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"Il dietro front della storia", di Gad Lerner

Non sarà dunque per timore della presunta invasione musulmana, ma per l´invenzione ancor meno verosimile di una «minaccia interna» rappresentata dal popolo rom, che l´Europa derogherà dalla sua conquista democratica più significativa, cioè la libera circolazione dei cittadini dell´Unione in tutti i suoi Stati membri?
È un brutto scherzo della storia che a farsi protagonista di tale retromarcia sia un presidente francese originario dell´Ungheria, cioè di una nazione tuttora afflitta da pulsioni xenofobe nei confronti di una minoranza già vittima di persecuzioni atroci sul suo territorio. La culla della nozione moderna di cittadinanza, fondata sul diritto comune anziché sul sangue, ha intrapreso un´azione restauratrice di confini superati, quasi che il trascurabile insediamento di alcune migliaia di nomadi potesse davvero determinare un problema di sicurezza per sessanta milioni di abitanti, senza curarsi del precedente gravissimo che verrà di certo strumentalizzato altrove: il ritorno alle frontiere sbarrate, e la penalizzazione di altre minoranze nazionali.
A Berlusconi e Bossi non pare vero di mettersi sulla scia di Sarkozy, cavalcando la pulsione reazionaria che non distinguerà certo i rom e i sinti sulla base del loro passaporto. Poco importa a questi irresponsabili «statisti» che la grandissima maggioranza dei rom e dei sinti che abitano in Francia e in Italia siano loro concittadini, e come tali non estradabili. Essi sanno benissimo che la gente riunisce nell´odio queste fasce marginali della società, e nega loro lo stesso diritto all´esistenza. «Quelli rubano», sono un popolo ladro per sua stessa natura, se vivono nelle baracche dei campi abusivi non è perché vi sono costretti da un destino infame – alimentato da stereotipi molto simili all´antisemitismo – ma invece perché sarebbe quella la loro inestirpabile vocazione di antisociali.
Fino a ieri la differenza tra Francia e Italia era data dal fatto che oltralpe i comuni sono tenuti a allestire luoghi attrezzati per i gitani, zingari, rom o sinti che dir si voglia. Mentre in Italia queste strutture non sono state quasi mai adibite, generando il fenomeno pericoloso delle bidonville in preda ai clan. Ma a Sarkozy non è parso vero di solleticare i bassi umori di un´opinione pubblica divenutagli ostile, enfatizzando il pericolo dei nuovi venuti da Romania e Bulgaria, nonostante si tratti di una quota minima sul totale degli emarginati.
Sarkozy ha finto a Bruxelles un´indignazione repubblicana – del tutto estranea ai governanti italiani – perché sa bene che in Francia la cultura dei diritti è parte costitutiva della storia patria. Ma è ben felice, come prima di lui la destra italiana, dello scandalo sollevato, confidando che la sua durezza lo rimetta in sintonia col popolo che ha deluso.
Così facendo, l´asse italo-francese provoca irresponsabilmente un vulnus nella giovane democrazia comunitaria. Accanendosi contro un numero esiguo di persone –riprese da telecamere compiacenti nel mentre vengono imbarcate sugli aerei con qualche centinaio di euro in tasca – viola il principio fondativo di un´Unione nata per superare la tragedia storica del vecchio continente, di cui i rom, insieme agli ebrei, rappresentano la memoria indelebile.
«Se li prenda nel suo paese», ha inveito Sarkozy contro la commissaria Viviane Reding. Esattamente come i leghisti di casa nostra irridono chi auspica processi di integrazione dei nomadi nelle nostre città con l´argomento più volgare: «Se vi piacciono tanto, perché non ve li ospitate nelle vostre belle case da privilegiati?». Esattamente come Gheddafi a Roma pretendeva la taglia di 5 miliardi all´anno per tenerci lontani gli «scarti umani» dell´Africa, Sarkozy e Berlusconi parlano dei rom come di un´entità spregevole, come se non si trattasse di persone ma di rifiuti. Sanno perfettamente di alimentare nei loro cittadini gli istinti più bassi, quelli che a rischio dell´impopolarità una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe sentirsi impegnata a debellare. Lesionano l´edificio europeo cavalcando la paura, solo perché dominati a loro volta dalla paura di perdere il proprio potere personale.

La Repubblica 17.09.10

"I nemici del diritto europeo", di Barbara Spinelli

In un’intervista concessa al Figaro, Silvio Berlusconi ha preso ufficialmente le difese di Sarkozy, sull’espulsione dei Rom che divide il governo francese dall’Unione, e ha detto una cosa significativa, che probabilmente ha ripetuto ieri al vertice europeo di Bruxelles e che vale la pena esaminare. Credendo di comportarsi da uomo saggio, esperto in prudenza e tatto, ha criticato le parole pronunciate dal commissario alla Giustizia contro Parigi spiegando che «la signora Reding avrebbe fatto meglio a trattare la questione in privato con i dirigenti francesi, prima di esprimersi pubblicamente come ha fatto». Ha lasciato poi intendere che l’Italia conosce problemi simili a quelli francesi e che anch’egli, come Sarkozy, non tollererà ingerenze esterne nella politica italiana.

Non è la prima volta che il presidente del Consiglio si mostra infastidito quando le istituzioni europee rendono pubblici i loro pensieri, le loro inquietudini, le loro regole.

Il fastidio si è più volte tramutato in collera, durante la crisi economica iniziata nel 2007, e l’invito a privatizzare la politica europea, che oggi torna a formulare chiedendo che le dispute tra Stati e Unione avvengano nelle tacite camere delle cancellerie, indica una visione precisa dell’Europa, della sua influenza sugli Stati che la compongono, del diritto sovrannazionale da essa esercitato. Quella che viene negata, nella sostanza, è la preminenza di tale diritto – con le sue direttive, con la Carta dei diritti fondamentali incorporata nel Trattato di Lisbona – sulle condotte e le leggi degli Stati nazione. È il nòmos europeo, il diritto europeo, che tanto disagio suscita nei singoli governi, e che pur rimanendo legale viene corroso, delegittimato, creando conflitti gravi tra legalità formale e legittimità sostanziale.

Tutto questo viene corroso in nome di sovranità nazionali che certo non scompaiono, ma che in alcuni ambiti appartengono al superiore potere comunitario. Il nòmos europeo non è formalmente confutato (non potrebbe esserlo) ma in cambio si vorrebbe vederlo camuffato, occultato, come Tartuffe che nella commedia di Molière implora, per nascondere le proprie libidini: «Coprite quel seno, ché io non devo vederlo. Simili oggetti feriscono le anime, e fanno sorgere pensieri colpevoli». Il silenzio omertoso, le trattative segrete fra Bruxelles e gli Stati, il rifiuto di uno spazio dove pubblicamente siano discussi drammi come quello dei Rom, popolo ormai comunitario a tutti gli effetti: come nella Francia di Molière e Luigi XIV, esiste oggi in Europa una «cabala di devoti» nazionalisti secondo cui il diritto europeo è valido ma va dissimulato, come il bel seno della servetta Dorine. Quel che i devoti vogliono a tutti i costi tenere in piedi è la finzione di Stati assolutamente sovrani, liberi di decidere come meglio loro piace senza interferenze di Bruxelles. Sono gli stessi devoti che vituperano, quando fa loro comodo, il «deficit democratico» d’Europa e delle sue burocrazie taciturne e scostanti.

L’ipocrita messinscena è una specialità francese, fin dal dopoguerra, e Sarkozy la perpetua. È la finzione di uno Stato che si sente talmente superiore, dal punto di vista etico, da non sopportare alcun tipo d’ingerenza. «In quanto patria dei diritti dell’uomo non riceviamo lezioni da nessuno» ammoniscono in questi giorni, sussiegosi, i ministri di Sarkozy; in particolare Pierre Lellouche, segretario di Stato agli Affari europei, secondo cui la Francia «è un grande Paese sovrano che non è consentito trattare come un ragazzino». Berlusconi e la Lega sono ben felici di nascondersi, in cerca di tutele, dietro tanta regale sicumera.

Ma c’è qualcosa di più nella vicenda dei Rom, che il fronte franco-italiano rivela. Di quest’Europa troppo schietta e comunicativa nel parlare e ammonire, né i governanti francesi né quelli italiani sembrano ricordare la ragion d’essere, sempre che la conoscano. Quel che evidentemente hanno dimenticato, è che nel dopoguerra la Comunità nacque proprio per questo: per creare un nuovo diritto sovrannazionale, grazie al quale gli Stati non possono più compiere misfatti nel chiuso delle piccole patrie sovrane. Per vietare discriminazioni di popoli giudicati estranei alle piccole patrie, per fede o etnia o scelta di vita: per sostituire parte delle vecchie norme nazionali con norme più vaste, plurali, di stile imperiale.

Non stupisce che Viviane Reding, commissario democristiano, abbia denunciato martedì il pericolo di un ritorno al passato, alle persecuzioni di ebrei e zingari durante l’ultima guerra. Sono parole forti di cui si è scusata e che molti hanno giudicato eccessive, ma che restano un memento ineludibile: memento di come l’Unione si fece dopo il ’45, e perché. L’Europa è la promessa, fatta da ciascuno a se stesso, che alcune cose non si faranno più, grazie alla messa in comune delle sovranità nazionali sino a ieri assolute. Non ha senso altrimenti istituire giorni che commemorano i genocidi. La frase che ingiunge «Mai più!» è pura menzogna se non vale qui, ora, come impegno continuamente rinnovabile e per tutte le etnie o religioni.

