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"Le maschere della crisi", di Michele Brambilla

È probabile che «l’inconfutabile dato» sull’aumento dei furti nei supermercati sarà già da questa mattina oggetto del dibattito politico. Ciascuno sosterrà che siamo di fronte a una prova evidente dell’impoverimento degli italiani. Ma quanto alla ricerca della causa ci sarà un serrato ed elevato confronto: i tremontiani diranno che tutto dipende dalla recessione globale.

I brunettiani dalla mancata riduzione delle tasse, l’opposizione dirà che è una vergogna che non sia ancora stato sostituito il ministro delle attività produttive e che comunque è sempre e solo colpa di Berlusconi (ma Veltroni dirà che anche Bersani ci ha messo del suo), i leghisti se la prenderanno con Roma ladrona e qualcun altro con la coppia Fini-Tulliani. Quel che nessuno metterà in discussione è il dato di partenza: e cioè che i furti nei supermercati sono aumentati perché c’è la crisi e siamo tutti più poveri. Così il Barnum mediatico ha infatti immediatamente presentato la notizia. Al primo lancio d’agenzia già alla seconda riga si dava per scontato che siamo diventati mariuoli per necessità, ladri di biciclette come negli anni del neorealismo. Leggo testualmente: «Il furto costa caro ai supermercati italiani, ancor di più in tempo di crisi economica… A pesare sull’aumento dei furti è stata la recessione». Ma come no: d’altra parte l’indagine è stata fatta da alcuni «retailer» e c’è anche il parere di un «chairman marketing» che ci ha spiegato l’importanza della «loss prevention».

Andando a caccia di qualche residuo vocabolo italiano leggo tuttavia nelle ultime righe, buttato lì come ininfluente dettaglio, che gli articoli andati più a ruba (in senso letterale) sono «capi di abbigliamento, soprattutto firmati e accessori, e cosmetici». Un’altra agenzia parla di «soprattutto profumi, bottiglie di liquore, parmigiano e salumi vari, ma anche materiale elettronico». Prodotti non propriamente indispensabili per il sostentamento. Fanno eccezione il parmigiamo e i salumi ma, visto l’andazzo, non è da escludere che siano stati razziati per l’happy hour. Resisto alla tentazione di essere altrettanto facilone di chi sostiene l’equazione «aumento dei furti uguale crisi e povertà» sostenendo che, viceversa, questi dati testimoniano ancora una volta la cialtronaggine di noi italiani. Mi permetto invece di chiedere quale sia l’attendibilità delle indagini che ci vengono proposte ogni giorno. Solo ieri, ad esempio, abbiamo scoperto che esiste un «Barometro mondiale dei furti»; ed è singolare che a un’ora dall’annuncio del suo studio se ne sia materializzato sul computer un altro identico, eseguito dal mitico «Osservatorio di Milano».

Qualche giorno fa uno studio ci ha documentato come noi italiani, in tempo di crisi, ci siamo rimboccati le maniche e siamo tornati a fare i lavori più umili, togliendoli agli immigrati; ora parrebbe invece che neanche in crisi rinunciamo alla polo griffata e alla crema antirughe. Chi ha ragione? Chissà. Del resto anche istituti grandi e seri si contraddicono spesso, spiegandoci un giorno che siamo fuori dal tunnel e il giorno dopo che siamo alla canna del gas. Ci vorrebbe insomma una bella indagine sull’inaffidabilità delle indagini. Che magari arriverebbe alla conclusione che tanta confusione è, in fondo, colpa della recessione.

