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Renzi sprona il Pd: «Subito le riforme», da L'Unità

«Il tempo delle riforme è adesso». Matteo Renzi alla direzione del Pd alza l’asticella, «dobbiamo avere la forza non soltanto di andare avanti, ma di raddoppiare, tornando al mitico Mike Bongiorno, non è il momento di lasciare ma di raddoppiare». Soprattutto adesso che gli italiani hanno in- vestito il Pd con il 40,8% dei voti a guida- re il processo di cambiamento qui e in Eu- ropa: «Il 40% è un accidente della storia, un colpo di fortuna o un obiettivo stabile?». Per il segretario deve diventare una realtà stabile, quell’approdo a cui pensava Walter Veltroni quando diede vita al Pd.

È un treno in corsa il presidente del Consiglio e chiede a tutto il partito di saltare su perché la meta si raggiunge insieme. Non è un caso che prenda le distanze dalle letture perfide di chi ha visto nella foto della notte storica al Nazareno la salita sul carro di tutti, minoranza compresa. «Oggi che ha vinto il Pd è bellissimo pensare che quella foto di gruppo è la foto di un partito che tutto insieme adesso avverte questa responsabilità di dover combattere in Europa e contemporaneamente continuare il cambiamento in Italia». Perché questo è il tempo di una fase nuova, il Pd deve poter incarnare quell’idea di «partito della nazione» che, dice Renzi, «ha raccontato Alfredo Reichlin su l’’Unità», e la partita oggi è una: «Definire se vogliamo metterci la residenza in questo 40% o limitarci a vivere la soddisfazione dell’istante». Ovviamente la seconda opzione non è sul tavolo, il segretario intende far ripartire immediatamente il processo delle riforme perché di quel 40% vuole farne un capitale solido su cui fondare la vocazione maggioritaria appena riscoperta dal suo partito.

E dal Nazareno, in maniche di camicia, traccia la road map, fitta, serrata: prima di tutto il lavoro, «la madre di tutte le battaglie» e annuncia il passo avanti sul ddl delega, perché è alla riforma del mercato del lavoro che guardano più che «i mercati internazionali, i potenziali investitori, mai come ora c’è uno sguardo di attenzione verso l’Italia. Guai a noi se manchiamo l’occasione anche perché il problema del lavoro tocca tutte le famiglie italiane». Ma già nel prossimo Cdm del 13 giugno sarà affrontata la riforma della Pubblica amministrazione, «uno o due atti normativi»; una campagna di ascolto degli insegnati; la riforma dell’agricoltura e, prima dell’estate la legge elettorale, l’Italicum e il superamento del bicameralismo perfetto. «Agli altri adesso è passato la voglia di andare a vota- re, noi non siamo in ansia da prestazione», dice il segretario ma è chiaro che il Pd non avrebbe alcun problema a torna- re al voto adesso se dovessero saltare le riforme. Un’arma che Renzi non intende usare ma mettere sul tavolo quando si tratterà di arrivare alla stretta finale. «Nessuna campagna acquisti in Parla- mento», in questa fase, ma partita aperta: chi ci sta venga al tavolo e voti le nostre proposte. Evidente il riferimento a quella parte di Sel che ora si interroga sul futuro in vista delle politiche che prima o poi arriveranno e ai dissidenti del M5s.

Non è la direzione dei festeggiamenti post elettorali, di sicuro è la più rilassata, ma Renzi ripete qui quello che ha detto la notte dello spoglio: non c’è tempo di festeggiare, gli italiani adesso più di prima si aspettano risultati. «Non siamo automi anaffettivi», spiega, «ma trasformiamo la gioia di questo momento in responsabilità. Se non lo fa il Pd non lo fa nessuno».

Cambiare l’Italia e cambiare l’Europa, questo resta l’obiettivo dei democratici, «tutti noi siamo convinti che le misure che l’Europa ha attuato in questi ultimi anni sono figlie di una difficile situazione finanziaria. Questa risposta data dall’Europa non è sufficiente rispetto alle attese dei cittadini europei» e per questo il premier non intende avviare a Bruxelles la discussione sulle poltrone ma quella sulle direzioni che l’Ue si vuole dare. «Se l’Europa non cambia è un problema» e solo il Pd, «primo partito in Europa», può essere la guida di questa inversione di tendenza. La stoccata a Beppe Grillo arriva proprio mentre il M5s si diliania sull’ultima decisione del leader, abbracciare Farage, antigay, antieuro, anti-immigrati. «In streaming si fanno di dibattiti, poi a trova- re i leader populisti inglesi si va di nascosto», dice Renzi convinto che quell’incontro non sia nato nel giro di 24 ore.

