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"Libri a pagamento alle elementari e un'altra sforbiciata all'università", di Roberto Ciccarelli

Sul futuro di scuola, università e ricerca si tornerà a parlare nel Milleproroghe, ma quello che la sessione di bilancio sta preparando sono lacrime e sangue. Liberi finalmente dalle speculazioni delle ultime settimane, ecco le cifre reali, non previsioni o promesse, dei tagli che verranno.
Ieri nel dibattito in corso nella commissione cultura alla Camera è emerso un ventaglio di tagli che colpirà in maniera decisiva il fondo al diritto allo studio e il fondo ordinario di finanziamento (Ffo) degli atenei. Il diritto allo studio verrà ridotto di oltre la metà della dotazione stanziata l’anno scorso, vale a dire di 96,4 milioni di euro. Uno dei capisaldi della riforma Gelmini, il fondo per il merito degli studenti, i prestiti d’onore e le borse di studio, racimoleranno nel 2011 appena 25,7 milioni di euro. «Questa misura iniqua rivela che il ministro dell’istruzione ha fatto solo propaganda sul merito – commenta Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione cultura – Questi spiccioli sono un sostegno ai migliori indipendentemente dal reddito delle loro famiglie. In questo modo il governo ha ormai cancellato l’inclusione sociale in questo paese». La manovra sopprime 5,6 milioni dai contributi per le residenze studentesche, colpendo gli studenti fuorisede che saranno costretti ad affidarsi del tutto al mercato nero degli affitti. Scorrendo i dati contenuti nella tabella 7 del bilancio di previsione emergono altre misure che compromettono per sempre la fornitura gratuita dei libri di testo nella scuola elementare. In questo caso il fondo è cancellato del tutto, nel 2010 ammontava a 103 milioni di euro. Per quanto riguarda l’edilizia scolastica i fondi restano intatti. Il governo non ha però avviato le procedure per erogare i 358 milioni previsti. Quelli invece destinati alle scuole dell’Aquila dopo il terremoto (250 milioni circa) sono stati assegnati. In Italia, due scuole su tre non sono a norma di legge. I tagli delle cattedre e delle ore voluti dal ministro Gelmini hanno creato classi che superano 30 alunni e ciò mette a rischio l’incolumità personale di docenti e studenti.
Per quanto riguarda il Ffo dell’università viene confermata la corsa verso quota 6,1 miliardi di euro entro il 2013, quanto cioè gli atenei ricevevano dallo Stato nel 2001. Nel 2008 questo fondo ammontava a 7,4 miliardi. C’è un elemento che rivela l’affanno, o l’approssimazione del governo nella definizione della manovra di bilancio ed è legato al fondo di 550 milioni di euro stanziati per un triennio dalla finanziaria del 2007. Questa cifra verrà ristabilita nel 2012, ma non risulta in bilancio per il 2011. Il governo, inoltre, non ha chiarito dove recupererà i 400 milioni di euro prelevati l’anno scorso dallo «scudo fiscale». In più si prepara un altro taglio di 126 milioni che porta il fabbisogno degli atenei per il 2010 a 1,26 miliardi di euro. Cifra che dovrà essere reperita nel Milleproroghe, provvedimento mai come quest’anno atteso come una manna.

Il Manifesto 28.10.10

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“Niente soldi ai libri di scuola”, di Caterina Perniconi

Il governo riprova il blitz fallito nel 2009 e cancella il fondo da 103 milioni. Lo scorso anno le risorse erano ricomparse nel decreto di Natale, ma questa volta sarà più difficile
Nel 2011 il governo non ha previsto i fondi per rendere gratuiti i libri testo delle scuole dell’obbligo. Dopo il tentativo fallito in extremis dodici mesi fa, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ci riprova e cerca di far saltare una delle misure caratteristiche della scuola pubblica dal 1967, cioè il fondo per i libri destinato ai bambini provenienti da famiglie meno abbienti, che serve a garantire il diritto allo studio a tutti i ragazzi. Il capitolo di bilancio della legge Finanziaria che prevede lo stanziamento di 103 milioni per la gratuità dei libri scolastici è stato nuovamente tagliato e ridotto a zero per il prossimo anno. Se le cose resteranno come sono, e non ci sarà uno stanziamento ulteriore nell’annunciato decreto di Natale, tutte le famiglie che mandano i bambini alle primarie (o che sfruttano il comodato d’uso gratuito nella scuola superiore) saranno costrette a sborsare i soldi per i libri di tasca propria.

Ma quella dei libri non è l’unica misura del piano governativo: il fondo per il diritto allo studio nelle scuole dell’obbligo viene ridotto di oltre il 70 per cento. In questo modo solo il 30 per cento di chi non può permettersi di studiare potrà farlo, per i bambini delle altre famiglie in difficoltà economiche l’istruzione sarà a rischio. Nello stato di previsione del ministero dell’Economia, alla voce “sostegno all’istruzione” sono calcolati solo 33,1 milioni di euro tra le somme da trasferire alle Regioni per le borse di studio. La riduzione rispetto all’anno scorso è quindi di 84,2 milioni di euro. Mentre in quello del ministero dell’Università e la Ricerca, il diritto allo studio nell’istruzione universitaria viene ridotto a 25,7 milioni da 100, tagliando 74 milioni. Con l’aggravante che le Regioni, a loro volta, stanno riducendo i finanziamenti a questo genere di misure a causa dei tagli agli enti locali. Il computo dei tagli che la Finanziaria porterà a scuola e università è stato calcolato dai deputati del Partito democratico che fanno parte della commissione Cultura e che ieri si sono visti respingere tutti gli emendamenti che rifinanziavano questi fondi. Nello specifico hanno registrato una riduzione di 123,3 milioni di euro per l’istruzione prescolastica e di 780,1 milioni di euro per l’istruzione primaria. Per l’istruzione secondaria di primo grado e di secondo grado vengono ridotte rispettivamente di 208,3 milioni e di 841,6 milioni di euro, mentre per l’istruzione post-secondaria, (quella per gli adulti) il taglio è di 7,8 milioni di euro.

