Latest Posts

"Fiat, Federmeccanica e il braccio di ferro", di Nicola Cacace

Sulle ultime mosse di Fiat e Federmeccanica, protocollo Pomigliano e disdetta del contratto nazionale, c’è chi ha parlato di «riforme necessarie per rendere le imprese più competitive» (Marcegaglia) e chi «di attacco grave ed irresponsabile ai diritti sindacali» (Landini). Le innovazioni del modello Pomigliano sono, 18 turni settimanali, dalle 6 di lunedì alle 6 di domenica, raddoppio dello straordinario contrattuale, pause dimezzate. Innovazioni più vicine alla Cina che all’Europa, dove i 18 turni non sono generalizzati, e che non avvengono nemmeno in Polonia, dove i turni del sabato sono coperti dagli straordinari: eppure sono state accettate da tutti i sindacati, Fiom compresa. La rottura con la Fiom è avvenuta sulla parte finale del protocollo relativa alla “clausola di responsabilità” con forti limitazioni dei diritti sindacali. Rottura che non condivido perché, come ha detto Carniti, «l’accordo Pomigliano è un dictat impresentabile, madi fronte a un prendere o lasciare senza alternative, la Fiom doveva firmare anche per presa d’atto» (Repubblica, 23 giugno). Un sindacato non può stare a lungo senza fare accordi, così come un padronato lungimirante non può approfittare delle debolezze altrui (crisi economica) per stravolgere il quadro. Il passaggio dalla settimana di cinque giornate ai 18 turni comporta già un peggioramento significativo delle condizioni di lavoro e di vita, con miglioramento dell’utilizzazione degli impianti e della competitività. Non c’era bisogno di appesantirlo con la doppia forzatura della “clausola di responsabilità” e della disdetta contrattuale. Si dice che la globalizzazione impone questi sacrifici. La risposta italiana differisce da quella europea. La storia delle relazioni industriali è stata fatta dalle democrazie più avanzate – 48 ore in Inghilterra ad inizio ’900, 40 ore e sabato libero in Europa negli anni ’60 – mentre oggi sembra che il pendolo si sia invertito, almeno in Italia. Non è così in Germania e Francia che, con produzioni d’auto quadruple della nostra e con un costo lavoro superiore hanno investito in innovazioni ed in redistribuzione del lavoro per difendere produzione ed occupazione. Attenzione a tutti i fattori di competitività, soprattutto a quello umano. E attenzione alle accelerazioni laceranti della deregulation. Se è vero che «all’impresa globale non servono lavoratori usa e getta ma competenti e coinvolti»,come disse lo stesso Marchionne («Marchionne, la Fiat e gli altri», Varvelli editore, pag 228), questa strategia di rottura sociale e sindacale, assecondata dal governo, non produrrà buoni frutti sul lungo periodo. Nell’interesse dell’industria e del paese bisogna sostituire l’attuale quadro di dictat e divisioni in uno di dialogo e condivisione.

L’Unità 15.09.10

Scuola: continuano i disagi. Cronache dai territori

La rivolta dei precari «Troppi straordinari per i docenti di ruolo».
Le ragioni dei docenti di ruolo: «Con il contratto bloccato e gli scatti di anzianità congelati, è inevitabile che qualcuno di noi accetti ore di straordinario». Le lamentele dei precari: «Così ci penalizzano. Non c’è spirito di categoria: nemmeno i nostri colleghi sono solidali con noi». La campagna della Flc Cgil: «Chiediamo ai professori assunti di non accettare ore aggiuntive». Scuola, è la guerra più triste, quella tra chi ha un posto sicuro e uno stipendio «non adeguato» e chi la cattedra non ce l’ha e rischia di rimanere a casa. «Ma il regolamento — sospira il provveditore, Giuliana Pupazzoni — è chiaro: chi vuole può decidere di lavorare con un orario più lungo».

Gli assunti e i precari. E quella serie di «spezzoni» e «residui» che servono a completare il quadro orario di ogni scuola (dalle elementari alle superiori) su cui si consuma la polemica di questi giorni. Quattro ore di inglese, due di matematica nell’altra sezione, italiano in un’altra. Secondo il regolamento, un docente può accettare fino a sei ore settimanali di straordinario. «Stiamo provando in tutti imodi— spiega Attilio Paparazzo, segretario della Flc Cgil milanese — a convincere i professori di ruolo a non lavorare oltre le 18 ore settimanali. Abbiamo organizzato anche un volantinaggio. Ma è difficile coinvolgere tutti: su 5 mila spezzoni ci auguriamo che almeno la metà vada ai docenti precari». Conferma Rita Frigerio della Cisl: «È un fenomeno diffuso. Purtroppo le norme, anziché cercare di distribuire il lavoro, permettono di concentrarlo nelle mani di pochi». Roberto Silvani, a capo del liceo scientifico Volta, aggiunge: «Agli insegnanti fanno comodo alcuni piccoli aumenti. C’è da capirli».

