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Non possiamo generalizzare nulla, eccetto i diritti*

Numero degli insegnanti e degli alunni con disabilità, risorse per il sostegno, sovraffollamento delle classi: due mesi dopo l’inizio del nuovo anno scolastico, che cosa è cambiato dal punto di vista dell’inclusione degli alunni con disabilità? Non molto, secondo il CIIS (Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno), anche se il Ministero sembra voler leggere i primi dati con ottimismo. E questo sia perché non possono essere “i numeri” a scandire la qualità della vita, sia perché continua a restare sotto traccia la realtà che l’integrazione scolastica non è solo sostegno, ma dovrebbe poter contare sulla collaborazione attiva dell’intero sistema scuola e in particolare di tutti gli insegnanti della classe dove è iscritto l’alunno con disabilità

Sono trascorsi due mesi dall’inizio del nuovo anno scolastico. E la scuola inclusiva ha ripreso, faticosamente, il suo percorso. Ma cosa è cambiato rispetto al precedente anno scolastico? Quali le novità?
I dati relativi ai “numeri” stanno arrivando, un po’ alla spicciolata, per la verità. Noi sappiamo bene che l’integrazione non si misura con i “numeri”, ma in questo caso i numeri ci forniscono alcuni dati utili per orientarci. A patto che, ovviamente, non si traducano in enigmatiche “percentuali”, in base alle quali, miracolosamente, i conti finiscono per tornare sempre…
E la domanda generale è: «Quest’anno tornano i conti?». A vedere il gran movimento che ha animato e anima la penisola, si direbbe proprio di no. Famiglie e precari da mesi protestano per la scarsità dell’offerta scolastica, per il taglio delle cattedre, per il sovraffollamento delle classi, per la riduzione delle ore di sostegno, per la presenza di più alunni disabili nella stessa classe, per il ritorno di prassi omologabili alle classi differenziali, per la mancata tutela dell’esercizio al diritto all’educazione e all’istruzione.
Temi di un certo spessore, ciascuno di essi di grande rilievo in ambito scolastico. Sono le proteste dello scorso anno che si sono ripresentate oggi e che paiono destinate a riproporsi nel prossimo, quando la “scure dei tagli” dovrebbe completare la sua recisione.
In questo frangente si è interposta la Sentenza 80/10 della Corte Costituzionale che ha ripristinato il diritto alla deroga, cioè la possibilità di aumentare le ore di sostegno didattico fino a un rapporto di un insegnante per alunno con disabilità nel caso di situazioni “gravi o gravissime” (da ricordare, qui, che nel caso di “rapporto 1 a 1”, alla classe in cui è iscritto l’alunno con disabilità viene assegnato il massimo delle ore previste, monte ore che varia a seconda dell’ordine e grado di scuola, ovvero: 25 per la scuola dell’infanzia, 22 per la scuola primaria, 18 per la scuola secondaria di primo e secondo grado).

E tuttavia al Ministero sembra che i conti tornano: lo si evince da quanto comunicato nei giorni scorsi da FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) e FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), che in questi ultimi mesi stanno colloquiando fittamente con i dirigenti del Ministero stesso [se ne legga, nel nostro sito, cliccando qui, N.d.R.]. Questi ultimi, durante l’ultimo incontro, hanno consegnato alcuni dati riguardanti i “numeri” che descrivono la scuola italiana del 2010-2011.
Ebbene, rispetto al precedente anno scolastico, gli alunni con disabilità sono aumentati di 7.272 unità; per contro, la risorsa “docente per il sostegno” è stata incrementata di 4.399 unità. Detto che all’aumento dei posti di sostegno ha contribuito la Sentenza 80/10 della Corte Costituzionale, va dunque annotato che dal 9 settembre di quest’anno, nei banchi delle scuole italiane, siedono 188.449 alunni disabili e sono presenti 94.430 insegnanti incaricati su posto di sostegno. Un numero “consistente”, secondo il Ministero, che “sbilancia” leggermente il rapporto di 1 a 2, previsto dalla norma quale media nazionale, “a favore” degli alunni con disabilità. E in questi ultimi tempi il Ministero stesso ha più volte sottolineato questo aumento come rilevante e positivo.

Ma i numeri, ahimè, non mentono. Analizzandoli, infatti, essi sembrano restituire una realtà ben diversa rispetto a quella disegnata nel palazzo di Viale Trastevere a Roma.
Va ribadito per altro – onde non creare equivoci o malintesi – che quando si parla di inclusione scolastica e ci si riferisce agli alunni con disabilità “numeri, percentuali e statistiche” non sono né possono essere il parametro rispetto al quale “misurare” la qualità o la realizzazione dell’inclusione da un lato e la realizzazione del Progetto di Vita dall’altro. Se vogliamo infatti parlare di qualità della vita, non possiamo permetterci di generalizzare nulla, eccetto i diritti.
Premesso questo, è possibile provare a leggere i dati e rilevare dagli stessi come è organizzata e come funziona la scuola dell’inclusione.
In seguito alla più volte citata Sentenza della Corte Costituzionale e ai numerosi ricorsi ai Tribunali Amministrativi Regionali (TAR), promossi da molte famiglie, le ore di sostegno sono state o incrementate o assicurate, per cui in alcune classi è possibile trovare un insegnante per ogni alunno con disabilità.
Ma a fronte dell’aumento delle situazioni in cui è riconosciuto un insegnante di sostegno per un solo alunno, sussistono condizioni critiche dove il rapporto – per rispondere alle esigenze di contenimento della spesa – è più alto. La “parcellizzazione” delle risorse determina ad esempio casi in cui il docente di sostegno è assegnato a tre, quattro se non a cinque classi. E questo a danno del processo inclusivo e del diritto per gli alunni con disabilità, sottratto dalla logica della “razionalizzazione” che di “razionale” ha solamente il nome!

Affermare pertanto che la situazione è positiva appare una beffa! E ancor più se si pensa a un altro dato. Infatti, la lettura dei “numeri” – così come viene effettuata qui, ma anche in tanti altri articoli apparsi su quotidiani, settimanali o servizi televisivi – restituisce e rinforza l’idea che l’integrazione sia un compito esclusivo dell’insegnante di sostegno. E le paradossali situazioni correlate a questa convinzione hanno mostrato casi nei quali, durante le ore in cui il docente di sostegno non è in servizio, gli studenti vengono mandati a casa!
È uno stereotipo che va assolutamente sfatato. Come va sfatata l’illusione che “va tutto bene”, ancor più quando la criticità della situazione assume connotati preoccupanti, tanto da far temere il ripristino delle scuole speciali che molti genitori invocano, a fronte di una gestione del processo inclusivo inadeguata e carente da parte degli enti preposti.
Da anni, come CIIS (Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno), ripetiamo in tutte le occasioni che il sostegno «non è né l’unica né la sola risorsa da assicurare perché l’inclusione scolastica si realizzi»: l’integrazione scolastica, per dirsi tale, necessita della collaborazione, della partecipazione attiva e della corresponsabilità di tutto il sistema scuola e in particolare di tutti gli insegnanti che operano nella classe dove è iscritto l’alunno con disabilità.

Tutti gli insegnanti del Consiglio di Classe (o team docente) sono responsabili in prima persona dell’integrazione scolastica e devono occuparsi dell’alunno con disabilità, in quanto loro alunno. Ecco perché le Sentenze che assicurano il sostegno per “tutto il tempo-scuola” vanno guardate come una provocazione e non come la soluzione.

