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"Giappone esempio di etica pubblica", di Lorenzo Mondo

L’immane tragedia che si è abbattuta sul Giappone rischia di cancellare come insignificante, almeno dal nostro punto di vista, una notizia pervenuta pochi giorni prima da Tokyo. Il ministro degli Esteri Seiji Maheara si è dimesso percuotendosi il petto, dichiarando di avere mancato la promessa fatta agli elettori di impegnarsi in una «politica pulita». Per la caduta di un uomo politico tra i più promettenti si è portati a immaginare una condotta particolarmente scandalosa, come intrecci affaristici, frequentazioni malavitose, imbarazzanti festini erotici. Macché. Maheara era accusato di avere ottenuto un finanziamento elettorale da uno straniero, cosa vietata dalla legge. Lo straniero era in realtà una sudcoreana, titolare di un ristorante, che, per quanto nata in Giappone, non può essere naturalizzata. Deploriamo le disposizioni severamente restrittive di Tokyo contro gli immigrati da Seul, ma ci preme al momento quantificare il contributo versato al ministro degli Esteri: scopriamo allora che non equivale a una tangente miliardaria ma, udite udite, a 450 euro!

C’è da restare sbalorditi. Dalle nostre parti un’analoga presa di coscienza dovrebbe indurre decine di parlamentari e pubblici amministratori a sfilare in tv flagellandosi per i voti comprati, le malversazioni di varia natura, le concessioni familistiche e clientelari come quelle testimoniate dalle «affittopoli» di Roma e di Milano.

È chiaro dunque che, parlando di Giappone, ci riferiamo a un altro mondo, a manifestazioni di un’etica pubblica da cui siamo abissalmente lontani e che siamo magari propensi a giudicare aberranti e patologiche. Dovremmo in verità attenerci al nocciolo della questione, rappresentato dall’osservanza delle regole che in Giappone viene richiesta in ogni circostanza e che viene pretesa specialmente dai rappresentanti dei cittadini: un rispetto normativo che si traduce nel rispetto sostanziale del consorzio civile.

È questo il patto al quale, trascurando l’entità dell’obolo, è venuto meno il ministro, accettando di pagarne le conseguenze. Le regole sono il cemento di una società che da esse attinge la sua forza. Anche per affrontare, come accade in queste ore in Giappone, con solidale coraggio non disgiunto da ammirevole freddezza, osservando i comportamenti prescritti, le sciagure che affliggono una terra così aspra e ingrata. La storia del ministro penitente diventa alla fine una parabola in cui tutto si tiene, comprese le nostre scoraggianti inadempienze.

La Stampa 14.03.11

«I nostri primi 150», di Maurizio Tiriticco

“È segno di maturità che un adulto sappia ripensare la sua giovinezza per meglio comprendere come e perché è giunto a quel punto e come e perché debba procedere oltre. È un atteggiamento che vale per il singolo come per i popoli”. Spunti di riflessione per un’analisi celebrativa dell’Unità d’Italia.

Nel lontano 10 gennaio 1859, alla vigilia della Seconda guerra di indipendenza, Vittorio Emanuele II, Re del Regno sardo, nel Discorso della Corona pronunciò la celebre frase: “Nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tanta parte d’Italia si leva verso di noi. Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo prudenti e decisi i decreti della Divina Provvidenza”. Com’è noto, fu un discorso forte sul quale gli stessi suoi ministri e perfino il Conte di Cavour non erano totalmente d’accordo e avrebbero suggerito una maggiore prudenza.

Il fatto è che la storia, vista con l’occhio del poi, sembra scorrere come un fiume nel suo alveo certo, ma, vista con l’occhio del prima, è un fiume che irrompe impetuoso e che, passo dopo passo, cerca e costruisce il suo alveo.

