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"Bologna, i ricercatori non cedono. Epifani: Sulle libertà si va indietro", di Chiara Affronte

Ancora nessuna via di uscita allo scontro tra ricercatori anti-Gelmini e vertici di ateneo scoppiato martedì a Bologna dopo l’annuncio da parte degli uni del blocco dell’attività didattica e degli altri della volontà di rimpiazzarli con docenti a contratto. Ieri è stato assordante il coro di «no» contro la decisione del rettore. A partire dal segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani che ha parlato di «regressione sul terreno delle libertà: si fa lo sciopero in una fabbrica Fiat – ha detto – e ti chiedono i danni; a Bologna ti sostituiscono gli scioperanti». A definire la scelta «molto grave» è stato anche il segretario Flc-Cgil Mimmo Pantaleo che ha lanciato una settimana di mobilitazione per i primi di ottobre e ha invitato «il rettore e il senato accademico a revocare la decisione presa che riteniamo di dubbia legittimità». Non è stato morbido neppure il Pd nei confronti del rettore. Per la senatrice Vittoria Franco si è trattato di una mossa «scorretta». Più conciliante Marco Meloni, responsabile Università e ricerca, che ieri ha incontrato sotto le due torri ricercatori e rettore: «Dionigi è senz’altro tra l’incudine e il martello ma chiedo che non ci sia un eccesso di zelo perché tentare di cominciare in tempo le lezioni reclutando personale non preparato sarebbe una presa in giro per gli studenti », chiarisce. Della serie: meglio slittare di qualche settimana ma iniziare bene. Le responsabilità principali per Meloni sono da attribuire al Governo visto che in Italia «ci sono 80mila persone che insegnano all’Università ma oltre la metà non sono docenti di ruolo e spesso sono precari». La riforma Gelmini invece, nonostante il «bisogno di docenti di ruolo, ne riduce il numero». «Il governo – sbotta Meloni – riunisca le parti e trovi soluzioni: noi proponiamo che si facciano selezioni affinché ricercatori preparati diventino presto professori».

LA GIORNATA DI DIONIGI E se una revoca non è arrivata, un passo indietro è stato fatto dal rettore, che però non ha fermato la volontà dei ricercatori di continuare con la protesta confermando – almeno il 50% – l’«indisposizione» a svolgere attività didattica. Domani si riuniranno a Roma, lunedì a Bologna. Dionigi, scosso dalla bufera scatenata da ogni parte contro di lui, ha scritto una nuova lettera ai ricercatori. E ha specificato che la richiesta di adesione o meno alla didattica non è un «ultimatum: né nei tempi, perché è chiaro che la ricostruzione del quadro informativo sull’intero ateneo richiederà tempo, almeno fino ai primi giorni della settimana prossima», e quindi «dopo le scadenze che attendono i ricercatori sia a livello nazionale, sia a livello locale; né nei modi, perché il senato accademico che ho intenzione di convocare per la prossima settimana deve ancora analizzare gli scenari e decidere quali soluzioni conseguenti adottare».Un passo indietro, quindi, se non altro sulla tempistica, visto che già domani i ricercatori dovrebbero rinviare al mittente le lettere in cui comunicare l’intenzione o no di fare lezione per quest’anno accademico.