La guerra degli straordinari, impossibile trovare un vincitore. Miriam Petruzzelli, del movimento scuola precaria (oggi in presidio sotto il provveditorato), ne è consapevole: «Bisogna valutare la situazione reale, tante volte i presidi fanno pressione per convincere il personale ad accettare qualche straordinario. È un modo per facilitare l’organizzazione». Ribatte una professoressa di un prestigioso liceo milanese: «Trovo assurdo che alcuni colleghi si arricchiscano sulle spalle di chi il lavoro non ce l’ha». Forse ha ragione il provveditore, Giuliana Pupazzoni: «Non si può condannare nessuno. Possiamo solo dire che il sistema di nomine sta diventando sempre più complesso. E, in queste condizioni, è difficile da gestire».

Corriere/Milano 15.09.10

******

“Tutti devono sapere”, la protesta della scuola contro i tagli. Una catena umana che si è unita formando la frase “Tutti devono sapere”: è andata in scena così nel pomeriggio la protesta di docenti, alunni e genitori che hanno aderito al sit in promosso da Flc Cigl, Cisl Scuola e Gilda insegnanti contro i tagli alla scuola.

“La gente deve sapere – ha detto Manuela Calza, segretario Flc Cigl, richiamando il leit motiv della protesta – che è in atto un vero e proprio e smantellamento della scuola pubblica con ovvie ripercussioni sulla qualità dell’istruzione, che sta diventando sempre più un bene di consumo e non un diritto acquisito per tutti”.

“Vorrei che il ministro Gelmini parlasse con tutti gli alunni che vedono la propria offerta formativa fortemente impoverita o con tutti quei precari che si trovano in mezzo alla strada”.

Precari che non hanno mancato di far sentire la propria voce durante la protesta: “A Piacenza – ha proseguito Calza – soltanto quest’anno avremo 140 posti di lavoro in meno, che uniti a quelli dell’anno scorso fanno oltre 250 lavoratori licenziati”.

Parole alle quali hanno fatto eco quelle del segretario Cisl Scuola Lucia Galeazzi: “La nostra scuola sta morendo in quanto sta venendo a mancare quella caratteristica di qualità che ha sempre avuto. L’Italia dovrebbe prendere esempio da tutti quei paesi, europei e non, che nonostante la crisi hanno stanziato fondi per l’istruzione, decidendo per i tagli in altri settori”.

A conclusione della manifestazione tutti i partecipanti si sono uniti in un simbolico abbraccio, circondando il Municipio: “Un gesto che testimonia il senso di unione di tutte le persone intervenute – ha spiegato Galeazzi – che chiedono attenzione verso il mondo della scuola. L’abbraccio al Municipio, simbolo delle nostre istituzioni, vuole essere anche una richiesta di aiuto”.

Piacenza/Sera 14.09.10

******

Scuola, la Cgil: «Si torna sui banchi con numerose emergenze irrisolte»
AL SUONO della campanella 215mila bambini e ragazzi marchigiani torneranno sui banchi di scuola. «Un nuovo anno scolastico che, nonostante i trionfalismi del Ministro Gelmini, si apre all’insegna dell’incertezza» dice Daniela Barbaresi, segretaria della Flc Cgil delle Marche. «L’incertezza dei precari che non sanno se avranno un posto di lavoro, l’incertezza dei docenti di ruolo sull’orario, dei dirigenti a organizzare le classi con l’aumento degli alunni e la riduzione degli organici, l’incertezza dei direttori amministrativi che non sanno come finanziare le normali attività scolastiche, degli studenti delle superiori alle prese con una pseudo riforma che taglia ore, indirizzi e laboratori; l’incertezza delle famiglie con i figli in lista d’attesa nelle scuole dell’infanzia, mentre crescono le sezioni aperte solo la mattina». Per il sindacato, l’unica certezza sono i tagli al personale e alle risorse finanziarie alla scuola pubblica. «Mentre il numero degli alunni continua a crescere, nelle scuole marchigiane sono stati tagliati altri 1.061 posti, di cui 635 docenti e 426 Ata, che si aggiungono a quelli dell’anno scorso: così in soli due anni sono stati persi 2.400 posti di lavoro». Tra tanti problemi, nelle Marche la Flc indica tre emergenze. A partire dalle classi «troppo numerose: a causa della mancanza di organici sono state costituite classi di 28, 29 e anche 30 alunni sin dalla primaria, mentre nelle superiori si arriva anche a 34 alunni». Sono 382 gli edifici scolastici, che, secondo il ministero dell’Istruzione, presentano situazioni di criticità, degrado, elementi potenzialmente pericolosi. L’ulteriore aumento degli alunni per classe danneggerà secondo la Flc «gli alunni diversamente abili la cui situazione è la seconda emergenza marchigiana». La terza emergenza segnalata dal sindacato «è rappresentata dal dramma dei precari».