E ancora. Nel successivo Discorso della Corona del 2 aprile 1860 Vittorio Emanuele II ebbe a dire: “Fondata sullo Statuto l’unità politica, militare e finanziaria e la uniformità delle leggi civili e penali, la progressiva libertà amministrativa della Provincia e del Comune, rinnoverà nei popoli italiani quella splendida e vigorosa vita che in altre forme di civiltà e di assetto europeo era il portato delle autonomie dei Municipi, alle quali oggi ripugna la costituzione degli Stati forti ed il genio della Nazione. Nel dar mano agli ordinamenti nuovi, non cercando nei vecchi partiti che la memoria dei servigi resi alla causa comune, noi invitiamo a nobile gara tutte le sincere opinioni per conseguire il sommo fine del benessere del popolo e della grandezza della Patria. La quale non è più l’Italia dei Romani né quella del medio evo; non deve essere più il campo aperto alle competizioni straniere, ma deve essere bensì l’Italia degli Italiani”.

Sono citazioni severe, austere, determinate, che non riflettono, però, tutti i dubbi, le incertezze, le irrequietudini che animavano la corte e il governo sabaudo, presieduto in quegli anni da Cavour. Non si è giunti a quelle scelte, a quelle dichiarazioni ufficiali con un consenso unanime del gruppo dirigente e con il favore indiscriminato del popolo; in effetti il cammino è stato assai accidentato. Lo stesso Cavour era per soluzioni più prudenti che vedessero un forte Regno sabaudo nel Nord, dal Piemonte alla Dalmazia, a fronte di altri Regni nel Centro e nel Sud d’Italia: con grande disappunto del Papa e dei suoi sostenitori, tra cui gli stessi re delle Due Sicilie, Ferdinando II e Francesco II. I prudenti uomini di governo tessevano tele giorno dopo giorno e non si avventuravano tanto nel sogno di un’Italia unita allora e subito, che era più dei mazziniani, dei garibaldini, degli idealisti delle Giovine Italia e della Giovane Europa.

Era Mazzini che vedeva nella nazione il fondamento ideale, istituzionale e politico della sovranità popolare e dello Stato democratico. È noto quanto pensava: “Per nazione noi intendiamo l’universalità de’ cittadini parlanti la stessa favella, associati, con eguaglianza di diritti politici, all’intento comune di sviluppare e perfezionare progressivamente le forze sociali e l’attività di quelle forze”. Oggi una simile definizione non ci stupisce più di tanto, ma, pronunciata più di 150 anni fa, sollecitò quella forte coesione tra quei patrioti che, provenendo da tutte le parti d’Italia, combatterono e morirono alla difesa della Repubblica Romana e della sua Costituzione. E non è un caso che all’articolo 4 della Carta leggiamo: “La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli, rispetta ogni nazionalità, propugna l’Italiana”.

In questo conflitto ora latente ora palese tra uomini di governo e patrioti pronti a tutto, Vittorio Emanuele II ebbe il merito di saper coniugare le due istanze. In quegli anni sconfisse, anche se di misura, stando alla pace di Zurigo, per certi versi limitativa rispetto alle speranze della vigilia, sia le preoccupazioni politiche dei Francesi che quelle territoriali degli Austriaci, superando gli stessi consigli alla prudenza costantemente reiterati dai suoi ministri.

Così nell’arco di due anni, dal ‘59 al ‘61, il fiume della storia che ha condotto alla nostra unificazione nazionale ruppe tutte le barriere fino a quel fatidico 17 marzo del 1861.

Il rapido succedersi degli eventi è il seguente.

Il 27 gennaio 1861 in tutti i territori annessi hanno luogo le prime elezioni politiche per la formazione del primo Parlamento italiano. In effetti, dato che si votava per censo e che le donne erano escluse dal voto, gli aventi diritto erano circa solo il 2% della popolazione residente, e di questi solo la metà si recò alle urne, meno di 300.000 persone! Com’è noto, non votarono gli elettori di stretta osservanza cattolica, in forza della parola d’ordine ”né eletti né elettori” – in ordine a quel “non possumus” di Pio IX contro le “usurpazioni” piemontesi – preoccupati delle mire unificatrici del nuovo regno, che di lì a qualche anno avrebbero portato anche alla caduta dello stesso Stato pontificio.

