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"In Italia un reato contro l'ambiente ogni 43 minuti", di Stefano Rodi

La maggior parte delle violazioni, quando vengono accertate, sono punite soltanto con contravvenzioni.
Inaugurazione dell’anno giudiziario: Il rapporto di 300 avvocati che lavorano con il Wwf. L’Italia si cura poco e male del proprio patrimonio naturalistico. E’ cosa nota. Ora si ha un dato in più: è un paese dove, in media, avviene una violazione contro l’ambiente ogni 43 minuti. E’ il dato, preciso, del Ministero dell’Ambiente per il 2010, e rilanciato dal rapporto realizzato dal Wwf in occasione dell’apertura dell’Anno Giudiziario. A svelare una eco-illegalità costante e diffusa dal nord al sud del paese è ora la rete dei 300 avvocati impegnati con l’associazione ambientalista: uno al giorno è stato in Tribunale, con oltre 1.000 ore l’anno al servizio della società civile, 250 udienze nel 2010 per difendere salute e ambiente. Sono tuttora 300 i processi ambientali in corso, o meglio quelli nei quali il Wwf è presente come parte attiva. Quindi una goccia nell’oceano rispetto al totale. «In occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario vogliamo sottolineare come il ruolo della Magistratura sia fondamentale per dare una corretta lettura e applicazione di norme troppo spesso travisate da inquinatori senza scrupoli e da una parte dell’amministrazione non sufficientemente preparata sull’importanza della tutela dell’ambiente – ha dichiarato Stefano Leoni, Presidente del Wwf Italia- La magistratura svolge quel ruolo fondamentale di “grande saggio” che non solo sanziona ma indirizza correttamente l’azione della società che può incidere sul patrimonio naturale e la salute dei cittadini ed è quindi importantissimo anche avere un buon esercito di avvocati che oltre a rappresentare in giudizio queste istanze sappiano trasmettere questa saggezza anche al di fuori delle aule dei Tribunali».

I REATI, E L’IMPORTANZA DELLE INTERCETTAZIONI – Molti e gravi reati ambientali nascono non da un evento diretto (ed esempio l’industria che scarica sostanze inquinanti in un fiume),

ma da reati fiscali o amministrativi (falsi documenti, autorizzazioni illegali, corruzioni di pubblici amministratori, truffe ). Spesso quindi gli inquirenti riescono a scoprire casi gravi di inquinamento attraverso intercettazioni svolte su pubblici amministratori per reati cosiddetti “minori”. Infine, e questi sono i casi più gravi, si spunterebbero anche molte armi investigative per la lotta alle “ecomafie”, spesso coinvolta in molti crimini ambientali e spesso gli “ecomafiosi” ed i loro complici vengono scoperti attraverso indagini compiute su altri fatti non direttamente collegati. In altre parole: difficilmente oggi un’indagine nasce ipotizzando da subito il reato di associazione mafiosa. È più frequente che da un caso di estorsione, incendio, minacce si arrivi alla contestazione del più grave reato associativo, dietro al qual spesso si nascondono i grandi traffici di rifiuti, le speculazioni selvagge e le mille e sempre più sofisticate maniere che i “criminali ambientali” escogitano per lucrare a danno dell’ambiente e della salute .

VITTORIE E SFIDE APERTE – L’attività giudiziaria del Wwf ha visto riconoscere le ragioni dell’ambiente e della salute in importanti processi e ricorsi come quello contro la Solvay per difendere l’accesso all’acqua potabile da parte dei cittadini in un’area di crisi idrica, o contro le escavazioni abusive lungo alcuni grandi fiumi, Po, Adige e Brenta o l’ultima in ordine temporale contro l’Enel i cui amministratori delegati sono stati riconosciuti colpevoli di inquinamento all’interno del Parco del Delta del Po per la centrale di Porto Tolle. Ma ci sono molte altre sfide importanti da superare: in numerosi processi ancora in via di svolgimento come quello sul disastro sulla salute e sull’ambiente provocato dall’amianto proveniente dall’Eternit S.p.A. di Casale Monferrato, quello per un nuovo incendio verificatosi nel Polo Petrolchimico di Porto Marghera, o per la mega-discarica a Bussi (Pescara), la più grande così inquinata in Europa, nel processo contro i dirigenti degli stabilimenti tessili di Marlane (Cosenza) accusati di aver provocato, attraverso lo smaltimento illegale di molti veleni anche nei terreni circostanti l’area industriale, la morte di oltre 50 operai o, nell’ambito della difesa del territorio e del paesaggio, contro la Strada Mare Monti, un vero e proprio ecomostro che taglierebbe la Riserva naturale Wwf di Penne (Abruzzo); su quest’ultimo, grazie all’esposto del Wwf la Magistratura ha aperto un’inchiesta che ha portato già ad un arresto e 10 indagati.

CONTRO GLI INQUINATORI SOLO MULTE DA DIVIETO DI SOSTA – «L’attività degli avvocati che lavorano al nostro fianco da oltre 20 anni è la ‘cartina tornasole’ di quanto l’illegalità in campo ambientale sia diffusa e costante» – precisa Patrizia Fantilli, responsabile Ufficio legale – legislativo del Wwf Italia -. Il contrasto al crimine ambientale che svolgiamo grazie alla loro opera qualificata è l’unico strumento di cui disponiamo ma le “armi” a loro disposizione sono ancora “spuntate”. E’ urgente inserire nel Codice penale la voce “Delitti ambientali”». Ad oggi, infatti, le sanzioni previste dalle leggi di tutela dell’acqua, dell’aria, del suolo, delle aree protette e della fauna, (a parte rare eccezioni come il traffico di rifiuti) sono esclusivamente di natura “contravvenzionale” (secondo la classificazione del’39 del codice penale). Sostanzialmente sono forme di reato punite con sanzioni più “leggere” rispetto ai “reati-delitti”. Quindi il sistema sanzionatorio per le leggi di tutela ambientale costituisce il tallone d’Achille per cui in Italia gli illeciti ambientali sono sempre più frequenti e gravi, pur producendo effetti devastanti sul territorio, sulla natura, sul paesaggio e sulla salute umana che rimangono sostanzialmente impuniti».

