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"Esportare l’ inciviltà", di Vittorio Zucconi

La nuova emorragia di documenti segreti o riservati o inediti riversata da Wikileaks, l’organizzazione che si dedica allo scoperchiamento delle pentole, non rivela niente che non sapessimo o che non sospettassimo fortemente. Dice quello che alcuni di noi, quelli persuasi che le guerre siano amarissime, dolorosissime avventure nelle quali è lecito addentrarsi senza fette di salame retorico, ideologico o, peggio, manicheo sugli occhi, soltanto quando è inevitabile difendersi e dopo che la diplomazia, la ragione, le pressioni non militari abbiano esaurito tutte le loro possibilità. Chi ancora sostiene che la Seconda Guerra Mondiale scoppiò perchè Chamberlain piegò le gambe di fronte a Hitler, nella Monaco del 1938, crede, o finge di credere, che se Inghilterra e Francia avessero fatto la voce grossa, quel lucido demente criminale che si era impadronito dell’anima tedesca per un decennio avrebbe alzato le spalle e si sarebbe ritirato in buon ordine nella sua graziosa villa nelle Alpi Bavaresi con la cagna Blondi ed Eva Braun a godersi il panorama.
Ma la insensata invasione dell’Iraq, quella nazione che ora fingiamo di avere trasformato in una democrazia liberale mentre saltano per aria innocenti ogni giorno e le varie fazioni non riescono neppure a formare un governo nell’odio reciproco, non poteva che produrre quello che oggi leggiamo e che in parte già sapevamo: atrocità, torture, tentativi di maldestra copertura, massacri di civili non combattenti e progressiva, inarrestabile degenerazione anche delle migliori intenzioni, ammesso che una guerra costruita su una menzogna potesse avere “buone intenzioni”. Mandare ragazzotti dello Utah o dell’Oklahoma, per quanto magnificamente addestrati ed equipaggiati, a morire o a lasciare la propria giovinezza insieme con membra o pezzi di cervello in una quotidiana guerriglia tra polvere e il sangue e i corpi dilaniati significa inevitabilmente non esportare la civiltà, ma assorbire la barbarie che si vorrebbe combattere. Le guerre sporche sporcano sempre anche coloro che credono di combatterle secondo regole da cavalieri dei Sacro Romano Impero e quello che oggi Wikileaks rivela è addirittura banale. Non ci sono maniere pulite per combattere una guerra sporca. Sono i fanatici da editoriale, i guerrieri da centro studi, i crociati da studio televisivo quelli che portano la responsabilità degli orrori inflitti e subiti, molto prima del caporale Smith o del soldato Jones che sparano a donne e bambini impazziti nell’incubo di vedere il nemico, il terrorista, il guerrigliero nascosto dietro ogni angolo e sotto ogni velo, come realmente può essere. L’orrore, come diceva il colonnello Kurtz di Apocalypse Now, si può combattere soltanto con l’orrore. E alla fine vince sempre lui, “the horror”. Magari dopo avere dichiarato vittoria ed essersene andati.

dal blog di Vittorio Zucconi

"Se il laboratorio diventa un ministero", di Rino Falcone

Un vero salto di qualità, di questo si tratta. In queste settimane si sta approntando un grave cambiamento strutturale degli enti pubblici di ricerca. Avevamo scritto come l’applicazione della legge delega per l’autonomia statutaria si fosse tradotta in un’irridente messa in scena. Come fosse stata negata ogni possibilità di reale auto-governo (previsto dalla Costituzione per le istituzioni di alta cultura e ricerca). Lo stesso presidente Napolitano aveva sollecitato il ministro su questo punto (con lettera dello scorso agosto).
Non era ovvio perché il ministro Gelmini si fosse impegnata nell’applicazione della delega voluta dal Governo Prodi. Oggi è più chiaro. Da una parte le coercitive restrizioni sull’autonomia introdotte dal suo decreto delegato e il controllo stringente sui CdA attraverso gli esperti (aggiunti per definire gli “statuti autonomi”), hanno spento ogni capacità propulsiva dell’autonomia. Dall’altra, i rilievi agli statuti rispediti indietro dal Miur agli Enti hanno indicato il vero obiettivo del ministro.
Il passaggio è storico: nei futuri enti di ricerca ci sarà un ruolo determinante (predominante, nel caso Cnr) dei direttori generali rispetto ai presidenti: in una catena politica-burocrazia degna della peggiore esperienza Rai. È un rafforzamento dirigistico e centralizzato del controllo sulla rete di ricerca: la vera anima portante della ricerca pubblica. Una sorta di rivoluzione al contrario, un assorbimento del modello burocratico amministrativo che vige nei ministeri, trasferito nella ricerca. E mentre per la scelta dei presidenti si seguirà il percorso dei comitati d’esperti (metodo riconosciuto a livello internazionale e indicato dalla delega del vecchio Governo); il nuovo direttore generale del Cnr sarà designato dal ministro (e non dal CdA). Un dualismo che ha già definito in nuce vincitore e sconfitto. Sconfitta ne esce soprattutto la ricerca, che si aspetterebbe dalla politica strumenti e risorse per accelerare e migliorare il proprio ruolo di contributore allo sviluppo tecnologico e all’evoluzione civile e sociale del Paese. Ci troviamo invece di fronte ad una svolta paradigmatica che affida al metodo burocratico le sorti della ricerca pubblica. In un’Italia che mostra grande interesse per i soli fatti di cronaca cruenti, bisognerebbe richiamare l’attenzione dei cittadini gridando “all’assassinio del loro futuro”, o alla “gambizzazione del progresso”. Ma sarebbe solo l’ennesima sollecitudine alla “pancia” della gente piuttosto che alla loro capacità di ragionamento e discernimento. Forse il vero problema di questo Paese non sta nei “cervelli in fuga” (i nostri scienziati che vanno all’estero), quanto nella “fuga dai cervelli” di chi rimane e collabora alla distruzione delle principali istituzioni.

