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I precari in sciopero della fame chiedono un incontro alla Gelmini

Gentile Ministro,
non una parola è stata da lei rivolta alle nostre persone da quando abbiamo iniziato lo sciopero della fame. Inoltre come una doccia fredda sono arrivate le affermazioni del deputato Stracquadanio che ci ha accusato di essere millantatori politicizzati.Noi lottiamo per una idea di scuola; la sua può essere diversa, ma vorremmo comunque che ce la esplicitasse, che ci raccontasse, che su di essa potessimo confrontarci. Vorremmo che ci spiegasse, e che ci convincesse, che togliendo otto miliardi alla scuola se ne può costruire una migliore.Che ci argomentasse come una “riforma” tutta fondata su tagli di risorse e posti di lavoro, possa avere una valenza pedagogica.Le chiediamo solo questo Ministro: un confronto pubblico, perché ognuno possa esporre le proprie argomentazioni, senza paura delle ragioni dell’altro.Noi non temiamo un contraddittorio, e non amiamo i comunicati dove nessuno può obiettare.Se accetterà il confronto noi interromperemo immediatamente lo sciopero della fame.
Approfitti di questa occasione per dimostrare agli italiani che la sua non è solo la riforma degli slogan e dei tagli, ma che è stata costruita su ragioni pedagogiche.
A prescindere della decisione d’incontrarci la preghiamo almeno di rispondere a questa domanda: cosa ne pensa del presidente degli USA che, nonostante la crisi, decide di stabilizzare 300.000 insegnanti dicendo, “non si licenzia chi educa i nostri figli”?

Giacomo Russo
Caterina Altamore

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da Repubblica/Palermo: «Precari, da domani sit-in permanente in via Praga», di Salvo Intravaia
Di Grusa: “Appena starò meglio riprenderò la lotta”, Comincia l´assedio al provveditorato. Solidarietà da Vendola

Finisce per la terza volta in ospedale Pietro Di Grusa, il collaboratore scolastico palermitano in sciopero della fame dal 17 agosto, e i sanitari lo costringono a sospendere la protesta. «Il tutto avviene – accusa Silvia Bisagna, supplente di inglese – nell´indifferenza assoluta delle istituzioni». Di Grusa è disidratato. «Appena starò un po´ meglio – dichiara – tornerò in piazza». Salvo Altadonna, sostenuto dai colleghi, continua invece la protesta in via Praga. Martedì si recherà a Catania e Caltanissetta per sostenere le manifestazioni dei colleghi. E da domani, quello di via Praga si trasformerà in un sit-in permanente.
Lo ha annunciato il coordinamento precari della Flc Cgil. Sul fronte romano, Giacomo Russo e Caterina Altamore, sostenuti da un folto gruppo di precari provenienti da diverse città italiane, proseguono lo sciopero della fame nella capitale. Ieri hanno fatto tappa in viale Trastevere, dove ha sede il ministero dell´Istruzione. «Oggi – spiega Russo – ci trasferiamo nuovamente a piazza Montecitorio. Sospenderemo lo sciopero solo dopo un dibattito pubblico con la Gelmini». Intanto, i precari incassano la solidarietà di Nichi Vendola. «Non posso che sentirmi vicino a Pietro, Salvo e Giacomo e a tutti coloro che si stanno battendo per salvare il futuro dei nostri giovani, del nostro paese e della nostra scuola, chiedendo al governo di ritirare la legge 133», dichiara il governatore della Puglia.
Botta e risposta, sul versante politico, tra Giorgio Stracquadanio (Pdl) e Fabio Giambrone (Idv). Il senatore del Pdl bolla come «finti precari, militanti politici» i manifestanti di piazza Montecitorio, mentre Giambrone lo invita a smettere di «straparlare e ad ascoltare i precari»

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da Corriere/Milano: «Siamo pronti allo sciopero della fame» «Almeno 1500 i precari che potrebbero non essere riconfermati»

Le adesioni sono già cominciate. «Ma ce ne aspettiamo di più». Il movimento precari della scuola ha indetto uno sciopero della fame «come i colleghi di Palermo». Perché non è possibile «continuare a essere invisibili». Intanto anche la Cgil è in stato di agitazione. Il sindacato ha scritto al prefetto. L’appuntamento è per il primo di settembre davanti al Provveditorato. Le adesioni stanno arrivando. «Ce ne aspettiamo molte». Milano come Palermo. Gli insegnanti precari sono pronti a dare solidarietà ai colleghi siciliani e cominciare anche loro uno sciopero della fame. «Siamo costretti a questa forma di protesta per reagire alla condizione di invisibilità», spiega Miriam Petruzzelli, tra i referenti del movimento. Docente di sostegno a Ponte Lambro, «in una scuola con tanti problemi», è pronta a digiunare anche perché «il mio posto è a rischio». Nella stessa situazione, spiega che solo in città ci sono «almeno mille e cinquecento i precari (di ogni ordine e grado ndr) che potrebbero non essere riconfermati all’avvio dell’anno scolastico».
Quindi l’appuntamento è per il primo di settembre davanti al Provveditorato. L’obiettivo è «ricucire tutte le componenti impegnata nella difesa della scuola pubblica», per cominciare un percorso di «mobilitazione unitaria». All’appello hanno già firmato oltre una quarantina di persone.
In via Ripamonti ci sarà anche la Cgil. Il sindacato ha proclamato lo stato di agitazione e ha scritto una lettera al prefetto, Gian Valerio Lombardi. «L’anno scolastico comincia in condizioni peggiori rispetto al precedente», sottolinea Attilio Paparazzo. Anche lui prevede un autunno all’insegna delle proteste. E intanto i lavoratori precari promettono che continueranno con la loro campagna: «Saremo in molti, alcuni pronti anche al digiuno»