L’Unità 16.09.10

"Una bicameralina mezza vuota", di Raffaella Cascioli

Tutto l’impianto del federalismo fiscale ogni giorno di più mostra le sue difficoltà. Un conto è vendere al nord il sogno federalista della premiata ditta Bossi-Calderoli, un altro è sventolare la bandiera di un federalismo tutt’altro che perequativo della coppia Calderoli-Tremonti. Tanto più in tempo di crisi (politica quanto economica). La Lega cerca di fare l’una e l’altra mossa ma il percorso che ha davanti è accidentato sia sul piano della tempistica, sia per i numeri della maggioranza, sia per quel che riguarda le cifre (poche) inserite nei decreti.
Il Carroccio, però, ha deciso di gettare il cuore oltre l’ostacolo scommettendo su un iter accelerato del federalismo che consenta di portare in consiglio dei ministri i due decreti più corposi: quello sui costi standard della sanità e quello relativo al fisco regionale. Obiettivo di Calderoli e Tremonti è far passare i due provvedimenti a palazzo Chigi prima del discorso di Berlusconi alle camere previsto per fine mese, mettendo così in salvo i due decreti rispetto ad eventuali turbolenze politiche e a possibili scenari governativi diversi dall’attuale. Infatti, a meno di un ricorso immediato alle urne, anche in presenza di un altro esecutivo, l’iter parlamentare proseguirebbe e la partita si chiuderebbe in pochi mesi.
Al momento al proprio attivo la Lega può sventolare ben poco: il federalismo demaniale che, durante l’inseguimento dell’ampolla dal Monviso a Venezia, Bossi giurava esser una realtà, è ancora di là da venire. È vero che un elenco più ristretto di quello iniziale e relativo ai beni potenzialmente alienabili è stato stilato dall’Agenzia delle entrate. Un elenco da cui sono già stati espunti beni di pregio. Ora però tutte le amministrazioni pubbliche hanno tempo fino al 23 di settembre per indicare quali beni intendono non alienabili. Una volta recepite tutte le richieste sarà necessario un decreto della presidenza del consiglio e la pubblicazione dell’elenco in Gazzetta Ufficiale. Solo allora gli enti che lo vorranno potranno farsi avanti entro e non oltre 60 giorni. Insomma, il federalismo demaniale è tutt’altro che acquisito, ma la Lega se l’è già venduto al Nord per fatto.
Quello su Roma capitale, che la bicameralina si accinge a votare oggi (contrario il Pd), finirà domani in consiglio dei ministri e poi in Gazzetta ufficiale in tempo utile per la visita in Campidoglio del presidente Napolitano il 20 in occasione del 140.mo anniversario di Roma capitale. Ma è vuoto. In conferenza unificata è fermo, invece, il decreto sulla fiscalità municipale, destinato a sollevare più di un dubbio perché, come ha osservato il senatore Pd Marco Stradiotto, membro della Bicameralina, le entrate dell’Imu che gravano sulla seconda casa sono state sovrastimate tanto che nelle casse comunali è facilmente ipotizzabile che arrivino meno soldi.
Il che si tradurrà in un aumento del costo dei servizi neanche a dirlo per le famiglie e per i più deboli. Un cortocircuito che rischia di riproporsi anche sulla fiscalità regionale: stando alle anticipazioni, le regioni potranno se del caso azzerare l’Irap ed elevare dall’attuale 0,9% al 3% l’Irpef. «Tartassando – spiega Stradiotto – chi non può evadere, chi è dipendente visto che l’autonomia finanziaria degli enti territoriali arriverà attraverso risorse proprie non compensate da riduzioni delle tasse a livello nazionale». Sul cammino della Lega c’è tuttavia il finiano Mario Baldassarri che, in Bicameralina, in questi giorni sta marcando il territorio e non c’è dubbio che potrebbe spostare d’ora in avanti gli equilibri. Tuttavia, il sogno leghista di un altro mondo possibile, venduto a buon mercato al nord, è dietro l’angolo grazie anche ai fumogeni lanciati da Calderoli sul trasferimento dei ministeri dalla capitale.

