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Brescia – Dibattito: Quale riforma dell'Università

Brescia (Urago Mella) Sala Laba Via D. Vender 66
Daniele Marioli Prorettore Vicario
Claudio Teodori Preside Facoltà economia
Saverio Regasto Direttore Dip Scienze Giuridiche
Fabio Baronio rapp: ricercatori Cda
Andrea Curcio rapp studenti in Senato accademico
Maria Grazia Ruberto rapp Pta in cda
Franco Sperolini direttore amministrativo CEDISU

Coordina Francesco Esposto resp Università Pd Brescia

Conclusioni On Manuela Ghizzoni

"L'occasione della sinistra", di Curzio Maltese

Le decine di migliaia di votanti che hanno sfidato una giornata d´inferno per scegliere lo sfidante di Letizia Moratti, sono una delle poche buone notizie della vita pubblica in questi mesi. E questo anche se erano di meno rispetto alle primarie precedenti. Sono una buona notizia perché segnalano che la politica non è soltanto trame di palazzo, guerre televisive, macchine del fango e altre porcherie, ma soprattutto libertà e partecipazione, come cantava un grande milanese onorario, Giorgio Gaber. Ma poi perché la partita milanese, da qui alle comunali, è destinata a riscrivere i destini nazionali. Come sempre, viene da dire. Tanto per cominciare, le primarie milanesi sono la prova generale delle primarie nazionali del centrosinistra. Quasi uno scontro per procura fra Bersani e Vendola, che infatti si sono spesi anima e corpo nel sostengo ai rispettivi candidati, Stefano Boeri e Giuliano Pisapia. Vendola è addirittura piombato a Milano alla vigilia del voto per il comizio finale di Pisapia, con mossa tanto teatrale quanto efficace. In una battaglia all´ultimo voto, ha vinto Pisapia.
Ma il Pd non dovrebbe pentirsi di queste primarie, semmai riflettere. A Milano, come in Puglia e a Firenze, le candidature del Pd pagano l´ambiguità delle scelte o delle non scelte, la distanza crescente dei gruppi dirigenti dagli umori dell´elettorato. A parte queste diatribe interne al centrosinistra, le primarie di ieri hanno avuto un sicuro effetto positivo: la prova di vitalità della sinistra milanese che deve uscire dall´angolo e risorgere.
La sinistra si era ritirata da Milano, ovvero dalla trincea più moderna del Paese, negli anni Ottanta, ed è stato un modo rapido per uscire dalla storia italiana. Queste primarie, belle, nervose e vivaci, con candidati di qualità presi dal mondo delle professioni, l´avvocato Giuliano Pisapia, l´architetto Stefano Boeri, il costituzionalista Valerio Onida e il fisico Michele Sacerdoti, hanno restituito al centrosinistra milanese dignità, smalto e appeal persi nel tempo e fra mille errori.
Il candidato espresso dal voto di oggi potrebbe avere per la prima volta da molto tempo una possibilità concreta di battere la destra. Lo testimoniano anche il nervosismo del sindaco Moratti, le divisioni interne fra Lega e Pdl, la tentazione del terzo polo di candidare l´ex sindaco Albertini. Da feudo del centrodestra, Milano può così tornare ad essere un laboratorio centrale della vita politica italiana. Un laboratorio che potrebbe decretare fra quattro mesi la fine del berlusconismo, così come ne aveva salutato la nascita. Attraverso il libero voto e non per un´alchimia di palazzo. Da oggi si torna a Milano per capire dove andrà il Paese, com´è stato in tutte le svolte decisive della storia repubblicana, dalla Liberazione al primo centrosinistra, da Tangentopoli all´invasione leghista e alla nascita della seconda repubblica. Era questa la speranza di una Milano democratica che per tanti anni ha assistito allo scempio di cattive amministrazioni populiste e reazionarie senza perdere mai la voglia di combattere. Era la speranza di gente come Riccardo Sarfatti, la personalità che forse si è più spesa per arrivare alle primarie milanesi ed è morto due mesi fa in un incidente stradale, senza poter vedere il risultato dei propri sforzi. Un grande milanese, Sarfatti, una bella persona.

La Repubblica 15.11.10

"Federalismo inutile senza uno stato forte", di Giuliano Amato

Oggi può sembrare partigiano a favore di Gianfranco Fini, ma sostenere, come lui ha fatto, che il federalismo va bene, purché lo si cali in una solida cornice di unità nazionale, non è un’opzione politica. È anzi una verità che risponde in primo luogo a ragioni di funzionalità ed efficienza, delle quali chiunque ha modo di sperimentare già oggi l’importanza in tanti ambiti della vita quotidiana. Pensate all’aeroporto e pensate all’irritazione che vi provoca restare chiusi in aereo perché non è arrivata la scala, oppure restare bloccati nel finger perché non c’è l’addetto all’apertura delle porte, oppure fermi in attesa del bagaglio perché i carrelli che lo trasportano sono impegnati altrove. Un paese ad assetto federale è come un aeroporto, nel quale servizi diversi ricadono bensì nella responsabilità di operatori diversi, ma non per questo sono isole separate, al contrario ci si aspetta che funzionino come parti di un unico sistema. Intanto sono miriadi le attività che non conoscono i confini regionali e poi ci sono quelle che, pur svolgendosi entro tali confini, devono fare i conti con responsabilità istituzionali diverse.