IL PARTITO

La pax renziana si regge sulla gestione unitaria del Pd, «abbiamo una resposanbilità che colta in pieno e non va immiserita negli scontri interni», dice, quindi se la gestione unitaria ci sarà non sarà «un tentativo di utilizzare schemi vecchi o spartizioni correntizie, ma un tentativo di corresponsabilizzazione, chiariti gli obiettivi» e «le persone che ci vogliono stare ci stanno». Ma un partito che ha puntato sul ricambio generazionale adesso deve fare anche un altro passo che pesca nel passato eppure resta il più efficace: una scuola di partito, o che dir si voglia «di formazione politica» dove si impari sì il diritto amministrativo, ma anche «un racconto da esprimere all’esterno». Strumenti tradizionali, dunque, «ma anche le reti tv americane» che al premier piacciono tanto, a partire da «House of cards».

L’Unità 30.05.14

"Puntiamo sull’economia della conoscenza", di Pietro Greco

L’economia basata direttamente sulla scienza fisica ha prodotto in Italia 118 miliardi di euro di fatturato nell’anno 2011, pari al 7,4% del Prodotto interno lordo (Pil) del nostro Paese. Dando impiego a 1,51 milioni di persone, pari al 6,1% del totale dei lavoratori italiani. Ciascuno di questi lavoratori, dunque, ha prodotto valore aggiunto per 78.100 euro, con una produttività del 22% superiore a quella media italiana. I 118 miliardi di euro sono stati realizzati per il 49% nell’industria manifatturiera, per il 22% nel settore trasporti, per il 16% nei servizi di pubblica utilità (energia, acqua, rifiuti) e per l’8% negli altri servizi, ricerca scientifica compresa. A tutto questo, sostengono gli analisti mobilitati dalla Sif, vanno aggiunti circa 2 milioni di posti di lavori creati indirettamente dai settori economici fondati sulla fisica per una quotadi Pil difficile da definire. È questa, ridotta in pillole, l’analisi che una società privata indipendente, la Deloitte, ha realizzato per conto della Società Italiana di Fisica (Sif), in analogia a due indagini sull’impatto della fisica sull’economia dell’Unione Europea e del Regno Unito realizzate dalla medesima società di analisi economia, rispettivamente, nel 2013 e nel 2012. Lo studio è stato consegnato sotto forma di rapporto dal titolo The impact of physics on the Italian economy: l’impatto della fisica sull’economia italiana. Certo, l’idea di fondo – vediamo cosa succederebbe se all’economia italiana venissero sottratte tutte le conoscenze fisiche – si presta a qualche critica. Sia perché non è facile definire cosa è fisica e cosa non lo è. Sia perché nella definizione rientra anche la fisica più classica,cosicché non tutti i settori analizzati – oltre cento, ancorché ponderati (in ciascuno si è pesata l’incidenza della fisica) – sono realmente innovativi. Tuttavia l’analisi ci offre tre spunti di riflessione. Il primo è che la conoscenza scientifica non ha solo un (inestimabile) valore culturale. Perché ci dice come va il mondo naturale. Ma ha anche un valore economico. Tangibile. Nel 2011 la fisica ha creato ricchezza per quasi 120 miliardi di euro. Mentre gli investimenti italiani negli Enti pubblici di ricerca che hanno finanziato la ricerca realizzata dalla Deloitte per conto della Società italiana di fisica (Cnr, Inaf, Infn, Inrim e Centro Fermi) non raggiungo il miliardo di euro. Sarebbe errato dire che questi investimenti sono ad altissima rendita (per 1 euro investito se ne ricavano 120), perché la fisica su cui si basano i settori economici analizzati è il frutto di un lavoro di ricerca che dura da secoli. Tuttavia esso ci fornisce un’indicazione di cosa si intende (e di quanto rende) l’economia fondata sulla conoscenza. Il primo messaggio è: investire in ricerca fisica conviene. Anche da un punto di vista economico. Perché se ne hanno grandi ricadute a breve, medio e lungo termine. Sarebbe interessante realizzare indagini analoghe per i settori economici che si fondano sulla matematica, la chimica, le scienze biologiche, le scienze umane. Tuttavia l’indagine pubblicata dalla Sif Non è un inno alle sorti magnifiche e progressive dei settori economici italiani che si fondano sulle conoscenze fisiche. Intanto perché ci dice che nel 2011 questo settore è arretratodicircail7%rispettoall’anno precedente. Molto più degli altri settori economici. Il che significa che l’economia italiana tende a perde colpi soprattutto nei settori considerati strategici, quelli fondati appunto sulla conoscenza. Mal’analisi comparata con il resto d’Europa è impietosa. Nell’Unione, infatti, i settori economici che si basano sulla conoscenza fisica producono una ricchezza superiore al 15% del Pil complessivo: il doppio, in media, dell’Italia. Con punte che superano il 25% in Germania e in Scandinavia. E questi settori impiegano oltre il 13% della forza lavoro europea, contro il 6% dell’Italia. In soldoni: le industrie fondate sulla fisica nell’Europa centro-settentrionale hanno prodotto,nell’anno 2010, ricchezza per oltre 3.000 miliardi di euro. Nell’Europa meridionale solo un sesto: 500 miliardi di euro. Naturalmente un settore economico vale l’altro. E qualcuno potrebbe dire:cosa importa?Noi siamo forti in altri settori,dove magari non contano le conoscenze fisiche, ma il senso estetico. L’obiezione sarebbe valida se questa indagine – se anche questa indagine – non avesse dimostrato che la produttività per addetto nell’industria fondata sulla fisica è quasi un quarto più alta della media. E in tutta Europa i salari pagati in chi lavora nelle imprese ad alto tasso di conoscenza aggiunto (sia essa conoscenza fisica o di altra origine scientifica) sono in media del 30% più alti che negli altri settori. In altri termini, l’indicazione è forte. Ed è triplice. Se vogliamo bloccare il dumping sociale (salari sempre minori, diritti sempre più sfumati), se vogliamo invertire il trend al ribasso della domanda interna (generata da salari sempre più bassi), se vogliamo combattere la disoccupazione – soprattutto giovanile, soprattutto qualificata – anche in Italia dobbiamo puntare sull’economia della conoscenza. Perché, anche in Italia, l’economia della conoscenza paga.

