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Clandestinità, la Consulta frena "Non è reato restare per povertà", di Vladimiro Polchi

Non è punibile lo straniero che in “estremo stato di indigenza” non ottempera all’ordine di allontanamento. Cade un altro pezzo della politica del governo sull’immigrazione, dopo la bocciatura dell’aggravante per clandestinità. Il reato di clandestinità perde un altro pezzo. Non è infatti punibile l’immigrato irregolare che in “estremo stato di indigenza”, o comunque per “giustificato motivo”, non ottempera all’ordine di allontanamento del questore e continua a rimanere illegalmente in Italia. E’ quanto stabilisce la Corte Costituzionale, che boccia parzialmente una delle norme del pacchetto sicurezza 2009.

Nel giugno scorso la Consulta aveva già decretato l’illegittimità dell’aggravante di clandestinità (pene aumentate di un terzo se a compiere un reato è un irregolare), prevista dal primo pacchetto sicurezza del luglio 2008. Ora è un altro pezzo della politica migratoria del governo a cadere: quel reato di clandestinità previsto dalla legge, ma di fatto inapplicato nei tribunali.

A sollevare la questione dinanzi alla Consulta è stato il tribunale di Voghera, chiamato a giudicare sul caso di una donna irregolare più volte raggiunta da un decreto di espulsione ma che, per motivi di estrema indigenza, non ha potuto lasciare l’Italia con i propri mezzi. Il punto è che tale “giustificato motivo” (che rende impossibile l’allontanamento) non è stato previsto dall’articolo14, comma 5 quater, del testo unico sull’immigrazione, così come modificato dall’ultimo pacchetto sicurezza del governo Berlusconi (legge 94 del luglio 2009).

Da qui la decisione della Consulta: dopo aver rilevato che il pacchetto sicurezza ha aumentato nel massimo
(da quattro a cinque anni) le pene per lo straniero destinatario di un decreto di espulsione adottato dopo l’inottemperanza a un precedente ordine di allontanamento, la Corte Costituzionale censura proprio la mancata previsione di un “giustificato motivo”. Si tratta infatti – scrivono i giudici costituzionali nella sentenza 359 depositata oggi in cancelleria – di una clausola che, come la Corte ha già rilevato, è tra quelle “destinate in linea di massima a fungere da ‘valvola di sicurezzà del meccanismo repressivo, evitando che la sanzione penale scatti allorché, anche al di fuori della presenza di vere e proprie cause di giustificazione, l’osservanza del precetto appaia concretamente ‘inesigibilè in ragione, a seconda dei casi, di situazioni ostative al carattere soggettivo od oggettivo”.

Nel caso, ad esempio, di “estrema indigenza, indisponibilità di un vettore o di altro mezzo di trasporto idoneo, difficoltà nell’ottenimento dei titoli di viaggio, etc”, la clausola di “giustificato motivo” esclude – sottolinea la Corte – la “configurabilità del reato”.

