Latest Posts

"Una donna volta pagina alla Cgil: il timone nelle mani della Camusso", di Roberto Mania

“Da noi non c´è il leaderismo, c´è un´idea di responsabilità collettiva”. Mercoledì il direttivo la eleggerà segretario generale al posto di Guglielmo Epifani.
«No, non avrei mai pensato di poter diventare il segretario generale della Cgil. E´ una roba che può anche mettere il panico. Ma la Cgil è un collettivo, una grande rete. Da noi non c´è il leaderismo. Il segretario non viene nemmeno scelto al congresso. Non facciamo le primarie, noi. In Cgil c´è un´idea di responsabilità collettiva». Eccola Susanna Camusso, cinquantacinque anni, milanese, professione sindacalista. Donna. La prima a guidare il più grande sindacato italiano, nella stagione della crisi industriale più radicale. Il sindacato più rosso. L´unica organizzazione di massa social-comunista che ha attraversato il Novecento ed è entrata nel nuovo secolo senza cambiare nome e neanche missione. La Cgil è rimasta la Cgil, nel bene e nel male. Si è solo aggiornata, lentamente. Tanto che ora sceglie di essere guidata da una donna. E Susanna Camusso è profondamente intrisa di questa cultura. Da trentacinque anni la Cgil è molto più del suo lavoro. E´ una militanza, di quelle un po´ retrò che si vivono con passione, e che non ammettono mezze misure.
Mancano ancora due giorni alla sua elezione al vertice di Corso d´Italia, sulla poltrona che fu di Giuseppe Di Vittorio, di Luciano Lama, di Bruno Trentin, di Sergio Cofferati. Guglielmo Epifani, il primo socialista segretario generale, lascerà dopo otto anni. Camusso parla con ritrosia del suo futuro per rispetto del Direttivo che la eleggerà. Ragiona sul sindacato interrotta da decine di telefonate sul suo cellulare che suona Bob Dylan, «Blowing in the wind». Sono i «compagni» delle strutture di tutta Italia che la chiamano per aggiornala sulle vertenze della crisi e chiederle consigli. Susanna Camusso conosce anche i dettagli di tutte le ristrutturazioni aziendali. E´ puntigliosa, metodica, anche un po´ secchiona. Fuma una sigaretta dopo l´altra. Gli occhi color ghiaccio fissi. Sembra una lince. Si rilassa solo quando arriva la telefonata della figlia Alice, 22 anni, studentessa alla Normale di Pisa. L´altra sua grande passione.
Eppure sindacalista è diventata per caso. Dice: «Non si sceglie di fare la sindacalista. Ma poi può diventare una straordinaria avventura». Come quelle vissute in mare, al timone di una barca a vela che Susanna Camusso affitta ma non ha mai posseduto. Lei è la quarta di quattro sorelle di una famiglia piccolo borghese di sinistra. Nascono tutte a Milano, ma vivono molti anni ad Ivrea. Lorenzo Camusso lavora nella Comunità di Adriano Olivetti, la madre, Giulia, è una psicologa. «Avevamo una casa piena di libri. Leggere e studiare era normale». Come era normale, in quei primi anni Settanta, per uno studente universitario (Camusso si iscrive a Lettere antiche) incrociare la Flm, la Federazione unitaria dei lavoratori metalmeccanici. Una sigla mitica per le lotte operaie. Voleva dire Fiom, Fim e Uilm insieme, unite. Impensabile oggi nel nuovo secolo delle fratture sindacali. Camusso diventa «Susanna delle 150 ore». Si occupa del coordinamento delle ore di studio per i lavoratori meno scolarizzati. L´emancipazione operaia si fa anche così.
Negli anni Settanta Milano è ancora una città industriale. Camusso milita prima nel movimento studentesco, poi lascia l´università ed entra nella Fiom di Milano. Il capo è Antonio Pizzinato che, per una breve stagione, sarà anche segretario generale della Cgil. Ogni mattina si va in fabbrica a parlare con gli operai, a fare proselitismo. La fabbrica di Susanna è l´Ansaldo. Lì si farà le ossa. Vive gli anni di piombo così. Entra nel Psi. «Ma non sono mai stata craxiana. Ero della sinistra». Fabbriche, politica e femminismo. Perché quelli sono gli anni delle grandi battaglie per i diritti delle donne. Solo nel ‘93 Fausto Vigevani, primo socialista a guidare la Fiom, la chiama a Roma nella segreteria nazionale, nell´aristocrazia del sindacato di sinistra. Con la delega più prestigiosa: l´auto, cioè la Fiat, il padrone vero. A Vigevani succederà Claudio Sabattini, il teorico della Fiom «indipendente», quasi un partito del lavoro. Camusso, socialista e riformista non è dei suoi. Lo scontro tra i due sarà durissimo. Camusso viene rimossa dopo un accordo con la Fiat. Lei parlerà di «metodi stalinisti». Resta per un po´ alla Fiom poi torna a Milano, prima tra gli agro-industriali, poi come numero uno della Cgil lombarda. A Roma la richiama Epifani, nel 2008. Ormai è la predestinata. E ora dovrà fare i conti con la sua Fiom e con le divisioni senza precedenti tra Cgil, Cisl e Uil. Sullo sfondo c´è la sagoma di Sergio Marchionne, l´italo-canadese che ha deciso di cambiare le relazioni industriali italiani, provocando fratture e sfidando proprio il «collettivo» della Cgil. «Servono le nuove regole sulla rappresentanza», ribatte Camusso. Inizio delle trattative.

