Latest Posts

"Dalla crisi un'opportunità per i talenti", di Irene Tinagli

Come ha detto l’economista Paul Romer, è un vero peccato sprecare una crisi. Le crisi possono infatti essere ottime occasioni per ripensare vecchi modelli di sviluppo e investire in futuro, preparando il terreno per la creazione di nuove attività imprenditoriali, nuovi settori, nuove tecnologie.

E questo non lo si fa, come hanno fatto alcuni Paesi, immettendo miliardi di euro o dollari per salvare grandi gruppi, o per stimolare la costruzione di opere pubbliche e case (che andranno ad ingrossare la mole di appartamenti vuoti che già invadono città e periferie), o per incentivare l’acquisto di cucine e lavastoviglie. Misure di questo genere possono solo servire a evitare il tracollo del vecchio (e sulla loro efficacia esistono comunque molti dubbi), ma non certo a creare le basi per qualcosa di nuovo.

Il nuovo lo si costruisce pensando a ciò che deve crescere, formarsi, a ciò che sarà. Il nuovo lo costruiranno in larga parte le nuove generazioni, per questo oggi più che mai sarebbero necessarie politiche rivolte a loro. Nuovi modelli educativi, che insegnino davvero cosa significa essere oggi cittadini nel mondo, figli di una società aperta, informatizzata, dove il problema non è accumulare o memorizzare informazioni, ma essere capaci di analizzarle e ricombinarle in maniera critica. Nuovi modelli di formazione professionale che non inchiodino i ragazzi ad un mestiere che in passato durava 30 anni e oggi al massimo ne dura tre, ma che insegnino loro a gestire e sviluppare le proprie capacità in modo intelligente e flessibile.

Nuovi sistemi di lavoro e di welfare che non tutelino solo i padri, ma che aiutino i giovani ad affrontare la flessibilità senza che diventi una trappola, così come sistemi fiscali e finanziari che diano loro fiducia, pensando non a quanto possono essere spremuti oggi, ma a quanto potranno contribuire domani se aiutati a crescere. E sistemi amministrativi e burocratici internazionali che rendano facile la mobilità fisica, perché è ridicolo lamentarsi oggi della mobilità dei giovani talenti: sarebbero talenti miserabili se restassero ad ammuffire sempre nello stesso posto.

Il vero problema del «talento» oggi non è che è troppo mobile, ma che ancora non lo è abbastanza. Considerato quanto è stato investito, a livello internazionale, in infrastrutture, autostrade, aeroporti e in armonizzazione dei sistemi per far circolare le merci, è impressionante quanto poco sia stato fatto per facilitare la mobilità delle persone e dei lavoratori da un Paese all’altro, in modo da supportare una efficace e tempestiva «allocazione» del talento dove meglio può crescere e contribuire allo sviluppo senza essere sprecato.

Ecco, la crisi poteva essere un’opportunità per rivedere tanti nostri vecchi modelli e tararli sul futuro. Per il momento invece la crisi è stata utilizzata semplicemente per giustificare tagli profondi (una misura che, per via del deficit, sarebbe stata necessaria a prescindere) se non addirittura per bloccare alcuni processi di riforma. Basta pensare a come la scorsa finanziaria abbia determinato, di fatto, il congelamento di parti rilevanti della riforma della pubblica amministrazione, o al recente blocco della riforma dell’università, o al continuo annuncio e rinvio della riforma dello statuto dei lavoratori, degli ammortizzatori sociali e così via.

E anziché mettere mano a una vera e importante riforma della formazione professionale che andasse nella direzione degli altri Paesi europei, dove si cerca di rafforzare il legame tra scuola e impresa, è stato abbassato l’obbligo scolastico e demandata ogni formazione alle imprese (che oggi, vale la pena ricordarlo, sono tra quelle in Europa che investono meno in formazione, persino quando si tratta dei ragazzi: solo il 20% dei giovani in apprendistato riceve qualche tipo di formazione).