La Repubblica 17.12.10

"Nove indagati per i crolli di Pompei", di Stella Cervasio

Non è stata colpa della pioggia. Sott´accusa tecnici e soprintendente. Bondi: i giudici faranno luce. Per la Procura di Torre Annunziata c´è stata imperizia o negligenza nei lavori del 2009. Pareti e tetti sbriciolati hanno fatto il giro del mondo, attirando lo sdegno di chi ha a cuore le sorti delle bellezze d´Italia. Il crollo della Schola armaturarum, la congrega dei giovani pompeiani forse collegata ai gladiatori, i muri del viridarium della Casa del Moralista. La caduta di questi e di altri “pezzi” di Pompei non è stata colpa della grande pioggia delle scorse settimane. Per la Procura di Torre Annunziata c´è stata imperizia o negligenza da parte di chi aveva responsabilità nei confronti dell´area archeologica.
Nove avvisi di garanzia per crollo colposo sono stati notificati in soprintendenza dai carabinieri su delega del pubblico ministero Stefania Di Dona, con il coordinamento del procuratore Diego Marmo. I fatti si riferiscono al 2009, anno in cui venne realizzata l´impermeabilizzazione del tetto della Schola armaturarum, l´edificio che si è letteralmente polverizzato il 6 novembre scorso. Un lavoro fatto a regola d´arte, rispettando tutte le accortezze per evitare cedimenti? Questo il sospetto avanzato dall´indagine, anche alla luce dei primi risultati delle perizie. Tra gli indagati i responsabili scientifici, soprintendente e direttore dell´epoca, e l´ufficio tecnico quasi al completo. A capo della soprintendenza di Pompei c´era l´archeologo Piero Giovanni Guzzo mentre il commissario straordinario nominato dal governo era l´ex prefetto Profili, al quale sarebbe succeduto Marcello Fiori. Con il soprintendente in pensione sono indagati l´attuale direttore degli Scavi, Antonio Varone, e poi l´architetto restauratore della soprintendenza Paola Rispoli, il tecnico geometra Aldo Borriello, l´architetto capo dell´ufficio tecnico dell´area archeologica Valerio Papaccio, il funzionario ora in pensione Maria Grazia Del Greco e l´amministratrice della ditta di costruzioni salernitana che ha eseguito i lavori, Anna Maria Caccavo. Ora le macerie saranno rimosse e comincerà la ricostruzione.
Nessun commento da Guzzo e da Varone. «Tecnici e responsabili di esperienza e dalle provate capacità», è il commento unanime in soprintendenza a Pompei. Soddisfatto dell´azione della magistratura il ministro Bondi, il cui voto di sfiducia è slittato a dopo le feste: «In piena autonomia i giudici faranno luce. Sono stato messo sul banco degli imputati come se fossi l´unico responsabile». Ma da sinistra nuove accuse sul Mibac: «Se Bondi ritiene che sia sufficiente l´avvio di un´indagine per formulare un giudizio politico definitivo – dice Orfini (Pd) – gli suggerirei di applicare lo stesso metodo al suo presidente del Consiglio». «Il ministro – dice la deputata Pd Luisa Bossa ex sindaco di Ercolano – non è esente da responsabilità politiche».

La Repubblica 17.12.10

“Non credo proprio che ritireremo la mozione di sfiducia”

Bondi chiede al Pd di ritirare la mozione di sfiducia nei suoi confronti. Franceschini risponde non lasciando spazio ai dubbi
“Cari compagni, vi spiego perché non dovreste sfiduciarmi”. Così, in maniera sarcastica, inizia la lettera che il ministro Bondi ha indirizzato al Pd chiedendo il ritiro della mozione nei suoi confronti.

Una richiesta vaga fatta nella nebulosa delle ipotesi di calendarizzare l’evento. Con la chiusura della Camera dei deputati pre-fiducia al governo e con la richiesta da parte del Pdl di prolungarne la riapertura a dopo Natale, non è ben chiaro quando si potrà dare un giudizio parlamentare sull’operato di Bondi.

Ma la risposta non si è fatta attendere. A rassicurare il ministro per il disastro culturale è intervenuto lapidario il presidente dei deputati del Pd, Dario Franceschini: “Non credo proprio che ritireremo la mozione di sfiducia”.

Più chiaro di così.

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"Fli litiga sulle liste: soli o accompagnati?", di Francesco Lo Sardo

