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Apprendistato a 15 anni, un coro di critiche

Per Flc-Cgil e Rete degli Studenti il provvedimento contiene forti rischi di negazione di diritti, se non di vero e proprio sfruttamento, senza alcun contenuto formativo.
Per Flc-Cgil e Rete degli Studenti il provvedimento contiene forti rischi di negazione di diritti, se non di vero e proprio sfruttamento, senza alcun contenuto formativo. Il Pd parla di “pagina nera della scuola italiana” e poi promette: se torneremo al Governo la norma non durerà molto
L’apprendistato a 15 anni non va proprio giù ad alcuni sindacati, associazioni degli studenti e buona parte dei partiti di opposizione. All’indomani della sofferta approvazione da parte della Camera del ddl lavoro, che introduce la possibilità di svolgere formazione in azienda in luogo dell’ultimo anno di scuola dell’obbligo, Cgil e associazioni studenti confermano tutte le loro perplessità: secondo Mimmo Pantaleo, segretario generale dei lavoratori della conoscenza della Cgil, si tratta di “un ulteriore passo verso la demolizione dell’obbligo scolastico a 16 anni” perché “si consente di andare a lavorare a 15 anni, senza completare un percorso formativo di base all’altezza dei cambiamenti in atto nella società e nel mondo del lavoro”. Il leader della Flc-Cgil ritiene che il provvedimento comporterà “un allargamento ulteriore delle disuguaglianze sociali perché quel percorso riguarderà i figli delle famiglie più disagiate e con difficoltà di apprendimento, certamente non per coloro i quali hanno le possibilità economiche per continuare gli studi o per permettersi le scuole private”. Il sindacalista denuncia anche il fatto che “i contratti di apprendistato, che coinvolgono piccole e piccolissime imprese, si configurano spesso come negazione di diritti, se non di vero e proprio sfruttamento, senza alcun contenuto formativo. Ma ormai questo governo – conclude Pantaleo – ha deciso che i diritti dei lavoratori possono essere cancellati e che l’apprendimento di massa deve essere demolito pezzo per pezzo”.
Parole dure anche dalla Rete degli Studenti: la portavoce Sofia Sabatino rifiuta la possibilità data ai 15enni di andare a lavorare, perché a quella età sarebbero “senza diritti né tutele, in un percorso che spesso non ha niente a che fare con quello che studiamo e che è paradossale considerare formativo, essendo esclusivamente sfruttamento”. Secondo la rappresentante della Rete, che sarà di nuovo in piazza il 30 ottobre a Napoli con i precari della scuola e il 17 novembre in diverse città, “il progetto di questo governo ormai è chiaro: gli studenti sono considerati la manovalanza del Paese, non solo non si investe nell’istruzione consegnandoci un futuro precario, ma si preferisce eliminare alla radice il problema mandandoci tutti a imparare come si cambia una gomma o come si raccolgono le arance”. Sabatino sostiene, inoltre, che “già con la riforma Gelmini le nostre scuole sono diventate classiste, creando percorsi di serie A, i licei, e percorsi di serie B, gli istituti tecnici e professionali, i più penalizzati dalla riforma; ora questo divario si accentua terribilmente”.
Molto critico contro il provvedimento è anche il Partito democratico, il cui parere è rappresentato da Giovanni Bachelet, responsabile del Forum Scuola: l’anticipo dell’apprendistato “rappresenta una pagina nera per la scuola italiana. La maggioranza di destra, con un colpo di mano (un mini-emendamento ad una legge omnibus senza alcun nesso con i nuovi regolamenti della secondaria discussi negli stessi mesi), riporta per la seconda volta a 15 anni l’obbligo scolastico che il centrosinistra, in linea con la maggioranza dei Paesi europei, aveva faticosamente innalzato a 16 anni”. Per Bachelet ormai siamo al “becero bipolarismo scolastico”, che “promuove un apprendistato selvaggio che mina alla base la possibilità del recupero della dispersione. Un simile apprendistato non ha nulla a che fare con le esperienze positive di apprendistato del nord Europa e anche del nostro Alto Adige, che sono invece guidate e accompagnate dalla scuola e dagli enti locali”. L’esponente del Pd fa intendere che in caso di approdo al Governo, il suo partito cercherà di cambiare di nuovo la norma: l’obiettivo è creare “un obbligo di istruzione fortemente ancorato al conseguimento di competenze generali e alle politiche dell`orientamento, in una scuola rinnovata sul piano metodologico e didattico e aperta ad esperienze di alternanza con il mondo del lavoro, nelle quali sia però garantita equità e qualità dell`azione formativa”.