Di fronte a questo scenario complessivo così desolante, anche le iniziative del nostro ministero per le Politiche Giovanili, dal Festival dei Giovani Talenti all’idea dei villaggi della gioventù, pur interessanti, sembrano assolutamente inadeguate e irrilevanti in una fase delicata come questa: quali talenti premieremo tra qualche anno se non ci preoccupiamo di formarli e dare loro un’opportunità di crescita, di lavoro, di realizzazione?

La Stampa 24.10.10

"Fini: «Senza risorse meglio ritirare la riforma». Ma a Bari gli studenti lo contestano", di Roberto Ciccarelli

La riforma tradita. Da Tremonti e dai suoi tagli che impediscono la carriera ai meritevoli e non mettono a disposizione posti di associato per i ricercatori. Con la chiarezza che il ministro dell’università Mariastella Gelmini non può permettersi, intervendo all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Foggia il presidente della Camera Gianfranco Fini ha onestamente riconosciuto «che i tagli non sono sopportabili, senza fondi si tradisce lo spirito della riforma dell’università, a quel punto è meglio ritirarla».
La prima uscita ufficiale dopo la riunione dei capogruppo alla Camera del 13 ottobre che ha deciso di accantonare il disegno di legge Gelmini in attesa di un suo finanziamento, il leader di Futuro e Libertà si è preparato ad incassare una vittoria annunciata. «Tremonti – ha ribadito Fini poche ore dopo a Bari dove è stato contestato dagli studenti di Link a suon di vuvuzelas – si è impegnato nel reperire risorse e io non posso fare altro che esprimere l’auspicio che questo accada».
L’auspicio verrà realizzato quando il ministro dell’Economia elargirà l’obolo all’università nel milleproroghe. Potrebbe essere di 800 milioni ma anche meno. Allora la terza gamba dell’alleanza di governo si accontenterà di 4500 posti da professore associato per un totale di 850 milioni in sei anni, e non dei 9 mila promessi per un totale di 1,7 miliardi (la Crui ne voleva 12 mila).
A quel punto bisognerà capire se a questa cifra – che al momento per la ragioneria di Stato non esiste – verranno aggiunte le risorse per ripianare il taglio di 1,3 miliardi di euro al fondo di finanziamento ordinario (Ffo) dell’università chiesto ieri da Fini.
Parliamo di una cifra in fondo modesta rispetto ad altre esigenze e non considera le risorse liberate dal pensionamento di massa dei docenti previsto nei prossimi tre anni. Ma in tempi di rigore, e di blocco del turn-over, in attesa che la finanziaria draconiana predisposta a luglio inizi a mordere sul serio, l’affondo di Fini rischia di avere lo stesso esito del «patto» evocato da Gelmini fino alla settimana scorsa.
A quel punto Futuro e Libertà farà cadere il governo sull’università? Sono davvero in pochi a scommettere oggi su questo rovescio. La vittoria che i finiani annunceranno consisterà nella chiamata di una risibile quota di concorsi riservati ai ricercatori indisponibili. Lo scalpo che avranno così ottenuto non solleverà 35 atenei dal rischio di commissariamento. Se i tagli resteranno, il prossimo anno la spesa per gli stipendi è destinata a superare il contributo annuale per gli atenei.
I ricercatori della rete 29 aprile evidenziano una sfumatura non secondaria in questa intricata vicenda: «La promessa dei 9 mila posti non è una soluzione, bensì parte del problema. Mira a dividere i ricercatori a tempo indeterminato (gli «indisponibili») dai ricercatori precari non strutturati». Se e quando il governo troverà le risorse, verrà dimostrato che quella dei ricercatori è una protesta corporativa e non vuole una riforma radicale del sistema universitario. Quella c’è già e si chiama Gelmini.
Un esito previsto anche dai ricercatori precari secondo i quali «la promessa del governo è un modo per comprare il consenso di una parte minoritaria dei ricercatori strutturati – sostiene il Coordinamento dei precari della ricerca e della docenza (Cpu) – e non avrebbe alcun effetto sulla situazione di oltre 60 mila precari». Per queste persone la riforma prepara un nuovo girone infernale di sei anni di precariato, la cosiddetta «tenure track», al termine della quale il Ddl non prevede il fondo necessario per l’assunzione a professore associato. Il risultato sarà di raddoppiare il numero dei precari attuali, creando migliaia di disoccupati ultra-quarantenni senza diritto ad «ammortizzatori sociali».
Di tutto questo Fini non si è occupato, sperando che lo «spirito meritocratico» salvi la riforma da Tremonti. «Bene – interviene Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione cultura – allora i finiani ripresentino gli emendamenti che hanno ritirato per non mettere in difficoltà il governo». Un invito insidioso perché gli emendamenti sul ruolo unico e sulla garanzia finanziaria dei ricercatori a tempo determinato sono stati presentati e poi ritirati da Fabio Granata, mutuandoli proprio da quelli della rete 29 aprile. Inserire queste due norme significa minare alla base il Ddl. Non passeranno. E la riforma resterà quello che è: tecnocratica e disinvoltamente ingiusta