Appena nato il Polo della nazione è già alle prese con i primi problemi, e il presidente della camera è criticato dai suoi.
«Non è certo un terzo polo nato per fare la politica dei due forni, ma un’area di centrodestra che non si riconosce nella ricetta berlusconiana della guerra continua». Come volevasi dimostrare: dare corpo al Terzo polo tra i futuristi per Fini non sarà una passeggiata. Ieri non è stato soltanto il triestino Roberto Menia, responsabile organizzativo di Fli e una tra le figure più solide e toste tra i finiani, con le sue nette parole, a mettere pesantemente i piedi nel piatto della questione. Lo va dicendo da settimane, Menia.
Così come del resto aveva già lanciato il sasso nello stagno la politologa Sofia Ventura, una delle teste d’uovo futuriste. Passata l’emergenza del 14 dicembre, dopo la sfiducia a Berlusconi votata con sofferenza ma per lealtà al leader Gianfranco Fini rifiutandosi di pugnalarlo alle spalle ora, all’interno di Fli, è esplosa la grana del Terzo polo.
Una grana tutta politica che era in incubazione da tempo e che vedeva in Menia (fondaatore insieme all’ex camerata Moffa – che ha poi voltato le spalle a Fini – di Area nazionale, la prima “corrente” interna a Fli), ma anche in robusti settori della fondazione Fare- Futuro, un roccioso fronte di resistenza con cui si sapeva che Fini avrebbe dovuto, prima o poi, fare i conti. Menia, uno dei sottosegretari finiani che s’è dimesso dal governo dopo la svolta di Bastia Umbra, era soltanto la punta di un iceberg fatto di mille dubbi e perplessità dei futuristi rispetto al Terzo polo.
Sollevando argomenti politici su cui chiedono un confronto interno, ieri sono usciti allo scoperto anche altri finiani più che critici rispetto all’operazione di rassemblement tra Fini, Casini, Rutelli. Tra questi non poteva non far particolarmente rumore il levarsi della voce del professor Alessandro Campi. Il direttore di FareFuturo è tranchant: «Il Terzo polo non è mai nato, è un progetto piuttosto evanescente, una sommatoria di forze politiche che possono diventare elemento di disturbo in una competizione elettorale. Per il resto non c’è una leadership, né un programma o un disegno complessivo».
È un ragionamento, questo, che attraversa da settembre il complesso pianeta finiano e che va oltre il perimetro che salda l’analisi di Campi con le preoccupazioni di Menia su un forte ancoraggio a destra di Fli e il pensiero dell’attore e deputato futurista Luca Barbareschi: «Non si può essere solo un agglomerato, Fli ha molte più potenzialità di tutto il terzo polo». La politologa finiana Sofia Ventura ha ampiamente argomentato, in questo senso, la necessità di correre da soli in caso di elezioni anticipate. Perché questo è, alla fine dei conti, il vero e solidissimo punto di caduta della discussione che si aprirà martedì sera nel vertice di Futuro e libertà convocato a Fini: fare liste finiane alla camera e liste comuni con Udc e Api al senato? Oppure fare solo liste finiane per camera e senato?
La Ventura non ha dubbi: «Fini dovrebbe avere il coraggio di presentare il suo partito da solo, sia alla camera che al senato », senza vagheggiare «ipotesi di Terzo polo». Di più: la Ventura ritiene opportuno che a questo punto Fini «si dimetta da presidente della camera» per guidare in prima persona il partito: tra le nostre file c’è «molta confusione, mancanza di coordinamento e controllo» per l’assenza di un leader che possa seguire in prima persona la situazione.
Se si va avanti così, continuando a «disorientare» la base futurista con «una navigazione a vista di piccolo cabotaggio », c’è il rischio di «disperdere un grande patrimonio». «La crisi non andava aperta, non si doveva arrivare alla rottura», dice la Ventura. «Non andavano chieste le dimissioni di Berlusconi», concorda Campi.
Inutile piangere sul latte versato, «basta non versarne altro. Comunque discutiamone – dicono i “meniani” – così si fa in un partito. Sennò, per battere i tacchi, c’è già la caserma del Pdl».

da Europa Quotidiano 17.12.10

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“La freddezza dei vescovi sul Terzo polo”