Berlusconi e la lunga fuga dai giudici così scatta la "campagna d´autunno", di Massimo Giannini

Fuoco alle polveri. La «guerra-lampo» di Silvio Berlusconi sta per cominciare da dove non è mai finita: la giustizia. E ancora una volta il movente non è un sano riformismo istituzionale, ma un malsano opportunismo personale. Il presidente del Consiglio si sente di nuovo trascinato verso l´abisso dal fantasma dei suoi processi. Ne ha in piedi ancora tre, che potrebbero costargli una pesante condanna penale: il processo Mills, il processo Mediatrade sui diritti televisivi e quello sui fondi neri per i diritti tv di Mediaset. Lo protegge uno «scudo» solido, ma temporaneo: la legge sul «legittimo impedimento». Su questa ennesima legge «ad personam» pende il giudizio della Consulta. Se questo scudo salta, il premier rischia grosso.
Per questo ha urgente bisogno di un altro salvacondotto normativo, che gli consenta di difendersi «dal» processo e non «nel» processo, come ha sempre fatto. Per questo ha nuovamente subordinato il futuro politico del Paese al suo destino processuale, la sopravvivenza del governo all´esigenza dell´impunità, il calendario parlamentare al casellario giudiziario. La nuova «arma» di cui intende valersi, nella prossima campagna d´autunno contro le «toghe rosse» e la «sinistra comunista» che le fomenta, sarà la legge sul cosiddetto «processo breve». Qui si combatterà la battaglia politica con il presidente della Camera, e quella giudiziaria con il tribunale di Milano. L´ha annunciato lui stesso la settimana scorsa: «Non si può indulgere dinanzi al tentativo che minoranze militanti della magistratura cercano di porre in atto, fin dal 1994, di abbattere il governo legittimo del Paese». Per questo invoca «nuove norme per processi non brevi, ma in tempi ragionevoli». La formula è anodina, e più facile da «vendere» sul mercato mediatico. Ma la sostanza non cambia. Berlusconi sta parlando della legge sul «processo breve», sulla quale i poli hanno duellato tra la metà del 2008 e l´inizio del 2010. «È indispensabile approvare le norme già varate dal Senato – ammonisce il presidente del Consiglio – che dovranno essere votate in tempi celeri dalla Camera».
Su questa sfida il Cavaliere si giocherà la verifica con Fini, e il governo si giocherà la fiducia delle Camere. Per spiegare agli italiani cos´è e come nasce il «processo breve», e per far capire la posta in gioco alle anime belle del vecchio e del nuovo centro, pronte ad offrire una sponda al premier dicendo «sì alla riforma della giustizia purchè non si facciano norme su misura», è utile ripercorrere il cammino di questo ddl, generato dai sogni del Berlusconi-presidente e intrecciato ai bisogni del Berlusconi-imputato.
Il prologo: salvate il soldato Mills
Dalla vittoria elettorale del 13 aprile 2008, come già accadde nel ‘94 e nel 2001, la priorità assoluta del premier è sottrarsi al giudizio penale. Si tratta solo di scegliere il «mezzo». Il ventaglio delle possibilità, in quella fase, è ancora ampio. Il 13 maggio 2008 il Consiglio dei ministri approva il primo disegno di legge sulle intercettazioni. Il 15 il Pdl annuncia un emendamento al decreto sicurezza sul «patteggiamento allargato» e l´imminente riproposizione del Lodo Schifani, che la Corte costituzionale aveva bocciato nel 2004. Il giorno dopo Berlusconi scrive una lettera proprio al presidente del Senato, per caldeggiare l´emendamento sul patteggiamento allargato che blocca per un anno i processi penali per fatti commessi fino al 2002 e con pene inferiori ai 10 anni. Una norma «ad personam» (la prima della nuova legislatura) perfettamente modulata sulle impellenze del premier nel processo Mills: il reato che gli viene contestato è stato commesso nel 1999, e il capo di imputazione, corruzione in atti giudiziari, prevede una pena da un minimo di 3 a un massimo di 8 anni di carcere.
Le udienze si susseguono a ritmo serrato. Per il capo del governo inizia la solita corsa contro il tempo, che impone l´immediata e totale «militarizzazione» del Parlamento. Il 25 maggio, alla Confesercenti, tuona contro i «magistrati politicizzati, metastasi della democrazia». Il 27 maggio si completa la prima fase dell´offensiva: il Consiglio dei ministri approva il Lodo Alfano, con l´immunità per i 4 presidenti (della Repubblica, del Consiglio e delle due Camere). Il Parlamento lo converte pochi giorni più tardi e Napolitano, nonostante le pressioni della piazza, lo promulga il 23 luglio. Il Cavaliere è al sicuro. La «riforma della giustizia nell´interesse dei cittadini» torna nei cassetti. Non ce n´è più bisogno, visto che l´unico cittadino che aveva un interesse immediato ha ottenuto la legge che aspettava. Ma è solo una tregua.