La Repubblica 01.11.10

"Ora Berlusconi tende la mano all'Udc di Casini", di Ugo Magri

Sarà un caso, oppure è tutto fiuto giornalistico: chi può dirlo? Sta di fatto che proprio ieri Vespa ha anticipato certe pagine del suo prossimo libro-strenna con le dichiarazioni che il Cavaliere gli ha reso dieci giorni fa. E sono tutta una tirata contro l’ipotesi di governo tecnico che Berlusconi sente nell’aria mai come in questo momento, con Fini sul punto di staccargli la spina.
Berlusconi paragona il mondo senza di lui senza di lui a «un rovesciamento della democrazia», e con formula retorica esclude che Napolitano «potrebbe mai consentire un ribaltamento del risultato elettorale», con quanti hanno vinto le elezioni sospinti all’opposizione. E in effetti, tutti gli indizi portano a escludere complotti del Quirinale per far fuori il premier, anzi: il Capo dello Stato pare sia piuttosto freddo con chi immagina maggioranze senza Pdl e Lega. Più che le trame da Prima Repubblica, Berlusconi deve temere il collasso della propria immagine, il ridicolo che la vicenda Ruby gli sta rovesciando addosso, addirittura i contraccolpi sul piano giudiziario della famosa telefonata in Questura. Ieri l’avvocato Ghedini ha messo sottosopra il Palazzo con quel riferimento a «ipotesi di reato» che qualcuno starebbe studiando per dare a Silvio il colpo di grazia. Possiamo immaginare cosa accadrebbe se la pm Ilda Boccassini, per fare un esempio, dovesse inquadrare il premier nel suo mirino. Sarebbe l’equivalente del celebre «avviso di garanzia» che colpì Berlusconi nel lontano ‘94. Né è scongiurato il rischio, per il Cavaliere, che dall’alto del loro magistero i vescovi gli mettano un quattro in condotta, già l’avevano avvertito di non dare scandalo. Perfino un amico fedele anche di nome, come Confalonieri, gliel’ha detto pubblicamente: se lui continuerà ad avvitarsi su se stesso, una crisi verrà vissuta come liberatoria anzitutto dal suo partito. E ci siamo vicini assai…

Pare che Berlusconi stia cercando occasioni per mettere in mostra una gran voglia di «fare». Sui rifiuti della Campania «e non solo», anticipa il portavoce Bonaiuti. Il «passo indietro» chiesto da Fini, inutile dire, non sfiora nemmeno lontanamente il pensiero del premier. Che nei suoi sfoghi domenicali ha confermato quanto di peggio sul presidente della Camera (così perlomeno giurano i suoi interlocutori), incentivando gli attacchi frontali tipo quello portato da Osvaldo Napoli contro Fini («L’imbarazzo? Un sentimento che gli è sconosciuto…»). Nello stesso tempo Silvio raccomanda di non sparare contro Casini in quanto, sostiene, «lui potrebbe darci una mano». E dal momento che l’Udc chiede a gran voce le sue dimissioni, viene da chiedersi se il Cavaliere non abbia perso per caso un po’ di lucidità.

Chi sta addentro alle strategie berlusconiane giura che no, Berlusconi non è affatto impazzito. L’aiuto che si attende dai centristi (in cambio, pare, di qualche patto declinato al futuro) consisterebbe nella garanzia del loro a ipotesi «tecniche», appunto. Perché senza l’apporto di Casini nessun «ribaltone» avrebbe successo e si andrebbe di corsa alle elezioni anticipate. Insomma, pare ci siano contatti con l’Udc (non è ben chiaro a quale livello) con l’obiettivo di dissuadere anzitutto Fini. Della serie: «Caro Gianfranco, se tu domenica davanti al tuo partito premerai il grilletto, sappi che si andrà al voto e tu ti dovrai acconciare al ruolo di numero due del terzo polo».

Mentre Berlusconi coltiva questi disegni, i suoi seguaci molto concretamente ammucchiano sacchi di sabbia nelle trincee della Camera e, soprattutto, di Palazzo Madama. Perché in caso di crisi la partita si deciderà lì, per un pugno di voti. Sotto stretta osservazione 4-5 senatori contattati dal Pd per votare un’eventuale mozione di sfiducia al premier

La Stampa 01.11.10

******

“Pdl, il governo e la paralisi. Il coraggio della verità”, di Ernesto Galli della Loggia

Che cos’altro deve succedere perché il Pdl si ricordi di essere, sia pur allo stato fantasmatico, un’entità che dice di essere un «partito»? Che cos’altro deve succedere perché i suoi deputati e senatori si accorgano che continuando così almeno la metà di loro non rivedrà mai più il Parlamento, e può considerare chiusa la propria carriera politica? Eppure, che la situazione della maggioranza sia sull’orlo del collasso è evidente a tutti, così come è altrettanto evidente che di questo passo rischia di subire un danno irreparabile l’immagine stessa del Paese e quel poco o tanto che resta del suo rango internazionale.