Monito di Avvenire. Bagnasco: serve dialogo. Casini: ne terrò conto. Bagnasco: “C´è bisogno di dialogo nella famiglia, nella società e nella politica”.
«Non c´è bisogno di un terzo pasticcio, ma di un “di più”, di un´azione convincente che indichi una volontà e una prospettiva diverse». Il Terzo polo nasce, e il pressing di Vaticano e Cei si fa sentire subito.
Il direttore dell´Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale italiana, Marco Tarquinio, accoglie l´esordio del nuovo “Polo della nazione” aggiungendo un altro dubbio. «L´Udc di Pierferdinando Casini – spiega nella rubrica delle risposte ai lettori – ha agito spesso in questa legislatura da “opposizione responsabile”». E prosegue: «Ieri questa impostazione è diventata l´atteggiamento programmatico di un coordinamento parlamentare che riguarda un centinaio di deputati e senatori». Osservando infine che «alle radici» del nuovo soggetto politico ci sono «seri grumi di sospetto» legati alla «storia politica di Gianfranco Fini» e alle «posizioni assunte su importanti questioni valoriali da lui e da vari dei suoi».
Una posizione, quella del quotidiano dei vescovi, che fa discutere fin dal primo mattino dopo le rassegne stampa alla radio e in tv. Casini ne parla al termine della messa prenatalizia celebrata proprio dal capo dei vescovi, il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, davanti a molti parlamentari a Sant´Ivo alla Sapienza, a due passi dal Senato. «L´Avvenire per un credente – dice il leader Udc – si deve sempre leggere con attenzione e considerazione. Il suo è un monito di cui tenere conto e anche condivisibile».
La funzione finisce per essere letta in chiave politica. «C´è bisogno di apertura e dialogo nella famiglia, nella società», raccomanda Bagnasco, e questo «vale anche per la politica». E aggiunge: «Perché il dialogo non diventi una nebbia di parole, deve rispettare alcune leggi: ci vuole la volontà, altrimenti diventa un dialogo tra sordi, dove tutto è distorto e urlato». Un invito esplicito, dopo i turbolenti giorni della fiducia al governo. Seduti sulle panche ci sono Casini, il segretario dell´Udc, Lorenzo Cesa, i fedelissimi del Pdl, Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello.
Durante la messa, Gasparri fa cenni a Casini, accompagnandoli con un gesto: «Ci parliamo dopo». E al termine Gasparri e Cesa parlano fitto. «Non alzate sempre l´asticella – dice quest´ultimo – oggi alla Camera vi abbiamo già votato tutta quella roba sui rifiuti, che non dovevamo votare». Prove di dialogo fra Udc e Pdl? Casini si limita a commentare l´omelia di Bagnasco: «La Chiesa è un punto di riferimento importante per l´unità nazionale. L´invito al dialogo è vero e reale e mai strumentale». Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha un colloquio di 30 minuti con il cardinale: «Troppi conflitti, troppe contrapposizioni – dirà dopo – il Paese ha bisogno di governabilità e stabilità, perché tanti sono i problemi all´orizzonte: la crisi economica e la crisi del lavoro».
Alle parole di Bagnasco si aggiungono quelle del segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, con l´auspicio che i politici italiani garantiscano «giustizia, pacifica convivenza e speranza nel futuro». Chi mostra di non tenere troppo in considerazione la posizione espressa da Avvenire è Gianfranco Fini. Ai giornalisti che lo avvicinano a margine del convegno delle fondazioni De Gasperi e Adenauer, risponde seccamente: «Non l´ho letto. Auf wiedersehen». E alla stessa conferenza Cesa conclude: «Quando faccio battaglie in Parlamento sulla vita o sulla famiglia, non devo sentire il mio parroco, né il vescovo».

La Repubblica 17.12.10

Emergenza rifiuti a Napoli. C'è un decreto per NON risolverla

Alla Camera gli unici miglioramenti dagli emendamenti PD. Ma la destra boccia quelli per la raccolta differenziata, la legalità e la trasparenza negli appalti. “Il decreto voluto dal governo Berlusconi è del tutto inadeguato e contiene scelte sbagliate che aggraveranno l’emergenza rifiuti smentendo clamorosamente i miracoli continuamente annunciati dal premier”. La sonora bocciatura del decreto sull’emergenza rifiuti arriva dalla capogruppo del Pd nella commissione Ambiente, Raffaella Mariani e dal deputato democratico eletto in Campania Tino Iannuzzi, che annunciano: martedì 21 dicembre voteremo no.