La Stampa 19.09.10

«Così spariscono i soldi per l'edilizia scolastica», di Cinzia Gubbini

Ci sono ma non si vedono. O forse neanche ci sono? È un bel mistero quello dei fondi stanziati in finanziaria per l’edilizia scolastica. Soldi di cui non si parla mai, visto che la polemica negli ultimi mesi si è concentrata sui 358 milioni del Fondo per le aree sottosviluppate (Fas), che secondo le regioni meridionali sono stati «scippati» dalle regioni del nord. Fatto sta che la legge finanziaria 2010 prevede lo stanziamento «fino a 300 milioni di euro» per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, in un comma dove non si fa altro che parlare di «massima celerità» e di «immediatezza». Invece non se ne è ancora fatto niente, e soprattutto si viene a scoprire che per ora i fondi a disposizione sono solo 130 milioni.
Ma lo «scandalo» è un altro. E cioè che di fronte a una vera emergenza nazionale, quella delle «sgarrupatissime» scuole italiane, di punto in bianco salta fuori che i soldi possono essere spesi solo previo «indirizzo delle commissioni parlamentari», istruzione e bilancio. Mentre la Corte dei conti, nella relazione di luglio, mette sotto la lente di ingrandimento i complicatissimi e sommamente inutili meccanismi burocratici che impediscono di spendere anche quei pochi soldi che ci sono, nella Finanziaria della crisi qualcuno ha pensato di infilare un ennesimo lacciuolo: devono prima decidere le Commissioni parlamentari. E così tutto si blocca. Perché il termine per la deliberazione dell’atto (con proroga) è scaduto il 30 giugno. Il Pd criticò la norma già all’epoca della sua approvazione. Manuela Ghizzoni e Raffaella Mariani, rispettivamente capogruppo alla commissione cultura e infrastrutture, spiegano che il ruolo del parlamento può anche trovare un suo spazio, ma solo nell’indicare i criteri generali, perché che ne sa un parlamentare dove servono i soldi per mettere a posto le scuole? Ma il «colpo di mano» a favore dei parlamentari non piace neanche al sottosegretario alle infrastrutture Mario Mantovani, l’uomo del governo nelle questioni di edilizia scolastica, che tuona: «Diciamolo fuori dai denti, qualcuno spera di portare un po’ di acqua al proprio mulino. Ma a me non interessa, o le Commissioni deliberano, o io quei soldi li utilizzo comunque».
Ma la storia non finisce qui, perché resta da capire se le commissioni non deliberano per inerzia – e vista la situazione dell’edilizia scolastica sarebbe gravissimo – o perché «dall’alto» (cioè dal ministero del Tesoro) è arrivata l’informazione che i soldi non ci sono, quindi meglio aspettare.
D’altronde scavando nella complicatissima vicenda dei finanziamenti per l’edilizia scolastica il «succo» alla fine è proprio questo: per mettere in sicurezza le scuole ci vorrebbero 4 miliardi di euro (lo dice la Corte dei Conti) ma la crisi morde e nelle casse dello Stato non c’è il becco di un quattrino. Basta guardare la vicenda dei fondi Fas: 1 miliardo di euro promesso dal governo e di cui finora sono stati concretamente spesi solo 220 milioni per permettere l’avvio dell’anno scolastico in Abruzzo dopo il sisma. Poi, a maggio, il Cipe ha sbloccato una seconda tranche di 358 milioni di euro scatenando le ire delle regioni meridionali a cui spetta l’85% del finanziamento per le aree sottosviluppate: il governo, invece, ha deciso di utilizzare questi fondi per dare finanziamenti alle scuole considerate più a rischio. Una classifica emersa dall’ultima rilevazione nazionale – conclusa all’80% – sugli elementi non strutturali degli edifici. Una decisione sensata, peccato che il criterio utilizzato per mettere in fila le regioni italiane sia stato quello della popolazione scolastica e del numero delle classi: prima in assoluto è risultata la Lombardia (patria del ministro Gelmini ma anche del sottosegretario Mantovani) a cui andranno 50 milioni di euro. La promessa è che la prossima tranche riequilibrerà questo strappo: «Sarà destinata solo alle 8 regioni del sud, questo è certo», spiega Mantovani. Ma il fatto è che pure i fondi Fas, al momento, sono fantomatici: l’agognato stanziamento è stato pubblicato solo l’altro ieri in Gazzetta ufficiale. E con una precisazione che non lascia ben sperare: il finanziamento «sarà erogato secondo modalità temporali compatibili con i vincoli di finanza pubblica». Potrebbe voler dire mai.
dal Manifesto

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«Se la scuola perde pezzi», di Leo Lancari
Verrebbe quasi da chiedersi come si fa ad arrivare alla fine dell’anno scolastico. Tra pezzi di intonaco che cadono, fili elettrici scoperti, assenza di maniglioni antipanico e di scale di sicurezza e aule sovraffollate, per un ragazzo andare scuola è diventato quasi come frequentare un corso di sopravvivenza, con la speranza di arrivare sano e salvo fino alla fine. E c’è poco da sperare in un intervento «riparatore» da parte dello Stato, perché nonostante una prima tranche di 358 milioni di euro sbloccata nelle scorse settimane dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe), i finanziamenti stanziati per l’edilizia scolastica sono sufficienti appena a mettere le classiche pezze. Basti pensare che, per stessa ammissione del ministero dell’istruzione, in Italia ci sono ben 12 mila scuole a rischio sicurezza per le «particolari criticità» che presentano. Scuole nelle quali si consiglia di non aumentare il numero di studenti per classe. Raccomandazione che appare inutile, visti i tagli al numero degli insegnanti fatto dalla Gelmini.
Una radiografia delle condizioni delle scuole italiane arriva dall’annuale rapporto di Cittadinanzattiva in cui si riassumono i risultati di un’indagine eseguita su un campione di 82 edifici scolastici in 11 province di 8 Regioni: Piemonte, Lombardia, Marche, Umbria, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia. «Purtroppo – denuncia l’associazione – anche i dati di quest’anno dimostrano come la situazione non si possa ancora definire in netto miglioramento anche se si registrano sforzi e risultati incoraggianti almeno sul fronte delle iniziative di prevenzione». Basti pensare che il 16% delle scuole prese in esame è in condizioni davvero precarie, mentre appena una su cinque conquista la sufficienza. Ma a fatica. Andiamo a vederli allora gli edifici di questa scuola italiana. Con una premessa: la conformazione del territorio italiano fa sì che ben 3.458 scuole siano a rischio frane o sono costruite in zona sismica. Per mettere in sicurezza queste servirebbero 13 miliardi di euro. Da considerare inoltre che poco più di una scuola su tre tra quelle monitorate possiede la certificazione di agibilità statica (37%).
Piovono calcinacci
Il 15% delle scuole presenta crepe sulla facciate esterna e all’interno dell’edificio. Distacchi di calcinacci sono stati rilevati nei corridoi (29% dei casi) nei laboratori (23%), nei bagni (21%) e nelle aule (20%). Nel rapporto si evidenzia come la maggior parte di questi cedimenti dipendono dalla mancanza di manutenzione, riscontrata nel 28% delle scuole. E questo anche se il patrimonio immobiliare destinato all’istruzione è comunque da considerarsi vetusto, visto che il 67% degli istituti presi a campione è stato costruito prima del 1974. Ma al di là dei numeri, c’è quanto accade quotidianamente. Il 6 ottobre del 2009 nell’Istituto professionale «Rossini» di Bagnoli un pannello del controsoffitto di mezzo metro è cauto sfiorando la testa di una bambina della seconda F. Lo stesso giorno il sindaco di Montelepre (Palermo) dispone la chiusura dell’edificio che ospita l’asilo comunale e le prime classi di una scuola elementare dopo che nella notte è crollata una parte del soffitto.
Aule sovraffollate
Non va meglio se si pensa alla sicurezza degli impianti. Nel 6% delle biblioteche e delle mense, nel 4% delle aule, nel 3% delle aule con computer e nel 2% delle palestre prese in esame sono stati trovati fili elettrici scoperti, insieme al 4% dei cosiddetti percorsi comuni, come i corridoi, nel 5% delle sale docenti e nel 3% delle segreterie.
Non va meglio se si esaminano le aule. Oltre all’«ordinaria insicurezza» denunciata da Cittadinanzattiva, si aggiungono i problemi creati dalla legge 133/2008, la Riforma Gelmini che all’articolo 64 prevede l’innalzamento progressivo del numero degli alunni per classe. Il che porta il numero di studenti massimo a 29 per la scuola d’infanzia, a 27 per la primaria, a 30 per la secondaria di primo grado e secondo grado.
Igiene?
Il taglio ai bilanci ha inevitabilmente finito con l’influire anche sulle pulizie degli istituti. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, studenti, famiglie e docenti. «Corridoi, bagni e aule detengono il primato degli ambienti più sporchi» denuncia il rapporto, notando come particolarmente deficitaria sia la situazione dei bagni spesso sprovvisti di carta igienica, sapone e asciugamani.
Per cercare di risanare almeno in parte questa situazione, Cittadinanzattiva chiede al governo di creare un’anagrafe dell’edilizia scolastica prevedendo anche sanzioni per gli amministratori locali che si rifiutano o di fornire i dati, ma anche rivedere i limiti imposti dal patto di stabilità per permettere agli enti locali di spendere i fondi stanziati e la revisione dell’articolo 64 della Riforma Gelmini che consente di inalzare il numero di studenti per classe, creando così «situazioni di illegalità che mettono a repentaglio la sicurezza di studenti e personale».
dal Manifesto