In commissione Cultura, a Montecitorio, la discussione ieri è salita di tono e l’Italia dei Valori ha deciso di abbandonare i lavori per protesta. “É stato l’ennesimo atto di arroganza da parte di questo governo – racconta Pierfelice Zazzera, capogruppo Idv in commissione – e di questa maggioranza nei confronti del Parlamento e delle minoranze. Non solo il rappresentante del governo si è presentato con un’ora di ritardo ma, fatto ancor più grave, è stato impedito alle minoranze di parlare. Per questo, abbiamo abbandonato i lavori”. Il Partito democratico denuncia: “Con un colpo secco – dice la capogruppo in commissione Cultura Manuela Ghizzoni – il governo ha abolito la gratuità dei libri di testo nella scuola elementare per il 2011 e ridotto di oltre il 75 per cento i fondi per le borse di studio nelle università. Abbiamo dovuto lottare per ottenere dieci milioni per l’edilizia delle residenze universitarie. É inaccettabile”.

Anche lo scorso anno le proteste erano state analoghe e, sotto pressione, alla fine il governo aveva trovato i 103 milioni di euro mancanti nel decreto milleproroghe natalizio. Questa volta sarà più difficile, perché il decreto di fine anno varrà sette miliardi ma gran parte di questi soldi sono già stati promessi in quello che Tremonti definisce “Piano sviluppo”. Al ministro della Cultura Sandro Bondi servono soldi per il fondo per lo spettacolo, Stefania Prestigiacomo reclama 100 milioni per il dicastero dell’Ambiente, poi ci dovranno essere gli 800 milioni di copertura finanziaria della riforma universitaria. E trovare le risorse per i libri di testo gratuiti sarà ancora più arduo che nel 2009.

Il Fatto Quotidiano 28.10.10

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“Libri amari per la Gelmini”, di Alessandra Ricciardi

Andando a spulciare tra le tabelle della nuova legge di stabilità, i fondi per la gratuità dei libri di testo alle elementari e per i comodato d’uso alle superiori, oltre alle borse di studio per l’università, risultano dove azzerati, dove decurtati. Tanto che ieri il Pd ha gridato allo scandalo, accusando il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, di voler fare pagare i libri anche ai bambini della scuola primaria.

Il ministro ha subito smentito: «Le dichiarazioni di alcuni esponenti del Pd sui tagli ai libri di testo gratuiti per la scuola elementare e sulla riduzione delle borse di studio universitarie sono prive di fondamento. Per entrambi i settori, i fondi saranno regolarmente garantiti». Una risposta che ha innescato la controreplica di Manuela Ghizzoni, responsabile scuola Pd in commissione istruzione, che, tabelle alla mano, spiegava: «Il fondo di intervento integrativo da ripartire tra le regioni e per la concessione dei prestiti d’onore e l’erogazione delle borse di studio in tabella C della Legge di stabilità ha una dotazione di 25,7 milioni di euro con una riduzione di 74 milioni di euro rispetto all’assestamento del 2010. Mentre nello stato di previsione del Ministero dell’Interno (Tabella n. 8), il cap. 7243 (Somma occorrente per la fornitura gratuita dei libri di testo nella scuola dell’obbligo ed il comodato nella scuola superiore) è cancellato totalmente lo stanziamento in conto competenza che nel 2010 era stato di 103 milioni di euro. Le risorse sono previste in tabella B solo per il 2012 a conferma che per il 2011 non sono previste». Dal ministero, questa volta informalmente, hanno provato allora a correggere il tiro: i fondi è vero che sarebbero stati azzerati, ma saranno rifinanziati con il decreto di fine anno. Ministero dell’economia permettendo.

da Italia Oggi 28.10.10

"Conto alla rovescia per Masi", di Giovanni Cocconi

Prima di azzardare paralleli tra un governo che non governa e una Rai che non è più un’azienda proviamo a riflettere sul destino di Mauro Masi. Il direttore generale ha di fronte a sé due strade molto strette. O improvvisamente si scopre manager e si impegna a rimettere in piedi un’azienda con i conti in profondo rosso, la pubblicità in calo, gli investimenti a zero (ammesso che ne sia capace), oppure insiste nella sua pervicace opera di eliminazione delle voci critiche, i vari Santoro, Saviano, Travaglio, Gabanelli, Mineo, eccetera. Nel primo caso avrebbe di fronte un impegno di mesi, faticoso e con pochi riconoscimenti da parte dell’editore di riferimento. Masi sembra aver scelto la seconda strada, una scommessa appesa alle decisioni dei prossimi giorni ma che potrebbe costargli la testa molto presto. La scadenza sarebbe già fissata e forse è troppo tardi per tornare indietro. Il consiglio di amministrazione fissato per oggi è stato rinviato di fronte alla minaccia di dimissioni di un presidente, Paolo Garimberti, che si è sempre mostrato molto diplomatico rispetto alle scelte della direzione generale. Non solo. I tre consiglieri di minoranza (compreso De Laurentiis, quota Udc) hanno scritto al presidente della Vigilanza per segnalare una situazione che ha superato il livello di guardia e una situazione aziendale ormai ingovernabile.
In effetti tra minacce di scioperi, referendum contro la direzione, battaglie legali e, soprattutto, conti sempre più disastrosi la Rai sembra aver raggiunto un punto di non ritorno.
Non è un caso che le ipotesi di privatizzazione abbiano ripreso a correre e incontrino i favori di una buona parte dell’opinione pubblica ormai sfiancata dallo spettacolo Rai di questi mesi.
Masi prova così a giocarsi il tutto per tutto con un’altra infornata di nomine per regolare i conti tra i partiti di maggioranza (Raidue, Rainews24, RaiEducational, Rai5, eccetera): chiama Susanna Petruni a risolvere i problemi di Raidue e Francesco Ferraro a sostituire Corradino Mineo a Rainews24. Una scorciatoia ad personam, speculare a quella che il premier insegue in parlamento mentre il paese è alle prese con una crisi economica senza precedenti.
Intanto la mozione parlamentare contro l’informazione Rai troppo sbilanciata a destra (come ha confermato anche l’Authority per le comunicazioni) avanza in parlamento: presentata dai finiani di Futuro e libertà, dovrebbe essere votata tra il 22 e il 25 novembre. Una ghigliottina pronta a scattare.
Masi ha meno di un mese di tempo per salvare la pelle. In caso contrario il suo passaggio in Rai sarebbe ricordato come la piccola tragedia di un uomo ridicolo.