Stella Bianchi, responsabile Ambiente della Segreteria PD è lapidaria: “Alla prima prova il governo Berlusconi dimostra di sbagliare ancora. Nel decreto continuano a restare in capo alle province, e non ai comuni, le competenze fondamentali nonostante il fallimento della loro azione sia sotto gli occhi di tutti, non c’è un impegno alla riduzione dei rifiuti da inserire nel piano regionale, ancora assente, sono previsti commissari straordinari per l’indicazione delle discariche invece di criteri tecnici rigorosi e trasparenti. C’é solo il passo avanti della chiara assegnazione al presidente della regione della responsabilità di indicare i commissari per la realizzazione dei termovalorizzatori di Napoli e Salerno. Un decreto inadeguato che non aiuterà ad affronterà l’emergenza e a mettere in sicurezza la gestione ordinaria del ciclo dei rifiuti. Aspettiamo l’ennesimo annuncio di miracolo e subito dopo di sentire che la colpa è dei sindaci ai quali però ancora questo decreto non affida le competenze necessarie.”

Qualcosa cambia dopo le dimissioni fantasma della Carfagna? Si, ma per merito del PD, infatti gli unici miglioramenti sono dovuti all’approvazione degli emendamenti del Pd che hanno salvato, almeno per il 2011, le competenze gestionali e di riscossione dei comuni per il servizio rifiuti, Tarsu e Tia. Una richiesta formulata dall’ANCI senza la quale i Comuni non avrebbero neppure potuto approvare i bilanci, di cui la tarsu è capitolo d’entrata essenziale. Dopo la bocciatura della proposta del Pd di attribuire il ruolo di soggetto attuatore ai Comuni in cui ricadono gli impianti è passato almeno l’obbligo del presidente della regione di nominare commissari per i termovalorizzatori di Napoli e Salerno, escludendo così la permanenza della competenza, priva di ogni fondamento, dei presidenti delle province. Certo la mania per i commissari e le deroghe anche con Bertolaso in pensione resta…

Sembra quasi un decreto punitivo ad regionem, come spiegano Iannuzzi e Mariani: “Solo in Campania, a differenza di quanto avviene nelle altre regioni, la competenza per le attività legate al ciclo dei rifiuti, per la gestione della Tarsu e della Tia rimarrà, sia pure a partire dal 2012, in capo alle province, travolgendo ed esautorando il ruolo dei comuni. Quello voluto dal Governo è un meccanismo del tutto irragionevole che affida a commissari straordinari perfino l’individuazione dei siti delle nuove discariche che invece dovrebbe restare prerogativa del presidente della regione nel rapporto con le singole province e nell’ambito del piano regionale rifiuti. In questo decreto non c’è nessuna misura per incentivare la raccolta differenziata anche con norme chiare e stringenti per i comuni inadempienti. Il nostro giudizio – concludono – è negativo perché da questo provvedimento pieno di deroghe alle normative ambientali, degli appalti ed europee, pieno di commissariamenti e di scorciatoie non deriverà nessun contributo positivo per la risolvere definitivamente l’emergenza campana e per l’affermazione dei principi primari di legalità e trasparenza”.

Il PD della Campania denuncia lo scaricabarile della destra.
“Nonostante alcune modifiche ottenute dal Pd in sede parlamentare, il nostro giudizio sul decreto rifiuti in Campania resta profondamente negativo. Un insieme di norme confuse e sbagliate non evitera’ l’aggravamento dell’emergenza già riesplosa. C’è uno scandaloso scaricabarile in materia di discariche, che dovrebbero essere individuate da non ben identificati commissari
straordinari nominati dal presidente della Regione”. Cosi’ in una nota congiunta Enzo Amendola, segretario regionale Pd Campania, il deputato Fulvio Bonavitacola e lo stesso Iannuzzi. Solo grazie all’iniziativa del Pd come abbiamo visto per i termovalorizzatori “c’è l’obbligo per il presidente della Regione di procedere alla nomina dei commissari straordinari, che prima era una generica e confusa facoltà, cui Caldoro avrebbe potuto sottrarsi in modo da confermare le pregresse competenze in capo alle Provincie” spiegano Amendola, Bonavitacola e Iannuzzi.
“Resta ignoto il destino dei disciolti Consorzi e del relativo personale, in molti casi senza stipendio da mesi. E’ stata respinta dalla maggioranza – continuano – la norma proposta dal Pd per adottare misure più efficaci per incrementare la differenziata e sanzionare i Comuni inadempienti con la rimozione dei sindaci e lo scioglimento dei consigli comunali”. Insomma è la conferma che il centrodestra al governo nazionale, della Regione e delle Province fugge dalle proprie responsabilità sull’emergenza rifiuti.