da Europa Quotidiano 16.09.10

"La scuola e le due Italie. Metafora di un paese spezzato", di Marco Rossi-Doria

La posta in gioco per l’istruzione in Italia è altissima. Per capire la partita in corso, bisogna partire dal fatto che accade sempre che due modi di considerare la scuola si confrontano. Da un lato c’è la scena educativa concreta, la vita vera a scuola. Dall’altro ci sono le cornici sistemiche: rapporto tra bisogni e organici, spesa, organizzazione generale. Sono due mondi, con due linguaggi che in ogni sistema d’istruzione vanno messi in una relazione virtuosa. E’ proprio questa relazione “il governo della scuola”. E poiché ogni contesto locale tende a auto- centrarsi, è bene che vi sia il contraltare di una visione generale. Per esempio i temi della verifica dei risultati delle scuole, l’esigenza di una semplificazione degli indirizzi, l’opportunità di decentrare le decisioni sono cose che chiamano a fare i conti con vincoli, doveri di verifica, assunzione di responsabilità diretta. Ma l’anomalia politica che ha luogo in Italia è che da anni la destra fa una propaganda vergognosa e ripete che le forze di centro-sinistra non hanno accolto questa prospettiva. E’ una menzogna. Questi temi sono, anzi, stati posti dal centro-sinistra: stabilimento del fabbisogno generale e proposta di allocazione delle risorse con risparmi veri ma anche sostenibili in termini di tenuta educativa delle scuole (libro bianco), piano di rientro dei precari al fine di riprendere i concorsi pubblici, piano per la sicurezza delle scuole, avvio del sistema di valutazione. La verità è un’altra. La destra non mette in relazione la vita vera delle scuole e il sistema, ha una visione dirigista del sistema e, soprattutto, lo fonda sul risparmio come unico criterio. Perciò la destra va battuta con la ripres della priorità educativa rispetto a quella fondata sul budget. E poi ci si misura sul come reperire i fondi. Questo approccio, nella storia italiana, ha una forte tradizione. Ne hanno fatto parte, in modi diversi, la destra storica, Giolitti, per certi versi lo stesso fascismo, i governi centristi del dopoguerra e, con un salto in avanti, il primo centro-sinistra che, con la scuola media unica, applicò la Costituzione e aprì la via al successivo difficile cammino, ancora in corso, dell’istruzione per tutti e ciascuno. Il governo Prodi, con l’elevamento dell’obbligo, stava in questo solco. In questa tradizione ci sono stati anche errori e limiti. Da correggere. Ma è questo il solco delle politiche pubbliche unitarie del Paese. L’attuale governo rappresenta una grave frattura in questo indirizzo di responsabilità verso le nuove generazioni di tutte le classi sociali. Infatti, la priorità assoluta data ai tagli rivela qualcos’altro. Rivela un’idea di scuola in cui chi è protetto – perché ha a casa persone istruite – può permettersi poco tempo-scuola e gli altri faranno quel che possono con quel tempo. Così, la scelta di indirizzo fondata solo su criteri di bilancio sancisce il principio di ineguaglianza: dare poche cose uguali a chi uguale non è. E smentisce l’articolo 3 della Costituzione che chiama la Repubblica a rimuovere le cause dell’ineguaglianza. Nessuna riparazione per chi sta indietro. Inoltre il criterio del risparmio fa sì che l’educare non è più una funzione della scuola. Che è limitata all’istruire e dunque i grandi temi della comunità a scuola, della relazione scuola-famiglia, della gestione delle difficoltà dell’adolescenza sono “esternalizzati”, non finanziabili se non con risorse altre. Chi le trova bene, chi no è lasciato solo. Si tratta di una politica che consolida la divisione, nel Paese, tra popolazione protetta e poveri e tra Nord e Sud. E che sta portando alla chiusura delle scuole di montagna, all’accorpamento nelle mani di pochi dirigenti di molte scuole, con relativo annullamento delle funzioni di coordinamento pedagogico a favore di quelle meramente burocratiche, all’affollamento ingestibile delle classi, al decadimento pericoloso del patrimonio edilizio. E’ l’approccio contrario a mettere insieme scuole e sistema. L’alternativa a questa politica sulla scuola pone, invece, l’intelaiatura di sistema al servizio di chi fa scuola, di chi deve mantenere le promesse della scuola perché risponde ogni mattina alle persone e ai compiti educativi: trovare risposte, caso per caso, classe per classe, alla crisi dei modelli educativi e alla caduta generale delle regole, affrontare la grande fragilità di un’ adolescenza sottoposta ai richiami di consumo e di comportamento dominanti e promuoverne, al contempo, le immense vitalità, integrare davvero i bambini e ragazzi stranieri, fare i conti con il fatto che i modi di apprendere nella rete e nei media vanno ricondotti a un senso, contrastare gli effetti, spesso devastanti, della povertà e dell’illegalità in intere aree del Paese dove la scuola è il solo presidio democratico. Dunque: l’agenda sulla scuola ce la fornisce la vita vera e complessa che già avviene a scuola. Altro che l’aritmetica delle ore cattedra per risparmiare! Ma la situazione si è così aggravata che, per rimettere in piedi una politica per la scuola, un governo alternativo dovrà affrontare, insieme, le questioni di cosa e come si impara e le due prime emergenze, che sono: fornire le condizioni necessarie per una scuola del ventunesimo secolo e dare di più a chi parte con meno. Dunque, mettere in sicurezza le scuole oggi non a norma e degradate e fornirle dei mezzi per garantire manutenzione ordinaria, mense e luoghi comunitari aperti tutto il giorno, palestre, laboratori scientifici, multimedialità costantemente aggiornata. C’è da fare – federalisticamente! – un grande patto stato-regioni su questo. E poi: dare subito di più a quel 20 percento di bambini poveri, ovunque e soprattutto nel Sud. Più asili nido nelle aree metropolitane del Mezzogiorno. Fornire le scuole d’infanzia di un monte ore ulteriore per la mediazione con le famiglie povere e soprattutto con le mamme delle zone a forte rischio che chiedono sostegno a una genitorialità difficile. Dare il tempo lungo e un organico funzionale a tutto la scuola del nuovo obbligo, fino ai sedici anni, ma a partire dalle aree più difficili, sul modello delle zone di educazione prioritaria francese, assicurando l’effettiva alfabetizzazione irrinunciabile – in primis solide basi precoci in italiano e matematica – che non possiamo garantire, in quei contesti, con il tempo corto e l’organico ridotto. Fornire scuole di seconda occasione per chi è già “disperso” a dodici o tredici anni. Il governo dell’alternativa è queste cose qui, da verificare con rigore.