Tecnica della Scuola 22.10.10

"Tutti i dubbi del Quirinale", di Massimo Giannini

Il nuovo Lodo Alfano pone “una grande questione costituzionale”. Una questione che va addirittura al di là dei problemi posti dal principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, previsto dall´articolo 3 della Carta del 1948, e gravemente “vulnerato” dalla retroattività dello scudo giudiziario introdotto dall´emendamento Vizzini a beneficio del presidente del Consiglio.
Una questione che investe l´intero “impianto costituzionale”. La pseudo-riforma voluta da Silvio Berlusconi per sfuggire ai suoi processi rischia di stravolgere la “forma di governo parlamentare”, sancita dagli articoli 55-69. Di alterare le “prerogative del presidente della Repubblica”, fissate dagli articoli 87-91. Di squilibrare i “poteri del governo”, disciplinate dagli articoli 92-96. Chi in questi giorni difficili ha avuto occasione di parlare con Giorgio Napolitano, ha potuto toccare con mano la sua grande preoccupazione per questo strisciante sovvertimento del nostro “ordine costituzionale”.
Sulla scrivania del Capo dello Stato c´è un dossier sul nuovo Lodo Alfano (allestito e aggiornato quotidianamente dai suoi collaboratori Donato Marra, Salvatore Sechi e Loris D´Ambrosio) in cui sono raccolti gli interventi e i contributi di giuristi e costituzionalisti. E l´attenzione del Quirinale si concentra soprattutto su questo secondo aspetto del disegno di legge che porta il nome del ministro della Giustizia. Gli “effetti costituzionali”, prima ancora delle sue implicazioni processuali. Effetti potenzialmente dirompenti, in primo luogo sul piano ordinamentale, e in secondo luogo anche sul piano politico. Perché le nuove norme previste dal Lodo-bis, di fatto, avviano la trasformazione dell´Italia da “Repubblica parlamentare” a “Repubblica presidenziale”, attraverso la tappa impropria e intermedia del “premierato elettivo”.
Il passaggio cruciale (già segnalato dal Sole 24 Ore di domenica scorsa e descritto su questo giornale da Giuseppe D´Avanzo e Carlo Galli) è la “metamorfosi” del presidente del Consiglio implicita nella riforma costituzionale pretesa dal centrodestra. Con il nuovo Lodo il premier, in forza della legittimazione che gli deriva dall´investitura popolare sancita dall´indicazione del suo nome nella scheda elettorale, viene “elevato” di rango rispetto ai ministri del suo governo (nei cui confronti è “primus” non più “inter”, ma “super pares”) ed equiparato a tutti gli effetti al presidente della Repubblica. Si introduce così una forma spuria di “dualismo istituzionale” che non ha raffronti in nessun altra democrazia occidentale, e che altera l´intero meccanismo di formazione e di bilanciamento dei poteri.
Il primo Lodo Alfano, varato con legge ordinaria all´inizio della legislatura, prevedeva lo scudo processuale per le cinque “alte cariche” dello Stato: presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, presidenti delle due Camere, presidente della Consulta. La Corte costituzionale lo bocciò, con la sentenza 262 del 2009. E lo fece, sia pure riconoscendo l´interesse repubblicano al “sereno svolgimento” delle funzioni del presidente del Consiglio, stabilendo che lo stesso dovesse comunque restare sullo stesso piano dei suoi ministri, secondo l´interpretazione consolidata dell´articolo 92 della Costituzione: il presidente, organo monocratico nominato dal Capo dello Stato, non essendo definito “primo ministro” né “capo del governo” dalla carta, non è considerato in posizione di supremazia gerarchica o di “preminenza” nei confronti del Consiglio dei ministri. Inoltre, stabilì allora la Consulta, essendo il primo Lodo Alfano una legge ordinaria, non era in alcun modo “idonea a modificare la posizione costituzionale del presidente del Consiglio”.
Uscì sconfitta, allora, la tesi opposta sostenuta in giudizio dall´ex avvocato difensore del premier, Gaetano Pecorella: il premier non è “sullo stesso piano dei ministri”, poiché la Costituzione e le leggi “gli attribuiscono espressamente rilevantissimi poteri-doveri politici, di cui è il solo responsabile”. E la conferma di queste “attribuzioni speciali” sarebbe proprio la legge elettorale vigente, che “collega l´apparentamento dei partiti politici a un soggetto che si candida espressamente per esercitare le funzioni del presidente del Consiglio”.