da Europa Quotidiano 28.10.10

"La metamorfosi dei Presidenti nell´Italia senza regole", di Carlo Galli

Le discussioni sul Lodo Alfano rimettono in primo piano il ruolo del Colle: un´autorità disegnata come potere neutro che diventa più presente in certe fasi storiche.mSimboleggia e rappresenta l´unità del popolo e un´istituzione di garanzia del funzionamento dello Stato. La garanzia che è fornita non è formalismo: è anzi la custodia della Democrazia per la salvaguardia della Costituzione. Tra gli effetti del lodo Alfano c´è quello di innalzare il rango costituzionale del presidente del Consiglio, e contemporaneamente – anche se verrà corretta la previsione che il blocco dei processi sia subordinato a un voto del parlamento – di abbassare quello del presidente della Repubblica, che viene parificato al premier per la temporanea immunità davanti ai reati comuni.
In realtà, si tratta di due figure assai diverse, per significato, per legittimità, e per finalità. Il presidente del Consiglio è l´espressione di una parte che resta tale – la maggioranza (quella reale o quella resa tale dalla legge elettorale) – , poiché governa legittimamente l´Italia secondo una linea che non deve essere condivisa da tutti (esiste, altrettanto legittima, l´opposizione); il presidente della Repubblica, invece, ha nell´unità la propria cifra caratterizzante.
Infatti, il legislativo – il parlamento, che concede la fiducia al governo – è composto da “membri”, ciascuno dei quali “rappresenta la Nazione” (art. 67 della Costituzione); mentre il presidente della Repubblica è il “Capo dello Stato e rappresenta l´unità nazionale” (art. 87). L´Italia è quindi rappresentata sia da un corpo composto da membri (il parlamento) sia da un Capo al quale è associata l´idea di unità. Che il testo costituzionale, pur così moderno nelle forme e nei contenuti, utilizzi l´antichissima immagine (ecclesiastica, ma anche romana) delle membra e del capo di un corpo, significa che la compagine giuridico-politica del Paese – l´ingranarsi del potere legislativo, espressione della dialettica politica che è la vita della nazione, dell´esecutivo, che a quella dialettica dà una direzione specifica (di centro, di destra, di sinistra), del giudiziario, che amministra le norme che gli altri due poteri stabiliscono e mettono in pratica – richiede, per funzionare ordinatamente, una proiezione simbolica verticale. Ci deve essere autorità, perché ci siano i poteri legali.
Un´autorità non trascendente, e anzi democratica, che non nasce dal sangue e da Dio, come quella che nello Statuto albertino era detenuta dal re e dalla sua “maestà”. Al contrario, la legittimità del presidente della Repubblica, secondo la nostra Costituzione, deriva da un´elezione di secondo grado, da parte del parlamento; questa procedura stacca il presidente dalla vita dei partiti e dalla loro inevitabile conflittualità, e proprio per questo distacco – che non è una contrapposizione – gli consente di simboleggiare, di rappresentare con autorità l´unità del popolo.
Di fatto, questa figura democratica dell´autorità è disegnata, nella Costituzione, come un potere neutro, come un´istituzione di garanzia che provvede a regolare – come il bilanciere di un orologio – il funzionamento della macchina delle istituzioni; a tal fine il presidente della Repubblica collabora alle dinamiche dei tre poteri dello Stato, curandone la rispondenza formale alle procedure costituzionali. È in questa distanza dai contenuti specifici dell´opera dei poteri statali la spiegazione della irresponsabilità del presidente, prevista dalla Costituzione.
Questo ruolo di garanzia, di autorità super partes, è stato interpretato – da De Nicola fino a Napolitano – da democristiani, socialisti, comunisti, socialdemocratici, laici. Vi sono stati presidenti conservatori e progressisti, notarili e interventisti; non tutti sono stati perfetti e impeccabili (basti ricordare le polemiche su Segni e il “piano Solo”, nell´estate del 1964, o la richiesta comunista di mettere Cossiga in stato d´accusa nel 1991); alcuni hanno voluto imprimere alla politica certe direzioni piuttosto che altre (Gronchi favorì il centrosinistra); alcuni si sono dimessi (Leone e Cossiga), altri sono stati amatissimi e popolari (Pertini, Ciampi) o hanno ispirato molta fiducia (Napolitano).
Ma in generale, comunque si presenti, la garanzia che è fornita dal presidente della Repubblica non è formalismo; è anzi la custodia – autorevole ma non autoritaria – della democrazia, per la salvaguardia del significato autentico della Costituzione: il rispetto delle competenze e del decoro costituzionale, l´equilibrio fra le componenti storiche del Paese e fra le sensibilità e gli interessi che lo costituiscono, la pari dignità fra i cittadini e fra le forze politiche e sociali. E tutto ciò non è ipocrisia, né vuoto cerimoniale: è politica, sottratta alla politica quotidiana, e quindi più alta e più profonda di questa.
L´aspetto “politico” dell´autorità del presidente è meno evidente nei tempi “normali” della Repubblica, mentre è molto rilevante quando, come ai nostri giorni, prevalgono le tentazioni di forzatura costituzionale, le interpretazioni plebiscitarie della democrazia, i disegni di squilibrare i poteri dello Stato a favore dell´esecutivo. Quando si cerca di deformare la Costituzione, il presidente – proprio per esserne custode – deve resistere, diventando così un attore, di fatto, della politica; ma senz´altro contenuto e senz´altra finalità che di consentirne il normale funzionamento. La fiducia che gli italiani oggi manifestano per Napolitano è quindi rivolta, oltre che alla persona, anche alla forma democratica e istituzionale dell´autorità, e a una politica che sia rispettosa delle indicazioni della Costituzione.