L’Unità 16.09.10

"Un errore spaccarci adesso basta col virus autodistruttivo", di Giovanna Casadio

Franceschini gelido con Veltroni: in una fase di crisi si deve lavorare col segretario. Non ho mai conosciuto leader senza limiti, ma preferisco lavorare per correggerli anziché denunciarli sui giornali Un documento ora serve solo a fare una conta.
Walter candidato premier alle primarie? Se la legislatura arriva a scadenza le primarie saranno nel 2012. Parlarne ora è un altro modo per farsi male da soli. Una giornata di riunioni e colloqui per Dario Franceschini, il leader della minoranza Pd che questa volta non è d´accordo con Veltroni, di cui è stato vice e poi successore alla segreteria del partito.
Onorevole Franceschini, dopo tanta stima e amicizia tra lei e Veltroni è sceso il gelo?
«L´amicizia e la stima sono un´altra cosa e restano intatte. Io faccio una valutazione politica. Ci troviamo in modo imprevisto in una crisi profonda e irreversibile del centrodestra e del modello berlusconiano della destra. Una frattura che potrà essere accompagnata nelle prossime settimane da alti e bassi ma che è irrecuperabile. Siamo in un paese pieno di tensioni sociali, coperte da un sistema d´informazione che appunto le occulta, ma sono drammatiche. In un quadro di questo tipo, nei sistemi che hanno tentazioni autoritarie i rischi per la democrazia aumentano quando si entra nella fase del declino. Perciò c´è il bisogno assoluto di un Pd unito e non attraversato da divisioni. Non rinuncio a nessuna delle idee su cui alle primarie sono andati un milione di voti a sostegno della mia candidatura. Però penso che quelle idee vadano utilizzate in positivo».
Ci vuole più lealtà, insomma?
«Non si tratta qui di lealtà. Ma va debellato quel virus che ha fatto tanto male prima all´Ulivo, poi all´Unione quindi al Pd, cioè di scegliere un leader per guidare il governo o il partito e, dal giorno dopo, iniziare il lavoro di indebolimento. È una cosa che dal 1996 ha riguardato tutti: Prodi, D´Alema, Amato, Rutelli, Fassino, Veltroni e, buon ultimo, me. Basta».
Il documento di Veltroni, Gentiloni e Fioroni che chiede un ritorno allo spirito originario del Pd, e a Bersani di cambiare strada, è dunque un errore?
«Non ho mai conosciuto ragioni o leader senza limiti. Ma in questo momento preferisco lavorare per correggerli piuttosto che denunciarli sui giornali. Un documento ora – al di là della volontà dei promotori che non ho dubbi sia costruttiva – finisce per contare solo per il numero di firme che avrà sotto e inesorabilmente divide. Quando c´è una conta, c´è una divisione».
Lei non lo firma quel documento?
«Ci mancherebbe altro. Peraltro non mi pare ci siano sul nostro tavolo argomenti tali da giustificare una spaccatura. Né mi presto alla caricatura per cui chi parla di vocazione maggioritaria pensa a un Pd che arriva da solo al 51% , e dall´altra parte chi parla di alleanze pensa di tornare all´Unione a undici partiti. Se ci sarà un colpo di mano di Berlusconi, si proverà a costituire un governo per cambiare la legge elettorale facendo appello in Parlamento a chi ci sta. Se invece la legislatura fa il suo corso naturale, allora occorre preparare un´alleanza – completamente diversa dall´Unione – attorno a un programma vincolante, riformista e condiviso. I percorsi per arrivare a quest´approdo possono essere elementi di discussione non di divisione».
Non si può non vedere la difficoltà del Pd, che è senza appeal nonostante la crisi della destra.
«È vero che alle regionali non c´è stato alcun recupero rispetto alle europee. Ma ci sono tanti luoghi, negli organismi di partito, in cui discutere e chi guida il Pd deve ascoltare e trovare la sintesi. Tutti quelli che hanno responsabilità, per primo io, diano prova di altruismo e generosità. Areadem – che rappresenta la minoranza – si riunirà prima della direzione del Pd e là si discute».
Di fatto ci sarà una conta dentro Areadem?
«Spero di no. Nei momenti difficili bisogna far prevalere gli interessi generali su quelli personali».
Veltroni potrebbe essere candidato premier alle primarie?
«Se la legislatura va a scadenza naturale, le primarie saranno nel 2012: direi che c´è tempo per parlare di candidati. Adesso è un altro modo per farsi del male da soli».