da www.unita.it

L'idea della Lega a Udine «Classi separate per disabili»

Il Pdl prende le distanze: una posizione che è da respingere. Implacabilmente muto, esempio di coerenza padana, quando nelle pubbliche cerimonie è il momento di intonare l’Inno di Mameli («Ma quale schiavo di Roma e pronto alla morte! A me queste cose non piacciono per niente, molto meglio il Va’ pensiero…»), Pietro Fontanini, 58 anni, leader del Carroccio friulano, nonché presidente della Provincia di Udine, ha trovato invece le parole giuste per farsi mandare a quel paese da un’intera platea di operatori socio-sanitari della Bassa friulana che, in un crescendo di fischi e boati, hanno letteralmente fatto a pezzi l’altro giorno ciò che il Fontanini, ex insegnante di scuola media con laurea in sociologia, ha teorizzato dal palco in materia di disabilità e integrazione scolastica, sostenendo che «in Germania, dove ci sono percorsi differenziati per ragazzi con problemi, le cose funzionano meglio: è un buon modello» e che «le persone disabili ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici».

A sostegno della sua tesi, e incurante dell’ostile brusio che cominciava ad alzarsi dalla platea, il presidente leghista ha portato ad esempio il caso di una classe quinta del liceo: «Da parte degli studenti normodotati c’era molta disponibilità verso i ragazzi disabili, ma l’integrazione è un’altra cosa. Innanzitutto esiste il concreto rischio che gli studenti con problemi si trovino a dover seguire lezioni troppo difficili. Eppoi, a causa dei tagli imposti dalla riforma, gli insegnanti di sostegno fanno più assistenza che appoggio durante le lezioni e spesso non hanno il tempo di verificare il lavoro dei disabili». Conclusione: «Sarebbe meglio pensare a percorsi differenziati. Sul tipo di quelli organizzati dalla Provincia, da me presieduta, per favorire l’inserimento di questi ragazzi nel mondo del lavoro».

Una sassata contro un vetro. Le parole di Fontanini sono state immediatamente decodificate da molti, anche nello stesso centrodestra, come il tentativo di tornare a quel regime di classi «differenziate», introdotto in Italia nel 1962 e poi totalmente superato, nel nome dell’integrazione, nel 1977. «Le cosiddette classi speciali altro non erano se non ospedali psichiatrici per bambini: la loro abolizione ha portato indubbi vantaggi ai disabili e alle loro famiglie»: tra i primi ad insorgere, l’assessore friulano alla Salute, Vladimir Kosic, alleato di giunta della Lega e, in quanto invalido, doppiamente coinvolto in questa polemica. Critico anche il consigliere regionale del Pdl, Paolo Ciani: «Le parole di Fontanini sono da respingere: eppoi non si capisce se parla da presidente della Provincia o da capo di partito…». Lui, il bossiano nella bufera, non arretra di un passo: «È una polemica montata, è l’ennesimo tentativo di dipingere il solito leghista baluba e razzista: stavolta addirittura contro i disabili…». Scorza dura, il Fontanini: ex sindaco di Campoformido ed ex p a r l a ment a r e , f u e s p u l s o qualche anno fa dal Carroccio, riuscendo però, non solo a rientrarvi, ma anche a scalare le gerarchie regionali fino al gradino di segretario. Al suo fianco, mentre il Pd lo accusa di «esaltazione della razza friulana» e di «ghettizzazione dei bambini disabili», si schiera il senatore leghista, Mario Pittoni, responsabile dell’istruzione: «Fontanini ha osato aprire una discussione su un tema che altri preferiscono ignorare. In certi casi l’integrazione ha funzionato: in altri, più complessi, no. Il problema è che tutto in Italia finisce nella centrifuga della strumentalizzazione.

