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"Italia malata di bassa crescita. E il governo ammutolisce", di Bianca Di Giovanni

«L’Italia ancora una volta rimane indietro. Aumenta il conto delle riforme mancate, o incomplete o inadeguate. Con la Germania il confronto è impietoso». Il Centro studi di Confindustria lancia un nuovo allarme sulla situazione economica del Paese, sparando ad alzo zero sulle politiche «mancate». E il governo ammutolisce. Silvio Berlusconi non risponde a chi gli chiede commenti. «Sì, ho sentito…», replica laconico. Maurizio Sacconi sminuisce: «Sono esercizi che durano un giorno, non credo valga la pena di commentare». Renato Brunetta parla di «questioni di lana caprina». Su tutti spicca Paolo Romani, che per «contratto» dovrebbe occuparsi di sviluppo: «I dati non sono poi così negativi».

DATI Certo, ci vuole coraggio a considerarli positivi. Gli esperti rivedono al ribasso le stime di crescita: il Paese è fermo all’1% quest’anno (dall’1,2 stimato in precedenza), all’1,1% l’anno prossimo (dall’1,3%) e all’1,3 l’anno successivo. la frenata estiva è stata più dura del previsto. La risalita è lenta e impervia. La crisi è stata un tonfo: -6,8. In pochi trimestri si è tornati indietro di otto anni e mezzo. Oggi il recupero è lentissimo. Si tornerà a livelli pre-recessivi solo nella primavera del 2015. Per riagguantare entro la fine del 2020 il trend registrato tra il 2000 e il 2007 bisognerebbe crescere del 2% all’anno: siamo alla metà. Insomma, «la malattia della lenta crescita non è mai stata vinta – scrivono gli economisti – Il comportamento durante la crisi ha dissipato ogni dubbio al riguardo». L’obiettivo del2% non sarebbe fuori portata: lo dimostra proprio l’esempio tedesco, dove si stima quel livello già dal 2012. Ma da noi «gli strumenti messi in campo appaiono insufficienti».

LAVORO Per la vita quotidiana degli italiani questi numeri promettono lacrime e sangue. L’occupazione è la prima vittima di questa progressione lenta. Con la crisi l’occupazione è già scesa di 540mila unità, e il numero è destinato a salire. Ma l’allarme più duro sta nel fatto che «parte della disoccupazione ciclica, generata dalla recessione, rischia di trasformarsi in strutturale ».Insomma, quei posti non saranno recuperati. l’Italia impoverisce e non torna indietro. «Il Paese recupererà il livello di attività pre-recessione nel secondo trimestre del 2015,ma ciò non basterà a ritornare sul sentiero di crescita tendenziale pre-crisi». I prezzi cresceranno poco, ma saranno stagnanti anche i consumi. Quest’anno non cresceranno più dello 0,7% e l’anno prossimo appena dello 0,9%. La bassa crescita renderà difficilissimo il percorso verso il risanamento dei conti. «Pur scontando l’efficacia piena della manovra del governo – osservano gli economisti – il disavanzo e il debito risulteranno più elevati». Quest’anno il deficit sarà a quota 5,1%, l’anno prossimo al 4,2 e al 3,2 nel 2012. Secondo Confindustria, per uscire dalla gabbia della bassa crescita (più bassa anche della media europea) servirebbe il binomio di riforme e innovazione. Puntare sul settore dell’information technology farebbe aumentare il Pil dello 0,8%. REAZIONI I numeri dell’associazione degli imprenditori provocano la reazione immediata del mondo sindacale e politico. L’ostinazione di Berlusconi di tirare a campare – commenta Stefano fassina del Pd – consegna il paese alla stagnazione e alla disoccupazione soprattutto giovanile e femminile sempre più elevata». Secondo l’Idv il governo rischia di far affondare il Paese, mentre Pierpaolo baretta del Pd parla di «quadro gelido» e di «governo assente». Dalla Cgil Fulvio Fammoni parla di «dati terrificanti», mentre Raffaele Bonanni denuncia che «il governo, le amministrazioni locali e la politica in generale è affacendata in altre cose, mentre la crisi avanza». Dall’opposizione, Francesco Boccia ricorda che «sono state tante le proposte del Pd su cui il governo non ha voluto confrontarsi». Dal governo, Luigi casero prova a frenare la valanga di accuse. «Chi ci accusa dimentica le pesanti eredità che ci hanno lasciato – dichiara – come il debito pubblico». Per la verità il debito la destra lo ha sempre aumentato, lasciandolo agli altri.

L’Unità 17.12.10

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“Crescita piatta L’Italia delude Confindustria”, di Roberto Giovanni

Due stilettate. La crescita economica? «L’Italia delude». Stiamo uscendo dalla crisi? «Ancora una volta si rimane indietro». Il Centro studi di Confindustria nel corso di questa fase di recessione ha sempre puntualmente centrato numeri e tendenze, facendo arrabbiare più di una volta premier e ministri. E anche ora che – più male che bene – si comincia a uscire dalla crisi, la lettura delle ultime stime degli economisti di Viale dell’Astronomia non fa certo piacere all’esecutivo.