Non è forse vero che per vivere e per lavorare ci avvaliamo di reti – reti di strade, di ferrovie, di porti, di energia elettrica, di telecomunicazioni, di servizi sanitari e di altro ancora – mentre le città sono luoghi nei quali tutto confluisce ed è un tutto nel cui governo entrano il comune, la regione, lo stato e i tanti gestori dei diversi servizi? Ve lo immaginate il caos (che forse per la verità già conoscete) se ciascuno dei responsabili, delle reti e delle città, andasse per conto suo?
Occorre perciò che vi siano regole e standard comuni perché le reti si connettano al loro interno e, quando serve, anche fra di loro. Io posso vivere in una regione e ammalarmi in un’altra e non sono assistito con efficienza se, entro la rete sanitaria, le unità delle due regioni non sono connesse. Io posso avere convenienza a scaricare le mie merci nel porto di Genova, ma la convenienza si perde se dal porto non si raggiungono rapidamente, per strada o per ferrovia, le destinazioni finali. E nelle città non basta la polizia a fornire sicurezza se il comune non illumina le strade e se le stesse fermate dei mezzi pubblici non sono pensate tenendo conto dei rischi che può correre una donna che le usa la sera.

Insomma, ci vuole una cornice di unità che certo, in un assetto federale, non è quella dello stato centralista, con la sua catena gerarchica e la rigida distinzione fra livelli di comando e livelli di esecuzione.

Ma alcune regole uniformi vanno stabilite per evitare che chi svolge una stessa attività in più regioni si trovi alle prese con procedure e requisiti diversi. Alcuni disegni comuni vanno immessi nelle reti, per dare loro la mappa delle connessioni necessarie. E il coordinamento operativo deve essere sempre assicurato.

È – se ci riflettiamo – quello che fa oggi l’Unione Europea nei confronti degli stati membri. Gli stati membri dell’Unione sono di sicuro qualcosa di più delle regioni sia pure federalizzate. Ciò nondimeno, per dare alle nostre imprese un mercato europeo integrato, Bruxelles ha imposto regole uniformi per molteplici aspetti della loro attività. E non sempre ci si è resi conto che esse non sono una vessazione aggiuntiva, ma la garanzia di una disciplina unica al posto delle più disparate discipline nazionali. Lo fa Bruxelles, dovremo farlo noi all’interno del paese, evitando che le diversità regionali si esercitino dove meno servono e vadano in direzione opposta all’unità addirittura europea del mercato.

C’è poi il coordinamento e qui davvero abbiamo da imparare, perché in esso l’Unione ha sviluppato tecniche e professionalità assai sofisticate, che in un’Italia con autonomie più forti ci saranno preziose. In futuro sarà infatti il coordinamento il principale mestiere delle istituzioni centrali e sono pochi oggi a saperlo fare, giacché l’addestramento dei nostri funzionari è tutto costruito sulle singole procedure, che procedono ciascuna sui propri binari. Il coordinamento con gli altri è in genere un fastidio, il risultato a cui l’insieme delle procedure dovrebbe portare è al di là dell’orizzonte di ognuna e non lo sente come una propria responsabilità chi vive il proprio lavoro all’interno di essa.

Un vero paradosso della nostra storia è che fra i pochi che sanno fare coordinamento, e sono per questo apprezzati, ci sono i prefetti, nonostante siano ancora visti come il simbolo del vecchio e odiato centralismo da chi (sbagliando) non li ama. È vero, erano essi a incarnare la superiorità gerarchica dello stato nei confronti degli enti locali. Ma una volta persi i relativi poteri, sono riusciti a rimanere essenziali grazie alla autorevolezza e alla flessibilità con cui hanno saputo mettere intorno al tavolo i protagonisti della vita locale, contribuendo a risolvere i loro conflitti e finendo addirittura per essere sollecitati a farlo.

Questo è coordinamento della qualità migliore, che deve la sua efficacia non a prerogative formali, ma alla legittimazione via via conquistata nell’effettuarlo con successo. E merita di essere segnalato, perché prova che il ruolo delle istituzioni non è segnato una volta per tutte. La conversione del nostro stato centrale ai suoi compiti futuri, compiti che lo faranno costare di meno (sono strutture più snelle, più flessibili e più intersettoriali quelle che serviranno) e lo faranno contribuire di più all’efficienza complessiva del sistema, è dunque possibile.