La Repubblica 16.09.10

"Patto fragile per una tregua fragilissima", di Marcello Sorgi

La passeggiata nel Transatlantico di Niccolò Ghedini e Giulia Bongiorno, i due “dottor Sottile” di Berlusconi e Fini, non ha, per il momento, avuto alcun effetto pratico se non quello di dare platealmente la sensazione di un inizio di disgelo tra i due fronti in guerra da mesi. Se hanno avuto incarico dai loro leader di incontrarsi, e se tocca a loro anche stavolta trovare un punto d’intesa, Ghedini e Bongiorno, come hanno fatto tante volte, lo troveranno.

Il terreno del possibile incontro è stato individuato nel lodo Alfano costituzionalizzato, cioè nell’elevazione di rango della norma che la Corte costituzionale bocciò meno di un anno fa motivando la sua sentenza con il fatto che una legge normale non poteva modificare di fatto la Costituzione, reintroducendo l’immunità che era stata cancellata dopo Tangentopoli con la riforma dell’articolo 68.

Maturata mentre ancora continua il mercato delle acquisizioni (dopo lo sgonfiamento della “legione straniera” di Berlusconi, ieri si parlava di altri due del Pdl in marcia verso Futuro e libertà) il pre-accordo raggiunto dagli avvocati-deputati sulla materia del contendere può essere letto come un’effettivo scambio di disponibilità, ma anche come un modo di allungare i tempi, visto che i cambiamenti della Costituzione richiedono la procedura aggravata dell’articolo 138, che prevede una doppia votazione delle Camere sul medesimo testo a intervalli non inferiori a tre mesi.

Bene che vada, il nuovo salva processi per il premier non vedrebbe la luce prima della prossima primavera. E nel frattempo, va da sé, Fini metterebbe alla prova la capacità di Berlusconi di convivere con un alleato come Futuro e libertà che vuole riprendersi piena libertà di parola. Il Presidente del Consiglio d’altra parte, se davvero vuole ottenere il salvacondotto, dovrebbe adattarsi. L’apertura di Fini sul lodo infatti vuol dimostrare che il Presidente della Camera, diversamente da quel che pensa e dice il premier, non ha alcuna intenzione di farlo fuori per via giudiziaria.

Sempre che il fragile accordo possa reggere ai temporali quotidiani che investono la difficile convivenza dei due leader separati in casa, occorrerà vedere come la prenderà la Corte costituzionale, che il 14 dicembre dovrebbe pronunciarsi sul legittimo impedimento, la legge-tampone attualmente in vigore in attesa di quella definitiva. Se per quella data le Camere avessero già concluso la prima sessione di votazioni sul lodo Alfano costituzionalizzato, la Consulta, verosimilmente, potrebbe anche decidere di aspettare, rinviando l’udienza.