Più che altro, non fa piacere agli italiani che le cose vadano tanto male. Confindustria infatti ha rivisto al ribasso le stime sull’andamento del Pil, prevedendo che la crescita del 2010 si fermerà al più 1% (la precedente stima era del +1,2%) e addirittura a un modestissimo +1,1% nel 2011 (dal +1,3%). Insomma «la malattia della lenta crescita non è mai stata vinta», e «il confronto con la Germania è impietoso». Peggio ancora le cose vanno sul fronte dell’occupazione. Secondo il Csc, «il numero delle persone occupate continuerà a diminuire nel 2011», con un calo atteso dello 0,4%. Il tasso di disoccupazione toccherà il 9% nel quarto trimestre 2011 e «inizierà a scendere molto gradualmente nel corso del 2012». Ci sono 2,167 milioni di disoccupati a ottobre 2010, più del doppio rispetto ad aprile 2007. Dall’inizio della crisi – dal primo trimestre 2008 al terzo trimestre 2010 – sono stati bruciati esattamente 540 mila posti di lavoro, senza contare le persone poste in cassa integrazione, che equivalgono ad altri 480 mila occupati. Sempre la crisi ci ha fatto perdere il 6,8% del Pil. Con questo ritmo «non si ritornerà sui valori pre-recessivi che nella primavera del 2015. Per riagguantare entro la fine del 2020 il livello del trend, peraltro modesto, registrato tra 2000 e 2007, l’Italia dovrebbe procedere d’ora in poi ad almeno il 2% annuo». Un obiettivo «raggiungibile in un arco di tempo ragionevole, come insegna la lezione tedesca, entro il 2012 secondo gli stessi documenti governativi». Ma «per coglierlo gli strumenti messi in campo appaiono insufficienti».

«Dai dati emerge che l’Italia continua a crescere troppo poco», dice la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, secondo cui «non siamo solo sotto la Germania ma anche sotto la media europea, questo è un problema serio». La crescita lenta «è un problema per il tasso di disoccupazione che rimane alto» ed è «un problema per le imprese che hanno un problema di competitività e di redditività». Cose che Confindustria dice «da molto tempo». Soltanto che da noi questi nodi non si riescono a sciogliere, spiega il rapporto del Csc: la frenata estiva e autunnale è stata molto più forte dell’atteso e il 2010 si chiude con produzione industriale e Pil quasi stagnanti.

Dal governo, come detto, giudizi per nulla positivi sui numeri del Csc. Silvio Berlusconi decide di non commentare le analisi di Confindustria, mentre è molto duro il giudizio del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. «Sono esercizi statistici che durano un giorno – dice -. Non credo che valga la pena commentare». Il suo collega Renato Brunetta spiega che «la revisione al ribasso di qualche decimale è una questione di lana caprina». «Non mi sento di dire che il dato è particolarmente indicativo come qualcuno ha fatto», afferma invece il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, secondo cui «sappiamo che il sistema italiano ha delle lentezze a mettersi in moto». Il leader della Cisl Raffaele Bonanni al contrario dice di condividere «le critiche di Confindustria al governo, ai governi locali e alla politica in generale che, come si vede, è in tutte altre cose affaccendata». Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, parla di «numeri terrificanti e reali, non solo per i dati quantitativi, in sé gravissimi ma già conosciuti e ulteriormente peggiorati nel quarto trimestre, ma – aggiunge – perché confermano un ulteriore peggioramento per i prossimi due anni». «Il rapporto del Centro studi di Confindustria ribadisce un punto imprescindibile: senza crescita non c’è risanamento della finanza pubblica», spiega Stefano Fassina, della segreteria del Partito democratico.

