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Franceschini: “Non sparate sul marketing della cultura torneremo ad assumere”, di Francesco Erbani


È appena un varco. Nel decreto cultura varato dal Consiglio dei ministri, che è in attesa degli ultimi passaggi formali, spunta una norma che consente a musei, biblioteche, archivi di assumere a tempo determinato giovani laureati in storia dell’arte e in altre discipline. E ciò in deroga ai limiti imposti alle amministrazioni diverse dai beni culturali. Niente più che uno spiraglio di luce, occorre aspettare per capire quanto grande, in strutture che però già impiegano tanti precari, dove il personale è scarsissimo e quello che c’è supera, in media, i 55 anni. È comunque una misura che il ministro Dario Franceschini inserisce in quelle che vorrebbe riportassero la cultura al centro di una politica assolutamente distratta. «Quando ha governato il centrodestra, lo slogan era “con la cultura non si mangia”, ma anche il centrosinistra ha responsabilità. Io ho voluto occuparmi di questo ministero perché credo che i beni culturali siano ossigeno per le menti, l’anima e anche per l’economia».
Di nuovo l’analogia con il petrolio?
«Ho detto ossigeno. Il petrolio è una risorsa che si consuma».
Ma da dove parte per invertire la rotta?
«Intanto abbiamo rotto la barriera pubblico-privato. Il credito d’imposta al 65 per cento per chi elargisce donazioni è rivoluzionario. Il modello è quello avviato a Ercolano con la fondazione di David Packard. Ma l’intervento privato non sostituisce quello pubblico».
Tagliare ancora sarebbe esiziale.
«Nel decreto reintroduciamo l’obbligo di destinare ai beni culturali il 3 per cento dei fondi per le infrastrutture. Affideremo 3 milioni ai comuni che organizzano iniziative culturali in periferia: se le fanno nel centro storico se le pagheranno da loro. E poi strumenti ai sindaci per allontanare le bancarelle dai siti monumentali. Non è solo un problema di risorse».
E dunque?
«Con la ministra Giannini reintrodurremo la storia dell’arte dov’era stata soppressa e la incrementeremo dov’era stata ridotta. Inviteremo le scuole ad adottare ognuna un monumento. Sosterremo l’insegnamento della musica e l’educazione alla lettura».
Allontanerebbe dalla lettura?
«A quella mia battuta molti hanno replicato indicando le trasmissioni che parlano di libri. Ma queste si rivolgono a chi legge già. Io vorrei che la tv contribuisse a far amare la lettura al grande pubblico che non legge».
Pompei. Lei ha attribuito maggiori poteri al generale Giovanni Nistri. Non teme che, a prescindere da Nistri, apprezzato da tutti, si riprecipiti nella stagione dei commissari, infausta per quel sito?
«A Pompei ho lavorato sulla struttura che ho trovato, il soprintendente e il direttore generale. Ho solo varato misure per accelerare le procedure e per assicurare a Nistri una propria struttura ».
Un commissario, però, è spuntato alla Reggia di Caserta.
«Ha un incarico di sei mesi e de- ve solo fare in modo che la Reggia, occupata per oltre il settanta per cento da uffici impropri come l’Aeronautica militare e altri ancora, sia restituita integralmente alle sue funzioni».
Il decreto prevede Grandi progetti nazionali. Vi concentrerete sulle eccellenze. Non si rischia di snaturare la caratteristica primaria del nostro patrimonio, quella di essere distribuito come la trama di un tessuto su tutto il territorio?
«Impiegare 5 milioni nel 2014, 30 nel 2015 e 50 nel 2016 per singole strutture non significa trascurare il patrimonio diffuso. Per me un sito archeologico che fa tremila visitatori l’anno, dal punto di vista scientifico e della tutela, non è inferiore a quello che ne fa 500 mila. Ma, tornando alla Reggia di Caserta, devo pur progettare un uso degli spazi che si libereranno: questo potrebbe essere uno dei Grandi progetti».
Grandi progetti, grandi musei. In questi ultimi lei vuole i manager. I direttori, i soprintendenti non sono adatti alla promozione culturale?
«Ma perché ci si irrita tanto se, accanto a chi esercita la tutela, c’è qualcuno che si occupa di marketing? Direttori e soprintendenti non avranno ridotte le loro funzioni. È che non sono formati per quelle attività che producono risorse utilizzabili solo per migliorare la tutela».
Ammetterà che le soprintendenze sono oggetto di vituperi. Il presidente del Consiglio ha spesso accenti sprezzanti.
«Le soprintendenze svolgono un compito fissato dall’articolo 9 della Costituzione. Ma come in tutti gli uffici, anche lì ci sono funzionari ottimi e funzionari inefficienti. Non essendoci organi d’appello alle loro decisioni, credo che l’eccessiva discrezionalità sia un problema».
Vuole indirizzarle a un maggior rigore o ad allentare i controlli?
«I controlli non vanno allentati. Ma non sono obbligatoriamente d’ostacolo all’innovazione».