Da quando l’Unione si è estesa a Est, dove vive il maggior numero di Rom, il diritto europeo tutela anche queste genti, nomadi o sedentarie che siano. La direttiva europea 2004-38, concernente la libera circolazione nella Comunità, stipula che nessun cittadino dell’Unione può esser espulso dal territorio in cui si trova, a meno che «non sussistano ragioni di ordine pubblico, di sicurezza e di salute pubblica»: ragioni valutabili «caso per caso», mai applicabili a un’etnia. Se l’Unione aprirà contro Parigi una procedura d’infrazione, è perché riterrà violata questa legge. Una circolare governativa francese del 5 agosto parla di «espulsione dei Rom», e rappresenta già un’infrazione. In gran fretta, nel frattempo, è stata riscritta.

Ieri a Bruxelles l’Europa si è divisa sui Rom: alcuni parlano di «scontri violenti» fra Barroso e Sarkozy. Anche se la Germania non è innocente (numerose sono le espulsioni di Rom verso il Kosovo), il cancelliere Merkel difende la Commissione, e il suo diritto a imporre superiori leggi e valori. Lo stesso fa il governo belga. Gli innocenti sono rari, ma l’unico a sostenere esplicitamente l’Eliseo, sul Figaro di ieri, è il governo di Roma. È anche l’unico a far propria l’immagine che Sarkozy si fa della Commissione: quando invita la lussemburghese Reding ad accogliere i Rom nel suo Paese, l’Eliseo tratta la Commissione come assemblea composta di rappresentanti nazionali, non di rappresentanti l’interesse comune europeo.

Può darsi che la linea del silenzio omertoso finisca col passare. Il presidente della Commissione Barroso ha una fierezza istituzionale discontinua, e ci sono governi (Spagna, Repubblica Ceca) gelosi della propria sovranità. Resta che il patto del silenzio è stato provvidenzialmente rotto, che su questioni essenziali si dibatte in pubblico: che esiste, sui Rom come a suo tempo sull’Austria di Haider, un’agorà europea. L’esecutivo di Barroso avrebbe obbedito alla politica privatizzata, se il Parlamento europeo non avesse condannato le pratiche d’espulsione con voce alta, il 9 settembre. Diceva uno dei grandi federalisti, Mario Albertini, che la vera Unione sarebbe nata il giorno in cui il federalismo sarebbe «sceso al livello della lotta politica di ogni giorno (… affinché) l’uomo della strada sappia che, come c’è il socialista, il democristiano e il liberale, così c’è anche il federalista europeo». È quello che sta succedendo dall’inizio di quest’estate, grazie ai Rom e alla lotta politica che essi hanno suscitato attorno alla ragion d’essere dell’Europa.

La Stampa 17.09.10

Novellara (RE) Incontro sulla scuola

“Lo squalo a scuola”. Come difendere la scuola pubblica dai danni provocati dalla riforma Gelmini
Iniziativa pubblica organizzata dal Circolo PD di Novellara (RE), presso il Circolo ricreativo novellarese, via Veneto 30.
Interverranno:
Manuela Ghizzoni, capogruppo PD Commissione Istruzione della Camera,
Ilenia Malavasi, Assessore prov.le alla Scuola
Stefano Mazzi, Assessore com.le alla Scuola

Interpellanza urgente del Partito Democratico sull'avvio dell'anno scolastico

Interpellanza urgente presentata dall’On Manuela Ghizzoni
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, per sapere – premesso che:
a distanza di due anni dall’entrata in vigore del decreto-legge n. 112 del 2008, varato dal Governo e convertito dalla legge n. 133 del 2008, che all’articolo 64 ha previsto il taglio di quasi 8 miliardi di euro, in tre anni, agli organici del personale docente, amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA), pari a poco meno di 132.000 posti, determinati dalla cancellazione di 87.341 cattedre e 44.500 posti di personale ATA, sono sotto gli occhi dell’opinione pubblica gli effetti devastanti che si sono abbattuti sul nostro sistema d’istruzione pubblica, sulla sua qualità e sulla sua tenuta;

il drastico taglio di personale, previsto dall’articolo 64 del decreto-legge n. 112 del 2008, ha determinato nell’anno scolastico 2009-2010 la cancellazione di 42.105 cattedre e 15.167 posti di Ata. A questi tagli e nonostante l’ampia disponibilità di posti vacanti e disponibili, è corrisposto il mancato rinnovo del contratto a tempo determinato per 14.000 docenti e per 8.000 A.T.A., con grave nocumento per la continuità didattica e professionale. Nell’anno scolastico 2010-2011 la riduzione di organico è di altri 25.560 posti di docenti e 15.167 ATA. Il numero di docenti precari a cui non sarà confermata la nomina è stimato in non meno di 15.000;

peraltro, il provvedimento cosiddetto «salva precari» non risponde alle esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola e crea disparità tra loro, escludendo ad esempio dai benefici coloro che hanno prestato 180 giorni di servizio in più scuole. Inoltre, i contratti di disponibilità sono stati una risposta irrisoria: le regioni hanno utilizzato risorse proprie e secondo le proprie competenze, impiegando i precari anche in attività lavorative diverse, quando non estranee, da quelle svolte nelle scuole, in modo spesso dequalificante. Inoltre in alcune regioni i progetti sono stati attivati in ritardo o addirittura a cavallo tra due anni scolastici, e in alcuni casi hanno escluso i collaboratori scolatici;

la riduzione del tempo scuola in ogni ordine e grado e la cancellazione di cattedre di insegnamento e di posti ATA, a fronte di un aumento della popolazione studentesca (nell’anno scolastico che inizia a fronte di 20.000 studenti in più avremo 3.700 classi in meno), si accompagnano al forte incremento del numero degli alunni per classe, anche in presenza di alunni disabili, nonché alla decurtazione delle risorse per il normale funzionamento delle istituzioni scolastiche, che vantano, inoltre, nei confronti dello Stato crediti per oltre un miliardo di euro;

è facile comprendere come tali condizioni influenzeranno negativamente l’attività didattica, i livelli di apprendimento, la qualità dell’offerta formativa, le possibilità di successo formativo per i più deboli, l’integrazione degli alunni disabili e l’organizzazione delle istituzioni scolastiche, destinati a peggiorare ancora nei prossimi anni a causa degli ulteriori tagli di risorse programmato dal Governo anche a seguito delle disposizioni contenute nella recente «manovra Tremonti» (decreto-legge n. 78 del 2010), che comporterà la decurtazione del bilancio Miur di circa 312 milioni e la fortissima riduzione di finanziamenti di regioni ed enti locali, sempre più in difficoltà nell’erogare risorse e servizi ai sistemi scolastici territoriali;

pertanto non stupisce ma preoccupa vivamente che per l’anno scolastico che inizia – in continuità con il precedente – in tutto il Paese, a migliaia di bambini sia stata negata l’iscrizione alla scuola dell’infanzia, poiché il Ministero non ha autorizzato nuovi posti di docenza. Alcune regioni (come la Toscana), per far fronte alle esigenze educative dei bambini e delle loro famiglie, hanno provveduto direttamente all’attivazione delle necessarie sezioni di scuola dell’infanzia, ponendo le spese del personale sui propri bilanci e surrogando lo Stato, che, ad avviso degli interpellanti, irresponsabilmente non adempie alle competenze che gli assegna la Costituzione;

nella scuola primaria, in tutto il Paese, in almeno un migliaio di casi, è stata negata l’autorizzazione all’apertura di classi a 40 ore (che non possiamo più chiamare tempo pieno, poiché la cancellazione delle compresenze imposta dal Ministro ne ha mutato il modello didattico), sebbene richieste dalle famiglie. Non sono rari i casi in cui classi prime avviate lo scorso anno scolastico con un orario di 40 ore settimanali, quest’anno funzioneranno con un tempo scuola inferiore, con notevole disagio per gli apprendimenti degli alunni e difficoltà per l’organizzazione delle famiglie. Inoltre, diventano sempre più residuali le esperienze di moduli arricchiti a «tempo lungo» (dalle 31 alle 39 ore), sulle quali il Ministro continua a non diffonde i dati (evasive, sempre ad avviso degli interpellanti, sono state anche le risposte a interrogazioni presentate da sottoscrittori della presente interpellanza);