Il Corriere della Sera 29.01.11

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Protezione civile: arrestata Marta Di Gennaro, ex vice di Bertolaso. Fermato anche il prefetto Corrado Catenacci, ex commissario ai rifiuti della Regione Campania

Marta Di Gennaro, ex vice di Guido Bertolaso alla Protezione civile, e il prefetto Corrado Catenacci, ex commissario ai rifiuti della Regione Campania, sono stati arrestati nell’ambito di un’operazione per reati ambientali eseguita in varie zone d’Italia dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) e dalla Guardia di finanza di Napoli, coordinata dalla procura della Repubblica di Napoli. Ai due è stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari. Nella stessa operazione sono state arrestate altre dodici persone e vi sono 38 indagati, tra questi vi sono anche l’ ex presidente della Campania, Antonio Bassolino, l’ex assessore regionale Luigi Nocera e l’ex capo della segreteria politica di Bassolino, Gianfranco Nappi. Le accuse sono di associazione per delinquere, truffa e reati ambientali. Sequestri di documentazione sono stati messi in atto in diverse sedi istituzionali, come la Prefettura di Napoli, la Regione Campania ma anche la Protezione civile di Roma e in sedi di aziende di rilievo nazionale.

PERCOLATO IN MARE – Secondo la procura di Napoli ci sarebbe stato un accordo illecito tra pubblici funzionari e gestori di impianti di depurazione campani che ha portato a immettere per anni sul tratto di costa tra Napoli e Caserta percolato non trattato, liquido prodotto dalle discariche di rifiuti solidi urbani. Il percolato era portato nei depuratori senza alcun trattamento e da lì finiva in mare. Per Marta Del Gennaro si tratta del secondo provvedimento cautelare, perché già coinvolta in un’inchiesta sempre in materia di rifiuti; anche Catenacci è stato già indagato nell’ambito del suo ruolo di commissario e attualmente è a capo della Sapna, società provinciale per il reciclo dei rifiuti.