Il Manifesto 23.10.10

"Franceschini: governo politico assieme al terzo polo", di Maria Zegarelli

E’ il passaggio più delicato questo terzo incontro a Cortona per Dario Franceschini. Cinque mesi fa, proprio da qui la minoranza lanciava l’ultimatum al segretario Pier Luigi Bersani: “O si cambia o si muore”. Oggi ci sono Area dem con Franceschini, Fassino e Marini e Movimento Democratico con Veltroni, Fioroni e Gentiloni. Una scelta che Franceschini oggi rivendica: “E’ una scelta coerente con quanto dissi durante le primarie: se perdo sostengo lealmente chi vince. Succede così in tutti i partiti riformisti: non si rimette in discussione il progetto quando vince un leader che non piace o c’è un problema. Basta scannarci sui giornali”. Ma quale diventa allora la funzione di questa area che non è corrente, non fa opposizione dura e pura contro la segretria e si distingue dal tridente che ha dato vita a Movimento democratico? “Rilanciare il progetto riformista del partito democratico non rinunciando a portare il proprio punto di vista”, spiega l’ex segretario davanti ad una platea che applaude convinta alcuni passaggi, meno altri, che al suo interno ha delle perplessità.

Le alleanze
“Ci aspettano mesi difficili all’insegna del declino del berlusconismo – ragiona Franceschini –. Potremmo assistere a pericolosi colpi di coda. Più calano i sondaggi, più si avvicina la fine, più saranno insidiosi i colpi di coda”. Dunque il Pd di fronte all’emergenza deve rivolgersi a “tutti i partiti e ai singoli parlamentari” per impedire che si vada al voto con questa legge elettorale per dare vita ad un governo “politico” – la vera novità di Cortona -, che affronti il nodo della riforma elettorale ma non soltanto quello, traghettando il paese a fine legislatura, mettendo mano ai problemi più urgenti. Mano tesa a Perferdinando Casini, che ieri proprio di questo ha parlato durante un incontro con i coordinatori regionali Udc. Un’accelerazione nel dibattito politico, più volte impressa durante la sua relazione -quando Franceschini parla di un Berlusconi “vuoto pneumatico”, al tramonto con la Lega “vero cervello della destra” – dando al paese un governo politico e intessendo la tela di una alleanza post-Berlusconi, “non con i Grillo, i Diliberto e Ferrero” ma guardando al centro, perché “ci piaccia o no, il terzo polo sta nascendo, fuori dalla nostra coalizione e indipendentemente dalla nostra volontà”. E anche perché “guardando soltanto al nostro campo non si vince”.