Ma sul fronte della corresponsabilità e della collegialità si ravvisa una falla che nessuno si decide ad arginare. Gli insegnanti operanti sulla disciplina o su posto comune si dicono «incapaci di…», «non in grado di…», affermano di non essere formati per promuovere l’inclusione scolastica e, di conseguenza, ritirano i remi in barca.
Per contro il Ministero sonnecchia e nonostante il recente Regolamento sulla Formazione Iniziale, pare non voglia decidersi proprio a dare una precisa risposta ai bisogni formativi del personale in servizio. Al MIUR si temporeggia, rimandando continuamente a una contrattazione sindacale “prossima ventura” il compito di sbrogliare la matassa che, di fatto, consiste nel ripristinare l’obbligatorietà della formazione in servizio.
Certamente non è materia che si possa risolvere facilmente: il confronto e il dialogo su queste scelte vanno curati attentamente e non possono essere lasciati né al caso né all’improvvisazione. Di certo è che già al Ministero “mettono le mani avanti”, anticipando la difficoltà a realizzare corsi di formazione in servizio a causa dei tagli operati dal Ministero dell’Economia. Come dire… noi la volontà ce l’abbiamo, mancano però le risorse…
E allora forse sulla formazione in servizio dovremmo rassegnarci, aspettando il tempo in cui qualche illuminato e lungimirante ministro metterà mano alla questione con determinazione e senza tentennamenti.

Ritorniamo ai dati numerici, riguardanti gli insegnanti, gli alunni con disabilità, le risorse per il sostegno, il sovraffollamento delle classi e gli alunni con disabilità per classe: la scuola inclusiva del 2010-2011 non vive condizioni migliori rispetto a quelle del precedente anno scolastico. I numeri non convincono a rosee prospettive. Anzi, invitano a prudenti valutazioni e ad attente considerazioni. La scuola inclusiva* rischia invece di implodere, se non si interverrà al più presto per assicurare quegli elementi essenziali e basilari per la sua presenza nel contesto sociale italiano. Altrimenti si tratta solo di parole, parole con cui riempiamo frasi e pagine e pagine di libri e giornali.

*Nota bene: alcune parole-chiave per una scuola veramente inclusiva sono:
– Formazione del personale della scuola: formazione obbligatoria per tutti, nella fase iniziale; formazione obbligatoria per tutti coloro che sono in servizio.
– Corresponsabilità del consiglio di classe o team docente: ogni insegnante della classe, sia esso assegnato a posto di sostegno o a disciplina, deve farsi carico del processo di inclusione, perché ogni alunno della classe è un suo alunno.
– Numero alunni per classe: il sovraffollamento non consente una scuola di qualità e sicura; per questo il numero dev’essere adeguato, rispettoso dei parametri e della possibilità di poter “imparare” in condizioni di vivibilità e di serenità.
– Alunni con disabilità per classe: vi sono classi in cui sono iscritti cinque, sei, otto alunni con disabilità, ricreando, di fatto, classi differenziali, quelle classi che sono state abolite con la normativa sull’integrazione negli anni Settanta.
– Progetti inclusivi cooperativi e/o collaborativi: l’inclusione si realizza con metodologie cooperative, in cui gli alunni vengono suddivisi in gruppi eterogenei; anche l’età è importante: gli alunni è bene che siano coetanei.

(di Redazione CIIS)
*Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno.

da ScuolaOggi 15.11.10

"Pompei crolla, loro mangiano", di Emiliano Fittipaldi e Claudio Pappaianni

Invece di occuparsi del patrimonio archeologico, Bondi e Bertolaso hanno speso milioni di euro per ‘eventi’ e ‘progetti’ sull’area dei loro amici. E per una visita del premier, che poi ha pure bidonato.
Per Pompei le risorse ci sono, si tratta di saperle spendere”, affermava due anni fa Sandro Bondi, annunciando che il 28 ottobre 2008 Berlusconi avrebbe visitato il sito archeologico più famoso del mondo. Chissà se il ministro per i Beni culturali sapeva che per quella visita il commissariato straordinario voluto da lui medesimo stava bruciando un pacco di soldi. “Sessantamila euro per la visita del presidente del Consiglio”, recita la voce della contabilità del commissariato, cui vanno aggiunti 11 mila euro per la “pulizia delle aree di visita del Presidente del Consiglio” e 9.600 euro per “l’accoglienza”. Giustificazione dell’uscita: promozione culturale. Lavoro e migliaia di euro sperperati, visto che il Cavaliere a Pompei non ci metterà mai piede.

I soldi destinati alla visita del premier non sono gli unici, incredibili “investimenti” che i due commissari straordinari voluti da Bondi (prima il prefetto Renato Profili, poi Marcello Fiori della Protezione civile) hanno autorizzato durante la loro gestione per rilanciare il sito. “L’espresso” ha trovato l’elenco di (quasi) tutte le spese effettuate dalla struttura, denaro che forse sarebbe stato meglio utilizzare nella manutenzione e nel restauro dei templi e delle Domus degli scavi. “Ora è tardi, la scuola dei Gladiatori è crollata e non si può tornare indietro”, dice un tecnico che chiede l’anonimato: “È una roba vergognosa, pazzesca, ha ragione il presidente Napolitano”.

Tra stipendi da record, consulenze, operazioni di marketing e bizzarrie in odore di Cricca, a Pompei ci hanno mangiato in tanti. La lista comprende di tutto: ci sono 12 mila euro pagati per rimuovere 19 pali della luce; 100 mila per il “potenziamento dell’illuminazione” delle strade esterne al sito; 99 mila finiti a una ditta che ha rifatto “le transenne”. Oltre 91 mila euro sono andati a un Centro di ricerche musicali per l’installazione di planofoni (strumenti per la diffusione del suono nello spazio), e 665 euro sono serviti a cambiare le serrature di un punto di ristoro. Quasi 47 mila euro sono serviti per metter in piedi l’evento “Torna la vite”; 185 mila per il progetto PompeiViva: soldi dati alla onlus romana CO2 Crisis Opportunity fondata da Giulia Minoli, figlia di Gianni e Matilde Bernabei, che ha avuto Gianni Letta come testimone di nozze. Lo sposo? Salvo Nastasi, direttore generale del ministero dei Beni culturali. Al piano di valorizzazione è stata chiamata anche Wind: importo previsto, 3,1 milioni di euro.

Le convenzioni, a Pompei, costano caro: 547 mila euro sono stati spesi per un progetto intitolato “Archeologia e Sinestesia” curato dall’Istituto per la diffusione delle Scienze naturali, altri 72 mila sono state dati all’associazione Mecenate 90 (presidente onorario il solito Gianni Letta, presidente Alain Elkann) per un’indagine conoscitiva sul pubblico, e ben 724 mila all’Università di Tor Vergata “per lo sviluppo di tecnologie sostenibili”.