La Repubblica 29.05.14

"Quei partiti nel nome del Padrone", di Massimo Adinolfi

La parabola del Movimento cinque Stelle e quella, ancora più malinconica, di Forza Italia, si presta, prima ancora che all’analisi politica, a quella metafisico-linguistica (addirittura!). Se c’è infatti una cosa che non è possibile sostituire è il nome proprio. Ci chiamiamo così, con nome e cognome, dal primo all’ultimo dei nostri giorni, e anche oltre, perché tale resterà il nostro nome – insostituibile – perfino sulla lapide che di noi tramanderà il ricordo «per saecula saeculorum» (almeno me lo auguro).

Un simile miracolo sembra che riesca al nome, e al nome soltanto. E da sempre filosofi e poeti, teologi e letterati, stregati dal nome proprio, sognano di poter indicare le cose, tutte le cose, con una simile, univoca determinatezza. E però: altro che paradiso del linguaggio! Se tutti i nomi fossero propri, individuali, esclusivi, se non vi fosse più nulla in comune fra di essi, il linguaggio si frantumerebbe in tanti pezzi incomunicabili fra loro e, molto semplicemente non sarebbe più un linguaggio, una «comunità» di parole e discorsi (se avete tempo, fate la prova, provate a metter su una frase formata solo da nomi propri).

Ora, questo piccolo ma istruttivo insegnamento può essere utile per capire cosa stia succedendo dalle parti del centro destra e del Movimento Cinque Stelle, cioè in quelle due aree politiche timbrate inflessibilmente, indeclinabilmente dal nome proprio dei loro fondatori. Si dice Movimento Cinque Stelle, infatti, e si legge Grillo. Grillo Giuseppe detto Beppe. Suo il nome, suo il blog, suo il dominio. Così come d’altro canto si dice Forza Italia e si legge Berlusconi. Silvio Berlusconi. Suo il partito, sue le risorse, sue le televisioni. E non c’è verso. Non c’è risultato elettorale che tenga. L’individuazione è tanto radicale, l’identificazione è tanto stretta e indissolubile, quanto quella che appiccica il nome proprio alla cosa: come non puoi cambiare quello, così non riesce a Forza Italia e al Movimento Cinque Stelle di cambiare i loro leader.

Le due situazioni non sono però fra loro identiche. Grillo, è vero, aveva detto che in caso di sconfitta sarebbe andato a casa, e invece è volato a Bruxelles, ma la vita del Movimento è ancora così breve, che si può ben immaginare una prova d’appello. E però le dinamiche del movimento sono tali, che non si può non temere che spazio per un’altra figura che prenda il posto di Grillo non ce n’è, nonostante la retorica del movimento in cui ciascuno conta uno. Ho detto «nonostante» ed ho sbagliato: bisogna dire «a causa» di quella retorica, che è solo l’altra faccia della metafisica idiosincratica del Nome (maiuscolo: quello di Grillo). Perché se ciascuno conta uno, nessuno può contare per gli altri, rappresentare gli altri, fare affidamento sugli altri e condividere con altri, comporsi insieme agli altri; tutti rimangono inchiodati all’atomo indivisibile del loro nome e non mettono mai nulla in comune.

