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In migliaia a Napoli per dire no alla Gelmini", di Marco Ventimiglia

La protesta, se non la rabbia, contro una riforma della scuola che appare piuttosto come una procedura fallimentare,ma anche la fantasia, una materia prima che per fortuna a Napoli non è mai mancata. E così, alla fine della manifestazione a cui hanno partecipato in migliaia, si sono liberati verso il cielo centinaia di palloncini colorati, con una scritta eloquente: “Gelmini vola via”. Si è conclusa così nel capoluogo campano, in piazza del Gesù, la manifestazione nazionale dei precari della scuola, che alla prova dei fatti ha raccolto tutte le categorie toccate dal provvedimento governativo, docenti, studenti, personale amministrativo e “semplici” genitori. Un lungo corteo che ha attraversato la città, scandendo slogan contro il ministro dell’Istruzione e contro l’esecutivo. In testa c’erano i disabili dell’associazione napoletana «Tutti a scuola», che a loro volta rivendicano più insegnanti di sostegno. DA TUTTO IL PAESE Gli insegnanti sono arrivati a Napoli dalla Sicilia, dalla Puglia, dalle regioni del Nord Italia, oltre che naturalmente dalla Campania, per protestare contro i tagli alla scuola pubblica. «Sono 270 mila i precari iscritti nelle liste a scorrimento delle graduatorie in Italia – ha spiegato il segretario nazionale precari della Cgil, Luigi Rossi -. Quest’anno sono stati tagliati 40 mila docenti e 15.600 Ata (acronimo che sta per personale amministrativo, tecnico e ausiliario, ndr). I tagli hanno interessato maggiormente il Sud, ed è per questo che oggi siamo a Napoli, perché proprio in Campania la situazione è complessa». In totale,hanno aggiunto i rappresentati della Cgil, sarebbero circa 400mila i precari della scuola nel Paese, divisi tra graduatorie docenti e Ata, e considerando anche quelle di istituto sulle quali è impossibile fare un conteggio preciso. «Questa è una battaglia per la liberazione del precariato – hanno spiegato i rappresentanti dei docenti precari – nella scuola si toccano con mano

i risultati della politica irresponsabile del governo che sta distruggendo il sistema pubblico della conoscenza». RECLUTAMENTO E FORMAZIONE «Il fatto grave – ha aggiunto Rossi – è che la media dei neo assunti è di 45 anni, ciò significa che queste persone sono vicine alla pensione. E nei prossimi anni ci aspettiamo gli stessi tagli». Al centro della protesta anche il sistema di reclutamento, non ancora chiarito dal ministero dell’ Istruzione, e la formazione per i docenti sulla quale non c’è alcuna risorsa a disposizione. Al centro del corteo, a rivendicare una scuola pubblica senza tagli, c’erano gli studenti. I ragazzi chiedono aule, docenti, istituti a norma, e soprattutto continuità didattica, insomma una scuola di qualità. «Non è solo solidarietà la nostra – hanno spiegato gli studenti diUdS e Link – siamo consapevoli di combattere la stessa battaglia. Siamo insieme ai precari per il diritto allo studio, il diritto alla continuità didattica, ad un’educazione di qualità». Una manifestazione di grande protesta e coinvolgimento, che però si è svolta in modo tranquillo, senza il minimo incidente, con i partecipanti che una volta giunti in piazza del Gesù hanno ascoltato alcuni rappresentanti dei sindacati Flc Cgil e Fiom, nonché i precari dei coordinamenti.

L’Unità 31.10.10

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“DAI BANCHI di scuola alla strada, alle aule, alle sale pubbliche per difendere il diritto allo studio”, di Melania Sebastiani

La Spezia: Centinaia in piazza, l’ultimo ruggito
E’ terminata (forse) ieri la mobilitazione intensa’ degli studenti delle scuole superiori spezzine, che per due settimane hanno protestato contro la riforma Gelmini e contro il nuovo decreto universitario, procedendo con le tradizionali occupazioni e autogestioni, ma inventandosi anche nuove modalità per dare visibilità alla loro contestazione, come lezioni in piazza, attraversamenti pedonali continuati e questua. Per due volte tutti gli istituti del comprensorio si sono uniti e sono tornati ad occupare la piazza, sfilando per le vie, recuperando gli slogan. IERI MATTINA gli striscioni dicevano “Non potete fermare il vento ci farete solo perdere tempo”, “L’artistico crede nel vecchio”, “In Italia vanno avanti i ricercati, non i ricercatori”; i cartelli proponevano “artista senza futuro in vendita”. Partecipazione alta e disciplina, a parte un piccolo parapiglia in piazza Europa, dove a causa del lancio di petardi ha costretto alcuni studenti del Fossati ad uscire dal corteo. Nel pomeriggio, in Sala Dante, quello che doveva essere il compendio delle contestazioni del liceo Costa, è diventato il primo congresso provinciale del sindacato Federazione studenti, che punta ad avviare un forum sulla scuola aperto a tutti. L’incontro è stato aperto da Antonio Franciosi, presidente Anpi, che ha mostrato gli articoli della Costituzione Italiana inerenti il diritto allo studio. La battaglia contro i tagli all’istruzione non riguarda soltanto le scuole superiori, ma come ha ricordato Lara Ghiglione, segretaria Flc Cgil, parte dalla primaria e arriva sino al decreto universitario. Sono intervenuti anche i ragazzi del Polo Marconi a portare la loro solidarietà agli studenti medi con la relazione di Matteo Bianchi, consigliere nazionale studenti universitari. Passaggio di consegne per Luca Erba, divenuto coordinatore regionale Fds, che ha lasciato le redini di coordinatore provinciale a Marco Bibolini. «Sono emozionato per la risposta di oggi ha detto Erba siete tantissimi, la mia promessa è: la prossima volta affitteremo un cinema». Sono intervenuti anche Filippo Vergassola, segreteria regionale Fds, Brando Benifei, segretario nazionale dei Giovani Democratici, Matteo Cataldo, segretario provinciale Giovani Democratici per la sezione spezzina, Alice Parodi, coordinatrice della federazione universitaria spezzina. Presenti in sala Moreno Veschi, segretario provinciale del Pd della Spezia, Jonathan Marsella, coordinatore comunale del Pd, e l’assessore comunale Alessandro Pollio. La mobilitazione, che era partita in modo spontaneo e apolitico, ha la chiosa dell’onorevole Andrea Orlando, che non potendo essere presente ha inviato una lettera: «L’istruzione è un settore sul quale nessun Paese dovrebbe mai permettersi di tagliare gli investimenti, nelle scuole e nelle università si forma il futuro». Quel futuro che gli studenti, nel corteo cittadino, hanno rappresentato con una bara di cartapesta. Lunedì la campanella suonerà regolarmente per tutti. Ma la protesta continua.