Apprezzamenti, cauti, anche alle aperture al centro avanzate da Nichi Vendola, “ma l’alternativa si costruirà con chi si riconoscerà nel nostro progetto di paese”. Alla maggioranza Pd dice: “Non possiamo più parlare ad un blocco sociale, il paese deve essere il nostro riferimento”. Antonello Soro, più tardi commenta: “Sarebbe il caso di mettere anche mano alla segreteria politica, dove siedono i giovani turchi che quando parlano ci portano indietro di trent’anni”. Franceschini sa bene che ci sono malumori, ma punta ad unire sulle proposte che racchiude in tre parole chiave: regole; merito; mobilità. “Ci vuole un welfare universale per garantire una base di diritti irrinunciabili per tutti, da un salario minimo, alle misure di sostegno per chi perde temporaneamente il lavoro”.

La sfida di Marchionne
Per far questo, dice, il Pd deve accogliere la sfida che Marchionne lancia, perché “ha posto un problema reale in un mondo in cui le aziende vanno via all’estero e si muovono secondo regole di profitto. E’ impensabile che in questo mondo la risposta a questa sfida sia non fare nulla. La risposta e’ difendere i diritti e essere competitivi, non rinchiudersi in difesa”. Franceschini pensa ai comitati di gestione azienda-lavoratori, “per evitare una nuova Pomigliano” e dare attuazione all’articolo della Costituzione “a cui fino ad oggi si sono opposti una parte di Confindustria e certa sinistra”.

L’Unità 23.10.10

******

“La terza via di Dario tra Bersani e Veltroni”, di Rudy Francesco Calvo
Mano tesa a Casini per cambiare la legge elettorale «ma non solo». Dario Franceschini era chiamato a dare, con la tre giorni iniziata ieri a Cortona, un’identità a un’Area democratica troppo lontana, dopo lo strappo, dalla nuova minoranza nata con la lettera dei 75, e che rischiava di apparire troppo vicina alla maggioranza di Bersani per non esserne considerata semplicemente una costola. «La rivoluzione è fallita – sintetizza qualcuno in sala – ora dobbiamo far partire una nuova sfida». E il capogruppo riesce a individuare una sorta di “terza via” interna, con l’obiettivo di parlare però soprattutto all’esterno.
A quei mondi, cioè, che vedono sempre meno un Pd che appare spostato a sinistra come un punto di riferimento. È il caso in primo luogo della Cisl, della quale Franceschini riconosce, pur senza mai citarla, il coraggio di aver accettato la sfida di Marchionne.
Ma anche del nascente terzo polo, al quale riconosce il ruolo di interlocutore se non preferenziale, sicuramente inevitabile.
Seppur al di là della volontà del Pd, «il sistema bipolare italiano è stato costruito attorno a Berlusconi e – per Franceschini – la sua fine porterà a un terremoto». Anche per questo, il leader di AreaDem offre senza timori una mano tesa ai centristi a proposito dell’idea avanzata ieri da Casini di un «governo politico» che porti a termine la legislatura. Se il compito del Pd nel breve termine era condiviso da tutti o quasi («Non esiteremo a rivolgerci a forze politiche e singoli parlamentari per fare un governo che approvi una nuova legge elettorale», come lo stesso Franceschini dice nel corso del suo intervento), questa nuova posizione, per il superamento del porcellum «ma non solo», è sicuramente destinata a riaccendere il dibattito interno. Ma il capogruppo dem non chiude comunque nemmeno a sinistra. Perché se «è difficile presentarci con Diliberto, Ferrero e Grillo», è stata invece apprezzata l’apertura di Vendola a un possibile dialogo con il centro per ricercare un’intesa. Ma è soprattutto sulla prospettiva a lungo termine del Pd che Franceschini vuole incidere, lavorando a «poche e comprensibili» alleanze, ma soprattutto individuando «pochi temi caratterizzanti che siano percepibili dal paese». Con un principio di fondo ineludibile: «Non c’è nulla di più sbagliato che occuparci solo del nostro blocco sociale di riferimento. Guardiamo anche con rispetto alla manifestazione della Fiom, ma consapevoli che quello è solo un pezzo del nostro mondo».
Regole, merito e mobilità sono le parole d’ordine attorno alle quali l’ex segretario costruisce la propria proposta, che si concentra in particolare sul tema del lavoro. «Il modello – spiega – deve essere quello di avere una base di diritti universali come la salute, la maternità, il riposo, e garanzie per tutti a partire da un salario minimo stabilito per legge e poi più spazio alla libertà contrattuale ». Se quelle sul welfare universale e sull’innalzamento dell’età pensionabile erano proposte già note, sul modello contrattuale post-Pomigliano i passi avanti sono evidenti.
«Marchionne ha proposto al paese una sfida dalla quale non ci si può sottrarre – afferma Franceschini – in un mondo in cui le aziende si spostano secondo le regole del mercato, è difficile immaginare di difendere l’esistente ». No quindi alle «risposte di chiusura, che ci sono state soprattutto nel nostro campo» e sì invece all’ingresso di «una rappresentanza sindacale nella dirigenza delle aziende», attuando pienamente l’articolo 46 della Costituzione, alla quale si sono opposti finora sia Confindustria quella parte della sinistra «che è rimasta alla lotta di classe».
Franceschini, infine, non si sofferma troppo sui nuovi equilibri interni al partito.
«È stato molto sereno» in proposito, per dirla con Franco Marini. Incassa la presenza qui a Cortona di alcuni firmatari del documento dei 75 (c’è Bosone, ma alcuni all’interno di AreaDem attendono per oggi anche Biondelli e Lusi), ribadisce l’impegno a «far crescere il mescolamento tra noi» e a «mantenere il Pd quanto più possibile vicino all’idea originaria» e intanto inizia a organizzare i suoi. Prima dell’inizio del convegno, ha riunito infatti i venti coordinatori regionali di AreaDem per capire quanto lo strappo abbia inciso sulla consistenza del movimento nei territori (ben poco, giurano tutti) e per avviare una strutturazione «leggera», ma presente. A breve, Marina Sereni assumerà ufficialmente il compito di coordinatrice nazionale di AreaDem ed entro novembre ogni provincia avrà un proprio coordinatore.