Ben altra storia ha Forza Italia. Una storia di vent’anni, in cui l’identificazione con il leader indiscusso è stata pressoché totale: chiunque altri abbia cercato di «farsi un nome» è stato disperso. Ha dovuto cioè, prima o poi, togliere il disturbo: da Fini a Tremonti ad Alfano. Nessuna meraviglia se Berlusconi non riesce ad immaginare una prosecuzione dell’attività politica del partito se non attorno al suo nome, o almeno a quello di sua figlia. Proprio il successo di Matteo Renzi dimostra tutti i limiti di questa concezione della politica. Che confonde il leaderismo con una sua interpretazione proprietaria, e arrischia l’ossimoro del partito personale per nascondere il fatto che di partito ce n’è rimasto ben poco, mentre della persona permane il sigillo incancellabile: il nome, ancora una volta. Ora, non v’è dubbio che con Renzi anche il partito democratico abbia trovato un leader. Ma per l’appunto l’ha trovato: non si è cioè annullato come partito per risorgere nella figura del suo leader. Lo ha anzi prima cercato, poi contrastato, infine consacrato. Renzi ha perduto, ed è rimasto nel partito; poi ha vinto, e chi è stato sconfitto è pure lui rimasto nel partito. Nulla del genere è avvenuto nel centrodestra o tra i grillini, dove non si riesce nemmeno a capire che cosa possa mai significare che Berlusconi perda, o che Grillo perda. Se però non c’è una sconfitta possibile, non c’è nemmeno un futuro possibile oltre i loro nomi. O meglio: l’unico futuro possibile, l’unica evoluzione finora intravista è nel segno della divisione. Nessuna meraviglia: il nome proprio porta con sé non partecipazione ma divisione, perché non ce la fa a risolversi in un nome comune, e in una storia collettiva.

Questo rende difficile anche una lettura del voto italiano in una chiave strettamente europea. Dove, in genere, si sono imposte forze populiste, euroscettiche, nazionaliste, e i partiti tradizionali, appartenenti alla due principali famiglie politiche – quella socialista e quella popolare – hanno raccolto meno consensi che in passato. Il successo al di là di ogni aspettativa di Renzi fuoriesce vistosamente da questo quadro, ma fuoriescono anche i risultati raccolti da Berlusconi e Grillo: l’uno, infatti, fatica a stare dentro il partito popolare europeo; l’altro stenta a entrare in coalizione con le forze politiche anti-europee. L’uno e l’altro sembrano cioè destinati a marcare una specificità, che non ha altra spiegazione che il loro nome e cognome. Ho detto «spiegazione» e ho sbagliato di nuovo: dovevo dire «maledizione». Cos’altro infatti si maledice se non il nome proprio? E come in ogni maledizione che si rispetti, sono proprio le ragioni per cui a quelle formazioni ha arriso in passato il successo, che impediscono oggi ad esse di avere anche un futuro.

L’Unità 29.05.14

Quel che Renzi può chiedere a Bruxelles", di Mario Deaglio

Per una singolare coincidenza, pochi giorni dopo una consultazione elettorale che ha cambiato il modo in cui si fa politica in Italia, è stato pubblicato un documento ufficiale che analizza come è cambiata l’Italia. Si tratta del «Rapporto Annuale» dell’Istat, una fotografia ufficiale costruita con statistiche di prima qualità, non con sondaggi frettolosi, una ricognizione di quel che è successo al Bel Paese nel corso della crisi e di come ne sta uscendo.