Il cammino della donna per la conquista della cittadinanza

Nell’ambito del seminario di studi dedicato a “Il cammino della donna per la conquista della cittadinanza”, organizzato dal Comitato del Progetto verso la nuova casa delle donne di Modena, venerdì 8 ottobre 2010 alle ore 11,30 presso la sala Panini (Via Ganaceto 134) della Camera di Commercio, si terrà la tavola rotonda “Esperienze locali e nazionali a confronto e prospettive future”
partecipano:
Donatella Baraldi (Presidente centro documentazione donne), Manuela Ghizzoni (deputata), Patrizia Guerra (dirigente settore Politiche sociali Comune di Modena), Pina Nuzzo (UDI), Zighereda Tesfamariam (presidente Donne nel Mondo), coordina Cristina Bicciocchi (presidente Donne nel 2000, Premio profilo donna)

«Il federalismo e le chiacchiere», di Claudio Martini

È in pieno svolgimento a Cagliari la Festa Nazionale del Pd sugli Enti locali. Molti i dibattiti, alta la partecipazione, viva l’attenzione dei cittadini. Il successo della Festa conferma la necessità di prestare ascolto all’allarme popolare sul destino dei servizi essenziali e sulle politiche sociali, in questo momento di pesanti tagli governativi alla spesa pubblica locale, di smantellamento del welfare nazionale.
La Festa è l’occasione di un’originale riflessione sul federalismo possibile e necessario, fuori dalle estenuate polemiche romane. La scelta di Cagliari non è casuale. La Sardegna è regione crocevia: statuto speciale, storico autonomismo e recenti spinte indipendentiste, volontà di rilancio nel quadro nazionale ed europeo, originalità rispetto al tradizionale meridionalismo. Da Cagliari si guarda al federalismo senza sospetti ma con approccio assai problematico, molto esigente. E con totale disdegno della retorica strumentale sul “federalismo ormai cosa fatta”: per i decreti delegati in costruzione nulla sarà effettivo prima del 2016!
Alla domanda “c’è da temere o da sperare con il federalismo?”, la risposta di Cagliari è semplice e chiara: dipende! Dipende da come verrà costruito, dipende da noi e dalla voglia di scommetterci, dalla determinazione delle comunità di assumersi le responsabilità che il federalismo comporta. Il che significa battersi per un esito positivo, non accettare il deludente svuotamento che Bossi e Berlusconi ci stanno regalando, non scegliere di fare da spettatori né sperare che tutto si areni da solo, come spesso avviene in Italia.
Non è banale che dalla Sardegna emerga una volontà positiva, la voglia di raccogliere la sfida. È essenziale che le regioni insulari e quelle centrali e meridionali sfatino il mito che il federalismo interessa solo il Nord. Basilare è la dimostrazione che Regioni e poteri locali ottengono, sul territorio, risultati migliori di quelli prodotti da uno Stato centralistico, burocratico, distante anche nel capire i problemi. La Sardegna è esempio chiarissimo al riguardo: Regioni e poteri locali fronteggiano in modo innovativo nodi come la sanità, la tutela del territorio, le politiche sociali; mentre lo Stato – al di là degli scandali della Maddalena – lo si “vede” nella desertificazione industriale, nel disastro della scuola, nello sfarinamento dei trasporti. Lo stesso penso si possa dire per tutte le regioni, il che può sostenere un risveglio autonomistico e federalistico che coinvolga tutte le forze produttive e metta spalle al muro il “federalismo delle chiacchiere” della Lega e della Destra.

da www.unita.it

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«Federalismo, la partita si gioca al Sud», di Luca Ricolfi