Non si tratta dell’avventurosa vita notturna del presidente del Consiglio, della quale egli mostra troppo spesso di sottovalutare i rischi. Fin dall’inizio ci siamo volenterosamente sforzati di dire che in fondo (e sia pure entro certi limiti) tutto questo riguardava la sua vita privata: convinti tra l’altro, come i fatti hanno finora dimostrato, che non sarebbe stato certo agitando tali argomenti che l’opposizione sarebbe mai riuscita ad avere la meglio. Né si tratta della ben nota disinvoltura istituzionale del premier: disinvoltura che spetterà al magistrato appurare se nell’ultima vicenda della ragazza marocchina abbia superato o no il confine della legge. No, non si tratta di tutto questo, o non solo di questo. E neppure tanto della paralisi dell’azione di governo, che pure è un dato reale. Si tratta del fatto che negli ultimi mesi è venuta meno nell’esecutivo qualunque capacità di direzione e di coordinazione, qualunque consapevolezza della quantità e della gravità dei problemi sul tappeto se non al livello della pura emergenza. Palazzo Chigi ha perduto la pur minima capacità di ascoltare e di rappresentare il Paese. L’Italia è — ed ancor più si sente — una nazione allo sbando. Chi ha la responsabilità di essere stato eletto dal popolo lo capisce? Ha gli occhi per vederlo?

È dunque inconcepibile che in una situazione del genere non si apra nel Pdl una discussione approfondita e senza riguardi per nessuno su quello che sta accadendo. Ripetere, come fanno un po’ tutti i suoi esponenti, che questo sarebbe il momento di «resistere », di «tener duro», di «restare uniti», è un vano esercizio retorico da assedio di Forte Alamo. Nella sostanza è puro nullismo politico. Per giunta all’insegna dell’ipocrisia, dal momento che è noto a tutti come, tra l’altro, proprio i «resistenti» più esagitati siano assai spesso quelli che, nei capannelli e dietro le quinte, vanno poi dicendo le cose peggiori sul conto del presidente del Consiglio, rivelando e stigmatizzando, quasi con sudicio compiacimento, le sue défaillance di ogni genere.

Non è più il tempo dei camerieri zelanti e bugiardi. È giunto il tempo della verità.

Se vuole avere ancora un qualche futuro politico, se non vuole ripetere in un registro grottesco la tragedia del Partito socialista nel 1992-1993, il Pdl deve dimostrare oggi— oggi o mai più — di volere, e di potere — essere un organismo politico reale. Fermandosi a considerare la propria storia e affrontando quei nodi che fin qui non ha mai voluto affrontare. C’è bisogno di ricordarli? Il ruolo, certamente decisivo ma a dir poco ingombrante del suo fondatore e capo, di Berlusconi; il modo di reclutamento e la qualità del suo personale politico, sempre cooptato e quasi sempre improbabile e raccogliticcio, quasi sempre privo di vera esperienza e di legami con l’elettorato (e in più di un caso anche di dubbia o accertata pessima origine); l’assenza patologica al suo interno di discussione e di decisioni collettive; l’ottuso compiacimento plebiscitario, il disprezzo plebeo per la costruzione di qualunque consenso che non sia quello da comizio. E infine il carattere e lo scopo del proprio programma, del proprio ruolo politico generale. Non si può campare in eterno sull’abolizione dell’Ici o sull’opposizione virulenta alla sinistra e alle procure della Repubblica. L’Italia ha bisogno di qualcos’altro. Di molto altro. Per tutto ciò è inevitabile dispiacere al Cavaliere? Certamente. Ma il destino di un’ormai lunga e importante avventura politica oggi si decide su questo e solo su questo: sulla verità e sul coraggio di dirla.