Il Corriere della Sera 24.10.10

Le nuove regole per i presidi: "Vietato criticare la riforma Gelmini", di Salvo Intravaia

Il “codice disciplinare per i dirigenti scolastici” è pienamente operativo. Se le dichiarazioni possono essere “lesive dell’immagine dell’amministrazione”, si rischia la sospensione dal servizio e dello stipendio. Il “Codice Brunetta” non ammette scivoloni. Criticare pubblicamente la riforma Gelmini può costare ai dirigenti scolastici fino a tre mesi di stipendio. E alzare la voce nei confronti di un genitore una multa, fino a 350 euro. Stessa sanzione, da 150 a 350 euro di multa, per i capi d’istituto che andassero in giro senza cartellino di riconoscimento o che non avessero provveduto ad apporre una targa con nome e cognome davanti alla porta della propria stanza. Con la pubblicazione sul sito del ministero dell’Istruzione, avvenuta il 21 ottobre, il Codice disciplinare per i dirigenti scolastici è pienamente operativo.

Da oggi, i capi d’istituto dovranno stare attenti a esprimere la propria opinione in pubblico o sui media. Se infatti le loro dichiarazioni dovessero essere considerate lesive dell’immagine dell’amministrazione potrebbe scattare la “sospensione dal servizio con privazione della retribuzione da un minimo di tre giorni fino a un massimo di tre mesi”. Il codice Brunetta (“Comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni”), recepito anche per i presidi, non ammette dichiarazioni pubbliche che vadano a “detrimento dell’immagine della pubblica amministrazione”.

A maggio di quest’anno, il direttore dell’Ufficio scolastico regionale, Marcello Limina, aveva avvertito insegnanti e presidi: meglio “astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo potessero ledere l’immagine dell’amministrazione pubblica e rapportarsi con i loro superiori gerarchici nella gestione delle relazioni con la stampa”. Insomma: niente interviste tranchant su giornali e in tv. Ed era scoppiato il finimondo, con l’opposizione che ha chiesto di rimuovere Limina e la maggioranza che lo ha difeso.

Criticare pubblicamente la riforma Gelmini è da considerarsi “lesivo dell’immagine della pubblica amministrazione” o semplice manifestazione “della libertà di pensiero”? “A deciderlo – spiega Gianni Carlini, coordinatore dei dirigenti scolastici della Flc Cgil – è chi irroga la sanzione: cioè, il direttore dell’Ufficio scolastico regionale”. Da quando è stato sottoscritto il Codice di comportamento “i presidi sono più prudenti”, ammette Carlini. E da allora non mancano richieste di chiarimento, da parte del ministero dell’Istruzione o da parte del servizio ispettivo del ministero della Funzione pubblica, ai capi d’istituto per i motivi più disparati.

In un caso il preside è stato chiamato in causa da un genitore per non avere pubblicato retribuzione e curriculum sul sito della scuola. Per poi chiarire che la pubblicazione dei documenti in questione deve essere effettuata sul sito del ministero dell’Istruzione e non sul sito della scuola. In un’altra circostanza, il dirigente scolastico al quale era stata richiesta un’intervista ha comunicato il tutto al proprio superiore. E per tutta risposta il direttore dell’Ufficio scolastico regionale gli ha rammentato i vincoli cui è sottoposto il capo d’istituto: non denigrare la pubblica amministrazione.

La firma del contratto di lavoro dei dirigenti scolastici per il quadriennio 2006/2009, che al suo interno contiene le norme di comportamento e le relative sanzioni, è avvenuta lo scorso mese di luglio, ma non era ancora stato pubblicato. Probabilmente, non tutti i capi d’istituto sono a conoscenza del fatto che una semplice intervista ad un giornale o ad una tv può metterli nei guai. L’articolo 16, comma 7, del contratto dei capi d’istituto stabilisce infatti “la sospensione dal servizio con privazione della retribuzione da un minimo di tre giorni fino ad un massimo di tre mesi” nei casi previsti dall’articolo 55-sexies, comma 1, del decreto legislativo 165/2001 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche).