da Europa Quotidiano 23.10.10

Regala slip e dice: «Mi faccia una… lega»

Un consigliere della Lega Nord regala uno slip di pizzo bianco e allega uno scritto non proprio elegante, ‘fammi una lega’. Capita a Castel San Pietro Terme, grosso paese tra Bologna e Imola, nel pieno della rossa Emilia-Romagna, e il protagonista del bel gesto è Gino Volta. Destinatario il sindaco Sara Brunori, Pd alla guida di una giunta di centrosinistra. Il non primo scivolone leghista su frasi o gesti a sfondo pesantemente sessuale è arrivato ieri sera in Consiglio comunale dopo che Volta aveva criticato la politica della Giunta concludendo che questa avrebbe lasciato i cittadini in mutande.

Dopo di che ha consegnato un pacchetto al sindaco e se ne è andato. Il primo cittadino donna ha scartato l’omaggio e si è trovata tra le mani lo slip con stampata una figurina maschile in boxer a cui un fumetto faceva dire la frase non proprio femminista. «Qualcuno cercherà di minimizzare questo gesto come goliardico ma, come donna e come rappresentante della città e dello Stato, sono profondamente offesa da questo atto molto volgare», ha commentato Sara Brunori.

«Quando non si hanno argomenti intelligenti si passa sempre agli insulti – ha continuato -. Il Consiglio non è un bar, ma è il luogo del confronto civile, il cuore della democrazia, in cui i rappresentanti eletti dal popolo si confrontano e fanno scelte nell’interesse della comunità. Offendere il Consiglio e il sindaco, nel tentativo di ridicolizzarli, è un atto antidemocratico che, in questo caso, è aggravato dal carattere sessista, purtroppo molto diffuso in certi ambienti politici in cui le donne hanno spazi marginali o inesistenti. Come sindaco e come persona – ha chiuso Brunori – attendo ora scuse ufficiali e mi aspetto che i gruppi consiliari prendano distanza da quanto è accaduto. Naturalmente valuterò eventuali azioni successive in difesa dell’onorabilità dell’istituzione che rappresento».