Ora, nel secondo Lodo Alfano, questa volta di rango costituzionale secondo le procedure previste dall´articolo 138, il Pdl recupera e reintroduce nell´ordinamento proprio il “teorema Pecorella”. L´esclusione dei ministri dalla copertura processuale, decisa dalla maggioranza il 29 settembre scorso, formalizza e costituzionalizza la “preminenza” del presidente del Consiglio, che lo rende “sovraordinato” rispetto ai suoi ministri (perché eletto dal popolo) e meritevole delle stesse “guarentigie” assegnate al Capo dello Stato (perché ugualmente “speciale” dal punto di vista costituzionale). Questa forzatura delle regole vigenti, bocciata dalla Consulta un anno fa perché tentata con la via semplice della legge ordinaria, diventa adesso possibile con la procedura rinforzata della legge di revisione costituzionale. Se il Lodo Alfano bis fosse approvato dalle Camere con la maggioranza dei due terzi, o se venisse approvato a maggioranza semplice ma poi ratificato dagli elettori con il referendum confermativo, il “delitto” sarebbe perfetto.
La Costituzione sarebbe stravolta, e non ci sarebbe nessuna Consulta e nessun altro organo di garanzia titolato a fermare il “colpevole”. Ecco perché Napolitano osserva con una comprensibile inquietudine ciò che sta avvenendo al Senato. L´esito di questo ennesimo strappo berlusconiano è “imprevedibile”, da tutti i punti di vista. Sul piano costituzionale, si profila l´avvento di un “premierato elettivo”, che è molto più di una “coabitazione all´italiana” tra capo del governo e capo dello Stato. E´ in realtà l´anticamera di un presidenzialismo anomalo, in cui convivono e fatalmente confliggono un presidente del Consiglio consacrato dal popolo e un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento. E in cui fatalmente, presto o tardi, il primo sostituirà il secondo. O renderà comunque necessario un definitivo e a quel punto forzoso “consolidamento” dei due poteri in uno solo.
Nel frattempo, sul piano politico si profilano conseguenze altrettanto imprevedibili. La nuova “forma di governo” implicita nel Lodo bis, mai vista altrove, giustifica ulteriori preoccupazioni. Si pone un “caso di scuola”. Se la pseudo-riforma fosse approvata anche solo dal primo ramo del Parlamento, e se si dovesse arrivare a una crisi di questa maggioranza nella prossima primavera (come qualcuno ipotizza anche dentro il Pdl) chi può escludere che il Cavaliere non userebbe proprio il principio del “premierato elettivo” implicito nel Lodo bis come una “clava” da brandire contro il Quirinale, per impedirgli di affidare l´incarico a chiunque non sia stato “votato dal popolo italiano”, e per scongiurare così qualunque ipotesi di “governo tecnico”?
Eccola qui, “l´improvvida e affrettata riforma della Costituzione” denunciata su questo giornale da Carlo Galli, che dà corpo all´idea “erronea, semplificatoria, illusoria oltre che in stridente contrasto con la Costituzione, che il presidente del Consiglio sia eletto direttamente dal popolo”. Ed eccolo qui, il “corollario” avvelenato di questa idea: che nella nostra Repubblica sia illegittimo qualunque governo diverso da quello guidato da chi ha ricevuto la sacra unzione operata dalla sola “divinità laica (il popolo sovrano) capace di trasformare qualitativamente l´eletto, e di conferirgli un carisma speciale”.
Sembra fanta-politica. Ma non lo è affatto. Per questo, sul Colle si segue passo passo il “percorso del Lodo bis”. Napolitano, per usare una formula ciampiana, è “silente ma tutt´altro che assente”. La riforma lo chiama in causa direttamente, ma mai come nel caso di una legge di revisione costituzionale il presidente della Repubblica deve limitare il suo ruolo pubblico a quello di “notaio”. Si spiega così il comunicato di tre giorni fa, con il quale il Quirinale ha ribadito per la seconda volta (come già aveva fatto il 7 luglio) la sua assoluta e rigorosa estraneità “alla discussione, nell´una e nell´altra Camera, di qualunque proposta di legge e di sue singole norme, specialmente ove si tratti di proposte di natura costituzionale o di iniziativa parlamentare”.
Anche in questo caso, com´è ormai prassi consolidata nel settennato di Napoltano, nessuna intromissione e nessuna “moral suasion”. Ma questa “neutralità” formale, ovviamente, non significa affatto conformità sostanziale. Al contrario. Sul Colle è in corso una “riflessione profonda” su ciò che sta accadendo a Palazzo Madama, e su ciò che accadrà nelle prossime settimane intorno al Lodo Alfano bis. L´auspicio del Capo dello Stato, in attesa di mettere a fuoco i modi e i tempi di un suo possibile intervento istituzionale sul tema, è che di questa riflessione si facciano carico tutti coloro che hanno a cuore i destini della Repubblica. Sarebbe paradossale se, nell´Italia troppo disincantata e assuefatta di oggi, funzionasse al contrario quello che ai tempi della Costituente, sulle macerie della dittatura fascista, fu definito “il complesso del tiranno”.

