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«La sinistra divisa tra realisti e sognatori», di Eugenio Scalfari

Prima (ma necessaria) premessa. A me non piace il politichese. Non mi piace come linguaggio e cerco infatti di tenermene lontano; ma non mi piace neppure come argomento anche perché – ne sono certo – non piace neppure ai nostri lettori. Voglio rubare a Franco Marcoaldi le parole con le quali chiude il suo spettacolo “Sconcerto” che ha avuto all’Auditorium di Roma tre serate di grande successo: “Le cose sono quello che sono. Un’arancia è un’arancia. Una casa è una casa. La pioggia che cade è la pioggia che cade”. Ecco. Ai nostri lettori piace questo linguaggio ed anche a me.

Seconda premessa. La comparsata di Berlusconi alla cena che ha concluso il vertice di Bruxelles tra i capi di governo dell’Unione europea è stata semplicemente scandalosa. Si parlava dei “rom”, alias zingari. Sarkozy li sta cacciando dalla Francia ancorché – come lui stesso ha detto – metà di loro siano cittadini francesi. La Commissione europea è contraria ad una politica che colpisce un’etnia anziché singoli responsabili di eventuali reati. Il nostro premier gli ha fatto eco per ingraziarsi la Lega. La Francia, due secoli e mezzo fa, esportò in Europa e nel mondo lo slogan “fraternità” insieme a quelli di libertà ed eguaglianza. Sarkozy si è messo sotto i piedi la fraternità e Berlusconi ha fatto altrettanto e in più si sta mettendo sotto i piedi anche gli altri due principi che hanno costituito il fondamento della modernità liberal-democratica. Questo modo di comportarsi di chi rappresenta il nostro Paese mi fa vergognare d’essere italiano.

Terza premessa. Il governo italiano, il ministro dell’Economia, le principali agenzie economiche internazionali hanno pochi giorni fa diffuso informazioni secondo le quali il peggio della crisi economica era ormai alle spalle. La Confindustria ha fatto eco. I vari indici economici, a cominciare dal Pil dei vari paesi, sono stati corretti al rialzo. Ma tre giorni fa la Banca d’Italia ci ha informato che il debito pubblico ha raggiunto nuove vette mentre le entrate tributarie registrano una netta diminuzione rispetto all’anno precedente. La Confindustria dal canto suo ha comunicato che la produzione industriale è ai minimi storici, l’evasione fiscale è salita ai massimi e nei prossimi mesi saranno distrutti altri trentamila posti di lavoro nell’industria manifatturiera. Per conseguenza i principali indici economici sono stati rivisti al ribasso. Questi Soloni dicono a distanza di pochi giorni o di poche ore una cosa e il suo contrario. Trovo vergognosi questi comportamenti. Lo ripeto: un’arancia è un’arancia e la pioggia che cade è la pioggia che cade.

Fatte queste premesse, oggi è d’obbligo che mi occupi di quanto sta accadendo nel Partito democratico e nel vasto arco della pubblica opinione orientata a sinistra e comunque all’opposizione nei confronti dell’anomalia berlusconiana. Nel centrodestra è in corso una crisi devastante e tutt’altro che conclusa. Sono in corso manovre da calcio mercato di deputati e senatori comprati e venduti, di mini-ribaltoni consumati sotto gli occhi di tutti. Ci potrebbero persino essere estremi di reato per voto di scambio. Ma la sinistra non trae finora alcun beneficio dal marasma della maggioranza. Perché? Questo è il mio tema di oggi. Domenica prossima, se non accadranno sconquassi peggiori, vorrei esaminare il tema dell’amore e della sua storia. Spero proprio di poterlo fare.

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I sondaggi, per quel che valgono, danno nelle intenzioni di voto il Pdl leggermente sotto al 30 per cento, la Lega tra l’11 e il 12, il Pd tra il 25 e il 26, Di Pietro al 5, Vendola al 5, Casini tra il 5 e il 6, Fini al 7. La platea di chi non ha ancora deciso al 30 per cento, quelli che comunque non voteranno, al 20. Perciò le intenzioni di voto sopra indicate riguardano la metà del corpo elettorale. I valori reali di quei numeri vanno dunque ridotti della metà, il che significa che il partito di Berlusconi rappresenta oggi il 15 per cento del corpo elettorale e il Partito democratico il 13. Un’arancia è un’arancia.

Finora il Pd non ha tratto alcun beneficio quantitativo dalla crisi del centrodestra, ma neanche Di Pietro e – a guardar bene – neanche la Lega. Il deflusso dal Pdl è andato in buona parte a Fini e in altra parte all’area delle astensioni e o a quella di chi non ha ancora deciso se votare e per chi. Il Pd non ha “appeal” (stavo per scrivere “sex appeal”) Bersani da qualche tempo è più incisivo, ma ha ancora un’aria da buon padre di famiglia, di buonsenso, ma non certo da trascinatore. Bersani non fa sognare. Non è il suo genere e credo che non gli piaccia. Shakespeare dice nella “Tempesta” che la nostra vita è fatta della stessa stoffa di cui son fatti i sogni. Beh, Pierluigi Bersani non è fatto di quella stoffa. Berlusconi – incredibile a dirsi – invece sì. Solo che, come capita a tutti i ciarlatani, spesso la stoffa dei suoi sogni si strappa come il cerone che si mette in faccia e dagli strappi si vedono le vergogne. Questa comunque è la situazione.

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Quello che con un po’ di enfasi possiamo chiamare il popolo di sinistra si divide in due diverse tipologie: chi vuole sognare e chi vorrebbe progetti concreti su temi concreti che interessano la vita di tutti.
I temi concreti, più o meno, coincidono con quelli sui quali Berlusconi il prossimo 28 settembre chiederà la fiducia alla Camera: la riforma fiscale, la giustizia, il federalismo, il Mezzogiorno, la sicurezza. I finiani li voteranno perché, allo stato dei fatti, sono soltanto titoli di cinque temi tutti da svolgere. Lo svolgimento e il consenso sullo svolgimento si vedranno dopo.

Quegli stessi temi interessano anche il popolo di sinistra e i partiti che in qualche modo vogliono rappresentarlo. Specialmente i riformisti del Pd. I quali dovrebbero nel frattempo produrre il loro proprio svolgimento di quei temi. Finora questo svolgimento non c’è stato oppure è stato parziale e generico.
Ma il popolo di sinistra e i partiti hanno anche altri temi non meno importanti: l’occupazione, le tasse sul lavoro e sulle imprese, la crescita dell’economia e dei consumi, la lotta all’evasione, la diminuzione delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e dei patrimoni. Ed anche il conflitto di interessi e la legge elettorale per sostituire il vergognoso “porcellum” escogitato tre anni fa da quel sinistro burlone di Calderoli.

Come si vede, di carne da mettere al fuoco ce ne sarebbe in abbondanza, ma finora i cuochi si sono occupati d’altro. Non si sa bene di che cosa. E poi c’è quella parte di popolo che vuole sognare. Va detto per la precisione che spesso il desiderio di programmi concreti e di sogni alberga nella stessa persona. Per soddisfare quest’intreccio che anima l’intero corpo elettorale in tutti i paesi liberi e democratici ci vogliono leader carismatici. Carismatici sì, ma anche capaci di governare. Non dico governare nel senso ristretto dei ministeri, ma governare organizzazioni complesse, grandi enti territoriali, processi di forze umane in movimento.
Non sempre le persone che hanno carisma hanno familiarità con strutture complesse da governare e, viceversa, non sempre anzi quasi mai persone capaci di governare possiedono carisma. Per di più il cosiddetto popolo della sinistra considera i volti dei leader di partito come nomenklature spremute e non più utilizzabili. Non tutti ragionano in questo modo, ma molti sì. Il corto circuito di questo modo di sentire è un’ipotesi e un pericolo che va segnalato e analizzato con grande attenzione.

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Chi può provocare il corto circuito è Nichi Vendola. In misura molto minore Grillo. In misura minima, il sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Sfasciacarrozze per carattere e/o per convenienza. C’è chi ama gli sfasciacarrozze, ma per fortuna sono pochi. Il popolo di un paese, anche un po’ sballato, è più serio e più intelligente di quanto si pensi. Se è furbo e un po’ malandrino come molti sono, ha sempre una goccia di saggezza nei momenti di svolta e questo è uno di quelli.