L’Unità 30.05.14

"Il Pd e l’unità del partito plurale", di Claudio Sardo

Quel 40 per cento segna un passaggio. Una linea di discrimine. Nulla sarà più come prima, per Renzi e per l’intero Pd. Si discuterà ancora se la nuova stagione abbia avuto inizio con le primarie che hanno lanciato Renzi senza però vederlo vincitore, o successivamente con il plebiscito a favore del «cambiare verso», o ancora con l’azzardo della sostituzione di Letta. Ma la verità è che dopo le europee inizia un tempo nuovo anche per il governo.
Un capitolo è finito e un altro è stato cominciato dagli elettori. Gran parte degli italiani hanno fatto un investimento, hanno «legittimato» Renzi per una via traversa e lo hanno fatto attribuendogli una forza politica che forse mai era stata concessa ad altri leader nella seconda Repubblica (a dispetto della bolsa retorica sull’elezione diretta del premier).
Stando alle cose che ha detto nella conferenza stampa di lunedì e nella direzione Pd di ieri, il premier è ben consapevole delle speranze che ha suscitato e del valore aggiunto che ha portato al suo partito, aprendolo a ceti sociali tradizionalmente diffidenti, se non ostili, verso la sinistra. Ma è anche cosciente che senza il retroterra del Pd, senza i valori e le culture su cui è stato costruito, non si sarebbe creato l’argine contro lo sfascismo grillino. E la paura delle macerie ha contato, eccome, sull’esito del voto. Il Pd è diventato «partito della nazione» perché ha messo insieme questi due elementi: una leadership capace di indicare un percorso di cambiamento – e credibile anche perché non nasconde i difetti del proprio campo – e una comunità più ampia di persone che è in grado di garantire la tenuta delle istituzioni e di resistere a chi vuole solo distruggere. Non da oggi Renzi ha ripreso a tessere il filo dell’unità interna: lo ha fatto almeno dal giorno in cui si è gettato a capofitto nella campagna elettorale, rispondendo colpo su colpo agli attacchi di Grillo. E nei suoi comizi nelle piazze italiane è stato esplicito nel proporre un’alleanza generazionale, un patto tra i quarantenni oltre lo scontro del congresso, ormai così lontano negli argomenti da apparire preistoria. Il gruppo Pd dell’Europarlamento è il segno tangibile di un partito plurale, così voluto dagli stessi elettori. E non è privo di significato che Renzi abbia deciso di chiamare Roberto Gualtieri – eurodeputato che non votò per lui alle primarie, ma che a Strasburgo si è distinto per meriti e per il credito conquistato nel Pse – ad affiancarlo nella primissima fase delle difficile trattative a Bruxelles.
Si apre una stagione nuova di responsabilità nazionale per tutto il Pd. Anche per quelle aree e quei dirigenti che il congresso ha reso minoranze. Si è discusso fin qui il se, il come, le condizioni di una composizione unitaria degli organismi. Discussioni sofferte e non banali. Ma ora quel 40 per cento è scossa. Tutti i giovani dirigenti del Pd, ovunque fossero al congresso, sono proiettati di colpo in un’Italia e in un’Europa dove saranno guardati con occhi diversi dal passato. Che sia stato un accidente o un destino poco importa: sta di fatto che oggi il Pd è il «partito della nazione». Sulle sue spalle c’è la domanda incalzante di un Paese che chiede di risalire, di liberarsi delle zavorre, di ricreare lavoro, di fare riforme utili (non quelle che ci hanno spinto verso il declino), di dare continuità alla speranza e alla fiducia espresse nel voto. Attorno al Pd c’è da un lato una destra divisa, che cerca di riunirsi mettendo da parte qualunque contenuto, e dall’altro un Grillo senza bussola (che si appresta al matrimonio con l’ultradestra inglese di Farage). Il Pd deve consolidare il suo 40 per cento se vuole rendere il suo servizio all’Italia di oggi. È anche il solo modo per contare in Europa e per dare seguito ai cambiamenti promessi. Lasciamo perdere i nostalgici del bipolarismo coatto: tanto saranno gli italiani, nella loro libertà, a decidere se essere bipolari, tripolari o quant’altro. Il Pd deve soprattutto rafforzare la sua visione, radicarsi meglio nella società, sostenere il governo nelle scelte giuste e innovative, aiutarlo a correggersi dove sbaglierà. Più coraggio politico, meno politologia: talvolta il pragmatismo può essere una virtù.
L’unità necessaria attorno a questi obiettivi non vuol dire che il Pd debba ridursi a platea plaudente di un leader. Questo sarebbe un errore. Peggio, sarebbe una diserzione. Un partito della nazione deve essere un partito plurale. Che cerca anzitutto di animare la società, e rappresentarne il meglio. Che non dubita della volontà unitaria – pur davanti a un disaccordo – perché è chiara a tutti la responsabilità comune verso il Paese. Due vizi vanno combattuti. Il primo è concepire una funzione critica all’interno del Pd al solo scopo di spostare di qualche grado l’asse del partito, come se la sintesi fosse un abito di gesso, un monolite tendenzialmente chiuso a ciò che di nuovo emerge al di fuori. Il secondo è delegare l’articolazione del Pd a filiere personali, a catene di notabili, che si vestono da correnti senza avere delle idee. Partito plurale vuol dire partito-società. E autonomia delle istituzioni. Vuol dire più capacità di iniziativa al governo, purché riconosca al Parlamento e al partito un valore irrinunciabile per trainare la società verso una modernità migliore. Questa è la sfida.
Ed è bene che si torni a parlare di partito e di formazione, proprio mentre il governo affronta le sue enormi responsabilità.