Il quale rinvia al Codice di comportamento dei dipendenti pubblici che all’articolo 11 recita: “salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini, il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell’immagine dell’amministrazione. Il dipendente tiene informato il dirigente dell’ufficio dei propri rapporti con gli organi di stampa”. Il manuale di comportamento dei presidi regola tantissime fattispecie di irregolarità e comportamenti dubbi. E per la prima volta nella scuola introduce le sanzioni pecuniarie. “Da un minimo di 150 ad un massimo di 350 euro per i dirigenti scolastici che dovessero prodursi in “alterchi negli ambienti di lavoro, anche con utenti o terzi” o che non rendessero “conoscibile il proprio nominativo mediante l’uso di cartellini identificativi o di targhe da apporre presso la postazione di lavoro”. Il Codice di comportamento stabilisce anche le sanzioni per ruberie, collusioni con insegnanti assenteisti e apertura di procedimenti penali a carico dei dirigenti scolastici. E a far capire che da quest’anno non si tollerano più comportamenti scorretti e ambigui interviene un recente decreto del ministro Gelmini, che allarga il raggio d’azione degli ispettori ministeriali: consente loro di controllare le scuole anche senza incarico da parte del direttore regionale. A sorpresa.

La Repubblica 24.10.10

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“Bavaglio ai presidi: vietato criticare pubblicamente la riforma Gelmini”, di Felice Diotallevi

Le sanzioni: i dirigenti rischiano fino a sei mesi di sospensione dal lavoro. E dallo stipendio. Vietato criticare in pubblico la riforma Gelmini, stiano attenti i circa 10mila presidi in giro per l’Italia: i dirigenti scolastici che oseranno dire la loro verranno puniti con la sospensione e la perdita fino a sei mesi di stipendio. Multe da 150 a 350 euro per chi ha un «alterco» con un genitore, o per i presidi che circolano senza cartellino di riconoscimento o non mettono la targa col nome sulla porta della stanza. Sanzioni, multe e divieti sono messe nero su bianco nel Codice disciplinare per i dirigenti scolastici, attivo da sabato 6 novembre, pubblicato il 21 ottobre sul sito del ministero dell’Istruzione.

LESA MAESTÀ… Insomma,esprimere pubblicamente, peggio ancora se con un’intervista, il proprio dissenso sui provvedimenti del ministro sarebbe «lesivo dell’immagine della pubblica amministrazione», alla faccia della libertà d’espressione. E per quelle che verranno considerate «manifestazioni ingiuriose nei confronti dell’amministrazione salvo che siano espressione della libertà di pensiero », i dirigenti scolastici rischiano la «sospensione dal servizio con privazione della retribuzione da un minimo di tre giorni fino ad un massimo di sei mesi».A stabilire se sia libertà d’espressione o ingiuria, l’arbitrio del direttore dell’Ufficio scolastico regionale. Il pugno di ferro del Miur mette in pratica il Codice Brunetta 150/09 sul «comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni). A mettere il carico da dodici sugli insegnanti ci pensa la collega Mariastella Gelmini, che permetterà anche visite a sorpresa degli ispettori ministeriali, anche senza richieste del direttore regionale. Metodo Guardia di Finanza, praticamente, ma applicato ai comportamenti dei singoli. E la pena che va da un minimo di tre giorni a un massimo di sei mesi (sospensione senza stipendio) verrà applicata anche per «minacce, ingiurie gravi, calunnie o diffamazioni verso il pubblico, altri dirigenti o dipendenti, ovvero alterchi con vie di fatto negli ambienti di lavoro, anche con utenti». Litigare costa caro… Saranno puniti anche gli atteggiamenti di tolleranza dei capi di istituto verso docenti e personale Ata che si siano resi artefici di «irregolarità in servizio, di atti di indisciplina, di contegno scorretto o di abusi di particolare gravità da parte del personale dipendente». Le sanzioni cambieranno caso per caso,mai dirigenti che chiudono un occhio rischiano sei mesi di stipendio. L’avvertimento a presidi e insegnanti era già arrivato a maggio da parte del direttore dell’Ufficio scolastico regionale, Marcello Limina: attenti a come parlate,è preferibile «astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che possano ledere l’immagine dell’amministrazione pubblica »; vietato rilasciare interviste, meglio «rapportarsi con i loro superiori gerarchici nella gestione delle relazioni con la stampa». Da allora, secondo la Flc Cgil, i presidi si mordono la lingua prima di dire come la pensano. In un caso il preside al quale era stata chiesta un’intervista, avvertito il proprio superiore, si è sentito preventivamente dire: nondenigrare la pubblica amministrazione. Norme e multe sul comportamento sono contenute nel contratto di lavoro dei dirigenti scolastici per il quadriennio 2006/2009, ma firmato nel luglio scorso. Molti presidi, quindi, possono non sapere ancora cosa rischiano se rilasciano interviste. Il temibile codice Brunetta impone che «salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini», il dipendente «si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell’immagine dell’amministrazione ».Ammessi soltanto spot sorridenti, non si dica che la scuola va a rotoli…