IL Corriere della Sera 01.11.10

"Abuso di potere", di Concita De Gregorio

Esaminiamo la questione al netto degli aspetti da Decameron in versione Bagaglino. Lasciamo fuori le barzellette sui negri, le preferenze sessuali e gli altri antidoti – artificiali e non – scelti da un anziano signore per combattere la sua ossessione della vecchiaia e della morte: è questa, semmai, materia per
un bravo terapeuta. Parliamo di istituzioni e di politica. Isoliamo un frammento dei fatti. Il 27 maggio scorso una minorenne di origine marocchina viene fermata dalla Questura di Milano perché sospettata di aver commesso un reato. Non è semplice la sua identificazione.
Nel giro di pochi minuti qualcuno (chi, esattamente?) avvisa Silvio B. che l’adolescente è in difficoltà. Il presidente del Consiglio chiama il capo di gabinetto della Questura. Gli garantisce, il premier in persona, che la minorenne è «la nipote di Mubarak» (Marocco ed Egitto in fondo sono in Africa, chi può distinguerli?) e che non è opportuno trattenerla.
Diventerebbe un caso diplomatico. Il funzionario della Questura obietta che esiste una procedura. Il premier esclude che la si
debba seguire: propone invece di affidare la ragazza non identificata (ma lui garantisce: è la nipote di Mubarak, come dubitarne dunque?) alla sua igienista dentale eletta consigliera
regionale della Lombardia, Nicole Minetti. La Pm di turno per il Tribunale dei minori ha nel frattempo disposto – il tempo passa, si è fatta notte – che la giovanissima venga accompagnata in una casa famiglia.
Silvio B. chiama Nicole Minetti: chiedi che sia affidata a te e portala via, le dice. Così accade. Ora. E’ evidente a chiunque che Berlusconi ha mentito ad un funzionario di polizia e che nel farlo ha commesso un abuso di potere utilizzando la carica che ricopre a fini personali.
Certo, non è la prima volta né la più grave. Oggi parliamo di questa. Persino Bossi conviene che “il governo non può telefonare alla polizia”. L’opposizione, Bersani in testa, chiede le dimissioni. La presidente di Confindustria domanda che “la politica ritrovi il senso di dignità delle istituzioni”. A destra i finiani restano in attesa del momento giusto per tirarsi indietro, non vorrebbero che fosse Ruby il casus belli e non avranno molto da attendere: il dibattito sullo scudo è alle porte.
Il pallino però, lo dicevamo ieri, è ora in mano alla Lega. All’insofferenza di Bossi per la graticola su cui B. tiene l’alleanza (e alla prospettiva di un governo di “salvezza nazionale”, che lo atterrisce) si aggiunge un elemento concreto: mercoledì il ministro Maroni dovrà riferire in Parlamento del caso. E’ un passaggio chiave. Sapremo, mercoledì, se la Lega si associa e si fa complice dell’abuso di
potere oppure no. L’elettorato leghista è ansioso di sapere, noi anche. Il Papa dice ai giovani – proprio oggi, che combinazione – che “l’amore non è merce di scambio”. L’aria che tira nel mondo cattolico è pessima. A destra soffia come un vento. Gianni Letta è il più preoccupato di tutti: il suono delle campane vaticane lo conosce benissimo. L’invisibile ministro Rotondi ha dato fiato al pensiero dei suoi colleghi: «Finisse anche domani il governo, tratterrei il grande onore di aver collaborato con un uomo onesto, pulito e carico di profondi valori morali: questo è Silvio Berlusconi». E’ la prima
parte quella eloquente: finisse anche domani.

L’Unità 31.10.10

"A cosa serve la Lega del Sud?", di Lorenzo Mondo

È stata annunciata a Palermo la nascita di un nuovo partito, che si chiamerà «Forza del Sud». È la creatura vagheggiata da Gianfranco Miccichè, sottosegretario nel governo Berlusconi: una Lega meridionale che dovrebbe ramificarsi in Calabria, Puglia, Campania e bilanciare, a destra, il peso che la Lega Nord di Umberto Bossi esercita sul governo. Secondo le parole del fondatore, resterà ancorata al Pdl, prendendo semmai le distanze da quella parte del partito di Berlusconi rappresentata nell’isola dal Guardasigilli Angelino Alfano e dal presidente del Senato, Renato Schifani.

Ma distinguendosi anche dal governatore Lombardo, che ha aperto la sua giunta a un’alleanza variegata che include il Pd ed esclude proprio Forza Italia. Il Lombardo che, per parte sua, non perde occasione, giocando di rimessa, per mettere sotto accusa il Risorgimento e vantare il progresso morale e civile del governo borbonico, dicendosi favorevole al federalismo e perfino alla secessione. Più che l’unità d’Italia sembrerebbe per il momento in gioco l’unità della Sicilia.

Non è un bell’inizio per Miccichè, il quale si propone di sbaragliare gli avversari, forte dei clamorosi consensi ottenuti per il Cavaliere nelle elezioni regionali del 2001. Ma la partita vera riguarda il confronto emulativo con la Lega Nord. Intendiamoci, non è che le genti del Sud non abbiano il diritto di esprimersi per un autonomo reggimento. Ma il partito di Bossi è stato ed è avvantaggiato da alcune non trascurabili circostanze.

È nato dal declino della Prima Repubblica, che ha spazzato via o indebolito i partiti esistenti lasciando libero il campo per nuove formazioni. Non è ciò che accade propriamente oggi, dove di partiti, esposti a un’amebica frantumazione e moltiplicazione, ce ne sono anche troppi. In secondo luogo, occorre tenere conto del divario economico ed efficientistico che divide il Nord dal Sud. Il federalismo «virtuoso» che entrambe le leghe, almeno a parole, propugnano, presenta ben altre difficoltà per un Meridione gravato da impressionanti dissesti e inadempienze. Tuttavia, mai dire mai, lasciamo aperto qualche spiraglio all’ottimismo.

Auguriamoci che tutto, nell’orgogliosa Trinacria, non si risolva nelle solite faide tra cacicchi, nelle contrapposizioni personalistiche disposte ai più mirabolanti trasformismi, a mascherare non limpidi interessi impastando in un solo calderone destra e sinistra, garibaldini e mafiosi, federalismo e antirisorgimento. La Sicilia, e non soltanto, ha bisogno d’altro.