è stato praticamente soppresso il tempo prolungato nella scuola media, pur richiesto dalle famiglie, perché il Ministero ha negato l’attribuzione dell’organico necessario, nonostante le strutture lo consentissero e gli enti locali se ne fossero accollati gli oneri;

nelle prime classi degli istituti tecnici e professionali, il riordino imposto dal Governo di «epocale» ha, ad avviso degli interpellanti, solo la riduzione delle ore di laboratorio e di molte materie di indirizzo – con l’effetto deleterio di allontanare la scuola dalle esigenze dei distretti produttivi territoriali – mentre nelle classi successive alla prima è assoluta l’incertezza sulla diminuzione d’orario poiché, dopo il ricorso accolto dal TAR, il Consiglio di Stato si pronuncerà solo a fine mese sulla legittimità della riduzione del quadro orario vigente;

la presunta riforma dei licei ha cancellato le straordinarie esperienze di sperimentazione, condotte negli ultimi dieci anni, riducendo gli orari con il solo obiettivo del risparmio della spesa;

per i fortissimi tagli al personale ATA, le istituzioni scolastiche, soprattutto quelle, numerosissime, distribuite su più plessi, avranno difficoltà oggettive a funzionare e a garantire il livello minimo di igiene e la necessaria sorveglianza degli alunni; sarà inoltre impossibile far fronte agli indispensabili servizi di segreteria per carenza di personale amministrativo;

i tagli di cattedre, in alcuni casi mascherati sotto le presunte «riforme» (dal maestro unico alla riduzione di insegnamenti e ore per le medie e le superiori), hanno avuto pesanti riflessi anche sul fronte dei docenti di ruolo: secondo stime accreditate, 12.000 insegnanti sono risultati perdenti posto e, tra questi, moltissimi sono ancora in attesa di conoscere la nuova assegnazione, poiché gli esuberi creati dai tagli non possono essere riassorbiti neanche con utilizzazioni in altre scuole: centinaia di docenti rischiano di essere utilizzati solo per l’effettuazione di supplenze;

ad oggi, numerosi uffici scolastici provinciali non hanno ancora ultimato le operazioni di nomina del personale docente e ATA con grave danno sia per i docenti sia per la continuità didattica;

sono stati ridotti all’inverosimile, dove addirittura non sono scomparsi, gli organici dei docenti per la formazione degli adulti, delle scuole serali e della scuola in carcere;

l’aumento smisurato del numero degli alunni per classe, oltre che incidere negativamente sulla qualità dell’insegnamento e quindi dell’apprendimento, determina il mancato rispetto dei parametri per la sicurezza antincendio e, spesso, per l’agibilità delle aule, anche tenuto conto del fatto che l’edilizia scolastica italiana necessita, in troppi casi, non solo di essere posta in sicurezza (solo il 46 per cento delle nostre scuole ha il certificato di agibilità statica, condizione che ci pone all’ultimo posto in Europa dopo l’Albania, con il 53 per cento) ma anche di essere ampliata e resa più adatta alle esigenze didattiche e pedagogiche di una scuola che cambia e che accoglie cittadini in formazione;

l’Ocse, nel ricordarci che il sapere rappresenta la migliore risposta alla crisi, informa che il nostro Paese – prima dei tagli operati dal citato articolo 64 del decreto-legge n. 112 del 2008 – investiva in istruzione e formazione solo il 4,5 per cento del PIL a fronte del 5,7 per cento della media Ocse: un dato già sconfortante destinato a peggiorare per la riduzione di 8 miliardi di euro alla scuola e 1,3 miliardi all’università imposti dal Governo. Il Rapporto OCSE indica l’Italia, in termini di spesa pubblica per istruzione, come fanalino di coda in Europa e al di sotto della media dei paesi Ocse (ad esempio, l’Italia spende 7.948 dollari per studente, mentre la Francia ne spende 8.932 dollari, la Germania 8.270 dollari, la Finlandia 8.440 dollari, la Spagna 8.618 dollari, la Svezia 10.262 dollari, la Svizzera 13.031 dollari, gli Stati Uniti 14.269 dollari). Lo studio, inoltre, chiarisce che il nostro Paese spende per il personale non il 97 per cento, come pervicacemente dichiarato dal Ministro, bensì l’81,5 per cento (la media OCSE è il 79,2 per cento), e, contestualmente, rende noto che il rapporto tra docenti e alunni nel nostro Paese è sostanzialmente pari alla media Ocse, se depurato dai dati sul numero di insegnanti di sostegno e degli insegnanti di religione;

i ritardi nell’attuazione del Titolo V della Costituzione in materia di istruzione e il rinvio sine die del previsto trasferimento di competenze dallo Stato alle Regioni sono la manifestazione plastica che il Governo è impegnato, ad avviso degli interpellanti, a realizzare una politica scolastica centralistica, incentrata sui tagli lineari che penalizzano le esperienza virtuose, sulla mortificazione dell’autonomia scolastica e delle competenze degli enti locali e territoriali. Evidentemente, ad avviso degli interpellanti, le forze di governo, all’attuazione concreta dei princìpi di autonomia scolastica e di leale collaborazione con le regioni e gli enti locali preferiscono l’occupazione della scuola da parte di un partito politico, come la recente vicenda di Adro conferma. A tale proposito, preoccupa l’assenza di una netta e forte critica da parte del responsabile del Dicastero, che dovrebbe innanzitutto tutelare il principio costituzionale della libertà dell’insegnamento -:

come pensi il Ministro, in questa situazione, di far fronte alle esigenze delle famiglie italiane in termini di orario scolastico, di qualità dell’istruzione, di successo formativo, di buon funzionamento organizzativo delle istituzioni scolastiche, di sorveglianza degli alunni, di sicurezza e idoneità delle strutture, di servizi alle famiglie e se non ritenga di fermare finalmente questa deriva e di ridare dignità alla scuola italiana e prospettiva di sviluppo al nostro Paese.

(2-00820)
«Ghizzoni, Ventura, Lenzi, Siragusa, Bachelet, De Pasquale, Coscia, De Biasi, De Torre, Levi, Lolli, Mazzarella, Melandri, Nicolais, Pes, Rossa, Antonino Russo».