La Stampa 16.09.10

"«Bordello Italia». Così secondo Foreign Policy il Belpaese è sceso all'inferno", di Elysa Fazzino

L’Italia è “The Bordello State” e con il primo ministro Silvio Berlusconi ha fatto la sua discesa nell’Inferno. Lo scrive la rivista americana Foreign Policy in un’amara analisi di James Walston che attacca il premier e dipinge un quadro scoraggiante della politica e dell’economia italiana. Walston ripercorre i versi di Dante “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!” (Purgatorio, Canto VI) e ricorda l’appello lanciato nell’ultimo libro, postumo, dell’economista Paolo Sylos Labini (“Ahi Serva Italia, un appello ai miei concittadini”).

Il suo appello – si legge su FP – era la difesa dell’economia di mercato e delle sue regole… «gli enormi conflitti d’interessi del primo ministro e miliardario italiano Silvio Berlusconi si sono fatti beffe di queste regole». Dopo una frecciata sulla sua vita privata – «le residenze del primo ministro sono diventate bordelli – e non solo metaforicamente» – Berlusconi viene bersagliato per la sua mancanza di leadership, evidente già a fine luglio, ma oggi ancora più palese: nell’ultima quindicina di giorni «la mancanza di direzione è diventata parossistica», scrive Walston. In sintesi, la situazione di politica interna: per quasi tutto agosto Berlusconi ha minacciato elezioni anticipate per tenere a bada Gianfranco Fini. Poi ha cominciato a fare marcia indietro quando i sondaggi hanno indicato che a vincere sarebbe stata la Lega Nord e che c’era una buona possibilità che il Pdl non avrebbe avuto la maggioranza in Senato. Così è tornato a parlare di “Grandi Riforme”, la più controversa delle quali è quella della giustizia, «che per Berlusconi significa ottenere l’immunità dai procedimenti giudiziari».
Non va meglio in politica estera, «controproducente come la politica interna». Walston nota che in Russia il premier ha usato una conferenza del Cremlino per attaccare Fini e ha definito Vladimir Putin e Dmitry Medvedev «un dono di Dio alla democrazia» (una vignetta dell’Economist mostra il vero amore di Putin per la democrazia e la stampa, nota FP). «Ancora più imbarazzante» la notizia che una delle motovedette italiane donate alla Libia abbia mitragliato un peschereccio italiano.

Intanto «si moltiplicano le preoccupazioni» in casa propria. Il direttore de Il Giornale, Vittorio Feltri, ha criticato il premier per l’indecisione e la mancanza di leadership. Il suo tasso di popolarità è sceso al 37% e l’appoggio al Pdl sotto il 30%. Così, ha avviato il suo “shopping” per portare voti dalla sua parte. Un’impresa in cui – secondo FP – è molto ferrato. «Viste le sue risorse finanziarie e mediatiche, oltre ad altre forme di patrocinio politico, c’è poco che non possa offrire, come mostrano le recenti rivelazioni sulla cosiddetta P3». In proposito, Walston osserva che la maggior parte degli accusati “cantano come se fossero alla Scala”, come “i topi che fuggono dalla nave che affonda”.

Arriva la nota dolente dell’economia. «E’ un peccato che Berlusconi sia così preoccupato della propria sopravvivenza, perché il suo paese è in grandi difficoltà». Secondo FP, il declino relativo dell’Italia è cominciato quasi 20 anni fa, ma «ogni anno le cifre della produzione vanno giù rispetto all’Europa, e ovviamente alla Cina e alle altre economie emergenti». Stando alle cifre Ocse, nel terzo trimestre il Pil italiano calerà dello 0,3%, facendone il solo paese del G7 con crescita negativa. Il World Economic Forum riconosce che una vera ripresa non è cominciata e mette l’Italia al 48.mo posto per competitività globale, subito dopo Lituania e Montenegro. La disoccupazione giovanile è salita a maggio al 29,2%. Non c’è ancora un ministro per lo Sviluppo economico. Gli insegnanti sono sul piede di guerra per i tagli e così anche la polizia. “Ci sono un sacco di veri problemi, ma l’Italia è una nave senza nocchiero”.