Il Resto del Carlino/Ancona 15.09.10

******

“All’appello mancano i docenti Orari ridotti e cattedre fantasma”, di Luca Salvi

PRIMA CAMPANELLA Sono oltre 400 mila gli studenti tornati sui banchi di scuola
ORARI RIDOTTI nella prima settimana a causa delle cattedre fantasma. Docenti di sostegno che mancano all’appello. Elenchi delle disponibilità di posti imprecisi e incompleti. Oltre un migliaio di posti assegnati non ancora coperti dai docenti, o per ragioni burocratiche o perché nel frattempo sono stati nominati da altri provveditorati regionali. «Tutti gli organici saranno pronti per l’inizio delle lezioni», aveva promesso il direttore scolastico regionale, Giuseppe Colosio. Ma a Milano molte scuole aspettano ancora due o più cattedre. All’Istituto professionale Cavalieri, in via Olona e nella succursale di Famagosta, la prima settimana prevede solo 4 ore al giorno. Ai licei Einstein e Marconi mancano due docenti. Così anche al nuovo liceo musicale al Tenca. All’Ipsia Carlo Porta mancano ancora due cattedre, all’Itis Galieli un docente di sostegno, così come all’Itis Feltrinelli e all’Itc Sraffa-Luxembourg. In provincia non va meglio. Solo due cattedre assegnate finora per 30 studenti disabili all’Ipsia Meroni di Lissone, solo una all’Itc Gandhi di Desano Brianza. E la lista si può allungare con l’ora alternativa alla religione. Nelle medie mancano docenti per gli alunni che dovesse scegliere di non frequentare la materia. Intanto i precari continuano il loro presidio davanti al provveditorato e oggi alle 16 consegneranno un elenco di posti disponibili ma non per gli elenchi delle scuole polo in cui venivano assegnati gli incarichi. «Abbiamo telefonato alle scuole, chiesto ai colleghi, monitorato i nostri istituti rivela Miriam del Movimento scuola precaria e sono saltate fuori tante cattedre. Qui si andrà ben oltre il 13 settembre con le nomine». A TUTTO QUESTO si aggiungono i tagli ormai resi pubblici. Di fronte a un aumento di 6.161 studenti nelle scuole statali milanesi (totale: 433.364), sono diminuiti i docenti: 731 quelli di ruolo in meno. I sindacati sono in fermento. La Flc-Cgil, la Cisl e la Uil chiedono un incontro urgente con Colosio. «Ora sarà un gioco al massacro spiega Attilio Paparazzo, segretario provinciale perché le nomine passano ai presidi ma con le disponibilità ancora incerte e i presidi che scorreranno gli elenchi indipendentemente l’uno dall’altro si rischia solo confusione. E a rimetterci saranno i precari». Il sindacato Iuniscuola invece pretende «un commissario ad acta per il provveditorato in modo da garantire la trasparenza delle operazioni».

Il Giorno 15.09.10

"No del Pd allo scambio lodo-Mattarellum e riparte la corsa per salvare il Cavaliere", di Liana Millella