L’Unità 24.10.10

Serracchiani ad AreaDem: «Andrò dai 'rottamatori'», di Maria Zegarelli

Cortona 3 è la Cortona senza Veltroni, Fioroni, Gentiloni e tutti i firmatari del Documento dei 75: è la Convention di Areadem dopo la svolta, la separazione «consensuale» con un pezzo importante del partito che sostenne Dario Franceschini alle primarie e tutto questo si respira a pieni polmoni nell’ex convento di Sant’Agostino. C’è voglia di dirsi che qui oggi bisognava starci tutti insieme, perché «mai come ora il partito ha bisogno di essere unito», c’è voglia di guardare avanti e lasciarsi alle spalle le polemiche, ma la ferita è ancora fresca.

Il botta e risposta Soro-Marini
E’ Antonello Soro, nel suo intervento, a prendere di petto il problema: «Walter ha sbagliato a spaccare Area Democratica, ma non può diventare il nostro nemico», così come non si può dire che il partito «va bene così come è». Non vanno bene i «Giovani Turchi», incalza Soro, che con il loro documento, poi ritirato, hanno fatto fare un passo indietro di quarant’anni all’idea di partito. «Vanno cambiati gli organismi del partito», a cominciare proprio dalla segreteria politica, aggiunge. Dario Franceschini ascolta, non condivide tutti i passaggi, ma non fa commenti. E’ Franco Marini a rispondere senza risparmiare critiche dure. «Antonello mi sorprende – dice venendo meno al proposito di non rispondere, ‘ma non ce la faccio’ – eppure lui viene dai pastori del nuorese e mi chiedo come faccia ad essere così buonista. E’ un mistero, anche per me che vengo dai pastori del Gran Sasso, che sono però meno sanguinari». Va giù pesante Marini: «A chi ci dice ‘se non si fa così me ne vado’, dobbiamo avere la forza dire ‘vattene’».

Marini dice di non dimenticare quando sente frasi di quel tipo, «non lo dimentico perché è un comportamento che militanti democratici non perdonano, non sopportano, nessuno accetta che non si vada d’accordo in un momento di grande difficoltà del paese». Pronuncia anche una «parola ormai bandita dal linguaggio della politica»: ‘corrente’. «Se non fosse bandita direi – sorride mentre parla – che siamo una bella corrente e chi non sta qui con noi non è la parte più aperta del partito e della minoranza. Quella più rigida sta fuori». E basta con le critiche al segretario, «eletto per la prima volta con primarie vere. Io non lo critico, soprattutto adesso che la situazione politica può sfociare in elezioni che dobbiamo affrontare con questo segretario».

In sala c’è anche Debora Serracchiani, una delle «rottamatrici» che andrà all’iniziativa del sindaco di Firenze Matteo Renzi. Marini avverte: la rottamazione non deve essere posta come una guerra, perché «chi parla di rottamare pone il problema dell’apertura del partito e dentro a questo del ricambio. Non è una guerra, ma una questione che deve essere aiutata dai vecchi. Ci sono troppe cose che ormai non possiamo fare da soli».

Le donne e il Pd
E’ Emilia De Biasi a porre il tema dell’invisibilità delle donne nella società italiana, oltre che nella politica e dunque anche nel Pd. Ieri Dario Franceschini ha più volte fatto riferimento dicendo che far rispettare le regole e imporre il merito in un Paese dove i criteri si muovono su altre direttrici, vuol dire anche dare piena attuazione alle pari opportunità fra uomini e donne. Ma non basta .

«Il 51% delle donne in Italia non ha un lavoro e soprattutto ha smesso di cercarlo .- dice De Biasi -. Questo dato modifica in profondità il welfare e riconsegna le donne all’antico ruolo di supplenti. Questo è il primo burqa, che le rende invisibili nella società: il secondo burqa è l’uso improprio del termine «genere», riduttivo della irriducibilità della esistenza femminile. Questo per dire che per raggiungere quella unità del paese auspicata da Franceschini è necessario unire innanzitutto gli uomini e le donne in un progetto che sappia tenere assieme gli elementi materiali della vita con l’autonomia del progetto di vita di ciascuno». De Biasi conclude facendo notare, non con tono polemico, ma come spunto di riflessione,che forse, chissà, anche nel Pd qualche ulteriore passo in avanti si potrebbe fare per riconoscere alle donne nella pratica un ruolo che spesso viene riconosciuto solo a parole.