La Stampa 31.10.10

"Il bunga bunga che segna la fine di un regno", di Eugenio Scalfari

Le recenti cronache dell´Italia berlusconiana che raccontano l´ennesimo scandalo ormai generalmente etichettato «bunga bunga» mi hanno lasciato al tempo stesso indifferente e stupefatto. L´indifferenza deriva dal fatto che conosco da trent´anni Silvio Berlusconi e sono da tempo arrivato alla conclusione che il nostro presidente del Consiglio rappresenta per molti aspetti il prototipo dei vizi italiani, latenti nel carattere nazionale insieme alle virtù che certamente non mancano. Siamo laboriosi, pazienti, adattabili, ospitali.
Ma anche furbi, vittimisti, millantatori, anarcoidi, insofferenti di regole, commedianti. Egoismo e generosità si fronteggiano e così pure trasformismo e coerenza, disprezzo delle istituzioni e sentimenti di patriottismo.
Berlusconi possiede l´indubbia e perversa capacità di aver evocato gli istinti peggiori del paese. I vizi latenti sono emersi in superficie ed hanno inquinato l´intera società nazionale ricacciando nel fondo la nostra parte migliore.
È stato messo in moto un vero e proprio processo di diseducazione di massa che dura da trent´anni avvalendosi delle moderne tecnologie della comunicazione e deturpando la mentalità delle persone e il funzionamento delle istituzioni.
Lo scandalo «bunga bunga» non è che l´ennesima conferma di questa pedagogia al rovescio. Perciò non ha ai miei occhi nulla di sorprendente.
Da quando avviò la sua attività immobiliare con denari di misteriosa provenienza, a quando con l´appoggio di Craxi costruì il suo impero televisivo ignorando le ripetute sentenze della Corte costituzionale, a quando organizzò il partito-azienda sulle ceneri della Prima Repubblica logorata dalla corruzione diventata sistema di governo.
A sua volta, su quelle ceneri, il berlusconismo è diventato sistema o regime che dir si voglia: un potere che aveva promesso di modernizzare il paese, sburocratizzarlo, far funzionare liberamente il mercato, diminuire equamente il peso fiscale, sbaraccare le confraternite e rifondare lo Stato.
Il programma era ambizioso ma fu attuato in minima parte negli otto anni di governo della destra ai quali di fatto se ne debbono aggiungere i due dell´ultimo governo Prodi durante i quali il peso dell´opposizione sul paese fu preponderante.
Ma non solo il programma rimase di fatto lettera morta, accadde di peggio. Accadde che il programma fu contraddetto. Il sistema-regime è stato tutto fuorché una modernizzazione liberale, tutto fuorché una visione coerente del bene comune.
Per dieci anni l´istituzione «governo» ha perseguito il solo scopo di difendere la persona di Berlusconi dalle misure di giustizia per i molti reati commessi da lui e dalle sue aziende prima e durante il suo ingresso in politica. Nel frattempo l´istituzione «Parlamento» è stata asservita al potere esecutivo mentre il potere giudiziario è stato quotidianamente bombardato di insulti, pressioni e minacce che si sono anche abbattute sulla Corte costituzionale, sul Csm, sulle Autorità di garanzia e sul Capo dello Stato.
Il «Capo» e i suoi vassalli hanno tentato e tentano di costruire una costituzione materiale incardinata sul presupposto che il Capo deriva la sua autorità dal voto del popolo ed è pertanto sovra-ordinato rispetto ad ogni potere di controllo e di garanzia.
Questa situazione ha avuto il sostegno di quell´Italia che la diseducazione di massa aveva privato d´ogni discernimento critico e che vedeva nel Capo l´esempio da imitare e sostenere.
Il cortocircuito che questa situazione ha determinato nel carattere di una certa Italia ha fatto sì che Berlusconi esibisca i propri vizi, la propria ricchezza, la sistematica violazione delle regole istituzionali e perfino del buongusto e della buona educazione come altrettanti pregi.
Non passa giorno che non si vanti di quei comportamenti, di quella ricchezza, del numero delle sue ville, del suo amore per le donne giovani e belle, dei festini che organizza «per rilassarsi», degli insulti e delle minacce che lancia a chi non inalbera la sua bandiera. E non c´è giorno in cui quell´Italia da lui evocata e imposta non lo ricopra di applausi e non gli rinnovi la sua fiducia.
Lo scandalo «bunga bunga» è stato l´ennesima riprova di tutto questo. La magistratura sta indagando sugli aspetti tuttora oscuri di questa incredibile vicenda della quale tuttavia due punti risultano ormai chiari e ammessi dallo stesso Berlusconi: la sua telefonata al capo gabinetto del Questore di Milano nella quale chiedeva il pronto rilascio della minorenne marocchina sua amica nelle mani «sicure» di un´altra sua amica da lui fatta inserire da Formigoni nel Consiglio della Regione lombarda, e l´informazione da lui data alla Questura che la minorenne in questione era la nipote del presidente egiziano Mubarak.
Queste circostanze ormai acclarate superano ogni immaginazione e troverebbero adeguato posto nell´ultimo romanzo di Umberto Eco dove il protagonista ricalca per alcuni aspetti «mister B» per le sue capacità d´inventare il non inventabile facendolo diventare realtà.
La cosa sorprendente e stupefacente non è nella pervicacia con la quale Berlusconi resta aggrappato alla sua poltrona e neppure la solidarietà di tutto il gruppo dirigente del suo partito e della sua Corte, che fa quadrato attorno a lui ben sapendo che la sua uscita di scena sarebbe la rovina per tutti loro. La cosa sorprendente è che – sia pure con segnali di logoramento e di sfaldamento – ci sia ancora quella certa Italia il cui consenso nei suoi confronti resiste di fronte alla grottesca evidenza di quanto accade. Questo è l´aspetto sorprendente, anzi sconvolgente, che ci dà la misura del male che è stato iniettato e coltivato nelle vene della società e questo è il lascito, il solo lascito, di Silvio Berlusconi.
Sua moglie Veronica, in una lettera pubblicata un anno e mezzo fa, lo scolpì in poche righe, stigmatizzò l´uso che il marito faceva del potere e delle istituzioni, i criteri di reclutamento della «sua» classe politica imbottita di «veline» e di attricette che avevano «ceduto i loro corpi al drago» e concluse scrivendo: «Mio marito è ammalato e i suoi amici dovrebbero aiutarlo a curarsi seriamente».
Quello che sta accadendo lo dimostra e lo conferma: quest´uomo è gravemente ammalato, l´attrazione verso donne giovani e giovanissime è diventata una dipendenza che gli altera la mente e manda a pezzi i suoi freni inibitori.
Dovrebbe esser seguito da medici e da psico-terapeuti che lo aiutassero a riprendersi; ma sembra di capire che sia seguito da persone reclutate con tutt´altro criterio: quello di immortalare le apparenze della sua giovinezza in tutti i sensi. Ma così non fanno che aggravare il male.