Il Corriere della Sera 28.01.11

"Parola di Gran Bugiardo", di Giuseppe D'Avanzo

Al Gran Bugiardo, che ieri ha afflitto il Paese con un terzo videomessaggio, si deve ricordare che la verità è una condizione necessaria in una democrazia. Nutre la fiducia del cittadino nello Stato e ha un presupposto nella convinzione che lo Stato – e chi momentaneamente lo rappresenta – non ingannerà il cittadino. La verità è anche il presupposto indispensabile per il cittadino di esercitare la sua libertà perché se falsifichi la realtà, manipoli gli eventi, allevi imbrogli e confusione, alteri il bianco nel nero, pregiudichi il possibile esercizio della libertà.È un forte argomento anti-tiranny – ricorda Michele Taruffo (La semplice verità) – che le azioni illegittime compiute da chi esercita il potere debbano poter essere rivelate e afferrate, ma «ciò implica che informazioni veritiere siano disponibili per le potenziali vittime del tiranno». Solo in questo modo, il cittadino potrà controllare le modalità con cui il potere viene esercitato. Con il tempo abbiamo compreso che la politica di Silvio Berlusconi è soprattutto arma psicologica e l´unico antidoto all´illusionismo del Gran Bugiardo è un´adeguata sintassi. Consente quanto meno di distinguere i discorsi verificabili dal nonsense. Permette di proteggersi dai media che ci addestrano a non pensare. Le parole, i falsi argomenti, i finti discorsi, le finte idee, i gerghi sgrammaticati dell´uomo che ci governa vanno mostrati nella loro inattendibilità per ripristinare quella verità che è premessa della nostra libertà.
Se si lasciano in un canto le favole sui successi di un governo, al contrario, paralizzato dagli interessi personali del premier, si contano altre quattro bugie in questo nuovo videomessaggio.
1. Berlusconi dice: «È stato violato
il mio domicilio».
È falso. Nessuna residenza del capo del governo è stata oltraggiata. Vediamo come stanno le cose. Si indaga per prostituzione perché in un giorno di luglio Ruby, una minorenne protetta da Lele Mora e “scoperta” sedicenne da Emilio Fede a Messina, è stata condotta nella villa del presidente del Consiglio. Dove, dice, ha assistito a spettacoli e «scene hard» – anche se non vi ha partecipato, giura – alla presenza del «presidente» che tutte le ospiti (venticinque) chiamano «papi». Lo sfruttamento della prostituzione minorile è un reato gravissimo. A Milano si mettono al lavoro. Prioritario accertare l´attendibilità della testimone e parte lesa: è stata davvero ad Arcore, come dice. C´è stata con Mora, Fede, Nicole Minetti? È vero che, in quelle occasioni, c´erano A. B. C.? C´è un metodo per venirne a capo. Si verifica a quale “cella” fosse connesso, in quel giorno, il telefono cellulare dei protagonisti. Si scopre che Ruby ha detto il vero. Il 14 febbraio 2010 era ad Arcore e c´erano anche A. B. C. e Fede. Quest´operazione viola il domicilio del capo del governo? No. Accerta la validità delle dichiarazioni di Ruby e non c´è altro modo per farlo. Quando salta fuori che tra molte inesattezze la minorenne ha raccontato anche il vero, sono stati chiesti i tabulati delle sue telefonate dal gennaio 2010 e delle ragazze – alcune prostitute – che l´hanno accompagnata e periodicamente vengono condotte da Mora, Fede e Minetti nella dimora del Sultano. Berlusconi dovrebbe avvertire l´imbarazzo di aver ospitato e pagato minorenni e prostitute per allietare le sue serate (è documentato e ci sono le prove di quei pagamenti). Dovrebbe provare vergogna per avere indecorosamente condotto la sua responsabilità pubblica condividendo addirittura una donna (Marysthell Polanco) con un narcotrafficante dominicano.
2. Berlusconi dice: «Non è un Paese libero quello in cui quando si alza il telefono non si è sicuri della inviolabilità delle proprie conversazioni. Non è un Paese libero quello in cui il cittadino può trovare sui giornali delle proprie conversazioni che fanno parte del proprio privato e che non hanno nessun
contenuto penalmente rilevante».
Berlusconi inocula fobie nel proprio esclusivo interesse. L´indagine che lo vede indagato per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile non fa leva, come strepitano gli sgherri libellisti del suo serraglio, sulle intercettazioni telefoniche. È un´inchiesta condotta con testimonianze dirette e documenti. La concussione è dimostrata per tabulas senza alcun documento acustico. I funzionari della questura ammettono di aver ricevuto la sua telefonata. Confermano che il premier ha parlato di Ruby come della «nipote di Hosni Mubarak». I materiali del pubblico ministero dei minori e le relazioni di servizio dei poliziotti confermano le procedure abusive che hanno portato all´affidamento di Ruby a Nicole Minetti che subito abbandona la minorenne a una putain brasiliana, amica del presidente. Dove sono qui le intercettazioni? È il reato più grave e non se ne vede l´ombra. Berlusconi mente. Qualche numero delle intercettazioni di quest´inchiesta, allora. Dal 29 luglio a questo gennaio e non per tutto il periodo, ma quando le indagini lo rendono necessario, quindi anche a volta due soli giorni, sono state intercettate cinquanta persone per una spesa di quasi 27mila euro. Con il bestiario che circonda il presidente (si valuta che nelle ville e palazzi dell´uomo che ci governa circolino in un anno dalle 300 alle 500 falene) non sono grandi numeri. Le intercettazioni sono servite a dimostrare quale fosse il mestiere delle signore. Si indaga per prostituzione e alcune sono effettivamente delle prostitute che il premier ha retribuito e gli amici del presidente sono coloro che inducono alla prostituzione. È falso che siano state diffuse conversazioni private di nessun interesse giudiziario o pubblico. È di assoluto interesse pubblico (la verità è presupposto essenziale della democrazia e della libertà del cittadino) sapere che una decina di ragazze ricattano il premier o pretendono dal premier incarichi e responsabilità pubbliche. Possono dirsi «privati» questi dialoghi?
3. Berlusconi dice: «Non ho alcun timore di farmi giudicare. Davanti ai magistrati non sono mai fuggito: i mille magistrati che si sono occupati ossessivamente di me e della mia vita non hanno trovato uno straccio di prova che abbia retto all´esame dei tribunali».
È una menzogna stupefacente che non sia mai fuggito dai magistrati. Il Gran Bugiardo non ha fatto altro che scappare dalle responsabilità di un´avventura umana e imprenditoriale che ha avuto nell´illegalità il suo canone. Nonostante le leggi che si è affatturato per eliminare i reati, cancellare le prove, ridurre i tempi dei processi, allontanare i giudici che non gli piacevano, è stato assolto nei sedici processi che lo hanno visto imputato soltanto in tre occasioni. Altro che nessuno straccio di prova.
4. Berlusconi dice: «Io ho diritto di presentarmi di fronte al mio giudice naturale, che non è la procura di Milano, ma il giudice assegnatomi dalla Costituzione cioè il Tribunale dei ministri. Mi presenterò appena sarà stata ristabilita una situazione di correttezza giudiziaria».
Il Gran Bugiardo sa di mentire anche in questo caso. Sostiene che sempre, in ogni caso, un uomo come lui «unto dal Signore» e al governo del Paese debba essere giudicato dal tribunale dei ministri, qualsiasi cosa faccia. Non è così. L´art. 96 della Costituzione comprende nella categoria dei «reati ministeriali quelli commessi «nell´esercizio delle funzioni». La Carta non prevede singole fattispecie. Individua una circostanza: la connessione tra il reato e le funzioni esercitate dal ministro.
Ora la concussione è un abuso. È di «potere» se chi lo pratica fa leva sulle «potestà funzionali per uno scopo diverso da quello per il quale sia stato investito». Per capire, sarebbe stata una concussione di potere se a telefonare in questura a Milano «consigliando» la liberazione di Ruby fosse stato il ministro dell´Interno. Ma l´abuso può essere anche di «qualità». In questo caso «postula una condotta che, indipendentemente dalla competenze del soggetto (il concussore), si manifesta come una strumentalizzazione della posizione di preminenza ricoperta». È il caso di Berlusconi. Abuso di potere o abuso di qualità presuppongono due competenze diverse. L´abuso di potere di un ministro impone la competenza del tribunale dei ministri. L´abuso di qualità prescrive la competenza del territorio dove è stato commesso il reato.
Finalmente, dopo molti passi falsi, questa differenza l´ha compresa anche Berlusconi. Che per evitare il suo giudice naturale, è in queste ore alle prese con un´altra manipolazione delle prove dopo aver già condizionato le testimonianze delle sue ospiti raccolte durante le indagini difensive, dopo aver (per quanto dice Ruby) promesso cinque milioni di euro per farle tenere la bocca chiusa ed evitargli guai assai seri.
Per sostenere che è intervenuto sul capo di gabinetto della questura di Milano non nella sua «qualità» di capo del governo, ma nelle sue «funzioni» di presidente del Consiglio, deve suggerire che quella notte del 27 maggio non aveva altra preoccupazione che evitare una crisi diplomatica con Hosni Mubarak convinto che Ruby ne fosse la nipote. Per la bisogna, il Gran Bugiardo s´inventa allora che qualche giorno prima ne aveva addirittura parlato con Mubarak (peccato, che lo ricordi soltanto ora). «Per 15 minuti, gli ho chiesto di Ruby, ma Hosni non ricordava di avere una nipote in Italia» dice Pinocchio e annuncia che ci sono anche i testimoni. Il testimone è uno. È R. A, l´interprete italo-arabo a contratto alla Farnesina. Sul capo di quel poverino chi lo sa che cosa si sarà scatenato in queste ore.

