Latest Posts

"L'Italia non risponde al telefono", di Bill Emmott

Pochi giorni fa un’intervistatrice tv mi ha chiesto cosa credevo potesse pensare della politica italiana un alieno proveniente da un altro pianeta, un extraterrestre che improvvisamente si fosse trovato a Roma. Una bella domanda, anche se mi sono chiesto se lei vedeva anche me come una sorta di alieno. Forse come commentatore straniero sono davvero una specie di extraterrestre, ma vorrei rilanciare: di fronte alla politica italiana oggi siamo tutti alieni, rispetto ai politici siamo tutti creature di un altro pianeta, italiani o stranieri, giovani o vecchi, di destra o di sinistra. Perciò la mia risposta è che il nostro extraterrestre chiederebbe come mai in Italia c’è così tanta politica e così poco governo. Infatti, se l’Italia fosse l’unico Paese sulla Terra visitato dall’alieno, la creatura dovrebbe concludere che in questo gioco chiamato democrazia la politica e il governo devono essere variabili indipendenti, attività non connesse, e potrebbe dedurne che in Italia il vero governo deve essere altrove, probabilmente in qualche luogo segreto, perché nessuno dei politici sembra avere nulla a che fare con esso.

Ciò che i media internazionali rispecchiano oggi, in realtà, è l’idea, affine ma più limitata, che il grande successo di Silvio Berlusconi, in effetti la vera eredità dei suoi anni a Palazzo Chigi, sia aver finalmente sostituito come cliché favorito tra gli stranieri per l’Italia «La Dolce Vita» con la frase «Bunga Bunga». Tuttavia il danno, come ben comprende il nostro alieno, è molto più grave della semplice sostituzione di una bella immagine cinematografica con uno scollacciato esotismo.

Il danno può essere riassunto adattando la famosa frase detta da Henry Kissinger, quando l’allora segretario di Stato Usa chiese a chi avrebbe dovuto telefonare se avesse voluto parlare con l’Europa. Se si fosse riferito all’Italia di oggi, avrebbe detto che il numero lo conosce, ma nessuno risponde al telefono. Non ha senso, pensano i governi stranieri o le imprese, chiamare l’Italia, perché il governo, e forse ogni iniziativa, non esiste più. I politici, almeno tutti i politici nazionali, si sono lasciati alle spalle il mondo reale. «Povera Italia», come ha detto recentemente il mio ex datore di lavoro, The Economist. La rivista fu anche rimproverata nel 2001, quando descrivemmo Silvio Berlusconi come «inadatto a guidare l’Italia», ma non ci rendevamo conto che la parola cruciale non era solo «inadatto», ma anche «guidare». Né lui né nessun altro nella politica italiana mostra alcun interesse a guidare l’Italia.

Naturalmente gli italiani hanno percepito questo per qualche tempo. Milioni di voi hanno fatto de «La casta» di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo un grande bestseller nel 2007, un fenomeno che in qualsiasi altro Paese avrebbe implicato la presenza di una forza irresistibile per il cambiamento. Ma la politica è proseguita come prima. Solo, peggio.

Che dire dell’economia? Gli analisti hanno speso un sacco di tempo l’anno scorso chiedendosi in cosa l’Italia è diversa dalla Grecia, dall’Irlanda e dal Portogallo, dato che il suo debito pubblico è uno dei più grandi d’Europa in rapporto al Pil. La conclusione popolare, soprattutto con Giulio Tremonti, è che l’Italia è diversa perché non soffre di crisi del settore finanziario, ha un deficit di bilancio relativamente modesto ed è ancora in grado di onorare i debiti, nonostante un tasso di crescita lento. Quindi questa è una buona notizia.

È tempo di convincersi del contrario. Infatti, sebbene l’analisi sia corretta, la conclusione è errata: in realtà, questa è una cattiva notizia. Perché almeno i governi di Grecia, Irlanda e Portogallo stanno facendo qualcosa sotto la pressione della loro crisi: le riforme sono state tentate. Almeno in Irlanda c’è un’opposizione che sa chi è il suo leader e sa che vuole andare al governo alle elezioni anticipate che si terranno il mese prossimo.