Ma Vendola è un’altra cosa e il discorso su di lui va affrontato diversamente. Ha carisma, non c’è dubbio. Il suo strumento è la parola, l’affabulazione, il suo racconto della situazione. Vendola racconta benissimo la situazione. Chi cerca il sogno, nelle sue parole lo trova. Sa governare? Non c’è prova, né pro né contro. Solo questo: la maggioranza dei pugliesi, anche molti che non amano la sinistra lo hanno votato. Come amministratore non lo approvano un granché e la situazione della sanità in Puglia non gioca certo a suo favore.

Ce lo vedo poco un Vendola a Palazzo Chigi alle prese con i capi di governo stranieri, con le banche, con gli imprenditori, con Marchionne. Comunque non è questo il punto. Il punto è che Vendola vuole fare a pezzi il Pd e tutti i partiti e con i frammenti sparsi sul terreno costruire intorno a lui la sinistra italiana. La sinistra, non il riformismo. Il suo obiettivo non è di battere Berlusconi. Avere Vendola come avversario per Berlusconi sarebbe una carta vincente. Lui lo sa ma non è questo che lo interessa. Vuole costruire la sinistra. Vuole fare le primarie, ma dove e contro chi? Per fare le primarie di coalizione dovrebbe prima costruire un’alleanza con il Pd, ma non ci pensa neppure. Le primarie le farà con se stesso o comunque alle sue condizioni.

Esercita notevole attrazione sul popolo di sinistra, stufo delle nomenklature e qui sta il corto circuito. Vendola può costruire una nuova sinistra intorno a sé che starà però per vent’anni all’opposizione sfrangiandosi un anno dopo l’altro. Oppure Vendola dovrebbe fare un programma e una squadra capace di governare. Ma non pare sia questa la sua strada, ragione per cui il corto circuito è possibile e sarebbe una iattura. Lo scrivo con molta simpatia per il governatore della Puglia che in Puglia ha vinto, ricordiamocelo, perché la Poli Bortone ottenne l’8 per cento dei voti e non li portò a Fitto ma se li tenne ben stretti.

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Ora sulla scena del Partito democratico, già notevolmente affollata, è ritornato anche Veltroni con un suo documento-proposta che è stato firmato da 75 deputati, circa un quarto dei parlamentari del Pd.
Non è un documento di rottura anche se giornali e televisioni (con l’eccezione di Mentana e nostra) si sono precipitati a dipingerlo come tale. Per il complesso del circo mediatico infatti l’equilibrio è fatto non tanto di verità ma di equidistanza e quindi niente di meglio che affiancare allo sfaldamento del centrodestra l’analogo sfaldamento del centrosinistra. Questo sfaldamento minaccia di esserci e ne ho indicato prima alcune ragioni e alcune rilevanti personalità che puntano in quella direzione, ma non mi pare che il rientro di Veltroni ne sia la causa.

L’ex segretario e in qualche modo fondatore al Lingotto del Pd è partito dalla constatazione dello scarso “appeal” del suo partito e dalla necessità di riportare in linea i tanti che se ne sono allontanati. Le intenzioni sono buone se contenute in questi limiti. Purtroppo per il Pd, Veltroni non è un uomo nuovo e soffre quindi del logoramento di tutta la classe politica italiana. Sarà pure un errore discriminare i politici con questo semplicissimo criterio del nuovismo, un errore di incultura e di semplicismo, ma è un dato di fatto come attesta l’area dell’indifferenza e dell’assenteismo che i sondaggi hanno quantificato. Proprio perché se ne rende conto Veltroni parla di un “papa straniero” come fu a suo tempo Romano Prodi, che guidi il riformismo di centrosinistra mettendo insieme il carisma del leader e le capacità di governo che la politica richiede.

Sarà difficile trovarlo un “federatore” che corrisponda all’identikit, ma questa è la scommessa per vincere questo durissimo scontro in difesa della democrazia, della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità, offese e ferite.

da www.repubblica.it

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«Cari D’Alema, Veltroni, Bersani… è ora di basta», di Emanuela Marchiafava

“Siamo tutti stanchi e delusi da un partito che si comporta peggio dell’orchestra del Titanic. Quelli almeno mentre la nave affondava suonavano bene. I nostri orchestrali invece si lanciano addosso gli strumenti l’uno con l’altro e tirano gli spartiti al Direttore. E strumenti e spartiti glieli abbiamo comprati noi.”

E’ la definizione più calzante del Partito Democratico che ho letto finora e, se la parola “libertà” significa ancora qualcosa, vuol dire avere il diritto di dire alle persone ciò che non vogliono ascoltare.

In questo ultimo mese ho letto la lettera di Veltroni e poi quella di Bersani: e mi sono cadute le braccia.

Poi ho letto sull’Unità di Enrico Procopio, 18 anni, iscritto al PD, che si sveglia un’ora in anticipo prima di andare a scuola x volantinare davanti alle fabbriche, x non lasciare soli gli operai che stanno perdendo il lavoro.

E poi…ho conosciuto il nome di Angelo Vassallo, quando lui ormai non c’era più.

Il PD che abito io è questo, era quello di Angelo e che ora è di Enrico che dice: ho 18 anni, sono di sinistra ma non urlo: ragiono, uso il mio ragionamento per confrontarmi con chi mi contrappone opinioni assurde, sbagliate, razziste e le demolisco con parole sensate ma implacabili.

E io lo dico con lui. In un momento in cui molti sono già pronti a schierarsi, a ridistribuirsi sullo scacchiere, come si dice in gergo, io, noi, in tanti ci rifiutiamo di farlo.

Berlusconi ha fallito e la dirigenza nazionale del PD sta a giocare al piccolo chimico, con le formule e le alchimie delle alleanze …

Scrivo ora per dire nero su bianco BASTA.

Non ce l’avete fatta.

Tutti voi, tutti quelli della vostra generazione.

E’ ora di basta, non ce l’avete fatta.

Avete tanta esperienza, ma avete anche sbagliato tanto.

Mettete tutto, la vostra esperienza, i vostri errori, la vostra intelligenza, al servizio per una volta tanto degli altri, ossia del PD, del nostro paese, ma soprattutto di chi ci crede e ci lavora, nell’uno e nell’altro.

Basta, io sto dalla parte del PD. Di Enrico e di Angelo Vassallo, di chi vuole risposte e di chi cerca di darle. Vogliamo dare una risposta a Pomigliano e ai precari, alla scuola sfasciata, all’Università che non forma più il futuro di questo paese, alla sanità che fa morire invece di guarire, alla mobilità monca d’infrastrutture moderne,
alle partite ive strozzate, agli imprenditori soffocati dalla crisi e a volte anche dalla criminalità organizzata.

“In nome di cosa continuate a sentirvi migliori?” Eleaonor Roosvelt diceva che “nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso”.

Io non ve lo do.

"Reichlin: «Il Pd è fuori partita»", di Giovanni Maria Bellu

Colloquio con Alfredo Reichlin: «Il Pd vittima del grande abbaglio del “secolo breve” non ha saputo individuare i nuovi soggetti del cambiamento. E così rischia l’irrilevanza».

«Sorpreso.. preoccupato… allibito…», dice Alfredo Reichlin commentando le ultime vicende del Partito democratico. Il tono non è quello di chi sta cercando di individuare il participio più appropriato: è quello di chi è sorpreso (preoccupato, allibito) per essere stato interrotto in modo inopportuno nel mezzo di un ragionamento complesso. Il ragionamento – che Reichlin sta sviluppando da tempo – sui cinque lustri di questa interminabile «fase politica» e sulla difficoltà del Pd «a entrare in partita»: «Continuiamo a litigare sugli schieramenti e sulle alleanze e ancora non sappiamo nemmeno con quale legge elettorale si voterà, né quando. La verità è che non siamo stati in grado di elaborare e di proporre una nostra idea di società».

Questa frase – così appropriata e attuale, così “sulla cronaca” – è stata pronunciata all’inizio della settimana scorsa. E dunque il suo autore oggi avrebbe qualche motivo per accogliere la polemica attorno alle dichiarazioni di Veltroni con la soddisfazione di chi vede confermata una tesi. Solo che Alfredo Reichlin – con i suoi 85 anni e la sua lunghissima storia di politico e di intellettuale – evidentemente condivide, anche se per riguardo non lo esplicita, lo stato d’animo della base democratica. Quello che, ormai a ogni “bufera tra leader”, ne produce automaticamente un’altra fatta di «Uff». Insomma, non gli va di parlarne. «Su che cosa ci dividiamo? Sulle ambizioni personali? Queste esistono, ma non credo che spieghino tutto».