Per capire la politica siciliana bisogna, come minimo, essere siciliani e fini conoscitori della realtà dell’isola. Perciò non proverò nemmeno ad azzardare un’interpretazione della complessa partita che lì si sta giocando in questi giorni, né a decodificare i segnali che il presidente del Consiglio – di passaggio a Taormina – ha lanciato ieri ai vari politici dell’isola.
Quel che però mi sembra di poter dire, dal nebbioso Nord in cui sono sempre vissuto, è che la partita siciliana è solo un episodio di una partita molto più generale, una partita che si gioca un po’ in tutte le regioni meridionali ma in realtà ci riguarda tutti. Questa partita si chiama «futuro del Sud», e alla lunga avrà ripercussioni sull’Italia intera, se non altro perché il destino del Centro-Nord dipenderà dal modo in cui – non in un lontano futuro, ma nei prossimi mesi – la classe politica imposterà la questione del Sud.

Perché nei prossimi mesi?
Perché nei prossimi mesi, se il governo non cadrà prima di Natale, saranno emanati tutti o la maggior parte dei decreti delegati della legge sul federalismo fiscale.
E anche se il governo dovesse cadere, sarà sul federalismo che si combatterà un’eventuale campagna elettorale. Vista da Roma, la crisi della maggioranza è una puntata della guerra Fini-Berlusconi, e la posta in gioco è lo scudo giudiziario per il presidente del Consiglio. Ma vista dalle rive del Po la crisi della maggioranza è soprattutto un passaggio cruciale nella vicenda del federalismo. Dalle convulsioni di questi giorni si può uscire con un rafforzamento delle forze che più o meno apertamente osteggiano il federalismo, oggi raggruppate sotto l’etichetta del Terzo polo, oppure con un successo delle forze che puntano su una sua applicazione rigorosa, non solo la Lega ma anche consistenti settori del Pdl e del Pd, specie al Nord.

Il problema politico, tuttavia, è che in questa partita il vero arbitro non è né il governo né il Parlamento, ma è l’elettorato meridionale. E questo non solo perché è al Mezzogiorno che il federalismo chiede i cambiamenti più radicali, ma perché da quando siamo entrati nella seconda Repubblica è sempre il Mezzogiorno che decide chi vince le elezioni: il Nord vota stabilmente a destra, le «regioni rosse» del Centro votano stabilmente a sinistra, il Sud oscilla e con il suo oscillare decide il vincitore. Al limite si potrebbe far votare solo gli elettori meridionali, tanto il voto del resto del Paese – sclerotizzato com’è – è sostanzialmente ininfluente.

Il problema è dunque: che cosa farà il Sud? O meglio: che cosa faranno le forze politiche per orientare il voto del Sud? O ancora: quale idea del futuro dell’Italia vincerà fra gli elettori del Sud? Accetteranno la sfida del federalismo o faranno resistenza passiva, cercando di mandare a monte i sogni della Lega?

Ecco perché è importante capire il gioco delle forze politiche, ma anche i sentimenti in campo nella società civile. E qui vorrei riferire una sensazione personale, basata sui contatti che ho avuto negli ultimi anni con persone del Sud, ma anche sui numeri e sulle statistiche. Ebbene, la mia impressione è che noi del Nord abbiamo una visione molto, troppo stereotipata della realtà meridionale. Una visione che sottovaluta le enormi differenze interne del Mezzogiorno. Differenze fra regioni ad alta e a bassa densità mafiosa, innanzitutto.
Ma anche differenze interne alle stesse regioni di mafia (Benevento non è Caserta). Quando il ministro Brunetta dice che alcuni territori sono «un cancro sociale e culturale», e che se essi si comportassero come il resto del Paese l’Italia sarebbe al livello dei più avanzati Paesi europei, non solo dice una cosa esatta, che studiosi avvertiti come Paolo Feltrin ripetono da anni, ma fa un’enorme apertura al resto del Mezzogiorno. Perché se Brunetta ha ragione, vuol dire che dentro il Sud ci sono realtà molto differenziate, alcune delle quali non lontane dagli standard medi nazionali. Prendiamo l’intensità dell’evasione fiscale: nei due territori indicati da Brunetta (la Calabria e la conurbazione Napoli-Caserta) è quasi il doppio della media nazionale, ma nelle cinque regioni a bassa densità mafiosa (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Sardegna) è di poco superiore alla media italiana. Prendiamo le estorsioni, il più tipico reato connesso alla criminalità organizzata: fatta 100 la media nazionale, i territori-cancro di Brunetta sono a livello 273, le regioni del Sud a bassa intensità mafiosa sono a livello 116, appena al di sopra della media nazionale. Così per molti altri indicatori, che invariabilmente mostrano che l’enfatizzatissima distanza Nord-Sud è minore della distanza che, dentro il Sud, separa i territori normali dai territori «speciali».

Lo stesso discorso si potrebbe ripetere per l’efficienza delle amministrazioni locali, dove – accanto ai frequenti casi di dissipazione del denaro pubblico – non mancano esempi di amministrazioni virtuose. Così come sono sempre più numerosi i politici che, anziché demonizzare la Lega Nord, preferiscono raccoglierne la sfida, riconoscendo gli errori del passato e attrezzandosi a non ripeterli nel futuro. Insomma, voglio dire che una parte della classe politica meridionale ha capito che i quattrini sono finiti, che come prima non si può andare avanti, che il vittimismo non paga più, e che il federalismo può essere un’opportunità per il Sud. Di donne e uomini così negli ultimi tempi mi è capitato di conoscerne parecchi, ed è stata una sorpresa molto piacevole. Essi non chiedono di fermare il federalismo, ma pretendono che – se e quando il ceto politico meridionale saprà fare la sua parte – anche lo Stato centrale faccia la sua, a partire dalle infrastrutture e dagli investimenti pubblici, drammaticamente e colpevolmente dimenticati negli ultimi 10 anni.