La Stampa 17.12.10

"Quando lo scandalo è un affare di famiglia", di Filippo Ceccarelli

Le assunzioni clientelari di massa nelle aziende municipalizzate di Roma dimostrano quanto sia sempre forte la logica del clan e del nepotismo. Già nella città pontificia dei tempi del Belli il criterio era presentare ospiti e convitati come “Parenti e parenti de parenti”
L´abnorme familismo nero nasce e prospera all´ombra della più fantasmagorica progettualità dai Gran Premi alle Olimpiadi. Come l´inizio di un film, esattamente un anno fa, si riunirono per un convivio nel Palazzo dei Congressi dell´Eur, doviziosamente messo in ghingheri natalizi, tutti i protagonisti e i comprimari, i generici e i caratteristi, le macchiette e le comparse dell´odierna e sciaguratissima Parentopoli capitolina. Fu la cena detta appunto dei Mille, perché mille erano gli invitati e mille gli euro che ciascuno dei partecipanti aveva dovuto scucire a beneficio della fondazione di Alemanno, già allora minacciosamente battezzata “Nuova Italia”.
I poteri vanno per loro natura alla sostanza. Così, dopo un decennio di pasti etnici e smancerie veltroniane, il menu per i newcomers ruotava attorno al guanciale, servito con zucca gialla o croccante, come si conviene a gente verace, popolo gajardo e tosto. Ai tavoli sedevano soddisfatti i rappresentanti di quella che l´altra settimana il professor Alessandro Campi, deprecando il familismo amministrativo della chiamata diretta e dell´allegra gestione cameratesca, ha qualificato come: «Ogni possibile destra, anche la più eccentrica».
E dunque, davanti al guanciale e a tutto il resto c´erano i figli dei reazionari papalini, i fratelli dei maghetti pagani, le segretarie degli affaristi e le amichette dei palazzinari con il busto del duce sulla scrivania; c´era qualche nipote di aristocratici in disuso e qualcun altro giunto invece dalla periferia pasoliniana, ma in entrambi i casi grati al nuovo comando perché debitamente “imboccati” in Ama, Atac, Acea o Trambus. E ancora, sotto le volte addobbate del Palacongressi, con qualche cognizione di causa si sarebbero potute riconoscere le mogli degli estremisti della galassia nera divenuti più o meno pacifici, le sorelle degli ultrà delle curve con l´aquila littoria tatuata sull´avambraccio, i generi e i nipotini degli ex attivisti dei Volontari Nazionali, dei paracadutisti ardimentosi e attempati, dei golpisti da operetta, dei proprietari di palestre e accademie pugilistiche. Ma tutti, e ben al di là delle reciproche differenze, e abissali, chiamati all´immensa e ghiotta tavola di Alemanno secondo quell´estensivo e insieme inclusivo criterio che già ai tempi della Roma del Belli presentava ospiti e convitati come: «Parenti, e parenti de parenti».
E si perdoni qui il salto brusco, ma per dire l´inutile pruderie pochi giorni prima la giunta Alemanno, sinceramente sdegnata e/o magari timorosa di fare brutta figura, comunque aveva cancellato una mostra itinerante di taglio scientifico divulgativo da tenersi al Bioparco con il titolo: “La cacca. Storia naturale dell´innominabile”. Il fatto che dopo appena un anno quella bassa materia abbia lambito un´amministrazione che ha puntato tutto sulle politiche simboliche può dire poco di Parentopoli, in apparenza, ma parecchio dice sulle code di paglia di un ceto politico ossessionato dall´immagine, ma proprio per questo destinato a trovare nell´immagine la sua dissipazione e in prospettiva la sua rovina.
L´abnorme familismo nero, in realtà, nasce e prospera all´ombra della più fantasmagorica e dispendiosa progettualità, una specie di veltronismo alla rovescia, cioè virato a droite, per quanto smosso da non dissimili modalità megalo-espressive. Quindi a parte l´abbattimento dell´Ara Pacis, poi ridottosi a quello di un muretto, eccoti la promessa di due-stadi-due per il calcio; eccoti pure il Gran premio di F1; e le Olimpiadi prossime venture, e già; e la Disneyland sulla romanità, che stavamo in pena senza; e i casinò a Ostia, capirai; e le isole pure a Ostia, figurarsele; e l´eco-masterplan affidato a Rifkin, anvedi; e i grattacieli in periferia, che ci mancavano anche quelli; e i pannelli solari al centro, ammappete; e la distruzione di Tor Bella Monaca e così via.
Tutto sempre e rigorosamente sulla carta, o meglio da proiettarsi lungo un radioso futuro – «Il domani appartiene a noi», cantavano del resto i giovani rautiani – ma senza scuotere mai nemmeno un sanpietrino. Tutto implacabilmente confezionato per attrarre un bruscolo d´attenzione –quest´ultima, s´intende, temperata dal naturale e sublime scetticismo della città. Ma tutto secondo un dispositivo per cui la super fuffa, nel frattempo nutritasi anche di sbornie futuriste, menu quaresimali nelle scuole e mascherate di antichi romani al Circo Massimo – senza dubbio ha finito per coprire il piccolo cabotaggio dei favoritismi, le assunzioni in barba al risanamento, gli stipendioni ai collaboratori del sindaco, le frattaglie e forse anche la polpa del potere già vaticano, andreottiano, sbardelliano, rutelliano, veltroniano da riconvertirsi adesso ad uso e consumo della tribù ex missina.
Ora, fatta salva la storica circostanza che la parola “nepotismo” è fiorita proprio da queste parti, e che perciò Alemanno non sarà né il primo né l´ultimo, è ovvio che governare Roma è tutt´altra questione. E tanto più lo è in quanto «a sto paese, già tutto er busilli – cioè il punto delicato, è sempre il Belli a spiegarlo – sta in ner vive a lo scrocco e fa´ orazzione».
E così, sia pure per la via indiretta delle orazioni, delle abbondanti processioni, delle cerimonie religiose, e chiudendo un occhio sugli impieghi generosamente assegnati alle cubiste scroccone, converrà concludere ipotizzando il nesso che esiste tra la logica “sangue e suolo” e quella, assai più declamata che praticata in Campidoglio, dei “Valori”. Fra i quali, appunto, risalta la famiglia. A Natale del 2008 il sindaco ritenne di fare gli auguri su YouTube: «Buon riposo – disse – tra i Sacri Valori della Famiglia». Che si stava appunto per catapultare su Ama, Atac, Acea e Trambus.

La Repubblica 16.12.10

Università, scontro al Senato: Pd e IdV presentano 500 emendamenti

E’ scontro al Senato sulla riforma universitaria che andra’ in aula da lunedi’ prossimo 20 dicembre con voto finale previsto per mercoledi’ 22 dicembre. Sono stati, infatti, presentati da Pd e Idv alla Commissione istruzione circa 500 emendamenti che difficilmente potranno essere esaminati entro lunedi’. L’ostruzionismo dell’opposizione e’ una forma di protesta per la decisione della conferenza capigruppo di accelerare sull’approvazione finale della contestata riforma universitaria prima di Natale. Pd e Idv chiedevano un esame piu’ lungo del provvedimento che e’ stato largamente modificato dalla Camera.