No, non gli va di parlarne. Quest’altra frase risale addirittura a più di un mese fa. L’abbiamo tratta dalle venti pagine di una riflessione sul Paese e sul partito che Reichlin ha scritto in agosto. Sono lo sviluppo di ragionamenti in parte svolti nei mesi scorsi su l’Unità e articolati in chiave autobiografica in un bel libro, Il midollo del leone, pubblicato da Laterza nel marzo scorso. Ciò che colpisce in queste note (che possono essere lette integralmente nel correlato) è il tono di urgenza che le attraversa: un «non possiamo più perdere tempo» che vibra in tutte le righe. Fin dall’incipit: «Siamo entrati in una fase politica nuova e molto delicata che può riaprire la strada a una svolta democratica, ma può spingere le forze più reazionarie all’avventura. È in gioco la speranza che l’Italia resti una repubblica unita e una democrazia parlamentare mentre, dal fondo limaccioso del Paese, tornano a emergere tentazioni di tipo peronista. Io non so come andrà a finire. So, però, che è troppo grande lo scarto tra i rischi di disgregazione della compagine italiana e la debolezza della politica… Pesa non poco la vanità e l’inconcludenza di tanta parte delle polemiche che lacerano la sinistra».

Alla base della riflessione (e dell’urgenza), c’è la constatazione di un colossale abbaglio: l’idea che la fine della Guerra fredda avesse segnato l’inizio di un irreversibile progresso e che, in definitiva, il mondo fosse ormai diventato il migliore dei mondi possibili. I progressisti, la sinistra, in questo mondo non avevano più alcuna ragione per sviluppare una diversa idea della società, ma era sufficiente che si limitassero a garantire le “pari opportunità” e a “difendere i più deboli”. Come se la fine dell’utopia comunista dovesse necessariamente segnare la fine dell’utopia nella sua funzione di idea-forza. Tutto questo mentre l’economia mondiale veniva sovvertita dal crescente predominio del capitale finanziario a scapito di quello prodotto dal lavoro. E mentre l’Italia, inebetita dalla lente deformante del berlusconismo, guardava senza capire. Comunque capendo meno degli altri paesi dell’Occidente.

Reichlin – che ha vissuto per intero, dall’infanzia alla maturità, quello che è stato imprudentemente definito “il secolo breve” – ha sempre pensato che “breve” non fosse affatto. Al contrario: mentre si coltivava quell’illusione paralizzante, avveniva un cambiamento epocale. «Qualcosa che è paragonabile alla rivoluzione industriale di fine Ottocento». E così come dalla «folla cenciosa di contadini inurbati, di fanciulli e di donne che massacravano la loro vita davanti alle prime macchine (si parlava anche allora, come oggi alla Fiat, di leggi ineluttabili del mercato)» si arrivò ai sindacati moderni, allo stesso modo il Partito democratico deve cercare le condizioni per «creare una nuova soggettività politica in grado di opporre un’idea di società a questo supercapitalismo mondializzato».

C’è una citazione di Gaetano Salvemini che è particolarmente cara a Reichlin. La troviamo, infatti, nel suo libro e la ritroviamo in queste note: «Datemi una leva, datemi una soggettività sociale, e solleverò il mondo». Salvemini allora aveva 23 anni, era il 1896, e individuò la “leva” nei contadini pugliesi. Qual è la “leva contemporanea”, chi sono i nuovi soggetti del cambiamento? Il Pd, pena un degrado inarrestabile, ha l’obbligo di individuarli. Traendone tutte le conseguenze: «Perché un’idea di società è anche un’idea di partito».

E qui Reichlin sospende la sua riflessione. Un po’ per il modo che ha di intendere il suo ruolo: stimolare, suggerire, ma non dividere. Un po’ perché una «idea della società» non può, per la sua stessa natura, essere ridotta a una ricetta. Al massimo è possibile fornire la lista degli ingredienti, cioè dei luoghi dell’intervento, dei territori rimasti nell’ombra. A percorrerli si resta sorpresi nel constatare che lo sguardo di un dirigente politico nato nel 1925 è più lungo e lucido di quello di tanti suoi pronipoti. «Penso a un diritto umano di base incentrato sul lavoro creativo», scrive, per esempio, a conclusione di una riflessione attorno al problema di «come dare una rappresentanza politica nuova al lavoro moderno».

Non c’è la ricetta. Eppure, a leggere queste note nel combinato-disposto col libro autobiografico, senti in lontananza il profumo della pietanza. E, all’improvviso, provi un sentimento sorprendente e imbarazzante che proprio non t’aspettavi: l’invidia. Le pagine più belle del libro («Sì – conferma l’autore – me lo dicono tutti che quelle sono le pagine più belle…») sono quelle dedicate alla fase più tragica del nostro Novecento: l’armistizio, l’occupazione nazista e la Liberazione. Col Paese ferito e dilaniato che riprende faticosamente vita. A pagina 54 c’è una frase che ti orienta nella ricerca delle cause dell’imbarazzante sentimento di cui si è appena detto. È la descrizione dello stato d’animo, dopo l’8 settembre, degli allora giovani degli anni Venti: «Tutto diventava possibile. Si erano riaperte, sia pure coperte di macerie, le strade dell’avvenire».

Ecco allora l’origine dell’invidia (ed ecco la ragione per cui quelle pagine sono unanimemente considerate «le più belle»). Siamo a questo punto: abbiamo una tale fame di strade, e abbiamo un tale timore di macerie, che chi conserva la memoria delle strade ed è stato capace di liberarle dalla macerie ci appare il rappresentante di una generazione fortunata. Più fortunata della nostra e, dunque, molto più fortunata di quella dei nostri figli. Una generazione che aveva una visione dell’Italia futura e un bisogno insopprimibile, un’urgenza, di raccontare e migliorare quella presente. Forse «avere un’idea di società» è semplicemente questo.

da www.unita.it

«"E' arrivato il soccorso rosso". Il Cavaliere brinda alle liti PD», di Francesco Bei

Allo studio un mini-rimpasto per far posto ai centristi. “Ero già sicuro di vincere se andiamo alle elezioni. Ma adesso…”. Fitto verso lo Sviluppo