La Repubblica 22.10.10

"Terzigno brucia e a Roma si fa ammuina. Pdl spaccato", di Gianni Del Vecchio

Venti poliziotti feriti, otto mezzi danneggiati, cinque autocompattatori incendiati e tre distrutti. Questo il bilancio dell’ennesima giornata di scontri a Terzigno, dove i cittadini non ne vogliono sapere di una nuova discarica. Per cercare di mettere una pezza a una situazione che giorno dopo giorno rischia di andare completamente fuori controllo, il premier Berlusconi ha convocato per oggi a palazzo Chigi una riunione ad hoc, in cui saranno presenti il presidente della regione Campania, Stefano Caldoro, il sottosegretario Guido Bertolaso e i ministri competenti, fra cui quello dell’interno Roberto Maroni, quello dell’economia Giulio Tremonti e Stefania Prestigiacomo, titolare dell’ambiente.
Chi però si aspetta dall’incontro decisioni importanti verrà deluso. E come diceva Tito Livio, «mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata». Il vertice ristretto al massimo delibererà incentivi economici per le popolazioni che vedranno sorgere sul loro territorio una discarica, terzignesi in primis. Nulla di più. Perché dopo la decisione del Pdl campano di andare fino in fondo con l’apertura della seconda discarica di Terzigno (con la benedizione di Bertolaso), margini di manovra per una soluzione alternativa non ci sono più. Con Berlusconi e il presidente della provincia Luigi Cesaro costretti a incassare il colpo: entrambi s’erano impegnati a trovare una soluzione diversa per la gente che vive alle falde del Vesuvio. Il premier non più tardi di un mese fa aveva annunciato con una certa sicumera: «Entro una settimana vengo di persona ed elimino anche la puzza che sale dalla discarica già aperta». Invece a Terzigno non ci è mai andato e, nonostante le rassicurazioni date al sindaco, non potrà che ratificare l’apertura di cava Vitiello. Del resto la stessa Prestigiacomo ieri è stata chiara: «Il governo dovrà discutere, ma andremo avanti comunque sulla road map decisa due anni fa e apriremo discariche dove è necessario».
Tirare dritto sulla nuova discarica, a costo di scontri e disordini, è anche la vittoria di una parte del Pdl campano e la sconfitta di un’altra, quest’ultima più vicina a Berlusconi. A spingere per il rispetto della legge varata due anni fa, sono stati prima di tutto il governatore Caldoro (che in un’intervista ha fatto sapere che «per ripulire Napoli non guarda in faccia neanche agli alleati») e il ministro Mara Carfagna. I due sono le punte più avanzate della corrente che si oppone alla “fantastica coppia” Cosentino-Cesaro, che finora ha avuto in mano le redini del partito campano.
L’alta tensione a Terzigno per i due compari è infatti uno stillicidio: così il primo perde l’aurea di risolutore del problema rifiuti che s’era guadagnato due anni fa e il secondo si mostra inadeguato nel suo incarico da presidente della provincia.
Accanto alle faide interne, Berlusconi poi si trova a dover fronteggiare l’insofferenza della polizia, stufa di dover assumere sulle proprie spalle le inefficienze della politica. Lo hanno detto i poliziotti mercoledì a Europa e ieri lo ha ribadito il loro capo Antonio Manganelli: «C’è rammarico per il fatto che temi che altri soggetti sono chiamati a risolvere trovino in un ruolo di supplenza la polizia».

da Europa Quotidiano 22.10.10

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“Aspettando qualcuno che decida”, di MICHELE BRAMBILLA