Non è neppure cominciata, perché era nelle intenzioni del Cavaliere, ma è già finita. La trattativa per ottenere dal Pd il voto favorevole sul lodo Alfano costituzionale in cambio del ritorno al Mattarellum frana sul niet senz´appello del segretario Pierluigi Bersani. Quando glielo chiedono reagisce inorridito («Mai sentita una cosa del genere, e se la sentissi la liquiderei subito»). Il tentativo berlusconiano di guadagnare un assist ed evitare il referendum sullo scudo per congelare ben tre processi si arena sul freddo stupore, quasi un ribrezzo, di Anna Finocchiaro, la presidente dei senatori democratici: «Per favore, non scherziamo. È una cosa che non esiste. Non sta né in cielo né in terra che noi ci si abbassi a un baratto con la maggioranza su questioni di così grande importanza per il Paese».
E allora, se le cose stanno così, tocca rimboccarsi le maniche. Lo fa il Guardasigilli Angelino Alfano. Lo fa l´avvocato del premier Niccolò Ghedini. Lavorano per escogitare la strada giusta per risolvere una volta per tutte il dramma giudiziario del loro capo. Tra dubbi, esitazioni, timori di una sconfitta. L´ennesima, dopo la “morte” della blocca-processi, del processo breve, del primo lodo Alfano. Con una spada di Damocle sulla testa, la decisione della Consulta sul legittimo impedimento. Lo spartiacque è il 14 dicembre. Tre strade si aprono. Nuovo lodo Alfano. Processo lungo. Versione riveduta del lodo Consolo. Se sarà scudo dovrà essere approvato a tamburo battente, sfruttando l´apertura concessa da Fini. Ma Ghedini è dubbioso. Teme tempi lunghi. Oggi ne parleranno al Senato il presidente della commissione Affari costituzionali Carlo Vizzini e il capogruppo Maurizio Gasparri per verificare la possibilità di dar vita a un testo concordato con il Pdl della Camera. E la capigruppo deciderà se calendarizzarlo alla ripresa dei lavori.
Ma Ghedini preme con i suoi timori. A più d´uno confida che ipotizzare un percorso rapido è pura utopia. E se Alfano è convinto che basti lavorare al lodo per far sì che la Consulta decida di rinviare l´esame del legittimo impedimento, Ghedini è perplesso anche su questo. Lo preoccupa l´idea che la Corte vada avanti lo stesso. Perché è vero che, per consuetudine, essa rinvia un caso se il Parlamento sta trattando la stessa materia ed è vicina al sì sul nuovo testo. Ma in un iter complesso come quello di una legge costituzionale spendersi sui tempi è arrischiato. E in questo caso poi, con il legittimo impedimento parliamo di un´altra legge, non della medesima che per 18 mesi, per premier e ministri, congela i processi togliendo ogni autonomia al giudice grazie a un´autocertificazione di palazzo Chigi. Una prerogativa che viola l´articolo 3 della Costituzione (tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge) poiché non è stata usata una procedura costituzionale. Ghedini non vede bene neppure un intervento che “costituzionalizzi” il legittimo impedimento attenuandone l´automatismo in quanto ciò rischierebbe di far ripartire di continuo i processi del suo assistito.
Serve altro allora. Un´altra “leggina”. A due progetti lavorano Ghedini e Alfano. Il processo lungo, con il divieto di usare le sentenze definitive (caso Mills) e l´obbligo per il giudice di accogliere integralmente le liste dei testi dei difensori. Ma in molti, nel Pdl, sono convinti che nel futuro ddl Costa ci sarà “dentro” pure dell´altro, un´altra invenzione di Ghedini. Ma non basta. A via Arenula, dopo che il finiano Giuseppe Consolo (ma a titolo personale) lo ha rilanciato, si ragiona se il suo lodo non possa servire per Berlusconi. Quel ddl, vecchio di più legislature ma riproposto in questa, molti sospettano “a misura” di Altero Matteoli di cui Consolo è avvocato, stabilisce che spetta solo al Parlamento stabilire se un reato è ministeriale. Per cui sono le Camere a dover autorizzare il pm ad andare avanti. Ma non solo Berlusconi è imputato di corruzione e frode fiscale, ma i suoi dibattimenti sono già cominciati. Mills e Mediaset per certo. Resterebbe solo Mediatrade. Un anno fa, quando il lodo Consolo si arenò alla Camera, trapelarono perplessità del Colle. Tuttavia, con l´incubo del legittimo impedimento bocciato alle porte, tutto è buono per salvare Berlusconi.

La Repubblica 15.09.10

******

“Tramonta il gruppo salva-Silvio”, di Emanuele Lauria

Pioggia di no dai deputati interessati. Bocchino: con Fini altri due parlamentari. Non entrano i centristi siciliani, frenano i 5 di Noi Sud. Gli unici certi Nucara e Pionati.
C´è il nome ma non c´è il gruppo, almeno per ora. E alla nascita di «responsabilità nazionale», la stampella di Silvio Berlusconi alla Camera, non crede più tanto neppure il demiurgo Francesco Nucara. L´esponente repubblicano, che lunedì si era detto certo di raggranellare i venti deputati necessari, ieri sera ha fatto una brusca frenata: «Il nuovo gruppo non si è dissolto semplicemente perché non si era mai formato – ammette Nucara – Io non so i nomi nel particolare, so di alcune cose che Berlusconi mi ha detto e alcune erano a mio avviso sbagliate. Gli ho detto: “Questo nome cancellalo perché non verrà mai con noi”. In questo senso i nomi erano molto più di 20 onestamente». Nucara, alla fine, si professa pessimista: «È nella mia natura. Mentre è in quella di Berlusconi essere ottimista…». Sembra tanto l´epitaffio su un´operazione dalla quale, nell´arco della giornata, molti presunti interessati hanno preso le distanze. Cominciando dai siciliani dell´Udc: «Nucara? Io questo signore non lo conosco neppure – ha ribadito il coordinatore regionale Saverio Romano – La nostra battaglia, contro la richiesta di dimissioni di Berlusconi ed eventuali alleanze a sinistra, vogliamo continuarla nell´Udc». Certo, non sarà facile ricucire lo strappo con Casini che ai quattro “ribelli” siciliani (cui si aggiunge il campano Pisacane) guarda con sempre maggiore insofferenza. E che dagli stessi ha ricevuto l´accusa di ingratitudine: «Io non so se Pierferdinando – aggiunge Romano – ci ritenga davvero un peso. Gli ricordo che lo ha assunto liberamente, per restare in Parlamento». Ma per ora nessuna fuoriuscita dal partito centrista. Anche per la mediazione di Rocco Buttiglione e Lorenzo Cesa: «Viviamo un momento di dialettica interna ma non ci saranno defezioni – dice il segretario – È meglio che Berlusconi rinunci alla scorciatoia della campagna acquisti». E lo stesso Casini interviene sul tema a Ballarò: «La compravendita dei deputati dimostra che questo bipolarismo è fallito perché i governi dopo due anni non sono più in grado di governare».
È fitta, la pioggia di distinguo e smentite sull´iniziativa di Nucara. Frenano i cinque deputati di Noi Sud: «Quando si fanno questi annunci si nuoce alle ragioni del centrodestra. Non siamo mercenari: serve un progetto politico», dice il capogruppo Luciano Sardelli. I quattro esponenti dell´Mpa di Raffaele Lombardo fanno sapere che non aderiranno ad alcun nuovo raggruppamento e che voteranno la fiducia sui cinque punti del premier «a patto che ci sia un´inversione di tendenza sul Sud». I tre liberaldemocratici non si muovono: «Notizia priva di fondamento la nostra adesione a una nuova formazione parlamentare – dice il deputato Italo Tanoni – Dell´appoggio al governo dobbiamo discutere». Fuori dal progetto i tre deputati delle autonomie linguistiche.
Gli unici aderenti certi, allo stato, rimangono Nucara e Francesco Pionati dell´Adc. Due contro i venti necessari: pochini. Insomma, se non è impossibile l´obiettivo di una maggioranza a geometria variabile lo è quasi la costituzione di un gruppo parlamentare “salva-Silvio” che garantisca in partenza la soglia minima dei 316 voti a Montecitorio (oggi Pdl e Lega ne possono raccogliere 296).
In questa situazione hanno gioco facile i finiani nel ribadire di avere in mano la golden share della maggioranza: «Il 28 settembre si dimostrerà che siamo determinanti: il resto non conta», dice Carmelo Briguglio. E il capogruppo di Fli Italo Bocchino, constatato il fallimento della campagna acquisti gestita dal premier, può infierire: «Presto annunceremo noi l´arrivo di due nuovi parlamentari». Proverrebbero dal Pdl. «I nomi? Non li posso fare – conclude Bocchino – altrimenti mi finisce tutto come Nucara».