Le contromisure dei finiani – esposti contro Mediaset, mozioni contro Minzolini e Masi – sono all´altezza della sfida. Ma c´è qualcosa che in questi giorni fa tornare il sorriso a Berlusconi. Qualcosa che rende meno rischioso immaginare, come gli chiedono i leghisti, di tornare al voto in primavera. Quel “qualcosa” è lo stato in cui si trova l´opposizione e in primo luogo il Partito democratico.
Venerdì è stata giornata di incontri per il premier a palazzo Grazioli, sono sfilati prima Angelino Alfano e Michela Vittoria Brambilla, poi i dissidenti toscani del Pdl che ce l´hanno con Verdini. A tutti il Cavaliere è apparso rilassato, a tratti persino divertito via via che Paolo Bonaiuti gli segnalava le agenzie sullo scontro interno al Pd. «Guarda – ha confessato ridendo a un ministro – mi sono dovuto stropicciare gli occhi perché non credevo a quello che stavo leggendo: sembrava una fiction!».
Berlusconi, racconta l´interlocutore, quasi non si capacitava di poter leggere, la prima volta dopo un´estate di «polemiche dissennate» dentro il Pdl, qualcosa che finalmente riguardasse anche i suoi avversari. «Ero sicuro di poter vincere le elezioni anche prima, ma adesso… meno male che è arrivato il soccorso rosso». L´ironia del Cavaliere è indice dell´ottimismo con il quale palazzo Chigi inizia a guardare all´appuntamento del 29 settembre, data del dibattito parlamentare sul discorso di Berlusconi (coincidente con il suo 74esimo compleanno). Maurizio Gasparri confida di essersi rivolto ad alcuni «autorevolissimi senatori del Pd» per farsi spiegare cosa stesse succedendo in casa loro: «Ormai la politica c´entra poco, sono solo risentimenti personali, mi hanno risposto. Loro c´hanno Veltroni, noi c´abbiamo Fini… i meccanismi sono gli stessi».
L´operazione del nuovo gruppo di siciliani che usciranno dall´Udc è a buon punto, tanto che il premier ieri non si è fatto alcun problema a pubblicizzarla dal palco de la Destra a Taormina. Così come è allo studio un mini-rimpasto per far posto al governo alla nuova componente centrista. Nulla è ancora stabilito, ma l´idea sarebbe quella di promuovere il pugliese Raffaele Fitto (caldeggiato da Gianni Letta) allo Sviluppo Economico, liberando così il ministero degli Affari regionali per un esponente cuffariano.
Il progetto, spiega chi in queste ore se ne sta occupando da vicino, è molto avanzato, anche se è destinato a entrare nella fase operativa solo dopo il dibattito del 29 settembre. In fondo Fitto, nello spolpamento del ministero seguito alle dimissioni di Scajola, ha già ottenuto una parte cospicua. Tramite la formula del cosiddetto “avvaliamento”, palazzo Chigi si è preso da via Veneto (“se ne avvale”) il Dipartimento per le politiche dello Sviluppo e lo ha, a sua volta, girato al ministro Fitto. Così come è sempre Fitto, in questi giorni, a preparare il “Piano Berlusconi” per il Sud. Senza contare che su di lui, a differenza di Paolo Romani, non gravano ombre di conflitto di interessi televisivo.
Se il Cavaliere può sperare di giocare la partita nazionale su un terreno meno accidentato, grazie anche alle divisioni interne al Pd e all´Udc, è invece in giro per l´Italia che il Pdl gli sta dando i grattacapi peggiori. Non c´è solo la situazione pirandelliana della Sicilia, dove il Pdl ormai ha partorito tre gruppi: finiani, berlusconiani e seguaci di Micciché. La concorrenza di Futuro e Libertà inizia a farsi sentire ovunque, a partire dalle regioni rosse fino al Veneto e alla Puglia. Ieri due consiglieri regionali Pdl delle Marche sono passati con Fini, mentre martedì in Toscana nasceranno simultaneamente gruppi consiliari Fli a Firenze, Prato, Pistoia, Siena, Arezzo, e nei consigli provinciali di Grosseto, Lucca e Pistoia. Nel Pdl toscano è iniziata la resa dei conti. Un gruppo di parlamentari ha chiesto conto a Berlusconi della gestione «dittatoriale» di Denis Verdini. Due giorni fa si sono presentati a palazzo Grazioli Paolo Amato, Massimo Baldini, Deborah Bergamini, Alessio Bonciani e Roberto Tortoli per esporre al capo «la grande preoccupazione» per lo stato in cui versa il partito. «Per noi berlusconiani della prima ora – protestano – vedere questo scempio non è più tollerabile. Il Pdl in Toscana arretra a ogni elezione, la Lega va avanti. E adesso c´è anche la concorrenza degli uomini di Fini». Il Cavaliere, stando a quanto raccontano, avrebbe promesso loro un nuovo incontro a breve: «Datemi tempo fino al voto di settembre e poi rimetterò mano al partito anche nella vostra regione».

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«Veltroni smorza i toni e chiede unità», di Luca Ostellino
«Una grande forza democratica quando si riunisce deve discutere. La discussione è l’anima del Pd, non c’è contraddizione tra discussione e unità». Da Orvieto, dove è intervenuto all’assemblea di “Libertà eguale” (l’associazione dei liberal del Pd presieduta da Enrico Morando), Walter Veltroni torna sul documento promosso con Beppe Fioroni e Paolo Gentiloni (e considerato una “dichiarazione di guerra” alla segreteria Bersani), per ribadire che è stato fatto solo per unire e rendere più grande e più aperto il partito: «Un Pd più forte, con una identità più salda, guadagna voti e costruisce alleanze da una posizione di forza».
L’unità non è in discussione, assicura Veltroni, che, nel tentativo di ricucire, propone un’iniziativa unitaria del Pd contro i presunti tentativi di “compravendita” di parlamentari da parte di Silvio Berlusconi. Compravendita giudicata «vergognosa» da Pier Luigi Bersani, che aveva accolto con gelo il testo veltroniano, firmato da 75 esponenti democratici, considerandolo sbagliato «nel modo, nel tono e nel momento». Ieri l’atteggiamento del segretario del Pd nei confronti dell’iniziativa di Veltroni non è cambiato. Bersani, dalla festa del Pd a Modena, replica alle critiche – «ho bussola e coraggio» – e ribadisce la sua linea: dei problemi interni al Pd si discute negli organismi di partito, mentre all’esterno si parla solo dei problemi dell’Italia. «Non stiamo sempre a guardarci la punta delle scarpe, perché le scarpe ci servono per camminare».
In ogni caso, il confronto/scontro interno al Pd è decollato e tra i primi ad approfittarvi c’è chi, come Arturo Parisi e Sergio Chiamparino, è da sempre critico con la segreteria Bersani, anche se non ha mai organizzato alcuna iniziativa organica. Parisi ha detto di sentirsi lontano dall’impianto del documento veltroniano più che sui singoli punti, ma ha avvertito «che la sua censura priverebbe tutti di un contributo prezioso al confronto e alla chiarezza». Semmai, se c’è una colpa, ha sostenuto, «è quella di aver aperto il confronto troppo tardi». Quindi la proposta di presentare in Parlamento una mozione di sfiducia al governo Berlusconi, dopo «46 giorni di attesa del Pd nel ruolo solo di spettatore». L’ex ministro intende stanare i terzopolisti, in modo che «tutti siano costretti a fermarsi un momento e a rispondere sì o no, senza equivoci o commedie». Veltroni condivide: «Non possiamo aspettare che Berlusconi decida tempi e modi, trasformando la crisi della maggioranza nella crisi della democrazia». Quanto a Chiamparino, il sindaco di Torino non ha mai nascosto la sua idea di aprire il partito e creare una nuova classe dirigente. Le primarie possono essere un modo, a patto di «congelare» la norma in base alla quale, in una coalizione, il candidato democratico sarebbe il segretario e solo lui.
da www.ilsole24ore.it

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«Università, la riforma valga per tutti», di Paolo Bertinetti *

LA riforma dell’Università che il Parlamento dovrebbe discutere tra poco, secondo alcuni è buona, secondo altri è un po’ discutibile, per altri ancora è disastrosa. Alcuni Atenei, tra cui Pisa e Torino, per manifestare la loro contrarietà alla riforma così com’è hanno deciso di rinviare di una settimana l’inizio dei corsi. Immaginiamo invece che la protesta sia infondata e che la riforma sia buona. Ma allora perché deve valere solo per le università statali e non per quelle private e quelle telematiche? Questo in Italia, dove il titolo di laurea ha valore legale. Ma anche se non lo avesse, sarebbe pur sempre un titolo di pari significato, qualunque fosse l’università a conferirlo. In Commissione Parlamentare una richiesta in tal senso (la riforma deve riguardare tutte le università) è stato bocciato. Ma se la riforma è buona, i suoi sostenitori, per primi, dovrebbero ritenerla giusta per tutti i tipi di università.

Immaginiamo che sia buona. Ma è «a costo zero», in un Paese che è quello che meno di quasi tutti i paesi avanzati investe in Università e ricerca. Persino i Rettori più favorevoli alla Gelmini chiedono finanziamenti adeguati, lamentando l’assenza di un budget ragionevole. È vero che siamo abituati a fare le nozze con i fichi secchi. Ma qui non ci sono neanche i fichi.
Questo aspetto economico chiama in causa un altro aspetto cruciale per la vita universitaria. Attualmente (semplifico) per ogni due docenti che vanno in pensione si può procedere a una sola assunzione. Su «La Stampa» di qualche giorno fa abbiamo letto nuovi dati che confermano l’inevitabilità della fuga dei cervelli. È vero che da noi è difficile fare carriera. Ma, per farla, innanzitutto bisogna essere assunti. Se l’attuale disposizione (fuori due, dentro uno) venisse abolita, si raddoppierebbe il numero dei posti da mettere a concorso: che per il 60% devono essere per ricercatori, cioè per i giovani che se ne vanno.

Se i deputati non accoglieranno queste tre richieste preliminari (avanzate anche dagli ambienti più moderati) dimostreranno di volere non la riforma dell’università, bensì l’affossamento dell’Università pubblica e l’azzoppamento della ricerca universitaria, pubblica e privata.