La Nazione 31.10.10

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“Lucca: Studenti, insegnanti, precari e bidelli sfilano in città contro i provvedimenti del governo”, di Nadia Davini

Striscioni, volantini per rivendicare il diritto alla cultura Stop al sovraffollamento delle classi e no a un futuro di precari e disoccupa. Tremila studenti (medi e universitari), precari, insegnanti, bidelli e cittadini hanno riempito il centro urbano per difendere il diritto all’istruzione pubblica come bene primario della collettività. Hanno sfilato per le vie del centro con una manifestazione colorata e vivace, organizzata dal coordinamento insegnanti genitori e studenti per la scuola pubblica. Non solo Comics, dunque. Ieri a Lucca c’era tutto il mondo della scuola in piazza per difendere la cultura e impedire la sua privatizzazione. E soprattutto per rivendicare e ribadire con forza il proprio “no” allo smantellamento della scuola pubblica da parte del governo. Striscioni, volantini, manifesti scritti a mano e pieni di colori. Bambini delle materne e delle elementari che manifestavano fianco a fianco ai genitori e alle maestre, vestiti con i sacchi della spazzatura per dire a gran voce che “la scuola pubblica non è immondizia”. Studenti e insegnanti. Cittadini comuni. La Fiom con i lavoratori della Perini, scesi a protestare con chi la scuola la vive ogni giorno (dal di dentro e dal di fuori). Presenti i sindacati: Cgil, Cobas e Gilda, che hanno promosso la manifestazione. E la Cisl, che ha aderito in un secondo momento. Poi la Rete degli Studenti medi di Lucca, l’Asa, l’Anpi, Equinozio e tante altre associazioni lucchesi.
E tante scuole: venute in piazza con i propri striscioni da tutta la provincia di Lucca. Da Viareggio fino ad Altopascio. Passando per Castelnuovo Garfagnana e Borgo a Mozzano. Questa è la contestazione degli indisponibili e degli insostituibili che promette di tornare a farsi sentire molto presto. Sono indisponibili gli insegnanti che rifiutano di lavorare con classi sovraffollate senza soldi, il personale Ata che non vuole vedere cancellato il proprio lavoro di anni, gli studenti destinati ad una vita di stage gratuiti, incertezza sul futuro universitario e precariato perenne. Sono tutti insostituibili perchè pesano sul futuro di questa società. Insieme hanno ripreso il filo dell’opposizione alla dismissione della scuola pubblica bene comune e alla dequalificazione dell’università e della ricerca italiana. Nel mirino ci sono il taglio orizzontale di 8,5 miliardi di euro alla scuola, il licenziamento solo quest’anno di 40mila docenti precari e personale Ata. C’è chi è venuto al corteo in bicicletta perchè “anche l’ambiente è il nostro futuro. Rispettarlo è un dovere” e chi con l’autobus in gruppo, “per non inquinare eccessivamente”. Non mancano le istituzioni con il Presidente della Provincia, Stefano Baccelli e con i consiglieri e assessori comunali e provinciali di Pd e Rc. La caricatura della Gelmini in cartapesta (arrivata direttamente dal Carnevale di Viareggio) in testa al corteo. Dietro la scuola pubblica lucchese. Partenza da piazzale Verdi, proseguimento sulle Mura fino a piazza Santa Maria. Poi via Fillungo e festa finale comune per la scuola pubblica in piazza san Frediano. «Di fronte ad una scuola pubblica in ginocchio a causa dei tagli, dei licenziamenti e della riduzione dei finanziamenti – dicono i ragazzi delle superiori – la Gelmini afferma che sta pensando ad un sostegno economico per chi studia alle scuole private».
La domanda di «futuro» e la difesa della «scuola pubblica bene comune» ripetuta sugli striscioni, sui volantini, negli slogan. E nelle parole di tutti coloro che non accettano questa situazione e che nel futuro che rivendicano vedono la riforma radicale dello stato sociale, una risposta progressiva alla crisi e nuovi investimenti nella conoscenza. Impossibile ignorarli

Il Tirreno 31.10.10

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Precari a Napoli: ‘Gelmini vola via…’
Manifestazione con centinaia di palloncini colorati

‘Gelmini vola via’ era scritto su centinaia di palloncini colorati con i quali si è conclusa oggi a Napoli la manifestazione nazionale dei precari della scuola arrivati dalla Campania, dalla Sicilia, dalla Puglia, ma anche dalle regioni del Nord Italia, per protestare contro i tagli alla scuola pubblica.