La Repubblica 15.09.10

"Un compromesso per la legge elettorale", di Michele Ainis

Doveva risuonare la voce d’un inglese, per raccontarci come siamo fatti noi italiani. Nell’editoriale pubblicato ieri dalla Stampa, Bill Emmott ce l’ha cantata chiara: lasciate perdere il maggioritario, dalle vostre parti non funziona. Ha generato coalizioni artificiali, governi instabili, e in conclusione zero riforme. Meglio per voi il proporzionale, anzi un proporzionale perfetto, all’irlandese. Così ogni idea, ogni opinione, ogni cultura potrà specchiarsi in Parlamento. Senza nessuna camicia di gesso, che tanto va poi regolarmente in pezzi al primo starnuto.

La diagnosi di Emmott riecheggia una lezione che fu di Montesquieu: sono le leggi che devono adattarsi agli uomini, non gli uomini alle leggi. Sicché nessun vestito normativo è buono in assoluto, dipende dalla taglia del popolo che dovrà indossarlo. Anzi: secondo Montesquieu dipende anche dal clima, dal territorio, e naturalmente dalla storia. La nostra storia racconta un’Italia dei Comuni mai del tutto tramontata, tant’è che ne sopravvivono 8 mila, ciascuno rivale dell’altro. Ma se è per questo, sopravvive inoltre una congerie di corporazioni, lobby, sindacati, ordini professionali.

E naturalmente di partiti, dentro e fuori il Parlamento. Noi italiani siamo così, 60 milioni di commissari tecnici, ciascuno con la sua formazione in testa per la nazionale di pallone. Potremmo mai intonare un’unica canzone quando discutiamo di politica? Potremmo mai filare d’accordo, sia pure per lo spazio d’una legislatura? No, e infatti Bobbio disse una volta che la nostra storia costituzionale si è snodata attraverso un’altalena di crisi di governo (spesso molto lunghe) e di governi in crisi (spesso molto brevi). La sola novità che la seconda Repubblica ci ha recato in dote è la sostituzione della crisi con un eterno stato di pre-crisi, ma il rantolo è lo stesso.

Però se la premessa è esatta, sulla conseguenza che ne trae Bill Emmott va depositata un’opinione dissenziente. Non perché il bipolarismo sia diventato la nostra legge di natura; questo vincolo funziona esclusivamente nella geografia terrestre, dove un polo di centro non esiste, esistono soltanto il Polo Nord e il Polo Sud. Viceversa nella politica italiana il terzo polo prese forma già in Assemblea costituente (dove oltre ai cattolici e ai marxisti operò una pattuglia quanto mai agguerrita d’orientamento liberale), e in seguito ha sempre continuato a manifestarsi in varia guisa. Evidentemente la scelta binaria ci sta stretta, di fidanzate ne vogliamo almeno tre. Quanto al bipartitismo, poi, non ne parliamo; o meglio ne parlano soltanto i Radicali, che tuttavia non hanno mai accettato di diluire la propria identità in una formazione politica più vasta.