Così come ad altri commentatori mi viene spesso chiesto come possa il presidente del Consiglio sopravvivere a scandali che avrebbero costretto alle dimissioni in pochi giorni qualunque altro leader europeo. La ragione non ha veramente nulla a che fare con il sesso o machismo che viene spesso citato, ancora meno con l’opinione pubblica.

La differenza decisiva tra l’Italia e ciò che sarebbe accaduto in Francia, Spagna o Gran Bretagna è che gli alleati di Berlusconi, all’interno del suo partito e della sua coalizione, non gli hanno ancora chiesto di dimettersi, cosa che altrove i loro omologhi avrebbero già fatto da tempo. Essi non vedono alcuna necessità di farlo e presumibilmente credono di poter ancora trarre beneficio dall’alleanza con lui. Né l’opposizione appare seriamente intenzionata nel tentativo di costringerlo ad andarsene, o di cercare di convincere i suoi alleati, nel Pdl o nella Lega, che i loro interessi potrebbero essere serviti meglio senza di lui. Lo spettacolo piuttosto strano della legge sul federalismo fiscale e relativi dibattiti mettono in luce questa mancanza di urgenza e di determinazione. Dopo tanti anni di discussioni su questo problema, con il disegno di legge principale approvato da quasi due anni e con le scadenze per le leggi di attuazione presumibilmente imminenti com’è possibile che ci sia così poca chiarezza su ciò che davvero significa federalismo fiscale? Non sono solo gli alieni a non riuscire a decifrare il vero significato di questo cambiamento apparentemente così importante.

La domanda che devo continuare a pormi alla luce di questa scena politica triste, paralizzata, del tutto autoreferenziale, è se mi sbagliavo lo scorso ottobre esprimendo speranza e ottimismo nel mio libro «Forza, Italia: come ripartire dopo Berlusconi». Certamente non abbiamo ancora raggiunto il «dopo», ma la mancanza di leadership, o anche del desiderio di averne una, è scoraggiante.

Così, torniamo al nostro alieno e supponiamo che così come è extraterrestre sia anche un economista esperto. Se l’alieno desse un’occhiata ai dati economici dell’Italia, vedrebbe una lista familiare di punti deboli: la crescita economica più lenta rispetto ad altri Paesi della zona euro allargata, la caduta dei redditi delle famiglie; la crescita a rilento della produttività, l’invecchiamento e la stagnazione della popolazione, l’alta disoccupazione giovanile, i disavanzi del commercio della bilancia dei pagamenti, nonostante tutte le dicerie sulle esportazioni italiane (che, contrariamente alla credenza popolare, sono solo al quinto posto nell’Unione europea, sommando beni e servizi, o al quarto solo per le merci).

Ma incontrerebbe anche imprenditori che lavorano giorno e notte per creare e inventare prodotti di alta qualità venduti in tutto il mondo; vedrebbe, dal referendum Fiat, una volontà emergente tra i sindacati moderati e i lavoratori per modernizzare le pratiche del lavoro; vedrebbe le idee, l’energia e la creatività dei giovani e potrebbe essere impressionato dalla forza delle cooperative e delle reti nel lavorare insieme per obiettivi comuni. Soprattutto, noterebbe, nelle sue conversazioni con gli economisti italiani umani, un consenso insolito (per l’economia) su ciò che deve essere fatto.

Il manifesto dell’alieno sarebbe chiaro, insieme forse con la sua strategia di investimento: concluderebbe, come amano dire gli investitori, che in Italia l’«opportunità al rialzo» di una crescita economica più rapida, lungo le linee tedesche, è grande se solo ci potesse essere un accordo per liberare le energie del Paese. L’agenda richiede il passaggio a un diritto del lavoro unitario ma più flessibile; il trasferimento di risorse pubbliche dall’odierno pantano di usi improduttivi a un nuovo sistema di assicurazione contro la disoccupazione; la liberalizzazione dei mercati per i servizi e per le merci così da consentire maggiore concorrenza e innovazione e, per tutti, la riduzione dei costi. E ancora di più, naturalmente, compresa una versione molto più ambiziosa della riforma Gelmini, per trasformare le università in istituzioni di livello mondiale costrette a concentrarsi sugli studenti e sui risultati. Sarebbe un ordine del giorno liberale, non poi così diverso da quello che i leader e gli altri Paesi della zona euro chiederebbero se l’Italia dovesse in effetti trovarsi in una crisi del debito sovrano. Ecco perché una tale crisi non sarebbe una cosa negativa, nel caso dell’Italia.