Al corteo che ha attraversato la città hanno partecipato anche i disabili dell’associazione ‘Tutti a scuola’ per chiedere più insegnanti di sostegno, ma soprattutto i precari, docenti e ATA, provenienti dalla Campania, particolarmente colpita dai tagli.

Numerosi anche gli studenti, per chiedere più aule, istituti a norma e continuità didattica. La manifestazione si è conclusa con un concerto in piazza del Gesù, dopo gli interventi dei rappresentanti dei sindacati Flc-Cgil e Fiom, e dei coordinamenti dei precari.

da Scuola Oggi 31.10.10

"Doppio mercato del lavoro con un welfare non per tutti", di Eugenio Occorsio

Il premio Nobel Pissarides “In Italia flessibilità senza tutele”. Non ci sarà un´altra Grecia: l´Europa ha acquisito strumenti per intervenire rapidamente nelle emergenze. «Non vedo all´orizzonte altre crisi violente sul modello greco. Non perché non ci siano paesi in difficoltà, ma perché le istituzioni europee hanno acquisito strumenti e metodi per tenere sotto controllo le situazioni e intervenire rapidamente nelle emergenze. Lo hanno fatto con colpevole ritardo perché erano anni che si sapeva che la Grecia era in difficoltà. Ma almeno questo risultato c´è. Ora è sotto osservazione la Spagna e la sua crisi immobiliare e mi risulta che a livello comunitario si stiano prendendo misure decise». Christopher Pissarides, nato a Cipro nel 1948, docente alla London School of Economics, è in Italia per la presentazione del Rapporto del Luiss International Group on Economic Policy. Ed esorta i governi a puntare verso l´obiettivo più urgente una volta schivato il pericolo di nuove crisi monetarie: «Bisogna riformare il mercato del lavoro. In Italia avete avuto l´episodio di Marchionne, che lo avrà fatto con toni pesanti ma ha sollevato un problema vero». Pissarides ha titolo per parlare perché è stato insignito del premio Nobel 2010, che ritirerà ad Oslo fra pochi giorni insieme ai colleghi Peter Diamond e Dale Mortensen, proprio per i suoi studi sul mercato del lavoro.
Almeno dal punto di vista monetario, però, l´Italia può stare tranquilla?
«Non vedo pericoli immediati. Il debito pubblico è alto ma il vostro paese ha dimostrato di essere in grado di gestirlo anche grazie al tasso di risparmio. La riforma del patto di stabilità di tre giorni fa è sicuramente d´aiuto: sono modifiche giuste perché i limiti allo sviluppo erano troppo stretti e andavano modificati tenendo conto dell´eccezionale recessione. I problemi sono come dicevo di altra natura: in Italia, come in Francia e in Spagna, si è creato un doppio mercato del lavoro con posizioni di privilegio abilitate ad accedere al sistema di welfare, e tante altre abbandonate ad una flessibilità eccessiva senza alcuna tutela».
Venerdì è arrivato il dato sul Pil americano nel terzo trimestre che è salito del 2%, nulla di grandioso ma sempre una crescita. Perché neanche gli Usa riescono a ridurre la disoccupazione?
«Il problema è la lentezza dei consumi. Forse, per quanto difficile da credere, troppo poche risorse pubbliche sono state investite per rilanciare l´economia. Sta di fatto che i redditi non crescono e le imprese sono paralizzate e non assumono. Non si vede via d´uscita: l´America rischia di perdere un decennio come è successo al Giappone, e non ha neanche le tutele sociali dell´Europa».
Insomma, condivide il pessimismo del suo “predecessore” Paul Krugman, che vinse il Nobel nel 2009, secondo cui serviranno 4-5 anni perché l´occupazione riparta…
«Non mi sbilancerei nelle previsioni. Di sicuro la ripresa è molto fragile, senza nessuna certezza. In comune fra i due continenti c´è l´atteggiamento negativo delle banche, che non vogliono riprendere a concedere crediti e andrebbero invece sollecitate con grande forza».
E come si potrebbe fare?
«Le prime a muoversi dovrebbero essere le banche centrali, rendendo più stringente il meccanismo che sia la Fed che la Bce hanno cominciato ad intraprendere, cioè la penalizzazione, non necessariamente con sanzioni ma all´inizio con tassi e commissioni sempre più onerosi, per gli istituti che depositino il denaro presso di esse anziché rimetterlo in circolo».