La Repubblica 28.10.10

"La Finanza indaga sulla scuola di Adro. I genitori: toglieremo noi quei simboli", di Luca De Carolis

La Guardia di Finanza nel municipio di Adro, per accertamenti ordinati dalla procura di Brescia. Dopo il lungo tira e molla sulla rimozione dei 700 soli “leghisti” di cui era cosparsa la scuola “Gianfranco Miglio”, peraltro non ancora rimossi del tutto, ieri nel paese del Bresciano sono arrivate le Fiamme Gialle. I militari hanno effettuato accertamenti in Municipio, di cui si è appreso solo in serata. I controlli, motivati da alcuni esposti presentati alla procura di Brescia, avrebbero riguardato gli aspetti finanziari legati proprio alla costruzione del modernissimo polo scolastico, inaugurato lo scorso settembre. I pm non avrebbero però ancora aperto un’inchiesta. Prima, aspettano il risultato di approfondite verifiche. Una cautela comprensibile, vista anche l’eco attorno alla scuola di Adro, assurta a simbolo dell’ala secessionista della Lega. Per il disappunto anche di diversi genitori del paesino, che ieri hanno ribadito di essere pronti a togliere i restanti “soli delle Alpi” se entro il 4 dicembre non verranno tolti del tutto.

ADDIO LIBRI GRATIS Dai soli del Carroccio ai tagli della Gelmini il passo è purtroppo breve. Ieri la capogruppo del Pd in commissione Cultura alla Camera, Manuela Ghizzoni, ha rivelato che, nel 2011, non ci saranno più libri gratis per le scuole elementari, mentre i fondi per le borse di studio per le università saranno tagliati del 75%. Il ministero dell’Istruzione ha replicato con una stringata nota: «Le dichiarazioni di alcuni esponenti del Pd sono prive di fondamento, per entrambi i settori i fondi saranno regolarmente garantiti». Poche parole, contro i dettagliati numeri mostrati dal Pd, che affiorano tra le pieghe della legge di stabilità. «Nello stato di previsione del ministero dell’Interno – spiega in un anota Ghizzoni – al capitolo 7243 (somma occorrente per la fornitura gratuita di libri di testo nella scuola dell’obbligo) è cancellato totalmente lo stanziamento in conto competenza, che nel 2010 era stato di 103 milioni di euro». Non solo. «Le risorse indicate nella tabella B – continua il comunicato – sono solo per il 2012, a conferma che per il 2011 non sono previste».

TAGLI UNIVERSITARI Brutte notizie anche per le borse di studio per gli atenei, come emerge dallo stato di previsione del ministero dell’Istruzione: «Il fondo integrativo, da ripartire tra le regioni per la concessione dei prestiti d’onore e l’erogazione delle borse di studio, ha una dotazione di 25,7 milioni, con una riduzione di 74 milioni rispetto all’assestamento del 2010». Numeri che, secondo Ghizzoni, «il ministero vorrebbe nascondere agli italiani». Perché provano una verità scomoda: il governo taglierà ancora le risorse per scuola e università, e per giunta con l’accetta. La capogruppo Pd incalza: «Dalla Lega, che oggi (ieri, ndr) ci ha aggredito in commissione per aver sollevato questi temi, ci aspettiamo coerenza. Hanno votato contro tutti i nostri emendamenti che rifinanziavano questi fondi, e così hanno appoggiato la politica centralista del governo, che si inserisce nelle scelte delle regioni, come nel caso delle borse di studio». Mentre Giovanni Bachelet, presidente del Forum Pd sulle politiche per l’istruzione, ricorda: «La Gelmini parla di voler rendere pubblica la valutazione di insegnanti e dirigenti, proprio quandola Finanziaria taglia un milione di euro all’Invalsi, che se ne occupa».

L’Unità 28.10.10

"Virtuoso fuori luogo", di Massimo Gramellini

Ogni volta che vedete i roghi di Terzigno, prima di arrabbiarvi pensate a Vincenzo Cenname. Dopo vi arrabbierete molto di più. Cenname è un ingegnere ambientale, eletto sindaco di un Comune di duemila anime della provincia di Caserta, Camigliano. Alle spalle non ha né la destra né la sinistra, ma una laurea. Sulle spalle una testa. E dentro la testa un sogno: trasformare il suo borgo in una Svizzera col sole. Mette le luci a basso impatto energetico al cimitero e i pannolini lavabili all’asilo nido. Si inventa una moneta, l’eco-euro, spendibile solo in paese, con cui ricompensa i bambini che portano a scuola il vetro da riciclare. Giorno dopo giorno, senza alcun aumento dei costi, cattive abitudini inveterate si trasformano in comportamenti virtuosi, mentre la raccolta differenziata raggiunge percentuali scandinave.