* Preside della Facoltà di Lingue di Torino

da www.lastampa.it

La scuola ai tempi della Gelmini: cronache dai territori

Dall’Unità: «La scelta di Gavoi: fanno lezione le classi tagliate», di Maria Giovanna Fossati

Le campane suonano a morto, i manifesti a lutto vengono affissi in tutto il centro abitato: è la risposta di Gavoi paese di 3000 anime arroccato sulla montagna, a cui la riforma Gelmini taglia la IV ginnasio e la I geometri dell’istituto superiore Carmelo Floris, nonostante il numero minimo di alunni per giustificare l’avvio delle classi sia stato raggiunto. Oltre ai due corsi, l’istituto comprende anche il Tecnico Commerciale Igea e serve altri 4 paesi della Barbagia-Mandrolisai, centri di montagna dove la viabilità è scarsa e lo spopolamento incalzante da decenni. Le zone interne del Nuorese che tanto avevano lottato per la sopravvivenza, ora daranno battaglia. «Mi sembra di tornare indietro di 30 anni – dice Marica Cottu, medico a Ollolai e madre di due gemelle iscritte alla IV ginnasio -, quando abbiamo rivendicato a gran voce il diritto a un istituto superiore. In questo territorio se si mandano via i giovani e si perdono gli avamposti culturali si crea il deserto».
LOTTA DURISSIMA Genitori ed alunni non sentono ragioni: la riforma Gelmini da queste parti non avrà vita facile. Si preparano a una lotta durissima, senza esclusioni di colpi. Il primo giorno di scuola alle 10 e 30 inizia la lezione nella “classe che non c’è”: i 19 alunni della IV ginnasio entrano in aula con i professori. Insegnanti, impiegati e bidelli lavoreranno gratis a favore degli alunni delle classi fantasma. A oltranza, finché il diritto allo studio non verrà concesso. La lezione parte anche per i19 alunni della prima geometri: anche la loro classe non esiste, il ministero attraverso gli uffici regionali ha deciso di non concederla. «Ma noi la faremo rinascere – annuncia decisa Marianna, studentessa quattordicenne -. Non andremo all’Igea come il ministro vorrebbe, facendoci accorpare all’altro corso. Vogliamo fare i geometri non i ragionieri ». «Questi sono i volantini, gli striscioni e i cartelloni che stiamo preparando – si inserisce Giulia della IV ginnasio -. Lotteremo per le classi. Ora andiamo ad affiggere i manifesti funebri in aula magna, arriveremo anche ad occupare la scuola».
NECROLOGI «SCOLASTICI» Veri e propri necrologi che recitano così: «La scuola è morta, ne danno il triste annuncio i genitori e gli studenti, privati delle loro classi e il territorio privato del suo futuro». A pochi chilometri, si combatte contro la chiusura del convitto dell’Istituto Agrario di Sorgono, del tecnico commerciale di Aritzo, del tecnico industriale di Tonara, dell’istituto professionale di Desulo. Il 15 settembre è una giornata amara per alunni e genitori della Barbagia-Mandrolisai che sognano un percorso di studi possibilmente non troppo accidentato: senza viaggi quotidiani su strade disagiate e senza spese aggiuntive di viaggio, un balzello occulto della riforma Gelmini, ovviamente a carico delle famiglie. Gavoi la “capitale” di questo compendio di 11mila anime impugna l’arma della cultura e la rivendica a gran voce: siamo nel paese dell’Isola delle storie, il festival letterario dove ogni anno sfilano i migliori autori nazionali e internazionali e dove Marcello Fois è uno dei promotori: «All’interno dell’isola, si sta assistendo a casi di multiforme spopolamento, a una forma di deportazione dolce come la chiusura degli istituti scolastici non ritenuti convenienti dal punto di vista economico. Comese l’economia di questi territori fosse misurabile negli stessi termini dell’economia nazionale o campidanese. Una cecità che fa tristezza e rabbia», così scrive lo scrittore sardo dalle pagine della Nuova Sardegna. Nella serata di mercoledì, dopo una manifestazione che si è tenuta a Nuoro arrivano voci ufficiose dall’Ufficio scolastico regionale: le classi della Barbagia-Mandrolisai saranno avviate tutte. Manca l’ufficialità,magli studenti esultano e brindano sui loro risultati.

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Dalla Gazzetta del Sud/Reggio Calabria: «Non si perdono solo posti di lavoro la riforma nega il diritto allo studio», di Eleonora Delfino

È vivace, acuto con una capacità di apprendere medio alta, ma ha problemi alla vista e all’udito. Andrea fa la terza media e se è riuscito a maturare risultati didattici notevoli lo deve ai suoi genitori che si sono sobbarcati la spesa per garantire libri adeguati e un’insegnante (privata) del linguaggio dei segni che lo ha seguito ininterrottamente nel suo percorso per sette anni. L’efficienza della scuola italiana è fotografata in questa storia che Maria Scopelliti, la mamma di Andrea racconta. «Mi sento lesa come cittadina e come mamma, il diritto allo studio garantito dalla Costituzione che fine ha fatto?». L’incontro della Flc-Cgil non si limita a dar spazio alle esigenze dei precari, ma alimenta una riflessione a tutto tondo sul ruolo della scuola.
«Una scommessa etica – sostiene la segretaria provinciale Elisabetta Gambello – che deve tenere insieme tutti i settori della conoscenza. Su questi temi interroghiamo la politica che deve assumersi le sue responsabilità. Lo avevamo denunciato già nel 2008 e ci hanno accusato di catastrofismo, oggi siamo ancora qui a testimoniare coerenza». Un incontro a più voci in cui si raccontano problemi e contraddizioni di ogni settore della conoscenza. Il quadro tracciato da Roberto Vinci sulla realtà universitaria è preoccupante. «Il Governo vuole smantellare il sistema pubblico, lo fa attraverso i provvedimenti del ministero dell’Istruzione, dell’Economia e della Funzione pubblica. Si taglia sulle risorse per l’Università pubblica e sulla ricerca ma al tempo stesso si foraggia l’università privata. Non si tratta di miopia ma di una politica del Governo per ricreare ceti e caste. Così facendo aumentando le tasse universitarie il figlio dell’operaio non potrà diventare professionista». Insomma il ruolo di ascensore sociale della scuola perde la sua incisività. Lello Carullo da voce ai problemi di Accademie e Conservatori. «Siamo la cenerentola. Eppure il fatturato del settore cultura ha superato per 3 volte quello dell’auto. Ma nonostante i numeri e il riconoscimento giuridico non riceviamo le stesse attenzioni dell’università». Da dove cominciare? «Servirebbe una nuova legge regionale sul diritto allo studio».
Un racconto-denuncia che arriva alla scure che si è abbattuta sui precari. «25 mila persone di età media di 40 anni sono rimasti senza lavoro, il 65% dei tagli interessa il Mezzogiorno» afferma Gemma Sorgonà. «Ma non è un problema solo di posti di lavoro, ma dei risultati che produce con accorpamenti di classi di 30 alunni». Un operazione in cui la Flc ha promosso di concerto alla federazione e Mimma Pacifici segretaria provinciale incalza: «Il mondo del lavoro è provato in tutti i settori, mentre il Governo vive una fase di stallo. A fronte di questa situazione noi chiediamo un piano straordinario».
«Sono le prospettive dei diritti ai tempi della crisi – considera Demetrio Naccari, già assessore regionale – e del federalismo che riesce a far diventare geografici i diritti. Così le regioni più ricche investono di più, un differenziale interno che nel tempo aumenta il divario tra le due realtà del Paese».
A ribadire la strategicità del settore è l’assessore provinciale Ercole Nucera. «Credo che la formazione venga al primo posto tra le priorità prima ancora della sanità». Alla luce di questa premessa l’Amministrazione provinciale «si è occupata dell’edilizia scolastica. Il 97% degli istituti secondari hanno trovato sistemazione in strutture pubbliche, eliminando così le spese per gli affitti e garantendo agli studenti spazi adeguati».
Per il consigliere comunale Massimo Canale «le istituzioni devono fare fronte comune, perchè questa situazione, frutto di scelte politiche sbagliate mette a rischio l’accesso alla conoscenza e quindi alla libertà».