Partiamo dalle famiglie: l’Istat documenta sei anni consecutivi di caduta del loro potere d’acquisto e sin qui si tratta di un’osservazione arcinota. Meno noto è che questo periodo di crisi si può dividere molto chiaramente in due parti. Dal 2008 fino a metà del 2012 le famiglie italiane hanno cercato di mantenere i livelli di consumi ai quali erano abituate e pur di ottenere questo risultato hanno ridotto fortemente il risparmio.

Da metà 2012 a fine 2013 è successo l’esatto contrario: i redditi sono, in media, scesi più lentamente oppure hanno smesso di scendere ma questo non si è tradotto in un aumento dei consumi – i quali anzi hanno continuato a contrarsi – bensì in un aumento di risparmi, cresciuti del 17,3 per cento nel 2013. La riduzione dei consumi è stata un comportamento generalizzato, sicuramente alimentato da un diffuso pessimismo, sul cui fuoco hanno soffiato anche i mezzi di informazione, anche al di là della reale scarsità di risorse.

In questa situazione di incertezza, non solo i consumi ma anche gli investimenti sono scesi più rapidamente del prodotto lordo e la caduta ha riguardato persino settori, come le tecnologie informatiche, che prima avevano sperimentato quasi soltanto andamenti positivi. Si tratta di una situazione in forte controtendenza, basti pensare che la Spagna, in difficoltà economiche maggiori di quelle dell’Italia, ha invece incrementato questi investimenti «moderni». La loro riduzione in Italia dipende da un accentuarsi del pessimismo degli imprenditori oppure da un’accentuata severità delle banche nel concedere credito? Probabilmente a questo risultato concorrono entrambe le cause ma in ogni caso lo scarso investimento in informatica appare come il maggior responsabile del mancato aumento della produttività italiana.

Di fronte a bassi consumi e bassi investimenti è entrato in funzione, per fortuna dell’Italia, il «motore di riserva», rappresentato dalla domanda estera. L’incidenza delle esportazioni sul fatturato è aumentata in tutti i settori, la bandierina del «made in Italy» ha ripreso a sventolare in quasi tutti i paesi del mondo. E’ sufficiente per gridare «evviva»? Il rapporto dell’Istat si dimostra molto cauto e considera questi successi potenzialmente transitori, interpretandoli come una reazione alla debolezza del mercato interno. Sembrerebbe, in altre parole, che le imprese si siano buttate a vendere all’estero pur di continuare a lavorare, probabilmente con margini ristretti, piuttosto che come frutto di un’autentica strategia di crescita: quando la domanda interna si risolleverà davvero, le imprese daranno minore importanza ai mercati esteri per concentrarsi sul mercato nazionale, specie se, come mostrano le previsioni degli enti internazionali, non ci aspettano, a livello mondiale, tempi di euforia economica.

Si può concludere che, se vuole davvero creare una ripresa sostenuta e sostenibile, l’Italia di Renzi deve «fare efficienza» prima ancora di «fare occupazione». Anzi, l’occupazione duratura non potrà che essere il risultato di una maggiore efficienza: «senza efficienza produttiva, l’Italia non è competitiva» potrebbe essere lo slogan che si ricava dall’analisi dell’Istat, marcatamente diversa dalle voci del mondo industriale che talvolta paiono legare il ritorno alla competitività alla semplice riduzione delle imposte.

Pur con queste difficoltà di fondo, l’Italia di Renzi si presenta in Europa come un paese che «ha fatto i compiti a casa». L’Istat ha calcolato che nel triennio 2011-13 la riduzione della spesa pubblica è risultata maggiore di quella inizialmente stimata: la spesa pubblica italiana è rimasta sostanzialmente stabile mentre è aumentata del 7,3 per cento in una Francia che ha difficoltà strutturali superiori a quelle italiane, del 3,6 per cento nel Regno Unito e del 2,4 per cento nella virtuosa Germania. Questo risultato è stato raggiunto grazie alla riduzione della spesa per il personale, ma soprattutto degli investimenti fissi, un taglio che ha avuto effetti negativi sia diretti sia indiretti sulla crescita italiana. Proprio per questo, Renzi ha buon gioco a insistere che i futuri investimenti pubblici, specie se intesi a migliorare la produttività, devono essere, almeno in parte, esclusi dai tetti alla spesa. Anche perché, secondo gli indicatori costruiti dalla Commissione Europea, la sostenibilità del debito pubblico italiano è tra le migliori.