L´ottobre nero del 2009
L´anno nuovo è dominato dallo scandalo delle escort, e dalle dieci domande di «Repubblica» cui Berlusconi si rifiuta di rispondere. Ma a ottobre il premier subisce un colpo durissimo. Il 7 la Consulta boccia il Lodo Alfano: viola la Costituzione agli articoli 3 e 138. Il presidente del Consiglio schiuma di rabbia. Attacca la Corte e il presidente della Repubblica, «espressione della vecchia maggioranza». Si dichiara «tradito» da Napolitano perché (come riferisce «il Giornale» di famiglia) «c´era un patto con il Capo dello Stato per gantire una sentenza favorevole della Consulta». Insinuazione gravissima e ovviamente falsa, che costringe il Quirinale a diffondere un duro comunicato di smentita. Saltato il Lodo Alfano, lo spettro dei suoi processi lo minaccia di nuovo. Il 10 ottobre il Cavaliere va all´attacco in tv: «Sono il maggior perseguitato dalla magistratura in tutte le epoche… Sono stato sottoposto a 106 processi, tutti finiti con assoluzioni e due prescrizioni». Non dice il vero. Negli anni, i processi che lo hanno visto imputato sono in tutto sedici. Dodici sono già conclusi, di cui solo tre con sentenze di assoluzione, mentre per gli altri nove si è salvato grazie alle prescrizioni della pena e alle estinzioni del reato (le une e le altre decise da leggi che lui stesso ha fatto votare alle Camere). In quel momento ne restano pendenti quattro: il processo Mills (corruzione in atti giudiziari), il processo sulla compravendita dei diritti Mediatrade (appropriazione indebita), il processo per i fondi neri sui diritti tv Mediaset (falso in bilancio) e un processo romano che riguarda due senatori (istigazione alla corruzione).
I più insidiosi, per il capo del governo, sono i primi due. Pochi mesi prima (il 17 febbraio 2009) il tribunale di Milano ha condannato in primo grado David Mills a 4 anni e 6 mesi: l´avvocato inglese è colpevole di aver ricevuto 600 mila dollari dagli uomini di Berlusconi, per testimoniare il falso in due processi a carico del Cavaliere (All Iberian e tangenti alla GdF). La posizione del premier è stata stralciata, grazie al Lodo Alfano. Ma ora, dopo lo schiaffo della Corte costituzionale, il Lodo non c´è più. Il capo del governo deve ri-correre ai ripari. Il 16 ottobre riapre i soliti cassetti e annuncia al Paese: «È necessaria una riforma costituzionale della giustizia, anche a maggioranza… «. Di nuovo, le urgenze individuali spacciate per «emergenze nazionali». C´è un motivo, che spiega l´escalation: il 27 ottobre la Corte d´appello di Milano conferma la condanna di primo grado per Mills. Il cerchio giudiziario torna a stringersi. La sera stessa, a «Ballarò», Berlusconi spara a zero: «La vera anomalia italiana sono i pm comunisti di Milano». Ma a questo punto le parole non bastano più. Servono fatti concreti per sottrarre il premier ai suoi doveri di imputato.
«Prescrizione» o «processo»: purchè sia breve
I fatti concreti arrivano subito. Sulla via delle leggi «ad personam» il premier sa di avere in casa il vero ostacolo da valicare: Gianfranco Fini. Il 10 novembre, con Gianni Letta e Niccolò Ghedini, va a Montecitorio a pranzo dal presidente della Camera e squaderna sul tavolo due testi. Il primo è un ddl sulla cosiddetta «prescrizione breve»: prevede «l´abbattimento di un quarto dei tempi di prescrizione nei procedimenti in corso per i reati commessi prima del 2 maggio 2006, con pena massima fino a dieci anni». Il secondo testo è un ddl sul cosiddetto «processo breve»: prevede che tutti i procedimenti, compresi quelli in corso, debbano essere celebrati in sei anni. Berlusconi vorrebbe tutte e due le leggi. Ma spiega a Fini che la proposta irrinunciabile è la «prescrizione breve»: una pietra tombale, che risolverebbe per sempre i suoi sospesi. È convinto di piegare il co-fondatore del Pdl. Ma sottovaluta l´ex alleato: spalleggiato da Giulia Bongiorno che gli siede a fianco, Fini risponde picche al Cavaliere: «La prescrizione breve non può passare, sarebbe un´amnistia. Sul secondo testo si può discutere… «.