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PRESIDENTE. L’onorevole Bachelet ha facoltà di illustrare l’interpellanza Ghizzoni n. 2-00820, concernente iniziative volte a garantire il funzionamento delle istituzioni scolastiche e la qualità della offerta formativa (vedi l’allegato A – Interpellanze urgenti), di cui è cofirmatario.
GIOVANNI BATTISTA BACHELET. Signor Presidente, caro sottosegretario Pizza, dato che il Ministro svicola, e anche ieri in Commissione si è tutelato chiedendo alla sua maggioranza di votare che non vi fosse contraddittorio, spetta a lei l’ingrato compito di dover rispondere alle nostre domande, domande invero di tutto il nostro gruppo parlamentare relative ad un avvio piuttosto catastrofico dell’anno scolastico. Si tratta di un’interpellanza urgente piuttosto ampia e, quindi, ne richiamerò solo i punti principali rimandando naturalmente al testo integrale per i dettagli.
Dopo due anni e mezzo di Governo la scuola appare massacrata e l’offerta formativa è diminuita in qualità e quantità. L’obbligo scolastico è stato, di fatto, riportato da 16 a 15 anni ma in compenso abbiamo più bocciati. Che grande successo, specialmente nella scuola dell’obbligo. Monsieur Thélot, consigliere del Presidente Chirac – e quindi non un pericoloso bolscevico -, ci spiegava, in un convegno di Treelle, che nel XXI secolo l’esclusione scolastica vuol dire esclusione sociale, vuol dire creazione di problemi non solo per i ragazzi e per le famiglie ma per l’intera società.
Potremmo, però, pensare che vi è stato almeno un miglioramento della valutazione e della meritocrazia di cui il Ministro parla così spesso. Ebbene, i numeri dell’Invalsi sono stati usati come un manganello mediatico per giustificare tagli che però sono stati indiscriminati. Non vi è stato alcun tentativo di finanziare selettivamente le scuole che ne hanno bisogno o che lo meritano. In compenso, anche all’Invalsi sono stati diminuiti i fondi e cioè un eventuale sviluppo di un sistema di valutazione funzionante è stato bloccato.
Naturalmente, possiamo andare a vedere i dettagli di questi numeri. I tagli del triennio, quelli operati dalla legge n. 133 del 2008, sono pari, come lei ben sa, a circa 132 mila posti, fatti di 87 mila cattedre e 44 mila personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Quel taglio ha determinato nell’anno scolastico scorso la cancellazione di 42 mila cattedre e di 15 mila posti ATA.
A questi è corrisposto il mancato rinnovo del contratto a tempo determinato per 14 mila docenti e 8 mila ATA e c’è stato un grave danno per la continuità didattica. Nell’anno scolastico che comincia ora la riduzione di organico scolastico è di altri 26 mila circa posti di docenti e 15 mila ATA. Il numero di docenti precari cui non sarà confermata la nomina è stimato a non meno di 15 mila unità.
Certo, ci dispiace per loro e abbiamo visto, fra l’altro, che il cosiddetto «salva-precari» non ha salvato né i precari, né la scuola. Ci dispiace per l’iniquità anche del provvedimento stesso che ha escluso dai benefici coloro che hanno prestato centottanta giorni di servizio in diverse scuole, ma soprattutto è facile comprendere come queste condizioni influenzano negativamente l’attività didattica, i livelli di apprendimento, la qualità dell’offerta, la possibilità di successo formativo per i più deboli, l’integrazione degli alunni diversamente abili.
Anche a seguito delle disposizioni nella recente manovra Tremonti che comporta la decurtazione del bilancio del MIUR di circa 312 milioni, e anche soprattutto la fortissima riduzione dei finanziamenti a regioni ed enti locali, ci sarà sempre maggiore difficoltà ad erogare risorse e servizi ai sistemi scolastici territoriali.
Farò due esempi. Un’amica, docente nel Lazio, mi spiegava che quest’anno in una delle sue classi aveva ben due diversamente abili, ben sette che non parlavano italiano e un’alunna che non lo parlava affatto, essendo appena arrivata dall’estero. Invece, un’altra collega dell’Emilia Romagna mi diceva che da loro la regione è riuscita a mantenere il sostegno e che è contenta perché, anche se per un’altra bambina, l’insegnante di sostegno serve anche a suo figlio, ed è molto brava.
Un altro dei risultati gravi delle nuove regole è un aumento indiscriminato di alunni per classe. Questo meriterebbe un discorso a parte. Purtroppo non abbiamo spesso possibilità di replica sulla grande stampa, ma leggere dalla signora Abravanel che la qualità dell’apprendimento non dipende dal numero degli alunni per classe è davvero qualcosa che almeno in quest’Aula merita una replica. Esiste un libro di econometria usato dalla maggioranza degli studenti di economia del mondo che è di Stock e Watson nel quale si studia come Pag. 20esercizio la correlazione statistica tra alcuni dati, ad esempio il numero di alunni per classe e l’apprendimento, oppure anche il numero di alunni che non parlano bene la lingua nazionale e l’apprendimento. Sono dati noti: sopra i 25 alunni per classe l’apprendimento crolla.
Inoltre, abbiamo anche un altro problema non piccolo, ossia quello che riguarda la legge n. 626 del 1994 e la sicurezza. Tuttavia, questo sembra irrilevante: il fatto di poter essere significativamente al di sopra di 30 alunni viene considerato uno dei successi dell’opera di razionalizzazione.
Potremmo dire: ma almeno il rapporto tra deficit e PIL è migliorato? No, è aumentato. La crisi è stata prevenuta dalla grande manovra del grande economista Tremonti? No, la recessione è stata fra i peggiori in Europa e la ripresa fra le più lente d’Europa. In compenso, la nostra scuola sta perdendo i suoi pezzi.
Questo si riflette naturalmente nelle diverse parti della scuola. Nella scuola dell’infanzia è stata negata l’iscrizione a molti bambini e spesso agli enti locali è stato impedito di aprire scuole che pure avevano in parte contribuito a mettere su. Nella primaria le 40 ore sono state la barzelletta del maestro unico. Abbiamo avuto la retorica del maestro unico, ma per realizzare le 40 ore (che non è più un tempo pieno) si sono usati a volte sino a 16 diversi maestri: il primo per le 22 ore complete e gli altri atti per i frammenti.
Alla retorica del maggior impegno nella lingua inglese sono corrisposti migliaia di licenziamenti e di abolizioni di posti specialistici per l’inglese nella scuola primaria. Nelle medie è stato praticamente soppresso il tempo prolungato e nelle superiori è stata sostanzialmente azzerata una grande quantità di sperimentazioni che era in realtà in nome dell’autonomia.
Era certamente possibile attraverso dei curricula semplificati e una certa percentuale di offerta didattica delle scuole sopperire, almeno in parte, a questo problema. Ma se nello stesso tempo in cui si irrigidiscono i curricula si tagliano i fondi è ben difficile che non si impoverisca in modo drammatico l’offerta didattica impedendo, anche talvolta sul territorio, di andare avanti ad esperienze molto vicine alle aziende.
Questo lo diceva Beniamino Brocca che fino a poco tempo fa è stato il responsabile scuola dell’UDC, non un pericoloso rifondarolo. È stata proprio la grande sperimentazione di Brocca che è stata distrutta non nel senso in cui una Pag. 21sperimentazione potrebbe essere superata, e cioè traendone i punti principali e avvalendosene per un nuovo modello di scuola, ma è stata semplicemente cancellata.
I tagli del personale amministrativo, tecnico e ausiliario hanno naturalmente ricadute sulla pulizia, sulla sorveglianza, sulla sicurezza e sui lavori di segreteria. Perfino i docenti a tempo indeterminato sono in molti casi perdenti posti e verranno spostati da una scuola all’altra come effetto della riduzione dell’offerta formativa e anche le nomine si trovano in questo momento nel caos. Sono stati diminuiti perfino i fondi, già scarsi, per la formazione e l’educazione degli adulti. Questo vuol dire anche avere abolito o impoverito enormemente le scuole serali che oggi più che ai lavoratori servivano come polmone per l’insegnamento dell’italiano come lingua straniera agli immigrati. Erano anche quelle le ore della scuola per il carcere: tutto questo sta morendo!
Molti ci avevano spiegato che l’Italia spende troppo per la scuola, ma i dati OCSE usciti pochi giorni fa ci hanno finalmente detto la verità. Anche aggiungendo quanto viene dato dagli enti locali e dalle regioni, l’Italia si attestava prima dei tagli al 4,5 per cento del PIL contro una media europea del 5,7 per cento investito nella istruzione e, di conseguenza, i tagli non potranno che portarci più lontano dall’Europa.
Infine – ma solo in ordine di tempo – vorrei sottolineare che dell’attuazione del Titolo V, che tanta prospettiva potrebbe avere per la scuola e per un vero rilancio dell’autonomia scolastica e della responsabilità anche in campo formativo ed educativo, non si parla più. Evidentemente la Lega, per la terza o quarta volta, fa credere ai sui elettori di essere interessata alle autonomie regionali, ma si consola soltanto marchiando i banchi di scuola come i cavalli di Tex Willer con i simboli del suo partito.
La vicenda di Adro è particolarmente scandalosa in sé e anche perché lo stesso Ministro che ha dato corda ad un dirigente scolastico regionale di un’altra regione italiana perché facesse provvedimenti punitivi verso professori che si erano permessi solo di discutere e votare in collegio docenti un documento che criticava il Ministro Gelmini non ha ancora trovato altro che dire una battuta dai toni folcloristici.
Mi permetto di dire che il povero professor Gianfranco Miglio, a cui è stata intitolata la scuola in cui è stata fatto quell’atto assolutamente inedito in Italia, ossia mettere il simbolo di un partito sui banchi di scuola e sui tappetini all’ingresso, e che era anche un grande studioso cattolico di diritto che ha formato generazioni di politici e di storici, credo si rivolterebbe nella tomba. D’altra parte, Bossi, quando Miglio – a cui pure è stata intitolata la scuola – abbandonò la Lega, lo definì con finezza «una scureggia nello spazio».
Dunque, noi ci auguriamo che il Ministro, e vorremmo sapere come vorrà farlo, possa dare all’inizio dell’anno scolastico qualche speranza in più rispetto alla catastrofe che mi sono permesso di descrivere brevemente (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e di deputati del gruppo Futuro e Libertà per l’Italia).
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per l’istruzione, l’università e la ricerca, onorevole Giuseppe Pizza, ha facoltà di rispondere.