La conclusione che si può trarre da tutto ciò è che il presidente del Consiglio italiano non deve andare in Europa con il cappello in mano (e non sembra proprio averne l’intenzione): l’Italia ha pagato, e ha pagato duramente, con una serie di correzioni dolorose ma necessarie, il prezzo di un ventennio di andamenti anomali, potremmo dire qua e là un po’ folli, ed è ora bene impostata per raggiungere gli obiettivi finanziari. Molti paesi europei, nonostante una salute apparente, si trovano in condizioni peggiori. E’ giunto il momento non certo di battere i pugni sul tavolo di Bruxelles bensì di richiedere con forza garbata, una rapida evoluzione in senso espansivo delle politiche europee.

La Stampa 29.05.14

"I giovani se ne vanno e la povertà si allarga", da L'Unità

Un Paese in stallo, dove la recessione lascia sul tappeto 6,3 milioni di persone senza lavoro. Il Rapporto Istat 2014, presentato dal presidente Antonio Golini, fotografa un Paese che ancora non riesce a ripartire, ed è sempre più frammentato: il Sud aumenta ulteriormente la distanza dal resto del Paese, la disuguaglianza rimane consistente, la povertà aumenta, solo il 30% delle imprese negli ultimi due anni ha migliorato occupazione e fatturato, l’occupazione femminile migliora, ma solo perché servono più baby sitter e badanti per supplire alla cronica inadeguatezza dei servizi sociali. E l’Istat informa che ci vorrebbero 15 miliardi per ridurre la povertà.
Dall’inizio della crisi, l’occupazione ha conosciuto solo il segno meno, e nell’ultimo anno il calo è stato ancor più marcato: nel 2013 l’occupazione è diminuita del 2,1% (-478mila). In 2,3 milioni di famiglie lavorano solo le donne. Tra disoccupati (3 milioni e 113mila) e persone che sarebbero disposte a lavorare (3 milioni e 205mila) nel 2013 si contano 6,3 milioni di «potenzialmente impiegabili», uno spreco di risorse colossale che riguarda soprattutto i giovani. Tra il 2008 e il 2013 sono usciti dal mercato del lavoro 1.803.000 giovani tra i 15 e i 34 anni: il loro tasso di occupazione corrispondente è sceso di 10 punti, dal 50,4% all’attuale 40,2%. Nel 2013 i giovani che non lavorano né studiano (Neet) sono arrivati a 2,4 milioni, oltre mezzo milione in più rispetto al 2012. Come diretta conseguenza, nel 2012 sono stati oltre 26mila i giovani che hanno lasciato l’Italia, 10mila in più rispetto al 2008. In totale, ad andarsene negli ultimi cinque anni sono stati 94mila. Vanno nel Regno Unito, in Germania e in Svizzera, oppure, fuori dall’Europa, negli Stati Uniti e in Brasile. Se ne vanno anche gli over 34enni: nel 2012, 68mila persone, il numero più alto degli ultimi dieci anni, cresciuto del 35,8% rispetto al 2011. E nel frattempo la natalità