Al Cavaliere quel pranzo rimane sullo stomaco. Non gli resta che infilarsi nello spiraglio lasciato aperto da Fini. Due giorni dopo, il 12 novembre 2009, parte l´operazione «processo breve». Il centrodestra presenta al Senato il disegno di legge 1880 su «Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi». Primo firmatario è Maurizio Gasparri, con Gaetano Quagliarello, Federico Bricolo e altri senatori del Pdl. Questa prima stesura di tre articoli fissa in sei anni la «durata ragionevole» dei processi (due anni per ogni grado di giudizio) in seguito ai quali scatta la prescrizione. La nuova disciplina si applica agli incensurati, solo nel primo grado di giudizio, e ai processi per reati con pene non superiori ai dieci anni (limite nel quale rientrano, ancora una volta, le pene rischiate dal Cavaliere). Sono inclusi nel colpo di spugna anche i reati di corruzione e di concussione, mentre sono esclusi i reati di associazione per delinquere, incendio, pedo-pornografia, sequestro di persona, immigrazione clandestina. Scoppia un finimondo politico.
La prima stesura: un «colpo di spugna»
Il 23 novembre il presidente dell´Anm Luca Palamara parla di un gigantesco «lavacro» sui processi in corso: con la nuova legge «arriverebbe a prescrizione il 50% dei procedimenti pendenti a Roma, Bologna e Torino, il 30% a Firenze, Napoli e Palermo». Il ministro della giustizia Alfano, a un convegno della Bocconi a Milano, da i suoi numeri: «Le nuove norme avranno ricadute solo sull´1% dei processi». Dalle colonne di «Repubblica», Roberto Saviano lancia il suo appello, al quale aderiranno oltre 500 mila cittadini: «Presidente Berlusconi, ritiri la norma del privilegio». E Carlo Azeglio Ciampi lancia il suo grido di dolore: «Basta con le leggi «ad personam», le riforme si fanno per i cittadini… «. Il 26 novembre il premier spara: «I pm vogliono farmi cadere, ormai c´è un clima da guerra civile». Ma proprio questo «clima» gli suggerisce di cautelarsi con un´»azione parallela»: il «legittimo impedimento». Il 2 dicembre, alla Camera, il Pdl fa sua una proposta di legge di Michele Vietti (Udc) su «Disposizioni temporanee in materia di legittimo impedimento del presidente del Consiglio a comparire nelle udienze penali». Un «ad personam» della durata di 18 mesi, che deve consentire al capo del governo «un sereno svolgimento delle sue funzioni».
Due settimane dopo, è il 14 dicembre, il plenum del Csm approva un parere durissimo, che affossa il «processo breve». Il provvedimento «non appare in linea con l´articolo 111 (giusto processo) né con l´articolo 24 (diritto alla difesa)… Rischia di impedire del tutto l´accertamento giudiziario e di vanificare la lotta alla corruzione… È irragionevole e discriminatorio… «. Il Quirinale manifesta le sue preoccupazioni a Palazzo Chigi. Ma il Cavaliere non ne tiene conto. Il «timer» dei suoi processi milanesi non si è fermato. Non a caso, proprio la sera del 14, uscendo da Palazzo Chigi dichiara: «Sto pensando di non presentarmi in tribunale per i processi che mi riguardano. I miei avvocati mi dicono che mi troverei davanti a un plotone di esecuzione… «.
La seconda stesura: peggio della prima
Per evitare quel «plotone di esecuzione» Il presidente del Consiglio impone le tappe forzate sul «processo breve». Il 12 gennaio 2010 l´iter del ddl inizia al Senato con una novità clamorosa: un maxi-emendamento, che dilata il testo da tre a sei articoli, e che la sera prima il relatore del Pdl Giuseppe Valentino ha scritto direttamente nella villa di Arcore, con Berlusconi e Ghedini. Le novità riguardano la nuova scansione temporale dei processi per reati con pene sotto i 10 anni. tre anni per il primo grado, due per il secondo e 18 mesi per la Cassazione. I reati vengono divisi in tre fasce: meno gravi, gravi e gravissimi (la corruzione rientra tra i «meno gravi») e per ciascuna delle tre categorie si modulano in aumento i tempi complessivi del procedimento. Il «processo breve» si applica anche alle persone giuridiche (quindi alle società che devono rispondere di reati contabili e responsabilità amministrative) e ai danni erariali (dunque anche davanti alla Corte dei conti deve valere il principio della «ragionevole durata del giudizio di responsabilità contabile».