www.unita.it

"La bastiglia del cavaliere", di Massimo Giannini

Sono bastate appena ventiquattrore, per capire quanto sia posticcio lo «straordinario trionfo» ottenuto l´altroieri da Silvio Berlusconi ai danni del suo nemico Gianfranco Fini. Appena ventiquattrore, per toccare con mano quanto sia fragile la Bastiglia forzaleghista nella quale il premier si trincera, fingendo di voler governare il Paese «fino alla fine della legislatura». Nel dolceamaro «day after» dell´ordalia del 14 dicembre, il presidente del Consiglio deve prendere atto che quella prova di forza (che pure c´è stata e che pure ha superato di strettissima misura) non solo non serve ad annientare l´opposizione disarticolata del centrosinistra, ma produce come reazione immediata la nascita di un´opposizione strutturata di centrodestra.
Il battesimo ufficiale del Terzo Polo tra Fli, Udc, Api e Mpa cambia profondamente il panorama politico di metà legislatura. È una risposta politica dell´area moderata anti-berlusconiana alla vittoria aritmetica della destra radicale berlusconiana. Ed è significativo che quella risposta arrivi immediatamente dopo che il Cavaliere ha riaperto il borsino della compravendita dei parlamentari, rivelando una transumanza collettiva di numerosi esponenti di Fli e annunciando un «porta a porta» individuale con singoli esponenti dell´Udc.
Lo slogan sul quale poggia la pubblicità ingannevole del premier, che per questa via si spaccia agli italiani come un «leader rafforzato», è «allargare la maggioranza». Obiettivo facile, a suo dire, per chi ha appena sconfitto i traditori e per questo diventa una calamita che attrae i pentiti, invece di respingere i transfughi. La verità è esattamente l´opposto. L´allargamento della maggioranza, per il premier, non è il test della sua ritrovata forza, ma la prova della sua moltiplicata debolezza. Non è un atto di generosità, ma di necessità. Con tre voti di scarto, il governo Berlusconi-Scilipoti non va da nessuna parte. Per questo, e con la sola stampella della Lega, getta un ponte verso il centro.
Ma la novità è che il centro ha già mollato gli ormeggi. La nascita del Polo della Nazione è un altro effetto della vittoria di Pirro berlusconiana. Piuttosto che terremotare il campo di Futuro e Libertà, raccogliendo le macerie a suo vantaggio, Berlusconi ha spinto definitivamente Fini nella faglia in movimento del Nuovo Centro. Ha gettato cioè l´ex co-fondatore del Pdl nelle braccia di Casini, che insieme a Rutelli e Lombardo possono annunciare oggi la nascita di un coordinamento tra i parlamentari, domani il varo di un unico gruppo parlamentare, e magari dopodomani la formazione di una lista unitaria e più in là, chissà, di un vero e proprio partito.
Il PdN si configura dunque non come «costola», ma come alternativa assoluta al Pdl. E con questa prospettiva, non più teorica ma pratica, il Terzo Polo si blinda: la sua costituency parlamentare appare oggettivamente meno permeabile alle lusinghe del Cavaliere. In qualunque forma si materializzino: mutui o poltrone. Così muta la geo-politica del Paese, che assume un assetto tendenzialmente tripolare. Anche questo è un esito della battaglia di martedì scorso, oltre che della più generale deriva populista e tecnicamente eversiva del berlusconismo. Pessimo risultato, anche dal punto di vista del Cavaliere: da alfiere irriducibile del bipolarismo, diventa il maieuta involontario del tripolarismo.
Vuole allargare la maggioranza. Per ora è riuscito ad allargare l´opposizione. Dopo il 13 aprile 2008, alla Camera aveva «contro» 276 parlamentari. Ora ne ha contro 311. Questa è la dura realtà di una maggioranza che si pretende tuttora autosufficiente. Il PdN potrà anche sembrare l´ultimo «fortino degli sconfitti». Potrà anche apparire velleitario in un´Italia in cui, dalla virata maggioritaria indotta dai referendum dei primi anni ´90, le terze forze non hanno mai goduto di particolari fortune. Potrà persino risultare nefasto, per chi ricorda la sciagurata politica andreottiana dei due forni all´epoca della Prima Repubblica. Ma resta il fatto che dietro ai sacchi di sabbia della trincea appena costruita, l´artiglieria terzopolista può fare danni incalcolabili, nei confronti di Berlusconi e di quel che resta della sua coalizione.
Li può fare a legislatura vigente. Molto più di quanto non dimostri la rigida ed eccezionale aritmetica del voto di fiducia dell´altroieri. Quel 314 a 311 a favore della maggioranza è infatti una situazione unica e irripetibile. Un esempio: nell´attuale perimetro Pdl-Lega ci sono almeno 30 parlamentari che sono anche ministri e sottosegretari, e che dunque sono spesso assenti dall´aula per impegni istituzionali e internazionali. Nella fisiologia dei lavori parlamentari, la maggioranza non sarà materialmente in grado di schierare stabilmente i suoi 314 effettivi alla Camera, e i suoi 162 al Senato. Per questo la neonata opposizione di centrodestra, insieme all´opposizione di centrosinistra, ha sulla carta i numeri sufficienti per mandare sotto il governo sulla mozione di sfiducia a Bondi o su quella per il pluralismo radiotelevisivo, sul disegno di legge Gelmini per l´università o sul decreto legge s per i rifiuti.
Ma il PdN può fare danni irreparabili anche nella prospettiva delle elezioni anticipate. Con l´attuale legge elettorale il Terzo Polo sarebbe ininfluente alla Camera, dove non potrebbe arrivare comunque primo rispetto al Pdl e al Pd, e dunque non potrebbe in alcun modo incassare il colossale premio di maggioranza garantito dal Porcellum. Ma sarebbe decisivo al Senato, dove il premio di maggioranza è su base regionale, dove non gioca il fattore «voto utile» e dove la soglia di sbarramento per i partiti coalizzati è solo del 3%. Dunque in questo caso, almeno a Palazzo Madama, il Terzo Polo sarebbe decisivo. Una lista unitaria Fini-Casini-Rutelli-Lombardo raggiungerebbe un risultato sicuro: farebbe perdere Berlusconi, che con la sola maggioranza alla Camera non potrebbe tornare al governo del Paese.
Non sappiamo quanto filo da tessere avrà la Cosa Bianca, che è forse ancora informe, ma che certo è già conforme all´idea di un «altro centrodestra». Una formazione davvero moderata e finalmente costituzionale, ormai avversaria conclamata della destra estremista di Berlusconi e Bossi, che può avere a cuore l´interesse nazionale, e non più quello di un singolo. E con la quale persino il Pd può dialogare senza pregiudizi, per provare almeno a riscrivere un modello di legge elettorale e un programma di messa in sicurezza dell´economia del Paese. Una cosa è certa: questo Cavaliere, con il suo «governo del Cepu», non può farcela.