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Da Repubblica/Torino: «Fiaccole e cortei, la scuola in piazza», di Stefano Parola
Dopo la manifestazione di ieri con genitori e professori, stasera saranno i precari dei sindacati Cobas a sfilare: una maratona della protesta

Non c´è pace per Mariastella Gelmini. A una settimana dal via delle lezioni, il dissenso nei confronti del ministro dell´Istruzione non si è affievolito. E tra lamentele dei genitori, professori che si rifiutano di portare gli studenti in gita e manifestazioni di piazza, pure il mondo accademico inizia a muoversi per contrastare la riforma dell´università.
Per contestare il ministro, ieri la Flc-Cgil ha portato in piazza Castello circa duecento persone, tra lavoratori della scuola, genitori e studenti. E lo ha fatto, come sottolinea il suo segretario provinciale Igor Piotto, «per chiedere che venga invertita la politica dei tagli». Ma anche per raccogliere le firme per il lancio di un piano di investimenti straordinario sulla scuola pubblica.
In piazza con la Flc c´erano precarie come Francesca, «da dieci anni alla ricerca di un posto fisso come insegnante di scuola d´infanzia». O mamme come Maria Pina, che racconta: «Mio figlio fa quinta e la sua maestra di matematica, andata in pensione, è stata sostituita con due insegnanti che si alternano. Mentre l´altro mio bambino è in terza con un disabile, le cui ore di sostegno sono scese da 22 a 14 nel giro di due anni». O anche come Rosi, assistente amministrativa e sindacalista, che spiega che «quest´anno sono stati tagliati 450 posti di personale “ata” solo a Torino, e con il taglio previsto per l´anno prossimo c´è il rischio che molte scuole non aprano nemmeno».
Oggi a continuare la maratona della protesta ci penseranno i movimenti dei precari e i sindacati di base Cub e Cobas. Questa sera alle 20.30 daranno vita a una fiaccolata fino al Po. E sono pronti per protestare anche martedì a Venaria, durante le celebrazioni per l´inaugurazione ufficiale dell´anno scolastico.

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Dal Messaggero Veneto: «Niente elezioni, sindacati in piazza», (c.b.)
Pubblica amministrazione. Giovedì in corteo a Roma. Posizioni discordanti tra Cgil e Cisl

Urne chiuse per il rinnovo delle rappresentanze sindacali unitarie nella pubblica amministrazione, ma il sindacato Cgil non ci sta.
«Saremo in piazza a Roma il 24 settembre – hanno invitato a prenotare un posto sul pullman i sindacalisti Cgil e Flc-Cgil di Pordenone -. In corteo, per chiedere il disco verde alle elezioni».
I sindacati confederali non sono allineati e l’Aran, l’agenzia di rappresentanza governativa ha giocato la carta del rinvio. Lo slittamento di 12 mesi per il comparto scuola, deciso nel 2009 rischia di fare il bis e addio alla scadenza triennale anche negli altri settori pubblici. «Per 12 mila 500 dipendenti della scuola, sanità, enti locali, Stato e parastatali, Inps, Inail il rinnovo delle delle rsu dovrebbe cadere a fine novembre – hanno ricordato il segretario generale Cgil della funzione pubblica Pierluigi Benvenuto con Carla Franza della segreteria Cgil e Adriano Zonta, vertice Flc-Cgil -. Le procedure avrebbero dovuto partire in agosto, 90 giorni prima delle elezioni e invece, c’è il nulla di fatto. Rivendichiamo il diritto dei lavoratori di eleggere i propri rappresentanti: a nostro avviso, non c’è attinenza tra il rinnovo delle rsu e la ridefinizione dei comparti contrattuali». La dieta amministrativa ridurrà dagli attuali 12 a 4 i comparti di contrattazione: il settore scuola si compatterà con accademie e conservatori. Poi, troveranno unità ministeri e agenzie fiscali a cui si aggiunge il comparto di enti pubblici, enti non economici e ricerca.
Infine le autonomie locali, regioni e servizio sanitario.
«Sono opposte le posizioni della Cgil rispetto a quelle della Cisl – hanno misurato le distanze con i “cugini” confederali Benvenuto, Franza e Zonta -. C’è chi vuole il rinnovo delle rsu e chi dice di volerlo. Le elezioni sono uno strumento per pesare la reale rappresentatività sindacale e dare forza al tavolo dei contratti. Il diritto al voto è democratico. Forse gli altri sindacati temono il risultato sfavorevole di una consultazione?».
I risultati ottenuti dalle liste Flc-Cgil nelle elezioni straordinarie 2009 delle rsu, in alcune scuole del Pordenonese hanno premiato la resistenza alle politiche del governo. «Aprite le urne – è stato l’appello di Gianfranco Dall’Agnese -. Pare che ci sia una volontà sommersa di ridurre le relazioni sindacali nel mondo del lavoro».

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Dal Messaggero/Marche: «Tagli alla scuola, sale la protesta della CGIL», di Gianluca Ginella

Tagli alla scuola, sale la protesta della Cgil. Ieri una delegazione ha incontrato il prefetto di Macerata per chiedere un intervento immediato del governo, perché 450 persone in meno nelle scuole della provincia negli ultimi due anni sono troppi. «Siamo estremamente preoccupati, prima di tutto per l’impatto dei tagli, specie per qualche scuola è diventata una situazione ingestibile – dice il segretario della Flc Cgil di Macerata, Giampaolo Cingolani -. Tra i docenti c’è la difficoltà a incastrare gli orari. Adesso, rispetto al passato, ci sono docenti che fanno servizio in più scuole con difficoltà estrema a gestire le classi. Inoltre quando manca un docente non è facile sostituirlo il giorno stesso, c’è il rischio che alcune classi restino senza docenti per giorni e giorni». Oltre agli insegnanti i tagli hanno colpito il personale non docente: «40 su 62 scuole in provincia hanno richiesto personale. Gli istituti non possono più gestire la sorveglianza 10 ore al giorno, anche solo l’apertura e chiusura delle porte» spiega Cingolani. Altro problema le classi super affollate: la Cgil parla di aule che nella scuola primaria accolgono 28 alunni (contro i 20 previsti dalla legge), mentre per le superiori si arriva a 32-33 studenti. Inoltre sono diversi gli istituti che hanno situazioni di degrado, il ministero dell’istruzione ne segnalava una ottantina in provincia.
Sull’università il sindacato critica la prossima apertura di Economia e commercio a San Benedetto da parte dell’università politecnica delle Marche, in una «inaccettabile logica concorrenziale», in contrasto con le motivazioni che portarono all’accordo tra gli atenei di Macerata e Camerino che hanno deciso di coordinare le risorse. Questi alcuni punti presentati al prefetto Vittorio Piscitelli che ieri ha ricevuto anche alcuni precari. Tra questi c’è Eleonora Ercolani, 29 anni, insegnante di italiano e latino di Montegranaro, laureata con 110 e lode, ma senza cattedra: «L’anno scorso ho lavorato in una scuola privata a Civitanova, senza stipendio, solo per avere punteggio. È una forma di sfruttamento, lo Stato ti mette in situazioni come questa». «Due anni con la Siss, uno per l’abilitazione al sostegno, più cinque di servizio, ho investito otto anni nella scuola e mi ritrovo a non lavorare – dice Davide Galassi, 30 anni, recanatese, insegnante di italiano e latino -. Sono indignato sia per la perdita del posto di lavoro, sia per la rabbia di vedere una scuola che non funziona».
Infine Cgil e Cisl hanno chiesto un incontro al Comune «per sistemare i trasporti urbani, ci sono molti disagi tra i ragazzi per gli orari delle coincidenze», segnala il segretario della Cgil Macerata Aldo Benfatto.

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Dall’Unità: «Ieri mattina a Palermo la protesta dei precari di tutta l’isola»

Erano più di tremila,secondo le stime del sindacato, i partecipanti alla manifestazione regionale promossa da Cgil e Flc contro i tagli della riforma Gelmini, a Palermo davanti alla sede del Miur Sicilia. Delegazioni di lavoratori e precari della scuola sono giunte da tutta l’isola.Alle12c’è stato un incontro del sindacato col direttore scolastico regionale e un funzionario del ministero dell’istruzione al quale ha partecipato anche l’assessore regionale all’istruzione e formazione professionale Mario Centorrino. «È un momento importante – dice il segretario regionale della Flc Cgil Giusto Scozzaro – Ci sono i precari della scuola e lavoratori di tutte le categorie colpite dalla crisi dagli edili ai metalmeccanici, ma anche tanti studenti». «Una manifestazione che parte dai problemi della scuola per affrontare la situazione di generale crisi del paese, aggravata dai provvedimenti del Governo».