La Repubblica 31.10.10

"Registi con i tecnici: il miracolo di Bondi", di Paola Casella

Alla fine il ministro Bondi ha fatto il miracolo. No, non quello di trovare le risorse per il cinema italiano, o almeno un bel decreto legge che ripristini quelle misure fiscali che stavano togliendo il nostro cinema dal cono d’ombra “assistenzialista”, come direbbe il ministro Brunetta. Bondi è riuscito nel miracolo di unire contro di lui le forze più disparate del settore, la cui principale debolezza, fino a questo momento, era stata proprio la mancanza di coesione. Così, durante la protesta organizzata l’altra sera dai Centoautori sul tappeto rosso del Festival del cinema di Roma, si sono visti insieme grandi registi e oscure maestranze, ben 32 sigle sindacali e la direttrice del festival, la giuria al completo, con il suo presidente Sergio Castellitto a leggere il comunicato di protesta concepito collettivamente, e il cast internazionale del film di apertura della kermesse che, contro il parere del distributore italiano Medusa, ha voluto uscire al completo dalla proiezione di gala per dare pubblicamente il suo appoggio alla dimostrazione. Il vero talento di un ministro della cultura che non ne ha mostrati molti altri si è dunque rivelato la sua capacità di funzionare da collante, ancorché dei suoi detrattori.
E ancora una volta la sua assenza da un festival di cinema internazionale – Cannes, Venezia, e ora anche il festival che si svolge nella capitale – ha portato acqua al mulino delle rappresentanze culturali.
Tuttavia ciò che ha fatto la differenza nel decretare il successo della protesta è stato proprio l’aver saputo spostare l’accento dall’ambito ristretto e un po’ generico della cultura a quello più ampio, e maggiormente condiviso, del lavoro, ovvero di uscire dall’immagine radical chic che in passato aveva fatto sembrare i Centoautori una compagine di intellettuali privilegiati e inutilmente lamentosi (sono valutazioni della maggioranza) e li ha trasformati nei portavoce di un’emergenza nazionale che vede nel comparto cinema solo la punta mediaticamente più efficace. Non a caso nel suo discorso all’Auditorium lo sceneggiatore Stefano Rulli, membro storico dei Centoautori, usando le parole come solo un professionista sa fare ha parlato di «una crisi culturale di civiltà del lavoro» che riguarda «tutto il comparto produttivo». Basta, dunque, distinguere fra artisti e manovalanza, fra associazioni di categoria e sigle sindacali, fra metalmeccanici e tecnici di ripresa. Il che vuol dire anche basta dire che «con la cultura non si mangia» (citazione apocrifa del ministro Tremonti), poiché il comparto cinematografico campa del proprio mestiere, come quasi tutti gli altri.
Basta infine con la caratterizzazione parassitaria di un segmento dell’industria che, in realtà, già da qualche anno funziona secondo logiche di mercato, tanto che il cinema italiano si è guadagnato una fetta più che decorosa di quel mercato (per la fine dell’anno assestabile intorno al 30%), e che finalmente attira anche capitali dall’estero proprio grazie a quei provvedimenti di tax credit e tax shelter che Tremonti ha con tanta leggerezza stralciato, e Bondi assicura di aver recuperato – solo a parole, però, e le parole, a questo punto non bastano.
Nel suo breve e sprezzante comunicato, letto giovedì sul red carpet (e seguito da una raffica di “vaffa”), il ministro ha detto che «la protesta è immotivata e dimostra faziosità e intolleranza», ma senza questo tipo di pressione non ci saranno mai una legge di sistema per il cinema, o un serio programma di investimento nel comparto produttivo . Perché Bondi ha compiuto anche questo miracolo: non si era mai sentito prima un gruppo di artisti invocare delle regole, e farlo con una voce sola.

da Europa Quotidiano 30.10.10

La protesta delle mutande. «Così avete ridotto la scuola», di Gioia Salvatori

Cortei si sono svolti a Viterbo, Campobasso, Torino, Palermo e Cosenza. Fiaccolata a Bari.
«Nell’ignoranza la sottomissione, nella conoscenza la ribellione». Con questo motto in testa, con un occhio a un futuro di precarietà che li preoccupa e con tanta voglia di farsi sentire, ieri gli studenti medi sono scesi in piazza, sotto l’egida dell’UdS, in diciotto città italiane. Con flash mob con cazzuola e mattoni per dire che l’edilizia scolastica troppo spesso è trascurata, con striscioni «contro tagli e precarità», hanno voluto dire che non mollano e rilanciano: al ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini chiedono di leggere la loro AltraRiforma, di essere ascoltati. Con gli universitari vogliono una legge per il diritto allo studio, lo stop del ddl Gelmini, reddito di cittadinanza per chi è in formazione.