La Repubblica 29.01.11

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“Le lupe di Arcore”, di FRANCESCO MERLO

Teme le lupe di Arcore molto più dei giudici, anche perché solo loro hanno visto e valutato quella cosmesi che gli si ferma al collo. Sanno che lì sotto c´è un bosco di rughe e peli bianchi e grinze e pieghe.
«Vecchio e basta» ha detto di lui la Minetti e anche «flaccido» e «mi fa vomitare» e altro ancora. Ed è, con tutta evidenza, un linguaggio di disprezzo più che di rabbia.
Ancora un passo, dunque, e Nicole Minetti diventa la lupa verghiana, quella che allupa e poi sbrana Berlusconi. Questa sboccata madame de Pompadour alla riminese, che sceglieva e “briffava” e “confessava” le favorite per meglio farsi favorire, è la bellezza acciaccata dal risentimento, è la maitresse di Stato che ora vuole «mettergli paura», vuole «fargliela pagare». E, a differenza degli uomini che ogni tanto lo lasciano e finiscono tutti nel ventilatore stercoforo dei vari Sallusti o nella caricatura dei sedotti e abbandonati, le donne che mostrano cipiglio, fascino vero e intelligenza combattiva, diventano le sue vere nemiche temutissime forse perché sono state comprate e mai sedotte, e l´abbandonato è sempre lui.
Sono donne le mine vaganti del berlusconismo. Sono la sua cintura esplosiva: dinamite fatta mammifero. E infatti, prima ancora di comprarne il silenzio a peso d´oro, Berlusconi prova sempre a blandirle pubblicamente come dimostra la famosa telefonata con la quale non voleva tanto insultare Gad Lerner quanto risarcire e rabbonire la Minetti: provava, con affanno, a redimere l´irridente. E basta fare attenzione allo stridore tra le lodi pelose di lui e il dileggio che lei gli aveva riservato per capire che era un messaggio cifrato più che uno schizzo di bile: il rosario delle insolenze alle «cosiddette signore» esaltava il monumento alla Minetti: splendida, competente, studiosa, laureata con lode e con un inglese di madre lingua che permette alla Regione Lombardia di fare una bellissima figura con gli ospiti internazionali…
Del resto Berlusconi tentò la carta della contrizione anche con Veronica. Per averne il perdono scrisse una pubblica lettera d´amore che anche allora era, in realtà, di scuse, e persino si travestì da beduino in un viaggio riparatore nel Maghreb. Già ci aveva in qualche modo provato, pur nella evidente diversità delle situazioni, con Stefania Ariosto. E fatica a spegnere le micce di Mara Carfagna e di Stefania Prestigiacomo che, stecche nel coro, metà dentro e metà fuori, spesso ostentano la nota stonata. Una volta Berlusconi ritardò l´arrivo al vertice Nato di Lisbona: attaccato al telefono, chiuso nell´aereo di Stato sulla pista dell´aeroporto, cercava di convincere Mara a non passare con i finiani, a non lasciarlo – ecco il dettaglio che lo manda in bestia – per Bocchino.
A ben pensarci sino ad oggi c´è pienamente riuscito solo con la virago Santanchè che lo aveva accusato di volere e sapere trattare le donne «unicamente in posizione orizzontale». Ebbene la signora ha ottenuto il padrinato sul Giornale, è sottosegretario, e gli ha persino strappato la pubblica promessa di diventare – parole di Berlusconi – «coordinatrice unica del Pdl, o come diavolo si chiami». La Santanchè, leonessa del berlusconismo morente, si era fatto vanto, letteralmente ed elegantemente, di «non avergliela mai data». Adesso ha dato tutta se stessa, alla causa politica beninteso.
Ma ora c´è la Minetti che lo fa letteralmente impazzire e anche perché un´eventuale, e persino logica intesa dell´imputata con la sua giudice naturale, con la pm Ilda Boccassini, sarebbe per lui l´arma letale, la bomba H, un po´ come, in altri tempi e in altri mondi, solidarizzano Falcone e Buscetta, da un lato la Giustizia e dall´altro la Catarsi che sempre è voglia implacabile di vendicarsi «per quel briciolo di dignità che mi rimane» per quel padre che è rimasto ferito e Berlusconi «è un pezzo di m…» e «quando si cagherà addosso per Ruby…» e insomma «c´è un limite a tutto». Sono questi i sentimenti di invincibile ripugnanza e di rivalsa che rendono la Minetti simile alla Jackie Brown di Tarantino, alla bella hostess che, ostaggio del bieco Ordell e della sua banda, li prende tutti in ostaggio e li distrugge.
Tutti si accorgono già a prima vista che la Minetti è diversa da Ruby, da Iris e dalle altre “ragazze stacchetto”, l´unica che non aveva bisogno di travestirsi da infermiera o poliziotta, da bambola sexy, e quando voleva farlo, come risulta dalle intercettazioni, si vestiva da uomo, faceva la George Sand della situazione, una specie di Calamity Jane. Perché c´è anche questo nel Berlusconi-Satyricon: il social climbing direbbero gli anglofili di Mediaset, l´arrampicamento sociale. Le ragazze di Arcore erano lì per passare di classe come i figuranti dei reality che, dopo essere stati pubblico, vogliono diventare protagonisti e quindi sono disposti a tutti i numeri che già conoscono, che hanno spiato. Dalle intercettazioni risulta che persino certe mamme e certi fratelli erano fieri del “mestieraccio”, purché esercitato ad Arcore.
Ebbene, anche in questo la Minetti è vicina alla liberazione: può decidere il palinsesto, tornare alla decenza, pulirsi del crimine, «io al massimo prendevo le contravvenzioni, ma non arrivavo a commettere reati». Il sogno di farcela come la Carfagna, «come Mara», è diventato un incubo: «Qua la cosa si fa grossa. Sono nella merda seria più di tutti quanti». Ancora un passo e può buttare via anche i segni della rabbia sociale che si porta addosso da quando lasciò la sua Rimini, che è la città dell´allusione al peccato, la città delle donne di Fellini: Grand hotel e tette grandi, i giorni sempre uguali in attesa del transatlantico che ti porti via, «scarto di Romagna e rifiuto delle Marche» diceva Mussolini per segnalarla come estranea a tutto, città che si perde proprio quando si avvicina all´eleganza.
Bella di una bellezza alla Newton, anche alla Minetti manca poco per diventare elegante, via il “tacco 12” per le “ballerine” alla Carlà, meno turpiloquio, basta con i finti fidanzati inventati dal manipolatore di corte Alfonso Signorini: «Vorrei una casa, un matrimonio, dei figli…». Il suo viaggio di riminese nel mondo comincia adesso. Nel film di Tarantino Jackie Brown è Pam Grier, la diva che viene dai filmacci di serie B, la lupa nera che li strazia e li divora e poi parte felice per la Spagna. Ma I´am Long Time Woman non c´è nel repertorio di Apicella: Sono una donna a lungo termine/ And I´m serving my time sto scontando il mio tempo / I forgot my crime / ho dimenticato il mio crimine.