L’Unità 30.05.14

"L'università ai tempi della crisi: si iscrive solo il 30%, calano i fuori corso, l'età media dei laureati è 25 anni", di Marzio Bartoloni

La prima notizia è scontata: complice anche la crisi il pezzo di carta più ambito continua a perdere appeal e così l’emorragia di laureati e di iscrizioni alle università non si ferma, solo 3 diciannovenni su 10 si immatricolano. Le altre notizie in arrivo dal pianeta atenei sono invece meno scontate: aumentano gli studenti stranieri, calano i fuori corso e si ringiovanisce l’età dei laureati, complice anche la riforma del 3+2 che ha abbassato l’età dei dottori. Che comunque alla fine trascorrono più tempo del dovuto nelle facoltà, visto che l’età media alla laurea è oggi pari a 25,5 anni per i laureati di primo livello (dovrebbero concludere gli studi a 22 anni). L’ultima fotografia delle nostre università arriva dal XVI rapporto Almalaurea presentato oggi a Torino. Un’indagine che ha coinvolto 230 mila laureati, dei 64 atenei aderenti.

Quasi tre laureati su quattro da famiglie senza “titolo”
La condizione di instabilità e precarietà per il futuro hanno influenzato inevitabilmente le scelte e i comportamenti degli studenti. E così dopo l’aumento delle immatricolazioni dal 2000 al 2003 (+19%), dovuto in gran parte all’ingresso robusto nell’università riformata di popolazione in età adulta, negli ultimi anni si è registrato un vistoso calo. Dal 2003 (anno del massimo storico di 338 mila) al 2012 (con 270 mila) il calo è stato del 20%: oggi solo 3 diciannovenni su 10 si immatricolano all’università. Dati alla mano è difficile, se non impossibile, che nel 2020 venga raggiunto l’obiettivo europeo del 40% di laureati nella popolazione tra i 30 e i 34 anni. Dal rapporto emerge comunque come sia ancora elevato il numero dei laureati che portano per la prima volta il titolo in famiglia: il 74% dei laureati primo livello; il 69% fra i laureati magistrali e il 54% fra quelli a ciclo unico. I giovani di origine sociale meno favorita, che fra i laureati del 2004 costituivano il 20%, nove anni dopo sono diventati il 26%, e risultano ancora più numerosi fra i laureati di primo livello (28%). Un segnale positivo che testimonia l’innalzarsi, per certi versi ancora troppo lento, della soglia educazionale degli italiani.