Il Parlamento si riunisce a Torino il 18 febbraio 1861. Il 17 marzo viene approvata la legge che conferisce a Vittorio Emanuele II e ai suoi discendenti il titolo di Re d’Italia. Il 23 marzo è costituito il primo governo italiano e Cavour è il primo Presidente del Consiglio.

Il resto è storia nota. Il processo della unificazione del nuovo regno procede tra mille difficoltà, la rapida industrializzazione al Nord, l’occupazione pressoché militare del Sud, la repressione della resistenza opposta dai cosiddetti briganti a un corso politico che non considerava più la terra la fonte della ricchezza; ma anche con alcuni successi, una scuola elementare obbligatoria per i primi due anni – il tasso di analfabetismo oscillava intorno all’80% – la leva obbligatoria, l’avvio dell’unificazione linguistica, la presenza italiana sui tavoli internazionali. Una storia, quindi, difficile e complessa. Alcune culture regionali forse vengono conculcate, i dialetti combattuti. Ancora oggi ci si chiede se il prezzo che abbiamo pagato per l’unità nazionale non sia stato troppo alto! Ma che sarebbe successo dei piccoli staterelli della nostra penisola, se questa non avesse ricercato e costruito un’unità più ampia e reale a fronte degli Stati nazionali che ormai sul continente europeo esercitavano una indiscussa egemonia? È valsa la pena misurarsi con quelle egemonie nazionali? O avremmo dovuto restare dispersi in una miriade di piccoli Stati, una sorta di specie protetta e condannata a una dipendenza di fatto da altre ben più poderose nazionalità? Mèta forse di turisti curiosi più che di capitali produttivi! Va detto con forza che l’unità nazionale non avvilisce le autonomie, anzi le esalta perché, lungi dall’isolarle in una possibile e mortificante autoreferenzialità, permette loro di situarsi in un contesto più ampio in cui ciascuna di esse può commisurarsi e crescere.

A questo proposito ci sovviene e ci soccorre il discorso del nostro Presidente, Giorgio Napolitano, quando all’Accademia dei Lincei lo scorso 12 dicembre ebbe a dire tra l’altro: “Con l’avvicinarsi del centocinquantenario si vedono emergere, tra loro strettamente connessi, giudizi sommari e pregiudizi volgari su quel che fu nell’800 il formarsi dell’Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e tendenziosi, di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale 17 marzo 1861. C’è chi afferma con disinvoltura che sempre fragili sono state le basi del comune sentire nazionale, pur alimentato nei secoli da profonde radici di cultura e di lingua; e sempre fragili, comunque, le basi del disegno volto a tradurre elementi riconoscibili di unità culturale in fondamenti di unità politica e statuale. E c’è chi tratteggia il quadro dell’Italia di oggi in termini di così radicale divisione, da ogni punto di vista, da inficiare irrimediabilmente il progetto unitario che trovò il suo compimento nel 1861”.

Napolitano avverte il peso e l’importanza che hanno oggi quei movimenti che all’interno dell’Unità ricercano spazi per valorizzare origini lontane che pur fortemente hanno contribuito a promuovere identità locali, particolari, pur sempre forti e interessanti. In un pianeta che oggi sta attraversando profondi cambiamenti, due sono in effetti le linee di tendenza: quella che porta a ricercarci tutti come cittadini del mondo, in un processo che gli economisti chiamano globalizzazione, indotto e prodotto dalle tecnologie della comunicazione, quelle fisiche, i trasporti, e quelle virtuali veicolate dal web, ben più potenti perché incidono direttamente sulle conoscenze, sui saperi, sulle abitudini, sui modi stessi di pensare e di sentire; e quella che porta, in un processo contrario, a ricercare il locale, il particolare, l’origine identitaria di ciascuno di noi. E forse, in questa polarità di processi, il globale e il locale possono essere visti come le due facce della stessa medaglia che più compiutamente alcuni definiscono glocalizzazione.