Lega bifronte: al Nord sbraita, a Roma dice sì allo smaltimento extraregionale.
“Non è solo questione di egoismo qui c’è in ballo la credibilità delle forze politiche e l’atteggiamento della Lega Nord sull’emergenza rifiuti campana dimostra, ancora una volta, che il Carroccio non è un partito serio e responsabile”. E’ duro il commento del deputato democratico Alessandro Bratti che fa notare come “i brindisi della lega friulana per la chiusura dei confini regionali ai rifiuti campani stonano clamorosamente con il comportamento del gruppo parlamentare leghista che oggi ha dato il suo ok all’invio dei rifiuti nelle altre regioni italiane. Serve un chiarimento, ed è per questo che chiediamo ai presidenti Zaia e Cota di dire parole veritiere su come intendono comportarsi con i rifiuti che arriveranno dalla Campania. O forse Zaia e Cota sono in contrasto con i loro gruppi parlamentari che oggi hanno votato a favore dello smaltimento extraregionale?”

Marco Laudonio

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"Si è dissolto il patto con gli italiani", di Guido Crainz

Robert Musil paragonava la declinante dinastia degli Asburgo a «certe stelle, che si vedono ancora benché non ci siano più da migliaia di anni». La prosa de L´uomo senza qualità e un riferimento così nobile appaiono certo sproporzionati alle vicende che viviamo, ma la letteratura aiuta spesso a fuggire dalle miserie quotidiane. Miserie che propongono da tempo tre domande molto semplici, rese più stringenti dal voto parlamentare che ha sancito la temporanea sopravvivenza del governo Berlusconi (a conferma di quanto «popolarità e pubblicità siano arciconvincenti», per citare ancora Musil, ignaro di altri mezzi). Le domande riguardano la natura delle sostanze tossiche e dei detriti che si sono accumulati nella politica e nel Paese, l´inadeguatezza delle opposizioni, la possibilità o meno di invertire quelle tendenze profonde che l´”era Berlusconi” ha alimentato e rafforzato.
La compravendita dei “rappresentanti del popolo” è stata l´ultima e quasi marginale espressione di una prassi che negli ultimi mesi è solo uscita dall´ombra. Una prassi diffusa: il metodo Verdini, che ha caratterizzato gli interventi dall´alto, ha avuto la sua corrispondenza alla base in quella “politica delle assunzioni” che è stata portata agli estremi dalla giunta romana di centrodestra (in attesa, naturalmente, della prosecuzione delle indagini). Detriti tossici, il cui emergere senza veli è conseguenza più che causa dello sfilacciamento progressivo del “patto con gli italiani” del premier. Non di quello fasullo, siglato nel salotto di Vespa, ma di un contratto più profondo, basato sulla sinergia non di virtù ma di accondiscendenze, e su distorsioni trasformate in normalità. Aveva alla base l´assunzione della libertà da vincoli e regole come bussola: era questo il sogno condiviso delle origini, diventò questo il miracolo possibile appena svanì quello, molto più luccicante, fatto balenare nella discesa in campo. Quel patto ha retto oltre lo svanire delle promesse, e anche quando le distorsioni e sin le illegalità del premier hanno superato ogni limite. È stato eroso, semmai, da una profonda crisi economica – e non solo economica – che ha reso evidente come l´assenza di regole non sia un´opportunità per nessuno ma la premessa di un declino comune. Ha iniziato a dissolversi, quel patto, quando parti crescenti del Paese hanno dovuto a poco a poco dismettere un ottimismo irresponsabile. «La barca va», diceva sostanzialmente il Craxi trionfante, e ne condivise poi l´affondare. In altri termini ancora, il patto con gli italiani, basato su reciproche convenienze, ha iniziato a dissolversi quando è cessata la capacità del Cavaliere di offrire rappresentanza e speranze, di qualunque natura esse fossero. Nella sua sostanza originaria quel patto non c´è più da tempo e il suo simulacro tiene ancora il campo quasi unicamente per l´assenza di alternative. Per l´assenza di altri “patti” possibili, che abbiano al centro il Paese.