E i luoghi comuni sul Sud immutabile e inemendabile? Rottamati dal sogno di un sindaco casertano che ha meno di quarant’anni. Ci si aspetterebbe la fila di notabili alla sua porta: la prego, ingegner Cenname, venga a insegnarci come si fa. Arriva invece una legge assurda che solo in Campania toglie ai Comuni la raccolta dei rifiuti per affidarla a un carrozzone provinciale. Il sindaco si ribella, sostenuto dall’intera popolazione, ma il prefetto segnala il suo caso al ministro Maroni. In dieci giorni il consiglio comunale viene sciolto e Cenname rottamato neanche fosse un mafioso. Da allora sono passati tre mesi, ma non lo sconforto per l’ottusità di uno Stato che per far rispettare una brutta legge ha sporcato quel po’ di pulito che c’era.

La Stampa 28.10.10

Se i musei dimenticano l´arte per inseguire il mercato

Non possiamo ridurre a una semplice differenza di gusti la mostra di giocattoli giapponesi contemporanei, di gran marca e di gran prezzo, in corso al castello di Versailles, trattato come una vetrina pubblicitaria. Questa confusione di generi (scioccante per gli uni, intrigante per gli altri) è rivelatrice di una deriva di ben più ampio respiro e che travalica i confini dell´estetica, anche se l´estetica c´entra parecchio al riguardo.
Nel 1992, ne Lo Stato culturale: una religione moderna, denunciai gli inizi di questa deriva. In nome del nobile obbiettivo della democratizzazione culturale, lo Stato, non contento di vegliare sul patrimonio nazionale affidato alla sua tutela, si prendeva già allora per un mecenate d´avanguardia. E si metteva a sovvenzionare e dare ospitalità al rock, al rap, ai graffiti e ad altre importazioni della cultura di massa americana, avanguardista per definizione.
Il successo commerciale di queste irresistibili varietà, peraltro, era già pienamente assicurato dai quei potenti diffusori privati che sono le vedettes dell´arte cosiddetta “contemporanea”, attraverso i loro non meno abili galleristi e le loro famigerate “Fiere”.
Koons, dopo Versailles, è stato esposto nella galleria parigina Noirmont. Presto vedremo Murakami esposto nella galleria Gagosian, appena sarà inaugurata a Parigi. E non mancano i musei pubblici dedicati all´arte cosiddetta «contemporanea».
Nel 1996, ospite dell´American Academy a Roma, scoprii che questa abdicazione dello Stato (nel senso europeo) a tutto vantaggio del mercato era un fenomeno in fase avanzata anche in Italia. All´ambasciata americana venni presentato all´uomo che Romano Prodi avrebbe scelto come ministro dei Beni culturali, Walter Veltroni. Questi, molto calorosamente, mi disse: «Ah! L´autore de Lo Stato culturale! Sono d´accordissimo con lei! È l´uovo di Colombo, non abbiamo il petrolio, ma abbiamo un patrimonio culturale!». Corressi questa lettura arlecchinesca del mio pensiero in un´intervista su La Repubblica, ma Veltroni diventò comunque ministro, e inaugurò la deriva commerciale (sfilate di moda e concerti rock al museo), ma anche la confusione semantica tra patrimonio culturale e intrattenimento di massa, l´una e l´altra rimaste fino ad allora latenti nell´espressione italiana «beni culturali», all´apparenza più innocente della nostra «affari culturali», ma altrettanto esposta al rischio di sbandamenti in direzione del mercato, mobiliare o immobiliare. Non al punto, comunque, di esporre Damien Hirst a Villa Borghese…
Da allora, stando a quanto scrive Salvatore Settis nel suo saggio Italia S.p.A, L´assalto al patrimonio culturale (Einaudi, 2002-2005) e nei suoi articoli su La Repubblica, le cose in Italia non hanno fatto che peggiorare. Una legge approvata dalla coalizione di governo berlusconiana ha seriamente danneggiato il principio di inalienabilità del patrimonio nazionale italiano, pubblico o sotto la tutela dello Stato. La resistenza di Settis, e di molti altri schierati al suo fianco sulle pagine dei giornali, è quantomeno riuscita, al momento, a limitare gli effetti dello stereotipo «patrimonio culturale = giacimento culturale», un pensiero unico di cui si riempiono la bocca burocrati, organizzatori di convegni e politici di destra e di sinistra. (…)
Il problema quindi non si riassume certo in un liberale «mi piacciono» o un reazionario «non mi piacciono» Murakami o Koons sotto i soffitti di Versailles. È qualcosa che chiama in causa la nostra idea dello Stato e di chi lavora per lo Stato, la nostra concezione del patrimonio nazionale e di chi lo conserva, e la nostra filosofia dei rapporti che gli uni e gli altri devono intrattenere con il settore privato e con il mercato della cultura di massa.