“Italiadecide”, l’associazione di ricerca bipartisan che ha Carlo Azeglio Ciampi come presidente onorario, Luciano Violante come presidente effettivo e diverse altre persone (compresi Gianni Letta, Giulio Tremonti e il sottoscritto) che collaborano al di là degli schieramenti, presenta proprio in questi giorni un rapporto che scava lungo le linee qui esposte.

Spiega l’Italia che abbiamo, con le sue reti a volte funzionanti ma più spesso sconnesse, con le sue città dove del coordinamento ci si accorge molte volte troppo tardi, con i suoi processi decisionali, segnati da frequenti colli di bottiglia e incanalati su percorsi distinti, che tendono a incontrarsi solo per l’esercizio dei poteri di veto. Ma è anche un’Italia che sente molto il bisogno di coordinamento e di unità e sa in più casi darne prova, suggerendo essa stessa con le sue esperienze le proposte che concludono il rapporto.

Invito a leggerlo e ad accorgersi che chiunque sarà chiamato a governare o continuerà a farlo (per parafrasare parole recenti del capo dello stato) potrebbe costruire un’Italia migliore, senza necessariamente litigare e avvalendosi anzi di una piattaforma condivisa. Non ci crederete, ma l’esperienza che ci ha portato al rapporto, ci dice che è possibile. Ed è, di per sé, già un’espressione di quell’Italia migliore.

Il Sole 24 Ore 14.11.10

"Il Cavaliere tenta la riscossa", di Marcello Sorgi

Al di là dell’estemporaneità di certe proposte, come quella di chiedere lo scioglimento della sola Camera, e non anche del Senato, se i deputati dovessero negargli la sfiducia, c’è un aspetto determinante della crisi, che viene negato a dispetto della sua evidenza: Berlusconi non ha affatto deciso di farsi da parte, ed anzi è tornato da Seul deciso a battersi con tutte le sue forze. Per restare al suo posto, o per tornarci a furor di popolo dopo le elezioni.

Non lo sfiora minimamente l’idea di arrendersi al logoramento a cui è sottoposto da settimane, e a cui negli ultimi tempi era sembrato sul punto di soccombere.

Non lo preoccupano, né l’incalzante campagna dei finiani, che ha portato, tra l’altro, nuove defezioni dal Pdl verso il Fli. E neppure la nuova inchiesta dei magistrati milanesi sul giro di escort, forse di droga, e magari ai suoi danni, nelle sue ville e nelle sue residenze. Sulla nascita del terzo polo, la novità politica degli ultimi giorni di cui gli parlano continuamente i suoi collaboratori, si diverte addirittura a scherzare, prendendo in giro i tre grandi leader fondatori stretti in un ambito così piccolo.

Si dirà – e sono in tanti a dirlo – che l’uomo non è più lucido; che la storia ha visto prima di lui tanti altri personaggi avviarsi al tracollo senza rendersene conto; e che in un modo o nell’altro, quando il Parlamento gli imporrà le dimissioni, Berlusconi gioco forza dovrà adattarsi alla realtà. E’ possibile. Ma proprio perché non è sicuro e siamo solo all’inizio della crisi, forse conviene non dare del tutto per scontato un Cavaliere finito e vicino ad arrendersi. Berlusconi, certo, è messo male. Ma ha ancora qualche freccia al suo arco.

La prima l’ha già scoccata con il rifiuto netto delle dimissioni, intimategli da Fini domenica scorsa. Non che il Presidente della Camera si fosse illuso di ottenerle tanto facilmente, ma neppure si aspettava che l’avversario fosse pronto a sfidarlo in Parlamento. In metà del quale, per inciso, Berlusconi è sicuro di vincere, potendo contare al Senato su una maggioranza senza il Fli. E nell’altra metà pensa di poterla giocare, a dispetto dei pronostici negativi nati dalle ultime votazioni sfavorevoli per il governo.

L’uscita sullo scioglimento della sola Camera, da questo punto di vista, non va valutata solo in base alla sua scarsa praticabilità. Ma come inizio di una campagna che in questi giorni, mentre si aspetta il varo della legge di stabilità, sarà condotta a tutti i livelli, porta a porta, singolo deputato per singolo deputato. Qualcosa di più e di diverso dal “calciomercato” tentato confusamente, e fallito, a settembre, in vista della fiducia sui cinque punti. Diversamente da un mese e mezzo fa, Berlusconi giudica più chiara, stavolta, l’alternativa tra sostegno al governo e scioglimento. Ogni deputato incerto, pur di non rimettere in gioco il proprio seggio, dovrà riconoscere che per evitarlo non c’è altra strada che votare la fiducia.