Per far fronte all’emergenza-guerriglia di Terzigno, che poi è una conseguenza dell’emergenza-rifiuti della Campania (ormai in Italia tutto è «emergenza», tanto che bisognerebbe modificare i vocabolari introducendo la nuova voce: «Emergenza: stato di assoluta normalità») il governo ha convocato per questa mattina un vertice. Non sappiamo se la notizia possa placare i furori degli abitanti di Terzigno, e tranquillizzare i napoletani che vedono ricomparire le montagne di monnezza che il governo Berlusconi, come suo primo atto, aveva fatto sparire guadagnandosi un plauso quasi bipartisan. Anche «vertice» ormai è diventato un termine consueto, anzi abusato. Ad ogni emergenza, appunto, fa seguito un «vertice», che sempre più spesso produce lo stesso effetto pratico di quello che producevano, nella Prima Repubblica, le «commissioni parlamentari», istituite per risolvere qualche problema e immancabilmente destinate a crearne di nuovi, se non altro per la perdita di tempo. I l timore è che, per quanta buona volontà possano metterci questa mattina i ministri riuniti in consiglio con il premier, difficilmente riusciranno a sbrogliare la matassa una volta per tutte.

Non tanto perché sia complicata, in sé, la questione dei rifiuti in Campania. Quanto perché il vero problema da risolvere è quella specie di male oscuro che avvelena l’amministrazione dell’azienda Italia, e cioè l’impossibilità di stabilire in modo certo e definitivo chi decide per cosa. In Italia non è mai chiaro di chi sia, quando c’è da prendere una decisione, l’ultima parola. A chi spetta la soluzione dell’«emergenza» rifiuti in Campania? Dovrebbe spettare alle amministrazioni locali, cioè alle regioni e ai comuni. Ma se né la regione né i comuni riescono nella francamente non titanica impresa di consentire ai cittadini di vivere senza la spazzatura sotto il naso, ecco che interviene il governo. Ma se il governo interviene, ecco che la regione e i comuni eccepiscono. E se anche tutti e tre – Governo, Regione e Comuni – si mettessero d’accordo, ecco che ad eccepire sono i cittadini. E se poi i cittadini trovassero l’accordo con governo, regione e comuni (siamo comunque nella fantascienza) ecco che ad eccepire è la camorra.

Non è solo una cosa che succeda in Campania. La vicenda dei rifiuti napoletani ricalca in buona parte tante altre «vertenze» da tempo aperte e mai chiuse per il semplice motivo che c’è sempre qualcuno che eccepisce e nessuno che ha la forza per imporsi. Si decide ad esempio di dotare l’Italia di quel che da un pezzo hanno gli altri Paesi industrializzati: l’alta velocità. Benissimo. Il governo decide, sentite le Ferrovie dello Stato e le amministrazioni locali, però ecco qualche sindaco che dice eh no, nel mio comune no; e gli abitanti della zona, gli ecologisti, e così via. Un ministro dice che bisogna fare una centrale nucleare in Lombardia? Ecco che un partito pur di governo – la Lega – dice che in Lombardia non è il caso, e gli abitanti dei comuni interessati pronti a fare le barricate.

E ancora: un sindaco riempie la scuola comunale di simboli di partito? Tutti che si stracciano le vesti, ma nessuno che prende una decisione che metta fine, nero su bianco, alla querelle: il prefetto aspetta ordini dal ministro degli Interni, il quale a sua volta passa la palla a quello dell’Istruzione, il quale si dichiara incompetente. E ancora: si decide una riforma dell’università. Però quando arriva il momento di farla, lo stesso governo che ha varato la riforma dice che non ci sono i soldi per farla. Andiamo avanti. La Rai è nella bufera: ma chi comanda davvero alla Rai? Il presidente? Il direttore generale? Il comitato di vigilanza? Mah.

Sembra che in Italia qualcosa impedisca sempre di comandare a chi deve comandare. Intendiamoci bene. La soluzione non è quella, come qualcuno vorrebbe, di concentrare più poteri in una sola mano. L’«uomo forte» è tutt’altro che la garanzia di efficienza: raccontano che Franco – che era Franco – accatastava le questioni più spinose sulla sua scrivania in modo che l’ultima nascondesse la penultima, e aspettava che le grane si risolvessero da sé. Basterebbe, più semplicemente, che la politica si prendesse la responsabilità dell’impopolarità, deliberando e poi tirando diritto senza curarsi di piacere a tutti. Come ad esempio sta facendo la Germania, che ha prolungato di dieci anni il piano per il nucleare; o l’Inghilterra, che ha deciso di ridurre i dipendenti pubblici; o la Francia, che non recede dalla sua riforma delle pensioni nonostante gli scioperi e i disordini di piazza. E non sono dittature. Però sono appunto la Germania, l’Inghilterra e la Francia: non l’Italia.