Un’agenda del genere avrebbe bisogno di una leadership politica. In realtà avrebbe bisogno di politici interessati alla politica e al governo del Paese. Per il momento non lo sono. Eppure, come Hosni Mubarak, che non è lo zio di Ruby, sta imparando in Egitto, non si può contare per sempre sullo status quo.
(Traduzione di Carla Reschia)

La Stampa 30.01.11

"In piazza e su internet, monta la protesta contro il Cavaliere", di Carmine Saviano

File ai banchetti del Pd che raccoglie firme per le dimissioni. Oggi a Milano il primo appuntamento. Poi, il 5 febbraio, la grande iniziativa di Libertà e Giustizia con Eco, Saviano, Zagrebelsky, Ginsborg. Poi il 13 in contemporanea Santoro, le donne in molte città. E i sit-in ad Arcore. In piazza e sul web. Decine di iniziative, una protesta multiforme con al centro un solo messaggio: “Berlusconi, dimettiti”. Tanti settori della società civile sono in movimento. Associazioni, gruppi, comitati. Che da oggi, e per le prossime settimane, non lasceranno niente di intentato. Un fronte comune. Il cui spettro emotivo va dal disgusto all’indignazione. Che nasce dal vedere istituzioni e discorso pubblico degradati come mai nella storia della Repubblica. L’altra Italia. Quella che con Berlusconi e il Bunga Bunga, con gli abusi di potere e le menzogne, non ha, e non vuole avere, niente a che fare.

I banchetti del Pd. “File ai banchetti del pd Pn tutta Italia dove è entrata nel vivo la raccolta di dieci milioni di firme per le dimissioni del premier “In tutte le città italiane i circoli hanno organizzato banchetti, gazebo e altre iniziative. Moltissimi i cittadini che stanno aderendo”, riferisce il responsabile dell’organizzazione della Segreteria del Pd, Nico Stumpo, annunciando una mobilitazione straordinaria per i prossimi week end. A Milano, per esempio, sarà organizzata il 4 e 5 febbraio una raccolta straordinaria di firme con più di 200 punti di incontro nelle principali piazze della città. Il fine settimana successivo, il 12 e il 13 febbraio, i militanti del pd saranno in tutte le piazza d’italia per raccogliere le firme dei cittadini “contro Berlusconi e il governo della destra”.

In piazza. Si parte oggi. Alle 15 a Milano.
Dove in Piazza della Scala inizia la prima di una lunga serie di mobilitazioni che vede protagoniste le donne italiane. Saranno lette testimonianze e appelli. Simbolo: una sciarpa bianca, in “segno di lutto per lo stato in cui versa il Paese”. Poi il 5 febbraio. Di nuovo Milano. Dove Libertà e Giustizia 1, forte dell’appello per le dimissioni del premier firmato da più 80mila cittadini, darà vita a un pomeriggio per la Costituzione. Ospiti Umberto Eco, Gustavo Zagrebelsky, Paul Ginsborg e Roberto Saviano.

Una domenica ad Arcore. Il 6 febbraio ci si sposta in Brianza, nelle terre del Cavaliere. Ad Arcore il Popolo Viola sta mettendo in piedi una manifestazione nella “tana del Sultano”. L’intento è arrivare sotto casa di Berlusconi. E pretendere, pacificamente, che rassegni le dimissioni. I viola si faranno portatori di un messaggio: “Vada in Procura a discolparsi per i gravi reati di cui è indagato”. Il 12 febbraio cambia la location ma i protagonisti restano gli stessi. Ancora i viola. Che, con lo slogan “L’Italia non è una Repubblica fondata sulla prostituzione”, daranno vita a rumorosi sit-in a base di pentole, mestoli, padelle e coperchi. Le adesioni crescono di ora in ora. Da New York a Barcellona. Da Napoli a Trieste.