GIUSEPPE PIZZA, Sottosegretario di Stato per l’istruzione, l’università e la ricerca. Signor Presidente, in merito a quanto rappresentato nell’atto in discussione, faccio presente quanto segue. L’articolo 64 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, ha previsto l’adozione per un triennio, a decorrere dall’anno scolastico 2009-2010, di interventi e misure volti in primo luogo a incrementare gradualmente di un punto il rapporto alunni-docenti; in secondo luogo a ridurre del 17 per cento la consistenza del personale amministrativo, tecnico ed ausiliario (ATA) determinata per l’anno scolastico 2007-2008. Tali misure sono coerenti con gli standard europei.
Il complesso delle azioni previste dal citato articolo 64 in materia di revisione e riordino del sistema scolastico si inquadra nel più ampio programma di razionalizzazione e contenimento della spesa per il pubblico impiego e si ispira ai principi di efficacia, efficienza ed economicità, che debbono caratterizzare l’impianto del moderno sistema amministrativo. In tale ampio e delicato quadro si colloca la realizzazione dei risparmi di spesa assegnati a questo dicastero.
Peraltro, l’azione di contenimento è in linea con quanto già previsto dal precedente Governo che, per il triennio 2007-2010, aveva stabilito una riduzione complessiva di 49 mila posti tra docenti ed ATA. Parte di tale riduzione, non realizzata per il sopravvenire delle nuove elezioni, è stata compresa nelle riduzioni di cui all’articolo 64.
La relazione tecnica di accompagnamento all’articolo 64 collega le sopraindicate economie all’attuazione di un piano triennale di riduzione dei posti (comprensivo anche di quelli preventivati dal precedente Governo pari a 20 mila unità) articolato in 42.105 posti per il 2009-2010, in 25.600 posti per il 2010-2011, in 19.700 posti per il 2011-2012, per un totale di 87.400 posti nel triennio. A tali posti si aggiungono quelli relativi al personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA) corrispondenti a 15.166 unità per il 2009-2010, 15.167 unità per il 2010-2011 e 14.167 unità per il 2011-2012, per complessive 44.500 unità.
Tale piano, a norma dell’articolo 64, è bene ricordarlo, è finalizzato alla «revisione dell’attuale assetto ordinamentale, organizzativo e didattico del sistema scolastico» e ad una «maggiore razionalizzazione delle risorse umane e strumentali disponibili, che conferiscano una maggiore efficacia ed efficienza al sistema scolastico».
La disposizione citata prevede, inoltre, che la mancata realizzazione delle descritte economie comporta l’applicazione della «clausola di salvaguardia», con una corrispondente riduzione di pari importo dei finanziamenti di bilancio di questo Ministero. Tale clausola, com’è noto, è stata introdotta dal precedente Governo e applicata nel 2008, con una forte riduzione dei finanziamenti per copertura delle supplenze.
Le modalità di attuazione degli interventi di riduzione sono state definite nel piano programmatico sul quale è stato acquisito il parere favorevole del Parlamento. In applicazione delle azioni e degli interventi previsti dal piano sono stati emanati i relativi regolamenti, sui quali sono stati acquisiti i pareri favorevoli del Parlamento e del Consiglio di Stato.
Venendo alle specifiche richieste avanzate dagli interpellanti si osserva quanto segue. Per quanto concerne gli organici, premesso che per l’anno scolastico 2010-2011 le previste riduzioni di 25.600 docenti e 15.167 ATA, nell’adeguamento dell’organico di diritto alle situazioni di fatto, sono state attenuate. Infatti, l’amministrazione ha tenuto in debito conto i seguenti fattori necessari ad assicurare la qualità dell’offerta formativa: sdoppiamento di alcune classi particolarmente affollate in presenza di alunni disabili; formazione di classi, in deroga ai parametri programmati, nelle zone disagiate e di montagna; autorizzazione di corsi serali per studenti lavoratori; esigenze legate alla garanzia della continuità del tempo pieno e comunque all’ampliamento del tempo scuola prospettate da alcuni assessori regionali e rappresentate dai direttori regionali; assicurare la funzionalità amministrativa delle scuole.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ROSY BINDI (ore 11,20)
GIUSEPPE PIZZA, Sottosegretario di Stato per l’istruzione, l’università e la ricerca. Complessivamente, ad oggi, gli incrementi di posti autorizzati, sia docenti che ATA, ammontano complessivamente ad oltre 5 mila unità, di cui oltre mille per Pag. 25il personale ATA; unità di personale che sicuramente potranno contribuire ad assicurare il mantenimento della qualità e quantità del servizio scolastico.
Per quanto riguarda il tempo pieno, pur in presenza di un’azione di contenimento degli organici, negli ultimi due anni è stato notevolmente incrementato il numero delle classi a tempo pieno per venire incontro alle richieste delle famiglie. Le classi a tempo pieno sono passate dalle 34.317 dell’anno scolastico 2008/2009 alle 37.275 del corrente anno, con un incremento di 2.958 unità. La richiesta delle famiglie di classi a tempo pieno è comunque da anni superiore alla sua effettiva possibilità di realizzazione. Infatti, nessun Governo ha mai potuto soddisfarla in toto, in ragione del vincolo di risorse da assegnare al modello in questione. Tali risorse rientrano nella complessiva dotazione organica stabilita annualmente di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze.
In ordine all’aumento degli alunni per classe, l’articolo 64 della legge n. 133 del 2008, come peraltro la legge n. 296 del 1997 del precedente Governo, ha previsto l’aumento di un punto percentuale del numero degli alunni per classe rispetto ai 20,6 alunni per classe dell’anno 2007/2008. Nel corrente anno il rapporto è pari a 21,3 alunni per classe, quindi ancora inferiore alla previsione normativa. Dalle rilevazioni effettuate, a fronte di sole 881 classi (pari allo 0,2 per cento) con un numero di alunni pari o superiore alle 30 unità (quasi tutte presso gli istituti di II grado), ve ne sono 7.936 (pari al 2,1 per cento) con meno di 12 alunni e altre 108 mila con un numero pari o inferiore a 20 alunni (pari al 30 per cento).
Quanto al precariato, proseguendo nell’opera di stabilizzazione del precariato, si è proceduto alle assunzioni in ruolo di ben 16.500 unità di personale docente (10 mila) ed ATA (6.500), e ciò in deroga al blocco delle immissioni in ruolo previsto per le altre amministrazioni dalla legge n. 112 del 2010 di stabilizzazione della finanza pubblica.
Delle 10 mila immissioni in ruolo del personale docente ben 5 mila sono state destinate al sostegno e all’integrazione degli alunni disabili. Tale soluzione ha consentito di dare stabilità e continuità didattica all’offerta formativa rivolta agli alunni disabili, che, com’è noto, subiscono in maniera più avvertita il disagio legato al cambio annuale dei docenti di sostegno.
Il numero dei precari, ovvero di coloro che sono inclusi nelle graduatorie ad esaurimento, è di 229 mila. Tale cifra diminuisce progressivamente sulla base delle nomine in ruolo autorizzate. Si evidenzia, pertanto, la positiva e sostanziale tendenza alla diminuzione dei precari abilitati. Per l’anno 2010/2011 verranno conferite circa 116 mila supplenze, di cui solo 20 mila su posti effettivamente vacanti e disponibili (nomine fino al 31 agosto) e quindi utili per le nomine in ruolo, mentre i rimanenti, pari a circa 96 mila (nomine fino al 30 giugno), sono posti solo disponibili di fatto per ciascun anno (posti in deroga sul sostegno, spezzoni di orari, comandi ed altre analoghe fattispecie).

Dal rapporto tra numero dei pensionamenti che è pari a 23.000 e quello della riduzione di posti di organico che è pari a 25.600, si evince che il numero dei supplenti che non avrebbero possibilità di nomina annuale fino al termine delle lezioni sarebbe di circa duemila, che vanno ad aggiungersi ai circa 12 mila del decorso anno per un totale di 14 mila unità. Tale numero, in realtà, si riduce notevolmente per effetto dell’autorizzazione in sede di organico di fatto, al funzionamento di ulteriori posti sia di insegnamento ordinario, pari circa a mille che di sostegno pari a oltre 3.200. Pertanto, il leggero incremento, rispetto al decorso anno, del numero dei supplenti senza incarico – che è di circa duemila, come dicevo prima – viene interamente riassorbito nei posti autorizzati in organico di fatto che ammonta ad oltre quattromila, migliorando la situazione dei precari perdenti posto rispetto al decorso anno, nel corso del quale, con interventi previsti dalla legge sul precariato, la situazione è stata gestita senza particolari disagi. L’incidenza della riduzione dei posti è più sensibile nelle regioni del Mezzogiorno a causa della costante diminuzione degli alunni in tutti i gradi di istruzione. Nel centro-nord, invece, si assiste al fenomeno inverso. Pertanto, nonostante il meccanismo delle riduzioni di organico operi in misura proporzionale, si realizza il fenomeno di una maggiore concentrazione in valore assoluto nelle regioni del sud dove si registra una maggiore sofferenza dei precari. Per far fronte alla situazione dei docenti annuali precari perdenti posto sono state prorogate anche per l’anno scolastico 2010-2011 le misure legislative a favore dei docenti precari: precedenza assoluta in tutte le nomine, riconoscimento del punteggio intero, automatismo della liquidazione dell’indennità di disoccupazione laddove dovuta da parte dell’INPS e priorità nell’assegnazione di progetti avviati a seguito di convenzioni con le regioni. Tali misure sono state estese anche al personale che aveva la supplenza annuale dello scorso anno che l’ha persa per l’anno scolastico 2010-2011. Oltre alle misure sopra descritte, per i precari sono previste convenzioni con le regioni per attivare occasioni occupazionali attraverso progetti per il rafforzamento dell’offerta formativa con il riconoscimento dell’intero punteggio ai fini della posizione in graduatoria. Le Pag. 28regioni che hanno già definito le convenzioni sono Veneto, Puglia, Molise, Calabria, Sicilia, Campania, Piemonte e Basilicata. Sono invece in corso di definizione le convenzioni con le regioni Lazio, Lombardia e Sardegna.
PRESIDENTE. L’onorevole Coscia, cofirmataria dell’interpellanza, ha facoltà di replicare.
MARIA COSCIA. Signor Presidente, purtroppo ci troviamo di fronte ad un’ennesima risposta all’interpellanza da noi presentata in altre occasioni, devo dire molto burocratica. Sono particolarmente colpita, nonostante il sottosegretario sia molto amabile, dalla distanza abissale che c’è tra la realtà del Paese e i problemi drammatici che si stanno verificando in questi giorni all’interno delle scuole, ovvero un grande caos, una grande confusione, un’assoluta incertezza nelle scuole superiori rispetto a ciò che bisogna insegnare ai ragazzi. Le prime classi non hanno ancora avuto in tutte le scuole il team di insegnanti che spetta loro, quanto alle seconde, terze e quarte classi soprattutto degli istituti superiori ancora non si sa cosa si debba insegnare visto che sono state ancora accorpate ore e ridotti gli orari. Insomma, penso alle decine di migliaia di famiglie che avevano richiesto il tempo pieno nella scuola primaria e che invece non hanno avuto risposta, a fronte degli impegni che il Premier, in prima persona, il Presidente Berlusconi, con il ministro, più volte aveva assunto, assicurando addirittura che il tempo pieno sarebbe stato aumentato del 50 per cento rispetto all’anno precedente, cosa che non è avvenuta.
Più volte si dice che si forniscono dati che poi non corrispondono alla realtà, perché sono dati, secondo noi, per così dire taroccati (per esempio sono scomparsi i modelli di orari dalle 31 alle 39 ore e non ne vengono forniti altri; è legittimo il sospetto che le sperimentazioni vengano presentate come «tempo pieno» e non lo sono).
A parte il tema della qualità del tempo pieno – perché ciò che è avvenuto, ahimè, è stato semplicemente quello di lasciare il numero delle ore, facendo venir meno, purtroppo, nel modo più assoluto la qualità di quel modello didattico, fondato sul lavoro di team e di compresenza – in molti contesti, dove gli orari sono stati garantiti, il pomeriggio assistiamo ad un tourbillon di insegnanti che, invece di dare sicurezza e un punto di riferimento ai bambini, non fanno altro che disorientarli ulteriormente.
Vi è dunque una differenza, come dire, abissale tra la realtà drammatica che si sta vivendo in questi giorni nelle scuole e la risposta che ci è stata fornita. Prendo atto che questa volta almeno non sono citati dati europei, se non en passant solo per giustificare ad esempio il tema dell’aumento del numero degli alunni per classe, quando si dice genericamente che sono tendenze in linea con i parametri europei. Ciò non è assolutamente vero. Non è assolutamente vero, perché la realtà del nostro Paese è diversa da quella di altri Paesi europei per la sua composizione geografica ed orografica: fare una media rispetto a situazioni di piccoli centri di montagna, che comunque hanno ovviamente bisogno di avere una scuola, con un numero di bambini quindi nettamente inferiore rispetto alle scuole delle grandi città, soprattutto quelle delle periferie, significa fare, come dire, la solita statistica che non corrisponde alla realtà.
E soprattutto, nella realtà dei fatti, accade che, in tantissime scuole, abbiamo classi che arrivano fino a 33 alunni se non addirittura a 37-38 e, come diceva il collega Bachelet, ciò sta mettendo in discussione i parametri minimi di sicurezza e di garanzia per i nostri ragazzi e per gli studenti, le condizioni minime di tutela della salute ed anche la possibilità per gli insegnanti di proporre una didattica di qualità, a cui i nostri ragazzi hanno diritto, al pari dei loro amici e colleghi europei. Questa purtroppo è la realtà.
Come dicevo, quindi, questa volta si è sorvolato su dati, non forniti da noi, dall’opposizione, ma su dati forniti dall’OCSE, che ancora una volta ha certificato che il nostro Paese è tra i Paesi più indietro rispetto alla spesa e all’investimento sull’istruzione e sulla formazione e ciò in riferimento alla situazione del nostro Paese prima dei tagli (possiamo quindi immaginare che saremo gli ultimi degli ultimi nelle prossime ricerche). Prima dei tagli l’Italia spendeva il 4,5 del prodotto interno lordo rispetto ad una media europea, anzi dei Paesi OCSE, quindi non solo europea, del 5,7. A questi si aggiungono altri dati significativi ed importanti: il nostro Paese è il penultimo per la spesa pro capite per studente, ovvero 7.948 dollari, a fronte di una spesa di quasi il doppio negli Stati Uniti, 14.269 dollari. Ma non bisogna andare negli Stati Uniti, pensiamo alla Francia, che ne spende circa 9 mila, o alla Svezia, che ne spende oltre 10 mila.
Insomma, siamo un Paese che, invece di investire sulla risorsa fondamentale, che sono i nostri bambini e i nostri ragazzi e quindi il futuro del nostro Paese, e di fare dell’istruzione e della formazione un punto di forza per aiutare il Paese ad uscire da una crisi durissima e pesante, come i dati anche recenti di questi giorni della Banca d’Italia purtroppo confermano, fa il contrario.