LA CONTRORIFORMA DEGLI STUDENTI Novembre sarà il mese della controriforma degli studenti: nasce dal basso e sarà al centro delle mobilitazioni dei prossimi giorni. Il coordinamento universitario Link ha anche lanciato un sito internet per una piattaforma partecipata, un simil wikipedia che si trova all’indirizzo www.wikisaperi.org. «Ci saranno, assemblee e occupazioni in diverse città per protestare contro il ddl Gelmini ma anche per dire che abbiamo proposte concrete per il ministro: guardiamo alla Francia, alle proteste di questi giorni, e chiediamo un futuro più garantito, oltre che più fondi per la scuola e per l’edilizia scolastica», dice Tito Russo, coordinatore nazionale dell’UdS. Obiettivo: far sì che la scuola non stia più in mutande. L’indumento che ieri le migliaia di studenti che hanno sfilato a Roma e protestato sotto il Miur, portava in testa. «La qualità della scuola non dipende dalla quantità dei finanziamenti», ha detto il ministro Gelmini e ribadendo che la riforma dell’università «può essere portata a termine con l’aiuto delle forze più riformiste, anche se le risorse a breve non ci sono». Cortei, ieri, si sono svolti anche a Viterbo, Campobasso, Torino, Palermo, Cosenza. A Trapani alle 9, in diversi istituti, è stato esposto uno striscione con su scritto “AltraRiforma”, a Siena in piazza delCamposi è tenuta una lectio sull’edilizia scolastica «contro le scuole all’amianto», a Bari c’è stata una fiaccolata e in diverse città flash mob con studenti-muratori, di fronte alle scuole. Oggi, invece, è il giorno dei docenti precari della scuola con il corteo nazionale organizzato dall’Unicobas a Napoli, e lo sciopero. Al corteo che partirà da piazzale Garibaldi alle 14, ci saranno anche gli studenti che sfileranno anche in un altro corteo, insieme ai comitati contro la discarica, da Boscoreale a Terzigno.Anche a L’Aquila l’onda studentesca affianca i comitati: oggi l’UdS manifesta nel capoluogo abruzzese, alle 9.30, da villa Comunale a piazza d’Armi, per denunciare i ritardi nella ricostruzione e dire che gli studenti vigileranno, che «non permetteremo che altre scuole crollino per un terremoto». Poi sarà la volta dei cortei di Milano e Genova (4 novembre) e delle occupazioni. Tutto in vista del 17 novembre: la giornata internazionale studentesca istituita durante il social forum del 2004 di Mumbai. La scuola, sì, ma anche il welfare, «liberi tutti» sarà il titolo di una giornata finalizzata a chiedere l’indipendenza economica per chi è in formazione, il reddito di cittadinanza per gli studenti. Unvecchio tema, una richiesta che, coi tagli di Tremonti, sa di utopia nonostante gli oltre 100 cortei previsti quel giorno.

L’Unità 30.10.10

"Pd, il caso-Ruby e l’ombra del ricatto", di Rudy Francesco Calvo

Niente bunga bunga: il Nazareno mette nel mirino il giallo della telefonata da palazzo Chigi alla questura
Il copione si ripete: Casoria, Bari, villa La Certosa, il lettone di palazzo Grazioli, adesso Milano. Gran parte del paese parla delle avventure sessuali di Berlusconi, l’Italia diventa lo zimbello della stampa internazionale, il centrodestra fa quadrato attorno al premier rivendicandone il diritto alla privacy.
E intanto le vere questioni restano irrisolte. Com’è possibile che persone la cui identità non viene verificata abbiano rapporti personali col presidente del consiglio? Com’è possibile che entrino, senza alcun controllo né autorizzazioni, in una sede istituzionale (tale è la residenza romana di Berlusconi, per sua stessa volontà) in cui circolano dossier e documenti riservati, anche di carattere internazionale? Nel caso più recente, il premier ha effettuato pressioni indebite sulle forze di pubblica sicurezza affinché rilasciassero una giovane accusata di furto? È questa la strada che il Partito democratico ha deciso di intraprendere: non soffermarsi sui moralismi, ma costringere il governo a chiarire i buchi neri della vicenda milanese. In questo senso, a poco servirebbe presentare una mozione di sfiducia al premier (come proposto dall’Idv), anche se le richieste di dimissioni dal Nazareno sono partite in abbondanza.
Meglio piuttosto secondo i dem rivolgersi al ministro dell’interno Maroni attraverso interrogazioni urgenti ed eventualmente (è un’ipotesi che si sta verificando e che potrebbe realizzarsi mercoledì) investire della questione anche il Copasir, se si dovesse ipotizzare un coinvolgimento dei servizi segreti.
«Pretendiamo di sapere che cosa è avvenuto tra palazzo Chigi e la questura di Milano – spiega Pier Luigi Bersani – Berlusconi non pensi di poter aggirare questa domanda». E Dario Franceschini si rivolge direttamente a Maroni: «Più passano le ore e più il silenzio del ministro dell’interno è assordante. È suo dovere tutelare le forze dell’ordine da ogni pressione personale e politica, indipendentemente da chiunque provengano ». Insomma, come spiega Luigi Zanda, «il problema ancora una volta non è l’attività sessuale del premier. Personalmente trovo singolare che dei settantenni passino le serate con una diciassettenne, ma qui c’è una questione di decoro del paese: il governo egiziano ha dovuto smentire che quella giovane fosse nipote del presidente Mubarak e non voglio pensare a cosa contengano in questi giorni i dispacci inviati ai rispettivi governi dagli ambasciatori stranieri in Italia». Senza dimenticare che «in ballo c’è la possibile ricattabilità del presidente del consiglio – ricorda Emanuele Fiano – che riguarda la sicurezza del paese. Questa è la questione più grave, sulla quale nessuno può far finta di non vedere».
Ecco allora quali sono gli interrogativi che esigono una risposta nella vicenda che ruota intorno alla giovane Ruby. Innanzi tutto, com’è arrivata la notizia dell’arresto a palazzo Chigi? Quindi, il contenuto della telefonata alla questura di Milano partita dal caposcorta di Berlusconi e proseguita poi dallo stesso premier: è stata espressa solo preoccupazione o c’è stata un’interferenza oggettiva nell’attività della polizia? Perché Ruby è stata rilasciata? Sembrerebbe che non ci fosse evidenza di reato, tale da giustificare l’arresto, e che il funzionario di polizia abbia svolto fino in fondo il proprio dovere, verificando perfino l’effettiva residenza della famiglia a Letojanni, nel messinese.
Ma era possibile consegnare la minore a un consigliere regionale (l’ex igienista dentale e ballerina Nicole Minetti), con la quale non aveva alcun rapporto di parentela né di tutela? Nelle serate da lei stessa raccontate, Ruby o gli altri partecipanti hanno avuto la possibilità di scattare foto o fare registrazioni compromettenti, tali da rendere ricattabile il presidente del consiglio o da mettere a rischio la riservatezza di alcuni documenti?