La Stampa 22.10.10

“ La Lega Nord getta la maschera: vuole il nucleare in Emilia-Romagna”

Marco Lombardelli, coordinatore dell’Esecutivo del PD dell’Emilia-Romagna: “Castelli surreale, è favorevole al nucleare in Lombardia ma lo vuole a Caorso. Ora siano i rappresentanti emiliani della Lega a dire come la pensano”.
Finalmente la Lega Nord getta la maschera e si dichiara favorevole al nucleare in Emilia-Romagna. Stupisce che a ‘vuotare il sacco’ sia il Viceministro della Lega Nord Roberto Castelli che, interrogato sull’opportunità di una centrale in Lombardia, si affretta a precisare come ‘Caorso, che da un punto di vista geografico è in Emilia’ ma che lui considera ‘padana e lombarda a tutti gli effetti’ possa essere ‘un’occasione irripetibile e in funzione nel giro di quattro anni’. “Pare surreale”, commenta Marco Lombardelli, coordinatore dell’Esecutivo del PD regionale: “si al nucleare in Lombardia ma facciamolo in Emilia-Romagna. La Lega è sempre più confusa e contraddittoria”.
“Il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna ribadisce ancora una volta il suo deciso no ad un ritorno al nucleare a Caorso – prosegue Lombardelli. E lo fa da sempre con coerenza: non a caso pochi giorni fa il gruppo del PD in Regione ha presentato una risoluzione per affermare l’indisponibilità della Regione ad ospitare una centrale nucleare all’interno del territorio, puntando con decisione su un percorso energetico basato sulle energie rinnovabili e come rilancio dell’economia. Ora devono essere i rappresentanti regionali della Lega Nord a parlare chiaro e a dirci come la pensano, sia nei confronti del loro viceministro, sia col voto sui banchi dell’Assemblea Legislativa”.
“Il Governo e la destra – conclude Lombardelli – lavorino per obiettivi concreti e seri, cerchino un’altra strada e si occupino di dotare il Paese di un grande piano nazionale di risparmio energetico”.

"Il posto in banca per diritto ereditario", di Tito Boeri

Siamo passati dalla dittatura proletaria alla ingessatura della prole bancaria. In tutto il mondo i figli degli ex-dipendenti Unicredit saranno uniti nel postulare per la banca unica. L´accordo appena siglato sugli esuberi nel grande gruppo bancario li chiama a raccolta: i figli degli ex dipendenti riceveranno “a parità di valutazione in sede di selezione, una priorità nell´assunzione”. È un precedente per il settore privato, non per il pubblico. Basti pensare che ai tempi delle banche di interesse nazionale, il Banco di Napoli aveva introdotto dei veri e propri automatismi: via il padre, il posto veniva assegnato al figlio, lo sportello bancario era, di fatto, intestato alla famiglia. Si narra anche di clausole ereditarie, con posti tramandati dai genitori ai figli, anche in vecchi contratti dell´Eni e di altre aziende partecipate. Negli archivi del Cnel sarà possibile trovare tracce di questo feudalismo dei giorni nostri. A quanto pare, le cattive idee non muoiono mai. La voglia di creare dinastie di bancari ha poi radici lontane. Ne narrava anche Giovanni Verga, “da che il mondo era mondo, di padre in figlio avevano sempre avuto delle banche sull´acqua (e delle tegole al sole)”.
È davvero sorprendente che un sindacato che ha storicamente fatto dell´egualitarismo la propria bandiera, ritrovi la propria unità imponendo una clausola di questo tipo in un accordo collettivo e si sia spinto fino a chiedere che non ci fosse condizione alcuna per la successione da padre e figlio (l´accordo poi raggiunto prevede che i figli privilegiati nelle assunzioni siano laureati e parlino la lingua inglese). Il sindacato familista vuole perpetrare le disuguaglianze, chiudendo a priori la porta in faccia a chi ha magari titoli, vocazioni e motivazioni ben più forti per entrare in banca. Chi ha il genitore bancario, anche se è capra, campa, mentre senza bancario in famiglia, anche chi non è capra crepa.
Oltre all´eredità della casa (o del terreno) di proprietà, anche il trasferimento intergenerazionale del posto di lavoro è in Italia un potente fattore di immobilità sociale. Come documenta un volume fresco di stampa, curato da Daniele Checchi per Il Mulino (Immobilità Diffusa. Perché la Mobilità Intergenerazionale è cosi bassa in Italia), l´Italia è, dopo il Brasile, il paese in cui i divari di reddito fra genitori sono maggiormente persistenti anche fra i figli. In cui il titolo di studio dei genitori predetermina quello dei figli. Da noi chi ha problemi ad arrivare alla fine del mese difficilmente riesce a permettere ai propri figli di continuare gli studi. Non ci pensano oggi certo le banche, e non ci penseranno ancor di più istituti di credito che pullulano di dinastie di bancari, a offrire loro prestiti d´onore. Non ci pensa oggi il settore pubblico che non garantisce certo il diritto allo studio su tutto il territorio nazionale. Le regioni del Sud, con il primato negativo di Puglia e Molise, offrono borse di studio a meno del 50 per cento degli aventi diritto. Insomma da noi chi ha vinto una borsa di studio rischia di scoprire poi che è vuota mentre chi ha avuto ha avuto e continuerà ad avere. Il merito viene da tutti invocato solo per non essere mai applicato.
È sorprendente che un management che dichiara di voler fare dell´internazionalizzazione il proprio cavallo di battaglia accetti di sostituire una selezione basata sul merito con la successione forzata del genitore al posto di combattimento. Non so come la prenderanno agli azionisti. Non è certo una trovata per ridurre i costi della buonuscita (70 per cento netto dell´ultima retribuzione fino alla pensione). Non servirà neanche a ridurre i costi fiscali degli esuberi (anche gli azionisti pagano le tasse), dato che di prepensionamenti in gran parte si tratta. Forse la clausola verrà presentata in assemblea come una forma di ritorno al territorio. Ci immaginiamo già la campagna pubblicitaria: offriamo ai nostri clienti l´opportunità di respirare in banca un´aria familiare, casalinga. Controlleranno allora, più che il titolo di studio, che genitori e figli si assomiglino? Certo la condivisione dei tratti somatici è più facile da valutare che il pezzo di carta, la laurea in qualsiasi disciplina e in qualsiasi università che viene richiesta nella clausola contrattuale come condizione per accordare la priorità. Peccato, per i clienti allo sportello, che le banche dei dati ci dicano che raramente i geni si trasferiscono attraverso le generazioni. Un nipote di Darwin era noto per essere la contraddizione vivente della teoria dell´evoluzione della specie. Speriamo solo che tra i bancari le cose vadano diversamente