Il 13 febbraio. Tutto sembra convergere verso domenica 13 febbraio. E’ in quella data che si concentrerà la maggior parte delle manifestazioni. Roma, Milano. Non esiste ancora un coordinamento unico dei gruppi e delle associazioni. Ma gli appelli vanno in quella direzione. Articolo 21: “Il 13 febbraio Berlusconi prepara la piazza a Milano contro i pm. Perché non scendiamo lo stesso giorno in piazza, a Roma, per la Costituzione?”. Stesso tenore per il messaggio lanciato in rete dal Popolo Viola: “Manifestiamo insieme il 13 febbraio. Dimostriamo di volere la legalità costituzionale, la dignità delle donne e la difesa delle istituzioni democratiche”. Qualcosa in più si saprà il due febbraio, dopo una riunione, a Roma, dei gruppi protagonisti.

Donne. Il 13 è già confermata la mobilitazione delle donne in tante città italiane. Lo slogan: “Se non ora quando?”. Il manifesto: “Un modello di relazione tra donne e uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni”. Tante le adesioni. Tra le altre: Francesca e Cristina Comencini, Silvia Avallone, Valeria Parrella, Giulia Bongiorno, Anna Finocchiaro, il segretario della Cgil Susanna Camusso, Inge Feltrinelli, Flavia Perina, Margherita Buy, Laura Morante, Licia Colò e Claudia Mori.

Solidarietà ai magistrati. Ancora il tredici. A Milano. Dove si prepara una manifestazione all’esterno del Tribunale di Milano. A lanciare l’iniziativa Barbara Spinelli, Marco Travaglio e Michele Santoro. Senza bandiere e simboli di partiti, in “difesa dell’indipendenza della magistratura, della libertà d’informazione e dei valori fondamentali della Costituzione”. Per i tre giornalisti, “la gravità della situazione è data dal fatto che chi cerca di fare il proprio mestiere, che sia quello del magistrato o del giornalista, viene subito identificato come nemico e posto sotto attacco per annientarne il lavoro”.

Sul web. In rete la protesta dilaga. Un censimento delle iniziative virtuali è impossibile. Ne nascono di continuo a ogni ora. Alcuni contenuti raggiungono migliaia di condivisioni. Come il video dell’Associazione Filomena. Un elenco dedicato alle tante donne per cui vale la pena restare in Italia e cercare di cambiare le cose. E poi centinaia di gruppi, raccolte di firme, appelli. Da “Adesso Basta, Berlusconi vattene”, fino a “Licenziamo Berlusconi, re di Bunga Bunga e del Granducato di Padania”. E l’ironia e il cinismo non risparmiano nessuno. Emilio Fede, Lele Mora, Alfonso Signorini, Augusto Minzolini, Nicole Minetti. La nazionale del Bunga Bunga, i megafoni del Sultano, Quelli del Postribolo, e chi più ne ha più ne metta. E in rete ci si informa. Una linea virtuale di resistenza al racconto, che rovescia e deforma fatti e verità, imposto e ostentato da Silvio Berlusconi.

29.01.11

"Atenei, caos per la riforma. I "ribelli" dei tetti nel CUN", di Alessandra Migliozzi