da Europa Quotidiano 30.10.10

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“Il governo di Don Giovanni”, di Maurizio Ferraris

Il Premier ha giustificato il proprio coinvolgimento nel caso Ruby con la frase «sono una persona di cuore». Si tratta di una citazione pressoché letterale dal Don Giovanni di Mozart e Da Ponte, atto primo, scena decima.
Don Giovanni sta riuscendo a sedurre Zerlina sottratta a Masetto nel giorno delle nozze, e la sta portando al suo “casinetto” («Quel casinetto è mio: soli saremo e là, gioiello mio, ci sposeremo»), quand´ecco che compare Donna Elvira, sedotta e abbandonata, che gli fa una piazzata. Zerlina chiede a Don Giovanni «Ma, signor cavaliere, è ver quel ch´ella dice?» e Don Giovanni si giustifica: «La povera infelice è di me innamorata, e per pietà deggio fingere amore, ch´io son, per mia disgrazia, uom di buon cuore».
Ci sono affinità impressionanti tra i due cavalieri che vanno molto al di là della singola occorrenza. C´è anzitutto la commedia e la serialità: «ogni villa, ogni borgo, ogni paese è testimon di sue donnesche imprese», «Madamina, il catalogo è questo», e ovviamente il gusto della lista, del “porle in lista”, letteralmente, come si è visto. «Sua passion predominante È la giovin principiante». C´è la promessa, «Io cangerò tua sorte» a Zerlina, e il panem et circenses, come nell´ordine dato a Leporello per distrarre gli invitati al matrimonio: «Presto, va con costor; nel mio palazzo conducili sul fatto. Ordina ch´abbiano cioccolatta, caffè, vini, prosciutti: cerca divertir tutti, mostra loro il giardino, la galleria, le camere; in effetto fa che resti contento il mio Masetto». Cioè il promesso di Zerlina.
Ma c´è anche la vendetta delle donne. Così donn´Anna «Non sperar, se non m´uccidi, Ch´io ti lasci fuggir mai!», e la tendenza a cacciarsi nei guai. Leporello «Che tumulto! Oh ciel, che gridi! Il padron in nuovi guai». E, per questo, la diffidenza per le intercettazioni «Ma mi par che venga gente; Non mi voglio far sentir». E l´insofferenza per le critiche. Leporello: «Vi posso dire tutto liberamente?». Don Giovanni: «Sì». Leporello: «Dunque quando è così, caro signor padrone, la vita che menate è da briccone». Il Cavaliere non gradisce e minaccia di ammazzarlo, in barba al giuramento. Leporello: «Non parlo più, non fiato, o padron mio». Don Giovanni: «Così saremo amici».
Sono le contraddizioni del Partito dell´Amore. Il buon cuore, in Don Giovanni, non vieta, come sappiamo, comportamenti criminali, per esempio violentare Donn´Anna e ucciderne il padre, venuto a vendicarla (commenta Leporello: «Bravo, due imprese leggiadre! Sforzar la figlia ed ammazzar il padre»). Ma è tutto in regola, se si legge l´autobiografia di Da Ponte troviamo lo stesso atteggiamento: grande spregiudicatezza nei comportamenti, accompagnata sistematicamente da auto-assoluzioni, molto probabilmente convinte, e proteste di onestà civile e di pietà cristiana
C´è molto del carattere dell´italiano, dunque, ma c´è anche una cupa grandezza, nella fine (Don Giovanni muore piuttosto che pentirsi), che viceversa non è tanto nel carattere italiano. A parte questo, si capisce come questa figura operistica possa suscitare passioni e identificazioni. Ci sarà tutto uno stuolo di Leporelli che nei confronti del Cavaliere sviluppa un rapporto di odio e amore «Notte e giorno faticar, Per chi nulla sa gradir, Piova e vento sopportar, Mangiar male e mal dormir. Voglio far il gentiluomo E non voglio più servir… Oh che caro galantuomo! Vuol star dentro colla bella, Ed io far la sentinella! Voglio far il gentiluomo E non voglio più servir…».
L´ipotesi che gli scandali siano un boomerang per gli avversari è probabilmente fondatissima: questa è una vita che fa sognare moltissime persone, e che forse e soprattutto redime molte esistenze tristi, che possono trovare una sorta di realizzazione allucinata nelle imprese del Cavaliere. Il fatto è però che il governo di Don Giovanni (ammesso che si possa parlare di un governo: «Troppo mi premono queste contadinotte; le voglio divertir finché vien notte») fa paura o alla lunga stufa. La prima del Don Giovanni ebbe luogo a Praga nel 1787, e solo due anni dopo sappiamo che cosa successe a Parigi.