L’Italia è di nuovo “serva” come lamentò Dante? È davvero “un bordello”? FP cita il libro di uno studioso di Princeton che dà una riposta affermativa: in “La libertà dei servi”, Maurizio Viroli sostiene che l’Italia è riuscita «nell’esperimento politico di trasformare, senza violenza, una repubblica democratica in una corte che ha al suo centro un signore feudale circondato da cortigiani ammirati e invidiati da una moltitudine di gente con spirito servile». Perfino Federico Confalonieri, suo migliore amico, ricorda Walston, aveva descritto Berlusconi come “un despota illuminato”. Mancava solo la polemica sull’accusa lanciata ad alcune deputate di essersi prostituite per avere un seggio in Parlamento. Morale di FP: «Il problema non è che alcune donne approdino in Parlamento attraverso la camera da letto; è che uomini e donne, giornalisti e professionisti, abbiano ceduto, più che il loro corpo, la loro mente e i loro principi». La conclusione richiama di nuovo Dante: “Lo stato è sceso all’Inferno”.

Il Sole 24 Ore 15.09.10

"L'anniversario della Disunità" di Adriano Sofri

Tutto alla rovescia. L’Italia è sfatta, basta finir di disfare gli italiani. Si intitolarono piazze, anche la più bella, a Trieste, all’Unità d’Italia. Sembrerà almeno un po’ buffo correggere in “Piazza Divisione d’Italia”. Ma qualcosa bisognerà inventare, perché nel riavvolgere il Risorgimento all’indietro siamo andati lontano. E la celebrazione del prossimo anno sarà una commemorazione. Dice Bossi che il federalismo è cosa fatta. Il federalismo no, e Cattaneo è solo usurpato: ma uno sgretolamento avaro e rancoroso sì, e abbastanza irreversibile. In certe reazioni il sindaco Vassallo ammazzato ad Acciaroli è sembrato affare riservato al già Principato inferiore del Cilento. Perfino l’antica guerra fra cultori del Risorgimento e suoi detrattori in nome delle insorgenze e della conquista coloniale del Sud, benché riesacerbata, va ormai fuori bersaglio. Quella era una storia fratricida dunque anche fraterna. Fratelli d’Italia, anche l’un contro l’altro armati. Carlo Pisacane, biondo e socialista e martire (a Sanza, il lato del Cilento dirimpetto a Pollica) aveva un fratello, Filippo, rimasto, lui, ufficiale borbonico, e fra i due non venne mai meno mai l’affetto reciproco. Si disse che il fratello legittimista fosse designato al comando contro la spedizione di Sapri, e sostituito all’ultimo momento dal re Ferdinando.

Mario Martone ha fatto un film ambizioso, bello ed emozionante, che si lascia alle spalle i partiti presi e mostra come le vicissitudini italiane passino avanti e indietro attraverso le stesse persone, le stesse comunità, gli stessi luoghi. I suoi protagonisti sono tre amici, nati in quel Cilento, e da lì mossi alla volta della Parigi e della Londra dell’esilio e della cospirazione, della Ginevra di Mazzini, della Torino sabauda, fino al ritorno al Sud dell’Aspromonte. Sono divisi dall’origine, figli di signori e di contadino, e poi dall’indole e dalle circostanze. Uno ucciderà l’amico popolano prendendo a pretesto il sospetto del tradimento, e andrà incontro al patibolo partecipando all’attentato di Felice Orsini a Napoleone III. L’altro terrà intatto l’ideale unitario e repubblicano nelle carceri borboniche.

I grandi delle figurine risorgimentali compaiono appena o vengono mostrati, come Mazzini nella dedizione solenne e fanatica alla causa che li brucia dentro. Le vicende si svolgono nell’arco di un trentennio attorno alla figura finalmente illuminata di Cristina di Belgioioso. Il racconto ha un doppio registro: come si è fatta l’Italia, e come si è fatta male. Senza che una pagina prevalga sull’altra, soffocandola o riscattandola. In una scena, girata su un’altura nel territorio di Pollica, Martone mette due personaggi del 1862 su un’anacronistica gettata di cemento, che si guarda ora come un amarissimo presagio. Il nodo dell’Italia fatta e dell’Italia fatta male lo si vuole sciogliere oggi da più parti disfacendo l’Italia. È un segno dei tempi, direte, della mezza riuscita, dunque del fallimento intero, dell’unità europea. Si sono separate Cechia e Slovacchia, si sono sterminati i concittadini della Jugoslavia, il Belgio non riesce a incollare i cocci e fare un governo…