Se queste considerazioni sono vere, come è, non c’è alcuna contraddizione tra ricordare e celebrare l’unificazione nazionale e nel contempo ricercare e valorizzare tutti i tasselli che costituiscono questa unità e che forse una unificazione troppo accelerata ha portato a offuscare, se non addirittura in taluni casi a comprimere: la violenta liquidazione di quel movimento di lotta armata che venne bollato come brigantaggio, le bacchettate dei maestri quando un bambino di prima elementare, siciliano o veneto che fosse, persisteva nel linguaggio dei padri e resisteva alla lingua nazionale.

In taluni casi forse si è errato, si è forzata la mano: comunque, era anche necessario correre a costruire ferrovie, strade, ponti, scuole, caserme, ministeri, e tutte le infrastrutture di cui tutti gli Stati europei da decenni erano già largamente forniti. Va anche considerato che poi il regime fascista ha impresso al Paese quella fascistizzazione nazionalistica che grave nocumento ha arrecato a tutte quelle minoranze linguistiche e culturali di confine che dopo la grande guerra erano state annesse al Regno d’Italia. In tale ottica, è comprensibile che oggi la Provincia autonoma di Bolzano dichiari di non potersi associare alle celebrazioni unitarie rivendicando, appunto, una autonomia etnica, culturale e linguistica che ha origini molto lontane nel tempo: di fatto il Sud Tirolo è molto più antico dell’Alto Adige!

È anche vero, però, che nello stesso momento in cui celebriamo l’Unità, stiamo marciando verso il federalismo, o meglio verso un assetto politico nuovo in cui le Regioni possano ritrovare le loro origini, rivendicarle anche, pur in un contesto nazionale che non le umilia affatto, anzi le esalta.

Vale forse la pena riandare alla nostra stessa Costituzione. Nell’articolo 5 i nostri Padri costituenti nel 1947 scrissero testualmente: “La Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. E nell’articolo 114 leggiamo: “La Repubblica si riparte in Regioni, Provincie e Comuni”. I Costituenti hanno prefigurato fin dagli anni Quaranta, nell’immediato dopoguerra, per un Paese sconfitto e umiliato da venti anni di dittatura, uno Stato fortemente unitario ma nel contempo aperto alle autonomie locali e regionali. E nel processo che oggi stiamo attraversando e costruendo, che prende nome di federalismo, ma che più correttamente potremmo definire di progressivo decentramento dei poteri dal centro alla periferia, dallo Stato alle Regioni, si procede proprio verso quella valorizzazione delle identità regionali che forse per tanti anni non sono state debitamente considerate.

E non è un caso che nella riscrittura che è stata fatta, in sede di revisione del Titolo V della Costituzione nel 2001, quell’articolo 114 è stato così riscritto: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. Si sottolinea un netto passaggio da uno Stato che potremmo definire accentratore e verticale ad uno Stato, invece, orizzontale e fortemente decentrato sulle sue istituzioni periferiche. Si tratta di un deciso passo in avanti verso una più ampia democratizzazione e partecipazione delle istituzioni e dei singoli cittadini.

A questo proposito, ci soccorrono ancora le parole che il Presidente Napolitano ha pronunciato nel già citato discorso. Negli anni del secondo dopoguerra “non poteva comunque mancare, nei padri costituenti, la consapevolezza di come l’unità della nazione e dello Stato italiano fosse stata appena faticosamente messa al riparo da prove durissime che l’avevano come non mai minacciata. Una consapevolezza che dovrebbe oggi essere seriamente recuperata”. Pertanto, la deriva di vecchi e nuovi luoghi comuni, afferma il Presidente, di umori negativi e calcoli di parte, non deve assolutamente sottovalutarsi.

Per tutte questa serie di ragioni, la data del 17 marzo 2011 non può costituire una semplice ricorrenza di routine, ma invece l’occasione perché nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle piazze, nelle famiglie, si rifletta sulla nostra storia, senza alcuna retorica, senza squilli di trombe, considerando invece le luci e le ombre del nostro recente passato. È un segno di maturità il fatto che un adulto sappia ripensare gli anni della sua giovinezza per meglio comprendere come e perché è giunto a quel punto e come e perché debba procedere oltre. Se un atteggiamento di questo tipo, critico e riflessivo, vale per il singolo, per la persona, vale anche per le persone che insieme vivono come cittadini della nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro, dove appunto lavorano, pensano, progettano.