La Repubblica 16.12.10

"Ci costringono in prima linea eppure ci tagliano fondi e stipendi", di Massimo Solani

Dai disordini di Terzigno agli scontri di Roma nelle manifestazioni contro la riforma Gelmini. Dalle cariche al corteo dei terremotati de L’Aquila agli incidenti di Cagliari con i pastori sardi. Gli episodi si ripetono e ogni volta che c’è una tensione o una protesta contro il governo, sono sempre le forze dell’ordine a stare in prima linea e a dover fronteggiare, sul piano dell’ordine pubblico, istanze che sarebbero solo e soltanto sociali. Il capo della Polizia Manganelli lo dice senza giri di parole e le sue dichiarazioni sono il sigillo a quello che i sindacati di polizia ripetono da tempo. «Sono mesi che segnaliamo il problema », spiega Claudio Giardullo. «Alle forze di polizia – prosegue il segretario nazionale Silp-Cgil – è affidato sempre più spesso il ruolo di supplente rispetto al vuoto della politica e tutte le questioni sociali vengono gestite come problemi di ordine pubblico. Ma se l’esecutivo al posto di dare risposte attraverso il welfare o il confronto sceglie la via dell’ordine pubblico, allora ottiene ben due effetti collaterali: da una parte inasprisce il confronto e dall’altra sottrae risorse e forze al contrasto alla criminalità». Risorse e forze che già scarseggiano, a giudicare dalla protesta che i sindacati di polizia conducono da oltre un anno. Al punto da arrivare a manifestare fin sotto Montecitorio o davanti ai cancelli di Arcore, nella residenza privata del premier Berlusconi. Perché i conti sono presto fatti, e davanti ai numeri il segno messo dal governo è sempre negativo: -30% alle risorse destinate alle forze di polizia, 1 miliardo di euro tagliato con la manovra approvata nel 2008 e altri 650 milioni “sfilati” con la Finanziaria 2010. «Per questo – prosegue Giardullo – riteniamo che l’atteggiamento del governo sia irresponsabile e ipocrita. Questa maggioranza dovrebbe essere più coerente con gli impegni presi, specie durante una campagna elettorale vinta battendo ossessivamente sul tema della sicurezza ». L’ultimo sgarbo, dicono i sindacati, l’emendamento al decreto sicurezza promesso e poi “saltato” sul riconoscimento della specificità delle forze di polizia. Unica maniera per recuperare una minima parte delle risorse tagliate. Il ministro della Difesa Ignazio la Russa lo ha ricordato proprio martedì portando i suoi saluti agli agenti che erano stati impegnati in strada negli incidenti di Roma. «Quando chiediamo risorse e specificità non chiediamo cose insensate o per motivi elettorali – ha spiegato il ministro – Il loro è un lavoro effettivamente diverso». «ma è lo stesso ministro che l’altro giorno passando davanti al nostro sit-in ci ha gridato “tanto siete solo comunisti”?», sorride Franco Maccari, segretario generale del Coisp. «Si interessi di noi in maniera seria – prosegue – e non faccia soltanto chiacchiere. L’allarme del prefetto Manganelli è più che fondato: in questo paese la politica latita e tutto è diventato ordine pubblico. Eppure il governo taglia indiscriminatamente e non ci riconosce nemmeno le quattro briciole della specificità. Questo esecutivo, per la prima volta, ha messo le mani nelle tasche dei poliziotti».

L’Unità 16.12.10

"Berlusconi ci porta più tasse. La pressione fiscale è record", di Bianca Di Giovanni

Molte tasse, poco lavoro e pochi servizi. Questa la miscela depressiva prodotta dall’immobilismo del governo Berlusconi durante la crisi più dura del secolo. Secondo gli ultimi dati Ocse relativi al 2009, per la pressione fiscale l’Italia sale al terzo posto, subito dopo la Danimarca e la Svezia, due Paesi modello quanto a welfare e servizi. Per il nostro Paese si tratta di un livello mai visto da 15 anni a questa parte: il 43,5%. Un dato in salita rispetto al 43,3 del 2008 e superiore a quello del Belgio, sceso al 43,2% rispetto al 44,2% dell’anno precedente.

CIFRE Tutte cifre che inchiodano il governo, che per ora ha risposto con l’avvio di un tavolo (domani un appuntamento) per studiare una riforma complessiva. Nulla di più. Vero è che il Pil in contrazione aumenta il peso delle tasse. Ma la recessione nel 2009 è stata condivisa da tutti i Paesi del mondo:solo l’Italia retrocede toccando il suo record. È chiaro a questo punto che gli altri Paesi hanno garantito sgravi fiscali per fronteggiare la crisi: solo Roma non l’ha fatto. L’argomento ricorrente del governo su questo punto è stato quello del rigore. «Con la sinistra staremmo come la Grecia », ripetono dal centrodestra. A dirla tutta, in quanto a tasse stiamo peggio della Grecia e di tutti gli altri. E peggio anche del Belgio, che è riuscito a dimezzare il debito e ad alleggerire la pressione fiscale per fronteggiare la recessione. E non è stato l’unico caso. Tutta l’area Ocse, cioè quella dei Paesi industrializzati, ha assicurato stimoli fiscali all’economia, tanto che la pressione fiscale media nell’area ha toccato il livello più basso dal 1990. Solo l’Italia è in controtendenza.