La Repubblica 22.10.10

Agcom contro Tg1: troppa maggioranza. Berlusconi cita Report

Una diffida al Tg1 e un richiamo al Tg4 e a Studio Aperto per ”il forte squilibrio” a favore della maggioranza e del governo: e’ la decisione adottata oggi dalla commissione Servizi e Prodotti dell’Autorita’ per le garanzie nelle comunicazioni, in base ai dati del monitoraggio sul pluralismo per il periodo luglio-agosto-settembre 2010. ”Qualora tale squilibrio perdurasse – avverte l’Agcom – verranno adottati ulteriori provvedimenti”. L’Antitrust ha avviato due distinte istruttorie nei confronti di Rai e Rti per verificare se il meccanismo del televoto sia trasparente o se, invece, costituisca una pratica commerciale scorretta a danno dei consumatori.

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha dato mandato all’avvocato Fabio Lepri di Roma per procedere in sede giurisdizionale, al fine di ottenere l’accertamento della natura offensiva e diffamatoria del servizio diffuso il 17 ottobre scorso su Rai Tre durante la trasmissione Report, con integrale risarcimento dei danni. Il giudizio, viene spiegato, sarà promosso contro tutti i responsabili dell’illecito, e sarà chiesta anche la pubblicazione della futura sentenza sui principali mezzi di comunicazione.

”Se il premier si ritiene diffamato, e’ un suo diritto intraprendere tutte le azioni che crede: noi ci difenderemo nelle sedi competenti”: e’ il commento a caldo all’ANSA di Milena Gabanelli, conduttrice di Report, alla notizia dell’iniziativa legale del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha deciso di procedere in sede giurisdizionale per accertare la natura offensiva e diffamatoria del servizio di domenica scorsa sui suoi presunti possedimenti immobiliari nell’isola caraibica di Antigua. ”La domanda posta nell’inchiesta – ricorda Gabanelli – era una sola: da chi lui ha acquistato quei terreni. E’ una risposta che per il momento non ci pare ci sia”.