Perché l’essere umano è anche, o soprattutto, un animale sociale, e la vita e il destino del singolo non sono dissociati dalla vita e dal destino di noi tutti. Riflettere almeno per un giorno sul nostro passato significa conoscere meglio il presente e meglio proporsi per l’avvenire.

da http://www.educationduepuntozero.it/

Scuola: Puglisi (PD), con Gelmini diluvia sulla scuola pubblica

“Gli insegnanti non sono troppi rispetto al fabbisogno. Il rapporto alunni/insegnati era perfettamente allineato alla media europea, se togliamo dal conto gli insegnanti di religione e gli insegnanti di sostegno, che in altri Paesi europei sono pagati direttamente dai ministeri del welfare e della sanita”: cosi’ Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd, replica alle affermazioni del ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, ospite oggi della trasmissione televisiva “Che tempo che fa”.
“Il ministro, ora – continua Puglisi – forse pensa di blandire gli insegnanti dopo averli sterminati, promettendo stipendi migliori. Ma e’ stata lei a bloccare gli scatti di anzianita’, per poi dire oggi che li restituisce, grazie alle risorse risparmiate licenziando i precari. Riducendo il numero di insegnanti, ha trasformato le aule in carri bestiame dove si vive ammassati in violazione ad ogni norma di sicurezza”.
“Il milione di persone per bene che sono scese in piazza ieri per difendere la scuola pubblica e la Costituzione – dice ancora l’esponente democratica – sono stanche di un ministro cinico e baro. Stanche di sentire denigrare insegnanti e studenti, indignate dalle parole riservate da Berlusconi alla scuola pubblica. La scuola pubblica non inculca, educa ad essere cittadini liberi, consapevoli, responsabili e non sudditi.
Ieri in piazza a difendere la scuola pubblica c’era anche chi manda i figli alle private? Non e’ incongruenza o mancanza di fiducia. La scuola pubblica, che non e’ ne’ di destra ne’ di sinistra, sta a cuore a tutti gli italiani”. (ANSA).

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Gelmini: “Gli insegnanti sono troppi, in piazza chi manda i figli alle private”

La ricetta di Maristella Gelmini è: “Meno insegnanti, più soldi”. Questo il succo di una intervista del ministro a “Che tempo fa” sui Rai3. Perché “gli insegnanti sono troppi rispetto al bisogno in Italia, e sono pagati pochissimo proprio perchè sono troppi. Dobbiamo pagarli adeguatamente, ma se cresce il numero all’infinito sono proletarizzati”. E a proposito di posti di lavoro, il ministro se la prende anche con i bidelli. “Un altro problema, per esempio, è che ce ne sono quasi duecentomila e spendiamo seicentomila euro per le pulizie. Ci sono più bidelli che carabinieri e abbiamo le aule sporche”.

Per la Gelmini “il vero punto non è quello delle risorse, ma come vengono investite. Il governo non ha fatto tagli alla scuola, ma agli sprechi. La spesa per la scuola negli ultimi anni è infatti aumentata del 30 per cento, non è diminuita”.

Poi una polemica frontale con la manifestazione 1 in tutta Italia per la Costituzione e la scuola pubblica. “Una manifestazione assolutamente legittima, ma che nasce da un presupposto sbagliato: che il governo abbia attaccato la scuola pubblica”. E ancora: “Molti scesi in piazza mandano i figli alla scuola paritaria. Non è una contraddizione, ma lo trovo incongruente, forse non hanno fiducia nella
scuola pubblica”. Il ministro ribadisce che nell’ultima riforma “non ci sono stati tagli alla scuola, ma tagli agli sprechi”.

www.repubblica.it

«Il cambiamento partirà dal voto nelle città», intervista a Vasco Errani di Andrea Bonzi