Il nostro Paese, rispetto ad altri, è quello che è più indietro nella capacità di vedere una nuova prospettiva. Invece di fare dell’istruzione e della formazione una leva fondamentale per costruire un nuovo futuro per il nostro Paese, accade, lo ripeto, esattamente il contrario: si sono considerate l’istruzione e la formazione solo un capitolo di bilancio da tagliare in modo indiscriminato, senza guardare dentro tale spesa, senza lavorare per il suo miglioramento e la sua qualificazione, per recuperare il ritardo e dati drammatici come quello della dispersione.
Abbiamo anche in questo caso un primato negativo: siamo il Paese che ha più ragazzi che abbandonano la scuola, circa il 25 per cento; vi sono poi 2 milioni di ragazzi che non vanno né a scuola né al lavoro: abbiamo quindi il più alto indice di disoccupazione dei nostri giovani. Insomma, vi è una situazione veramente pesante e drammatica, e abbiamo purtroppo avuto un’ennesima risposta burocratica e un sorvolare su una vicenda di questi giorni.
Si tratta di una vicenda simbolicamente rilevantissima per un Paese come il nostro, un Paese democratico, che fa della scuola pubblica la sua risorsa fondamentale: il pluralismo della scuola pubblica come un punto di riferimento che unisce tutti gli italiani. Rispetto alla vicenda del comune di Adro, che ha non politicizzato, bensì invaso una scuola con i simboli di un partito, invece si sorvola e si fa persino dell’ironia. È una questione di una gravità inaudita, a cui un Governo serio dovrebbe rispondere in modo netto, e chiedere a quel comune di rimuovere i simboli di un partito; perché il luogo della scuola è assolutamente fondamentale nell’educazione e nella crescita pluralista, e per offrire ai nostri bambini e ragazzi la possibilità di acquisire quelle conoscenze e quelle competenze, e anche quella capacità critica, tale da potersi poi fare opinioni e giudizi autonomi.
PRESIDENTE. La invito a concludere.
MARIA COSCIA. Non possiamo quindi – mi dispiace, sottosegretario – che essere assolutamente e decisamente insoddisfatti.
Vogliamo ancora una volta, però, rilevare le contraddizioni del Ministro, che emergono anche sulla vicenda dei precari: non si può affermare il giorno prima che non vi è alcuna possibilità di assorbimento dei precari, e il giorno dopo ci si racconta, con le dichiarazioni di questi giorni, che forse nel giro di qualche anno si potranno assorbire. Sottosegretario, la prego di riferire al Ministro: sarebbe il caso di non continuare a prenderci in giro. Si formuli un piano!
Se è vero che vi è la possibilità di assumere nel corso degli anni, non si sa bene quanti anni, i precari, ci si presenti in Parlamento, prima in Commissione e poi in Aula, con un piano; perché non si può richiamare il Governo Prodi per dire che ha messo in atto una clausola di salvaguardia (mentre il Governo Prodi contestualmente al lavoro di razionalizzazione della spesa, ha messo in campo un piano di assunzione pluriennale dei precari, ma solo per una parte dello stesso questo Governo ha proceduto), e poi continuare a raccontare favole a cui ritengo non creda nessuno. Vi sfidiamo allora: venite in Parlamento, portateci un piano, discutiamo e vediamo se poi sono «balle» che raccontate o sono fatti reali (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

Al via la campagna “La scuola che vorrei” promossa dal Partito Democratico in difesa della scuola pubblica.

Ghizzoni e Dalle Ave: “Contro i tagli del Governo è necessario una grande mobilitazione da parte dell’opinione pubblica”. Comincia domani, venerdì 17 settembre, la campagna del Partito Democratico di Carpi in difesa della scuola pubblica. Militanti dei circoli ed esponenti del PD saranno nei prossimi giorni davanti alle scuole all’ora della campanella di inizio delle lezioni per incontrare genitori, alunni, insegnanti e distribuire materiale informativo. L’iniziativa si colloca all’interno della mobilitazione nazionale «La scuola che vorrei» del Partito Democratico e punta a raggiungere un migliaio di scuole a livello regionale, per informare i cittadini sui pesanti tagli alla scuola pubblica e sui rischi di dequalificazione del sistema dell’istruzione a causa dei provvedimenti del Governo.

Sino a sabato proseguiranno i volantinaggi davanti alle scuole carpigiane e nei prossimi giorni sono previste altre iniziative di mobilitazione, incontri e dibattiti per discutere di scuola.

Venerdì mattina il segretario del PD di Carpi Davide Dalle Ave sarà davanti alle scuole elementari Gasparotto di Fossoli e la deputata carpigiana Manuela Ghizzoni, capogruppo PD in commissione Cultura e Istruzione della Camera, si troverà davanti alle scuole Rodari. Contemporaneamente si terranno altri presìdi di fronte ad altre scuole del territorio.

“Dopo un biennio nel quale la scuola è stata utilizzata come un bancomat dal Governo, che ha impoverito il sistema educativo e giustificato i tagli con una riforma di facciata che nasconde solo riduzioni di risorse devastanti per la scuola pubblica – afferma Ghizzoni – quest’anno l’avvio dell’anno scolastico è caratterizzato come non mai dall’incertezza di cosa i ragazzi troveranno nelle aule, anzi, di cosa non troveranno, visti i tagli di personale e risorse”.