ANOMALIA Ma l’anomalia italiana si nasconde dietro la cifra complessiva. Se si fornissero anche i dati disaggregati della pressione fiscale per tipologia di reddito, si scoprirebbe che i lavoratori dipendenti e le pensioni hanno subito un aumento molto più forte, la pressione sul lavoro autonomo è diminuita e quella sulla rendita resta quasi nulla rispetto agli altri Paesi. Insomma, troppe tasse e sui cittadini più deboli. È la destra, bellezza, verrebbe da dire. Riequilibrare questa composizione non avrebbe compromesso i conti pubblici, come continua a sostenere il governo, ma avrebbe sicuramente assicurato più risorse alle famiglie, rafforzando la domanda interna. Maglia nera nel fisco, maglia nera nel lavoro. Solo l’Italia tratta così male il lavoro dei giovani. Nel 2009 il tasso di occupazione nella fascia d’età 15-24 anni era del 21,7% contro la media Ocse del 40,2%. Insomma, risulta occupato solo un giovane su cinque, a fronte di una quota di occupati pari al 35,8%nell’Ue. Solo l’Ungheria ha un tasso inferiore (18,1%) all’Italia. Nel nostro Paese questa voce è calata più della media: nel 1999 l’occupazione giovanile risultava al 27,3 per cento, laddove nell’Ue a 19 era al 40,3 per cento e nell’Ocse al 44,7 per cento. L’analisi sui giovani a prima vista sembra un rompicapo: occupazione e disoccupazione calano insieme. La dinamica riflette un dato ancora più preoccupante: in molti si rassegnano e abbandonano la ricerca di lavoro. Il fenomeno riflette una tendenza globale. Dall’inizio della crisi nell’area Ocse ci sono 3,5 milioni di giovani disoccupati in più e almeno 16,7 milioni si trovano nel gruppo cosiddetto «Neet» cioè non lavorano e non studiano. Tra questi ultimi 6,7 milioni sono in cerca di un impiego mentre altri 10 milioni hanno smesso di cercare. Studi condotti negli stati uniti e in inghilterra suggeriscono inoltre che un periodo di disoccupazione all’inizio dell’esperienza lavorativa possa avere effetti negativi persistenti sui salari, anche del 6-8% venti anni dopo. Di qui l’invito dell’Organizzazione ad avviare politiche che favoriscano l’ingresso nel lavoro, includendo ipotesi di sostegno al reddito accompagnato dalla ricerca attiva di occupazione. «Investire nelle persone giovani – afferma il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria – è vitale per scongiurare il rischio di esclusione a lungo termine. Bisogna lanciare programmi di intervento che forniscano un’efficace assistenza alla ricerca di lavoro per i giovani».

L’Unità 16.12.10

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“L’Italia è terza al mondo per le tasse”, di Alessandro Barbera

Tasse sempre alte e disoccupazione giovanile in costante crescita. Gli ultimi dati dell’Ocse, l’organizzazione di studi finanziata dai Paesi più industrializzati del mondo, conferma i tristi primati del Belpaese. Le tasse anzitutto: secondo gli esperti di Parigi la pressione fiscale italiana nel 2009 è salita dello 0,2%, ha superato in classifica il Belgio ed è ora il terzo su trentatré con il 43,5%. Svettano in cima alla lista, con il

48,2% e 46,4%, i regni del welfare nordico, Danimarca e Svezia. Con una pressione superiore al 40% in Europa ci sono anche Finlandia, Austria, Francia e Norvegia. Il fisco più basso del Vecchio Continente resta quello dell’indebitatissima Irlanda la quale – c’è da scommetterlo – l’anno prossimo si troverà costretta a scalare la classifica. Fra i Paesi industrializzati si confermano con le tasse più basse la Turchia (24,6), gli Stati Uniti (24%), il Cile (18,2%) e il Messico (17,5%).

Il dato italiano – è importante ricordarlo – riflette la presenza di una tantum: se infatti nel 2009 è venuto meno l’Ici sulla prima casa, nel conteggio rientra lo scudo fiscale, il provvedimento per il rientro agevolato dei capitali all’estero, e i maggiori introiti da lotta all’evasione. E’ bene dunque guardare i dati scomposti: ad esempio le tasse su redditi e profitti sono scese dal 14,9% del 2008 al 14,2% dell’anno scorso. Il peso del prelievo sulle società è sceso dello 0,1%, ed è pari al 3,7%, due decimi in più dell’area Ocse. Sale invece il peso delle tasse sui redditi personali: nel 2009 valevano l’11,6% del prodotto interno lordo italiano, mezzo punto percentuale in più del 2008, due punti in più della media dei 33 Paesi. Sale di mezzo punto – dal 13 al 13,5% – il peso dei contributi previdenziali sul totale del prodotto interno lordo. Contributi che – spiega l’Ocse – ormai valgono il 31% dell’intera pressione fiscale italiana. Grazie all’abolizione dell’Ici sulla prima casa, le imposte sui beni immobili l’anno scorso sono scese all’1,9% del Pil, in linea con la media Ocse (1,8%) e ben al di sotto del 2,1% del 2007. Sul totale della tasse valgono il 4,3% contro il 5,4% della media Ocse. Le immagini dell’altro ieri del centro di Roma e i numeri ci dicono che più preoccupante della pressione fiscale è la crescita della disoccupazione giovanile: nella fascia di età fra i 15 e i 24 anni l’Italia occupa solo il 21,7% delle persone. Fa peggio di noi la sola Ungheria, ferma al 18,1%, e siamo al di sotto della media dei Paesi Ocse, dove sono impegnati almeno quattro giovani su dieci. Tra i giovani occupati italiani il 44,4% ha un lavoro precario, il 18,8% lavora part-time. Oltre il 40% dei disoccupati lo è da lungo tempo, il 15,9% sono «Neet», l’acronimo che sta per «Not in education, employment or training»: chi non studia, né lavora, né è impegnato in corsi professionali.

Durante la fase più acuta della crisi – fra marzo del 2008 e giugno di quest’anno – la disoccupazione fra i giovani è salita di 8 punti, il triplo di quanto accaduto fra gli adulti. Il tasso di disoccupazione degli under 24 è al 25,4%, mentre i disoccupati nella fascia 25-54 anni non superano il 7,4%. Il responsabile della divisione politiche occupazione dell’Ocse Stefano Scarpetta dice che «i dati non colgono pienamente il disagio»: basti pensare che nelle statistiche non ci sono ad esempio coloro che hanno appena terminato gli studi. Il «dato più preoccupante» è quello sui cosiddetti «scoraggiati»; coloro che, dopo aver inutilmente cercato lavoro, si rinchiudono nel disagio. In Europa in questa condizione ci sono dieci milioni di giovani, in Italia due su dieci: è più di quanto non accada nella media di tutti i Paesi industrializzati.