Bologna, Torino, Milano, Napoli: sono sfide che possiamo vincere. E partire da lì per interpretare il progetto alternativo che faccia finalmente cambiare strada al Paese». Vasco Errani, presidente della Regione Emilia-Romagna, reduce dalla due giorni milanese dedicata agli amministratori Pd, fa suo l’invito del segretario Pier Luigi Bersani a sotterrare «picconi e picconcini». E rilancia il ruolo di un Pd che deve mettere da parte «la dialettica spesso ripetuta» fra le varie componenti, se vuole davvero diventare «il partito del nuovo secolo».
Presidente Errani, il sindaco uscente di Torino, Sergio Chiamparino, ha detto che «questo Pd non ha futuro».
«Conosco Sergio, la sua è una battuta. Non serve discutere così, ma guardare avanti. Altrimenti rischiamo sempre di tornare al punto di partenza, invece di rafforzare il nostro ruolo di riferimentoper il Paese».
Ma tra vent’anni, esisterà ancora il Pd?
«Abbiamo detto che vogliamo fare il partito del nuovo secolo, no? Abbiamo bisogno di affermare un nuovo
modello fatto di coesione sociale, lavoro, merito, in grado di superare la frattura fra le generazioni e fra il nord e il sud: questo è quello che sta già facendo il Pd di Bersani».
L’impressione di tornare al punto di partenza, nella discussione interna al partito, ogni tanto affiora. Sulla alleanze, per esempio, nel partito ci sono posizioni diverse.
«Non dobbiamo fare un ragionamento politicista, ma legarlo a un progetto. Il berlusconismo è in una fase di crisi senza ritorno: non vogliamo certo creare un’improbabile fronte che metta insieme tutti coloro che si oppongono al premier, ma dispiegare la nostra strategia riformista, capace di guardare ai problemi del Paese. Non cerchiamo né una spallata, né una scorciatoia, ma chiarezza nella proposta di governo».
Lei vede un Pd aperto anche al Terzo Polo, in particolare ai finiani?
«Quando andremo alle elezioni, vedremo chi ci starà, e chi invece si assumerà la responsabilità di dare
un’altra chance a Berlusconi».
Intanto a maggio si voterà in capoluoghi importanti.
Comesi affrontano queste sfide?
«Cercando di interpretare quanto dicevo: le alleanze sono legate alla necessità di governare bene nelle città. A Bologna partiamo da Virginio Merola e dal Centrosinistra, con un progetto di riformismo “civico” che è quello che io ritengo importante, non solo sotto le Due Torri. Anche a Milano, ad esempio, che può fare il salto di qualità».
Sono sfide che si possono vincere?
«Secondo me, sì. La destra non ha più una prospettiva, e gli elettori se ne stanno rendendo conto: gli studenti, i lavoratori, i pensionati stanno tutti peggio. Le promesse elettorali della destra si sono rivelate vane».
Si dice: caduto Berlusconi, ci resterà il berlusconismo. Quali anticorpi ha il nostro Paese per affrancarsi definitivamente da questo periodo?
«Lavorando su alcune riforme fondamentali a partire da quelle istituzionali. E ripartendo dal tema della partecipazione: penso alle forze dell’economia, del lavoro, della cultura. Vanno ritrovate le ragioni della politica e dell’unità del Paese, per cambiare un’idea di governo fondato sul motto “ciascuno faccia per sé, che al resto pensa il capo”. Servono scelte nette, nuove regole. In Emilia-Romagna abbiamo varato e vareremo
provvedimenti contro le infiltrazioni della criminalità organizzata negli appalti e nel tessuto produttivo;
abbiamo tagliato i costi della politica, abolendo, tra l’altro, i vitalizi dei consiglieri».
A Bologna il principale sfidante del
candidato del Centrosinistra, Virginio Merola, potrebbe essere un esponente leghista. Secondo lei è un’insidia in più?
«La destra, che sotto le Due Torri è in uno stato di grande confusione, sceglierà: certo per la Lega non sarà facile rispondere della contraddizione tra quello che proclama sul federalismo e quello che effettivamente realizza».
Ad esempio?
«In parlamento la Lega Nord sostiene tutte le iniziative di questo governo, dalle leggi per la “cricca” ai problemi personali del premier, e invece penalizza le Regioni e i territori che, a livello locale, dice di voler difendere. Io credo che anche gli elettori del Carroccio se ne stiano accorgendo».