La Repubblica 29.01.11

Scontri in Egitto, Fassino: sbagliato ignorare chi protesta. Prodi: Paese chiave per tutto l'islam"

In Egitto continuano gli scontri tra manifestanti e autorità, tra carri armati in strada, che ha causato già 10 morti e 870 feriti. I cortei di protesta si sono tenuti in tutto il paese – e la notizia è in sostanza confermata da al-Jazeera e dal Guardian. Senza precedenti, peraltro, il black-out imposto dal governo sulla rete Internet.
Nonostante sia scattato ovunque il coprifuoco, per le strade del Cairo i dimostranti hanno fatto in tempo ad incendiare la sede del partito del presidente Hosni Mubarak, che è stata incendiata. Incidenti gravi anche a Suez, dove i carri armati dell’esercito sono stati presi d’assalto da dozzine di manifestanti, contro i quali i militari hanno aperto il fuoco. Non si sa ancora quale sia stata la sorte toccata a Mohammed el Baradei, premio Nobel per la Pace 2005: rientrato in patria ieri da Vienna, l’esponente dell’opposizione sarebbe stato – secondo alcune fonti – messo agli arresti domiciliari; quattro giornalisti francesi sono inoltre finiti in prigione.
A nome del Pd, Piero Fassino, presidente del Forum internazionale, ha messo in evidenza che “c’è turbamento e allarme per il fermo di El Baradei e per il protrarsi di una situazione critica, esposta a rischi di gravi tensioni e conflitti. Il sommovimento politico che scuote il mondo arabo – ha aggiunto Fassino – indica una domanda di cambiamento che non può essere ignorata e a cui occorre siano date risposte nel segno della democrazia e della libertà”.
Inedita la decisione del governo di ‘spegnere’ Internet e la rete telefonica cellulare: una compagnia britannica operante in Egitto ha infatti fatto sapere che il governo ha ordinato a tutti gli operatori di sospendere il servizio in determinate aree del Paese.
È stata dunque contraddetta in maniera clamorosa la tesi degli esponenti dell’esecutivo guidato da Mubarak, i quali avevano negato che Facebook e Twitter fossero stati ‘boicottati’ per impedire ai manifestanti di scambiarsi informazioni utili alle loro azioni. Il fermo di Mohammed El Baradei, leader dell’opposizione al presidente egiziano Hosne Mubarak, “vuol dire che il regime e’ alla massima tensione immaginabile”. Lo ha detto Romano Prodi, ex premier dell’Ulivo e gia’ presidente della Commissione europea, parlando con i giornalisti a Fiesole in occasione della commemorazione dell’ex ministro Tommaso Padoa-Schioppa all’Istituto Universitario Europeo. “C’e’ grande preoccupazione -ha aggiunto Prodi- perche’ l’Egitto e’ un Paese chiave per tutto il mondo islamico. E’ un Paese chiave non solo per il numero di abitanti ma anche per i problemi di convivenza, per le alleanze con il mondo occidentale e per la forte presenza della fratellanza musulmana”.
“Ci sono grandi problemi nella parte intermedia dell’Egitto, nella periferia del Cairo. L’Egitto e’ un Paese che ha grande influenza in tutto il mondo islamico -ha ricordato Prodi- molto sfaccettato, in cui ci sono sempre state elezione controllate e, quando e’ stata data la possibilita’ di presentare liste alla fratellanza musulmana, questa ha registrato un grande successo”.
Prodi ha poi ricordato: “c’e’ una successione difficile a Mubarak; se ne parla da mesi sia per i motivi di complicazioni politiche che per i motivi di salute personale del presidente stesso”. L’ex presidente del Consiglio ha poi commentato anche la censura ad internet ordinata dal governo egiziano: “con le nuove tecnologie, tra l’altro, si apre un capitolo nuovo. La polizia puo’ controllare due o tre media, ma non tutta la miriade di nuovi media”.
“Prodi ha ragione, la politica euromediterranea dell’Unione europea ha fallito mentre quella del governo Berlusconi non è mai cominciata”. Lo dichiara Sandro Gozi, responsabile politiche comunitarie del PD analizzando l’attuale crisi in Egitto.
“La politica di vicinato europea era stata concepita, innanzitutto, come un nuovo strumento di democratizzazione e di dialogo interculturale, ma i governi europei e la Commissione Barroso non hanno mai saputo né voluto sfruttarne il potenziale, limitandosi ad uno sterile rapporto con i regimi arabi, oggi sotto pressione dalla Tunisia all’Egitto.
Vogliamo ora –prosegue Gozi – un segnale di svolta, che ancora non vediamo, da parte di Catherine Ashton e della diplomazia europea: basta con una realpolitik che non ha garantito né vera stabilità, né vero sviluppo. Forse anche il ministro Frattini, anziché lodare Gheddafi e perdere tempo con delle carte “irrilevanti” di Santa Lucia, come le ha definite oggi la Procura di Roma, potrebbe occuparsi di più dei nostri interessi nel Mediterraneo.
La partita che si sta giocando sulle sponde del mediterraneo – conclude Gozi- è di primaria importanza sul fronte economico ma lo è ancor di più su quello geostrategico. L’instabilità dell’area potrebbe, tra l’altro, determinare anche enormi flussi migratori. Cosa farebbe il nostro Paese, porta dell’Europa continentale? Oggi, chiamarsi fuori da processi così importanti è da irresponsabili”.
Già, ma intanto Frattini in Parlamento ha tempo di relazionare solo sulla casa di Fini.

