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Area Dem a Cortona: «Scriveremo il nuovo dizionario del Pd», di Marina Sereni*

Area Dem si ritrova a Cortona per approfondire alcuni dei nodi che il Pd deve sciogliere se vuole davvero parlare all’insieme della società italiana, affermando così il suo ruolo di asse portante dell’alternativa all’attuale governo. Siamo di fronte a un paradosso e a una difficoltà. Il paradosso è quello di un partito che, nonostante stia cercando di definire un “vocabolario” riformista sui principali temi programmatici, continua ad apparire incerto, oscillante, diviso.
La difficoltà è quella di un grande partito in cui le diverse sensibilità, anche dentro alla maggioranza uscita dalle primarie, anziché concorrere a rendere visibile un profilo unitario sembrano preferire la rendita di posizione che può scaturire
dal distinguersi. Basta pensare alla cacofonia di dichiarazioni e interviste sulla manifestazione della Fiom.
A Cortona vogliamo provare a mettere a fuoco questo tema: il Pd non doveva aspettare Pomigliano per scoprire che in Italia c’è una grande questione che riguarda la produttività e la competitività della nostra economia. Non poteva e non può permettersi di non raccogliere la sfida del cambiamento che l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne ha posto
in tutta la sua brutalità.
La crisi finanziaria, economica e sociale ha mostrato la fallacità delle ricette neoliberiste della destra, ma questo non basta per ridare fiato e credibilità ad una risposta progressista, in Europa come negli Stati Uniti. Come combattiamo le diseguaglianze e i rischi di impoverimento drammatici che riguardano certo i lavoratori dipendenti, ma sempre di più ampi strati di lavoratori
autonomi e piccoli imprenditori, nonché una sterminata platea di
atipici e precari, tra cui molte donne e giovani?
Dobbiamo liberarci da schemi del passato: non possiamo essere
solo il partito dei lavoratori dipendenti, tanto meno dei soli dipendenti pubblici. Se vogliamo rispondere alla rabbia e alla legittima protesta degli operai e difendere la dignità del lavoro dobbiamo prendere noi in mano la bandiera dell’innovazione
e delle riforme. E farlo senza subalternità culturali, senza
icercare diplomaticamente l’accordo con questo o quel sindacato, con questa o quella sigla datoriale.
Poco prima di lasciarci Berselli ha scritto nel suo L’economia giusta (per Einaudi, 2010, collana Vele): «La domanda è inevitabilmente brutale: un ordine sociale fondato su un’economia regolata dallo Stato e temperata dal welfare può riaffiorare nella globalizzazione ritrovando un ruolo e una posizione competitiva?».
E ancora: «Occorre accingersi a costruire una cultura, forse non della povertà, bensì della minore ricchezza (…). Quale cultura è in grado di adeguarsi alla stagnazione?
Forse quella del monetarismo spinto, nell’attesa della crescita che verrà, una volta sciolti gli ultimi vincoli?
Oppure una visione collettiva più prudente, con la quale ci si abitui agli attriti della crescita lenta?».
È a queste domande che a Cortona proveremo a rispondere.

*Deputata e vicepresidente del Pd

Università, Pd: ddl Gelmini va modificato radicalmente, basta stagione dei tagli

Ghizzoni a Futuro e libertà : dopo parole di Fini più coraggio e coerenza per rilancio atenei. “L’università ha bisogno di una riforma ma non del ddl Gelmini che deve essere modificato radicalmente anche per abbandonare, una volta per tutte, la stagione dei tagli e rilanciare un piano di investimento per gli atenei”. Lo chiede la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni che auspica che “dopo le parole di Fini, il gruppo di Fli si comporti con coerenza e coraggio, non com’è accaduto solo pochi giorni fa quando, per rispondere a un ‘ordine di scuderia’, hanno ritirato tutti i loro emendamenti al ddl Gelmini che avrebbero potuto mettere in difficoltà la maggioranza. Abbiamo detto sin dal principio che senza soldi e con nuovi tagli non si può riformare l’università, apprezziamo che questa nostra posizione stia trovando sempre più consenso anche dentro la maggioranza. Dopo la sessione di bilancio in commissione si potrebbe trovare un nuovo clima per modificare radicalmente il ddl Gelmini e dare risposte alle vere problematiche degli atenei”.