“Tra gli under 25 con un’occupazione la metà è precaria e un quinto part-time Nella fascia d’età bassa due su dieci non cercano un impiego più della media Ue”

La Stampa 16.12.10

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“Ocse: pressione fiscale record in Italia fa pagare le tasse più alte dell´eurozona”, di Roberto Petrini

Allarme anche sui giovani: solo uno su cinque lavora. La quota raggiunta nel 2009 è del 43,5 per cento. Pil procapite, sorpasso sulla Spagna. Più tasse e meno lavoro, soprattutto per i giovani: l´Italia non esce dalla crisi e aumenta il disagio. Lo certifica con una raffica di cifre diffuse ieri l´Ocse, la grande organizzazione di studi economici con sede a Parigi che fa capo ai 33 paesi maggiormente industrializzati.
Per prelievo fiscale l´Italia svetta in testa alla classifica dei sedici stati dell´Eurozona ma scivola alla penultima posizione tra i paesi dell´area Ocse per l´occupazione giovanile (15-24 anni): con il 21,7 per cento di occupati (in pratica, uno su cinque) fa meglio solo dell´Ungheria ed è ben al di sotto della media dei paesi membri, che è del 40,2 per cento. L´identikit del malessere, relativo al 2009, mostra che tra i giovani occupati ben il 44,4 per cento ha un impiego precario e il 18,8 per cento lavora solo part-time. Per quanto riguarda i disoccupati, oltre il 40 per cento sono senza lavoro da lungo tempo e il 15,9 per cento appartiene alla categoria senza speranze del «né-né», ovvero né studio né lavoro.
Non vanno meglio le cose sul fronte delle tasse. La pressione fiscale in Italia con il 43,5 per cento sul Pil segna un record storico e balza in cima all´Eurozona e al terzo posto tra i paesi più industrializzati dopo Danimarca (48,2 per cento) e Svezia (46,4 per cento). Secondo i dati Ocse il nostro paese ha scavalcato anche il Belgio che con una pressione impositiva del 44,2 per cento nel 2008 ci precedeva e oggi, con un peso minore del prelievo, è sceso al 43,2, ci segue.
A conti fatti nel 2009, anno in cui era pienamente in carica il governo Berlusconi, il peso percentuale di tasse e contributi sul Pil ha toccato il tetto massimo. Rispetto al 2008 l´aumento è stato di due decimi di punto (si era al 43,3), ma se si vanno a guardare gli ultimi dieci anni la progressione delle tasse in Italia appare preoccupante: l´aumento è stato di 1,3 punti, un incremento che non ha eguali nell´Eurozona se si fa eccezione per Portogallo e Slovenia. Nella media dei 33 Paesi Ocse, invece, la pressione fiscale è in discesa e si è attestata nel 2009 al 33,7%, il livello più basso dagli inizi degli anni Novanta.
Nessun alibi emerge dall´analisi della serie storica: ci si accorge che i precedenti record della pressione fiscale sono arrivati nel 1997, anno del tutto particolare durante il quale il governo Prodi dovette varare l´eurotassa per agguantare l´ingresso nell´euro (allora la pressione fu del 43,3 per cento). Precedente record nel 2007: anche in questo caso era in carica il centrosinistra ma il governo Prodi-Padoa Schioppa dovette affrontare una situazione drammatica dei conti pubblici che nel 2005 ci era costata il «cartellino rosso» di Bruxelles (si toccò il 43,4 per cento).
Oggi il centrodestra, che nel 2001 vinse le elezioni con lo slogan «meno tasse per tutti», ha arrotolato la bandiera della riduzione ma il ministro dell´Economia Tremonti ha avviato un tavolo (venerdì 17 la prima riunione) di riforma e semplificazione del sistema fiscale. Amareggiati i commenti delle opposizioni: «La pressione fiscale in Italia continua ad aumentare i dati di oggi dell´Ocse smascherano le bugie ripetute dal presidente del consiglio», dice il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina –
Nel pieno della crisi internazionale si muove, nelle posizioni di rincalzo, la classifica del Pil procapite: l´Italia, che nel 2007 era stata superata dalla Spagna, nel 2008 e nel 2009 è tornata al dodicesimo posto scalzando gli iberici. Un fenomeno dovuto all´arretramento di Madrid che, fatta 100 la media Ue, è scesa da 105 a 103 (Roma è rimasta ferma a 104).