* * *
È ormai evidente agli italiani normali e normalmente raziocinanti, il cui numero sta fortunatamente aumentando, che questa situazione non può continuare. In qualunque altro paese dell´Occidente democratico sarebbe terminata da un pezzo per decisione dello stesso interessato e del gruppo dirigente che lo attornia. Ma qui le cose vanno in un altro modo e sappiamo perché. Tra lui e i suoi accoliti, uomini e donne che siano, esistono vincoli che non si possono sciogliere perché ciascuno di loro (quelli che contano veramente) ha le sue carte sul Capo e lui ha le sue carte su tutti gli altri. Così per Previti, così per Dell´Utri, così per Scajola, così per Verdini, così per Brambilla ed altri ancora.
A questo punto tocca a tutti coloro che ritengono necessario ed urgente porre fine al «bunga bunga» politico, costituzionale e istituzionale, staccare la spina.
Presentare una mozione di sfiducia che vada da Bersani a Fini e da Casini a Di Pietro, che abbia la funzione che in Germania si chiamerebbe «sfiducia costruttiva». Esponga cioè il programma che quell´arco di forze vuole attuare subito dopo che la sfiducia sia stata approvata e che si può riassumere così:
1. Indicare al Presidente della Repubblica l´esistenza di una maggioranza alternativa che gli consenta di nominare un nuovo governo, come la Costituzione prevede.
2. Elencare alcuni temi programmatici a cominciare dal restauro costituzionale, indispensabile dopo la devastazione compiuta in questi anni e, a seguire, alcune urgenti misure economiche e sociali, un federalismo serio che rafforzi l´unità nazionale e la modernizzazione della società articolandola secondo un disegno federale, una riforma della giustizia che sia utile ai cittadini, una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di eleggere i propri rappresentanti nei vari modi con i quali quest´obiettivo può essere realizzato.
Uno sbocco di questo genere sarebbe estremamente positivo per il paese e dovrebbe essere guidato da qui alla fine naturale della legislatura da un «Mister X» che abbia le caratteristiche e la competenza necessaria al recupero dei valori etici e politici che la Costituzione contiene nella sua prima parte, ammodernandola nella seconda in conformità alle esigenze che una società moderna richiede.
Noi riteniamo che questo percorso vada intrapreso al più presto anche per riconciliare con le istituzioni un paese stanco e disilluso dal tristissimo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti.
Non si tratta di utilizzare lo scandalo della minorenne marocchina strumentalizzandolo per fini politici. Si tratta invece di metter fine ad una rovinosa gestione governativa del «non fare» e del «malfare», che non è riuscito ad aprire un cantiere, a sostenere i consumi e il potere d´acquisto, a recuperare un centesimo di avanzo nel bilancio delle partite correnti, ad invertire il trend negativo dell´occupazione, a fare un solo passo avanti nella buona riforma della giustizia e del federalismo.
Infine a smantellare la «cricca» che da quindici anni non fa che rafforzarsi prendendo in giro i gonzi con il racconto d´una improbabile favola a lieto fine.
La storia italiana ha visto più volte analoghe «cricche» al vertice del paese. Quando ciò è accaduto, la favola è sempre terminata male o malissimo. L´esperienza dovrebbe aiutarci ad interrompere questo percorso in fondo al quale c´è inevitabilmente la rovina sociale e il degrado morale.