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Ghizzoni ribatte alle parole di Fini che riporetiamo sotto

Università, il monito di Fini “Senza soldi meglio non fare la riforma”

ROMA – Gianfranco Fini lancia un monito al governo sull’attuazione della riforma dell’università: i tagli sono insopportabili, senza fondi meglio ritirarla. Parlando all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Foggia, il presidente della Camera ha sottolineato il fatto che in altri paesi europei come la germania vengano fatte scelte diverse: “I tagli decisi in Italia sono sopportabili dalle nostre università? Credo sia onesto dire che non sono sopportabili”. Secondo Fini se non si impegnano fondi per promuovere la meritocrazia “si tradisce lo spirito della riforma”, e quindi “a quel punto sarebbe meglio ritirarla”.

"Cala il sipario sul diritto allo studio", di Federica Laudisa

Il fondo che finanzia le borse di studio per gli studenti universitari scenderà nel 2011 a 70 milioni di euro dagli attuali 96 milioni, tornando più o meno sui livelli del 1998. In Francia e in Germania la spesa annua per il sostegno agli studenti è di 1 miliardo e 400 milioni. E mentre in altri paesi il pacchetto di aiuti è uniforme su tutto il territorio nazionale, per gli universitari giovani i criteri di ammissione alle borse variano di Regione in Regione e talvolta anche all’interno di una stessa Regione. Perché nessuna voce si leva in difesa del diritto allo studio?

Il diritto allo studio universitario sembra destinato a scomparire nell’imminente futuro nel quasi assoluto silenzio generale. Non c’è nessuna associazione pronta a tentare di salvarlo dall’estinzione. Nemmeno la voce degli studenti – che pure si unisce al coro di protesta di ricercatori e docenti sulla riforma Gelmini e sui tagli al Fondo di finanziamento ordinario – appare forte e compatta su questo punto. L’ala destra della rappresentanza studentesca si smarca perché anche in questo campo l’affiliazione politica conta più della salvaguardia del sostegno agli studenti stessi.

NUMERI INEQUIVOCABILI

I numeri non lasciano dubbi: il fondo che finanzia le borse di studio nel 2010 è pari a 96 milioni di euro, ma nel 2011 sarà di 70 milioni di euro circa: dopo un trend di risorse crescenti – quadruplicate dal 1998 al 2009 – si fa un balzo indietro di una dozzina di anni, a quando il Fondo ammontava a 77 milioni di euro. La vincita al Superenalotto mette a disposizione più risorse.
In Francia e Germania la politica a supporto degli studenti è invece presa sul serio. Su una popolazione di due milioni di studenti, circa mezzo milione beneficia di borsa di studio, per una spesa annua di 1 miliardo e 400 milioni di euro, una cifra da capogiro.
La mobilità studentesca è resa effettiva dalla disponibilità di posti letto, ed è noto che il costo dell’alloggio è quello che pesa di più nel budget di spesa degli studenti fuori sede. Nei due paesi cugini tra i 160 e i 180 mila studenti alloggiano in residenza universitaria, contro i 41 mila dell’Italia. La più alta quota di studenti “casalinghi” che caratterizza il nostro Paese forse non è solo una questione di attaccamento alla famiglia. Se si introducesse un contributo alloggio, un aiuto monetario per l’affitto, come in Francia dove ne beneficiano 700 mila studenti, i supposti “bamboccioni” resterebbero tali?
Due ulteriori elementi contribuiscono ad ampliare il divario con l’estero. In primo luogo, fuori dell’Italia non è concepito, né probabilmente concepibile, lo studente avente diritto alla borsa non beneficiario per mancanza di risorse, caratteristica che da noi riguarda oggi, in media, uno studente idoneo su cinque. In secondo luogo, all’estero gli importi degli interventi e i criteri di accesso, in primis per la borsa di studio, sono uguali per tutti su tutto il territorio nazionale.
Lo studente francese e quello tedesco sanno all’inizio dell’anno su quale pacchetto di aiuti potranno contare iscrivendosi all’università, a prescindere dalla sede di studio. Lo “studente italiano” semplicemente non esiste: in base alla Regione in cui studia, e talvolta anche alla sede di studio all’interno della stessa Regione, accederà o meno a interventi differenti con criteri differenti, sempre dopo aver superato la prova della decifrazione dei bandi. Come si giustifica, ad esempio, che uno studente fuori sede di prima fascia riceva una borsa in denaro di 4.600 euro in Piemonte, 4.100 euro in Lombardia, 2.800 euro in Toscana e 4.090 euro in Puglia e altrettanti variegati importi nelle diverse sedi universitarie? L’uniformità di trattamento non è proprio di casa.