Noi facciamo finta di niente. Davanti al paesaggio politico, viene in mente il favoloso ingorgo stradale dei giorni scorsi tra Pechino e la Mongolia, 120 km e 10 mila camion e giorni e notti di coda – chissà, un banale incidente. L’incidente è avvenuto da tanto tempo, tutto è fermo, il carro attrezzi non riesce a passare, Berlusconi è lì, e fino alla sua rimozione politica (quanto al fisico, centoventi di questi anni) niente succede, salvo un triviale baccano di clacson. La politica tutta non può fare a meno di misurarsi con questo affare primario: sgomberare la strada. Ma il traffico riprenderà lungo percorsi già largamente segnati. Nell’attuale non-governo sono due i ministri alla ribalta: Maroni e Tremonti. Uno è della Lega, l’altro pure. All’indomani delle elezioni, sgomberato Berlusconi (o per sgomberarlo), Tremonti sarebbe il candidato più plausibile al governo: uomo forte, ma privo di un partito e un elettorato suo, dunque servo-padrone fino a quando la Lega – la cui voracità vien divorando – non vedesse l’occasione di intestarsi direttamente il governo nazionale.

Alla Lega si offre oggi l’opportunità di combinare il secessionismo, il visionario estremismo senile del professor Miglio, con lo strappo di enclave via via più larghe nel resto del paese – un processo di lampedusizzazione – e il controllo via via più diretto sul governo centrale, contrappuntato da qualche trasferimento napoleonico di ministeri e canali televisivi da Roma al Nord. Simmetricamente, il restante sistema dei partiti si distribuisce fra una resistenza Democratica (presto logorata, salvo un risorgimento) al Centro, e una eventuale aggregazione controleghista di ex An e Lombardo e altri spezzoni in un meridione infeudato alle famiglie di malavita. Le quali si intendono di decentramento e di radicamento nel territorio, e sono più unitarie di Mazzini quanto agli affari.

Arriveremo ai 150 anni dell’Unità così o no? Se è così, diamo una mano a far muovere l’ingorgo – senza bussare al clacson, come si dice a Napoli e si fa dappertutto – ma guardiamo anche un po’ più in là. Dal sud al nord d’Italia, ne mandiamo Mille al giorno di ragazzi che “giù” hanno studiato per niente. Per intravvedere una tendenza contraria alla frantumazione egoistica dell’Italia e del sentimento che se ne fanno i suoi cittadini non si può che guardare ai giovani, e all’eventualità che una solidarietà e una confidenza fra loro promuova un giorno in Erasmus, una spedizione comune, diventi più forte del vincolo al proprio territorio e ai propri vecchi capitribù. Il trapasso invalso da parole come terra a una come territorio è del resto illuminante: si può voler bene a una terra, per un territorio si fa la guerra di confine, o una causa di sfratto.

Noi credevamo, ha intitolato Martone. “Noi”: Bellini e Verdi e Rossini, Mazzini che muore sotto falso nome nell’Italia che l’ha chiuso in fortezza, Francesco Hayez e la nazione dipinta, il western italiano dei valloni del Cilento e i suoi briganti ribelli e il sindaco Vassallo ammazzato vilmente ad Acciaroli. Qualcosa da dire, da far vedere, c’è ancora. Qualcosa da credere.

Nella biografia di Carlo Pisacane, pubblicata nel 1932, Nello Rosselli scriveva: “Pare a me che si possa e si debba ormai (son passati ottant’anni) guardare con uguale rispetto al Pisacane “italiano” e a quello accanitamente borbonico; e infatti se l’uno contribuì direttamente alla formazione unitaria del nostro paese, l’altro – e con lui gli innumerevoli dimenticati e vilipesi che fino all’ultimo e con personale sacrificio sostennero i regimi ritenuti legittimi – lasciò un esempio di coerenza ideale, di dirittura”. Nello Rosselli, fratello a sua volta di Carlo, socialisti liberali, assassinati assieme da miliziani fascisti nell’esilio francese, nel 1937. Pare anche a me, adesso che sono passati centocinquant’anni, e che si vogliono alzare altri muri e frontiere.

La Repubblica 15.09.10