è ai minimi storici: nel 2013 le nascite sono state poco più di 500mila. Tra l’altro, anche i migranti preferiscono altre mete: tra il 2007 e il 2012 i loro arrivi sono calati del 27%. Le prospettive non appaiono rosee: secondo l’Istat, il Pil tornerà a crescere dello 0,6% quest’anno e dell’1% nel 2015. Il governo cercherà di arginare la tendenza. Come dice il ministro all’Economia Pier Carlo Padoan: «Stiamo prendendo misure che produrranno lavoro in maniera crescente nei prossimi trimestri – L’occupazione è l’attuale priorità del governo. Purtroppo la crescita stenta ma si rafforzerà e quindi una combinazione di crescita più sostenuta e misure di riforma strutturale del mercato del lavoro produrranno più posti di lavoro».
Il fatto è che la mancata crescita limita molto anche gli effetti delle manovre di contenimento del debito pubblico. Ed è a sua volta causata anche da una scarsa produttività. Le due cose insieme hanno controbilanciato negativamente gli effetti delle manovre fiscali da 182 miliardi attuate dai governi negli ultimi tre anni, e su cui si sono concentrate le poche risorse disponibili: «Il nostro è stato l’unico Paese della Ue a non aver attuato nel complesso politiche espansive», scrive l’Istat.
Ormai spendono solo i pensionati. La contrazione dei livelli di consumo delle famiglie si è verificata nonostante l’ulteriore diminuzione della propensione al risparmio (11,5%) e il crescente ricorso all’indebitamento: nel 2012 le famiglie indebitate superavano quota 7%. Tra il 2007 e il 2013 il potere d’acquisto è sceso del 10,4%, nel 2013 però la caduta è solo dell’1,1%, grazie a un modesto aumento dello 0,3% del reddito disponibile. Ma il 2013 potrebbe essere un anno di svolta, in cui la riduzione dei consumi risulta superiore a quella del reddito. Tra il 2007 e il 2012, rileva l’Istat, solo i pensionati hanno conservato livelli medi di consumo mensile positivi, «grazie alla sicurezza fornita dai redditi da pensione».
La crisi ha accresciuto anche i divari territoriali. Il Sud è diventato sempre più povero, per la cronica mancanza di lavoro. Infatti il tasso di occupazione maschile è sceso al 53,7%, oltre 10 punti più basso della media nazionale. Quanto alle donne, lavora una su tre. Campania, Calabria, Puglia e Sicilia presentano valori del tasso di occupazione femminile pari a meno della metà di quello della Provincia di Bolzano. Le famiglie in cui non è presente alcun occupato al Sud sono passate dal 14,5% del 2008 al 19,1% del 2013. Non solo il rischio di povertà è molto più alto che nel resto dell’Italia, ma la mancanza di prospettive per i giovani ne favorisce l’esodo, per cui il Mezzogiorno sta anche invecchiando più rapidamente del resto d’Italia.