Italia vs Francia e Germania, nel 2008/09
ITALIA FRANCIA GERMANIA
N° studenti universitari 1,8 milioni 2,2 milioni 2 milioni
N° beneficiari di borsa 151.760 525.000 510.000
N° posti letto 40.935 160.000 180.000
Finanziamento statale per borse di studio (euro)
152 milioni 1,4 miliardi 1,4 miliardi

Il diritto allo studio in Italia, quindi, non necessita solo di una forte dose di finanziamenti, ma certo questa è la condizione necessaria perché non scompaia. E il rischio scomparsa è reale se alla scure statale si somma quella regionale. La manovra finanziaria Tremonti, difatti, avrà ripercussioni anche sul sostegno allo studio poiché grava sulle Regioni la spesa per interventi e servizi agli studenti universitari, incluso una quota parte di quella per borse di studio. Èemblematico il caso del Piemonte, una delle poche realtà in Italia in cui avere diritto alla borsa ha sempre equivalso a riceverla, che ha ridotto lo stanziamento all’ente per il diritto allo studio da 25 milioni di euro nel 2009 a 6 milioni di briciole nel 2011 (ma prevede di destinarne cinque in più per i buoni scuola).
Quale rimedio? La crisi in cui versa il Paese sembra non lasciare spazio ad altra risposta che una fatalistica alzata di spalle, ma invece è proprio questo il momento in cui si deve levare alta la voce perché università e diritto allo studio non scendano nella scala delle priorità della politica.