Calano i fuori corso e i laureati sono più “giovani”
Grazie alla riforma del 3+2 sono comparsi, per la prima volta, laureati sotto ai 23 anni, che oggi rappresentano ben il 18%. Un fenomeno sicuramente positivo ma che non attenua il fatto che i nostri ragazzi continuino a prendersela troppo comoda per laurearsi. L’età media alla laurea resta infatti alta: 25,5 anni per i laureati di primo livello (il corso dura 3 anni), 26,8 anni per i magistrali a ciclo unico e a 27,8 per i magistrali biennali (era di 27,8 anni nel 2004, tra i laureati pre-riforma, quando però la maggior parte dei corsi aveva durata legale di 4 anni). Su cento laureati, terminano l’università in corso 41 laureati triennali, 34 laureati a ciclo unico e 52 magistrali. Solo 13 laureati su 100 terminano gli studi fuori corso 4 anni o più (mai si era osservato un valore così basso) mentre 16 immatricolati su cento abbandonano nel corso del primo anno di università. La votazione finale rimane sostanzialmente immutata nei suoi valori medi complessivi (102,4 su 110 nel 2013) con che le donne che vanno meglio dei colleghi maschi: si laurea in corso il 45% delle donne contro il 40% degli uomini; il voto medio di laurea è pari a 103,3 su 110 per le prime e a 101,0 per i secondi. Cresce infine la presenza nelle aule delle nostre università di giovani laureati provenienti da altri Paesi: oltre 7.300 negli atenei aderenti ad Almalaurea nel 2013 contro i 2.200 nel 2005.