Qualche maligno sostiene che ci possa essere un conflitto d’interessi: Fiori, si legge nel suo curriculum, è stato docente universitario del corso “Pianificazione degli interventi per la sicurezza del territorio” proprio a Tor Vergata. Supermarcellino, come lo chiamano gli amici, fedelissimo di Guido Bertolaso, ex vice-capogabinetto di Rutelli, è l’uomo-chiave degli ultimi 18 mesi, l’esperto che afferma di aver speso il 90 per cento dei 79 milioni di euro a disposizione “per la tutela e la messa in sicurezza”. Sarà, ma sono molte le spese che stonano. Passi per i 1.668 euro per i nuovi arredi del suo ufficio, ma forse i 1.700 euro per la divisa del suo autista o i 4 mila per la sua “parete attrezzata” poteva risparmiarli. Come i 10 mila per un altro ufficio presso l’Auditorium, i 113 mila per lo spettacolo “Pompei in scena” o i 955 mila per il “progetto multimediale” alla casa di Polibio.

A sei giorni dai crolli, sulle pietre della scuola dei Gladiatori sgambettano tre cani randagi, nonostante la Protezione civile abbia deciso di dare alla Lav ben 102 mila euro per “l’arresto dell’incremento” dei quadrupedi. La città antica è deserta, diluvia. “Stia attento alla pioggia, perché l’acqua qui uccide”, raccomanda l’unico guardiano che si incontra in un’ora e mezza di visita. “La colpa di chi è? Dico solo che vedo sprechi, e troppa gente che litiga su cosa fare. E si sa che mentre ‘o miedeco sturéa, ‘o malato se ne more”.
Mentre il medico “sturéa”, studia, mentre si puntano fiches su progetti di comunicazione, Pompei va in pezzi. Gli esperti che hanno tentato diagnosi e cure sono decine, e hanno fallito tutti. Sbagliato cercare un unico colpevole.

Qualcuno ha puntato il dito su Francesco Rutelli, che quando era ministro accorpò la sovrintendenza di Pompei con quella di Napoli eliminando la figura del city manager. Altri ricordano le scelte “non consone” di ministri come Giulio Urbani e Rocco Buttiglione. Il primo nominò come manager responsabile un generale dell’Aeronautica suo vicino di ombrellone; il leader Udc puntò su un archeologo, Luigi Crimaco, che non aveva avuto incarichi di grande rilievo: prima di occuparsi della villa dei Misteri era direttore onorario del museo civico di Mondragone.

Negli ultimi due anni il luminare che si è affaccendato intorno al lettino del malato è stato Bondi, l’uomo che ha accettato, senza fiatare, i tagli-monstre imposti da Giulio Tremonti. “Vorrei vivere”, diceva un mese fa “in un Paese dove un uomo pubblico viene giudicato per quello che fa. L’idea di affidare a un commissario straordinario della Protezione civile la rinascita di Pompei ha perfettamente funzionato”. Infatti. La Corte dei Conti, già ad agosto, aveva criticato la decisione di consegnare gli scavi al dipartimento di Bertolaso (“Pompei non è un’emergenza”). Ora, i dati scovati da “L’espresso” indicano, forse, che non ci si è impegnati a dovere sulle priorità. La mostra “Pompei e il Vesuvio” promossa da Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia (uno degli imprenditori del settore più amati dai Bertolaso boys, che gli concedono spesso incarichi senza gara) è costata oltre 600 mila euro, mentre per l’illuminazione della casa di Bacco sono stati usati 1,2 milioni.

Con l’avvento di Fiori la struttura commissariale, inoltre, è lievitata come un pan di Spagna. Dai cinque uomini di staff che affiancavano Profili (260 mila euro in tutto, il 20 per cento al prefetto) si passa a dodici. Viene pure incrementata, con un’ordinanza, la percentuale di risorse dedicata alla “copertura degli oneri della struttura commissariale”. La dotazione prevista passa da 200 mila a 800 mila euro, ma non basta. A fine missione, la voce “funzionamento” sul bilancio del commissariato segna una spesa complessiva di oltre 2milioni e 300 mila euro. Numeri alla mano, si va dai 149 mila euro per Fiori, risorse che si aggiungono al suo già profumato stipendio da dirigente apicale del ministero, ai 125 mila per quattro co.co.co. di fiducia, ai 250 mila per il personale distaccato. Per tutti, il 22 ottobre 2009 il commissario autorizzava la ricarica di carte di credito “superflash” per “rimborsi spese di missione” per un importo pari a 185 mila euro.

La Uil Beni Culturali è da mesi che attacca la gestione commissariale. Lo scorso luglio il segretario generale Gianfranco Cerasoli ha presentato persino un esposto alle procure di Napoli e di Torre Annunziata. Il sindacalista, oltre alla questione stipendi, ha duramente criticato anche i lavori di restauro effettuati da Fiori. “In primis quelli per il Teatro Grande, dove la cavea è stata ricostruita con mattoni di tufo che nulla c’entrano, e dove si è lavorato con martelli pneumatici, scavatori e bobcat, in una zona dove bisognerebbe camminare a piedi nudi”, spiega Cerasoli.

L’impresa affidataria è la Caccavo srl di Pontecagnano (Salerno): Profili chiude con loro un appalto da 449 mila euro, ma dopo un anno Fiori affida a loro altre “opere complementari al progetto” per 4,8 milioni. A cui vanno aggiunti altri incarichi, per un totale di 16 milioni di commesse in due anni. Altre presenze fisse nei lavori sono la ditta Maioli di Ravenna, quella di Vincenzo Vitiello (pare assai vicino alla curia) e di Alessandra Calvi, che ha lavorato vicino alla scuola crollata. In pochi la conoscono. “Io dico pure che dei 79 milioni che avevano i due commissari, l’importo destinato agli interventi di messa in sicurezza è pari appena al 52 per cento del totale”, ragiona il sindacalista: “Mentre a tutti gli interventi di valorizzazione e comunicazione, su cui procura e Corte dei Conti dovrebbero guardare con attenzione, è andato il 48 per cento, pari a 38,2 milioni”.
Bondi e Fiori fanno spallucce. Siamo gli unici, dicono, che hanno destinato 2 milioni alla manutenzione ordinaria. Verissimo. Ma a questi si sarebbero potuti aggiungere i 500mila euro destinati ai servizi per la stagione teatrale 2010-2011 (il San Carlo ne prende altri 142 mila, sempre giustificati dalla dicitura “messa in sicurezza”), i 275 mila girati a Legambiente per “la formazione di volontari”, i 42 mila spesi per alcuni volumi di storia, o i 17 mila investiti in televisioni Lcd. Senza dimenticare i mille euro usati “per sfoltire” un pino vicino agli uffici della sovrintendenza. I rami, forse, impedivano la vista del panorama a qualche dirigente.

L’Espresso 12.11.10

“Alunni disabili senza diritti” I genitori portano la Gelmini in tribunale, di Franz Baraggino

A settembre il ministro prometteva 2700 insegnanti di sostegno in più. “Non è vero, la riforma riduce drasticamente i fondi”. Così parte a Milano la prima azione collettiva contro il ministero dell’Istruzione, accusato di discriminare gli studenti con disabilità
Abbiamo incrementato gli insegnanti di sostegno di 2700 unità”. Solo due mesi fa, il 2 settembre 2010, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini rassicurava le famiglie con i figli disabili in vista dell’avvio dell’anno scolastico. Ma le cose non sono andate come promesso.