da Lavoce.info

Lavoro, la Ue si muove

Lavoro, la Ue si muove
David Sassoli: “Ieri il parlamento Ue ha votato tre risoluzioni che costringeranno i governi a ripensare la filosofia degli interventi sulla crisi: la tassa sulle transazioni finanziarie, il reddito minimo garantito contro la povertà, i termini di pagamento della pubblica amministrazione”.
Due indicazioni rimbalzano dall’Europa e vanno dritte al cuore del dibattito promosso da AreaDem che oggi comincerà a Cortona.
Ieri il parlamento Ue ha votato tre risoluzioni che costringeranno i governi a ripensare la filosofia degli interventi sulla crisi: la tassa sulle transazioni finanziarie, il reddito minimo garantito contro la povertà, i termini di pagamento della pubblica amministrazione.
Tre provvedimenti destinati a stabilizzare e a cambiare il trend dopo un periodo in cui l’incertezza ha prodotto strategie rigoriste e tagli di bilancio.
Torna d’attualità per i progressisti la domanda chiave di questa stagione, indicata con precisione da Edmondo Berselli nel suo pamphlet/testamento: «Un ordine sociale fondato su una economia regolata dallo stato e temperata dal welfare può riaffiorare nella globalizzazione ritrovando un ruolo e una posizione competitiva? ».
Le decisioni assunte dal parlamento europeo rilanciano proprio l’idea di una politica che vuole dare governo ai processi economici e finanziari. Torna d’attualità, come ha rilanciato di recente Paul Krugman, una antica questione: l’occupazione dipende dalla spesa e se non si spende non c’è lavoro.
E oggi la richiesta riguarda proprio il lavoro. Lo chiedono famiglie, imprese, servizi pubblici, territori. Lo chiede quel processo inarrestabile di globalizzazione che rischia di marginalizzare chi non produce e cresce. L’Italia e l’Europa sono ferme da tempo perché da tempo non hanno visione.
Qualcosa, però, si sta muovendo nell’Unione europea. La tassa sulle transazioni finanziarie europee, osteggiata finora da governo e Confindustria, consentirà di recuperare duecento miliardi di euro.
Un tesoro da investire in occupazione e ricerca mediante un programma d’urto su grandi investimenti. Su infrastrutture ed energia occorre fare in fretta.
I critici sostenevano che il provvedimento avrebbe “deviato” i flussi finanziari: la piazza di Londra, che applica una stamp duty, ha prodotto nel 2007 cinque miliardi di euro.
Giudichiamo se questa è una fuga? Per crescere serve lavoro e lavoro qualificato. E l’occupazione costa. Dopo anni di teorie in cui il mercato sarebbe stato la “mano invisibile” di Smith che aggiusta tutto, si comincia a ripensare a un nuovo ruolo dello stato, magari in una dimensione sovranazionale.
La società responsabile di cui parla Berselli sembra ancora aver bisogno della mano pubblica per regolare, incentivare e indirizzare. Qui il grande scarto fra noi e le antiche teorie sull’economia sociale di mercato: abbattere i recinti nazionali ridefinendo un campo d’azione europeo.
Lo spazio largo, come insegna Mario Monti nel suo prezioso rapporto sul mercato unico, è la sfida contro la marginalizzazione dell’Europa. Mercato unico dovrà voler dire anche parità di salario a parità di lavoro per coniugare responsabilità delle imprese, diritti e crescita.
Trasferirsi in un altro paese europeo perché il lavoro costa meno non deve essere possibile per motivi etici ed economici. Le aziende, d’altronde, assicurano un bene pubblico ai nostri territori.
Dal mercato unico e da un nuovo welfare universale parte la sfida dei progressisti. Ed è giusta la domanda che ha rivolto al Partito democratico Famiglia Cristiana il 26 settembre scorso: come può oggi un partito che si definisce riformista difendere il lavoro, quando proprio il lavoro ha cambiato natura nel tempo della globalizzazione e dell’era Marchionne? Più che difendere, però, oggi serve rilanciare il lavoro e avviare una grande opera di redistribuzione.
È troppo ampio lo scarto tra ricchi e poveri. È offensivo per un senso comune di giustizia e provoca il timore in larghe fasce della popolazione di ritrovarsi eslcuse dai meccanismi di una globalizzazione senza governo.
La lezione francese deve essere compresa: un grande paese è fermo sulla proposte di innalzare di due anni l’età pensionabile. Non è questione dei due anni in più, ma della profonda incertezza che provoca l’assenza di prospettive politiche a medio e a lungo termine.
Le parole sembrano consumate e senza grande appeal, ma sono obbligatorie per qualsiasi comunità che intenda investire sul proprio futuro: istruzione, formazione, ricerca, riqualificazione, flexsecurity. Tutto questo manca in Francia come in Italia.
Ai progressisti il compito di «riscrivere un grande compromesso fra stato e mercato fondato non solo su basi tecniche ma etiche e umanistiche», come ha scritto Romano Prodi a proposito dell’Economia giusta di Edmondo Berselli.

fonte David Sassoli – Europa

www.partitodemocratico.it

"Ambiente, il piano fantasma di Bondi. Manca anche l'ufficio al ministero" , di Vittorio Emiliani

l dossier presentato da Italia Nostra racconta di un Paese che non si cura del paesaggio E al codice che prescrive la co-pianificazione Stato-Regioni mancano le linee guida
Addio turismo. Una politica miope che suicida l’industria del
turismo
Il caso Sicilia. Contro il piano del parco degli Iblei anche i sindacati
Sta sempre peggio il paesaggio italiano. Con alcune eccezioni, dovute all’impegno di singoli governatori – come in Toscana – a favore dell’ambiente. Eppure esiste un Codice che le Regioni dovrebbero applicare.

Il paesaggio italiano, malgrado le mille colate di cemento e asfalto, resta fra i più ammirati del mondo. Però sta sempre peggio. Il Ministero per i Beni Culturali ha cancellato la direzione generale per il paesaggio e sembra aver rinunciato alla co-pianificazione paesaggistica con le Regioni prevista dal Codice Urbani-Rutelli. Né si muovono granché le Regioni, tranne qualche lodevole eccezione (la Toscana con la nuova giunta). E’ il succo amaro del rapporto presentato ieri a Italia Nostra dai consiglieri nazionali Vezio De Lucia, urbanista fra i più impegnati, e Maria Pia Guermandi dell’IBC Emilia-Romagna. Di qui il proposito di costituire un Osservatorio nazionale sul paesaggio e di battersi con più forza, visto che il MiBAC latita da quando Bondi ne è il titolare-fantasma.