Contro quel gesto si è alzato il coro, guidato dal deputato Pd ed ex sindaco di Imola Massimo Marchignoli, che ha annunciato che segnalerà «al ministro degli Interni la gravità del gesto», «talmente ignobile che si commenta da solo», «un vero e proprio atto di violenza nei confronti di una donna. Non c’entra la lotta politica: siamo all’ostentazione della barbarie di cultura e di valori». Poi le donne del Pd di Imola, la deputata e coordinatrice regionale Idv Silvana Mura. In difesa di Volta il Pdl del circondario imolese: «Non si può non indignarsi per la reazione inconsulta e sconsiderata che il Pd ha avuto nei confronti della goliardata degli amici della Lega di Castel San Pietro».

Secondo il Pdl, «il Pd imolese farebbe bene a rispondere nel merito alle domande che il centrodestra fa sul Circondario, invece di sventolare mutande! Così come il suo rappresentante in parlamento, l’on.Massimo Marchignoli, farebbe bene a porre questioni più pregnanti al ministro Maroni, che non quelle degli slippini regalati al sindaco Brunori. Ci dicano cosa vogliono fare col Circondario, ci spieghino come hanno speso milioni e milioni di euro pubblici».

L’Unità 21.10.10

******

La Lega le consegna uno slip. Il sindaco: «Mi sento offesa»
Un consigliere le dà alla sindaca, Sara Brunori
Bufera politica, il Pd chiama Maroni

Ha suscitato le ire del primo cittadino di Castel San Pietro Terme (Bologna) – Sara Brunori, Pd, alla guida di una giunta di centro sinistra – il gesto compiuto ieri sera in consiglio comunale da un consigliere della Lega Nord, Gino Volta, che ha consegnato al sindaco un capo di biancheria intima con scritte di cattivo gusto. A quanto si è appreso, l’esponente del Carroccio nel suo intervento ha criticato la politica della giunta, concludendo che avrebbe lasciato i cittadini in mutande. Poi ha consegnato un pacchetto al sindaco e se ne è andato. La Brunori ha scartato l’omaggio e si è trovata tra le mani uno slip di pizzo bianco con stampata una figurina maschile in boxer a cui un fumetto faceva dire una frase a doppio senso. «Qualcuno cercherà di minimizzare questo gesto come goliardico ma, come donna e come rappresentante della città e dello Stato, sono profondamente offesa da questo atto molto volgare», ha commentato oggi in una nota Sara Brunori. «Quando non si hanno argomenti intelligenti si passa sempre agli insulti – ha continuato – Il consiglio comunale non è un bar, ma è il luogo del confronto civile, il cuore della democrazia, in cui i rappresentanti eletti dal popolo si confrontano e fanno scelte nell’interesse della comunità. Offendere il consiglio e il sindaco, nel tentativo di ridicolizzarli, è un atto antidemocratico che, in questo caso, è aggravato dal carattere sessista, purtroppo molto diffuso in certi ambienti politici in cui le donne hanno spazi marginali o inesistenti. Come sindaco e come persona – ha concluso Brunori – attendo ora scuse ufficiali e mi aspetto che i gruppi consiliari prendano distanza da quanto è accaduto. Naturalmente valuterò eventuali azioni successive in difesa dell’onorabilità dell’istituzione che rappresento».