La riforma dell’università entra ufficialmente in vigore da oggi, a quindici giorni dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale. La svolta avrà conseguenze immediate: da questa mattina, denunciano dal sindacato studentesco Link, per effetto dell’articolo 18 della legge, i laureati triennali che stanno facendo tesi sperimentali o progetti di ricerca non hanno più titolo per farlo. Per i ragazzi il danno è «gravissimo». Ed è allarme anche fra gli assegnisti di ricerca: è caos sui rinnovi. Chi è in scadenza finisce nel limbo, in attesa che gli atenei dispongano appositi regolamenti per rivedere le modalità di assegnazione degli assegni. Regolamenti che, però, devono essere preceduti da un decreto del ministro sugli importi minimi con cui stipendiare i giovani studiosi. Negli atenei regna la confusione e sul web serpeggia il malumore di chi è incappato nel rinnovo in questo periodo. «La riforma – spiega Alessio Bottrighi, presidente dell’Apri, Associazione precari della ricerca – non chiarisce se i vecchi assegni di ricerca possono essere rinnovati. Mentre per i nuovi bisogna attendere il decreto del ministro. La mancata proroga potrebbe riguardare il 40% dei 16mila assegnisti italiani. Intanto si useranno formule contrattuali diverse: contratti a progetto o borse di addestramento alla ricerca». Queste ultime, però, non prevedono contributi. Insomma, almeno in questa prima fase, la riforma rischia di danneggiare i più giovani. Ma anche la didattica: da oggi i contratti esterni di nuova stipula per attività di insegnamento sono bloccati finché il ministro non farà un regolamento per dire quanto devono guadagnare questi prof.
Intanto ieri gli studenti sono scesi di nuovo in piazza con i Cobas e la Fiom. Riprende la contestazione, ma con una svolta: la Rete 29 Aprile, quella che ha inventato le proteste sui tetti, entra con un buon numero di rappresentanti nel Consiglio universitario nazionale (Cun), organo di consulenza del ministro Gelmini, che è andato al rinnovo parziale negli scorsi giorni. Dei sette ricercatori eletti, cinque sono della Rete. «Ora- spiega uno dei portavoce, Piero Graglia- potremo dimostrare che non siamo terroristi, come ci hanno detto dopo le proteste di piazza. Siamo professionisti che vivono l’università e proveranno a cambiarla dall’interno». Il Cun farà da consulente al ministero nell’applicazione della riforma. «Ci sono stati molti eletti confermati- dice il presidente Cun, Andrea Lenzi- segno che il Consiglio ha operato bene e questo lavoro ci viene riconosciuto. Ora speriamo che il ministro faccia subito il decreto per integrare i nuovi membri». Le elezioni hanno segnato una massiccia partecipazione. Fra associati e ricercatori ha votato, rispettivamente, il 38,7% e il 39,4% degli aventi diritto. Più del 2006. Fra gli ordinari i votanti sono stati il 44, 5%

da Il Messaggero

Gambro, il Pd manifesta assieme ai lavoratori

Una delegazione dei democratici ha partecipato questa mattina al presidio dello stabilimento e al corteo di protesta a Mirandola. “La Gambro è un’azienda sana con i conti in ordine. Nulla giustifica il licenziamento di 400 lavoratori”. E’ quanto ha dichiarato Davide Baruffi, segretario provinciale del Pd, dopo l’incontro avuto questa mattina con i dipendenti della Gambro di Medolla che presidiano lo stabilimento. Assieme a lui c’erano il segretario regionale del Pd Stefano Bonaccini, gli on. Manuela Ghizzoni e Ivano Miglioli, l’assessore regionale Giancarlo Muzzarelli, la consigliera regionale Palma Costi, molti amministratori dei Comuni dell’Area nord tra i quali, in prima fila, il sindaco di Medolla Filippo Molinari.

Gli esponenti del Partito democratico hanno portato la loro solidarietà; ascoltato le preoccupazioni e le richieste dei lavoratori; manifestato l’impegno di contrastare a tutti i livelli istituzionali il disegno della multinazionale. Dopo una breve sosta davanti allo stabilimento, la delegazione del Pd ha accompagnato i lavoratori a Mirandola dove è partito un corteo che ha raggiunto la piazza principale.

“La risposta al piano di ristrutturazione dell’azienda – ha aggiunto Baruffi – deve venire da tutto il territorio. Amministratori ed eletti del Partito democratico assumeranno tutte le iniziative necessarie per scongiurare un disegno che passa sulla testa dei lavoratori e viene meno al principio di responsabilità sociale che l’azienda dichiara di voler tutelare”.