DA CROCE IN POI.
La prima legge sul paesaggio risale a Benedetto Croce ed è del ’22, ribadita da Bottai del ’39. Nel ’77 la delega alle Regioni rimaste inerti. La legge Galasso dell’85 le spinge a pianificare. Poche lo fanno (in primo luogo Emilia-Romagna, Marche, Liguria). Altre tardano. alcune non muovono paglia. Come sta avvenendo ora col Codice che prescrive la co-pianificazione Stato-Regioni. Al Ministero non c’è traccia né delle linee di piano, né “dell’ufficio ministeriale che dovrebbe occuparsene” ed è in atto una diaspora di direttori generali, centrali e regionali, e di soprintendenti. Si susseguono però le aggressioni al paesaggio più insensate, dalle trivellazioni nel Parco degli Iblei al Motodromo di Fermo (ben 120 ha). In assenza, ovunque, di pianificate tutele, viene “suicidato” lo stesso redditizio turismo culturale e naturalistico. Fra le Regioni solo una, la Sardegna, con la Giunta Soru, aveva invertito la rotta: decreto salva-coste e piano paesaggistico regionale conforme ai criteri del Codice. Col centrodestra si va alla revisione e al “cedimento generalizzato alle pressioni edificatorie” dei Comuni. Che in tutta Italia dominano la scena. Indebitati fino agli occhi, possono usare anche per la spesa corrente, grazie al Testo Unico sull’edilizia (Bassanini), gli oneri di urbanizzazione. Ovvio che antepongano l’edilizia al paesaggio. Un disastro nazionale. Dice il Rapporto De Lucia-Guermandi. Il Piemonte non ha ancora costituito la commissione regionale per il paesaggio,. La Liguria ha adottato una variante aggiornata per 82 Comuni. La Val d’Aosta ha un piano del ’98 e sub-delega i Comuni. In Lombardia “non esiste un piano paesaggistico”, ma uno territoriale totalmente “in contrasto col Codice”. Trento e Bolzano, anni fa all’avanguardia, ora lo sono meno. Il Friuli-Venezia Giulia non ha piani, solo una Carta dei valori. Nel Veneto il piano territoriale è del 2009 “del tutto inefficace” in un paesaggio già massacrato dal cemento. Emilia-Romagna, Marche e Umbria, un tempo avanzate, regrediscono in modo allarmante. La Toscana invece tenta un percorso inverso, virtuoso”.
A MACCHIA DI LEOPARDO.
Nel Lazio il centrodestra minaccia di cancellare i progressi compiuti. In Abruzzo, zero piani, pure dopo il terremoto. In Molise nulla si muove dall’89. In Campania, dopo i piani del ’96, nessuna “iniziativa in materia di tutela”. Come in Basilicata. La Puglia ha adottato la proposta di piano di “Italia Nostra” con più di un’ombra. Niente di niente nella devastata Calabria. In Sicilia, piani paesaggistici “in formazione”, ma contro il primo, quello degli Iblei (Ragusa), insorgono in tanti, sindacati in testa, accusandolo di “aggressioni in puro stile terroristico contro il progresso economico”. Che dire ancora? Che siamo, povera Italia, ad una barbarie mai vista.