Come ognuno ha visto, nel logoramento dell´egemonia berlusconiana il centrosinistra non ha avuto quasi nessun ruolo in questi mesi, la scena è stata occupata per intero dalla crisi del centrodestra e dal suo modificarsi. Neppure da quest´area sono venute però sinora grandi spinte innovative o convincenti ipotesi di futuro. Il fascino possibile di una “destra normale”, di una “destra delle regole” è stato solo evocato dal sorgere della formazione di Fini, troppo condizionata dal carattere eterogeneo delle spinte e delle opzioni che ha raccolto. La cultura delle regole, inoltre, è stata disattesa fin dall´inizio da un Presidente della Camera, massimo garante degli equilibri, che fondava un partito inevitabilmente volto a modificarli.
Poche illuminazioni sono venute anche dalla formazione di Pier Ferdinando Casini, che aveva avuto il pregio di sottrarsi per primo ai diktat del Premier ma non ha saputo sostituire o modificare in modo adeguato quel che resta del moderatismo cattolico, con le sue venature integraliste. Di qui la sua immobilità e al tempo stesso quella difficoltà di convivere con la cultura laica che porrà qualche problema alla vita stessa del Polo appena costituito, sulla cui coesione e capacità di innovazione è legittimo nutrire qualche dubbio. C´è poi da chiedersi se è destinato davvero a raccogliere nuove adesioni e consensi, e – in questo caso – se indebolirà maggiormente il centrodestra o il centrosinistra. Le dinamiche della politica si sono rimesse in moto, su questo versante, ma il coinvolgimento del Paese appare ancora problematico.
Sui limiti e l´afasia del centrosinistra, sulla sua incapacità di incalzare una maggioranza in crisi è quasi ingeneroso insistere. La manifestazione dell´11 dicembre ha confermato quante energie siano ancora disponibili, incapaci però di pesare davvero per l´assenza di un orientamento convincente. A completare i tratti di un´opposizione inadeguata si pensi poi al nodo della legge elettorale: l´assenza di una proposta condivisa da contrapporre all´indecente legge in vigore ha trasformato un possibile punto di forza in un tallone d´Achille. L´ultima vittoria del premier appare certo effimera ma non è ancora in campo l´esercito capace di sconfiggerlo. Se i mutamenti di scenario non saranno reali le prossime elezioni potrebbero portare a una nuova paralisi o addirittura rinsaldare al comando l´asse Berlusconi-Bossi. Con Bossi deciso a imporre parti corpose del suo programma e Berlusconi ormai in grado di portare a fondo lo stravolgimento costituzionale che persegue. Raramente siamo stati così vicini a un tunnel così profondo e buio.
Vi sono le forze e le volontà politiche e civili per dare almeno avvio a un´inversione di tendenza, per ridare al Paese la speranza in una fase nuova? La possibilità di un mutamento dipende tutta dall´opposizione e in primo luogo dal centrosinistra, dalla sua capacità di superare le cristallizzazioni e le troppo anguste alternative che si sono delineate sin qui (compresa quella fra Bersani e Vendola). Dalla sua capacità di uscire dagli ambiti e dai recinti in cui è deperito in questi anni, dal coraggio di mettere in campo un arco ampio di competenze ed energie attinte dalla società, dalla cultura e dalle professioni, con l´obiettivo esplicito di trasformare in profondità i contenuti e le forme attuali della politica. Potrebbero essere messaggi e metodi capaci di coinvolgere anche il nuovo Polo della nazione, e renderebbero più facile il dialogo. Naturalmente sarà difficile muovere passi reali in questa direzione se non si afferma al tempo stesso nella società civile una nuova disponibilità all´impegno per il bene pubblico. Se non riprende valore e vigore in essa quella idea della politica come servizio che è stata preziosa al Paese nelle sue fasi più difficili.