Sabato a Milano l’Italia della dignità. Io ci sarò perché", di Emilia De Biasi*

La moralità di un uomo politico non si misura dalla sua esuberanza sessuale, siamo d’accordo. Ma qui non si parla di affari privati, né di camere da letto violate. Ciò che leggiamo tutti i giorni, e per fortuna possiamo ancora farlo, lascia sgomenti per lo squallore di giri di giovani e giovanissime squillo, di esponenti delle istituzioni dedite all’organizzazione di festini, giri di droga. E tutto questo si addensa attorno al presidente del consiglio, affetto da bulimia telefonica come ossessione mediatica, la stessa che lo fa apparire in tv con proclami degni di un dittatorello sudamericano da film anni sessanta.
Parliamo dell’uomo che di fatto ahimè rappresenta il nostro paese nel mondo, l’uomo dei cucù alla Merkel e delle corna al vicino nelle foto ufficiali, oggi patetico e tardivo amatore a pagamento, dileggiato e fregato dai suoi stessi amici, umiliato dalle stesse donne che ha pagato profumatamente.
Parliamo di Silvio Berlusconi che ha offeso e colpito la dignità di un popolo.
Si deve dimettere.
Parliamo del capo del governo, di un uomo pubblico, che ha fatto strame di moralità coi suoi comportamenti, che ha ridotto le donne a corpo, merce di scambio, oggetto di piacere, annichilendone intelligenza e dignità. E’ una forma odiosa di violenza sessuale condita da videocrazia e selezione delle classi dirigenti in base alla lunghezza della coscia e alla compiacenza al capo, al padre padrone.
Si deve dimettere. La dignità delle donne lo impone.
Esiste un’altra Italia, ed esistono donne diverse da quegli esempi.
Donne a cui piace sentirsi belle ed ammirate, ma che non per questo si prostituiscono; donne che studiano, lavorano o vorrebbero lavorare, e che non scelgono la via breve del successo diventando ancelle; donne che sanno che la loro libertà esiste se c’è la loro dignità nella società, nel lavoro, nella politica, nelle istituzioni.
E ci sono uomini a cui piacciono le donne, ma che non per questo le violentano, le comprano, le usano; uomini che hanno una dignità e sanno che la loro libertà dipende dal rispetto delle donne.
Si deve dimettere.
Un’altra Italia è possibile: onesta, pulita, paritaria nei comportamenti, che vuole costruire il proprio futuro in autonomia e libertà, che sa che il denaro e il successo non sono l’unico metro di misura della civiltà, che ama e non umilia, che ha rispetto per l’altro da sé, che non riduce la dignità a moralismo, che sa la differenza fra cittadino e suddito.
Indignarsi non basta più. E’ il momento di reagire e di agire con le idee, le coscienze, le mobilitazioni. Non possiamo più consentire che la democrazia italiana e la nostra bella Costituzione vengano ulteriormente scempiate.
E’ l’ora della riscossa della dignità delle donne, di quella parte del paese che vuole una nuova Italia.
E’ l’ora di rimettere al centro della politica i problemi dell’Italia vera.
Ecco perché ci sarò. E tu?