Quanto possa poi tirare avanti un governo che si salverebbe con una maggioranza raccogliticcia, al premier al momento non interessa, essendo persuaso che la sconfitta in aula della sfiducia porterebbe insieme una sua resurrezione e un azzeramento del progetto politico finiano. E’ difficile far capire a Berlusconi, come tentano inutilmente i suoi più stretti collaboratori, che questa non può essere una strategia. Anche perché il premier, con l’intervento morbido fatto all’ultima direzione del Pdl, considera pagati tutti i prezzi richiesti dall’ala più moderata del suo partito. Quella, per intendersi, contraria alla rottura con Fini, che ha preso atto a malincuore della richiesta di dimissioni venuta dal leader del Fli, e alla quale Berlusconi può dire risolutamente che quando c’è la guerra, si prendono le armi e si va alla guerra.

Per lo stesso motivo, al primo no alle dimissioni, Berlusconi si prepara a farne seguire altri due, contro il Berlusconi-bis che considera una trappola, e per il quale si aspetta condizioni inaccettabili, a cominciare dalla riforma della legge elettorale, e contro un altro governo di centrodestra, anche guidato da una persona di sua stretta fiducia come Gianni Letta, e corredato della promessa di un salvacondotto definitivo per i guai giudiziari. Quanto al governo tecnico, da Fini a Vendola, di cui si continua a parlare (ma di cui dubita che Napolitano si farebbe sostenitore), si accomodino, ripete il premier, Pdl e Lega staranno all’opposizione.

Tanta sicurezza, tanta determinazione, nascono da una precisa convinzione: basta stare fermo, per arrivare a elezioni. Berlusconi ci scommette e sostiene che alla fine giocherà a suo favore anche tutto il confuso agitarsi degli avversari: ovunque, in Parlamento, nel Paese e nei programmi televisivi che tutte le sere fanno a gara per ospitarli, diffondendo la sensazione di una sorta di golpe contro il voto di due anni fa che aveva riportato il centrodestra al governo, e creando un legittimo desiderio di rivincita tra gli elettori.

Naturalmente, è possibile che Berlusconi si sbagli, che queste riflessioni con cui è tornato in Italia, dopo i giorni neri di Seul, rappresentino l’ennesimo abbaglio di un leader che ormai da tempo non ci prende più ed è incapace di accettare l’uscita di scena. Se invece, com’è già accaduto, alla fine dovesse aver ragione lui ancora una volta, si può star certi che avremo delle sorprese e ne vedremo di tutti i colori.

La Stampa 15.11.10

"Le piccole Pompei a rischio nel Malpaese", di Carlo Petrini e Giovanni Valentini