www.partitodemocratico.it

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“Satana non è più l’America”, di Maurizio Molinari

L’America segue con passione l’affermarsi di una piazza araba che chiede libertà e democrazia anziché maledire lo Zio Sam. Ciò che accomuna i resoconti dei media, dal Washington Post ai maggiori network tv, e le analisi dei centri studi, dalla Brookings Institutions alla Fondazione Carnegie, è la descrizione di una novità: da Tunisi al Cairo, da Alessandria a San’a, le nuove generazioni arabe manifestano non contro i Satana dell’Occidente ma a favore di più diritti, politici ed economici. «Le crisi interne al mondo arabo hanno preso il sopravvento sull’ostilità verso l’America e sul conflitto israelopalestinese nei cuori di milioni di musulmani» spiega Eliott Abrams del «Council on Foreign Relations». Abituati a considerare le manifestazioni oceaniche di musulmani come nemiche, gli americani scoprono che «la strada araba oggi ha valori comuni con la Main Street del Midwest» osserva Fuad Ajami, orientalista della Johns Hopkins University. Le notizie frammentarie di manifestazioni pro-democratiche che arrivano da Giordania e Siria consentono al «Center for American Progress» di John Podesta, molto vicino alla Casa Bianca, di affermare che «la rivoluzione dei gelsomini in Tunisia sta diventando qualcosa di più ampio».

E’ in questa cornice che la Casa Bianca di Barack Obama esprime due priorità nell’affrontare quanto sta avvenendo. Primo: far prevalere i diritti universali dell’individuo. Secondo: impedire che ad avvantaggiarsi della fase di instabilità siano le cellule jihadiste apparentate con Al Qaeda. L’auspicio di un rispetto dei «diritti universali» è stato espresso da Obama a proposito della Tunisia e dal Segretario di Stato Hillary Clinton riguardo all’Egitto diventando il concetto che ogni esponente del governo, dal vicepresidente Joe Biden al portavoce Robert Gibbs, ripete per commentare quanto sta avvenendo. L’origine di tale approccio è nel discorso che Obama pronunciò all’ateneo di Al-Azhar al Cairo il 4 giugno 2009 quando disse: «Credo fermamente che ogni popolo abbia diritto a dire ciò che pensa, a giudicare i suoi governanti, ad avere uno Stato di Diritto ed alla libertà di scegliere come vivere. Non sono solo idee americane ma diritti umani e per questo li sosteniamo ovunque». Il 44° Presidente degli Stati Uniti è convinto che nel mondo arabo e musulmano i cambiamenti democratici possono arrivare dall’interno – come avvenuto in Europa, Asia e Sud America – e per favorirli scommette sul sostegno all’idea di «diritti universali dell’individuo» connaturata alla Costituzione americana, sfruttando ogni occasione per far sapere ai popoli del Maghreb e del Medio Oriente che sono le «libertà di espressione, assemblea e fede» ad accomunare ogni essere umano.

In occasione delle proteste di piazza in Iran di due anni fa contro la rielezione di Mahmud Ahmadinejad, Obama scelse un profilo basso che politicamente lo fece apparire debole e non piacque agli americani ma ora l’approccio è rovesciato: il sostegno alle aspirazioni democratiche prevale sulla Realpolitik a conferma della scelta di individuare, anche nella politica estera, una terreno bipartisan con i repubblicani. Ciò non significa tuttavia sostenere sbrigativamente la rimozione di un leader alleato come Hosni Mubarak che, osserva l’arabista Juan Cole, «non è il tunisino Ben Alì», essendo l’Egitto la nazione più importante del mondo arabo.

La Casa Bianca teme che un crollo improvviso di Mubarak possa favorire i gruppi jihadisti, molto radicati nella terra natale di Ayman al Zawahiri vice di Bin Laden, e preme dunque per disinnescare la crisi attraverso un’accelerazione delle riforme proprio da parte di Mubarak, in vista delle imminenti presidenziali. Washington in queste ore sta facendo pressione per ottenere dal Cairo una svolta democratica – ovvero la garanzie di elezioni davvero libere – capace di porre fine agli scontri aprendo la strada alla transizione. Da qui l’attenzione della Casa Bianca per il ruolo delle forze armate egiziane – dal 1979 finanziate e armate dagli Stati Uniti – considerate in questo frangente come il baluardo contro un caos che potrebbe favorire i jihadisti. Resta da vedere se Mubarak farà ciò che Obama gli sta chiedendo.

La Stampa 29.01.11

"Il federalismo aiuti controlli e trasparenza", di Alberto Cisterna*

Nessuno può pensare o accettare che i processi economici e sociali del Paese possano subire il condizionamento delle mafie. Così, ad esempio, si può essere favorevoli o contrari al Ponte sullo Stretto, ma è inaccettabile che la scelta sia fatta agitando lo spettro dell’occupazione mafiosa dei cantieri. E’ ovvio che spetta allo Stato assicurare la legalità degli appalti e la trasparenza democratica delle decisioni impedendo che il fardello delle cosche possa condizionare scelte così importanti.