Il deputato Pd ed ex sindaco di Imola Massimo Marchignoli, annuncia che segnalerà «al ministro degli Interni la gravità del gesto compiuto ieri sera da un consigliere comunale della Lega Nord di Castel San Pietro. Non sarebbe sufficiente sostenere che quel gesto nei confronti di Sara Brunori è talmente ignobile che si commenta da solo – afferma il deputato – In questo caso occorre esprimersi perchè siamo di fronte ad un vero e proprio atto di violenza nei confronti di una donna. Non c’entra la lotta politica: siamo all’ostentazione della barbarie di cultura e di valori. Il consigliere comunale della Lega Nord ed il suo partito chiedano scusa al sindaco Brunori ed alla città di Castel San Pietro Terme». Ieri sera, durante il consiglio comunale di Castel San Pietro, il consigliere comunale della Lega Gino Volta, al termine di un intervento critico ha consegnato al sindaco Sara Brunori (Pd) un pacchetto contenente uno slip di pizzo con stampata una figurina maschile in boxer a cui un fumetto faceva dire la frase «fammi una lega»

Il Corriere della Sera 21.10.10

"Lo scudo sbriciolato all'ombra del Quirinale", di Stefano Folli

Giorgio Napolitano ha sbriciolato lo «scudo giudiziario». Ne ha smontato la filosofia di fondo, in base alla quale non è il solo Silvio Berlusconi, come capo del governo, a beneficiare dell’immunità in corso di mandato in quanto essa si estende al presidente della Repubblica. Ma questo bizzarro dualismo delle «alte cariche» non è gradito al Quirinale. Napolitano ritiene di essere ampiamente garantito dall’articolo 90 della Costituzione; ogni altra formula finisce per creare una serie di paradossi e di contraddizioni e di sminuire la figura e il ruolo del capo dello stato così come sono definiti dalla Costituzione.

Ecco allora la lettera inviata al presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. Un passo senza dubbio clamoroso. Napolitano esprime la sua preoccupazione e non lascia dubbi sul fatto di giudicare incostituzionale la norma all’esame dei senatori. Parla anzi di «palese irragionevolezza» della nuova disciplina all’esame del Parlamento. Un’espressione molto dura, di sapore giuridico, che pone un problema drammatico di congruità fra la Carta vigente e le nuove norme costituzionali che la maggioranza vorrebbe approvare.

Ora tutto cambia. Gianfranco Fini si era sforzato di votare il «lodo», pagando un prezzo d’immagine, e ora dovrà ripensare qualcosa nella sua strategia. Berlusconi, a sua volta, è consapevole che procedere con l’esame della legge significa consegnarsi a un conflitto istituzionale dalle conseguenze imprevedibili, visto che il presidente della Repubblica non fa mistero delle proprie riserve.

Al governo non resta che modificare in fretta il testo del «lodo», con ciò rendendo più evidente la sua natura di legge «ad personam», concepita e scritta per dare una salvaguardia al presidente del Consiglio.

È chiaro, date queste premesse, che il testo avrà una vita ancora più tormentata e ben pochi saranno disposti a scommettere qualcosa sulla sua approvazione finale, quando dovrà essere convocato il referendum popolare previsto dalla Costituzione per le leggi di natura costituzionale varate senza una maggioranza qualificata.

Da ieri il fragile castello di carte costruito dal premier intorno a un centrodestra lacerato ha cominciato a traballare. Fra meno di due mesi la Consulta dovrà pronunciarsi sul «legittimo impedimento», la legge-ponte che preserva Berlusconi dai processi.

Dopo l’uscita di Napolitano, si capisce che quella legge rischia di essere un ponte proteso verso il nulla.

Allo stato delle cose la nuova normativa costituzionale è tornata in alto mare e nessuno sa quale forma assumerà, semmai riuscirà ad averne una. La verità è che la lettera del Quirinale equivale a un sasso gettato nello stagno. Toglie alibi al presidente del Consiglio e ne mette in luce la debolezza sostanziale. Costringe la maggioranza alla marcia indietro, apre nuove incognite sugli assetti di potere che sorreggono il governo.

Si potrebbe aggiungere che quel sasso solleva il velo su un punto cruciale. Dietro il «lodo» esteso al capo dello stato si stava delineando una lotta politica all’ultimo sangue con l’obiettivo di favorire o di contrastare l’elezione di Berlusconi al Colle nel 2013. Da un lato si vorrebbe preparare il terreno anche costituzionale per l’ascesa dell’attuale premier, dall’altro s’intende impedire tale esito a ogni costo.