Ma la vera pillola avvelenata sta nelle «norme transitorie» sui processi in corso: le nuove norme si applicano subito ai reati commessi prima del 2 maggio 2006, quindi coperti dall´indulto. In questi casi, come recita il testo dell´emendamento Valentino, «il giudice pronuncia sentenza di non doversi procedere per estinzione del processo quando sono decorsi più di due anni dal provvedimento con cui il pm ha esercitato l´azione penale». È esattamente la situazione nella quale si trovano i due processi più rognosi per Berlusconi, Mills e Mediatrade, nei quali le richieste di rinvio a giudizio risalgono rispettivamente al 10 marzo 2006 e al 22 aprile 2005. Ancora una volta, «delitto perfetto». Per cancellare le due grane giudiziarie del premier, il Parlamento si accinge a fare «tabula rasa» dei processi più eclatanti degli ultimi anni: dal rogo della Thyssen alle morti per l´Eternit, dal crac della Parmalat allo scandalo Antonveneta, dal crollo della casa dello Studente dell´Aquila al disastro ferroviario di Viareggio. Il 20 gennaio arriva il via libera definitivo del Senato: 163 sì, 130 no e 2 astenuti. In aula scoppiano risse e campeggiano cartelli listati a lutto: «Berlusconi fatti processare» e «La giustizia è morta». Davanti a Palazzo Madama il popolo viola improvvisa un sit-in di protesta. Ma è tutto inutile: ormai il testo è licenziato, e passa all´altro ramo del Parlamento.
Il binario morto della Camera
Il 22 gennaio la proposta di legge numero 3137 sul «processo breve» approda alla Camera. L´esordio, per Berlusconi, non promette niente di buono. Fini, in una «lectio magistralis» a Tor Vergata, avverte: «Ci sarà tempo per fare le necessarie modifiche al testo… «. Lo stesso giorno, la Procura di Milano emette il decreto di «chiusura indagini» sul processo Mediatrade. Dagli uffici del Quirinale filtrano chiarissimi segnali di dissenso: quella legge il Capo dello Stato non la firmerà. Il presidente del Consiglio vede stringersi una tenaglia: le procure che non si fermano, il «processo breve» che inciampa. Il 28 gennaio il provvedimento inizia il suo percorso a ostacoli in Commissione giustizia: il relatore Maurizio Paniz (Pdl) si appella al Parlamento «che non può restare inerte, perché giustizia ritardata è giustizia negata… «. Ma le incognite aumentano, i legali di corte Ghedini e Longo sono perplessi. Così il Cavaliere decide di cambiare cavallo. A difenderlo dai giudici non sarà più il «processo breve», ma il «legittimo impedimento». Il primo provvedimento, dopo una serie di rinvii in Commissione il 2, 4, 9, 10 e 23 febbraio, finisce sul binario morto. Il secondo provvedimento, viceversa, accelera in aula. E se ne comprende la ragione: il 25 febbraio la Cassazione accerta definitivamente che David Mills è stato corrotto da Berlusconi. E anche se la prescrizione è maturata il 23 dicembre 2009, «risulta verificata la sussistenza degli estremi del reato di corruzione in atti giudiziari». Per questo urge il nuovo «scudo», che arriva puntuale. Il 10 marzo, con il sì della Camera, il «legittimo impedimento» diventa legge. Napolitano la promulga il 7 aprile 2010. Giusto, in tempo, per il Cavaliere: il 9 aprile, i pm del processo Mediatrade, Robledo e De Pasquale, chiedono il rinvio a giudizio per appropriazione indebita, falso in bilancio e frode fiscale nei confronti di Berlusconi, dei figli Marina e Piersilvio, Confalonieri, Frank Agrama e altri 14 indagati.
Se non ci fosse il «legittimo impedimento» il presidente del Consiglio sarebbe nei guai. Ma ora anche quest´ultimo salva-condotto sta per scadere. La legge dura solo un anno e mezzo. E soprattutto il prossimo 14 dicembre la Consulta è già convocata in udienza, per valutarne la legittimità costituzionale. Se, come sembra, il responso sarà negativo, il re sarà ancora una volta nudo, di fronte ai suoi obblighi di imputato. Ecco perché, dalla scorsa settimana, il Cavaliere ha rilanciato la campagna d´autunno. Ecco perché, dopo otto mesi di «fermo», ha rimosso dal binario morto della Camera la legge sul «processo breve». A questo punto non ha altri «treni» da prendere, nell´eterna fuga dai suoi giudici naturali. Il problema è che su quel treno, come sempre, vuole farci salire tutta la maggioranza, tutto il Parlamento, tutto il Paese. Se il convoglio arriverà a destinazione, sarà la trentottesima legge «ad personam» dell´era berlusconiane. E la negazione definitiva di un principio fondamentale: in democrazia, tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.