“I tagli alla scuola non sono minori spese, ma un’ipoteca sul futuro delle giovani generazioni e del nostro Paese – aggiunge il segretario del PD Dalle Ave – e la nostra iniziativa punta a informare famiglie e studenti su cosa sta succedendo”.
“Contro i tagli del Governo è necessario una grande mobilitazione da parte dell’opinione pubblica che parta dal basso – concludono i due esponenti del PD – per contrastare il silenzio assordante dei telegiornali di regime”.

Scuola: notizie (disastrose) dai territori

Al Giorgi una classe con 51 studenti dove le lezioni si fanno in palestra. La cattedra è sotto il canestro da basket. La voce di Chiara, insegnante di italiano, rimbomba sul tutto il tendone di alluminio e plastica per 30 metri, fino alla porta da calcio. Fabio, studente di quinta ragioneria, tira fuori un quaderno e lo appoggia sulle ginocchia, ammassato insieme agli altri su cinque file di sedie rosse: lì dentro di banchi non ce n’è nemmeno uno.

Un caso clamoroso, quello del Giorgi. Ma inutile prendere appunti, sono solo scarabocchi per passare il tempo: “Siamo ancora all’appello – dice – e anche solo per controllare che ci siamo tutti e 51, passano almeno venti minuti”.

Dopo lo smantellamento delle civiche serali, il tecnico Giorgi è stato talmente preso d’assalto dagli studenti lavoratori da portare la scuola all’orlo del collasso.

Il plotone della V ragioneria

Ma l’ufficio scolastico Regionale, nonostante le continue richieste della preside, non ha ancora concesso nemmeno una classe in più. Ma le classi sono a rischio esplosione con una quinta ragioneria che supera i 50 studenti, una quarta elettronici oltre i 40, e tutte le altre sul limite dei 30, e le iscrizioni che continuano ad aumentare.

Il Tar boccia il Comune: “Bisogna riaprire il Gandhi”

I 51 studenti della quinta ragioneria hanno scoperto di essere un plotone, invece di una normale classe, solo il primo giorno di scuola, lunedì. “La prima ora di lezione l’abbiamo fatta in un’aula normale, così pigiati che non si riusciva nemmeno a respirare”, racconta Marcello, 28 anni. “Solo lì abbiamo saputo non avremmo avuto un’aula: ci hanno trasferiti in palestra”, racconta invece Alessandra, assicuratrice.

Tutti trasferiti sotto il tendone verde vicino alla scuola, quindi. Senza neanche un banco, perché nella scuola non ce ne sono abbastanza per tutti. E nel bel mezzo di un caos incredibile: la palestra è ridosso di viale Liguria. La campanella, per i ragazzi del serale, suona alle 18.10, l’ora di punta per il traffico. Le marmitte di auto e motorini sovrastano quindi anche il professore con l’ugola più potente: impossibile seguire anche una sola frase, lì dentro. Figuriamoci un’intera lezione.

“Sono studenti di quinta questi – dice Chiara, insegnante di italiano, dopo aver fatto l’appello – hanno la maturità quest’estate. Ma come si fa, se non hanno nemmeno un banco dove fare un tema di italiano, o una simulazione di terza prova?”. Nel frattempo, una docente di educazione fisica entra in palestra. E fa lezione ai suoi ragazzi nell’altra metà del campo, mentre 51 studenti cercano di essere concentrati sulla letteratura del 900.

I ragazzi, dopo solo quattro giorni di scuola, sono già esasperati: “Non verrei mai a scuola in una condizione così – dice un’ex studentessa del Cattaneo – ma non avevo alternative: la mia scuola l’hanno chiusa. Due alternative, quindi: venire qui, o abbandonare gli studi”.

“Vogliono sfinirci – commenta Marcello – sperano che facendoci venire a scuola così, in condizioni vergognose, ci stanchiamo e rinunciamo a venire a scuola”. Il problema, se l’Ufficio scolastico regionale non dovesse concedere l’apertura di altre classi, si porrebbe ancora di più con l’arrivo dell’inverno: in palestra, non ci sono riscaldamenti.

Ma non è solo la ragioneria a fare lezione in condizioni oltre la decenza: in una classe di elettronica sono in 43. In classe, le sedie non bastano. E durante le ore di lezione c’è chi sta in piedi, chi seduto sui banchi, chi per terra. “Si rende conto? – dice Gabriella, un’altra insegnante – non mi pongo il problema di come spiegare, ma di come si fa a respirare qui dentro”.

Il problema, oltre all’impossibilità per ragazzi e insegnanti a fare scuola, sono le norme di sicurezza: “Siamo fuori ogni legge – dice Elisabetta Daina, delegata Rsu – parliamo di classi da 50 studenti, quando la norma vuole una media di 26 studenti più l’insegnante. È pericolosissimo continuare a tenere i ragazzi così”.

Anche la preside, Annamaria Indinimeo, allarga le braccia: “Un situazione così è ingestibile – commenta – se non ci concedono una classi in più saremo dovremo almeno provare a dividere le due sezioni in due gruppetti. Ma anche lì, si porrebbe un problema: abbiamo bisogno di almeno qualche risorsa in più perché mancano gli insegnanti”.

La Repubblica 16.09.10

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«Gravissimo togliere l’obbligo fino a 16 anni», di Gabriele Faravelli

Depauperamento dell’attività didattica negli istituti di primo e secondo grado, precariato, personale di sostegno per i portatori di handicap insufficiente, smantellamento dei piani di studio.
Sono i problemi cruciali della scuola italiana, affrontati ieri pomeriggio nel dibattito alla cooperativa Lupi, dal titolo “Con Mariastella alle stalle – la scuola italiana ai tempi della Gelmini”, nell’ambito delle “Riflessioni di settembre” organizzate dal gruppo di Sinistra, ecologia e libertà.
Emerge un quadro preoccupante dagli interventi dei due relatori, Emilio Sartori, dirigente scolastico di Lodi ora in pensione e Raffaella Morsia, segretaria regionale Cgil-Flc. Sartori esordisce con un’introduzione dal tono sarcastico, per poi illustrare uno scenario preoccupante: «Penso che la Gelmini debba avere il dente avvelenato contro la scuola pubblica, forse perché è stata bocciata tre volte. Molto grave il fatto che l’obbligo fino a 16 anni di età non ci sia più, in questo modo il figlio di un operaio non potrà mai avere le stesse opportunità del figlio dell’avvocato. Dovrebbe invece difenderla, invece mancheranno migliaia di docenti in Emilia Romagna. E non ci sono risorse nemmeno per il personale Ata e i vari servizi come i pulmini scolastici. Per non parlare delle leggi non rispettate con classi troppo numerose e scarsa sicurezza».
La Morsia ribadisce i concetti espressi, tentando di dare delle alternative concrete. «Ormai è sotto gli occhi di tutti – afferma – che la scuola è stata oggetto di tagli non lineari e di uno smantellamento indiscriminato. La cosa indecente è che stanno distruggendo il futuro di persone che non hanno più il diritto fondamentale allo studio, ovvero i ragazzi. La nostra risposta per controbattere questa tendenza è investire. Ci vogliono fondi per garantire il lavoro ai maestri e per assicurare un servizio totale di qualità agli studenti».

da Libertà/Piacenza 16.09.10

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«Docenti in cattedra, rifiutate le ore eccedenti il contratto»

Se oggi pomeriggio all’ex Provveditorato andrà in scena il capitolo finale delle nomine, riguardante le cosiddette “code” – una lunga maratona, quella delle assegnazioni, scandita passo dopo passo dall’Ufficio scolastico provinciale che era partito con tempestività dopo Ferragosto – gli spezzoni orari sotto le 6 ore si apprestano a tornare, è prevedibile, nelle mani delle scuole per l’ultimo ritocco all’orario. «Prima di chiamare dei supplenti – spiega Manuela Calza, segretario generale Flc Cgil di Piacenza – questi spezzoni vengono offerti ai docenti già nominati che possono fare ore eccedenti fino ad un massimo di 24. Noi, come sindacato, abbiamo invitato i docenti con cattedra completa a dire no alle ore eccedenti l’orario contrattuale. E ciò – spiega la sindacalista – perchè così facendo si fa venir meno le opportunità di lavoro per chi è precario. E diciotto ore di lezioni sono già un orario pieno a tutti gli effetti. Detto ciò non vogliamo neppure esprimere un giudizio su chi, legittimamente, ritiene di fare ore di straordinario perchè ne ha bisogno.. Ma resta il fatto che in questo momento straordinariamente difficile i più penalizzati sono i precari senza il posto di lavoro». Secondo il fronte sindacale a Piacenza con la prima campanella, per effetto dei tagli, sono venuti meno 140 posti di lavoro (di cui 90 di docenti).

Libertà/Piacenza 16.09.10

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“La rabbia degli insegnanti”, di BARBARA ANTONI

Rivendichiamo le assunzioni a ruolo per i posti vacanti e gli scatti di anzianità, come per i colleghi a ruolo
LUCCA. I più giovani vedono a rischio il futuro: davanti hanno una vita da precario. I più anziani si sentono frustrati: il blocco degli scatti congela l’atteso aumento di stipendio e ridurrà le entrate mensili quando andranno in pensione. Sono quasi duemila, tutti arrabbiati e sconcertati, nella palestra dell’istituto Piaggia di Capannori.