“Siamo costretti a tenere i nostri figli a casa, perché la riforma Gelmini ha ridotto drasticamente le ore di sostegno alla disabilità”. Parte da un disagio profondo la protesta di 30 genitori di alunni disabili che hanno deciso di intentare la prima azione collettiva (intrapresa con la collaborazione di Ledha, la Lega per i diritti delle persone con disabilità, e il sostegno dell’associazione Avvocati per niente) contro il ministero dell’Istruzione e gli Uffici scolastici locali, accusati di discriminare gli alunni disabili. “La scarsità delle risorse non può giustificare una lesione del diritto all’istruzione. Lo dice il diritto internazionale, ma anche la nostra Corte Costituzionale”.

L’iniziativa è stata illustrata nella sede del Comune di Milano, in occasione di un incontro pubblico sul diritto all’istruzione dei minori con disabilità al quale erano presenti alcune delle famiglie in causa. “Un Paese non può negare il diritto all’istruzione dicendo che non ci sono risorse”, dichiara Livio Neri di Avvocati per niente. “La Convenzione ONU del 2006 sui diritti dei disabili”, spiega l’avvocato, “afferma che il sostegno va garantito nella misura in cui è necessario”. E ancora: “Il tetto al numero di insegnanti di sostegno previsto dalla Finanziaria del 2007 è stato dichiarato incostituzionale perché – stabilisce la Consulta – lesivo di un diritto fondamentale”.
In Lombardia c’è un insegnante di sostegno ogni 2,34 alunni. Il dato, peggiorato rispetto all’anno scorso, mette la regione agli ultimi posti della classifica nazionale, seguita solo dal Lazio. La falce della riforma Gelmini ha messo in ginocchio moltissime famiglie, costringendole a tenere i figli a casa nelle ore di scuola non coperte dal sostegno. “La socialità in classe e l’affetto dei compagni è fondamentale”, assicura la pedagogista Sonia Mazzitelli, che avverte: “Emarginare il disabile nell’età scolare significa emarginarlo nel suo futuro di lavoratore e di cittadino”.

Nonostante le gravi difficoltà, c’è ancora scarsa consapevolezza dei propri diritti. Fino ad ora i ricorsi hanno riguardato singoli casi, che troppo spesso venivano risolti assegnando ore di sostegno sottratte ad altri. “Ecco il perché di un’azione collettiva”, spiega Marco Rasconi, disabile e presidente di Ledha Milano, “per impedire che una coperta troppo corta venga semplicemente tirata da una parte all’altra”. Tra i più restii a intraprendere vie legali sono gli stranieri, che preferiscono non aggiungere problemi a quelli già esistenti. “Un genitore straniero che aveva sottoscritto il ricorso”, racconta ancora l’avvocato Neri, “ha preferito fare marcia indietro”. In tal senso i ricorrenti si augurano che l’iniziativa contribuisca a una maggiore informazione, soprattutto per le famiglie che non possono difendersi o non sanno di poterlo fare. “Certo, nelle nostre condizioni”, sostiene Maria Spallino, uno dei genitori che hanno fatto ricorso, “dovremmo essere invitati a un tavolo. Invece siamo costretti a rivolgerci a un tribunale”.

“Le risorse ci sono”, protesta Patrizia Quartieri, consigliere comunale e promotrice dell’incontro di ieri. “Il Comune di Milano”, racconta la Quartieri, “concede indistintamente a tutti gli studenti un bonus libri che costa 5 milioni di euro l’anno, mentre la spesa per il sostegno alla disabilità è di 3,7 milioni”. E rilancia: “Senza ledere alcun diritto”, propone, “basterebbe ripensare l’allocazione di queste risorse”. La questione riguarda anche i fondi regionali, che per il novanta per cento finiscono alle scuole private, e soprattutto quelli stanziati a livello nazionale, dove, ricorda la Quartieri, “si preferisce spendere quaranta miliardi in armamenti”. Ne fa una questione di civiltà anche il costituzionalista Valerio Onida, candidato alle primarie del centrosinistra per le prossime comunali di Milano, che ha assistito all’incontro. “Il fatto che non si possa o non si voglia soddisfare i diritti fondamentali delle persone più deboli fa di questa una società non civile”. E precisa: “Siamo di fronte a uno di quei diritti che possono definirsi assoluti, e in quanto tali devono essere soddisfatti. Non può essere una questione di risorse: non ci sono scuse”.

Il Fatto quotidiano 14.11.10

«Non è il burqa la prigione delle donne», di Cecilia Zecchinelli

Parla una delle protagoniste della battaglia per il rispetto dei diritti umani in Afghanistan
Mary Akrami: molti passi in avanti, ma troppe promesse disattese
Mary Akrami è una delle donne coraggiose dell’Afghanistan che hanno deciso di lottare per un Paese libero, pacifico e rispettoso dei diritti umani, schierandosi a fianco delle loro sorelle più deboli. Nel 1999, durante l’esilio in Pakistan ai tempi dei talebani, ha fondato l’attivissimo Centro per lo sviluppo delle capacità delle donne afghane (Awsdc). Con la sua Ong, tornata a Kabul, ha creato nel 2003 il primo rifugio per donne maltrattate, il Khana-e-Amn, la Casa della sicurezza. Da allora si divide tra la capitale afghana e il mondo: rappresentante della società civile afghana alla conferenza di Bonn nel 2001, testimone del «nuovo Afghanistan» nel 2005 al Social Forum in Brasile, insignita nel 2007 dal Dipartimento di Stato Usa del premio International Women of Courage. Venerdì, nel corso della conferenza Science for Peace di Milano, parteciperà all’incontro sulle donne nelle aree di conflitto con altre importanti attiviste, dal Premio Nobel iraniana Shirin Ebadi alla marocchina Aicha Ech Channa.
Nell’era dei talebani le «afghane prigioniere del burqa» erano diventate il simbolo del regime da abbattere. Poi l’Occidente si è focalizzato sulle donne ancora schiave delle tradizioni o sulle poche con ruoli pubblici. Cos’è cambiato davvero dopo il 2001?
«Fino al 2001 chiunque dissentisse dai talebani era di fatto un “prigioniero”, anche gli uomini — sostiene Mary Akrami —. Ma le donne hanno sofferto di più. Molte si sono trovate sole e senza mezzi economici ma era loro vietato lavorare, guadagnare anche il poco necessario per sopravvivere. Il burqa non era il vero problema: è vero che spesso veniva loro imposto ma molte lo sceglievano perché si sentivano protette. E anche oggi tante afghane che lavorano e hanno posizioni importanti continuano ad indossarlo tranquillamente. I problemi sono ben altri». Ad esempio? «Molte sono ancora private dei diritti di base, come l’istruzione, la salute, l’apprendimento di una professione e quindi l’indipendenza economica. Ma è vero che dal 2001 si sono fatti passi enormi. Le donne siedono in Parlamento e nel governo, hanno più accesso all’istruzione, hanno costituito molte organizzazioni, gestiscono centri e Ong, sono inserite nel mondo dei media, sostengono legislazioni che rispettino i loro diritti, che fino ad oggi in Afghanistan erano ignorati da tutti. Le premesse ci sono ma resta molta strada da fare».
Quanto pesa oggi sulla società civile, e femminile in particolare, il deterioramento della sicurezza in Afghanistan?
«L’aumento delle vittime civili crea fortissimo allarme. Gli afghani avevano forse aspettative irrealistiche sul ritorno della pace ma la comunità internazionale ha comunque seguito strategie sbagliate. La percezione generale è che siano i giochi politici a prevalere Tutto quell’insistere sul burqa ad esempio è assurdo: se la comunità internazionale avesse mantenuto i suoi impegni, il fatto che alcune afghane continuino ad indossarlo svolgendo nello stesso tempo un ruolo chiave per lo sviluppo del Paese sarebbe irrilevante». Può parlarci del «rifugio»? «Quando l’abbiamo fondato nel 2003 è stato il primo luogo sicuro dove le donne potessero rifugiarsi. Da allora ne abbiamo ospitate 769, vittime di abusi e violenze terribili, e 740 lo hanno lasciato dopo aver risolto i loro problemi. Ne restano 27, e due — devo ammettere — sono state raggiunte e uccise dalle famiglie. Abbiamo però molti problemi di finanziamento: i fondi attuali dureranno solo sei mesi».
La conferenza Science for Peace sottolinea il ruolo della scienza, dell’istruzione e della cultura nel costruire un mondo di pace. Quanto vale per le donne?
« I talenti migliori sono ovunqueovunque impegnati a costruire armi, se venissero usati in modo migliore il mondo sarebbe un paradiso. E la pace non esiste se non c’è istruzione, che insegna agli esseri umani ad amare la vita. Le donne hanno sempre avuto un ruolo importante in questo senso, le madri sono in fondo la prima “istituzione” educativa nella società. E nella storia dell’Afghanistan ci sono molti esempi della loro capacità di risolvere dispute e conflitti, riconosciuta anche dagli anziani delle tribù».