È un Atlante del Malpaese, per molti aspetti inedito e inquietante, quello che centinaia di lettori di Repubblica hanno compilato in questi giorni spedendo al sito del giornale le foto delle mille Pompei d´Italia. Una galleria degli orrori che illustra gli sfregi al nostro patrimonio culturale.
C´è lo storico e scenografico carcere di Ventotene, costruito dai Borboni alla fine del Settecento, dove il fascismo rinchiuse il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, insieme a Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso e dove Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrissero nel 1941 quel “Manifesto” che avrebbe dato vita all´Unione europea : rimasto in uso fino al 1965, il penitenziario è stato evacuato e mai ristrutturato (segnalazione di Arturo Bandini da Roma).
C´è il primo castello del Mediterraneo, a Casaluce (Caserta), edificato nel 1024 da Rainulfo Drengot e diventato poi convento dei frati Celestini, “abbandonato all´incuria del tempo” (segnalazione di Michele Fedele). In Molise, provincia di Campobasso, c´è l´antica città romana di Saepinum che risale al II-III secolo a.C. e versa “in stato di disinteresse e di abbandono”, minacciata per di più dall´installazione di un imponente parco eolico nelle vicinanze (segnalazione di Francesco Palladino: “Stanno per distruggere uno dei siti archeologici più suggestivi della regione”).
C´è anche l´edificio razionalista della Manifattura Tessile di Moncalieri, a Torino, costruito nel 1951 dagli architetti Mario Passanti e Paolo Perona, “in totale abbandono da anni” (segnalazione di Andrea Mariotti). E ci sono, insieme a questi, altre centinaia di monumenti, palazzi, castelli, chiese, piazze, fontane in rovina o in pericolo che, da un giorno all´altro, possono fare la stessa fine ingloriosa della Domus dei Gladiatori di Pompei: come le mura rinascimentali di Padova, lunghe 11 chilometri, ricoperte di erbacce e di costruzioni (Fabio Bordignon); il castello di Cusago, alle porte di Milano, fatto costruire da Bernabò Visconti tra il 1360 e il 1369 per sfuggire alle epidemie,assediato dall´incuria (Gianni Politi); l´Acquedotto alessandrino di Roma, trasformato in parcheggio per auto (Ivan) o l´antico porto di Traiano, a Fiumicino, già crollato più volte e ora aperto al pubblico soltanto due giorni al mese (Gaetano Palumbo); la Cittadella di Ancona, uno degli esempi di fortezza bastionata più pregevoli dell´Italia centro-meridionale, “destinata al completo degrado” (Fabio Barigelletti); la Domus romana di piazza Matteotti a Pesaro, “condannata alla sepoltura” (Roberto Malini) .
È un Atlante del Malpaese, per molti aspetti inedito e inquietante, quello che centinaia di lettori di Repubblica e cittadini della Repubblica – armati semplicemente di macchina fotografica o anche solo di telefonino – hanno compilato in questi giorni, rispondendo all´ appello del giornale per cercare di salvare i monumenti a rischio. Il nostro sito è stato bombardato di foto e segnalazioni da tutt´Italia, per effetto di una mobilitazione popolare che supera le aspettative e dimostra una sensibilità assai diffusa per la tutela del nostro patrimonio storico, artistico e culturale.
Da un capo all´altro della Penisola, se ne ricava un impressionante inventario di opere preziose costruite dall´uomo nel corso dei secoli e poi dimenticate, dismesse, vilipese. Un catasto del degrado monumentale, da Nord a Sud, regione per regione. Una sorta di grande “Museo degli orrori” che fa rabbia e vergogna a tutti noi: tanto più che il turismo è tuttora la nostra principale industria nazionale e questo si fonda, oltre che sulle bellezze naturali, sull´attrattiva di un “giacimento” unico al mondo.
Sono immagini sconcertanti e avvilenti. Un insulto alla storia, all´arte e alla cultura. E quindi, anche all´identità nazionale, al nostro codice genetico, all´anima stessa dell´Italia.
E sono proprio queste, insieme e oltre la Domus dei Gladiatori, le vere colpe del ministro Biondi e di tutti coloro che l´hanno preceduto. Lo stato generale di abbandono e di degrado in cui versa gran parte del nostro patrimonio storico e artistico è di per sé un atto d´accusa contro i responsabili politici e amministrativi che avrebbero dovuto provvedere alla sua conservazione, alla sua tutela e magari alla sua valorizzazione. Siamo di fronte, invece, a una dissipazione di beni e risorse che abbiamo ricevuto in eredità dalle generazioni precedenti e che, di questo passo, non riusciremo a riconsegnare intatti a quelle future.
Eppure, questo è il nostro “oro nero”. Queste sono le “materie prime” di cui lamentiamo a piè sospinto la mancanza. In un Paese dove bisogna arrivare al limite dell´insurrezione popolare per impedire le trivellazioni petrolifere in Val di Noto, scrigno inestimabile del barocco siciliano, lasciamo andare in rovina monumenti e opere d´arte che potrebbero essere fonte di lavoro e di ricchezza.
Spesso, come ha ammesso lo stesso Bondi nel caso della Domus, non è neppure questione di fondi: Pompei è la prima méta turistica italiana e in pratica si autofinanzia con il ricavato dei biglietti. Si tratta piuttosto di incuria, di inefficienza, di incompetenza. Nel cortocircuito burocratico tra ministero, Regioni, Province, Comuni e Sovrintendenze, il potere si esercita più che altro attraverso il veto e così si disperdono anche le responsabilità. Alla fine, non si capisce neppure più di chi sia la colpa.
Nonostante l´impegno e la militanza delle associazioni ambientaliste, tra cui in prima linea il Fondo per l´ambiente italiano, Legambiente e Italia Nostra, a volte tende a prevalere un atteggiamento d´impotenza o di rassegnazione. Ma i soldi non sono tutto. E lo dimostrano i miracolosi salvataggi di tanti beni artistici a opera del Fai che dal 2003 promuove in collaborazione con Banca Intesa San Paolo un censimento nazionale intitolato “I luoghi del cuore” o la campagna “Salvalarte” che Legambiente porta avanti con encomiabile costanza da oltre dieci anni a questa parte: dal 1996 l´associazione presieduta da Vittorio Cogliati Dezza ha segnalato al Ministero dei beni culturali 980 opere da salvare tra monumenti, chiese, siti archeologici, ma anche sculture e affreschi. E sono più di una ventina quelle che, su intervento di Legambiente, sono state già recuperate e restaurate per essere restituite alla collettività.
Anche in questo campo, evidentemente, è necessario coniugare i nobili ideali con il pragmatismo. E dove lo Stato o gli enti pubblici non sono in grado di intervenire, per mancanza di fondi o per esigenze di tagli, si deve ricorrere al volontariato, all´iniziativa privata, a forme di partnership o di sponsorizzazione con imprese italiane e straniere che magari possano anche “adottare” un monumento o un palazzo. Meglio affiggere una targa con il marchio o il logo di un´impresa piuttosto che un cartello con la scritta “chiuso a tempo indeterminato”.