L’Unità 29.05.14

"Istat, autoritratto di un’emergenza", di Federico Fubini

Se siamo di nuovo al 1929, non è perché un altro panico di borsa sembri alle porte o si profili un’altra Grande depressione dopo la traversata del deserto di questi anni. No, è più semplice di così. Vale oggi ciò che disse allora John Maynard Keynes dopo una tornata elettorale segnata da più del 10 per cento di disoccupazione.
Con questi tassi di povertà, non si può sprecare neanche un penny di denaro pubblico che deve raggiungere chi più ne ha bisogno. Allora aveva votato la Gran Bretagna, domenica scorsa lo hanno fatto l’Europa e l’Italia. Ma le parole di Keynes devono suonare attualissime al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan o a quello del Lavoro, Giuliano Poletti, quando ricordano che un Paese in emergenza sociale ha bisogno di usare al meglio tutte le risorse che ha. Ieri l’Istat ha spiegato perché: tre milioni di famiglie in condizioni di povertà, nascite ai minimi da vent’anni, centomila giovani emigrati dall’Italia in cinque anni sono peggio che una situazione intollerabile. Sono la promessa che essa proseguirà: un Paese senza nuovi nati può solo invecchiare e sviluppare costi del welfare e tasse sempre più alte; un Paese che si specializza nell’esportazione dei suoi giovani più dinamici è destinato a rallentare ancora di più; e lasciare tre milioni di capifamiglia uomini o donne nella povertà, è la garanzia che neanche i loro figli studieranno, né creeranno abbastanza reddito o consumi di beni Made in Italy e anche i figli dei figli rischiano di restare in trappola.
È una spirale da spezzare prima che sia tardi. Ieri l’Istat ha provato ha proporre un difficile, non impossibile, modo di farlo: un reddito di sostegno di 800 euro al mese in ciascuno dei tre milioni di nuclei familiari che si trovano sul fondo della scala sociale. Costerebbe al bilancio 15,5 miliardi l’anno — circa l’1% del Pil — con la certezza che ciascuno di quegli euro non sarebbe risparmiato, ma speso in beni essenziali che sostengono i consumi e dunque la produzione (anche) delle imprese italiane.
Questa idea non può funzionare se porta ad aumenti del deficit, perché salirebbero i tassi d’interesse e nuove imprese indebitate chiuderebbero, creando nuovi disoccupati. Avrebbe senso invece se la spending review da anni in cantiere si rivelasse, come spera Padoan, una cosa seria. E funzionerebbe meglio ancora se rientrasse in una revisione ben fatta degli strumenti di sostegno a chi ha perso il reddito da lavoro, come annuncia Poletti. Questo però è il punto su cui Keynes, al solito caustico, polemizzava nel ‘29: mostrò che con il mezzo miliardo di sterline versate ai disoccupati «si sarebbe potuto costruire un milione di case, un terzo delle strade di questo Paese o si poteva dare un’auto a una famiglia su tre». Ma la perdita peggiore, aggiunse, è per «in forza e morale» dei disoccupati stessi, perché vengono pagati per non fare nulla.
Non suona molto diverso da noi, 85 anni dopo. Nell’ultimo quinquennio l’Inps ha versato oltre cento miliardi di euro in cassa integrazione, mobilità e assegni di disoccupazione per tenere milioni di persone fuori gioco: o nel lavoro illegale o immobili a casa a perdere competenze e motivazione. Non è neppure il caso di aggiungere che, stima l’Anas, con quella cifra si sarebbe aumentata di metà la rete di strade e autostrade. O che si sarebbe portata l’alta velocità ferroviaria in molte città del Sud. Il punto è un altro: con cento miliardi si sarebbero potuti offrire sussidi e percorsi di formazione a quegli stessi milioni di senza lavoro. La stessa offerta di sostegno al reddito proposta dall’Istat può vincolare metà dell’aiuto a un vero, efficace tirocinio: è il modello di Bolsa Familia inaugurata nel Brasile di Lula. In un momento in cui la povertà diventa un’emergenza del Paese, ignorare i modelli che hanno funzionato altrove sarebbe un lusso eccessivo.
Il tutto richiede, certo, di strappare anche i meccanismi della formazione al solito clientelismo e agli sprechi della politica locale. Ma l’Italia deve cambiare. E il momento è adesso.

La repubblica 29.05.14

"Europee, i flussi elettorali Renzi non sfonda a destra ma “prosciuga” Scelta Civica", di Elisabetta Gualmini

A differenza di quanto si è potuto pensare all’indomani della sua trionfale vittoria, Renzi non ha sfondato nel popolo «delle libertà». Non è il Berlusconi di sinistra votato dalla destra, né il colonizzatore della prateria dei moderati. L’analisi dei flussi elettorali, degli spostamenti di voto dalle politiche del 2013 alle europee del 2014, mostra come la frattura destra-sinistra continui a strutturare i comportamenti politici degli italiani. E come la speranza di arrivare prima o poi a una «normale» democrazia dell’alternanza, in cui due grandi partiti si confrontano l’uno con l’altro, non sia un sogno.

Lo dicono tre indizi ricavabili dall’indagine che l’Istituto Cattaneo ha svolto, sotto la direzione di Piergiorgio Corbetta, con riguardo a diverse città italiane.