Ma davvero tutto ciò significa che per salvarci dovremmo scimmiottare le istituzioni dell’Irlanda? A parte le difficoltà di comprensione (lì il presidente si chiama Uachtarán na hÉireann), a parte il fatto che da quelle parti il capo del governo nomina 11 senatori su 60 (vabbè, tutto sommato funziona così pure in Italia), a parte che fin qui eravamo stati noi a offrire sangue italiano agli irlandesi (quello di Trapattoni), sta di fatto che il loro sistema elettorale rischia d’aumentare i nostri guai, anziché diminuirli. Tranquilli, non entro in tecnicismi: metodo Hare (peraltro non troppo diverso dal metodo d’Hondt con cui nella prima Repubblica venivano assegnati i seggi del Senato), formula a voto singolo trasferibile (tu voti per me, dopo di che se io ho già fatto il pieno elettorale il tuo voto lo acchiappa il mio rivale), e via elencando. Ma il punto è che un proporzionale esasperato – sia pure con una soglia minima per far scattare il seggio – finirebbe per frazionarci ulteriormente, mettendo a nudo tutti i nostri vizi. No, non è questa la terapia di cui abbiamo bisogno. Non cresceremo d’una spanna passando dal bipolarismo coatto alla disgregazione forzata. Meglio per noi i sistemi misti, com’era il Mattarellum: tre quarti di maggioritario, un quarto di proporzionale. E se il Porcellum, con il suo premio di maggioranza esorbitante, ha alimentato un bipolarismo falso e muscolare, formulo a mia volta una proposta: correggiamo il maggioritario con un premio di minoranza. Per com’è messa l’opposizione di sinistra, sarebbe un’opera di carità.

La Stampa 15.09.10

Università, Pd: ultimatum a ricercatori ha sapore di thatcherismo

Ghizzoni: ricercatori meritano rispetto. “Preoccupa la decisione dell’Università di Bologna di sostituire con docenti a contratto i ricercatori che non accetteranno incarichi di insegnamento per protestare contro la soppressione del loro ruolo e l’assenza di una reale prospettiva di futuro contenute nel ddl Gelmini. Dal Senato accademico della più antica università di Europa ci saremmo aspettati maggior rispetto per coloro che contribuiscono quotidianamente a rendere la qualità della ricerca ai livelli internazionali e maggiore attenzione nei confronti per la qualità didattica. E’ una scelta incomprensibile, che ricorda quel thatcherismo che pensavamo ormai archiviato, e che è destinata inevitabilmente ad aumentare la conflittualità e la precarizzazione dei ricercatori”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

******

UNIVERSITA’, MELONI (PD): SITUAZIONE GRAVISSIMA, IL GOVERNO INTERVENGA. DOMANI A BOLOGNA PER INCONTRARE RETTORE E RICERCATORI

La decisione di atenei come quello di Bologna e altri, di ovviare al blocco della didattica da parte dei ricercatori rimpiazzandoli con docenti a contratto, è grave e sbagliata. Perché tutta l’università dovrebbe essere al fianco di quanti chiedono semplicemente di superare in modo definitivo l’assurda condizione per la quale nell’università italiana ci sono poco più di 30.000 professori, ma se la didattica non fosse assicurata da oltre 25.000 ricercatori strutturati e da circa 20.000 precari, le università non possono funzionare. E perché in questo modo si mettono in conflitto i soggetti meno liberi e tutelati, e si formula un’offerta didattica inadeguata alle esigenze di formazione degli studenti.

E’ ora di dire che i corsi universitari devono essere tenuti da professori universitari; è il momento di affrontare, con provvedimenti contingenti e strutturali, l’attuale insostenibile situazione: si attivino percorsi chiari e rapidi perché i ricercatori abbiano l’opportunità di entrare a pieno titolo nei ruoli di professore, si chiuda per sempre con le forme di precariato senza regole e senza tutele, si introducano, a regime, norme trasparenti e stabili per il reclutamento dei professori universitari. Siamo di fronte a un’emergenza che nelle prossime settimane rischia di esplodere. Per questo rivolgiamo un appello anzitutto al governo: si confronti con i ricercatori e i vertici degli atenei ed esamini con apertura e disponibilità le proposte delle forze parlamentari per risolvere definitivamente questa situazione.

Lo dichiara Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca della segreteria nazionale del Partito Democratico, che domani a Bologna incontrerà il Rettore Ivano Dionigi e una rappresentanza dei ricercatori universitari.

******

“Bologna, i ricercatori protestano e l´Ateneo ingaggia prof a contratto”, di E. C.