La Repubblica 31.10.10

"A Pomigliano d'Arco le sorprese della Fiat non finiscono mai", di Rinaldo Gianola

Allora, avete capito? L’appuntamento è davanti allo stabilimento. Poi partiamo tutti insieme. Ci hanno detto che forse possiamo mangiare alla mensa della Rai». A Pomigliano d’Arco i delegati della fabbrica Gianbattista Vico organizzano la trasferta a Roma: oggi gli operai della Fiat sono ospiti della trasmissione di Lucia Annunziata, così sarà possibile sentire anche l’altra campana dopo l’imbarazzante road show aziendale di Sergio Marchionne da Fazio Fazio. Maa Pomigliano d’Arco è diventato difficile persino convocare i lavoratori per organizzare un dibattito, per incontrarsi. Non parliamo di manifestare o protestare, figuriamoci. Tutti aspettano che la Fiat mantenga la promessa e porti qui la produzione della Nuova Panda, garantendo industria, occupazione, reddito in una della zone socialmente più delicate d’Italia, da dove si vedono le fiamme di Terzigno e si scorgono le infiltrazioni camorriste nei comuni circostanti. L’attesa è snervante. Ogni rinvio, ogni parola in più o in meno da parte di Marchionne apre incertezze e altre preoccupazioni in una regione dove la disoccupazione ufficiale è al 20% e i giovani hanno ripreso la strada del Nord, verso l’estero per conquistare un pezzo di futuro. Paura? Disperazione? Speranza? «Se la Fiat ci farà lavorare a Marchionne gli facciamo la statua come a Maradona… » sussurrano alcuni dipendenti. Ma non c’è voglia di parlare, anche le battute sono amare. Nessuno si vuole esporre, dopo il referendum in cui hanno vinto i “sì” al diktat di Marchionne (ma il manager dei due mondi è rimasto assai deluso dal risultato, si aspettava un consenso bulgaro che non c’è stato) tutti attendono le mosse della Fiat, tutti sperano nei lavori per aggiornare l’impianto e produrre la Nuova Panda. Senza troppe illusioni e con tanta paura. «Con la fabbrica chiusa è difficile far tutto, c’è un ricatto, una minaccia continua, i lavoratori sperano di essere richiamati in produzione, sono disposti ad accettare qualsiasi condizione, d’altra parte qui si tratta di vivere o morire. Non ci sono alternative » allarga le braccia Francesco Percuoco, delegato Rsu dello stabilimento, aggiungendo che «il vero disegno della Fiat forse non l’abbiamo ancora visto: la Nuova Panda è un modello troppo povero per reggere tutto lo stabilimento, per sostenere le aziende dell’indotto, potrebbero esserci altre brutte novità». Le preoccupazioni dei dipendenti di Pomigliano sono ampiamente giustificate e meriterebbero i titoli dei tg della sera, se questo paese fosse capace di liberarsi non solo di Silvio Berlusconi, ma soprattutto di un conformismo politico e giornalistico da regime nordcoreano. Sono in arrivo altre legnate sulla testa dei lavoratori Fiat, in particolare su quelli di Pomigliano d’Arco ma il silenzio trionfa e Marchionne non ne parla certo in tv. Mercoledì3 novembre la Fiat chiederà la cassa integrazione in deroga per tutti i dipendenti dello stabilimento. Un amossa rilevante e densa di incognite. I lavoratori, dal 2008, hanno fatto un anno di cassa ordinaria, poi un altro anno di cassa straordinaria, ora dal 15 novembre dovrebbe scattare, secondo i piani di Marchionne (che il giorno 4 incontra il ministro Romani), la cassa in deroga che, contrariamente alle altre cig, è pagata da governo e regione. La richiesta dovrebbe essere fino al luglio 2011, prorogabile fino alla fine del prossimo anno. È un ulteriore segnale che conferma lo slittamento del progetto per Pomigliano: il lancio della Nuova Panda era originariamente previsto nella tarda primavera 2011, poi dopo l’estate e adesso se ne parla per il 2012. Forse è colpa della crisi, forse è la strategia di Marchionne che non vuole giocarsi i modelli vincenti in un mercato italiano ed europeo in caduta. Certo, ognuno fa le sue scelte: la crisi c’è, ma ci sono anche case automobilistiche come Ford e Volkswagen che oggi macinano profitti e vendite da primato. La verità è che la cassa integrazione in deroga prepara la selezione dei lavoratori di Pomigliano che saranno chiamati alla produzione della Nuova Panda. Questo tipo di cig, infatti, non obbliga l’azienda a far rientrare tutti i lavoratori e il 2011 potrebbe essere il periodo in cui la Fiat, non ancora soddisfatta della vittoria al referendum, delle deroghe contrattuali e costituzionali, potrà comodamente scegliere i lavoratori da assumere nella Newco con le condizioni imposte da Marchionne. Questa è la prima novità. L’altra novità rilevante è che, nel frattempo, tra il lancio di Fabbrica Italia, le balle di Sacconi, la ridicola campagna referendaria a favore del “sì” con i dvd prodotti dall’azienda e i politici locali a stampare i manifesti con un panda col berretto Fiat e i rinvii dell’investimento, i dipendenti dello stabilimento sono scesi da 5127 a circa 4800.Escenderanno di altri 200. Cosa succede? Risponde Andrea Amendola, da pochi giorni segretario dellaFiom di Napoli: «I lavoratori usciti in questi mesi fanno parte di quei 500 esuberi richiesti dall’azienda come precondizione per discutere del futuro di Pomigliano. Altrimenti quei signori non si sedevano nemmeno. Quell’accordo è stato firmato da tutti i sindacati, ma la Fiat sta approfittando del clima generale e quello che dobbiamo chiederci è se quando partirà la produzione i livelli occupazionali saranno ancora questi o più bassi. La NuovaPanda è un modello con margini modesti, l’azienda punta solo sulla riduzione dei costi e la compressione dei diritti». Se il modello organizzativo e produttivo è quello impiegato in Serbia, in Polonia, in Brasile, è possibile immaginare che la Fiat mantenga circa 4600 dipendenti diretti per produrre la Nuova Panda su una sola linea? Oppure è più plausibile pensare che la cassa in deroga, e la selezione successiva del personale, porterà a un’altra significativa riduzione degli addetti che alla fine potrebbero essere circa 3500-3600 begin_of_the_skype_highlighting 3500-3600 end_of_the_skype_highlighting? Questa è la domanda più inquietante che circola a Pomigliano tra i lavoratori che da più didue anni sono chiamati in fabbrica per tre o quattro giorni al mese. Se sono assenteisti, come ha osato dire anche qualche anima bella del pd adeguandosi alla visione di Marchionne, è perché la fabbrica è chiusa. A questo proposito è utile ricordare che nel 2008, prima dell’esplosione della crisi e della cassa integrazione, la stessa Fiat aveva convenuto che l’assenteismo era da tempo sceso a un livello fisiologico del 3,5%. Non solo: lo stabilimento di Pomigliano aveva fatto progressi proprio nell’applicazione del World Class Manufacturing (WCM), il sistema di eccellenza produttiva che dovrebbe cambiare le sorti della Fiat. «Il WCM prevede riconoscimenti come la medaglia d’oro, d’argento, di bronzo, per i miglioramenti fatti dagli stabilimenti: a Pomigliano avevamo conquistato la medaglia di bronzo, siamo stati bravi, no?» ricorda il delegato Percuoco. Oggi Pomigliano aspetta le decisioni di Marchionne, attende la Nuova Panda come un regalo dal cielo. Pensare ai diritti e ai contratti potrebbe apparire un insulto quando la gente deve pagare la spesa e la scuola ai figli. Alla latitudine di Napoli, tutto ha un altro valore. lo sguardo sulla realtà cambia. Ammette Maurizio Mascoli, sindacalista che ne ha viste di tutti i colori: «La Campania è a pezzi, abbiamo 20 mila cassintegrati solo tra i metalmeccanici e altrettanti lavoratori in cassa in deroga. Poi c’è la monnezza, i tagli di Tremonti e non sai da che parte voltarti».