Il Corriere della Sera 13.11.10

Il Pd: «Vigilanza democratica sui colpi di coda del Caimano», di Andrea Carugati

Finocchiaro: «L’allarme deve essere alto, Berlusconi non conosce limiti». Franceschini: «I sistemi autoritari sono più pericolosi quando arriva la fine». Dal Colle nuovo richiamo alle priorità: fare la finanziaria, e poi toccherà alle mozioni e alla crisi
Ma preoccupa l’agitarsi del premier: «La sua lettera alle Camere è un tentativo disperato». «Vigilanza democratica», scandiscono in coro Dario Franceschini e Anna Finocchiaro. «Anche se queste parole non si dovrebbero pronunciare in una grande democrazia occidentale», spiega la capogruppo Pd al Senato. Però il momento è grave. «Il livello di allarme deve essere alto, Berlusconi ci ha abituati a qualsiasi stravolgimento delle regole e ad una spregiudicatezza senza limiti». Franceschini è sulla stessa linea: «Tutti i sistemi con qualche venatura autoritaria diventano più pericolosi quando si avviano alla fine».
Passano poche ore e i timori, già alimentati nei giorni scorsi dalle parole del premier da Seul sulla «guerra civile» da scatenare contro un eventuale ribaltone, trovano un’ulteriore conferma, quando Berlusconi annuncia la sua personale road map parlamentare: una lettera ai presidenti delle Camere per forzare le tappe della crisi, e ottenere la fiducia dal Senato prima della sfiducia a Montecitorio.
Un modo chiaro per mettere il Colle davanti al fatto compiuto, e «provare a forzare la mano per il voto anticipato, impedendo la nascita di un governo diverso dal suo», come spiega Maurizio Migliavacca. «Solo chi è nemico dell’Italia può pensare al voto anticipato in questa situazione economica», denuncia Veltroni. E Franceschini: «La lettera del premier è un tentativo disperato e tardivo di evitare la mozione di sfiducia alla Camera, e una grave scorrettezza istituzionale. Non si è mai visto che il presidente del Consiglio, di fronte a una mozione di sfiducia formalmente depositata in una Camera, possa decidere di andare a chiedere la fiducia in un’altra».
IL TIMING DEL QUIRINALE
Un percorso a ostacoli, dunque. Un tramonto berlusconiano che rischia di essere pieno di colpi di coda, persino di macerie. L’unico punto fermo sembrano i tempi. Ieri la moral suasion del Colle ha convinto tutti i protagonisti dello scontro, da Berlusconi e Bersani, a rinviare le ostilità, e la guerra delle mozioni, a dopo la Finanziaria. Nel tardo pomeriggio è arrivata una nota ufficiosa del Quirinale, che plaude alla convergenza delle forze politiche «sulla necessità di dare la precedenza alla necessaria approvazione della legge di stabilità e del bilancio in entrambi i rami del parlamento, per affrontare subito dopo la crisi politica». Esattamente come avvenne nel 1994, fanno notare dal Colle, quando il primo governo Berlusconi entrò in crisi solo dopo l’approvazione della manovra.
Con un timing deciso d’intesa dal Capo dello Stato e dai presidenti delle Camere. L’intervento del Quirinale toglie di scena un rischio: e cioè che Berlusconi ottenesse un voto di fiducia al Senato già nei prossimi giorni, mentre la Camera sarà impegnata sulla Finanziaria. Ora l’orologio della crisi si sposta in avanti, almeno a metà dicembre.
LA “VIGILANZA” DEL PD
Un percorso lungo. E i rischi sui colpi di coda del Caimano restano tutti. L’adunata di piazza, annunciata giovedì dal premier, non spaventa più di tanto il Pd. Ma la mossa della fiducia in Senato sì. «Mi appello alla terzietà istituzionale del presidente del Senato», dice la Finocchiaro. «Quella mozione è un atto ultimo di disperazione, tutto sta crollando e loro vogliono ancora ballare il valzer sul ponte della nave, mostrando un disinteresse intollerabile per il Paese». «Non mi illudo», confida la capogruppo Pd. «Per un uomo così spregiudicato e disperato, temo che neppure l’autorevolezza del Quirinale possa rappresentare davvero un limite». «Non si comporterà come un leader che ha a cuore il suo Paese, userà tutti gli arsenali di fuoco di cui dispone», avverte Pierluigi Castagnetti. Per questo i democratici vogliono «fare in fretta». Il Pd è pronto a utilizzare i gazebo già previsti da ieri e per tutti i weekend di novembre per impugnare la Costituzione. «Difenderemo le sue regole e i suoi equilibri in centinaia di piazze», dice la Finocchiaro. Fino alla manifestazione di San Giovanni l’11 dicembre. «C’è il rischio di un finale “alla Caimano”, Berlusconi è disposto a tutto per di non mollare la preda», rincara Rosy Bindi. «Per lui non finisce solo un governo, ma un’intera stagione politica e sappiamo bene quali sono i suoi timori una volta uscito da palazzo Chigi. Confido sul senso di responsabilità di tutte le altre forze politiche, e spero che anche la Lega prenderà le distanze». I rischi non mancano. «Ma non possiamo rinunciare a muoverci per paura che lui scateni il caos», chiude la Bindi. «È un rischio che dobbiamo correre».

l’Unità 14.11.10

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Pierluigi Bersani: L’alternativa: «Non si fa senza il Pd. Senza di noi ci si tiene Berlusconi. «Niente melina, sfiducia dopo la legge di stabilità», di Simone Collini