Il rettore: devo garantire l´anno accademico. Epifani: quanto è accaduto è intollerabile.
BOLOGNA – L´Università di Bologna decide di sostituire i ricercatori pronti a bloccare le lezioni in protesta contro la riforma Gelmini. C´è tempo fino alle 12 di venerdì per comunicare la propria decisione al preside di facoltà: per chi ha deciso di non tenere più i corsi, l´università «dovrà individuare modalità alternative di copertura degli insegnamenti, al fine di assicurare l´avvio delle lezioni». La lettera che detta l´ultimatum è partita ieri pomeriggio e l´ateneo, accusato di “spuntare” di fatto l´arma dello sciopero, si ritrova nel fuoco di fila di critiche durissime da parte del centro sinistra e della Cgil. «Come si può tollerare quello che è successo all´ateneo di Bologna – si chiede il leader Cgil Guglielmo Epifani – di fronte allo sciopero dei ricercatori?»
«C´è un conflitto tra due diritti sacrosanti – ha spiegato il rettore Ivano Dionigi – quello dei ricercatori di chiedere concorsi che da anni non vengono fatti, e quello dei ragazzi e delle loro famiglie che pagano le tasse ad avere i professori in aula. Come rettore è mio compito garantire l´avvio dell´anno accademico, non si è trattato di un ultimatum». Una bocciatura senza appello dell´ateneo bolognese viene dal senatore Pd Ignazio Marino che prevede «una guerra tra i soggetti meno tutelati», mentre Manuela Ghizzoni (Pd) parla di scelta «incomprensibile che ricorda il thatcherismo», un decisione «grave e sbagliata» anche secondo il democratico Marco Meloni. La Cgil si prepara a chiedere ai professori di «non prestarsi a sostituire i ricercatori nei corsi», mentre l´Idv evoca il «modello Marchionne della ricerca» e i ricercatori sulla barricate dicono di essere pronti a «tenere duro nella protesta».

La Repubblica 15.09.10

"Il ministro: precari assunti in 7 anni. Ma i dati non dicono così", di Franco Bastianini

Gli incarichi a tempo indeterminato nei confronti dei 220 mila docenti inclusi nelle graduatorie provinciali ad esaurimento dovrebbero completarsi entro i prossimi sette anni, secondo quanto ha dichiarato recentemente il ministro dell’istruzione Gelmini. Una dichiarazione che fa a pugni con quanto affermato dallo stesso ministro solo una settimana prima: «Nessun governo mai potrà assumere 220 mila precari».

I «nuovi» dati del ministro sono stati confutati anche dalla Cisl scuola in un dossier sul precariato sia con riferimento al numero dei docenti inclusi attualmente nelle graduatorie ad esaurimento, 230 mila anziché 220 mila, sia con riferimento ai tempi necessari per il loro riassorbimento mediante appunto i contratti a tempo indeterminato.

L’organizzazione ha stimato che un tempo ragionevole dovrebbe essere di 12 anni.

ItaliaOggi è andata a esaminare le proiezioni sui pensionamenti, variabile fondamentale per capire i tempi di attesa perché i precari possano entrare. Manca ovviamente un altro dato essenziale: il contingente che si vorrà di anno in anno assumere e soprattutto come lo si vorrà suddividere tra i vari canali di reclutamento, ovvero tra concorso e graduatorie a esaurimento. Se la ripartizione dovesse essere al 50%, chi sta in graduatorie piene dovrà aspettare il doppio degli anni di chi, è il caso delle materie scientifiche, è in graduatorie poco nutrite. Dal discorso esulano anche eventuali future riduzioni di organico, ulteriori rispetto al taglio agli organici che pure è previsto per il prossimo anno dal decreto 112/2008.

Tra il 2011 e il 2017 le proiezioni indicano in non oltre 206 mila il numero dei docenti che avrebbero i requisiti anagrafici e contributivi per accedere al trattamento pensionistico alla luce delle disposizioni contenute, in prima applicazione, nell’art. 12 del decreto legge 31 maggio 2010, n.78 convertito con modificazioni nella legge n. 122 del 30 luglio 2010.

L’uscita più consistente, 65.500 pensionamenti, si avrà nella scuola di secondo grado, dove l’età media dei docenti è la più alta. Al secondo posto la scuola primaria, con 57.500 uscite stimate. Nel determinare le proiezione non si è, peraltro, tenuto conto che a decorrere dal 1.1.2015 entrerà in vigore l’adeguamento dei requisiti di accesso al sistema pensionistico agli incrementi della speranza di vita, e che a decorrere dal 1.1.2016 scadrà la facoltà concessa al personale femminili di accedere al trattamento pensionistico solo potendo fare valere 57 anni di anzianità e 35 di contribuzione utile a pensione, previa opzione per il sistema di calcolo contributivo. Anche se tutti i docenti in possesso dei requisiti richiesti dalla normativa vigente dovessero nell’arco dei sette anni decidere di cessare dal servizio, il loro numero non sarebbe sufficiente a conferire un incarico a tempo indeterminato a quelli sono inclusi nelle graduatorie ad esaurimento, sempre che queste ultime non subiscano ulteriori incrementi per effetto di nuove inclusioni. L’operazione di riassorbimento delle graduatorie ad esaurimento non potrà, peraltro, fare venire meno il pericolo della costituzione di un ulteriore precariato rappresentato oggi dalla facoltà concessa oggi ai neo laureati di essere inseriti nelle graduatorie di terza fascia degli istituti.

ItaliaOggi 14.09.10

"Il freno a mano della nostra economia", di Salvatore Bragantini

Sorda all’interesse generale, la classe dirigente politica e civile assiste al turbine di scandali come alla cronaca di una partita, se però in questa cronaca non leggiamo i nostri mali di fondo, non vincerà nessuno. Il dibattito pubblico, avvelenato fin qui da un duello combattuto coi vecchi arnesi dei Servizi — una costante della storia patria — inquadra alfine la nostra vera sfida: restare fra i grandi in mezzo ai sommovimenti dell’economia globale, salvando le conquiste dello scorso secolo.