La Repubblica 29.08.10

"Il Pd: «Fiat, bene i patti ma senza spaccare il Paese»", di Giuseppe Vespo

«Non dividiamo l’Italia». «Non dividere il sindacato», semmai prova a batterlo, rimproverano a Marchionne due voci autorevoli e distanti tra loro, come quelle di Pier Luigi Bersani e Cesare Romiti: l’intervento del numero uno del Lingotto al meeting ciellino di Rimini continua a far discutere. Anche perché dietro il braccio di ferro tra la Fiat e la Fiom si gioca il futuro delle relazioni industriali del Paese. Per il leader del Partito democratico, la richiesta avanzata da Marchionne di unnuovo patto sociale tra lavoratori, imprese e Stato, va affrontata evitando – come sta avvenendo – di «spaccare il mondo del lavoro». Il cambiamento delle relazioni industriali non può avvenire «abbattendo completamente la contrattazione nazionale » o stabilendo che «in ogni campanile d’Italia ci si fa i propri diritti ». «Questo no», ha spiegato Bersani alla festa delPd di Ravenna, facendo riferimento alle condizione poste da Fiat per portare la Panda a Pomigliano e all’ipotesi di una fuoriscita del Lingotto da Federmeccanica e dai vincoli del contratto nazionale delle tute blu. «Se togliamo un po’ di diritti non so dove andiamo a finire». Si può invece «rendere più essenziale la parte centrale della contrattazione e dare più spazio a quella aziendale ». Anche per l’ex ad di Fiat Cesare Romiti la via da seguire non è quella della spaccatura tra i sindacati. «Èun errore grave – dice l’ex manager in un’intervista al Corriere – Il rapporto tra azienda e sindacato è dialettico. È sbagliato rinunciarsi a parlare, cercare accordi separati, lasciar fuori qualcuno». LOTTA DI CLASSE Di diverso avviso il ministro del Welfare Sacconi, che vede nella fine della lotta di classe – auspicata da Marchionne in favore del nuovo “patto” – «il superamento della contrapposizione ideologica fra capitale e lavoro».Un processo promosso dal governo, che ha attivato untavolo ministeriale sulla partecipazione degli operai alla vita dell’impresa. La Cgil, con il segretario generale vicario Susanna Camusso, si è detta disponibile ad un«patto sulla produttività che non tocchi i diritti». La Fiom non è disposta ad accogliere deroghe al contratto nazionale, così come richiesto ancora ieri dalla Fim di Giuseppe Farina che la invita ad aferire «all’accordo di Pomigliano e a partecipare al confronto». La risposta del leader tute blu Cgil Maurizio Landini è secca: «Se Fiat e Federmeccanica andranno avanti con le deroghe dovranno fare i conti con il vecchio contratto (firmato da tutti nel 2008, ndr), che resta in vigore fino al 2011. Quell’accordo può essere sostituito solo da un nuovo contratto firmato da tutti i soggetti». Se ne discuterà nelle prossime settimane. Intanto a Melfi domani torneranno a manifestare i tre operai licenziati, e reintegrati dal giudice del lavoro, che la Fiat non vuole far rientrare in fabbrica. Mentre a Mirafiori gli operai resteranno in cig fino al sei settembre. Il calo di mercato (-27%) pesa sull’attività della fabbrica, già orfana della nuova monovolume che avrebbe dovuto darle un futuro e che, invece, il Lingotto produrrà in Serbia.

da L’Unità

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“Le regole di Marchionne e l’etica di Berlinguer”, di EUGENIO SCALFARI

IL MARCHIONNE intervenuto a Rimini al meeting di Comunione e liberazione non ha detto grandi novità rispetto al Marchionne di Pomigliano. Del resto da allora non è accaduto nulla di rilevante che non fosse già stato previsto: il mercato automobilistico mondiale continua a perder colpi in Occidente (e a guadagnarne nei grandi mercati dei paesi emergenti); la Fiat è una delle imprese più penalizzate sia sul mercato italiano sia su quello europeo; la stessa Fiat tuttavia vende in Italia circa il 40 per cento del suo prodotto e quindi in Italia ci deve restare, che lo voglia oppure no, ed anche le più massicce de-localizzazioni non possono cancellare con un tratto di penna tutti gli stabilimenti italiani e la manodopera che ci lavora.

Questa situazione è nota da un pezzo, fin da quando due anni fa Marchionne lanciò l’operazione Chrysler con l’accordo dei suoi azionisti, del presidente americano Barack Obama e dei sindacati di Detroit. Non tutti i commentatori capirono che non era la Fiat a conquistare la Chrysler ma viceversa: la Fiat si aggrappava alla Chrysler, anch’essa in stato pre-agonico, per fare di due debolezze una forza. Questo era il programma di Marchionne che d’altra parte fu onesto nell’ammettere questa verità.

Previde anche – e lo disse – che la Fiat avrebbe scorporato la produzione automobilistica dal resto del gruppo costituendo una nuova società, cosa che è avvenuta secondo le previsioni. Da allora non ci sono state svolte nuove: Marchionne aveva già dichiarato che lui operava in una nuova era di economia globalizzata; usò anche l’immagine “dopo Cristo” orami diventata famosa.

Di nuovo c’è stata la traduzione nei fatti di questo programma, a Pomigliano, a Termini Imerese, a Melfi e in parte a Mirafiori. Il referendum a Pomigliano, la nuova società diventata proprietaria di quello stabilimento, la resistenza della Fiom-Cgil, lo sciopero di Melfi, i tre licenziati, il ricorso al Tar e il loro reintegro, la decisione della Fiat di non riammetterli al lavoro in attesa del secondo grado di giudizio, l’intervento del presidente Napolitano e il suo auspicio di superare l’incidente con spirito di equità in attesa della sentenza definitiva. Infine il Marchionne di Rimini.

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A Rimini l’amministratore delegato della Fiat ha esposto con la massima chiarezza alcuni suoi “mantra”.

1. L’economia globalizzata impone che l’aumento di produttività nei paesi opulenti sia molto più elevato di quanto negli ultimi trent’anni non sia avvenuto, per tenere il passo con quanto avviene nei paesi emergenti e non perdere altro terreno nei loro confronti.

2. La lotta di classe è finita perché non ci sono più classi.

3. La domanda di automobili in Occidente è molto diminuita ed è tuttora in calo, perciò bisogna concentrare la produzione in un numero limitato di imprese, riducendo il numero delle unità prodotte e aumentando la competitività.