L’Unità 13.03.11

"Tegola da 1 miliardo sui bilanci sanitari", di Roberto Turno

Una tegola da almeno un miliardo di euro rischia di abbattersi sui conti già traballanti di asl e ospedali. Di tutte le regioni, questa volta, senza distinzione tra nord e sud, tra governatori virtuosi o spreconi. Col risultato di farli finire tutti insieme, o quasi, nel baratro dei piani di rientro dal disavanzo, l’anticamera del commissariamento.
Tutta colpa degli «ammortamenti non sterilizzati». Di quelle somme, cioè, che negli anni sono state impiegate con fondi regionali (e non statali) per investimenti, attraverso un indebitamento pluriennale, come i mutui, o attraverso il ricavato di alienazioni patrimoniali di beni disponibili dell’ente territoriale. Fino ad oggi l’onere dell’ammortamento di queste somme con la contabilità finanziaria non era iscritto in bilancio e, dunque, non veniva affrontata la copertura in termini finanziari. Con con l’avvio della contabilità economico-patrimoniale nessuna regione ha continuato a iscrivere queste somme in bilancio, ma ora il ministero dell’Economia chiede di farlo. E di farlo già a partire dai bilanci del 2010, quelli che proprio adesso andranno sotto la lente del governo con i tavoli di monitoraggio della spesa sanitaria regionale.
E qui scatterebbe la tagliola. Perché per le regioni quegli ammortamenti non sterilizzati, senza contropartita economica di entrata, diventerebbero una passività di bilancio. Per un valore complessivo da giustificare al tavolo di monitoraggio che più o meno a livello nazionale si aggira intorno a un miliardo di euro. Somme che precedentemente sono state invece sempre escluse dal calcolo dell’equilibrio finanziario della gestione sanitaria di ogni singola regione. Una vera a propria mannaia. Al punto che il tavolo tecnico delle regioni ha preparato per i governatori una relazione allarmatissima: «Il problema della copertura finanziaria degli ammortamenti non sterilizzati rappresenta una questione critica sotto il profilo della sostenibilità economica e finanziaria dei singoli sistemi sanitari regionali». Di più, si insiste, «è facile prevedere che la maggiori parte delle regioni, avendo costruito il proprio bilancio di previsione con riferimento alle regole finora previste dal tavolo di monitoraggio e, quindi, senza coperture per gli ammortamenti non sterilizzati, potrebbero essere indicate come inadempienti e quindi passibili di assoggettamento a piani di rientro».
Un rischio per «tutte» le regioni, non poche e nemmeno le solite già sotto schiaffo per i bilanci in rosso, si è messo non a caso in evidenza nel confronto già avviato col governo. «Salterebbe il sistema sanitario», si sono detti a porte chiuse giovedì scorso i governatori. Che non a caso chiedono di mettere una pietra tombale sugli anni dal 2001 al 2010. E di partire secondo le nuove regole solo dal 2012, dunque con i bilanci del 2011. Una richiesta che già è stata avanzata al governo e sulla quale forse si discuterà al tavolo convocato per la prossima settimana, quando si tornerà a parlare anche del ristoro dei 475 milioni di tagli al trasporto pubblico locale inferti alle regioni con la manovra estiva.
Partita cruciale al tavolo del federalismo fiscale regionale in discussione in parlamento, la spesa sanitaria d’altra parte continua a spaccare i governatori. Il riparto dei 106,5 miliardi per il 2011 resta in alto mare e, forse, se ne parlerà in conferenza stato-regioni solo a fine mese, dunque con un ritardo storico rispetto alle consuete tabelle di marcia. Anche se proprio nei giorni scorsi le regioni hanno raggiunto un accordo sulla divisione delle somme – ben 1,276 miliardi di euro – per lo spostamento dei pazienti da una regione all’altra in cerca di cure nel 2010. Verso Lombardia (444 milioni), Emilia Romagna (358 milioni) e Toscana (113 milioni) c’è stato l’esodo più massiccio di pazienti (e di somme); Campania (318 milioni), Calabria (240 milioni) e Sicilia (209 milioni) hanno registrato più fughe di pazienti (e di somme) fuori regione. Tutto il sud, con l’eccezione del Molise, è in perdita: il rosso ha superato in totale gli 1,1 miliardi.