Primo. Renzi ha assorbito il centro. Il flusso più importante di voti in entrata al Pd proviene da Scelta Civica, tutta intera. L’area che faceva capo a Mario Monti (come si vede nel grafico) si è svuotata ed è passata in blocco a sostenere il premier. Nel Nord, dove Monti aveva vinto di più, in città come Torino, Brescia, Padova, Venezia e Genova questo riposizionamento è evidentissimo. Una dinamica che si attenua leggermente nel Centro (Bologna, Firenze e Parma) e che diminuisce nel Sud.

Con tutta probabilità, si tratta di elettori che avrebbero votato per Matteo-il-riformista già nel 2013, se Renzi avesse vinto le primarie contro Bersani. Sono tanto transfughi del Pdl quanto fuoriusciti dal Pd. Solo i primi, attraverso questo passaggio intermedio, costituiscono un vero e proprio «travaso» di voti che nel 2008 appartenevano a Berlusconi. Ma nessuno può dire se si tratti di elettori in passato stabilmente identificati con il centrodestra, o piuttosto, come appare più verosimile, di elettori fluttuanti, abituati a scavallare il crinale di elezione in elezione, a seconda del piatto offerto dagli uni e dagli altri. Quindi Scelta Civica ha di fatto ospitato un elettorato stanco di Berlusconi e allo stesso tempo respinto da Bersani che appena ha potuto si è riversato tra le braccia di un leader che promette di cambiare tutto.

Renzi ha poi conquistato voti grillini, anche in questo caso, con tutta probabilità, voti che avrebbe intercettato già nel 2013. Fin qui niente di strano, a dire il vero. Lo sapevano tutti, compresi i dirigenti del Pd che allora lo osteggiavano, che Renzi avrebbe potuto fare molto meglio di Bersani su entrambi i fronti.

La vera notizia (e quindi la vera differenza) di queste elezioni sta nella diversa capacità del leader Pd rispetto agli altri competitori di portare a votare «i suoi», in un’elezione peraltro «secondaria» come quella per il parlamento europeo. Berlusconi e Grillo hanno sofferto di un declino della partecipazione più o meno fisiologico, tra politiche ed europee, da parte dei loro elettori. In altre parole, dovrebbero rasserenarsi un po’; non è stata così tanto colpa loro se quote consistenti di seguaci hanno scelto di stare a casa. Anzi, è quasi la norma in elezioni di questo tipo. Grillo ce l’ha messa tutta per dare l’idea che si trattasse di una elezione cruciale, o noi o loro, e invece anche i suoi fan a cinque stelle sono diventati elettori normali, si sono impigriti e sono rimasti a osservare. Berlusconi, oggettivamente, non poteva fare di più.

Il premier invece se li è portati tutti dietro: una valanga di voti da un popolo che si è risvegliato, compresi gli «ex» irriducibili bersaniani, a cui era stato raccontato come un pericolo per la democrazia.

Che Renzi potesse attrarre elettori mobili delusi da Berlusconi e i tentati da Grillo lo sapevamo. La notizia è che Renzi ha «conquistato» il «suo popolo», di sinistra. Non da solo. In un gioco a somma positiva tra la sua leadership e la rete dei candidati alle amministrative, oggi più credibili sia degli esponenti disorientati e divisi del centrodestra, sia dei politici-cittadini mandati da Grillo. Il caso di Parma è emblematico, la roccaforte ormai assediata di Pizzarotti, il simbolo del successo a 5 stelle ha riportato la protesta al non voto (con quasi 11 punti percentuali in meno per i grillini), mentre il Pd schizza oltre il 50% e il sindaco-ombra Nicola Dall’Olio, candidato alle europee, fa il pieno di preferenze in città.

Quella del 25 maggio è stata dunque una vera e straordinaria vittoria del centrosinistra a egemonia Pd. A questo punto, c’è un unico consiglio che si può dare al premier. Caro Matteo, capitalizza subito. Segui il vento, porta a casa le due votazioni che servono per abolire il Senato elettivo e per approvare la legge elettorale, in sei mesi. O adesso o mai più.

La Stampa 28.05.14