«Quello che andremo a dire noi al Quirinale si sa». Pier Luigi Bersani sembra dare per scontato che entro breve si apriranno le consultazioni al Colle (e di fronte a Giorgio Napolitano il segretario del Pd sosterrà la necessità di dar vita a un governo di transizione che in un anno circa approvi una nuova legge elettorale, una riforma fiscale e una serie di
misure per l’occupazione giovanile). Ma dà altrettanto per scontato che ora Berlusconi tenterà «colpi di coda» di ogni tipo, anche piegando le regole istituzionali a suo uso e consumo, «dando pericolosi scossoni ai pilastri costituzionali».
COMBATTIMENTO E NIENTE MELINA
Ecco perché incontrando militanti e simpatizzanti del Pd in un quartiere popolare romano, affiancato dal presidente della Provincia Nicola Zingaretti, avverte: «Ci aspettano settimane di combattimento». Quante? Per Bersani non dovranno essere più di due, massimo tre, perché da questa «palude» bisogna uscire in fretta. «Noi abbiamo presentato la mozione di sfiducia. Ora qualcuno ci dice: “Volete far saltare in aria la Finanzia-
ria?”. No, no… Siamo dispostissimi a far votare la sfiducia in Parlamento dopo l’approvazione della legge di stabilità. A condizione, però, che la destra non faccia melina sulla legge di stabilità».
Al leader del Pd non piace né il «balletto» dell’idea di sciogliere solo una delle due Camere né il tentativo di Berlusconi di far passare la crisi prima per il Senato e poi per la Camera. «Berlusconi deve andare a casa perché è un tappo micidiale per il Paese.
Di case ne ha… scelga lui. Magari la più lontana». Se ci scherza anche su è perché forse qualche segnale in più di ottimismo Bersani inizia a vederlo: «Siamo arrivati a un punto in cui è veramente possibile che Berlusconi vada a casa», dice. «E non pensino d’inventarsi un’uscita dalla crisi interna al centrodestra dice facendo riferimento all’ipotesi di un esecutivo guidato da Tremonti, Alfano o altri esponenti vicini al premier la crisi è di Berlusconi e del centrodestra, la soluzione non può venir da lì».
IL PORTA A PORTA
L’obiettivo del Pd rimane il governo di transizione, ma il clima sa già tanto di campagna elettorale. «Dobbiamo rimettere la politica nelle mani dei cittadini», dice Bersani inaugurando un porta a porta nel vero senso della parola, nel senso che dopo un breve comizio nel cortile di un condominio a Pietralata si infila in un portone e suona campanelli, entra in un paio di case a parlare di lavoro, tasse, scuola dei figli, accettando bicchieri d’acqua e caffè, firma autografi ai bambini che lo bloccano nell’androne («aho mi’ madre la stima troppo»), risponde con un sorriso alle signore che si offrono di cucinare «du’ spaghetti» o che gli dicono che «è più bello che in tv», stringe mani a vecchietti che qui sono la minoranza ma tanto poi passa al centro anziani “1 ̊ maggio” e balla “Romagna mia” con l’ottantacinquenne Annarella, poi va a fare un brindisi al circolo del Pd “14 ottobre” («qui prima c’era una chiesa», gli spiega un dirigente con orgoglio) che è la data delle primarie che incoronarono Walter Veltroni segretario e sancirono la nascita del Pd, un nome scelto dopo un referendum tra gli iscritti ma poi non c’è stata troppa discussione sul fatto che sui muri dovesse rimanere la foto di Antonio Gramsci e una riproduzione del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo.
A SAN GIOVANNI
Un pomeriggio a stringere mani e distribuire volantini con le proposte programmatiche del Pd sui temi del lavoro, la scuola, il fisco, l’immigrazione, l’ambiente. E che si ripeterà
nei prossimi fine settimana del mese, per creare il massimo della mobilitazione e poi arrivare alla manifestazione nazionale dell’11 dicembre. Dice Bersani: «Avevamo pensato ad altre soluzioni, ma il clima che si respira in tutta Italia ci ha convinto a prendere questa decisione: andremo a San Giovanni». Una scelta che effettivamente non era scontata, visto che la Cgil ha fatto sapere che spenderà tutte le proprie energie e risorse per la sua manifestazione del 27 novembre e visto che all’appello per farne un’iniziativa unitaria di Sinistra e libertà, Verdi e Federazione della sinistra, Bersani ha risposto che «sarà aperta a tutti, ma si farà sulla piattaforma del Pd» (cosa che non è andata giù a Nichi Vendola e soci).
SENZA PD RIMANE BERLUSCONI
Bersani in questa fase vuole infatti giocare anche la carta dell’orgoglio. «Deve essere chiaro a tutti che senza
il Pd l’alternativa non si fa, senza di noi ci si tiene Berlusconi». Un modo per chiedere «rispetto» e per dire al leader dell’Idv Antonio Di Pietro e a tutti quelli che «fanno le pulci» al modo di fare opposizione da parte dei Democratici che «è ora di finirla con le punzecchiature». Anche perché Bersani ci tiene a rivendicare il ruolo svolto dal suo partito per arrivare a questo punto. «Abbiamo lavorato per allargare le contraddizioni dentro il centrodestra», dice. E a questo punto nel suo entourage non si fa neanche più mistero del fatto che è da maggio che si è avviato un dialogo pressoché costante con Gianfranco Fini.
RAPPORTO COL TERZO POLO
Vuol dire che nel Pd stanno tranquilli sul rapporto che si instaurerà con Udc e Fli? Non proprio. Se nelle ultime ore sono stati cancellati i sospetti di un doppio gioco da parte di Fini e Casini, non è fugato il timore che in caso di voto anticipato il cosiddetto Terzo polo vada da solo. Il che renderebbe molto più complicato vincere alla Camera. Per questo il capogruppo alla Camera Dario Franceschini dice che «il Pd deve confrontarsi con questa forza sui contenuti» e il capodelegazione al Parlamento europeo David Sassoli sottolinea la necessità di «costruire un’alleanza stabile fra il centrosinistra e il Terzo polo per ricostruire il Paese».