La Repubblica 15.11.10

Vogliamo un futuro per il nostro Ateneo

L’appello dei ricercatori della ”29 aprile”: a rischio il domani della città stessa. «Trasformiamo l’inaugurazione da Triste cerimonia di un anno accademico nato agonizzante in un momento di riaffermazione della volontà di esigere un vero futuro per la nostra università». Con queste parole i ricercatori che aderiscono alla Rete 29 Aprile danno oggi appuntamento in aula magna. Chiedono ai loro colleghi di aderire allo sciopero proclamato dalla Flc-Cgil per mercoledì, di partecipare al presidio che lo stesso sindacato organizza sempre mercoledì in piazza Oberdan sotto la Regione, e di prender parte alla manifestazione indetta dagli studenti medi e universitari alle 15 del medesimo giorno, in piazza Goldoni.
«Nell’Università di Trieste sono a rischio gli stipendi dei dipendenti, e quindi il futuro delle giovani generazioni, del paese e anche della stessa città di Trieste» avvertono, riecheggiando le parole di Peroni, che ha anche inserito un manifesto-appello nella home-page del sito dell’Università, dove chiama a raccolta anche enti e cittadini: «Seguiteci nelle azioni che intraprenderemo».
I ricercatori parlano di «attacco complessivo sferrato contro l’intera filiera del sapere e l’intero comparto dell’istruzione pubblica». Nella prolusione Peroni avrà per loro parole di attenzione: occorre battersi, dirà, «per ridare speranza ai troppi che attendono di vedere riconosciuta la propria produzione scientifica, spesso di singolare pregio, in sede di progressione di carriera». Parlerà dell’«accrescersi a dismisura» delle loro responsabilità didattiche (e molti hanno ritirato la propria disponibilità). Dirà che a loro bisogna portare «riconoscenza». E annuncerà che nelle prossime settimane alcuni verranno assunti come professori.
Pur in queste straordinarie tensioni, la scaletta della cerimonia sarà quella consueta, se si esclude l’assenza (per impegni al Quirinale) dell’invitato, il presidente della Corte dei conti, e dunque l’assenza di un ospite. Assente anche la musica. Alle 15 l’ingresso in aula magna, alle 15.15 il discorso di Peroni, cui seguirà la premiazione delle migliori matricole del 2009-2010. Parleranno poi i rappresentati del personale tecnico-amministrativo e del Consiglio degli studenti. La prolusione sarà di Riccardo Luccio, ordinario di Psicometria: ”Il posto dell’anima nella psicologia scientifica”. Quindi i saluti istituzionali: Bassa Poropat (Provincia, Dipiazza (Comune), Tondo (Regione).