Più qualità per uscire dalla crisi

Intervista all’economista Travaglini: “In Italia si è puntato solo sulla flessibilità e sulla moderazione salariale. Ma per aumentare la produttività contano quantità di capitale, tecnologie e il livello qualitativo. Serve una vera politica industriale”

La crisi dell’economia reale ha ormai due anni. A lungo negata da chi ci governa, è ormai diventata una realtà per tutti anche se c’è chi, dopo averne finalmente ammesso l’esistenza, l’ha dichiarata quasi subito già alle spalle. Nel frattempo c’è stato (e purtroppo c’è ancora) un boom della cassa integrazione e insieme uno stillicidio di chiusure di imprese. Insomma il problema occupazione nel nostro paese sembra sempre più grave. A che punto siamo? E soprattutto, come siamo arrivati a questa situazione? Ne parliamo con Giuseppe Travaglino, docente di economia politica all’Università di Urbino, che al pianeta mercato del lavoro e alle sue orbite ha dedicato molti studi e più di un libro (tra questi, segnaliamo ai lettori “L’economia italiana del nuovo millennio”, scritto con Enrico Saltari per i tipi di Carocci). E partiamo dall’attualità. Uno degli indicatori più importanti, quello del tasso di disoccupazione, ci dice che se è vero che dopo anni di discesa il fenomeno ha ripreso a crescere (mentre l’occupazione, dopo anni di crescita, adesso sta calando, da noi come in tutta Europa) in Italia comunque siamo ancora abbastanza al di sotto della media europea e dei nostri principali “competitor”.
Si può dunque dire, come fa il governo, che le cose da noi vanno meglio che negli altri paesi? Sì, i dati sono relativamente migliori per quanto riguarda la disoccupazione, naturalmente escludendo la disoccupazione “nascosta” dalla cig. Secondo alcune stime questo tasso sarebbe superiore ai tre punti percentuali da aggiungere all’8,4% ufficiale. Nel confronto con gli altri paesi i nostri tassi sono però certamente peggiori dal punto di vista dei livelli occupazionali. Il tasso d’occupazione, infatti, da noi sta intorno al 57 per cento, mentre la media dell’Unione Europea è all’incirca pari al 65 per cento, e gli Usa al di sopra del 70. Dire che la disoccupazione sta aumentando meno che in altri paesi può dipendere da una composizione diversa dell’occupazione e da una risposta diversa del tessuto produttivo. Dire che stiamo meglio degli altri mi sembra invece quantomeno azzardato, visto che la condizione di partenza è quella di un livello più basso del tasso di occupazione e di attività, cui in Italia si associa da più di un quindicennio una debole crescita della produttività del lavoro, la capacità cioè del lavoro di produrre valore.

E allora come stiamo? In termini economici quello che conta sono le dinamiche di entrata e di uscita dallo stato di occupazione, più che la disoccupazione in valore assoluto. E la realtà del nostro mercato del lavoro è molto meno dinamica di quella degli altri paesi. Infatti, se prendiamo i tassi di permanenza nello stato di disoccupazione, o in quello d’occupazione, sono superiori a quelli degli altri paesi. Aspetti strutturali del sistema produttivo, assieme ad aspetti di natura normativa e legislativa, tendono a favorire chi è dentro il mercato del lavoro sfavorendo chi ne è fuori. È un vecchio problema su cui si dibatte da anni, a volte in maniera impropria. È vero infatti che chi è fuori dal mercato del lavoro gode di minori tutele, ma è anche vero che spesso e volentieri le ricette proposte per superare il dualismo del mercato del lavoro, invece di migliorare la situazione dei disoccupati tendono a creare un’eguale opportunità peggiorando lo stato di chi lavora.

La situazione del mercato del lavoro italiano, insomma, non va bene da un bel po’ di tempo. Quali sono le cause, naturalmente per sommi capi? La tesi che ha prevalso, e che riguarda tutto il mercato europeo, è che un sistema economico reagisce meglio o peggio agli shock dell’economia a seconda delle regole del suo mercato del lavoro. Più queste sono rigide, più i processi di aggiustamento necessari dopo le fasi di shock tendono a essere lenti. Sulla base di questo presupposto, i processi di deregolazione del mercato del lavoro, le politiche di moderazione salariale, la flessibilità dell’ultimo ventennio – che sono state politiche europee, nate in seno alle istituzioni comunitarie –, hanno avuto come obiettivo quello di far sì che il mercato del lavoro fosse più dinamico, sia in uscita che in entrata, per renderlo in sostanza più solido. L’attesa era che a minore quantità di regole corrispondesse una maggiore probabilità di trovare un’occupazione, cui a sua volta sarebbe corrisposta anche una maggiore produttività. I dati mostranoperò che questo obiettivo non è stato raggiunto. È del resto l’annoso problema delle regole e del mercato su cui si dibatte da decenni.

Qual è la sua posizione, a proposito? Io credo che prima di rilasciare una patente di guida bisogna accertarsi che chi la richiede sappia guidare e conosca i segnali stradali. Fuor di metafora, pensare che un sistema si autoregoli mi sembra abbastanza illusorio. E mi sembra che proprio il mercato del lavoro l’abbia dimostrato. Se prendiamo in esame gli ultimi vent’anni in Italia, vediamo che, a seguito della flessibilizzazione e della deregolamentazione del mercato del lavoro si sono manifestati grandi cambiamenti che però nel lungo periodo non hanno giovato né al lavoro né alle imprese. Oggi abbiamo un lavoro più debole, delle imprese più deboli, una produttività più bassa, una competitività inferiore. Se tutto ciò non bastasse, durante questo ventennio la distribuzione del reddito è mutata sensibilmente a favore dei redditi non da lavoro: parliamo di circa dieci punti percentuali di Pil, più o meno 150 miliardi di euro. Questo travaso di ricchezza dai redditi da lavoro ai redditi non da lavoro è reso ancor più pesante dall’esserci stato, in questo ventennio, un forte aumento dell’occupazione: milioni di nuovi occupati sono entrati, e forse transitoriamente, nel mercato del lavoro.

Questo però non è un male, no? Di per sé, tutt’altro. Ma se parallelamente alla crescita dell’occupazione diminuisce la quota di reddito destinata al lavoro, questo vuol dire che ovviamente diminuiscono i salari pro-capite.

Abbiamo visto com’è andata da noi, negli ultimi vent’anni: deregolazione, flessibilizzazione, diminuzione dei salari. Ma nei paesi che consideriamo da sempre nostri competitor – Germania e Francia – com’è andata? Alla fine degli anni 80 la disoccupazione era il grande problema per tutti. L’Europa intraprese un nuovo percorso di lungo periodo con vari accordi, tra cui quello di Lisbona, che definiva la traiettoria dello sviluppo economico verso il quale tutti i paesi avrebbero dovuto convergere, rivedendo anche le legislazioni nazionali. Se guardiamo la tabella qui sotto (che comunque si riferisce al periodo antecrisi: oggi le cose stanno anche peggio) gli andamenti non sono stati omogenei. Il confronto da fare, ovviamente, non è con la Spagna, paese dall’economia più “giovane”, quanto con Germania e Francia e Stati Uniti (anche se questi ultimi hanno da sempre un’economia più dinamica). Se per quanto riguarda la crescita del Pil siamo alla metà degli Usa, rispetto alla Francia siamo 0,7 punti sotto in media annua, mentre rispetto alla Germania siamo più o meno allineati (ma la Germania in questo periodo ha proceduto alla riunificazione, proprio mentre da noi aumentava invece il dualismo Nord-Sud). Se poi scomponiamo il Pil nelle sue varie componenti, vediamo che la produttività da noi cresce assai meno che negli altri paesi: mezzo punto all’anno in meno rispetto alla Francia, un punto e due rispetto alla Germania. E invece l’occupazione cresce di più: quasi un punto l’anno, rispetto al mezzo punto della Francia e a una Germania che ha invece ridotto il tasso d’occupazione, sostituendo il lavoro con capitale.