Il Sole 24 ore 30.05.14

"La lezione italiana per il debole Hollande", di Alexander Stille

Lo straordinario successo del Front National di Marine Le Pen in Francia e di altri partiti populisti e di destra è stato, a buon motivo, la notizia principale delle elezioni del Parlamento europeo dello scorso weekend. Facendo campagna elettorale con una piattaforma anti-euro e anti-immigrazione, Le Pen ha conquistato uno storico 25 per cento dei voti, sconfiggendo agilmente il più importante partito conservatore francese, l’Ump, che ha ottenuto soltanto il 21 per cento delle preferenze, e stracciando il Partito Socialista del presidente François Hollande, che ha incassato un misero e preoccupante 14 per cento. Ma i risultati elettorali di domenica hanno prodotto anche un altro risultato storico sorprendente, che ha riscosso molta meno attenzione: in Italia Matteo Renzi del Partito Democratico ha vinto con il 40,8 per cento dei voti, ottenendo il maggior numero di consensi mai conquistati da un partito di centrosinistra in Italia, curiosa controtendenza in una giornata segnata dall’avanzamento della destra.
Se raffrontiamo questi esiti elettorali, il risultato in Italia ci aiuta a comprendere perché il voto in Francia sia andato come è andato, mentre l’elezione francese potrebbe servire da serio avvertimento a Renzi su ciò che potrebbe attenderlo qualora non dovesse riuscire a tener fede alle sue promesse.
In poche parole, la vittoria di Renzi in Italia mette ancor più in rilievo le peculiari mancanze di Hollande in Francia. A differenza di quest’ultimo, Renzi sembra aver afferrato l’impellenza dei problemi con i quali è alle prese il suo paese e nei primi mesi di governo si è adoperato per presentare una serie di riforme di relativa vasta portata del malfunzionante sistema politico ed economico italiano. Hollande, al contrario, si è mosso con circospezione, con una serie di mezze misure, con un andamento spesso zigzagante e legato all’instabilità dei sondaggi, prima alzando le imposte e poi abbassandole, prima dichiarando guerra alla finanza e poi cercando di stringere un patto con i datori di lavoro per mettere in moto l’economia francese, senza riuscire in tutto ciò ad accontentare nessuno. Se molte delle proposte di Renzi sono state duramente criticate (soprattutto dagli intellettuali di sinistra), gli elettori chiaramente hanno apprezzato il fatto che egli si sia mosso rapidamente e con determinazione, prospettando una serie di proposte di riforma – del sistema elettorale italiano, della pubblica amministrazione, del mercato del lavoro, del sistema giudiziario e del sistema fiscale – e fissando scadenze precise per farle approvare in parlamento.
La vittoria del Partito Democratico in Italia rappresenta un considerevole ritorno in scena rispetto alla sua performance nelle elezioni politiche di appena un anno fa. In quella circostanza, il partito riuscì a rimediare una vittoria risicata nella sfida sorprendentemente agguerrita da parte del Movimento populista dei Cinque Stelle guidato da Beppe Grillo, un comico. In effetti, il 25 per cento dei voti che Grillo ottenne l’anno scorso ha prodotto lo stesso tipo di terremoto politico che ha rappresentato la vittoria di questa settimana di Marine Le Pen in Francia, l’espressione di un’immensa insoddisfazione popolare nei confronti dell’ establishment politico.
Che la situazione ora si sia ribaltata è sommamente istruttivo. Ribelli e puristi politici hanno di che apprendere da questo ribaltone. Se Grillo avesse davvero voluto, avrebbe potuto costringere il Partito Democratico a portare a compimento una gran quantità delle riforme per le quali stava esercitando pressioni, ma l’idea stessa di compromettersi patteggiando con un partito politico tradizionale per lui era inaccettabile. Grillo ha rifiutato qualsiasi collaborazione con il governo e ha punito chiunque nel suo partito dissentisse da questa linea. Si è limitato quindi a insultare i suoi avversari politici, chiamando l’ex segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani “il morto che cammina”. Renzi, al contrario, potrebbe aver compreso il successo del movimento di Grillo meglio del suo stesso leader: gli italiani volevano un cambiamento. E subito. Grillo ha assunto un’immagine totalmente negativa; Renzi ha soddisfatto la smania popolare di una qualsivoglia azione costruttiva. Molti degli elettori di Grillo non erano “anti-politica”, ma stufi marci della politica di sempre.
Naturalmente, c’è qualcosa del genere nel voto in Francia, che ha visto molti elettori moderati e che prima erano a sinistra spostarsi in direzione del Front National. Dai sondaggi risulta che il partito di Le Pen è diventato il preferito della classe operaia francese e che un numero significativo di cattolici, che per tradizione finora si era tenuto alla larga dal Fn, ha votato per la prima volta questo partito. Ciò riflette sia il tono più moderato che Marine Le Pen ha adottato da quando è subentrata alla testa del partito a suo padre — la cui violenta retorica anti-immigrati e le cui dichiarazioni volte a minimizzare l’olocausto avevano fatto sì che il Fn apparisse estremista ed emarginato —, sia l’importanza da lei accordata alle questioni economiche, al continuo processo di deindustrializzazione in Francia, e ai sacrifici imposti dall’unificazione economica dell’Europa. In gran parte, gli economisti ritengono che probabilmente le soluzioni proposte da Marine Le Pen — l’uscita dalla zona euro e il protezionismo economico — acutizzeranno i problemi francesi; nondimeno sono interessati al clima attuale.
I paesi che si sono comportati meglio negli ultimi anni – Germania, Svezia e Danimarca –o si trovano fuori dalla zona euro e/o hanno intrapreso dolorose riforme strutturali, trovando un equilibrio ragionevole tra un mercato flessibile del lavoro, un’aumentata competitività e la tradizionale sicurezza del welfare state. In Francia, sia l’Ump di Sarkozy sia i socialisti di Hollande hanno fatto soltanto timidi passettini in questa direzione, senza essere disposti ad andare fino in fondo. Nel frattempo la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è rimasta sopra al 10 per cento. La crescita economica è stagnante. Lo scontento dilaga.
Come dimostra il rapido rovesciamento della situazione tra il Movimento Cinque Stelle di Grillo e il Partito Democratico italiano, in politica un anno è un arco di tempo lungo e ciò che va su può venire giù, velocemente. Renzi pare averlo capito e ancora adesso ha fretta di tradurre il suo successo elettorale in azione legislativa. La titolarità è difficile e tra uno o due anni egli potrebbe trovarsi nella non invidiabile posizione di Hollande. Renzi ha detto anche di voler spingere l’Unione europea a intraprendere anch’essa cambiamenti significativi. La crisi che sta attanagliando le economie più deboli d’Europa è la minaccia più grande per l’unificazione europea. Un sistema creato per reagire alla politica più che alla logica economica ha bisogno di essere corretto.
Che ci sia una soluzione a lungo termine a questa crisi potrebbe dipendere dalla possibilità di ripristinare alcune misure di crescita economica in paesi come la Francia e l’Italia. Mentre l’attenzione dedicata dal pubblico al libro di Thomas Picketty Il capitale nel X-XI secolo in buona parte si è concentrata sulla sua dissertazione sulla disuguaglianza e sulla sua proposta di una tassa globale sulla ricchezza, per taluni aspetti uno dei punti più importanti del libro è la conclusione alla quale giunge l’autore: secondo Picketty una crescita bassa – pari a circa l’uno per cento annuo – è da sempre la regola, e non l’eccezione, e quindi potremmo aspettarci più bassi livelli di crescita nelle nazioni più industrializzate. Come dimostra il libro The moral consequences of growth (Le conseguenze morali della crescita)di Benjamin Friedman, economista di Harvard, le società che si espandono tendono a essere aperte e generose, quelle che non si espandono cadono preda della xenofobia e dell’autoritarismo. Se entrambi questi autori hanno ragione, i governi europei hanno a disposizione un margine di errore assai esiguo. Dovranno governare bene o potremo aspettarci il ripetersi di ciò a cui, a ben vedere, abbiamo assistito domenica. ( Traduzione di Anna Bissanti)