4. I lavoratori debbono accettare nuove regole sulla flessibilità negli orari, sul ricorso allo sciopero, sulla struttura del salario e dei contratti.
5. La giurisdizione del lavoro dovrà, di conseguenza, essere aggiornata.

6. Forme di partecipazione dei lavoratori ai profitti derivanti dall’aumento della produttività sono auspicabili e vanno incentivate.

7. Le parti sociali debbono premere sui governi per ottenere nuovi tipi di “welfare” appropriati alle nuove regole.

Alcuni di questi principi sono ragionevoli e meritano di essere discussi. Altri hanno un’ispirazione profondamente reazionaria. Inoltre in questo ragionamento colpiscono alcune omissioni, la più vistosa delle quali riguarda le diseguaglianze retributive che hanno raggiunto livelli inaccettabili. Marchionne può dire che questi problemi non riguardano il suo “campo di gioco” ma negherebbe con ciò l’evidenza: ogni persona e quindi ogni lavoratore vive in un contesto sociale che non può essere parcellizzato, è un contesto globale ed implica in prima fila il tema dei diritti e dei doveri.

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Bisogna riconoscere – e per quanto mi riguarda l’ho scritto più volte – che l’economia globale comporta un trasferimento di benessere dall’area opulenta all’area emergente e povera. Si potrà gradualizzare entro certi limiti questo processo, ma è del tutto inutile cercare di arrestarlo. Il trasferimento può avvenire in vari modi. Uno di essi è l’immigrazione dall’area povera all’area opulenta, un altro è la de-localizzazione della produzione e del capitale in senso contrario, un altro ancora consiste nella ricerca di analoghi trasferimenti di benessere sociale all’interno dell’area opulenta tra ceti ricchi e ceti poveri, accompagnati da ritmi di produttività più intensi nelle aree povere affinché la loro dinamica sociale accorci le distanze con le aree ricche.

Siamo cioè – e non certo per libera scelta – di fronte ad un gigantesco riassetto sociale di dimensioni planetarie, nel corso del quale bisognerà tenere ben ferma la barra sui due diritti fondamentali: la libertà e l’eguaglianza. Il riassetto sociale è infatti di tali proporzioni da mettere a rischio quei due diritti. Può cioè dar luogo a forme di governo autoritarie nell’illusione che solo in quel modo sia possibile governare i processi sociali; e può anche dar luogo a discriminazioni inaccettabili sul piano dell’eguaglianza. Purtroppo in Italia si rischia di caricare gli oneri del riassetto sociale sulle categorie più deboli e di ferire in tal modo sia l’eguaglianza sia la libertà.

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Nel corso del meeting di Rimini, il giorno prima di Marchionne aveva parlato Giulio Tremonti. Un discorso ampio, di economia, di finanza e di politica. L’intervento di Tremonti è stato ampiamente riferito dai giornali e non ci tornerò sopra, ma c’è un punto che qui m’interessa cogliere: quando il ministro dell’Economia ha parlato di austerità ricordando che in anni ormai lontani quel concetto fu patrocinato da Enrico Berlinguer che propose di farne il cardine d’una nuova politica economica. È vero, Berlinguer vide con trent’anni di anticipo il grande riassetto sociale che stava arrivando, ne colse alcune implicazioni che riguardavano la politica e le istituzioni, decise di orientare in modo nuovo la politica del suo partito affinché si ponesse alla guida di quel riassetto.

Non fu soltanto Berlinguer a imboccare quella strada. Nel Pci a favore d’una politica di austerità si schierò Giorgio Amendola, nel sindacato Luciano Lama, negli altri partiti Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Gino Giugni e Giorgio Ruffolo, Bruno Visentini. Nella Dc, Ezio Vanoni e Pasquale Saraceno. Insomma la sinistra di governo e la sinistra di opposizione. Il richiamo di Tremonti è stato dunque molto opportuno: la sinistra, quella sinistra, aveva capito in anticipo i tempi e le crisi che si addensavano e ne vide le conseguenze sulla società italiana.

Tremonti però non ha reso esplicito il significato di quella posizione. Berlinguer voleva che fosse la sinistra a guidare il riassetto sociale incombente, per garantire che non fossero solo i ceti più deboli a pagarne il costo. Questo aspetto del problema è stato oscurato dal nostro ministro dell’Economia ed è invece l’aspetto fondamentale. Se si deve attuare una vasta modernizzazione istituzionale e un trasferimento di benessere sociale dalle economie opulente verso quelle emergenti; se un così gigantesco riassetto non può essere disgiunto da un riassetto analogo all’interno delle aree opulente; è evidente che i più deboli debbono partecipare in primissima fila a questa operazione. I ceti medi e medio-bassi non possono essere oggetto del riassetto sociale senza esserne al tempo stesso il principale soggetto.
Questo è il punto che manca all’analisi di Tremonti e che Marchionne ha vistosamente omesso come l’ha omesso la Marcegaglia. L’intero meeting di Rimini su questo punto ha taciuto: omissione tanto più vistosa in quanto avvenuta in una occasione promossa da una delle principali Comunità cattoliche, con tanto di benedizione papale e presenze cardinalizie. Né è accettabile che una così plateale omissione sia giustificata con l’argomento che l’aspetto politico non riguarda gli operatori economici e gli imprenditori.