Di fronte a questa realtà, come si pone la politica nazionale?
La mia impressione è che, proprio perché sarà il Sud a decidere le elezioni politiche, per i nostri due maggiori partiti e i loro leader non sarà facile far leva sulle forze migliori presenti nel Mezzogiorno. Berlusconi sa che per restare in sella deve concedere qualcosa agli uomini del Sud (parlamentari e cittadini), e il rischio che conceda le cose sbagliate è molto forte. Quanto a Bersani non ha nulla da concedere, ma può promettere molto, ad esempio che la santa alleanza fra sinistra e Terzo polo annacqui o congeli la riforma federalista.

Eppure quella di aiutare le energie migliori del Sud è l’unica strada. Se la politica non saprà fare questo – risparmi severi sulla spesa corrente, investimenti coraggiosi in infrastrutture – il Sud non ne verrà fuori. E, a quel punto, non ne verremo fuori neppure noi, perché un Mezzogiorno così com’è oggi è un lusso che il Nord non si può più permettere.

da www.lastampa.it

«Duri o buonisti l'equivoco sui rom», di Giuliano Amato

Serve solo a suscitare emozioni contrapposte dividersi in duri e buonisti sulla questione dei Rom. La avvertiamo insieme come un rischio per la nostra sicurezza e come una macchia per la nostra coscienza ed è solo dipanando questa matassa e separandone i fili che riusciremo a venirne a capo. In gioco infatti c’è di sicuro la nostra difesa dalla piccola e non sempre piccola criminalità che spesso alligna nei campi nomadi, ma c’è anche la libertà di movimento dei cittadini comunitari (quando si tratta di Rom di provenienza comunitaria) e ci sono i diritti di una minoranza, che dovremmo riconoscere e che ancora non abbiamo riconosciuto.

Procediamo con ordine. Ai Rom e ai loro modi di vita eravamo abituati da decenni, ma c’è stata un’impennata delle loro trasmigrazioni verso l’Italia, la Francia e la Spagna con l’ingresso nell’Unione dei paesi dell’Est europeo nei quali le loro condizioni di vita erano divenute sempre più grame. Possiamo restituirli a quei paesi per liberarci dei loro accampamenti degradati e dei pericoli che vi scorgiamo? La materia è regolata dalla direttiva europea 38 del 2004, che è appunto quella sulla libertà di movimento dei cittadini comunitari.

È una direttiva tutta scritta in chiave di garanzia e anche se contiene disposizioni per l’espulsione, con divieto di rientro, di coloro che rappresentino una «minaccia reale, attuale e sufficientemente grave da pregiudicare un interesse fondamentale della società», è molto attenta nel delimitare il caso.

Precisa che l’esistenza di condanne penali non giustifica da sola la misura, che non la giustificano neppure «ragioni di prevenzione generale» e che, in particolare, non la si può adottare per motivi economici, e cioè per mancanza di mezzi di sussistenza. Se un cittadino comunitario ne risulta sprovvisto dopo tre mesi dal suo ingresso in un altro paese, può essere allontanato, ma non gli si può vietare il rientro.

L’ispirazione della normativa è trasparente. La si può accusare di non aver previsto quei massicci spostamenti di poveri diavoli, spesso frammisti a male intenzionati, che in concreto ci siamo trovati addosso.

Sarebbe anche ragionevole emendarla nel senso che lo stesso allontanamento per motivi economici sia accompagnato dal divieto di rientro. Ma nessuno – spero – oserebbe toccare il fondamentalissimo principio che una cosa è la mancanza di mezzi, una cosa diversa è la pericolosità sociale e che, in ogni caso, qualunque provvedimento deve scaturire da una motivazione che riguarda singole persone, non gruppi sociali.

Immaginiamo comunque di avere tutti i mezzi legali per liberarci di chi è pericoloso e anche per allontanare con più efficacia chi non ha mezzi di sussistenza. Avremmo così risolto la questione dei Rom? I Rom non sono una congerie di diseredati che si ritrovano nei campi uniti solo dalle loro precarie condizioni di vita. Sono una minoranza con tradizioni culturali e linguistiche che, per cominciare, include italiani e non italiani, comunitari e non comunitari, cristiani e musulmani, cattolici e ortodossi. Hanno vissuto per secoli allevando cavalli ed eccellendo in attività artigiane e di manutenzione, che li hanno resi in passato fiorenti. Poi si sono trovati in un mondo che non aveva più bisogno di loro, le loro comunità hanno vissuto fra difficoltà crescenti e da un lato si è estesa nelle loro file la piccola criminalità come fonte di sussistenza, dall’altro molti di loro hanno cominciato a divenire stanziali e a integrarsi nei modi di vita che noi consideriamo normali.

Decisivo è diventato a questo punto l’atteggiamento verso di loro delle nostre società, cioè di tutti noi. I diversi hanno sempre destato diffidenza, a volte vere e proprie persecuzioni. E non ne sono stati indenni i Rom, 500mila dei quali furono vittime delle camere a gas naziste insieme agli ebrei. Ma questo, in molti paesi, non è bastato a farli vedere come vittime, a cogliere i loro nuovi bisogni, ad accettarli dunque via via che loro stessi venivano accettando forme nuove d’integrazione, che pure salvaguardassero la loro identità. Eppure, dove la si è praticata, l’integrazione funziona.

