate”.
Scavò qui la talpa del degrado – non della rivoluzione, come avrebbe voluto il vecchio Marx – che portò alla crisi del “sistema dei partiti”, e gli anni Ottanta furono il decennio della sua escalation. Una escalation che era sembrata allora tanto evidente quanto inarrestabile, ampiamente documentata dai processi che progressivamente si allargarono alle più differenti parti del Paese.
Era il 1984 quando un vicepresidente della Camera, di solida appartenenza democristiana, dichiarava: “Hanno reso fiorente la cultura della tangente tanto da farne la ragione di ogni attività politica”. E negli anni successivi i principali quotidiani, con parole sempre più attonite e convergenti, ebbero a segnalare appunto l´affermarsi della tangente come “taglia permanente, tassa di cittadinanza”, o di un potere “che incombe come fardello imposto alla società sotto forma di lottizzazioni e tangenti”. O, ancora, l´”incrociarsi della corruzione dall´alto e di quella dal basso”.
Di fronte alla realtà che le indagini rivelavano, Norberto Bobbio scrisse che una fine così miseranda della “Prima Repubblica” era l´espressione del fallimento di tutta una nazione. Non del solo ceto politico: dell´intero Paese.
L´incapacità di interrogarsi su quel nodo, la volontà di autoassolversi (un tratto non effimero della nostra storia) favorirono una rimozione profonda, e grazie ad essa fece progressivamente le sue fortune il progetto berlusconiano di imporre nuove e più solide forme di impunità. Un progetto sempre più esplicito e sempre più condiviso all´interno del centrodestra, i cui esponenti hanno dichiarato a più riprese nell´ultimo periodo: Berlusconi non farà la fine di Craxi perché, a differenza del Psi, il Pdl farà muro. Hanno cioè dichiarato: la salvezza del premier non risiede nella sua innocenza ma nella salda omertà di un partito in cui le “cricche” sono diventate cemento e ragion d´essere.
Su un punto il premier ha ragione: il rovesciamento incostituzionale che oggi vuol portare a termine è stato preparato in un lunghissimo scorrere di anni. E non sarebbe stato possibile senza gravissimi errori compiuti dal centrosinistra negli anni stessi in cui ha governato.
Non fu rimosso allora il conflitto di interessi, destinato così a ingigantirsi, e – ancor di più – vi furono vistosi cedimenti di fronte ad una offensiva che si basava sugli stessi cardini del disegno di legge attuale: l´attacco alla obbligatorietà dell´azione penale e la subordinazione della magistratura al potere politico. Fu questa offensiva ad avere troppo larghi spazi nella Commissione Bicamerale, favorita dalla insipiente illusione del centrosinistra di “normalizzare” Berlusconi (e il berlusconismo).
Nel momento stesso in cui affossava la Commissione il Cavaliere andò a dire a un convegno dei giovani industriali: fino a quando il potere politico non diventerà il “dominus” dell´azione giudiziaria non si potranno fare riforme in Italia (lo sottolineava con chiarezza su questo giornale Eugenio Scalfari: era il 1998).
Il progetto oggi giunge a termine, e anche oggi intreccia obiettivi concreti e atti altamente simbolici: atti destinati comunque a lasciare il segno, a scavare a fondo in un terreno che è diventato sempre più friabile, perlomeno nelle stanze della politica. E il vero bersaglio, come nei recenti (o recentemente reiterati) attacchi alla scuola pubblica, è l´essenza stessa della Costituzione.
Alcuni anni fa Christoper Lash osservava che nel mondo contemporaneo la democrazia corre seri rischi non tanto per intolleranza quanto per indifferenza. In Italia, oggi, non è più solo così: intolleranza e arroganza del potere non sembrano avere limiti, e solo la fine dell´indifferenza potrà porvi rimedio. Solo la difesa intransigente di principi e valori irrinunciabili.

La Repubblica 14.03.11