Lo Stato non ha la stessa vocazione in Francia (e in Italia) e negli Stati Uniti. Settis ha citato un caso eclatante, quello del villaggio di Oraibi, che risale all´XI secolo, nella riserva degli indiani Hopi, in Arizona, che è praticamente scomparso in questi ultimi anni nell´indifferenza generale, perché non si è trovata una fondazione privata disposta a finanziare la sua trasformazione in ecomuseo. Eppure si tratta del luogo dove il grande storico dell´arte Aby Warburg aveva avuto la rivelazione dell´ultima arte dionisiaca esistente. Il sistema americano dei landmarks, abbandonato agli enti locali e all´iniziativa privata, non tiene minimamente conto del contesto storico, urbano o paesaggistico, peraltro infinitamente più rarefatto negli Stati Uniti che nella vecchia Europa. L´Inghilterra è afflitta dalle stesse carenze, o quasi. Si vantano a ragione i meriti recenti del National Trust, ma si omette di ricordare che la mano invisibile del mercato immobiliare inglese, tra il 1945 e il 1974, ha demolito senza intralci la bellezza di 1153 country houses, spesso di grande valore storico e artistico. Eppure, nessuno espone Tracey Emin alla Frick Collection o al British Museum.
In Francia e in Italia, la tutela del patrimonio culturale esiste per educare il suo proprietario collettivo mediante i capolavori. Ciascuno è libero di sbuffare e mettersi a ridere. Tante nazioni, in Europa, in America Latina e in Asia, si ispirano a questo modello, senza riuscire sempre a imitarlo. Il fatto è che nelle due «sorelle latine», malgrado le forti diversità storiche, il sentimento di identità e di appartenenza nazionale, l´attaccamento a una memoria storica e alle sue stratificazioni successive sono inconcepibili senza un riferimento visivo, tangibile e inalienabile, a un patrimonio pubblico (e privato, ma sotto tutela pubblica) che quei sentimenti incarnano permanentemente e localmente. Questo patrimonio monumentale e museale forma un tessuto connettivo dove tutto si tiene. Solo lo Stato, con la sua legislazione e il suo personale di esperti certificati e consacrati al bene comune, è in grado di preservare la coerenza, l´integrità, il senso e l´insegnamento.
Ha tutto l´interesse a farlo, essendo questi i fondamenti del legame civico e del sentimento nazionale, alla base dello Stato stesso e importanti quanto la lingua. Lo Stato tradisce se stesso e smantella se stesso se, dimenticando i suoi interessi fondamentali, comincia a vedere il patrimonio che ha il compito di conservare, di accrescere e di far apprezzare e comprendere al maggior numero di persone, nell´ottica del rendimento economico, della venalità finanziaria e dello sfruttamento a fini diversi dall´interesse civico e pubblico che deve servire.
Il denaro non ha odore né patria, ma la poesia, le arti e i ricordi sì. È più che mai necessario rammentarlo oggi. Infatti non si tratta più, come un tempo, di approfondire il sentimento spontaneo di appartenenza nazionale attraverso la poesia, le arti e il ricordo, ma di stimolarlo e coltivarlo fra i nuovi arrivati nella comunità nazionale. È il momento di far giocare allo Stato il gioco surrealista della macchina da cucire e dell´ombrello sul tavolo dell´autopsia? (…)
Perché nascondere ai cittadini il fatto che l´arte cosiddetta «contemporanea», questa immagine di marca inventata di sana pianta dal mercato finanziario internazionale, non ha più niente in comune né con tutto quello che fino ad oggi abbiamo chiamato «arte» né con gli autentici artisti viventi, ma non quotati in questa Borsa? Perché mettere sullo stesso piano un artista come François Morellet, che, invitato al Louvre, studia lo spirito del palazzo e lo abbellisce, e un Koons o un Murakami di cui ci vorrebbero far credere che il loro kitsch, trasportato a Versailles, «dialoghi» con lo sfarzo magnificente di Le Brun, Le Nôtre o Lemoyne? (…)
La chiave del malessere attuale è il conflitto di interessi velato che ha indebolito, se non proprio annullato, la distinzione classica fra Stato e mercato, fra politica e affari, fra servizio pubblico e interessi privati, fra servitori dello Stato e collaboratori di uomini d´affari. Le considerazioni di estetica, di gusto, di arretratezza e di avanguardia sono soltanto cortine di fumo per dissimulare un´offensiva in piena regola del «business dei beni culturali» (copyright di Salvatore Settis) contro quel poco di buon senso che resta nel pubblico francese e quel poco di senso dello Stato che resta nell´amministrazione e nella classe politica francesi.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