È accaduto così che nelle sedi europee abbiamo approvato raccomandazioni contro il razzismo, risoluzioni per la scolarità dei bambini Rom e stanziamenti sul bilancio comunitario per progetti d’integrazione. Poi alcuni paesi (come documenta Leonardo Martinelli nel suo articolo di venerdì su questo giornale) sono stati coerenti, mentre noi in Italia, abbiamo fatto nel 1999 una legge per la tutela delle minoranze, ma l’abbiamo limitata alle minoranze territoriali e ne abbiamo per ciò stesso escluso i rom, lasciandoli nel loro limbo.

Quando ero ministro dell’Interno conobbi un ragazzo Rom di diciotto anni. La sua famiglia era fuggita dalla Bosnia durante la guerra dei primi anni 90 e proprio a causa della guerra erano bruciati gli atti dello stato civile da cui poteva risultare la sua cittadinanza. Da noi era andato a scuola e ora, dopo diciotto anni, o gli si dava un permesso di soggiorno, o lo si doveva espellere, mandandolo non si sa dove. Ma il permesso di soggiorno non poteva essere fatto, perché non aveva una cittadinanza, legalmente non esisteva.

Lo salvai dall’espulsione, ma mi convinsi una volta di più che una legge sulla minoranza Rom era quello che mancava. Cominciai a lavorarci ma, come già ho raccontato in un articolo precedente, venni invitato dalla mia maggioranza ad aspettare il momento più opportuno e poi, all’inizio ormai del 2008, cadde il governo.

Ecco, siamo a questo punto, salvo gli episodi di positiva integrazione in non molti comuni italiani. Chissà quanti sono i ragazzi come quello di cui ho parlato che, a differenza di lui, sono finiti nei gorghi delle procedure di espulsione, anche se non eseguite perché di fatto non eseguibili. Si staranno nascondendo in qualche campo, vivranno di espedienti e di sicuro si sentiranno più solidali con chi fa spedizioni notturne per asportare il rame dalle linee ferroviarie che non con tutti noi, “gage” ostili che cerchiamo solo di evitarli. Le visite che ho fatto nei campi Rom mi hanno dato più di una prova dell’errore che facciamo usando solo la durezza e usandola in modo indifferenziato. L’unico risultato è che si rinserrano le fila e viene frustrato così il desiderio (formulatomi esplicitamente) di non vivere più fianco a fianco con i ladri e i delinquenti che invece spadroneggiano nel necessitato silenzio degli altri. Immagino che sia quello che sta accadendo in questi giorni in Francia.

Torno così al punto di partenza. Non facciamone una partita fra duri e buonisti, perché comunque finisca noi la perderemmo. La partita si vince se la si gioca su entrambi i fronti e, se lo si fa, noi stessi possiamo uscirne più soddisfatti. Vogliamo la sicurezza, ma non ci piace sentirci la coscienza sporca. O no?

da www.ilsole24ore.it

Adro, si eclissa il sole padano

Il ministro della pubblica istruzione, Maria Stella Gelmini da Brescia, ci ha messo una settimana a scrivere al sindaco leghista Oscar Lancini da Adro per dirgli di togliere il sole delle Alpi dalla scuola pubblica Gianfranco Miglio. La distanza trai due comuni è di 35 km, a portargli la lettera a mano ci sarebbe voluto molto meno. L’ha fatto grazie al nostro impegno.
E in un giorno di pioggia, che suscita battute come piove governo Adro, è il PD a guidare la manifestazione per cancellare i simboli verdi e coprirli con il tricolore, che a fine giornata culmina nella retromarcia del governo. C’è Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria nazionale, Filippo Penati, capo della segreteria politica di Bersani, Giuseppe Civati, presidente del Forum Nuovi Linguaggi e Nuove Culture del PD, il consigliere regionale Gianni Girelli. Sono sotto la pioggia con un migliaia di persone in una manifestazione, organizzata dal Pd, e incentivata da una lettera di 185 genitori di bambini che frequentano la scuola pubblica, per dire che non si fa propaganda sulla pelle dei bambini.
Tutti insieme per gridare Fuori la Lega dalla scuola PD e giovani democratici, SeL, Popolo Viola, UDC, con le bandierine italiane in mano.

Purtroppo in questi giorni a fronte dello scandalo di una scuola dove ricorre 700 volte il sole delle alpi depositato dai leghisti in tribunale nel 1998 la Gelmini non era voluta intervenire, e dalla piazza di Adro la Puglisi commentava: “La Gelmini faccia il suo lavoro e pensi alla situazione delle scuole pubbliche italiane. Oggi ad Adro nonostante la pioggia è stata una bellissima giornata, perché oggi c’è stato il risveglio delle coscienze degli italiani. I rappresentanti del PD, insieme a tanti cittadini non solo di Adro, sono venuti numerosi a rimettere il tricolore nelle scuole e a dire forte alla Lega di mettere giù le mani dalla scuola pubblica. Alla Gelmini ricordiamo che lei è un ministro della Repubblica che ha giurato sulla Costituzione. E’ quindi suo compito ripristinare al più presto le regole democratiche e costituzionali violate nella scuola di Adro. Chiediamo pertanto alla Gelmini di attivarsi con urgenza per far rimuovere i simboli leghisti dalla scuola della cittadina bresciana”.
Civati in piazza puntava l’indice su “un disegno completo, vogliono togliere l’aggettivo pubblico all’istruzione e disarticolare la scuola perché è lì che si cambia la società. Le mille persone bagnate che hanno accompagnato, oggi, la mattinata tricolore si sono finalmente mobilitate, contro il Sole delle Alpi e anche contro le nuvole padane, e lo hanno fatto per la prima volta dopo tanti anni di silenzio di un centrosinistra troppo poco orgoglioso di sé e dei valori repubblicani che dovrebbe difendere prima di ogni altra cosa. Come se tutto quello che sta accadendo da vent’anni fosse normale. Tanti, erano, oggi in piazza. Tantissimi i ragazzi, anche per rispondere alla solita domanda: «dove sono i giovani?», perché forse oggi c’era un motivo per ritrovarsi. E ci si è ritrovati, tutti, dal Popolo Viola all’Udc, senza star lì troppo a chiedersi chi fosse il vicino di striscione. Con il tricolore e la Costituzione, per cercare di ricordare a tutti e prima di tutto a noi stessi che la sfida culturale (in questo caso, sottoculturale) va raccolta. E che la scuola di Adro deve essere un’occasione per rilanciare la scuola pubblica, a partire dal suo aggettivo. Perché la scuola è la società. E tutto ciò che le va contro, ci deve preoccupare. Parecchio”.