Da oggi tutti dovranno giocare questa partita a viso scoperto: i seguaci del premier come i suoi avversari irriducibili.

Il Sole 24 Ore 23.10.10

"Questa volta non è una sceneggiata… o no?", di Santo Della Volpe

Anche nella finanziaria,come si chiamava una volta, il tax credit per il cinema non c’è. Ed allora il ministro Bondi che fa? Aveva promesso che se ne sarebbe andato se non fosse stato rifinanziato questo provvedimento: poi aveva assicurato produttori e sindacati dello spettacolo dicendo che il prossimo consiglio dei ministri sarebbe stato dedicato al Cinema ed allo spettacolo (e non parliamo di Cultura, una parola che in quell’alto consesso poteva provocare reazioni isteriche)…. Ma anche questo Consiglio dei Ministri se ne è andato senza che si fosse parlato di Cinema o altro. Ed allora l’ineffabile ministro Bondi che fa? Va in Tv a difendere il Lodo Alfano, al quale dedica più attenzione e urla di quante sarebbero necessarie,invece che muoversi e darsi da fare per ottenere da Tremonti almeno un rifinanziamento minimo del credito d’imposta. Sino a prova contraria è ancora un ministro della Cultura…anche se l’unico provvedimento sinora proposto è stato il divieto ai minori di 10 anni di alcuni tipi di film ,oltre a cercare di intromettersi anche nelle scelte della giuria della Mostra del Cinema di Venezia….
Niente soldi, niente tax credit: adesso si dice che nel decreto milleproroghe di fine anno usciranno un po’ di Euro per il Cinema;per la Cultura ( cioè tutto ciò che fa pensare e crescere un paese) neanche una parola, per non parlare di Euro.
Signor ministro, le associazioni, i sindacati dello spettacolo e del mondo culturale,l’opposizione parlamentare , persino qualche suo ex amico di partito, le hanno chiesto di dimettersi, almeno per salvare la sua faccia… poetica.
Che fa, aspetta? Tentenna sperando che qualche spicciolo scenda dalle tasche del Tesoro per accontentare magari qualche amico in atteso di un po’ di momentaneo ossigeno? Oppure al prossimo consiglio dei ministri sentiremo la sua voce alterata in difesa di un tax credit rotolare con eco e fracasso dalle scale ovattate di Palazzo Chigi? Ormai non ci crede più nessuno: perchè,signor ministro, la verità è un’altra. Mascherato,o meglio, coperto da conti e tagli, ricompare il bavaglio ed il controllo sulla cultura, sul sistema della informazione e comunicazione, il canale unico o quasi della Tv. Per non parlare della scuola e dell’Università diventate povere di soldi e di idee, pezzi di società sopravvissute solo grazie agli sforzi personali ed all’ingegno di professori, docenti, studenti e genitori con dignità. Tanto,per l’inquilino di Palazzo Grazioli, all’educazione ed alla Cultura ci pensano ‘Amici’ ed ‘Il grande Fratello’….
Cercando e immaginando nemici dappertutto , il partito di Bondi,o meglio di quel suo capo che fa anche finta di non vedere la televisione , vuole ormai lanciare la battaglia finale contro ogni ragionevole libertà di informazione,di comunicazione, di intrattenimento, quella che abbiamo ancora. Lo scopo sembra essere quello di chiudere la partita,nonostante una debolezza politica evidente, un partito alle spalle che vive di sospetti,colpi bassi, un governo che vacilla…l’immondizia che sale…
Caro Ministro. Ormai non le si chiede molto di più; almeno dimostri uno scatto d’orgoglio, un minimo di dignità. Per una volta sbatta la porta e se ne vada. Non la salverà dai disastri che ha già provocato, ma almeno potrà guardarsi ed interrogarsi allo specchio…

da articolo21.org