Se capiamo bene, quindi, di quell’1,5 di aumento del nostro Pil, una buona parte è dovuta al lavoro. Però la produttività è in calo. Come è possibile? Forse bisogna fare un po’ di chiarezza sui termini. Spesso e volentieri il binomio “produttività del lavoro” induce in inganno. Porta infatti a dare al lavoro la responsabilità esclusiva della crescita o del calo della produttività. Ma le cose non stanno proprio così. Nel determinare il valore della produzione conta il lavoro ma conta anche la quantità di capitale e le tecnologie produttive. Il lavoro sarà quindi più o meno produttivo a seconda che trovi fattori produttivi adeguati e quanto più lo stesso lavoro è qualificato. La crescita della produttività dipende dalla qualità del capitale fisico, dal miglioramento delle competenze e della manodopera, dai progressi tecnologici e dalle nuove forme di organizzazione. Del resto, gli anni di cui stiamo parlando, gli anni di Lisbona, sono quelli della rivoluzione dell’Ict (le tecnologie dell’informazione e della comunicazione). La strategia di Lisbona parlava molto di Ict e di qualità del lavoro. Ma di questa Ict sembra che noi nulla abbiamo recepito nella produttività.

Come si spiega? In economia politica si dice: “a ogni obiettivo il suo strumento”. Lisbona chiedeva di far crescere l’occupazione e in parallelo di sviluppare la produttività. Dunque, due obiettivi, almeno due strumenti. Ma da noi si è usato prevalentemente lo strumento della flessibilità del lavoro e della moderazione salariale. Anche il protocollo del luglio 1993, del resto, prevedeva queste cose, ma ne prevedeva anche tante altre. Servivano investimenti, da indirizzare in modo adeguato. Per farla breve, serviva anche un po’ di politica industriale. Ma per vent’anni in questo paese questa parola è stata considerata un tabù che evocava il dirigismo. Le imprese hanno visto aumentare nell’immediato il profitto e su questo meccanismo si sono adagiate. Invece di utilizzarlo come forma di autofinanziamento, lo hanno utilizzato per altri obiettivi. Tutto Questo va inserito in un contesto che era quello della liberalizzazione dei mercati finanziari, della globalizzazione, della liberalizzazione dei movimenti di capitale e dunque della concorrenza internazionale. Nel quale le imprese e il lavoro (quest’ultimo ancora di più)si sono dimostrati l’anello debole.

La politica e i governi hanno trascurato questo aspetto. Un errore madornale, no?
Non c’è dubbio. Va detto anche che questo aspetto non è stato molto capito all’inizio. Quando abbiamo cominciato a riflettere criticamente su questo fenomeno – e tra gli economisti un particolare contributo è venuto da Enrico Saltari – l’idea prevalente era che con la deregolamentazione del mercato del lavoro le cose sarebbero andate comunque meglio. Ad avanzare dubbi si passava per Cassandre. Oggi ci si è accorti che il successo delle politiche del mercato del lavoro c’è stato, almeno fino a due anni fa, ma non è stato completo. Perché l’aumento dell’occupazione si è accompagnato a una stagnazione della produttività. E quindi alla minore creazione di ricchezza. La teoria economica insegna che nelle fasi di crisi, quando la crescita precedente è stata conquistata attraverso aumenti di produttività, investimenti e progresso tecnologico, la capacità di attraversare la crisi e di uscirne bene è molto superiore a quella che si ha quando la crescita è stata dovuta prevalentemente all’inclusione del solo lavoro.

Da noi è andata così. Altrove è andata diversamente. Per merito dei governi o delle imprese? Di tutti e due, di solito. La Germania si distingue dagli altri paesi, soprattutto da noi perché esporta molto (più di noi) ma esporta beni a tecnologie avanzate (diversamente da noi). Una struttura manifatturiera meno frammentata e aver puntato su beni ad alto contenuto tecnologico fanno sì che in Germania ci sia da sempre un’alta produttività a cui si accompagna in continuazione la riqualificazione del lavoro. Noi invece facciamo spesso tecnologia nei processi, pur restando all’interno di prodotti tradizionali. Così però ci troviamo a confrontarci con produzioni di beni a basso contenuto tecnologico, fatte da paesi con un costo del lavoro così basso che competere è praticamente impossibile.

Molto pesa nella scarsa competitività italiana il dualismo Nord-Sud e la deindustrializzazione del Mezzogiorno. È un processo che sembra inarrestabile, se non torna a essere una priorità… Non si può immaginare la crescita dell’Italia (se la immaginiamo unita, naturalmente) senza sfruttare il bacino potenziale rappresentato dal Mezzogiorno. Certo è difficile. Le differenze produttive e culturali tra Nord e Sud sono talmente forti che, se non si è capaci di ricostruire una politica industriale, uscirne diventa quasi impossibile. Negli ultimi vent’anni si è pensato che quella che è stata etichettata Nuova politica regionale potesse rappresentare un volano capace di coagulare intorno a sé le forze che emergevano localmente. Per quanto i contenuti di quel dibattito fossero intellettualmente accattivanti, è stato però un fallimento.

Ma anche il Nord soffre dell’insufficienza di produttività del nostro paese, no?
Ne soffre a metà. Le imprese a maggior contenuto tecnologico sono dislocate al Nord. Le medie imprese sono praticamente solo al Nord e, in quantità minore, al Centro. Il problema della flessibilità c’è anche al Nord ma non con le drammaticità del Sud. Chi perde lavoro al Nord fa meno fatica a ritrovarlo. E anche i salari, certo si sono indeboliti, ma meno che al Sud. Dove i salari sono mediamente del 10-15 per cento più bassi (dati Bankitalia). Pensare di far ripartire il Sud con ricette come le gabbie salariali è sbagliato non solo perché nel Mezzogiorno i salari sono già più bassi, ma perché si rischia di innescare la trappola della produttività.

E cioè? Se si pensa che il modo per far crescere il Sud sia solo quello di rendere ancora meno costoso il lavoro, significa dare alle imprese l’idea che sia ancora possibile produrre e investire nei settori tradizionali a bassa produttività. Il lavoro però sarà così ancora meno qualificato, e quindi ancora meno produttivo. E via dicendo: così si crea una spirale negativa per la crescita e per i salari.

Che fare, allora? Nessuno ha la bacchetta magica. Ma ricette che puntino solo sul lavoro, sul lavoro purchessia, in realtà non aiutano il Sud. Quello che serve è un lavoro di qualità. Occorre un impegno di lungo periodo dello Stato che incentivi le imprese nei settori ad alto valore aggiunto, che punti aelevare stabilmente l’occupazione, la produttività e i redditi. Torniamo al punto di prima. Servono investimenti veri. Serve una vera politica industriale.

da www.rassegna.it

«Lo Stato tra quei banchi», di Michele Serra

Miracolo a Roma. Il ministro Gelmini ha chiesto alla direzione scolastica di Adro di far rimuovere i simboli “padani” dalla locale scuola pubblica (ci vorrà tempo, perché ci vorranno gli scalpelli…).
Non riesco a immaginare niente di più triste di un “aperitivo padano” con il figliolo del Bossi, a Bologna, in un ristorante che si chiama Kristal. Immagino i salatini, il prosecchino, i brindisi, e un cameriere (napoletano) che per favorire i clienti serve anche qualcosa di verde, per esempio sciroppo di menta allungato con acqua brillante. Una festa.
Eppure è proprio dal Kristal, secondo le cronache, che la Lega scatena la sua grande campagna per la padanizzazione di Bologna, che secondo il Trota è “stanca del rosso”. Veramente di rosso, a Bologna, è rimasto pochino: per avere vent´anni, il giovane Bossi parla come un articolo del “Carlino” di quarant´anni fa, quando Bologna era rossa davvero e i brindisi si facevano nelle osterie, altro che Kristal. Oggi i “rossi”, a Bologna, vivono soprattutto di ricordi. Ma se davvero il candidato sindaco del centrodestra fosse leghista, e meglio ancora se fosse lo stesso Trota, la sinistra, in un rigurgito di patriottismo municipale, potrebbe uscire dal suo sonno, e trovare alleati anche insperati tra i bolognesi che, per quanto scontenti di come vanno le cose, preferirebbero non finire i loro giorni al Kristal brindando alla Padania.

da www.repubblica.it