La Repubblica 28.10.10

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“Tagli dei fondi pubblici e vincoli alla spesa. E lo Stato che si defila per lasciare spazio ai mercanti Così in tutta Italia muoiono i musei destinati alle opere contemporanee”, di Conchita Sannino

Un respiro sempre più pesante, che ora minaccia di diventare paralisi. Mentre le forbici di Stato lavorano ai fianchi piccole e grandi istituzioni culturali radicate sul territorio, quello che sembra profilarsi per l´arte contemporanea in Italia non è solo uno tsunami. Ma qualcosa che somiglia al suo più perfido contrappasso: la mancanza di futuro per l´arte in movimento, l´agonia inflitta a un linguaggio in perenne evoluzione, il C´era una volta applicato al racconto futuribile per eccellenza.
Gli ultimi vincoli imposti dal patto di stabilità hanno vibrato il colpo decisivo. Sui musei pubblici d´arte contemporanea – 26 gli italiani più rinomati, con un milione di visitatori in un anno e un trend generalmente in crescita – si è abbattuta la scure dei tagli, dal 30 al 50 per cento, inflitti già a monte agli enti pubblici da cui dipendono, Comuni, Regioni e Province. In più, ecco la norma della finanziaria che da gennaio impone a tutti i centri espositivi di non spendere, per mostre ed eventi culturali, più del 20 per cento di quanto si sia destinato a tali attività nell´anno precedente.
Al museo Mambo di Bologna, di proprietà del Comune, la falce rischia di spezzare molte attività in corso. Lo racconta con tono dolente Gianfranco Maraniello direttore di una realtà che ormai unisce cinque sedi, un dialogo intessuto con le scuole, il territorio perfino con alcuni ospedali. La falce manderà in tilt un pezzo di vita del museo. «Siamo passati da un milione e 200 mila euro di fondi a un budget di 471mila euro. Il paradosso è che pur essendo riusciti a recuperare un milione e 450 mila euro da sponsor e risorse esterne, non riusciamo a spenderli – spiega Maraniello – perché l´ormai nota norma della finanziaria ci impone di non destinare alle mostre e all´offerta culturale più del 20 per cento di ciò che è stato previsto nell´anno precedente. È questa falce indiscriminata che ammazza i musei, e che colpisce persino i processi virtuosi, la capacità di reperire altrove i fondi utili a fare innovazione, a costruire la qualità».
Senza dire che va a farsi benedire la retorica sulla maggiore efficacia del modello misto pubblico-privato. Aggiunge Maraniello: «Sono cresciuto con questa “canzone”, e ora arriva la beffa dell´agonia istituzionale».
È con l´acqua alla gola anche il Madre di Napoli, già simbolo del rinascimento bassoliniano, anche per questo – oltre che per una controversa rendicontazione – oggi in cima al passato da abbattere, o da rigenerare, da parte della nuova giunta regionale di centrodestra. «Abbiamo subìto il taglio totale dei fondi – spiega il suo direttore, Eduardo Cicelyn – Ci hanno sottratto 9 milioni e 400mila euro di finanziamenti europei. E allo stato non sappiamo nulla dei fondi gestionali in arrivo dalla Regione che non ci paga la rendicontazione del 2009 e del 2010. Diciamo che se la crisi riguarda tutti, noi del sud siamo le prime cavie a morire». Il Madre sta pagando a rate un maxidebito di energia elettrica (160mila euro) e attende ancora di saldare i conti del telefono. Una lunga querelle oppone ormai Cicelyn all´assessore Caterina Miraglia, lo scultore Mimmo Paladino ha lasciato un drappo nero su una delle sue opere più famose per protestare contro l´indifferenza in cui va in coma l´arte contemporanea.
Alla battaglia per non morire, partecipa da mesi l´Amaci, l´associazione che riunisce i 26 centri musei di arte contemporanea italiani. La presidente Gabriella Belli non usa toni concilianti. «La ricaduta drammatica di questa erosione di risorse sui musei non riguarda solo la produzione di mostre ed eventi culturali di qualità, ma anche la crescita e il radicamento di una vera e propria economia che aveva costruito rapporti solidi non solo con artisti e designer, ma con artigiani, tecnici, case editrici». Ogni giorni un sos a Milano come a Torino, a Roma come a Bologna. «Si colpisce in questo modo la credibilità di istituzioni che hanno lavorato per anni con musei stranieri e che oggi rischiano di non poter più fare programmazione»
Perché accade ora? Per dirla con l´analisi di un autorevole e ironico esperto, Achille Bonito Oliva, «questo nuovo clima non è dovuto soltanto alla crisi che imperversa in Europa e nel mondo. L´arte contemporanea, in particolare, è un linguaggio che provoca domande e talvolta sgomento. Ed è quanto di più lontano si possa immaginare, culturalmente prima che ideologicamente, dagli obiettivi di formazione di un centrodestra che ha bisogno di promuovere un gusto consolatorio, narcotizzato, soporifero». S´infiamma, Bonito Oliva. «Viviamo in un´epoca di peronismo mediatico, di monopolio dei media – avverte il padre di “Contemporanea” – e figuriamoci se a una tale categoria di conservatori fa comodo avere un luogo dove costruire un gusto collettivo che sia critico, maturo. Ma i musei perché nascono, in fondo? Per essere la palestra in cui viene sollecitato continuamente quel muscolo che rischia l´atrofizzazione: il cervello». E poi, sostiene ancora: «Chi l´ha detto che la crisi sia necessariamente portatrice di morte per l´arte? Guardiamo all´esempio di Roosevelt, il presidente americano che, mentre il Paese era travolto dagli effetti della grande depressione del 1929, investì sull´arte, fece nascere la fotografia documentaristica, e ci ha lasciato la testimonianza di un tempo e di un clima durissimo, grazie a quell´intuizione».
I tagli come bavaglio alle inquietudini, museruola alle domande – non solo pop, non più smaccatamente edoniste e spettacolari, come negli anni Ottanta – che scavano nelle nebbie del reale. E il paradosso, racconta Cristian Valsecchi, segretario generale di Amaci, è che «questi tagli affossano un panorama di produzione culturale proprio quando tutti i trend segnalano una netta crescita di visitatori nei musei pubblici, di interesse per gli eventi dedicati al settore. L´ultima Giornata nazionale dedicata all´arte contemporanea, del 9 ottobre scorso, ha segnato un boom di presenze». Precisa Valsecchi: «Si è passati dai 170 aderenti dell´edizione del 2005, tra gallerie, centri, musei, ai 110 aderenti di qualche giorno fa. Con un coinvolgimento di circa 170mila visitatori in una giornata». Valsecchi ha un´immagine per sintetizzare la situazione italiana. «Se si crede veramente al “giacimento culturale”, il giacimento lo si sfrutta, con gli investimenti. Esattamente come si fa con il petrolio. Nei Paesi in cui non si coltiva l´ipocrisia o la parola insignificante, come in Francia, il Beaubourg riceve risorse per 75 milioni. Che, in fondo, fanno il doppio di quanto ottengano, tutti insieme, i 26 musei pubblici associati in Amaci».
Un mercato consistente, stimato qualche anno fa da un´analisi Nomisma in 400 milioni di euro, anche quello della compravendita di opere d´arte, benché gravato da una normativa fiscale penalizzante. Sempre aziende private e grandi gruppi mostrano attenzione per il contemporaneo. Mentre in Italia continuano a crescere le gallerie dedicate a questo settore: almeno un migliaio, di cui oltre cento sono officine di ricerca.
Sui tagli, fa eccezione l´accoglienza clamorosa e il boom di presenze che continua a collezionare il Maxxi, inaugurato a Roma. Eppure il suo direttore, Anna Mattirolo, non si sottrae all´allarme. «È la cosa più drammatica che possa capitare a un Paese. Non importa che ora i tagli tocchino più l´uno che l´altro. Se il sistema funziona, siamo in piedi culturalmente. Se il sistema va a rotoli, dobbiamo preoccuparci per tempo. E tutti».