Il Sole 24 Ore 13.03.11

"Con il federalismo municipale più tasse per 16 milioni di italiani", di Felicia Masocco

Più tasse per tutti. Per chi le paga, ovviamente, e i lavoratori dipendenti e i pensionati le pagano “alla fonte”. Per loro, più che per altri, il governo Berlusconi ha apparecchiato una bella stangata: arriverà con l’applicazione del decreto sul federalismo municipale, dazio dovuto alla Lega per consolidare una maggioranza che spesso mostra crepe. Il federalismo municipale porterà all’aumento delle addizionali Irpef per 16 milioni di contribuenti. A calcolarlo è il Dipartimento politiche economiche della Cgil con uno studio che mette in fila una serie di passaggi: il federalismo municipale dà ai Comuni la possibilità di aumentare l’addizionale Irpef, “opportunità” concessa a quei municipi che oggi applicano un’aliquota inferiore allo 0,4%. Potranno rincarare la dose dello 0,2% l’anno (per un massimo di +0,4% quindi al massimo per 2 anni). Restano esclusi quei Comuni che gli aumenti l’hanno già fatti (si pensi a Roma che applica lo 0,9% cioè l’aliquota massima di imposta).

NORD E SUD Considerata la maxi scure che il governo ha fatto calare sui trasferimenti ai Comuni (4 miliardi tra quest’anno e il prossimo) è del tutto evidente che poter andare avanti e garantire qualche servizio di base i municipi dovranno recuperare per altre vie quanto tagliato da Tremonti. La Cgil ha stimato in 3500 i comuni che aumenteranno le tasse, il 44% dei Comuni italiani, per un totale di 16 milioni di cittadini. Tutte le regioni sono coinvolte, a nord e a sud indifferentemente. Pagheranno soprattutto quelle a statuto speciale, a partire da Trentino Alto Adige (con 327 comuni coinvolti) e Sardegna (297 comuni), mentre tra quelle a statuto ordinario, i picchi si registrano in Lombardia (804 comuni), Piemonte (514 comuni) e Campania (194 comuni). È chiaro che a essere penalizzati maggiormente saranno proprio i Comuni dove le addizionali Irpef sono oggi zero, e ci sono quindi i margini più ampi di aumento.

RECORD A MILANO Il record di aumenti – ipotizza la Cgil – potrebbe toccare a Milano con, nel 2012 rispetto al 2010, un aumento medio di 122 euro per lavoratori dipendenti e pensionati. 86 euro a Venezia, 80 a Bologna, 78 a Catania, 69 a Genova… e via così fino ai 27 euro di Torino, 26 a Firenze, 24 a Napoli, Bari e Verona, 3 euro a Palermo. «Già a partire da quest’anno il federalismo municipale comporterà inevitabilmente più tasse e mal distribuite», rileva il segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi, «a pagare saranno ancora una volta gli stessi». Lo sblocco delle addizionali si tradurrà in un fisco più pesante sul lavoro, già particolarmente gravato, «a scapito della crescita e dell’equità. E questo perché non si modifica l’assetto attuale del sistema fiscale, se non per l’attribuzione ai diversi livelli istituzionali-territoriali » Il federalismo così come è stato partorito dalla maggioranza berlusconiana è infatti lontano dai principi di equità e solidarietà che pure poteva assumere, «non si dovevano riorganizzare le tasse come tra “fette” – continua Barbi – ma allargare la “torta” delle entrate, istruendo un allargamento delle basi imponibili, come ad esempio le grandi ricchezze e le rendite finanziarie ». Per aumentare il gettito senza aumentare le tasse.

L’Unità 13.03.11