La Repubblica 16.12.10

"Lettera ai ragazzi del movimento", di Roberto Saviano

Chi ha lanciato un sasso alla manifestazione di Roma lo ha lanciato contro i movimenti di donne e uomini che erano in piazza, chi ha assaltato un bancomat lo ha fatto contro coloro che stavano manifestando per dimostrare che vogliono un nuovo paese, una nuova classe politica, nuove idee.
Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi. I caschi, le mazze, i veicoli bruciati, le sciarpe a coprire i visi: tutto questo non appartiene a chi sta cercando in ogni modo di mostrare un´altra Italia.
I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili che nulla hanno a che fare con la molteplicità dei movimenti che sfilavano a Roma e in tutta Italia martedì. Poliziotti che si accaniscono in manipolo, sfogando su chi è inciampato rabbia, frustrazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere. Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta. Ridurre tutto a scontro vuol dire permettere che la complessità di quelle manifestazioni e così le idee, le scelte, i progetti che ci sono dietro vengano raccontate ancora una volta con manganelli, fiamme, pietre e lacrimogeni. Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo.
Scrivo questa lettera ai ragazzi, molti sono miei coetanei, che stanno occupando le università, che stanno manifestando nelle strade d´Italia. Alle persone che hanno in questi giorni fatto cortei pieni di vita, pacifici, democratici, pieni di vita. Mi si dirà: e la rabbia dove la metti? La rabbia di tutti i giorni dei precari, la rabbia di chi non arriva a fine mese e aspetta da vent´anni che qualcosa nella propria vita cambi, la rabbia di chi non vede un futuro. Beh quella rabbia, quella vera, è una caldaia piena che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stupidaggini ma ti spinge a fare cose serie, scelte importanti. Quei cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati indietro altrettanti ingenui sfogando su un camioncino o con una sassaiola la loro rabbia, disperdono questa carica. La riducono a un calcio, al gioco per alcuni divertente di poter distruggere la città coperti da una sciarpa che li rende irriconoscibili e piagnucolando quando vengono fermati, implorando di chiamare a casa la madre e chiedendo subito scusa.
Così inizia la nuova strategia della tensione, che è sempre la stessa: com´è possibile non riconoscerla? Com´è possibile non riconoscerne le premesse, sempre uguali? Quegli incappucciati sono i primi nemici da isolare. Il “blocco nero” o come diavolo vengono chiamati questi ultrà del caos è il pompiere del movimento. Calzano il passamontagna, si sentono tanto il Subcomandante Marcos, terrorizzano gli altri studenti, che in piazza Venezia urlavano di smetterla, di fermarsi, e trasformano in uno scontro tra manganelli quello che invece è uno scontro tra idee, forze sociali, progetti le cui scintille non devono incendiare macchine ma coscienze, molto più pericolose di una torre di fumo che un estintore spegne in qualche secondo.
Questo governo in difficoltà cercherà con ogni mezzo di delegittimare chi scende in strada, cercherà di terrorizzare gli adolescenti e le loro famiglie col messaggio chiaro: mandateli in piazza e vi torneranno pesti di sangue e violenti. Ma agli imbecilli col casco e le mazze tutto questo non importa. Finito il videogame a casa, continuano a giocarci per strada. Ma non è affatto difficile bruciare una camionetta che poliziotti, carabinieri e finanzieri lasciano come esca su cui far sfogare chi si mostra duro e violento in strada, e delatore debole in caserma dove dopo dieci minuti svela i nomi di tutti i suoi compari. Gli infiltrati ci sono sempre, da quando il primo operaio ha deciso di sfilare. E da sempre possono avere gioco solo se hanno seguito. E´ su questo che vorrei dare l´allarme. Non deve mai più accadere.
Adesso parte la caccia alle streghe; ci sarà la volontà di mostrare che chi sfila è violento. Ci sarà la precisa strategia di evitare che ci si possa riunire ed esprimere liberamente delle opinioni. E tutto sarà peggiore per un po´, per poi tornare a com´era, a come è sempre stato. L´idea di un´Italia diversa, invece, ci appartiene e ci unisce. C´era allegria nei ragazzi che avevano avuto l´idea dei Book Block, i libri come difesa, che vogliono dire crescita, presa di coscienza. Vogliono dire che le parole sono lì a difenderci, che tutto parte dai libri, dalla scuola, dall´istruzione. I ragazzi delle università, le nuove generazioni di precari, nulla hanno a che vedere con i codardi incappucciati che credono che sfasciare un bancomat sia affrontare il capitalismo. Anche dalle istituzioni di polizia in piazza bisogna pretendere che non accadano mai più tragedie come a Genova. Ogni spezzone di corteo caricato senza motivazione genera simpatia verso chi con casco e mazze è lì per sfondare vetrine. Bisogna fare in modo che in piazza ci siamo uomini fidati che abbiano autorità sui gruppetti di poliziotti, che spesso in queste situazioni fanno le loro battaglie personali, sfogano frustrazioni e rabbia repressa. Cercare in tutti i modi di non innescare il gioco terribile e per troppi divertente della guerriglia urbana, delle due fazioni contrapposte, del ne resterà in piedi uno solo.
Noi, e mi ci metto anche io fosse solo per età e per – Dio solo sa la voglia di poter tornare a manifestare un giorno contro tutto quello che sta accadendo – abbiamo i nostri corpi, le nostre parole, i colori, le bandiere. Nuove: non i vecchi slogan, non i soliti camion con i vecchi militanti che urlano vecchi slogan, vecchie canzoni, vecchie direttive che ancora chiamano “parole d´ordine”. Questa era la storia sconfitta degli autonomi, una storia passata per fortuna. Non bisogna più cadere in trappola. Bisognerà organizzarsi, allontanare i violenti. Bisognerebbe smettere di indossare caschi. La testa serve per pensare, non per fare l´ariete. I book block mi sembrano una risposta meravigliosa a chi in tuta nera si dice anarchico senza sapere cos´è l´anarchismo neanche lontanamente. Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto allo studio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l´esatto contrario. E se le camionette bloccano la strada prima del Parlamento? Ci si ferma lì, perché le parole stanno arrivando in tutto il mondo, perché si manifesta per mostrare al Paese, a chi magari è a casa, ai balconi, dietro le persiane che ci sono diritti da difendere, che c´è chi li difende anche per loro, che c´è chi garantisce che tutto si svolgerà in maniera civile, pacifica e democratica perché è questa l´Italia che si vuole costruire, perché è per questo che si sta manifestando. Non certo lanciare un uovo sulla porta del Parlamento muta le cose.
Tutto questo è molto più che bruciare una camionetta. Accende luci, luci su tutte le ombre di questo paese. Questa è l´unica battaglia che non possiamo perdere.

La Repubblica 16.12.10