Il Piccolo di Trieste 15.11.10

"Lo scioglimento ad personam", di Stefano Rodotà

L´uomo che aveva sempre accusato gli avversari di indietreggiare di fronte alla prova democratica delle elezioni, l´uomo che aveva sempre dileggiato il Parlamento per la tortuosità dei suoi percorsi, improvvisamente cerca di costruirsi una strada.
Una via che lo ponga al riparo dalle incognite di un voto, mettendo così a nudo il suo vero modo d´intendere democrazia e sovranità popolare. Ma ogni sorpresa è fuori luogo. Berlusconi dovrebbe averci abituati ad ogni genere di forzatura. Messo ormai alle corde dalla scomparsa della sua maggioranza politica, dall´incapacità di governare, dal discredito personale, intravvede uno spiraglio nella possibilità di andare alle elezioni rinnovando solo la Camera dei deputati. Una strategia per la sopravvivenza personale, che rischia di aggravare ancora di più la crisi che stiamo attraversando. Una conferma dell´irresistibile sua propensione ad un uso congiunturale delle istituzioni, piegate al soddisfacimento dei suoi immediati interessi.
Analizziamo fatti e regole. Nell´articolo 88 della Costituzione è scritto che «il presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camera o anche una sola di esse». Non vi sono precedenti significativi in materia. Anzi, gli scioglimenti anticipati del solo Senato ebbero la semplice funzione «tecnica» di far coincidere la durata delle due Camere, tanto che alcuni conclusero che, parificata la durata nel 1963, veniva meno la ragione che aveva indotto i costituenti a prevedere lo scioglimento di uno soltanto dei rami del Parlamento. Ma, essendo comunque evidente che nel nostro sistema la decisione sullo scioglimento non può in nessun caso essere ricondotta alla volontà del presidente del Consiglio, bisogna chiedersi quali finalità ed effetti avrebbe oggi lo scioglimento della sola Camera.
Berlusconi vuole far sopravvivere il governo anche dopo la fine della sua maggioranza politica e non vuol correre il rischio di trovarsi, all´indomani di eventuali elezioni anticipate, vincitore alla Camera e minoritario in Senato. Questa è una possibilità concreta, come hanno ripetutamente messo in evidenza gli studiosi della materia elettorale, ed è una conseguenza diretta della legge elettorale da lui voluta nel 2006 proprio per azzoppare al Senato Prodi, del quale si dava per certa la vittoria. Si confezionò così il «porcellum» calderoniano, una vera trappola, nella quale ora può cadere lo stesso Berlusconi. Se, infatti, dopo le elezioni anticipate, la sua coalizione non avesse la maggioranza al Senato, il presidente della Repubblica, non potendo certo procedere ad un altro immediato scioglimento, dovrebbe affidare l´incarico di trovare una maggioranza e di formare il governo ad una personalità diversa da Berlusconi. Esattamente ciò che il presidente del Consiglio non vuole. Pretende, allora, di blindare il Senato, congelarlo nella composizione attuale e votare solo per la Camera, sperando di avere anche qui una maggioranza sicura. E se avvenisse il contrario? Questa inedita modalità di voto renderebbe più acuta la crisi. L´inammissibilità della scioglimento della sola Camera discende proprio dal fatto che esso non garantisce il superamento delle difficoltà attuali, anzi può accrescerle, e comunque si configura come uno strumento per sfuggire alle conseguenze della legge elettorale in vigore e per sanzionare i comportamenti politici dei finiani. Finalità costituzionalmente inammissibile.
Inoltre, per arrivare al risultato desiderato, Berlusconi ha bisogno di un´altra forzatura: la discussione sulla fiducia prima al Senato e solo dopo alla Camera. Se, infatti, si votasse prima alla Camera, con un prevedibile voto di sfiducia, Berlusconi dovrebbe subito dimettersi senza avere la possibilità di giocare la carta, sia pure impropria, di una maggioranza al Senato a lui favorevole, derubricando il successivo voto della Camera come semplice «incidente di percorso»: conclusione politicamente e istituzionalmente inammissibile.
Lo scioglimento della sola Camera, dunque, accrescerebbe pericolosamente la deriva personalistica del sistema istituzionale, ne aumenterebbe l´instabilità, e soprattutto confermerebbe nell´opinione pubblica la distruttiva versione di istituzioni che hanno la sola funzione di cucire un vestito sulla misura dei potenti. In tutto questo vi è un elemento di violenza che va denunciato e impedito. Con le sue ripetute dichiarazioni, Berlusconi usurpa le funzioni del presidente della Repubblica. Lo minaccia, anzi, qualora si discosti dalla linea da lui enunciata, parlando di “guerra civile” (dichiarazione ai limiti del codice penale) e pretendendo di dettare tempi e modi di gestione della crisi.
È una grande fortuna per questo sfortunato paese che la difesa della Costituzione sia oggi affidata ad una persona come Giorgio Napolitano. Ma questa fiduciosa consapevolezza deve essere accompagnata da altrettanta consapevolezza di tutte le forze politiche di opposizione della forza distruttiva dell´attuale legge elettorale, ben al di là dell´espropriazione dei cittadini della possibilità di scegliere i loro rappresentanti. Qui deve soccorrere la politica. O eliminando prima del voto il «porcellum». O realizzando un sistema di alleanze che risponda all´emergenza democratica che stiamo vivendo, con una intesa comune che ci liberi non da un uomo, ma da un modo d´intendere e esercitare il potere che sembra non esitare di fronte al rischio di trascinare tutti nella sua caduta.

La repubblica 15.11.10

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“È finita la colla del Cavaliere”, di ILVO DIAMANTI