E in serata dopo la decisone della Gelmini per la Puglisi era l’ora di un liberatorio “Finalmente! Ci voleva una grande mobilitazione civile per spingere il ministro a chiedere una cosa di ordinario buon senso nonché suo preciso dovere e cioè togliere il simbolo della Lega dalla scuola di Adro. E finalmente è arrivata l’eclissi del Sole delle Alpi. E’ una vittoria della democrazia e della società civile”. Per poi promettere: “Continueremo a vigilare perché la scuola pubblica resti un bene di tutti”.
Civati commenta: “Siccome sono settecento i Soli con cui la giunta comunale di Adro ha etichettato la scuola, qualcuno si chiedere quanto costerà rimuoverli. Noi, intanto, festeggiamo. Manifestare il proprio dissenso serve”.

Soddisfatto anche Penati: “Oggi è un giorno importante. La nostra mobilitazione e l’iniziativa del Partito Democratico ad Adro, la reazione di tanti cittadini, dell’opinione pubblica e dei mass media hanno fatto cambiare idea alla Gelmini e a ricordarsi i suoi doveri di ministro. I simboli politici, prima da lei definiti un fatto folkloristico, oggi, sotto la pressione popolare, verranno rimossi dalla scuola. Ora il sindaco esegua quanto imposto dalla Gelmini. Noi, invece, speriamo che questo brutto capitolo si sia definitivamente chiuso: i bambini devono restare fuori da qualsiasi tipo di strumentalizzazione”.

C’è molto da fare come ricorda Penati visto che la scuola italiana a settembre 2010 deve fare i conti con “la vita di quei precari lasciati per strada soli con i loro problemi, simbolo della politica di questo governo sui temi del sapere, sempre più mortificati. C’è un PDL dilaniato che ogni giorno perde pezzi. Il ministro Gelmini pensi alla vergognosa compravendita di deputati a cui il suo partito si sta dedicando con particolare impegno…uno sforzo che avremmo voluto vedere nella risoluzione dei problemi degli italiani. E che invece purtroppo non vediamo. Chiediamo anche alla Gelmini che trovi il tempo di fare il ministro”.

Come racconta oggi la Repubblica il leghista sindaco di Adro continua a ripetere: “Credevo che il ministro Gelmini lo sapesse, il “Sole delle Alpi” è un antico simbolo del nostro territorio, non è lo stemma leghista”. Ma la versione di Oscar Lancini, 45 anni, terza media, ha bisogno di continui aggiustamenti: “Cioè, i professori che ci stanno a fare? Possono raccontare loro ai bambini che quel simbolo esiste dal lontano Milleseicento”. Anche la svastica, obiettiamo, è vecchia di millenni ed è nata in India, poi l’uso che ne è stato fatto in Europa… “Giusto, ma la svastica – ribatte Lancini – è diventata negativa con Hitler, nella storia del Sole delle Alpi che cosa c’è di negativo?”.

Peccato che il ‘Sole delle Alpi’ è il simbolo del partito politico ‘Lega Nord’, così come si può evincere dallo stesso Statuto del partito. Inoltre lo stesso simbolo è depositato presso l’ufficio brevetti come un marchio depositato dall’ “Ente Morale Lega Nord” fin dal 1997. Allora come scrive Civati sul suo blog quando i giornalisti locali ti chiedono: «lei è contrario all’esposizione dei simboli di partiti politici nelle scuole?», ti viene da rispondere: «la risposta è già contenuta nella domanda». E, magari, anche: «saremo mica matti o fascisti?». Resta solo da chiedersi se a Brescia ci sia ancora un prefetto, perché se c’è si sta dimenticando di intervenire. E ciò costituisce un fatto di estrema gravità.

La legalità, anche a Adro, vale solo per gli altri. Uno schema che la Lega adotta dappertutto, anche quando si trova al governo del Paese. E quanto alla brillante idea di costruire un polo scolastico nuovo, per dedicarlo a Gianfranco Miglio, su un’area agricola (tra l’altro), segnalo che non è stato affatto regalato, perché il Comune ha ceduto aree e immobili delle scuole elementari e medie della città. Sopra, ci sarà spazio per un bel po’ di villette. A pochi metri dal centro.
Qualcuno sostiene, ancora e incredibilmente, che tutte queste cose distolgano lo sguardo da problemi ben più gravi. E che non vadano prese sul serio. Vero, ma solo in minima parte. Perché tra ordinanze, taglie, ronde e liste di proscrizione (quelle di prescrizione la Lega fa finta di non vederle), questo è un disegno.