L’Unità 31.10.10

"Quei fondi Fas «riciclati» ancora al palo", di Giorgio Santilli

Ormai è diventato un tormentone nazionale: il Fas che fa da bancomat per ogni esigenza di finanza pubblica, il Fas che manda sotto il governo alla Camera per l’ennesima volta, il Fas che divide il paese fra nord e sud ma dovrebbe pure fare da fondo di perequazione infrastrutturale per il federalismo, il vecchio Fas da riciclare e mettere a nuovo per finanziarci una bella fetta dell’ennesimo piano per il Mezzogiorno da 40 miliardi. Questo fondo per le aree sottoutilizzate continua a dividere, senza per altro riuscire a produrre effetti concreti sull’economia. Le percentuali di utilizzo effettivo dei fondi restano minime, se è vero che a dieci anni dal lancio del programma 2000-2006, più del 30% dell’importo totale di 19 miliardi assegnato alle regioni è totalmente bloccato su opere che stanno a un livello di realizzazione oscillante fra zero e 10 per cento. A oggi di quel piano è stato speso meno del 40 per cento. Quanto al programma 2007-2013 era e resta fermo all’istruttoria tecnica, non è mai andato al Cipe, se si fa eccezione per i 4,3 miliardi della Sicilia, che per altro non hanno cassa. Non va molto meglio ai fondi comunitari, spesi al momento per meno del 9 per cento.
Da cinque mesi il ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto, prova a mettere insieme un piano per il Sud centrato soprattutto sul riutilizzo delle vecchie risorse bloccate. Non un euro nuovo da parte del Tesoro, ma una cassa con il contagocce sui nuovi piani Fas 2007-2013 e il recupero delle risorse non spese in passato. Soprattutto quelle dei fondi Ue, legati ai «progetti sponda», sono appetibili perché risorse vere, di cassa: Fitto stima che possano tornare così almeno 5.336 milioni. Altri 13.119 milioni potrebbero tornare dalla programmazione Fas 2000-2006 ma queste sono risorse di competenza che non hanno una cassa propria.
L’operazione di riprogrammazione è in linea con la posizione del governo sulle infrastrutture: più risorse private e vecchie risorse incagliate, ma non c’è carburante nuovo. Il punto è che anche l’operazione di riprogrammazione, che si sarebbe dovuta fare rapidamente e che era sulla carta uno delle cinque priorità del governo, ha notevolmente rallentato, come tutta l’azione dell’esecutivo: la partita irrisolta della giustizia blocca le altre priorità e l’esame del consiglio dei ministri si allontana. Nella partita del Fas conta poi la posizione dei governatori che dovrebbero condividere il piano sud, se non all’unanimità, almeno a maggioranza. Ma il confronto informale già avviato da Fitto non si traduce in un confronto sostanziale: pesano le tensioni sul fronte del federalismo e quelle ancora non superate dei tagli della manovra estiva.

Il Sole 24 Ore 31.10.10