E’ giusto ritenere che il federalismo sia un’opzione irrinunciabile per il Paese, addirittura indispensabile per la riorganizzazione della responsabilità politica. Anzi, in modo più netto, il trasferimento dei poteri pubblici e delle risorse alla comunità locali può costituire un’occasione decisiva per il recupero dell’etica repubblicana. Tuttavia è una svolta che, anche per garantire questi obiettivi, necessita di alcune consapevolezze.

Il sistema elettorale nazionale, benché pessimo per i diritti di cittadinanza, ha mandato letteralmente in fumo il potere delle cosche di condizionare l’elezione dei parlamentari. Le liste di «nominati» su base regionale sono una vera e propria dannazione per i padrini che non sono in grado di far eleggere alcun parlamentare con il proprio voto. Il proporzionale a preferenza multipla è stato, invece, una pacchia per il clientelismo e le infiltrazioni. La modificazione del sistema elettorale nazionale, nel recupero della sovranità popolare rispetto alla scelta dei candidati, io credo, non potrà non tenere conto di tutto questo.

Così il macigno elettorale delle cosche, che sono tuttora in grado di spostare nei proprie enclave centinaia di voti, si dirige sempre di più verso le elezioni regionali e amministrative, dove le preferenze ancora pesano e sono fortemente inseguite dai candidati, come dimostrano inchieste giudiziarie anche recenti in Calabria e Campania. Un inseguimento che non è specifico di questo o quel partito, ma che viene mantenuto in piedi dalla mafia col solo ed unico criterio della propria convenienza. Un federalismo pienamente attuato necessiterà, quindi, anche di qualche accorgimento nei sistemi elettorali locali che tocca, ovviamente, alla politica individuare.

Ancora, il trasferimento di poteri e risorse verso le regioni o i comuni rischia di favorire l’azione di una «mafia di prossimità» che fa del controllo ossessivo del territorio il suo punto di forza. E’ evidente che in uno Stato federale compiuto sarà ancora più importante per le cosche avere collusioni e complicità con un assessore regionale, piuttosto che con un ministro, poiché gran parte delle risorse saranno gestite a quel livello. Si pensi a cosa hanno significato per il potere mafioso settori già a larga competenza regionale come la sanità, la gestione degli operai forestali, l’urbanistica, i trasporti locali o la distribuzione dei finanziamenti europei. D’altronde non si può negare che l’autonomia regionale della Sicilia non ha operato da fattore in grado di contenere o contrastare l’endemica presenza della mafia in quella regione. Le mafie corrono dove c’è il denaro: questa resta la vera e fondamentale loro caratteristica.

Si pone, quindi, il problema dei controlli pubblici sull’attività degli enti territoriali, di fatto cancellati da oltre un decennio, e del complessivo adeguamento delle istituzioni che contrastano l’illegalità (le procure regionali della Corte dei Conti sono a ranghi insufficienti, v’è l’urgenza di una buona legge anticorruzione). La strada della trasparenza e dei controlli nella gestione delle risorse e nell’esercizio delle funzioni amministrative è decisiva. La percentuale di mafiosi che non paga i tributi locali con la compiacenza o il terrore di tanti amministrazioni comunali è elevata e talune inchieste hanno anche affrontato tale endemico e odioso privilegio. Si badi a rendere vigorosa l’azione di tutte le istituzioni sul territorio, altrimenti la scommessa per uno Stato moderno e efficiente rischia di essere perduta.

*Magistrato presso la Direzione nazionale antimafia

La Stampa 29.01.11

"Non siamo il Paese del no flessibilità ma salvando diritti", di Ettore Livini

C´è Don Andrea Gallo che parla dal palco appena prima di Gad Lerner. C´è Cecilia Strada mandata da papà, chiamato d´urgenza in sala operatoria, a portare il saluto di Emergency. Ci sono i centri sociali e i Cobas della scuola, gli operai delle fabbriche bergamasche – «chi si fa pecora il lupo lo mangia», è il loro manifesto – e i lavoratori del tempio della lirica sotto lo striscione “La Scala s´inFiomma”.
La Fiom avrà pure perso il referendum di Mirafiori. Ma l´Italia che si muove «in direzione ostinata e contraria», come dice il prete genovese citando Fabrizio De Andrè, ha trovato una bandiera sotto cui schierarsi: quella del sindacato dei metalmeccanici Cgil, prima medicina in grado – parrebbe – di combattere la “scissionite”cronica della sinistra radicale italiana.
Piazza del Duomo a Milano è stata ieri la dimostrazione lampante del miracolo di Sergio Marchionne. «Compagni e compagne», tuona dal palco Piera della rete San Precario. «Fratelli e sorelle», arringa Don Gallo prima di intonare Bella Ciao. «Cari amici», dice Gad Lerner (applaudito) scusandosi in anticipo del suo status di privilegiato. C´è spazio e microfono per tutti. La linea dura del manager in pullover ha ricompattato sotto un palco – mission quasi impossible – una galassia eterogenea e articolata abituata da anni a muoversi in ordine sparso.
«Non siamo l´Italia che dice solo di no – dice Ivana Ceriani della Magneti Marelli di Corbetta –. Abbiamo firmato fior di accordi che garantivano flessibilità. E non è estremismo salvaguardare diritto alla sciopero, alla rappresentanza e alla salute». Cisl e Uil? C´è un ramoscello d´ulivo persino per loro. «In provincia di Brescia abbiamo firmato assieme decine di accordi», dice Andrea, arrivato da Desenzano con casco giallo in testa «e con l´asta del cartellone (ritrae Marchionne in orbace e fez, ndr) che mi usciva dal finestrino».
Mirafiori ha fatto da catalizzatore. Sventolano le bandiere di Sinistra e libertà e dell´Idv che hanno fiutato il fenomeno Landini. Vola qualche fischio per il rappresentante Cgil che non pronuncia la parola magica: «Sciopero generale». Dietro il palco, tra le felpe rosse Fiom (un must, più di quelle Fiat targate Lapo) passa una Mercedes nera con a bordo Cesare Romiti.
I nemici oggi sono altri: «Un pensiero al presidente operaio che lavora tanto, specie di notte», dice un delegato brianzolo. Applausi. «I manager guadagnano troppo, serve più giustizia sociale» grida Lerner. Applausi. «Diritti, lavoro, lotta alla precarietà. Da anni non vedevo tanta gente così diversa chiedere le stesse cose», dice Luisa De Angelis, dipendente Eutelia che rischia di rimanere senza lavoro. «Hasta la victoria siempre!», conclude Don Gallo. Ovazione. Mirafiori è alle spalle. Ma con l´effetto-Fiom – tra operai con foto di Marx, punkabbestia che abbracciano un prete ottantenne e liceali che dopo il corteo puntano ai panzerotti di Luini – dovranno fare i conti in molti