L’Unità 22.10.10

"Il vero obiettivo azzoppare i pm", di Giuseppe D'Avanzo

La riforma della giustizia è una favola buona per gli ingenui. Nei tre striminziti fogli che il ministro della Giustizia porta in giro, al Quirinale, Montecitorio, Palazzo Madama, Palazzo dei Marescialli, non c´è alcuna traccia di riforma. Nessuna correzione di ciò che è oggi storto. Nessuna cura delle criticità del sistema. “Riforma” è un eufemismo.
Consente all´Eletto di manipolare la Costituzione per rendere innocuo il pubblico ministero, la bestia nera. Il sedicente rinnovamento della giustizia non è altro che questo: l´assalto all´autonomia e all´indipendenza delle procure; il tentativo di fare del pubblico ministero non un “potere” né un “ordine” ma “un ufficio” – sarà così definito – che rappresenta nel processo le fonti di prova raccolte dalle polizie dipendenti da una mano governativa che, a sua volta, deciderà con il ministro di Giustizia “le priorità” nell´esercizio dell´azione penale. Addio articolo 112 della Carta: “Il pubblico ministero ha l´obbligo di esercitare l´azione penale”. Liquidato l´articolo 109: “L´autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”.
C´è anche altro nel programma del governo: la separazione delle carriere; lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura e l´aumento della quota delle presenze politiche; il principio di responsabilità di giudici e pm; l´Alta Corte di disciplina; l´inappellabilità delle sentenze di assoluzione; le eccezioni al principio di inamovibilità. Ma l´intero profilo della “riforma” non perde mai d´occhio l´azione penale obbligatoria e ha un unico focus: il pubblico ministero indipendente, che si immagina debba essere diretto per vie oblique dal governo. Sono idee che non restituiranno alcuna efficacia, alcun equilibrio, alcuna ragionevolezza all´amministrazione della giustizia. Di ben altro c´è bisogno, come da anni ripetono gli addetti.
Il catalogo delle necessità è noto. Revisione delle ottocentesche circoscrizioni giudiziarie (sono 165, potrebbero diventare 60). Riduzione dei tribunali (sono oggi 1.292). Introduzione della posta elettronica per l´esecuzione delle notifiche (cinquemila cancellieri ne consegnano brevi manu agli avvocati 28 milioni ogni anno). Depenalizzazione dei reati minori per riservare il processo penale – molto costoso – alle questioni di maggiore allarme sociale. Rinnovamento della professione forense: «più avvocati, più cause» e gli avvocati in Italia sono 230mila, 290 ogni 100 mila abitanti, contro 4.503 magistrati giudicanti in un rapporto avvocato/giudice strabiliante che demolisce il processo civile. Limitazione del ricorso in Cassazione (30 mila sentenze l´anno). E soprattutto la riforma di un processo penale che ibrida tutti i difetti dei possibili modelli (inquisitorio, accusatorio) trasformandolo in un gioco dell´oca interminabile e incoerente. Oggi gli atti dell´indagine non valgono per il dibattimento (in coerenza con la logica del processo accusatorio) però le garanzie del dibattimento sono state estese alle indagini preliminari (in contraddizione con la logica accusatoria). Così l´indagine – e non il processo – è un dibattimento anticipato mentre il rinvio a giudizio, più che essere una valutazione della necessità di un dibattimento, è diventato una sentenza sull´istruttoria (sul lavoro del pubblico ministero). Il processo ne è soffocato. La sovrabbondanza di assillanti formalismi lo disintegrano in una rosa di microprocessi. Giudizio sull´inazione (archiviazione). Giudizio sui tempi dell´azione. Giudizio sulle modalità dell´azione (misure cautelari). Giudizio sulla completezza delle indagini e sul fondamento dell´azione (udienza preliminare). Un processo, in cui ogni atto può generare un microprocesso, che richiede avvisi, notifiche, discussioni, deliberazioni e consente ripetute impugnazioni, non potrà avere mai una «ragionevole durata». Figurarsi se può essere «breve» come vuole, soltanto per amore di se stesso, Silvio Berlusconi. Non lo sarà neanche domani con la sedicente “riforma” che lo conserva labirintico, obeso, avvizzito e lunghissimo, ma vuole addomesticarlo riducendo all´impotenza un pubblico ministero che – si ipotizza nei tre foglietti di Alfano – potrebbe anche essere “elettivo” con la nomina di magistrati onorari alle funzioni di accusatore.
Ci toccherà vedere pubblici ministeri con il fazzolettone verde alla Lega al collo o, nel Mezzogiorno, pubblici ministeri imposti dalle mafie? Probabilmente no. Questa riforma non si farà mai e d´altronde riscrivendo un paio di articoli della Costituzione non si trasforma il pubblico ministero in un burocrate al servizio del governo perché “la Carta non è fatta di norme disarticolate come atomi separati. È un sistema con nessi interni” (Franco Cordero). Alla fine questa favoletta della “riforma della giustizia” servirà soltanto ad avvelenare ancora di più un clima politico già attossicato; ad alzare la posta per rendere “male minore” il via libera all´impunità del premier; a distrarre l´opinione pubblica dai clamorosi fallimenti del governo; a preparare la piattaforma della campagna elettorale del 2011. Ancora una volta e come sempre, necessità dell´Eletto e non degli elettori.