L’Unità 24.10.10

"Il sasso istituzionale e lo tsunami politico", di Eugenio Scalfari

Non è soltanto un sasso nello stagno la lettera inviata da Giorgio Napolitano al presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato. Il Capo dello Stato si è limitato ad attirare l´attenzione del Parlamento e della pubblica opinione su un solo aspetto della legge sull´immunità delle massime cariche istituzionali presentata dal ministro Alfano, ma la logica che ha motivato i suoi rilievi fa parte d´una cultura istituzionale che inquadra una visione complessiva del bene comune e delle regole che ne rendono possibile la realizzazione. La legge Alfano è invece uno dei tasselli della costituzione materiale che Berlusconi e i suoi accoliti hanno in mente da tempo di mettere al posto della Carta vigente. Napolitano, definendo un articolo della legge Alfano «irragionevole e manifestamente contrario all´attuale articolo 90 della Costituzione», ha di fatto interrotto quel percorso obbligando la maggioranza a rimetterci le mani. Solo questo, ma ora quel sasso nello stagno si è trasformato in un maremoto politico che non riguarda il Quirinale ma Palazzo Chigi e il Parlamento.
L´articolo 90 stabilisce l´immunità del Presidente della Repubblica per quanto riguarda eventuali illeciti che possa commettere nell´ambito delle sue funzioni, con l´eccezione di due sole ipotesi: tradimento della Repubblica e atti contro la Costituzione per i quali il “plenum” del Parlamento può con un voto a maggioranza qualificata tradurlo dinanzi alla Corte che si autocostituisce in Alta Corte di giustizia.
Per illeciti che non riguardano la sua funzione il Capo dello Stato può invece essere inquisito e giudicato dai tribunali ordinari. Napolitano ha rivendicato questa immunità e soltanto questa, niente di più e niente di meno.
Stupisce che l´editorialista del Corriere della Sera Massimo Franco abbia avanzato il dubbio di irritualità sulla lettera di Napolitano. Le leggi di riforma costituzionale secondo la prassi debbono esser promulgate dopo la doppia lettura prevista dall´articolo 138 e la firma di promulgazione è considerata un atto dovuto. Ma nel caso specifico era stata creata una situazione di dipendenza del Capo dello Stato dal Parlamento che imponeva al Quirinale di rilevarne la stridente contraddizione ordinamentale. Irrituale è dunque quella norma contestata della legge Alfano, non certo la lettera del Presidente.
Si vedrà ora in che modo la questione sarà risolta dal Parlamento, a cominciare dal Senato. Ma l´intervento del Quirinale, al di là del tema specifico, ne ha aperti altri.
Alcuni di carattere costituzionale che Napolitano non ha sollevato ma che tuttavia emergono chiaramente; altri di carattere politico che esulano dalla competenza del Quirinale ma che tuttavia sono ora sotto gli occhi dei partiti e della pubblica opinione.
I temi costituzionali sono due. Il primo, messo in rilievo dall´ex presidente della Corte, Valerio Onida, sta nel fatto che la legge Alfano colloca il Presidente del Consiglio sullo stesso piano del Presidente della Repubblica dal punto di vista del delicatissimo tema delle immunità, con la differenza che il primo è indicato nella scheda delle elezioni politiche sulla quale il “popolo sovrano” appone il proprio voto, mentre il secondo viene eletto dal Parlamento. Si crea in questo modo un sistema duale al vertice dello Stato nettamente sbilanciato a favore dell´inquilino di Palazzo Chigi che può vantare la sua investitura popolare declassando il Capo dello Stato ad un ruolo puramente notarile senz´altra prerogativa che quella di certificare l´autenticità degli atti sottoposti alla sua firma.
L´altro tema consiste nella differenza tra il concetto di immunità e quello di impunità (l´ha sottolineato anche Luca Ricolfi sulla Stampa). L´immunità sospende la procedibilità del titolare di una carica istituzionale nel periodo in cui esercita le sue funzioni e limitatamente ai reati che può aver commesso relativi a quelle funzioni.