* deputata PD

www.articolo21.org

"Dal Quirinale l´ultimo avviso", di Claudio Tito

«Ci ha spiegato che se i conflitti tra poteri non cessano e la paralisi del Paese non viene superata, il rischio è che si vada subito a votare». Il Consiglio dei ministri è appena terminato.Silvio Berlusconi ha concluso da poco il suo appello ad «andare avanti». Ma a tenere banco tra i ministri è altro. È il monito che il presidente della Repubblica ha riservatamente fatto pervenire a molti membri del governo e dell´opposizione. Il pericolo, descritto con crudezza, che il Paese sta inesorabilmente slittando verso le elezioni anticipate.
Giorgio Napolitano, infatti, tra giovedì e venerdì ha avuto occasione di manifestare la sua preoccupazione a molti esponenti dell´esecutivo, ai leader del centrosinistra e a quelli del Terzo polo. Ne ha parlato durante le celebrazioni della Giornata della memoria e ieri mattina a margine delle cerimonie per l´inaugurazione dell´anno giudiziario. Molti i ministri che hanno ascoltato le parole del capo dello Stato. E soprattutto un sottosegretario, Gianni Letta. Che ha immediatamente trasmesso il messaggio al presidente del consiglio. I resoconti dei suoi interlocutori sono unanimi: «A tutti ha detto che in presenza di una permanente conflittualità tra Istituzioni e poteri dello Stato, tra forze politiche e organismi parlamentari, il ricorso alle urne diventa inevitabile. Perché si tratta di uno scontro che non risparmia niente e nessuno». Più che una minaccia, quello del Quirinale è un avvertimento.
L´elenco delle frizioni che stanno immobilizzando l´intero apparato statale, del resto, è piuttosto lungo. Il dibattito al Senato, avallato da Renato Schifani, sulla casa di Montecarlo. La lite tra la seconda carica dello Stato e Fini. L´intervento del ministro degli Esteri Frattini per rispondere all´interrogazione del senatore pdl Compagna. La richiesta di dimissioni avanzata dal presidente del consiglio nei confronti di Fini del presidente della Camera Il boicottaggio dei lavori di un delicato organismo parlamentare, il Comitato di controllo sui servizi segreti, causato dalla maggioranza. Gli attacchi furibondi di Berlusconi contro un altro potere dello Stato: la Magistratura. L´articolo del Giornale su Ilda Boccassini. L´attività delle Camere sostanzialmente bloccata. Tutti elementi che rappresentano per il Colle fattori di preoccupante instabilità.
«Così – raccontano alcuni autorevoli ministri che hanno potuto ascoltare le riflessioni del presidente della Repubblica – a suo giudizio non si può andare avanti. E anche se ci ha ricordato di essere un fautore della stabilità di governo, in questo modo la spinta verso lo scioglimento delle Camere diventa insopportabile. Il Paese non può più sopportare lo scontro di tutti contro tutti». Ieri, racconta chi ha presenziato all´inaugurazione dell´anno giudiziario, Napolitano ha ascoltato con soddisfazione la relazione del ministro Alfano che si è limitato a difendere il lavoro del governo senza aprire le ostilità con i magistrati. Sul Colle, insomma, sperano che la fisiologica dialettica riconquisti terreno. Al contrario, dinanzi ad una persistente e totale paralisi della macchina amministrativa, diventa inevitabile riportare gli elettori alle elezioni.
Non a caso, gli stessi autorevoli esponenti dell´esecutivo, adesso rileggono in controluce l´articolo 88 della Costituzione che assegna un potere chiaro alla più alta carica istituzionale: «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Non aggiunge altro e non pone condizioni. Riflessioni che nelle ultime ore hanno raggiunto e impressionato Palazzo Chigi. E sebbene Napolitano nei suoi ragionamenti non abbia aperto la discussione sui limiti delle sue prerogative, gli uomini del Cavaliere hanno iniziato a pensare che per arrivare allo scioglimento del Parlamento potrebbe non esserci bisogno di una formale crisi di governo.
In una certa misura l´effetto del suo monito ha aperto una breccia nel centrodestra. Per la prima volta ieri Berlusconi ha evitato nel suo ormai tradizionale video-messaggio di reclamare le dimissioni del presidente della Camera. Il Guardasigilli, appunto, non ha attaccato i giudici. Il Pdl – su input del Cavaliere – sta cancellando la manifestazione del 13 febbraio. Umberto Bossi ha tirato il freno a mano nella battaglia con il Terzo polo e con Fini. Ma nessuno, nemmeno sul Colle, è convinto che la tensione possa considerarsi archiviata e che i conflitti istituzionali siano pacificati. Tant´è che proprio dal Pd e dall´asse Udc-Fli è arrivata una improvvisa apertura al voto anticipato. In tutti i calcoli, peraltro, sta entrando un altro argomento: l´ingorgo istituzionale che si realizzerebbe nel 2013 se si completasse la legislatura. La scadenza delle Camere coinciderebbe con quella del settennato presidenziale.
Il piano inclinato che porta alle urne, dunque, non è stato ancora corretto. Lo ammette apertamente proprio il leader della Lega che ieri pomeriggio – sul volo che ha riportato un bel po´ di ministri a Milano – ha assegnato un orizzonte limitato alla legislatura. «Fino a quando abbiamo la possibilità di approvare il federalismo si va avanti, altrimenti si vota». E, comunque, anche se ci fosse il via libera, il ciclo della maggioranza sarebbe esaurito. «Silvio è nervoso perché gliel´ho detto». Per suffragare la sua tesi Bossi ha chiesto al premier: «Perché non hai approvato la legge sulle intercettazioni? Non saresti rimasto incastrato in questo casino di Ruby?». «Non me l´hanno fatto fare». «E allora perché dovresti riuscirci adesso con questi numeri?». Ma per il momento il Cavaliere resiste: «Si va avanti, almeno fino al 2012». Ma ormai è solo lui a sperarlo.

La Repubblica 29.01.11