L’Unità 14.11.10

"L'ultima minaccia di Mackie Messer", di Eugenio Scalfari

La fine d´un regno ha sempre un antefatto e un post-fatto e bisogna collegare quei due momenti per capir bene quello che sta accadendo. Si tratta in questo caso di due articoli di giornale, quindi non eventi politici ma espressioni della pubblica opinione.
L´antefatto mi riguarda personalmente perché sono io l´autore di quell´articolo. Fu pubblicato sulla Repubblica del 13 gennaio 1990, quattro anni prima che Silvio Berlusconi diventasse primo ministro. Il titolo era questo: «Mackie Messer ha il coltello ma vedere non lo fa».
Il personaggio di cui si parlava era appunto Berlusconi che all´epoca era soltanto un imprenditore immobiliarista e un impresario televisivo con alle spalle il potere politico di Bettino Craxi. Il titolo era preso dall´«Opera da tre soldi» di Bertolt Brecht: Mackie Messer è un lestofante protagonista dell´Opera, un lestofante di primo piano che usa un folto gruppo di mendicanti per coprire e portare a buon fine le sue ruberie. Negli anni Novanta era già chiara la natura di quel personaggio. Chi voleva capire aveva capito. I vent´anni successivi non sono stati altro che lo sviluppo di quella natura che conquistò le istituzioni e le ridusse a strumento dei propri interessi e di quelli della sua nomenklatura.
IDescrive impietosamente gli errori che hanno costellato il governo Berlusconi e la decomposizione del suo potere, delle sue alleanze, della sua concezione del bene pubblico. La diagnosi è perfetta e condivisibile.
Manca solo una cosa: l´autore non spiega perché se ne accorge soltanto oggi e perché nei precedenti sedici anni abbia fatto di tutto il suo possibile in ampia e pessima compagnia con altri turiferari, per manipolare la pubblica opinione in favore di Mackie Messer. Forse un atto di contrizione sarebbe stato opportuno, ma sarebbe chieder troppo all´umana natura.
Questi ingenui che si credono furbi sono una delle nostre debolezze nazionali. L´altra debolezza sta nel fatto che i furbi si credono anche intelligenti e non lo sono affatto.
Adesso gli ingenui si stanno svegliando da una lunga narcosi. E sapete qual è la goccia che ha fatto traboccare il vaso? È stata l´inaudita bugia detta al telefono la sera del 27 maggio scorso da Berlusconi al capogabinetto della Questura di Milano, quando asserì che la minorenne Ruby era la nipote di Mubarak. Tutto il resto era stato assolto dal maschilismo italico che la moralità se la mette sotto i piedi senza esitare, ma la bugia su Mubarak (certificata perfino dal ministro dell´Interno, Maroni, senza neppure un brivido di stupefazione) quella no, quella è diventata argomento da bar dello sport, quella era impossibile da digerire anche da stomaci capaci di mandar giù perfino le pietre.
Quella era il segno che il capo del governo italiano era sotto ricatto al punto di temere che se la ragazza Ruby avesse dovuto passare una notte in Questura, avrebbe parlato. Per evitare quel pericolo anche il nome del presidente egiziano poteva servire ed infatti è servito.
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Dopo l´antefatto e il post-fatto veniamo all´attualità. La prima constatazione è che la maggioranza non c´è più. Alla Camera in modo certo e documentato ormai da sei votazioni: tre nella Commissione parlamentare di bilancio ed altre tre su questioni riguardanti l´immigrazione. Al Senato la vecchia maggioranza c´è ancora per una manciata di voti, ma sta per venir meno, molti senatori stanno preparando i bagagli per cambiare gruppo. Comunque è sufficiente che la maggioranza non sia più tale in una delle due Camere, per provocare la crisi di governo.
A questo punto i problemi sono tre: quando, come, e che cosa accadrà dopo.
Il quadro sembrava chiaro fino all´altro ieri: dopo l´approvazione della legge di Stabilità finanziaria che tutte le opposizioni vecchie e nuove avevano accettato di votare (ancorché si tratti di una legge molto mediocre) per senso di responsabilità e accogliendo un pressante invito del Capo dello Stato.
Questo sembrava l´accordo fino a due giorni fa, ma a quel punto Berlusconi ha capovolto la strategia dell´attendismo accendendo una miccia esplosiva: la richiesta al Senato di un voto di fiducia. La tregua sul quando è stata in tal modo rotta poiché l´opposizione, avendo avuto notizia di quest´iniziativa del governo, ha presentato a sua volta una mozione di sfiducia alla Camera. Si è così aperta la cosiddetta guerra delle mozioni che avvicina inevitabilmente il momento della crisi parlamentare. Il premier cerca di vincere la prima battaglia con l´ennesima forzatura delle regole, pretendendo di far votare la mozione di Palazzo Madama, dove è più sicuro di avere la maggioranza. Nel frattempo si è riaperto il «calcio mercato» sia in Senato sia alla Camera. Spettacolo vergognoso quant´altri mai.
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Esaminare quanto accadrà dopo il voto di sfiducia alla Camera è complicato. Ci saranno infatti a quel punto svariati protagonisti: anzitutto il presidente della Repubblica e i presidenti delle Camere. I gruppi parlamentari. Ma anche le parti sociali e soprattutto la situazione economica nazionale e internazionale.
Le variabili sono molte e possono essere combinate tra loro in vario modo.
La prima variabile, quella decisiva, riguarda la possibilità di formare un nuovo governo oppure la scelta di metter fine alla legislatura e andare a nuove elezioni. Sarebbe in tal caso il secondo scioglimento anticipato delle Camere dopo due anni e mezzo dal primo. È chiaro che, prima di arrivare a tanto, Napolitano vorrà verificare se questo fatto per più aspetti traumatico possa essere evitato. Direi che questa verifica rientra nei suoi diritti e nei suoi doveri. L´incredibile minaccia di «guerra civile» lanciata da Berlusconi è preoccupante come sintomo della sua tenuta mentale ma non come pericolo reale.
Il vero tema è dunque di capire se, nell´interesse del Paese, sia meglio andare a votare subito oppure – se i numeri ci saranno in entrambe le Camere – procedere alla formazione d´un governo alternativo a quello attuale, che modifichi l´obbrobriosa legge elettorale vigente e gestisca al meglio l´economia, ancora ben lontana dall´esser uscita dalla crisi.
I pareri sono divergenti su questo punto, influenzati dalle previsioni elettorali. Se si vota con la legge vigente la coalizione Berlusconi-Bossi potrebbe di nuovo vincere alla Camera ma forse esser battuta al Senato. Si aprirebbe una fase di instabilità accentuata dalla quale il solo modo di uscire sarebbe una «grossa coalizione» dal Pdl e Lega fino al Pd passando per il terzo polo centrista. Questo tipo di soluzione sembra manifestamente impossibile. Produrrebbe un caos politico e sociale specialmente in tutta l´area del centrosinistra.
L´alternativa a questo caos nient´affatto calmo consiste in un governo interinale che faccia proseguire la legislatura fino alla sua naturale scadenza nel 2013, fondato sull´accordo del terzo polo Fini-Casini con il centrosinistra.
Si tratta di un ribaltone? E come tale improponibile?
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La parola «ribaltone», intesa come cambio di maggioranza che avvenga nel corso di una legislatura, non è prevista nella Costituzione. Al contrario c´è un articolo estremamente chiaro che così recita: «I membri del Parlamento rappresentano la nazione senza vincolo di mandato». Quest´articolo tutela la libertà d´opinione dei singoli parlamentari al di là dei vincoli di partito. I delegati del popolo rispondono alla loro coscienza e responsabilità politica e saranno giudicati dai loro elettori quando il popolo sarà nuovamente chiamato a votare.
I parlamentari di «Futuro e Libertà» hanno già dimostrato l´operatività di quell´articolo della Costituzione quando hanno deciso di costituire gruppi parlamentari propri abbandonando quello del Pdl. Ancor più lo dimostreranno domani uscendo dal governo. Berlusconi e il gruppo dirigente del Pdl non hanno più la loro fiducia e i motivi di questa sfiducia sono stati da loro ampiamente illustrati.
La scelta tra scioglimento delle Camere o formazione di un governo che prosegua la legislatura spetta soltanto al Capo dello Stato che valuterà quale sia la soluzione migliore per il Paese, sempre che i numeri gli consentano di «vedere» l´esistenza di una nuova maggioranza.
Bisogna essere molto chiari su questo punto: l´esistenza numerica di una nuova maggioranza è una condizione necessaria ma non necessariamente sufficiente. Il Capo dello Stato potrebbe anche decidere che lo scioglimento delle Camere sia più utile al bene pubblico.
A me non pare che questa utilità vi sia, e non pare al maggior partito d´opposizione, non pare al terzo polo centrista che è ormai una nuova presenza parlamentare, non pare neppure alle forze sociali, sindacati e Confindustria, che reclamano da tempo un governo che governi e constatano che il governo attuale non è più in grado di fare alcunché, ammesso che in passato abbia fatto.
Ma, lo ripeto, queste valutazioni (la mia personale ovviamente non pesa neppure un grammo) passeranno al filtro del Quirinale la cui decisione è in ogni caso inappellabile e proprio questa inappellabilità costituisce garanzia costituzionale a tutti gli effetti.
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Un´osservazione però voglio aggiungerla sul cosiddetto governo del fare. Non mi stupisce affatto che gli accoliti di Berlusconi proclamino che l´attuale compagine ministeriale abbia fatto il massimo che poteva fino a quando la scissione finiana ne ha paralizzato l´attività.
È ovvio che sostengano questi tesi. Meno ovvio è che la stessa tesi sia sostenuta da persone equilibrate e apparentemente imparziali; questo sì, mi stupisce e mi far riflettere fino a che punto la propaganda di parte abbia stravolto il pensiero di chi dovrebbe ragionare sui dati di fatto.
Un paio di settimane fa l´ex ambasciatore Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera scrisse un fondo sul suo giornale nel quale lamentava che gli insopportabili comportamenti privati del premier avessero offuscato quanto di buono, anzi di molto buono, il governo aveva fatto per il Paese.
Romano indicava quali siano stati i successi del governo: un forte impulso alla costruzione di infrastrutture, una legislazione sociale virtuosa di protezione del lavoro e di stimolo alle imprese, una politica economica di successo che ha arginato gli effetti negativi della crisi internazionale; infine la positiva soluzione di problemi apparentemente insanabili come i rifiuti di Napoli e il terremoto d´Abruzzo.
Mi sono stropicciato gli occhi nel leggere quelle frasi; forse, mi sono detto, l´ambasciatore Romano scambia i sogni (la propaganda) per realtà.
La verità è questa. Il terremoto d´Abruzzo e i rifiuti di Napoli sono due miracoli annunciati ma mai verificatisi e la realtà è sotto gli occhi di tutti senza bisogno di ricordarla.
La legislazione sul lavoro e gli stimoli alle imprese non ci sono stati, c´è stato un accordo contrattuale separato che ha tenuto fuori il maggior sindacato italiano. Per quanto riguarda gli stimoli alle imprese e ai consumatori non se n´è mai vista l´ombra come ha documentato più volte l´ufficio studi della Confindustria.
Infrastrutture. Il rapporto Cresme sulle opere pubbliche presentato a Verona il 9 novembre è il seguente: nel 2008 le opere pubbliche sono diminuite del 6 per cento rispetto all´anno precedente, nel 2009 la diminuzione è stata del 7 per cento e nel 2010 del 4,9. La previsione per il 2011 segna un crollo del 9 per cento anno su anno. Auspico che Sergio Romano sia più attento quando affronta argomenti così complessi e delicati.
Quanto ai beni culturali, cioè all´immenso patrimonio italiano che è in materia il più grande del mondo, richiamo quanto ha scritto in proposito il professor Settis che è uno dei massimi esperti in materia e ricordo anche quanto ha detto il ministro Bondi quando, in una trasmissione televisiva sul crollo di Pompei, ha dichiarato che «una struttura vecchia di duemila anni non poteva che crollare».
Mai una frase del genere era stata accolta da un´irrefrenabile e tristissima risata di scherno.