La Repubblica 30.05.14

"Dirsi addio in sei mesi Il divorzio diventa breve", di Michela Marzano

Sono quarant’anni che in Italia è possibile sciogliere giuridicamente il vincolo matrimoniale. È solo ora, però, che la Camera dei deputati è riuscita ad approvare una legge sul divorzio breve. Dopo anni di polemiche e resistenze, anche il Parlamento italiano si è pronunciato quasi all’unanimità in favore di procedure più flessibili e meno complicate.
Senza più costringere coloro che hanno di fatto già deciso di divorziare ad aspettare anni e anni prima di poterlo fare. Perché la legge dovrebbe costringerli a trascinarsi, e magari anche a rovinare i ricordi più belli della vita in comune?
Nonostante tutto, non si divorzia mai a cuor leggero. Anche quando lo si fa di comune accordo, si tratta sempre di un momento di rottura e di lacerazione. Talvolta la storia d’amore è finita già da tempo, e il divorzio è solo un atto formale. Talvolta, anche dopo il divorzio, alcune persone non riescono a elaborare il lutto della perdita dell’altro, e continuano a non separarsene psicologicamente. Si tratta di lasciarsi alle spalle un progetto di vita comune, talvolta tanta speranza e molte energie. E nessuno dovrebbe permettersi di giudicare quello che accade, meno che mai evocando una crisi di valori che, con l’amore, non c’entra proprio nulla.
Solo nelle fiabe, che come si sa non hanno niente a che vedere con la vita, “lui e lei” vivono per sempre felici e contenti. Solo nelle fiabe, l’amore è perfetto, perché “lui” o “lei” sono capaci di darci tutto quello di cui abbiamo bisogno, non ci deludono mai, corrispondono sempre alle nostre aspettative. Nella vita, l’amore è sempre fragile e pieno di fratture. E poi accade anche di potersi sbagliare. Di confondere l’amore con la passione. Di cambiare. Perché si dovrebbe restare accanto ad un uomo o a una donna con cui non si condivide più nulla? Perché far finta che nulla sia cambiato mentre tutto è invece diverso? Perché aspettare per anni quando ormai la vita è altrove, e si vorrebbe avere la possibilità di ricominciare tutto da capo? Separazione e divorzio fanno parte della vita. È così. Perché accade che le cose finiscano. E non sono certo le regole che impongono anni di separazione prima di chiedere un divorzio che possono funzionare da deterrente. Al contrario. Aspettare anni prima di poter presentare una richiesta di divorzio rischia di rendere i rapporti tra i due coniugi ancora più tesi, e di inasprirne talmente le polemiche che, prima o poi, uno dei due rischia di crollare. Anche per i figli, in fondo, è meglio così. Nonostante quello che si sente dire ancora oggi. Come se per i bambini o gli adolescenti fosse meglio assistere alle scenate tra i genitori, oppure all’indifferenza reciproca, piuttosto che trovare un nuovo equilibrio con dei genitori che, pur divorziati, non smettono per questo di essere madri o padri.
Non sempre il tempo ricuce i rapporti. Anzi. Talvolta li inasprisce. Meglio allora utilizzarlo, dopo un divorzio breve, per “perdonarsi” e “perdonare” per quella storia ormai finita, che niente e nessuno può far continuare. Meno che mai leggi obsolete.

La Repubblica 30.05.14

"Parte la fase 2 del governo la nuova road map di Renzi “Subito il decreto Expo ecco i poteri per Cantone”, di Goffredo De Marchis e Liana Milella