Fa bene il ministro dell’Economia a delineare un piano per crescere, recuperando la perduta competitività; lo chiede a tutta la Ue il presidente della Commissione Barroso, da ultimo al Parlamento europeo. Ce n’è da fare! Pesiamo, in Europa e nel mondo, molto meno della nostra economia. La vera politica estera italiana, mai passata dal Parlamento, è in mano a un autocrate onirico, che tratta a tu per tu con autocrati veri. Dopo Gheddafi rivedremo i sodali consueti; tutti guardano le scenografie (beduine o neo-sovietiche), ma nessuno sa cosa si dicono. L’Eni segue, o forse precede. I nostri alleati storici si innervosiscono.

Del federalismo ancora non si vede la polpa, potrebbe andar bene in un Paese così lungo, se non fosse imposto, ad un governo sotto scacco, da chi evoca la secessione. Ove le difficoltà dell’euro dovessero tornare attuali, in Italia — che solo per metà è in regola con l’euro, l’altra metà essendo Grecia — sarebbe in pericolo la stessa unità nazionale.

Tremonti pensa alle aggregazioni fra imprese, alla ricerca, a una più efficiente giustizia. Tutto bene, ma l’Italia non può ignorare l’elefante nella stanza. A bloccarci non sono tanto singole questioni serie, ma superabili in un contesto sano e vitale. La causa profonda della stagnazione è il lento — e poco avvertito — degrado civile, che si declina nel soffocante peso della corruzione e di una pervasiva criminalità, nella frattura Nord-Sud, nell’evasione fiscale, nel crescere delle ingiustizie sociali; completa il quadro la deturpazione del paesaggio.

È questo il freno a mano da togliere. Sia chiaro, la corruzione è ovunque, Germania inclusa, però lì chi è beccato — come Siemens — la paga cara. Da noi non è episodica, bensì diffusissima; anche scoperta, resta impunita, per prescrizione o per indifferenza. Come un pesce nell’acqua ci nuota la criminalità organizzata. La relazione annuale di Bankitalia ha dato al tema grande enfasi e la cronaca ne dà diuturno conto. È un crescendo, dal favoritismo delle raccomandazioni al sommerso, all’evasione, ai fondi neri, alle tangenti; così le mafie in affari arrivano al Nord.

Ecco il vero macigno che impedisce lo sviluppo. Gli operatori seri, specie esteri, stanno alla larga; è attratto invece chi del sistema profitta. Gli investimenti languono. Se non ce ne convinciamo, e non agiamo davvero di conseguenza, siamo condannati a regredire. Solo sciogliendo questi nodi libereremo la molla che comprime lo sviluppo. Certo, è un vaste programme, ma il governo si muove in direzione opposta, lotta allo spasimo ora per il «processo breve», ora per la legge sulle intercettazioni. Un coordinatore del Pdl resta in carica dopo che la Banca d’Italia lo ha divelto dal suo cadreghino bancario. Per finire, un enorme problema politico: le crescenti disuguaglianze torneranno alla ribalta. Non servono le omelie riminesi sulla fine del contrasto di classe (ricordate Fukuyama e la fine della storia?), né i delfici responsi su rapporti diversi fra capitale e lavoro. In autunno salirà la tensione sull’occupazione, che la mini-ripresa non riesce a stimolare. Il governo forse ignora che a Milano o Roma un neolaureato con posto fisso — oggi un fortunato — fatica a campare, senza aiuti dalla famiglia, non può sposarsi. Pensiamo almeno ai risvolti fiscali immediati. A Londra il centrodestra ha subito aumentato l’imposta sui capital gain e agevolato i redditi bassi; certo non pensa ad abolire l’imposta di successione. In Italia l’abbiamo purtroppo fatto, riduciamo almeno l’imposta su chi guadagna poco, alziamo quella sulle rendite finanziarie al 20% (oggi darebbe poco gettito, ma farebbe anche meno rumore), e aumentiamo il prelievo sui redditi elevati, senza spremere chi già fa il dover suo: solo 75mila dichiarazioni superano i 200mila euro di reddito. Tremonti è del ramo, troverà il machiavello giusto: più soldi a chi li spenderà subito, più benzina all’economia, un po’ meno iniquità. Ma il governo non ci pensa: vuol sostenere di aver mantenuto l’incauta promessa di «non mettere le mani nelle tasche degli italiani». Suvvia, i primi a farlo, in sua vece e su suo invito, sono stati gli evasori, premiati con lo scudo fiscale.

Un dubbio finale: per Tremonti «i governi possono passare, non è il caso del governo Berlusconi, che è un unicum ». Con rispetto, ministro, non ci tenga sulle spine: cosa ci sta nascondendo?

Il Corriere della Sera 14.09.10