L´impunità invece copre anche illeciti che non riguardano le funzioni ed è ripetitiva se la stessa persona passa dalla carica che ricopre ad altra egualmente “immune” raffigurando in tal modo un salvacondotto valido per molti e molti anni. Come non vedere dietro una siffatta normativa far capolino la maschera di Silvio Berlusconi? È accettabile un salvacondotto di questo genere, per di più in presenza di una legge elettorale come quella attuale che affida alla sua discrezione la scelta dei candidati con un meccanismo elettorale che assegna alla coalizione vincente anche per un solo voto un premio nazionale per la Camera e premi regionali al Senato? Queste considerazioni debbono esser state ben presenti al Presidente della Camera. Fini ha infatti dichiarato ieri sera che l´immunità prevista dalla legge Alfano non può essere reiterabile.
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È evidente che lo scontro tra queste opposte visioni istituzionali avrà conseguenze politiche che sono già visibili. Bene ha fatto il Quirinale a sottolineare ieri che i rilievi del Presidente riguardano specifici aspetti della legge Alfano mentre lo scontro politico e le sue conseguenze sono del tutto estranee alla competenza del Capo dello Stato. All´attenzione delle forze politiche c´è ora con rinnovato vigore un dilemma fondamentale: lo stato di diritto o il comando di una persona, il popolo sovrano e i suoi rappresentanti liberamente scelti o la cricca e la casta che pensa per tutti e provvede per sé? Questa è la posta ed è inutile e deviante anteporre i problemi del paese a questi che sembrano invece temi da intellettualoidi e da politicanti autoreferenti. I problemi del paese ci sono ben presenti e ne parliamo di continuo; sono quelli del fisco, dei rapporti tra le forze sociali, del lavoro, dei rifiuti di Napoli, della corruzione, delle infrastrutture, della crescita economica, dell´Università e della ricerca. Li ha risolti da solo Berlusconi? Li ha risolti da solo Tremonti? Li ha risolti da solo Bertolaso?
O dobbiamo sperare in una Madonna pellegrina e lacrimante? Come mai dopo tanti anni di governo quei problemi sono diventati voragine? Parlare di essi derubricando quello che tutti li ha determinati e ne subordina la soluzione a quel Salvacondotto che è la sola cosa che importa, è un depistaggio in piena regola e come tale va definito.
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Le conseguenze politiche riguardano soprattutto l´opposizione, quella di sinistra, quella di centro e quella finiana.
È evidente e non da ora che la posta in gioco è la Costituzione. Ma ora, con l´arrivo al pettine di tutti i nodi irrisolti, la partita è giunta alla sua svolta che implica un´emergenza oggettiva. L´emergenza soggettiva era quella predicata anzitempo, una sorta di “al lupo al lupo” quando il lupo era ancora sulla montagna. Adesso il lupo è sceso in pianura, pronto a divorare le pecore se pecore resteranno. Per questo dico che adesso l´emergenza è oggettiva e questo impone alcune riflessioni.
1. Per cambiare la legge elettorale ci vuole uno schieramento che unisca tutto il centro e tutta la sinistra.
2. Se si va alle elezioni con questa legge ci vuole egualmente uno schieramento elettorale che unisca tutto il centro (finiani compresi) e tutta la sinistra, altrimenti mancherebbero i numeri per essere competitivi con l´avversario.
3. Una cordata di quest´ampiezza avrà bisogno d´un leader che copra con la sua autorevolezza tutto l´arco delle forze alleate e possa rappresentare il minimo comun denominatore che non è poi tanto minimo: combattere mafie e corporazioni, rilanciare la crescita senza abbassare la guardia sulla finanza pubblica, garantire i diritti e far rispettare i doveri, tutelare i ceti deboli, i poveri, la pari dignità delle persone e le pari opportunità nel lavoro e nell´istruzione, dare alle forze sociali il ruolo che loro spetta a fronte dei sacrifici che la modernizzazione e la globalizzazione impongono. Vi sembra molto “minimo” questo denominatore?
4. Se questo progetto è accettato (ed è l´unico che può evitare una vittoria del berlusconismo per i prossimi nove anni) esso comporta che non vi siano veti da parte di nessuno e contro nessuno. È una sorta di lodo cui tutta l´opposizione è chiamata. Poi, passata la stretta tra Scilla e Cariddi, ognuno riprenderà la propria navigazione e il denominatore minimo cederà il passo ai denominatori massimi che ciascuna forza politica ha il diritto di proporsi e di proporre in libera competizione.
Ma oggi non siamo di fronte a una libera competizione, siamo di fronte appunto ad una concezione radicalmente diversa della democrazia e dello Stato. Questo è il salto. Chi non lo fa si perde e perde il paese.