Per questo, a Palazzo Chigi, Renzi e i suoi collaboratori stanno ragionando sulla road map del dopo voto. Partendo da una scommessa vinta, quella dell’Expo del 2015. In campagna elettorale il premier ci “aveva messo la faccia” nonostante le inchieste devastanti della procura. Grillo gli aveva risposto a modo suo proponendo di mandare tutto a monte. È finita col Pd al 40 per cento e il Movimento 5stelle al 21. L’esecutivo farà subito il decreto «per dare i poteri a Raffaele Cantone» permettendogli di vigilare sulla trasparenza e gli appalti di Milano. E «amplieremo le competenze dell’anticorruzione
». Subito significa tempi brevissimi. Il consiglio dei ministri di domani ancora in preparazione, forse. Al massimo, vista la complessità del testo, quello della prossima settimana.
La prima mossa sarà quella di completare la squadra dell’Autorità nazionale. Proprio in queste ore, a palazzo Chigi, si stanno valutando gli identikit dei quattro componenti che andranno ad affiancare Cantone nella sua caccia agli appalti sporchi e alla violazione della trasparenza. Massimo riserbo sui nomi che andranno nella struttura di piazza Augusto Imperatore. Per la quale, poi, lo staff legislativo della presidenza che fa capo ad Antonella Manzione sta studiando due diversi interventi, il primo per Expo, il secondo per l’attività dell’Anac in Italia. In entrambi i casi si tratta di poteri importanti, che trasformeranno Cantone e la sua struttura in un centro di controllo degli appalti in Italia, con la possibilità di imporre regole stringenti di trasparenza e di sanzione qualora esse vengano ignorate o violate.
Partiamo da Expo. La rosa dei poteri sarà ampia. Cantone potrà controllare innanzitutto i bandi di gara, una stesura e un contenuto che potrebbero già nascondere anomalie e possibili favoritismi per un’impresa. Il commissario poi potrà partecipare alle commissioni di gara, e quindi verificare dall’interno che non si verifichino anomalie nelle aggiudicazioni. Quanto agli appalti già in corso, Cantone avrà un ulteriore potere di controllo specifico che gli consentirà di capire se, nel corso dell’opera, non ci siano state maggiorazioni di spesa o varianti ingiustificate. Ovviamente, a tutte le gare, saranno applicate rigide regole di trasparenza. Tutto sul web, perché tutti possano controllare. Cantone, che lo aveva chiesto esplicitamente a Renzi, otterrà anche una specifica task force di esperti delle polizie, a partire dalla Gdf, per le verifiche. Non avrà, invece, né un potere di revoca degli appalti, né accederà alle carte dei magistrati. Quanto all’Anac, il decreto legge di Renzi rappresenterà un decisivo salto di qualità su due fronti. Il primo: la struttura anti-corruzione conquisterà i poteri sanzionatori, per cui potrà «punire» chi non rispetta le regole di trasparenza, irrogando sanzioni economiche e imponendo misure interdittive, come la sospensione dal servizio dei funzionari inadempienti. L’Anac poi, utilizzando la polizia giudiziaria, potrà anche compiere
delle ispezioni sugli amministratori pubblici per verificare se rispettano le regole imposte dalla legge anti-corruzione.
Per consolidare la luna di miele certificata dalla vittoria, Renzi sa che gli elettori chiedono segnali concreti. Per darli occorre stabilità, non nuove fibrillazioni. O peggio ancora, giri di valzer intorno alla data di un voto anticipato. Se qualcuno gli fa notare che l’Italia, terra di elezioni a getto continuo, vivrà una fase senza scadenze elettorali fino alla fine della legislatura (2018), il premier risponde al volo: «Lo so benissimo. Per me infatti il prossimo appuntamento importante sono le primarie di fine 2017. Quando il Pd sceglierà insieme il segretario e il candidato premier ». Ma l’orizzonte lungo non lo distoglie dall’obiettivo: capitalizzare la vittoria, stringere un “patto” con gli 11 milioni ed rotti di elettori conquistati da destra e da sinistra, dal prosciugamento dei montiani. Come? Trasformando gli annunci in fatti. Magari prendendosi una rivincita personale, un tratto del suo carattere, contro i soliti «gufi e rosiconi » che lo hanno preso in giro sulla tabella di marcia non rispettata, sulle iniziative ancora galleggianti nel limbo della promessa. Le riforme sono al primo posto della lista, Renzi è convinto di aver fatto il pieno di voti in bacini elettorali sconosciuti alla sinistra grazie all’accelerazione su legge elettorale e abolizione del Senato. «Prima dell’estate non è uno slogan. Per approvare davvero quelle leggi — dice ai suoi — sono pronto ad accettare modifiche. Sia sul Senato sia sull’Italicum. Ne discutiamo ma poi si vota. Anche perché sono sicuro che Berlusconi non si tirerà indietro ».
In dirittura di arrivo c’è anche il disegno di legge di riforma della pubblica amministrazione. Il ministro Marianna Madia ha portato ieri a Palazzo Chigi le 34 mila mail con le proposte arrivate da dipendenti pubblici e cittadini. Scremate, selezionate e pronte a essere studiate nel dettaglio dai tecnici. La scadenza è vicina. Il 13 giugno è la data fissata dal premier per l’approvazione nel consiglio dei ministri. Si lavora anche sul Jobs act, la revisione completa e strutturale del mercato del lavoro, da affiancare al decreto Poletti. A Via Arenula, Andrea Orlando sta scrivendo la riforma della giustizia, il tema che ha diviso il Paese per 20 anni. Il Guardasigilli è in attesa di intascare l’”assoluzione” di Strasburgo per la situazione delle nostre carceri che ci eviterà una pesante multa europea. La decisione arriverà ai primi di giugno. Dopo di che verrà completato il testo della riforma.
È un doppio fronte quello su cui si muove Renzi. L’Italia, con il consolidamento del governo e del consenso ricevuto, e l’Europa. Da Bruxelles passa non solo la ripresa ma l’aspettativa di una modifica del rapporto tra la gente e le istituzioni comunitarie. È una questione anche di nomi, di poltrone. Ma, raccontava Renzi tornato ieri mattina a Roma, è anche un problema di volontà. «Mi sono presentato alla riunione dei capi di governo come il presidente del Consiglio del Paese con la maggiore affluenza al voto e come il segretario del partito che ha ottenuto più voti in termini assoluti ». Una prova di forza autorizzata dai numeri. Il gioco delle caselle non è secondario, certamente. Renzi ha in mente qualche nome e soprattutto qualche traguardo, ossia i commissari più pesanti. «Ma conta ancora di più — spiega il premier ai suoi fedelissimi — l’impianto della Commissione perché ci sono già dei soldi da spendere che noi dobbiamo usare meglio». La sua idea di Europa si capirà fino in fondo il 2 luglio. «È il giorno in cui presenteremo all’Europarlamento le linee guida del nostro semestre di presidenza europeo. Sarà più chiaro quali sono i nostri obiettivi ».

La Repubblica 29.05.14