Dietro al declino di Silvio Berlusconi si scorgono una maggioranza a pezzi e un Paese in briciole. Senza colla e senza cornice. Perché Berlusconi era e resta l´unica colla e l´unica cornice per il suo partito, la sua maggioranza.
Per la base sociale che, per tanti anni, si è identificata in lui. La sua maggioranza. È a pezzi. Ormai da tempo. Da quando si è rotta l´intesa – fragile – con Gianfranco Fini. Che non ha mai accettato l´annessione di An. L´ha subìta, facendo buon viso a cattivo gioco. Ma il patto si è spezzato, ormai da mesi. Per ragioni politiche e personali – ormai impossibili da scindere in questa democrazia dell´opinione. Così oggi la maggioranza non ha più una maggioranza. La nascita di Fli, prima come gruppo parlamentare e poi come partito vero e proprio, ha ridotto il Pdl a un ex-partito. Spezzato. La maggioranza di governo: non c´è più. La regge solo la Lega. Finché le conviene. Pochi mesi, poche settimane, pochi giorni. Finché non riterrà la crisi di governo più costosa, politicamente, della mancata riforma federalista. Cioè, ancora per poco, immaginiamo. Ma già ora la Lega agisce come un partito esterno alla maggioranza di Silvio Berlusconi. Non risponde a lui. Non l´ha mai fatto, d´altronde. Ma ora ne prende apertamente le distanze. E non accetta – ci mancherebbe – di vedersi ridimensionata dall´ingresso nel governo dell´Udc. La sua vera antagonista.
È a pezzi anche il Pdl, diviso all´interno. Dove Tremonti è percepito, ormai, come il vero premier. Riferimento per possibili maggioranze alternative. Gradito alla Lega, accettato dai centristi e da una parte del PD. Ma il Pdl è diviso anche alla base. Nel Nord: soppiantato dalla Lega. Nel Mezzogiorno: incalzato da Fli. E dalle nuove leghe meridionali, soprattutto in Sicilia. Le stime elettorali più recenti (da ultime, quelle dell´Ipsos di Pagnoncelli e dell´Ispo di Mannheimer) sottolineano il declino del Pdl: ormai ben al di sotto del 30%. E suggeriscono che la maggioranza di centrodestra rischierebbe di non essere tale neppure alla prova del voto. PdL e Lega, infatti, non raggiungerebbero il 40%. Mentre i partiti di centro – Udc, Fli, Api, con il rinforzo di Montezemolo – otterrebbero intorno al 18%. Il PD – per quanto in affanno – e l´Idv, alleati alle sinistre, potrebbero perfino prevalere. Alla Camera. Mentre al Senato nessuna maggioranza appare possibile. Motivo che ha spinto Berlusconi ad avanzare la singolare idea, in un sistema a bicameralismo perfetto, di votare solo per la Camera. Tanto per dividere ancora di più le rappresentanze e le istituzioni.
Il fatto è che Berlusconi non è solo il leader di Fi, del Pdl e dell´attuale maggioranza di centrodestra. Ne è l´inventore. E l´unica colla. Senza di lui, questo progetto e questo soggetto politico non stanno insieme. Come non sta insieme l´Italia a cui egli ha dato rappresentanza ed evidenza. Perché Berlusconi, va ribadito, non ha vinto «solo» per merito delle televisioni e della sua capacità di usare – prima e meglio degli altri – il marketing in politica. Ma anche perché ha interpretato il cambiamento sociale – profondo – avvenuto in Italia negli anni Ottanta e Novanta. L´irruzione dei piccoli imprenditori del Nord, veicolata dalla Lega. A cui Berlusconi ha garantito cittadinanza politica e accesso al governo, ancora nel 1994. L´affermazione del capitalismo di «produzione dei beni immateriali» (per citare Arnaldo Bagnasco): finanza, comunicazione, assicurazioni. Queste tendenze che hanno imposto la logica del «mercato» negli stili di vita e nei modelli culturali, promuovendo l´avvento di una società di individui, orientati dai consumi e dai media. Berlusconi, a questa realtà sociale ed economica, ha offerto linguaggio, immagine, ideologia. Luoghi e canali di espressione e di comunicazione. In altri termini: rappresentanza e rappresentazione. Oggi questa Italia non si riconosce più in lui. Né Berlusconi è in grado di offrirle identità comune. D´altra parte, la crisi globale ha tolto credibilità al sistema del credito e della finanza. Non solo, ne ha acuito il contrasto con i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori. E poi la paura: generale e generalizzata, generata dalla crisi economica e dall´incombere della disoccupazione. La domanda di Stato sociale, di sostegno pubblico. Tutto ciò ha indebolito il ruolo di Berlusconi. La sua offerta di rappresentanza. La sua «ideologia del fare» – peraltro, puntualmente smentita dai fatti. Ha reso impopolare la sua interpretazione festosa e fastosa dell´uomo-che-si-è-fatto-da-sé. Così, si è assistito alla presa di distanza, nei suoi confronti, da parte degli ambienti che lo avevano, fin dall´inizio, guardato con favore. Le associazioni imprenditoriali, alcune organizzazioni di categoria e parte del mondo cattolico. Mentre si è allargato il disincanto sociale, sottolineato dal grado di fiducia verso di lui, sceso – oggi – ai minimi storici. Anche per questo assistiamo a un Paese che si sbriciola. Dove prevalgono i risentimenti sociali. Contro gli statali fannulloni, gli insegnanti impreparati, i baroni senza morale, i medici incapaci (e criminali). Mentre si è logorato il mito dell´italiano in grado di reagire a tutto, maestro dell´arte di arrangiarsi. A cui piace vivere bene, in un ambiente estetizzato da secoli di arte e di cultura. Più che a vivere, oggi, gli italiani – molti italiani – sono impegnati a sopravvivere. Alla crisi economica. I giovani: alla precarietà. In un ambiente che cade a pezzi. Peraltro, mentre si celebrano i 150 dell´unità d´Italia, le tensioni territoriali crescono. Tra Nord, Roma, il Sud. Nel Nord e nel Sud.
A tutto ciò Berlusconi non sa e non riesce più a dare risposte unificanti. Non solo per ragioni “politiche” congiunturali. Anche perché sono in crisi la struttura sociale e il sistema di valori che egli ha interpretato per oltre 15 anni. Il problema è che le alternative – sociali, ma anche politiche – faticano ad emergere. Per cui ci scopriamo spaesati, in un paese sbriciolato. Affollato di individui soli e vulnerabili. L´uscita dal berlusconismo – anche senza Berlusconi – si annuncia lunga e faticosa.

La Repubblica 15.11.10