da www.unita.it

L’acqua è di tutti

Proposta di legge sull’acqua pubblica presentata dal Pd sul governo della risorsa idrica e la gestione del servizio idrico integrato. “ L’acqua è un bene pubblico e sono beni pubblici anche le strutture del servizio idrico integrato”. Al centro della proposta politica l’istituzione di un’Autorità di regolazione indipendente, l’introduzione di un fondo nazionale per il riequilibrio territoriale e di una tariffa sociale a vantaggio dei nuclei familiari più numerosi e delle fasce meno abbienti
“Siamo qui perché, testardamente, vogliamo occuparci di questioni reali” così Pier Luigi Bersani ha introdotto la conferenza stampa di presentazione della proposta di legge del Pd sull’acqua pubblica insieme a Dario Franceschini, Anna Finocchiaro e Stella Bianchi. “Il tema ambientale – ha continuato il leader democratico – è tutt’ora troppo trascurato. Per noi è invece una chiave prioritaria soprattutto in relazione alla crisi economica e sociale affinché il Piano Acqua sia uno dei progetti Paese”.
Bersani ha voluto ricordare come la privatizzazione non è la risposta giusta per la razionalizzazione dell’utilizzo dell’acqua. “L’acqua e la salute dell’acqua vanno riconsegnate a Dio così come ce l’ha date” ha concluso Bersani.
“Questa proposta – ha aggiunto il capogruppo al Senato Anna Finocchiaro – nasce nel solco delle iniziative sui beni comuni, senza alcuna estemporaneità e in coerenza con le scelte del Pd. Noi vogliamo cominciare a introdurre l’idea di una gestione federalista delle risorse e questa è anche la nostra impostazione per quel che riguarda i decreti attuativi del federalismo”. La proposta prevede anche un fondo nazionale ”per riequilibrare le risorse in modo che non ci siano diritti di serie A e di serie B in ordine all’accesso all’acqua”.

“Noi traduciamo l’oggetto del referendum – ha dichiarato Franceschini – in una proposta di legge. Del resto l’aspetto prevalente della battaglia referendaria era culturale perché i quesiti referendari sono sempre limitati al merito delle questioni poste. Ora noi vogliamo capire se è possibile che anche qualcuno nella maggioranza si ravveda rispetto al decreto Ronchi”.

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I punti del progetto di legge illustrati da Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd.

La proposta di legge sull’acqua pubblica elaborata dal Partito Democratico nasce da un giudizio profondamente negativo sul decreto Ronchi, che ha imposto la privatizzazione forzata del servizio idrico integrato togliendo agli enti locali e quindi alle comunità ogni potere di decisione. E da un giudizio altrettanto negativo sul decreto Calderoli, che ha successivamente disposto la soppressione degli ATO (assemblee di ambito territoriale ottimale) entro il dicembre 2010, creando un’incertezza che impedisce una corretta ed efficiente gestione del servizio.
Dal successo della raccolta di firme per i referendum per l’acqua pubblica arriva una forte e giusta rivendicazione di tutela dell’acqua pubblica, di garanzia sulle condizioni in cui viene svolto il servizio idrico integrato. Il Partito Democratico è impegnato nella stessa battaglia e propone un disegno di riforma organica del settore che tuteli la risorsa acqua e la garanzia di un servizio di massima qualità per i cittadini a tariffe eque. Il testo che presentiamo oggi sarà poi sottoposto a una consultazione con i nostri iscritti, gli amministratori locali, le associazioni dei consumatori, le associazioni ambientaliste, le parti sociali.

I punti fondamentali della proposta sono:

* Ribadire che l’acqua è un bene pubblico e sono beni pubblici anche le strutture del servizio idrico integrato;
* Una gestione industriale del servizio idrico che abbia una dimensione di scala adeguata, utilizzi le migliori tecnologie, e che sia realizzata secondo criteri di efficienza, efficacia ed economicità;
* Gli amministratori locali, sindaci in primo luogo, riuniti nell’assemblea di ambito territoriale ottimale, hanno il compito di prendere le decisioni fondamentali riguardo al servizio idrico integrato e quindi gli obiettivi di servizio, l’uso della risorsa, gli investimenti, il limite di sostenibilità della tariffa, l’affidamento del servizio idrico;
* Istituzione di un’Autorità di regolazione indipendente che abbia poteri di verifica dei piani strategici e dei piani d’ambito, che verifichi la congruità delle tariffe, che controlli l’attività dei gestori con poteri di ispezione e di sanzione;
* Introduzione di una tariffa sociale a vantaggio dei nuclei familiari più numerosi e delle fasce meno abbienti;
* Istituzione di un fondo nazionale per il riequilibrio territoriale delle dotazioni e delle infrastrutture idriche e per la preservazione della risorsa acqua, a garanzia dell’accesso universale a un servizio di massima qualità secondo criteri di equità e solidarietà;
* Partecipazione, garanzia e informazione per gli utenti sono tutelate dall’Autorità di regolazione che garantisce a tutti i cittadini la massima trasparenza.

A.Dra

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