La Repubblica 30.10.10

"Ma aiutare i ragazzi è una cosa seria", di Marco Rossi-Doria

Il presidente del Consiglio ha affermato che la sua conoscenza della giovane Ruby è dovuta al fatto che egli aiuta chi ha bisogno. E la stampa e la politica si dividono tra chi crede a questa affermazione e chi pensa che si tratti di tutt’altro.
Ma forse la questione importante è soprattutto un’altra. Sì, perché sono milioni gli italiani che aiutano ragazze e ragazzi che hanno bisogno. Molti lo fanno per lavoro. A salari estremamente contenuti. Insegnanti di scuole in zone terribilmente difficili. Assistenti sociali. Psicologi. Operatori delle Asl e del privato sociale. Educatori nei centri sportivi. E, finite le ore pagate, spesso continuano a lavorare. Perché sanno che Patricia è in pericolo, che Carmine potrebbe mettersi nei guai, che Antonio va guardato a vista altrimenti ricade in errore, che la bimba di pochi mesi di Giovanna ha bisogno di pannolini. Altre volte fanno altri mestieri. Lavorano in banca. Sono imprenditori. Hanno un negozio di scarpe.

Sono operai. Eppure devolvono denari e dedicano tempo e mettono a disposizione conoscenza e attenzione emotiva e operativa. Per una casa famiglia per adolescenti in miseria o in pericolo, per un’attività di animazione di quartiere, per dare continuità a un gruppo scout che resiste in un posto difficile o una comunità per tossicodipendenti, per sostenere degli educatori di strada che raggiungono di notte e di giorno ragazzini che vagano senza un adulto di riferimento, per animare gli oratori e le altre comunità. O sono semplici genitori che fanno parte delle tante forme dell’aiuto reciproco informale che affronta crisi e pericoli della crescita. O sono esperti delle fondazioni che decidono a quali progetti dare i denari, vagliando quanto chi li gestirà saprà usarli con equilibrio e sapienza.

Sono davvero tanti gli italiani che aiutano i ragazzi, italiani e stranieri a evitare le vie difficili da cambiare. O a misurarsi con le difficoltà materiali e con gli incubi, le paure, i falsi miti, la confusione. Spesso aiutano le loro famiglie costruendo complesse misure di sostegno, rispettose degli equilibri emotivi e del diritto. Altre volte provano a ridurre i danni dell’assenza di famiglie, con l’affido o con ore e giorni di tempo dedicato. Spesso passano parte delle loro vacanze con le giovani persone povere o in difficoltà. E – per fare bene queste cose – si aggiornano sul cosa e il come fare. Studiano. Partecipano a weekend di confronto. Seguono conferenze di psicologi, pedagogisti, giudici minorili, medici. Affrontano una terapia personale o una supervisione di gruppo per evitare errori macroscopici. Vanno all’estero e si confrontano con chi fa le stesse cose altrove.

Sono credenti e laici. Votano a destra quanto al centro e a sinistra. Perché quando si tratta di fare davvero queste cose, le barriere ideologiche cadono. E il confronto, che prevede anche posizioni e indirizzi diversi, si sposta, comunque, sulla comune e difficile riflessione intorno alle cose fatte e ai risultati ottenuti o meno. E ai tanti errori. Il che richiede umiltà. E la fatica di guardarsi dentro e chiedersi: lo sto facendo per i ragazzi o per me? Ogni volta chiedersi. E sorvegliarsi. Perché educare è un mestiere difficile. Ma educare e sostenere chi è giovane e in difficoltà è difficilissimo.

Questo è il grande, laborioso esercito di persone che aiutano davvero i ragazzi che hanno bisogno. E che forse rappresentano la migliore Italia «bipartisan». Chi ne fa parte può pensare bene o male del presidente del Consiglio. Ma nessuno – proprio nessuno – ritiene che regalare gioielli e denaro e vestiti di marca a un’adolescente in difficoltà sia aiutare chi ha bisogno. Perché il solo pensarlo offende, profondamente, gli anni di lavoro, le cose fatte e apprese, lo stesso senso della vita e della relazione tra esseri umani che hanno dato significato al loro impegno.