Una moltitudine così non se l’aspettava nessuno, nemmeno gli organizzatori più ottimisti dell’assemblea provinciale degli insegnanti (i sindacati Flc Cgil, Cobas Scuola e Gilda) che in molti istituti della Lucchesi, ha fatto slittare di un giorno l’inizio delle lezioni per l’anno 2010-2011.

La riforma porta bocconi amari per tutti, e tanta delusione. Ognuno la sua: cambia a seconda degli anni di lavoro e delle aspettative.

Giuseppe Saraceno, trent’anni, di Catanzaro, insegna francese nelle scuole di Lucca e della Piana. Ha una laurea e una doppia abilitazione, racconta, una delle quali è la famigerata Sis, ottenuta dopo aver superato l’esame, ma i corsi erano a pagamento. «Mi è costato 4mila euro frequentarli – dice il giovane insegnante -. Quest’anno ci sono state, in Italia, solo diecimila assunzioni a ruolo. I posti vacanti sono molti di più: noi precari rivendichiamo le assunzioni a ruolo per i posti vacanti e gli scatti di anzianità, come gli insegnanti di ruolo. I precari non hanno scatti. Ne beneficiano solo quelli che insegnano religione, nominati dalla Curia ma pagati dallo Stato».

Come Giuseppe, Gerardo Proia. Quarant’anni, viene da Frosinone, nella Ciociaria, insegna elettrotecnica all’Ipsia Giorgi. Il suo malessere è che il precario rappresenta, per le istituzioni, un “signor Nessuno”. «La mia classe di concorso è destinata a svanire – dice Proia -. A Frosinone, dove abitavo, non ci sono più opportunità di lavoro, così mi sono trasferito. Ma più che precario non posso essere. Ho partecipato a tutti i sit-in dei precari, anche a Montecitorio: non siamo mai stati ricevuti».

E poi c’è l’amarezza degli insegnanti con venti e passa anni di lavoro sulle spalle, che ancora credono nella loro professione ma che vedono svanire le speranze anche in un miglioramento personale. Come raccontano due insegnanti dell’istituto Carducci Buonarroti, che preferiscono non dire il nome. «Ho 27 anni di lavoro sulle spalle – dice una delle due docenti -, sono a servizio in ruolo. In questi ultimi anni ho visto cose impensabili, eppure sono una moderata. Non approvo che tutte le 18 ore della cattedra siano di insegnamento. Non abbiamo più margini per la progettazione, per le ore di supplenza». Un aspetto sottolineato anche da Anna Nelli, insegnante di filosofia al Vallisneri e da altre sue colleghe dell’istituto. «Il fatto di non avere più ore disponibili per coprire l’assenza di un collega – dice Anna Nelli – ha reso gli orari sempre più flessibili. Ora le classi entrano spesso un’ora dopo, escono un’ora prima se manca un insegnante, e i ragazzi si sono fatti a loro volta un’idea di flessibilità che non è giusta». «Ma i ragazzi che escono alle dodici da scuola, dove vanno?», le fa eco la collega Maria Antonietta Palumbo, docente di spagnolo al Vallisneri, preoccupata come insegnante e come genitore. I problemi che sollevano gli insegnanti sono innumerevoli: tanti docenti con le cattedre ridotte a sei ore, i libri di testo fatti acquistare senza che i programmi ministeriali fossero stati pubblicati (è successo con molto ritardo), un sacrificio economico forse inutile per tante famiglie.

Il Tirreno/Lucca 16.09.10

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“Con i tagli nasce il preside multitasking un solo dirigente per molti istituti”, di CORRADO ZUNINO

Niente rimpiazzo per quasi 1.500 direttori andati in pensione. Da nord a sud si moltiplicano le reggenze. Si occupano di più plessi con un ritocco in busta paga tra i 400 e i 700 euro
ROMA – La riforma epocale della scuola ha realizzato una nuova figura, fra i tanti profili che il ministro Mariastella Gelmini ha tentato di tagliare: il preside maratoneta. Una scuola su nove, nel Paese, è senza primo dirigente: nelle ultime due stagioni sono andati in pensione quasi 1.500 presidi e Giulio Tremonti ha bloccato ogni nuovo concorso, ogni possibile ricambio. L´Istruzione, allora, ha avviato la pratica industriale delle “reggenze”: un aumento in busta paga tra i 400 e i 700 euro e un preside di liceo si ritrova co-preside anche di una elementare dall´altra parte della città. Ma sotto l´impalcatura di due scuole italiane spesso si scopre un cantiere fatto di succursali, plessi differenziati, materne ed elementari inglobate in un unico edificio. Così i “presidi reggenti” passano a occuparsi di sette, otto, persino dodici realtà scolastiche. Tutte insieme.
Fra i maratoneti della scuola il detentore del record italiano è un signore di 61 anni che vive tra le Dolomiti e ama «stare in mezzo ai ragazzi». Il professor Renzo Zagallo si è fatto le ossa negli uffici amministrativi delle scuole di Cortina, per 17 stagioni è stato commissario interno alla maturità e sette anni fa è approdato alla direzione del suo primo blocco scolastico: San Vito di Cadore, dieci chilometri da Cortina. L´agglomerato dell´istituto di istruzione superiore Fermi è fatto di un liceo scientifico, un tecnico industriale, un istituto per ottici e uno per meccanici, un tecnico commerciale e un alberghiero. Sei scuole, diverse tra loro. Quando a Cortina è andato in pensione l´ultimo preside mezza Val Boite ha chiesto l´aiuto del maratoneta Zagallo. E lui si è candidato alla reggenza, ottenendo altre sei scuole: una media, un liceo classico, uno scientifico, un liceo artistico, un altro tecnico commerciale, un altro alberghiero. Dodici istituti da dirigere, 1.900 alunni dagli undici ai vent´anni. «Se avessi figli non potrei fare questo lavoro», racconta il professore. «Mi alzo alle sei e un quarto ogni mattina e quest´anno sono riuscito a parlare con tutti gli studenti. Coltivo rapporti personali, così sono riuscito a sconfiggere il bullismo. Gli spostamenti in auto sono lunghi, 30 chilometri di curve tra una scuola e l´altra». In generale, «qualche carta non riesco ad archiviarla, ma non salto un incontro con gli studenti: hanno tutti il mio cellulare». I 2.700 euro al mese da preside “normal” supereranno di poco i tremila grazie alle prestazioni “extra”.
Nei giorni dell´esordio caos della scuola italiana sono diventate leggendarie le imprese di Francesco La Teana, da quindici anni preside dell´Istituto Schiaparelli Gramsci, ragioneria di Pioltello, hinterland milanese, 1.500 iscritti il 40% dei quali immigrati. Scuola d´origine con due succursali e ora, grazie alla reggenza, arriva un istituto comprensivo composto da una materna, una elementare e due medie. «Non dormo più: o sono a scuola o sono in macchina. E il mio telefono squilla in continuazione». Nel traffico di Roma si muove Brunella Maiolini, titolare di due medie in due municipi diversi (40 minuti d´auto) e ora la reggenza di una media divisa in due edifici all´interno di un parco di Prati, altro municipio ancora. Cinque plessi in tutto, compresa la scuola speciale per 33 bambini disabili gravi. La prof Maiolini esemplifica i compiti di un multipreside: «Deve tenere sotto controllo la contabilità, avviare le gare d´appalto per la mensa e la manutenzione, assegnare i professori alle classi, e nelle scuole di reggenza lo fai all´ultimo minuto. Deve rispondere al Tribunale dei minori e cercare fondi. Io lo faccio ospitando set cinematografici. La domenica che ha preceduto l´apertura dell´anno scolastico sono stata fino alle undici di sera a controllare la pulizia delle classi e la mattina dopo ho spolverato personalmente due cattedre». A Palermo, spiega Rosario Amato, quattro plessi tra Bagheria e Bagheria Aspra, «dobbiamo far fronte alla fuga dalla scuola, alle continue partenze e ritorni dei figli degli immigrati. Le motivazioni per la nostra scelta? Un po´ di stipendio in più».

La Repubblica 16.09.10

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“Il record di un corso serale una maxi-classe di 51 alunni”, di Tiziana de Giorgio
MILANO – In 51 in una sola classe. Tutti ammassati nella palestra della scuola, senza neanche un banco, perché non c´è un´aula abbastanza grande per contenerli. Succede al tecnico Giorgi di Milano, la scuola serale più grande d´Italia. L´istituto è stato letteralmente preso d´assalto nelle iscrizioni – con 150 alunni in più rispetto all´anno scorso – da quando la giunta Moratti ha smantellato le scuole civiche per studenti lavoratori, non lasciando così alternative, se non il Giorgi e poche altre classi in città. Il risultato: la scuola rischia il collasso. Con sezioni, oltre alla quinta ragioneria che fa lezione in palestra, composte da oltre 40 studenti, costretti a stare in piedi per tutto l´orario scolastico. «Una situazione ingestibile – dice la preside Annamaria Indinimeo – l´Ufficio scolastico regionale non ci ha ancora concesso lo sdoppiamento delle classi. Ma così non si può andare avanti. Anche solo per motivi di sicurezza».

La Repubblica/Milano 16.09.10