Post scriptum. Oggi a Milano il centrosinistra voterà alle primarie per scegliere i candidati all´elezione del sindaco della città. Si tratta di tre candidati civici che chiederanno il voto su altrettante liste una delle quali, quella scelta dagli elettori, si presenterà in opposizione al sindaco Moratti e ad altri candidati del centrodestra.
Si tratta di tre candidati degni di grande considerazione: l´architetto Boeri, il giudice costituzionale Onida, l´avvocato Pisapia.
Vinca il migliore. Ma ciò che oggi importa, come ha già scritto ieri Gad Lerner, sarà l´affluenza dei votanti che rappresenta una sorta di prova generale della mobilitazione dell´elettorato riformista e democratico. La speranza a Milano e in Italia è che questo prologo dia il massimo risultato. l post-fatto è un articolo che Giuliano Ferrara ha pubblicato sul Foglio di venerdì scorso. Il titolo è una citazione da Ungaretti: «Si sta come d´autunno sugli alberi le foglie».

La Repubblica 14.11.10

"Ricerca: in piazza contro l'effetto zavorra", di Rino Falcone*

La questione è semplice: cosa pensereste di un ente di ricerca trasformato in ministero? In una sorta di modello Rai? Cosa direste del fatto che le risorse di un progetto scientifico acquisite in una gara europea debbano essere approvate, non dal direttore scientifico, ma dall’amministrativo fiduciario del ministro?
La chiamano (e lo teorizzano nel marketing politico che accompagna questa vergognosa manovra) scelta di “governance duale”; e ne glorificano le qualità parlando di cultura manageriale, d’efficienza nella gestione dei flussi di risorse, insomma un fondamentale problema di management. Da risolvere con la burocrazia ministeriale: una zavorra che potrebbe far affondare definitivamente il sistema˘nazionale
della˘conoscenza.
Obiettivo di questa operazione è la volontà di controllo e d’influenza che la politica vuole prepotentemente avere sulla gestione e sull’autonomia degli Enti Pubblici di Ricerca. E su questo è bene essere chiari: non si sta contestando il sacrosanto diritto della politica di assumersi le scelte d’indirizzo strategico riguardanti lo sviluppo del Paese (esistono consolidati strumenti per questo, quali il Piano Nazionale della Ricerca).
Si contesta invece che per metodo si debba sottomettere a dei burocrati l’organizzazione e lo sviluppo delle attività di ricerca. Per questa via sarà più semplice probabilmente approntare ulteriori gravissimi tagli al settore, come quelli che già si paventano nei piani finanziari del prossimo anno (deflussi di risorse, altro che flussi).
La questione, tragicamente ironica, è che questa manovra avvenga attraverso lo strumento legislativo che avrebbe dovuto concedere la piena autonomia agli Epr, applicando uno dei principi della Costituzione Repubblicana: quello dell’autonomia statutaria (art. 33).
Nessun ministro, nessun governo aveva mai pensato di poter ridurre gli enti di ricerca pubblici a dei dipartimenti ministeriali; nessuno aveva mai ritenuto di approntare così sfrontatamente una matrice burocratico-amministrativa per la ricerca pubblica. La ricerca al servizio dell’amministrazione piuttosto che viceversa.
Inquietante è il silenzio e l’indifferenza che i media e i commentatori di questioni collegate alla ricerca e all’economia dedicano a questo sopruso. Un sopruso che si consuma essenzialmente a danno delle possibilità di rilancio del Paese. Spaventoso è però anche l’assordante silenzio degli operatori del settore: gli scienziati, i ricercatori, il personale tutto degli enti di ricerca. È per mettere fine a questo silenzio che il prossimo 17 novembre si incontreranno davanti alla sede centrale del Cnr molti scienziati e ricercatori degli Epr e delle Università, e chiameranno a raccolta la società tutta, a cui
deve interessare il futuro della ricerca che è parte essenziale del futuro del Paese.

*CNR Osservatorio sulla ricerca

L’Unità 14.11.10

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Interrogazione On Ghizzoni sull’argomento