La Repubblica 29.01.11

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“Solo uniti oltre la crisi”, di Stefano Vitale – esecutivo Rete della Conoscenza

Cosa hanno in comune gli operai e gli studenti delle scuole e delle università? Molto. Abbiamo la stessa paura per un futuro che sembra sempre più allontanarsi dall’Italia e abbiamo la medesima consapevolezza che se non saremo noi a invertire questa tendenza nessuno lo farà. Questo raccontano i tanti volti presenti nelle piazze di ieri in occasione dello sciopero indetto dalla Fiom-Cgil. Torino, Milano, Cassino, Bari, Melfi, Pomigliano D’Arco, Termini Imerese, Cagliari, ecc., in tutta Italia la presenza degli studenti è stata significativa. Ovunque nelle assemblee, negli slogan e negli striscioni si sente parlare di saperi, lavoro, beni comuni, diritti. Temi che accomunano tra loro più generazioni, un’intera fetta di società che non si piega al ricatto di un mondo che sempre più preferisce globalizzare le disuguaglianze e lo sfruttamento piuttosto che i diritti e le forme più avanzate di welfare e protezione sociale. Il movimento studentesco uscito dallo scorso autunno è consapevole che le proprie battaglie risultano vane se non unite a tante altre che attraverso la società italiana, a partire da quelle dei lavoratori. C’è una stessa visione politica e culturale, infatti, che lega tra loro lo smantellamento della scuola e dell’università pubbliche, l’assenza di sviluppo e innovazione nella produzione industriale e le politiche del governo per favorire l’occupazione giovanile, che ormai possono essere riassunte nello slogan «adeguatevi a quel che trovate». Dietro a tutto questo, vi è l’idea che la politica e i cittadini non possono che restare a guardare e arrendersi di fronte ai grandi mutamenti del nostro tempo. Noi, invece, non ci pieghiamo e pensiamo che dalla crisi si possa uscire solo investendo sui saperi e ampliando gli spazi di democrazia e diritti, dai luoghi di studio e lavoro fin oltre i confini nazionali. È questo il futuro che vogliamo costruire.

L’Unità 29.01.11

Ghizzoni e Bastico: bene il Rettore, Gelmini “centralista”

Le parlamentari del Pd: “Un Ateneo dalle buone performance didattiche e scientifiche quale quello di Modena e Reggio non viene affatto premiato dalle politiche del Governo”. Apprezzamento dell’on. Manuela Ghizzoni e della sen. Mariangela Bastico per il discorso pronunciato oggi dal Magnifico Rettore Aldo Tomasi in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. “I dati esposti dal prof. Tomasi – rilevano le due parlamentari del Pd – dimostrano in modo chiaro come un Ateneo dalle buone performance didattiche e scientifiche quale quello di Modena e Reggio non sia affatto premiato dalle politiche del Governo: riduzione del 7 per cento delle risorse trasferite dallo Stato e blocco del turn over è lo scenario in cui l’Ateneo è costretto ad agire nel 2011, mentre la situazione economica e sociale del nostro Paese richiederebbe internazionalizzazione, massicci investimenti per ricerca, didattica e strutture, reclutamento di giovani nella ricerca e avanzamento carriera per chi è già in organico”.

Quello che si apre sarà un anno impegnativo per gli Atenei: la legge Gelmini, che entra in vigore da domani, impone di assolvere a molti obblighi, tra i quali la revisione degli statuti e la riorganizzazione delle strutture didattiche e scientifiche, ma in cambio non offre maggiore autonomia e risorse aggiuntive, nemmeno agli atenei cosiddetti virtuosi.

“L’Ateneo – aggiunge l’on. Ghizzoni – sarà anche impegnato, in tempi ristrettissimi, nella defatigante riorganizzazione dell’offerta formativa per il prossimo anno accademico, secondo quanto stabilito a dicembre dal Ministro. Un’ennesima imposizione calata dall’alto allo scopo di ridurre la spesa, che determinerà la riduzione dell’offerta didattica e disorientamento negli studenti”. Su questo aspetto l’on. Ghizzoni ha presentato anche un’interrogazione parlamentare al ministro Gelmini.

Secondo la sen. Bastico la visione proposta dal Rettore (investimenti e ruolo rilevante di Regione ed Enti locali nella governance dell’università) è “largamente condivisibile per il forte intreccio tra sapere, ricerca e sviluppo economico e qualità sociale”. Una visione che viene di fatto “contraddetta dalla Riforma Gelmini, molto centralistica, che nega qualsiasi ruolo alle autonomie locali. In questo quadro normativo l’appello del Rettore rischia di ridursi a una richiesta non attuabile – visti i tagli profondi del governo ai bilanci locali, non certo inferiori a quelli inferti alle università – di interventi di supplenza.

Sinergie positive – conclude la senatrice del Pd – si sono sempre realizzate, nei nostri territori, tra università e sistemi locali, per innovazioni, investimenti, sedi, progetti di sviluppo: indirizzo che e’ essenziale mantenere e sviluppare, non però in un’ottica di supplenza”.