La Repubblica 17.12.10

"Mafia, i silenzi di Milano", di Franco Morganti

Dopo la denuncia di Roberto Saviano in televisione durante la trasmissione Vieni via con me, adesso arriva quella della procura milanese.
Non solo in Lombardia c’è la malavita organizzata, in particolare la ‘ndrangheta, ma gli imprenditori non denunciano usura e estorsioni, come invece avviene in Sicilia e, da poco, anche in Calabria. Così mercoledì scorso Ilda Boccassini, procuratore aggiunto e capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, mentre il procuratore Edmondo Bruti Liberati accenna agli accordi con Assolombarda, con la firma del Protocollo per la legalità firmato a Milano da Assolombarda col ministro dell’interno. Milano, dunque, peggio di Reggio Calabria? Cerchiamo di percorrere il tragitto di emigrazione della malavita meridionale verso la Lombardia. All’origine c’è la pratica di estorsione, di spaccio di droga, di controllo della prostituzione che si svolge nei territori controllati dalla malavita: Sicilia, Calabria, Campania, Puglia. Ci sono territori in cui il cittadino viene “invitato” a rifornirsi presso un determinato distributore di benzina, dove il voto avviene con la scheda precompilata e scambiata con la scheda bianca ad ogni votazione. Sono territori a “controllo totale” da parte della malavita. È lì che la malavita avrebbe dovuto essere stroncata sul nascere.
Questi territori non sono la Lombardia, né Milano. Ci possono essere e ci sono fenomeni di usura, contro i quali funzionano vari antidoti, anche bancari. In quei territori la malavita ha creato il suo patrimonio. Quando il patrimonio è costruito, bisogna ripulirlo, lavarlo. Allora serve il Nord, dove c’è più business e circola più denaro. Servono attività dove si paga in contanti come i distributori di carburante, i ristoranti, i supermercati. All’atto dell’acquisto di queste attività dovrebbe intervenire l’autorità che concede le licenze, i permessi.
Che non sono certo gli imprenditori, se non per le cessioni che avvengano in clima di intimidazione. Di solito di tratta di acquisti regolari, compiuti da irregolari: ma tocca a me che vendo il ristorante accertare la vera natura del compratore? Pecunia non olet, il denaro non puzza.
Quando il lavaggio è compiuto, i vari Coco Trovato, Farao-Marincola, Mangeruca, Valle, Barbaro, Papalia, Muià, Nirta, Flachi, Paparo, Arena-Nicoscia, Mancuso, Iamonte (la procura li conosce tutti per nome e conosce il loro insediamento nel territorio lombardo) sono operatori con tanti soldi buoni in tasca, che possono partecipare a qualsiasi gara d’appalto, trattativa privata, contratto d’affari. Fermarli a questo punto è difficile.
Saviano ha detto in televisione che la malavita vince le gare d’appalto perché fa prezzi più bassi e batte la concorrenza. E può farlo perché dispone di immense fortune raccolte illegalmente (altrove). Ma le cose non sono così semplici: intanto contro i prezzi bassi operano di solito i meccanismi di gara che li scartano automaticamente; inoltre gli imprenditori malavitosi non operano sul mercato per consumare le proprie risorse, ma per aumentarle. E poiché i prezzi al Nord non sono addomesticati, a ogni ribasso corrisponde una diminuzione di guadagno o un rischio di perdita.
Si può fare quello che Claudio de Albertis, presidente di Assimpredil-Ance a Milano e già presidente Ance (le associazioni dei costruttori edili) ha chiesto ai suoi associati, riuniti per una festa di Natale all’Alcatraz di Milano il 13 dicembre: di aprire gli occhi, di sorvegliare, di denunciare. Che è quello che ha chiesto ai suoi associati Alberto Meomartini presidente di Assolombarda, pena l’espulsione, come in Sicilia per iniziativa di Ivan Lo Bello. In tutto il meccanismo dei subappalti si nasconde il diavolo: e su questi gli imprenditori possono aprire gli occhi e sorvegliare.
La procura dice che finora non lo hanno fatto: speriamo in futuro.

da Europa Quotidiano 17.12.10