Ha ragione Silvio Ferretti del PD di Adro, intervenuto con una maglia della nostra mobilitazione: “Sto difendendo la democrazia in Italia perché se passa questo ad Adro non si ferma più in nessuna parte del paese. I simboli di partito nelle scuole sono un virus pericoloso, noi siamo gli anticorpi, impediremo che si diffondi. La scuola educhi bravi cittadini, non balilla in camicia verde. E lo impediremo tutti insieme, il tricolore riassume i nostri valori, quelli della Costituzione italiana, la più bella del mondo”.

Marco Laudonio
www.partitodemocratico.it

L'Italia ha bisogno di una guida, il governo della destra ha fallito

Nonostante l’ampia maggioranza che gli italiani gli hanno concesso alle ultime elezioni politiche, oggi la destra è divisa, il governo è in crisi, impegnati unicamente a capriole parlamentari degne di un funambolo per raccattare i voti necessari per la propria sopravvivenza.
Uno spettacolo indegno che questo Paese non merita, provato da una crisi economica e sociale pesantissima che lo sta lasciando senza fiato, alla quale si aggiunge una crisi morale profonda, provocata da quella cultura berlusconiana che in questi anni ha imperversato e impoverito il tessuto civile dell’Italia.

Siamo alla fine di un ciclo politico durato 16 anni, nel quale il Paese ha dilapidato pezzi significativi del proprio patrimonio: conoscenze e saperi, tessuto produttivo e competitività delle imprese, lavoro e diritti, giovani e donne.

Il nostro Paese continua a scivolare sempre più in basso. Il governo straparla da due anni di riforme, di sviluppo e di innovazione ma poi colpisce le Regioni e i Comuni, tagliando risorse e servizi al territorio, alle famiglie e alle scuole. Ci allontaniamo rapidamente dai Paesi più forti d’Europa e la crisi sta accelerando questa discesa.

Abbiamo bisogno di buona politica. Forte e consapevole, all’altezza della sfida per dare una nuova possibilità all’Italia. Un nuovo risveglio fuori dai cieli azzurri del berlusconismo.

Sostenere il lavoro e le imprese in un nuovo patto sociale, che unisca e non divida; insieme agli enti locali, per ricominciare ad investire; rilanciare la scuola pubblica, l’università e la ricerca; promuovere un’economia verde quale fattore di sviluppo e fonte di buona occupazione; realizzare una grande riforma fiscale che premi chi lavora e chi fa impresa rispetto a chi ha accumula patrimoni improduttivi e rendite finanziarie; sono questi i bisogni veri dell’Italia e di questo deve occuparsi la politica.

Per fare tutto questo e ridare speranza e fiducia all’Italia, serve un’alternativa reale di governo: un grande Partito Democratico in un nuovo Ulivo. Quanto sta accadendo in questi giorni rischia invece di allontanarci dalle nostre responsabilità.
Abbiamo bisogno di un partito forte e unito. Che discute e si confronta, ma che poi sa scegliere e decidere. Non è il momento della divisione e della conta interna. Abbiamo svolto meno di un anno fa un lungo e partecipato congresso, chiamando ad esprimersi tutti gli iscritti e gli elettori del PD. Ora, con un governo al capolinea e un centrodestra lacerato, di fronte alle emergenze del Paese, serve una risposta unitaria e responsabile, che sia credibile agli occhi degli italiani.

Troppe volte in questi anni abbiamo dilaniato il nostro patrimonio di credibilità dividendoci e gettando nella confusione e nello sconforto i nostri iscritti e i nostri elettori. Le nostre divisioni hanno sempre favorito la destra. Non vogliamo rivedere questo film e non deve ripetersi quanto ci eravamo tutti insieme impegnati a non fare più.

Una classe dirigente la si misura nel momento della difficoltà e del bisogno: l’Italia è in difficoltà e ha bisogno di un PD forte e unito.

Il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna è consapevole di tutto questo: anche noi abbiamo opinioni diverse su alcune questioni: le abbiamo discusse e misurate nel recente congresso e ancora lo facciamo nei nostri organismi dirigenti, come sa fare un partito democratico. Ma tutti insieme ci sentiamo investiti di una comune responsabilità verso il Paese. Per questo invitiamo ad interrompere una discussione autoreferenziale, fatta di conte, documenti interni, raccolte di firme, dichiarazioni e indiscrezioni a mezzo stampa.

Impegniamoci viceversa a costruire tutti insieme l’alternativa a questa destra che ha fallito, a rafforzare il PD e dar vita ad una nuova e solida alleanza riformista. Rimettiamoci ancora una volta al servizio del Paese, per un’Italia più forte e più giusta così come ha indicato puntualmente alla Festa Democratica di Torino il Segretario Nazionale Pier Luigi Bersani.
Questo è il nostro compito.

Il documento è sottoscritto da:
Stefano Bonaccini – Segretario Regionale PD

I Segretari Provinciali/territoriali PD
Lino Gobbi – Segretario PD Rimini
Marco Di Maio – Segretario PD Forlì
Daniele Zoffoli – Segretario PD Cesena
Alberto Pagani – Segretario PD Ravenna
Paolo Calvano – Segretario PD Ferrara
Fabrizio Castellari – Segretario PD Imola
Raffaele Donini – Segretario PD Bologna
Davide Baruffi – Segretario PD Modena
Roberto Ferrari – Segretario PD Reggio Emilia
Roberto Garbi – Segretario PD Parma
Vittorio Silva – Segretario PD Piacenza