La Repubblica 24.10.10

Registi e sceneggiatori occupano Casa del Cinema

La Casa del Cinema di Roma è stata occupata per protesta contro i tagli ai finanziamenti pubblici. A darne notizia il “Movimento Cento Autori”: «Il mondo del cinema e della televisione hanno deciso di occupare la Casa del Cinema venerdì sera per fronteggiare una crisi finanziaria e industriale a cui si salda la pochezza di un governo che considera la cultura un elemento residuale e insieme di segno politico avverso di cui è auspicabile la chiusura per fallimento. Come per l’informazione, la ricerca, la scuola, anche il nostro settore è stato smontato pezzo per pezzo, giorno dopo giorno».

Poi gli autori della protesta elencano tutti i punti critici della crisi: «1) Il taglio radicale del Fondo Unico per lo Spettacolo, che ha raggiunto il minimo storico; 2) il rinvio sine die di una nuova legge cinema, superata da un non meglio precisato decreto Bondi; 3) il decreto Romani che ha fortemente ridotto gli investimenti nella produzione cinematografica italiana; 4) la riduzione del 30% degli investimenti nella fiction italiana, mentre il mercato pubblicitario è in ripresa; 5) la delocalizzazione sistematica e crescente delle nostre produzioni televisive; 6) il mancato rinnovo del tax credit e tax shelter». Così in una nota l’associazione di registi e scrittori di cinema, di fiction, di documentari «100 autori».

«A questo – continua la nota di ‘100 autori’ – si è aggiunta la notizia che il Comune di Roma ha approvato una memoria di giunta dove si dispone una radicale revisione del modello gestionale della Casa del Cinema. In particolare, la figura del Direttore Artistico verrebbe sostituita da un comitato di 7 membri, di cui 5 ‘che apportino un contributo di almeno 50.000 euro annui’. In altre parole, la Casa del Cinema sarebbe così appaltata ad un Comitato d’affari che gestirebbe questo spazio come meglio crede. A restare fuori a questo punto non saranno solo gli autori, ma il pubblico che ha aderito in tutti questi anni alle manifestazioni e rassegne gratuite. Il mondo del cinema riunito in assemblea ieri notte ha deciso di dire No. Un punto fermo, un atto simbolico per affermare che non accetta l’espropriazione dei suoi diritti: da quelli che gli autori sono costretti a cedere in blocco quando firmano un contratto, a quello di vedere la Casa del Cinema, nata dall’idea di uno dei nostri padri, Sergio Amidei, trasformata in una ‘casa d’altrì. Un gesto simbolico per dire che ognuno di noi sente il dovere di fare la sua parte, di prendersi le sue responsabilità, ma anche un gesto concreto per affermare una reale volontà di cambiamento e avanzare proposte. Quest’anno le ore lavorate per produrre film e fiction si sono dimezzate».

«E un intero comparto industriale è in ginocchio con la certezza della disoccupazione per migliaia di famiglie – prosegue l’associazione 100 autori -. Però è possibile invertire questo segno negativo. Le proposte elaborate dall’assemblea sono: per il Cinema immediato e certo rinnovo del tax credit e del tax shelter; approvazione di una legge di sistema che crei un Centro nazionale della cinematografia sganciato da qualsiasi controllo della politica; un prelievo di scopo con il quale chi utilizza il cinema e l’audiovisivo italiani (televisioni generaliste e satellitari, provider e Telecom) reinvesta una parte dei profitti nella produzione nazionale e un prelievo sul costo del biglietto delle sale che inciderebbe per il 70% sui profitti delle major straniere. Reintegro del FUS, che può avvenire immediatamente e senza oneri per lo Stato semplicemente mettendo all’asta, come accade in tutta Europa, le frequenze del digitale terrestre che oggi vengono regalate a Mediaset; Sostegno e difesa delle sale di città, spazio privilegiato del cinema italiano; Promozione del cinema italiano all’estero; divieto per i network televisivi di mantenere posizioni dominanti sul mercato con il controllo di produzione, distribuzione e sale».

«Per la televisione: nascita di un mercato liberato dal monopolio di Rai e Mediaset; Riappropriazione dei diritti sulla fiction da parte di autori e produttori, in grado di creare un mercato internazionale per le opere televisive italiane; Utilizzazione dei canali del digitale terrestre e dei canali satellitari – molti dei quali sfruttano gratuitamente e illegalmente le nostre opere – come nuove opportunità di una pluralità narrativa; obbligo di realizzare sul territorio nazionale la fiction finanziata con il soldi del servizio pubblico; Attenzione alla produzione e diffusione del documentario in tutte le sue forme».

«Per la Casa del Cinema chiediamo al Comune di Roma: la revoca della memoria di Giunta che affida di fatto la gestione a una sorta di ‘comitato d’affari’; la convocazione delle associazioni del mondo del cinema che si propongono come protagoniste della gestione della Casa e del suo indirizzo culturale. Queste nostre richieste, per le quali siamo quotidianamente insultati, non hanno nulla a che fare con la difesa di privilegi, ma sono il minimo necessario per far ripartire un’industria che occupa oltre 250.000 lavoratori, che crea ricchezza per lo stato e cultura per il Paese, ed è già legge in tutte le nazioni avanzate d’Europa. ‘La cultura non si mangia’, sostiene Tremonti. Ma, forse lui non lo sa, nutre lo stesso e fornisce a quei cittadini che si fanno pubblico un alimento immateriale eppure decisivo, fatto di emozioni e sogni, consapevolezza e senso dell’identità nazionale, per guardare la realtà con occhi nuovi e immaginare un paese migliore».

L’Unità 24.10.10