La Repubblica 22.10.10

Istruiti e al Nord: l'astensione si fa «politica»

Da molti anni l’astensionismo in Italia è in crescita. Fino al 1976 la partecipazione elettorale è rimasta stabilmente sopra il 90%, poi ha cominciato a calare e il declino non si è più fermato. Tuttavia fa impressione vedere un dato come quello pubblicato ieri su questo giornale in cui si stima – sulla base di sondaggi recenti – che più del 40% degli elettori non si recherebbero alle urne se si andasse a votare oggi. Nel 2008 sono stati meno della metà. È molto probabile che si tratti di un dato sovrastimato. Un conto è una dichiarazione di non voto fatta oggi a freddo e un altro conto è la decisione di voto presa nel mezzo di una campagna elettorale che – se si svolgesse nei prossimi mesi – avrebbe le caratteristiche di un referendum sul governo Berlusconi e sul ciclo politico associato alla figura del Cavaliere. Ma sovrastimato o no che sia questo dato esso sta certamente ad indicare una profonda e crescente disaffezione nei confronti dei partiti e soprattutto di quelli più grandi. Senza distinzione tra chi ha responsabilità di governo e chi sta all’opposizione. Il Pdl perde consensi ma il Pd non ne trae alcun beneficio. La delusione nei confronti del governo si traduce in astensione e non in un voto a sinistra.
La crescita attesa dell’astensionismo è ancor più significativa perché sta cambiando anche il profilo socio-demografico di coloro che non vanno più a votare. In passato erano gli elettori socialmente più periferici, donne, giovani, anziani, persone con un basso titolo di studio, residenti nelle aree più marginali. Alla base della decisione di non recarsi alle urne c’era il senso di lontananza dalla politica, il disinteresse. Da qualche tempo non è più così. Su questo punto i dati dei sondaggi post-elettorali di Itanes sono illuminanti. Tra le elezioni del 2008 e quelle del 2006 si sono annullate le differenze tra uomini e donne. Nel 2006 si era astenuto il 6% degli uomini contro il 10% delle donne. Nel 2008 per entrambi il valore è stato introno all’11%. Ma ancora più interessante è il dato relativo al titolo di studio. Nel 2006 solo il 2,9% dei laureati non aveva votato. Nel 2008 sono stati il 9,8%. Un dato che trova conferma anche nei sondaggi più recenti. Tra gli elettori meno istruiti la percentuale dei non votanti è ancora più alta (il 14,1% nel 2008), ma qui la crescita dell’astensionismo rispetto al 2006 è stata inferiore con la conseguenza che oggi il divario tra le due categorie di elettori si è fortemente ridotto. E lo stesso si può dire in relazione all’età. La percentuale di non votanti è raddoppiata tra gli elettori nati dopo il 1965 mentre è rimasta stabile tra quelli nati prima del 1946.
È evidente quindi che il fenomeno del non voto sta cambiando. Accanto ai fattori più tradizionali di carattere sociodemografico sono emersi fattori di carattere più specificamente politico. Si vota sempre di meno perché anche gli elettori più istruiti e meno lontani dalla politica sono “stufi” di questa offerta politica. Nel 2008 sono stati soprattutto i partiti di sinistra a farne le spese. La smobilitazione elettorale ha colpito più loro e soprattutto i partiti della Sinistra Arcobaleno che hanno perso circa un terzo dei loro elettori verso il non voto. I dati di oggi dicono che il fenomeno colpisce sia il Pd che il Pdl in modo simile. In altre parole è diventato meno asimmetrico. Quanto al suo profilo territoriale, anche su questo piano le tendenze stanno cambiando. Si continua a votare di più nelle regioni del Nord e del Centro. Rispetto alle regioni del Sud il divario è sensibile ma questo è vero soprattutto per le elezioni politiche. Come si vede nel grafico in pagina non è più vero a livello di elezioni regionali, dove i valori sono molto simili. Ma anche per le elezioni parlamentari si può notare che al Nord il calo della partecipazione elettorale tra 2008 e 2006 è stato inferiore al Sud rispetto al Nord. E anche questo rispecchia la tendenza generale che vede l’astensionismo crescere maggiormente tra gli elettori più dinamici e nelle regioni più dinamiche del Paese. Non è un buon segno.

Il Sole 24 Ore 22.10.10