La Stampa 30.10.10

"L'emorragia non si ferma. Oltre 2 milioni senza lavoro", di Luigina Venturelli

Di mese in mese i numeri dell’emergenza vengono aggiornati, costantemente al rialzo, per chi vuole leggere la verità nei molti dati che l’Istat fornisce periodicamente su una crisi economica che non perdona, soprattutto il mondo del lavoro. A settembre il tasso di disoccupazione è salito all’8,3% dall’ 8,1% registrato ad agosto, il che significa che il numero delle persone in cerca di un impiego ha ormai sfondato quota due milioni, 2,071 milioni per la precisione. Una folla costituita in gran parte dalle nuove generazioni, visto che il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è cresciuto nello stesso periodo di tempo dal 25%al 26,4%. Più di un giovane su quattro è senza lavoro. L’EMERGENZA OCCUPAZIONE Risulta in calo solo il tasso d’inattività, pari al 37,9% e sceso rispetto al mese precedente dello 0,2%, che riguarda le persone tanto scoraggiate che nemmeno cercano più un posto. Ma si tratta di un decremento dovuto solo parzialmente alla ripresa dello 0,1% del tasso d’occupazione, pari a 57%. Altri 35mila italiani sono usciti dal mondo del lavoro negli ultimi trenta giorni, e certo non si consoleranno al pensiero che si tratti di mal comune europeo (la disoccupazione media nell’Ue è al 9,6%), men che meno i giovani (il tasso europeo nella fascia 15-24 anni si ferma infatti al 20,3%). Si comprendono, dunque, le reazioni dei sindacati: preoccupati per un’emergenza occupazionale che si sta facendo cronica,ma anche infastiditi dall’ottimismo sfoggiato a prescindere dal ministro del Lavoro. Così il vicesegretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha sì rilevato che «la ripresa non c’è, cresce la disoccupazione e cresce lo scoraggiamento »,maha anche invitato Maurizio Sacconi a «smetterla di raccontare che le cose vanno meglio» perchè «la realtà è diversa, ingannando le persone non si aumenta il consenso nè si trovano soluzioni». Toni non dissimili da quelli usati dalla Uil: «I timidi segnali di ripresa del nostro mercato del lavoro non ci tranquillizzano».E dalla Cisl «il quadro dell’occupazione resta ancora critico, tenendo anche conto del livello molto elevato della cassa integrazione ». Ancora più preoccupata si è mostrata Confindustria: «La disoccupazione può diventare strutturale » ha avvertito la presidente dei giovani Federica Guidi. In questo contesto, soprattutto dopol’allarme lanciato giovedì scorso da Bankitalia, che ha calcolato un tasso di disoccupazione effettiva dell’ 11%, suonano veramente stonate le parole del ministro Sacconi.
L’IRRITAZIONE DI SACCONI «L’Istat conferma un positivo incremento dell’occupazione » e «con la ripresa più persone si offrono per un impiego»ha affermato il responsabile del Welfare. Che invece ha lasciato trasparire la sua irritazione nei confronti di Bankitalia «la cui elaborazione è apprezzabile e utile, per quanto originale». Ma sfogata apertamente solo nei confronti di un cronista che, come l’istituto governato da Mario Draghi, gli chiedeva anche di conteggiare tra i disoccupati anche cassintegrati e scoraggiati: «Lei parla da militante e da ignorante».

L’Unità 30.10.10

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Tornano a salire i disoccupati senza lavoro il 26% dei giovani
Segnali positivi dagli Usa: nel terzo trimestre il Pil americano è cresciuto del 2%

ROMA – Lavoro e inflazione: l´estate è finita, i dati forniti dall´Istat segnalano peggioramenti in corso. La disoccupazione, a settembre, è aumentata rispetto al mese precedente e a farne le spese sono stati soprattutto i giovani, dove il tasso è passato dal 25 per cento al 26,4. Nella fascia d´età compresa fra o 15 e 24 anni, dunque, un ragazzo su quattro non lavora. Un dato «molto elevato» – ammette l´Istat – anche se «inferiore ai picchi» dello scorso aprile (28,9). Superiore comunque sia alla media dell´Eurozona sia a quella della Ue a 27, e inevitabilmente destinato a riaccendere le polemiche sull´occupazione in Italia.
Già, perché non si sono ancora spenti i fuochi sulle cifre fornite dal governatore di Bankitalia Draghi, secondo cui la disoccupazione reale è all´11 per cento. Sul quadro giovanile c´è davvero poco da essere ottimisti, insomma. Lo ammette anche il ministro Gelmini: «La preoccupazione è forte».
D´altro canto peggiora anche il dato generale: l´Istat segnala che siamo passati dall´8,1 di agosto all´8,3 di settembre. E´ vero che l´aumento è dovuto soprattutto alla diminuzione degli “inattivi” (quelli che il lavoro non lo cercano più), ma il commento del ministro Sacconi non convince i sindacati e nemmeno la Confindustria. «Ritorniamo ai dati di luglio, mantenendoci sotto la media europea di quasi due punti», ha detto il ministro, precisando che l´analisi della Banca d´Italia è «apprezzabile, ma originale» perché include anche inattivi e cassintegrati non considerati dai calcoli Istat.
Eppure Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, fa riferimento proprio a quel dato dell´11 per cento ribadito dal governatore Draghi quando dice che «da tempo chiediamo di concentrarsi sull´economia e sulla disoccupazione, che sono temi veri». Tanto più che la presidente dei Giovani Industriali, Federica Guidi, rincara la dose avvertendo che il problema rischia di «diventare strutturale» e che «la ripresa stenta a radicarsi». Da questo punto di vista, invece, un segnale positivo arriva dagli Stati Uniti, dove il Pil, nel terzo trimestre, è aumentato del 2 per cento (contro l´1,7 del secondo trimestre).
Quanto all´inflazione, ad ottobre (rispetto ad un anno fa) l´Istat la segnala all´1,7 per cento, in aumento rispetto all´1,6 di settembre. Un rialzo trainato da benzina (più 8,5 per cento) e gasolio (più 12,6), ma che nell´ultimo mese ha registrato aumenti soprattutto negli alcolici e nei tabacchi, nell´istruzione e nei ristoranti. Le associazioni dei consumatori ritengono la tendenza «inaccettabile, visto la crisi che il Paese attraversa». Secondo Adusbef e Federconsumatori il rialzo si tradurrà, per il 2010, in una maggiore spesa di 1.118 euro a famiglia.

La Repubblica 30.10.10