La Repubblica 28.10.10

"Cartellino giallo al governo", di Luigi La Spina

Le cifre possono sembrare modeste: per la Torino-Lione si tratta di un taglio di 9 milioni sui 671 stanziati; per la linea del Brennero la sforbiciata è più consistente, perché riduce il finanziamento di circa un quinto. La punizione dell’Europa per i ritardi e le inadempienze dell’Italia sulle grandi opere del trasporto ferroviario non è tale da compromettere, almeno per ora, la realizzazione dei progetti.
Ma la gravità della mossa attuata dalla Commissione sta nel segnale che ha voluto trasmettere, prefigurando lo spettro di una colossale beffa ai nostri danni: il possibile trasferimento dei soldi promessi al nostro Paese ad altre nazioni europee più pronte ad utilizzarli nei loro territori.

Dopo decenni di sostanziale blocco nella costruzione di importanti infrastrutture, l’Italia ha finalmente l’occasione di inserirsi in una grande rete di sviluppo del trasporto delle merci che dovrebbe aprire l’Europa a una nuova fase del mercato internazionale nell’era della globalizzazione. Con il contributo determinante di fondi Ue, il Nord-Ovest e il Piemonte occidentale, in special modo, potrebbe uscire dall’isolamento commerciale che rischia di strozzare il futuro della sua economia e il Nord-Est potrebbe ritornare al ruolo che, per secoli, ha esercitato, cioè quello di costituire la principale porta di comunicazione con l’Europa orientale.

Purtroppo, l’ipotesi del fallimento di questo aggancio italiano all’ultima carrozza di questo treno in partenza, per usare una metafora che, in questo caso, è molto vicina alla realtà, è tutt’altro che scongiurata, perché sull’Alta velocità Torino-Lione, ma anche sulla linea del Brennero, sembrano concentrarsi simbolicamente i tre fondamentali mali d’Italia: l’impossibilità di progettare opere con un’ottica di medio-lungo periodo, la confusione delle responsabilità decisionali, i tempi delle realizzazioni, drammaticamente in ritardo rispetto alla velocità necessaria nel mondo attuale.

La precarietà e l’instabilità che caratterizzano la vita di tutti i governi, anche quelli che, sulla carta, possono vantare maggioranze parlamentari ampie, riducono costantemente la politica a un raggio d’azione molto limitato, perché i vantaggi, in termini di consenso elettorale, si devono raggiungere immediatamente. Alla tradizionale miopia degli obiettivi si è aggiunta una paralisi decisionale che, negli ultimi anni, ha assunto livelli drammatici e persino farseschi. Alla vigilia di una trasformazione federalista del nostro Stato, di cui sono ancora oscuri quali saranno gli effetti concreti, l’intreccio delle competenze tra Stato, Regioni, Comuni, autorità di controllo, magistratura amministrativa, comitati più o meno spontanei, è tale da costituire un ottimo alibi per evitare l’individuazione delle responsabilità. I poteri di veto, formali o sostanziali, sono talmente estesi e incontrollabili che la fondamentale regola della democrazia, cioè il rispetto della maggioranza, è vanificata. Poiché il boicottaggio sistematico operato da qualsiasi minoranza, sia in forme violente sia in quelle della resistenza passiva, riesce sempre a prevalere.

Corollario inevitabile dei primi due mali è il terzo, quello forse più preoccupante: l’Italia è ormai fuori dal ritmo dei tempi. Il segnale che l’Europa ci ha inviato ieri è, in realtà, un ultimatum proprio su questo tema. Non bastano le dichiarazioni di principio, anche quelle solennemente sancite nelle aule parlamentari, senza l’armonizzazione dei nostri orologi con quelli di tutto il mondo. E’ vero che riusciamo a decidere solo sotto l’urgenza di problemi pressanti, che fatichiamo a decidere e, quindi, lo facciamo poco e male. Ma il peccato più grave è l’intollerabile ritardo che rende inutile e, magari controproducente, anche quel poco che riusciamo a fare.

Alla tradizionale ed emblematica incapacità italiana di realizzare le grandi infrastrutture si aggiunge, infine, l’aggravante di una chiara convenienza, questa sì contingente, della nostra economia in questo momento di crisi. Si parla troppo spesso delle difficoltà delle nostre aziende a esportare i loro prodotti, sia per le ragioni di cambio, sia per quelle dei costi. Ma forse andrebbe rivolta più attenzione alla domanda interna, perché se non ripartono i consumi, la ripresa nel nostro paese sarà sempre precaria ed esposta a troppe variabili internazionali. A questo fine, il volano delle grandi opere potrebbe offrire un grande contributo. Come sarebbe importante garantire ai nostri territori del Nord maggiori vantaggi competitivi per attirare investimenti dall’estero, perché la rapidità del trasporto è un fattore decisivo nell’allocazione degli impianti produttivi.

Ecco perché, se proprio i nostri politici non riescono ad alzare la testa e a guardare al futuro dell’Italia nei prossimi cinquant’anni, la tengano pure abbassata. Purché aprano gli occhi.

La Stampa 29.10.10