Grave errore: l’economia politica ha come tema centrale proprio quello dell’etica, cioè dei diritti e dei doveri, della felicità e dell’infelicità, della giustizia e del privilegio. Una Comunità cattolica dovrebbe mettere al centro delle sue riflessioni questo tema e porlo ai suoi ospiti. Se non lo fa, diventa una lobby come in effetti Cl è da tempo diventata.

La Repubblica 29.08.10

Il Pdl avverte i presidi: «Azioni giudiziare contro chi non riapre»

Il Pdl è pronto a «iniziative giudiziarie» contro i tre presidi degli istituti comprensivi di Vasto, Monterenzio e Crespellano pronti a non aprire le loro scuole a settembre se non ci saranno le risorse e il personale. Il coordinatore bolognese dei berlusconiani scende in campo in difesa del ministro Gelmini, bocciando come «proteste dissennate» le accuse arrivate dai sindacati e dal centrosinistra. «Dimostrano non solo la strumentalità di certi atteggiamenti — attacca Fabio Garagnani — ma soprattutto la volontà di non contribuire come altri settori alla difficile situazione del Paese». Secondo l’azzurro in particolare «non si capisce la natura dei ricorsi al Tar, dal momento che le risorse sono attribuite dalla Finanziaria e le autorità scolastiche applicano quanto è stabilito per legge». Ai presidi che meditano di non riaprire le scuole senza le risorse necessarie, il coordinatore del Pdl ricorda che «l’interruzione di pubblico servizio è un reato e che soprattutto i dirigenti scolastici hanno il dovere di applicare la legge, non prestandosi alle strumentalizzazioni degli enti locali o dei sindacati più politicizzati». Se quelle scuole non riapriranno il mese prossimo, insomma, il deputato berlusconiano è pronto ad attivarsi «non solo a livello governativo con interpellanze già predisposte, ma anche con le inevitabili iniziative giudiziarie». Dichiarazioni contro cui si schiera la responsabile Scuola del Pd, Graziella Giorgi. «Questa destra dovrebbe affrontare in modo serio i problemi della scuola, anziché minacciare denunce prive di fondamento— dice la responsabile Scuola del Pd — in modo pretestuoso e intimidatorio e con affermazioni che offendono la professionalità e la dedizione di chi è consapevole di dover garantire ai proprio studenti e alle loro famiglie un servizio essenziale e ineludibile».

Corriere/Bologna 29.08.10

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“Precari, da domani sit-in permanente in via Praga”, di Salvo Intravaia

Di Grusa: “Appena starò meglio riprenderò la lotta” Comincia l´assedio al provveditorato Solidarietà da Vendola.
Finisce per la terza volta in ospedale Pietro Di Grusa, il collaboratore scolastico palermitano in sciopero della fame dal 17 agosto, e i sanitari lo costringono a sospendere la protesta. «Il tutto avviene – accusa Silvia Bisagna, supplente di inglese – nell´indifferenza assoluta delle istituzioni». Di Grusa è disidratato. «Appena starò un po´ meglio – dichiara – tornerò in piazza». Salvo Altadonna, sostenuto dai colleghi, continua invece la protesta in via Praga. Martedì si recherà a Catania e Caltanissetta per sostenere le manifestazioni dei colleghi. E da domani, quello di via Praga si trasformerà in un sit-in permanente. Lo ha annunciato il coordinamento precari della Flc Cgil. Sul fronte romano, Giacomo Russo e Caterina Altamore, sostenuti da un folto gruppo di precari provenienti da diverse città italiane, proseguono lo sciopero della fame nella capitale. Ieri hanno fatto tappa in viale Trastevere, dove ha sede il ministero dell´Istruzione. «Oggi – spiega Russo – ci trasferiamo nuovamente a piazza Montecitorio. Sospenderemo lo sciopero solo dopo un dibattito pubblico con la Gelmini». Intanto, i precari incassano la solidarietà di Nichi Vendola. «Non posso che sentirmi vicino a Pietro, Salvo e Giacomo e a tutti coloro che si stanno battendo per salvare il futuro dei nostri giovani, del nostro paese e della nostra scuola, chiedendo al governo di ritirare la legge 133», dichiara il governatore della Puglia.
Botta e risposta, sul versante politico, tra Giorgio Stracquadanio (Pdl) e Fabio Giambrone (Idv). Il senatore del Pdl bolla come «finti precari, militanti politici» i manifestanti di piazza Montecitorio, mentre Giambrone lo invita a smettere di «straparlare e ad ascoltare i precari»

La Repubblica/Palermo 29.08.10

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«Siamo pronti allo sciopero della fame» A rischio «Almeno 1500 i precari che potrebbero non essere riconfermati»

Le adesioni sono già cominciate. «Ma ce ne aspettiamo di più». Il movimento precari della scuola ha indetto uno sciopero della fame «come i colleghi di Palermo». Perché non è possibile «continuare a essere invisibili». Intanto anche la Cgil è in stato di agitazione. Il sindacato ha scritto al prefetto. L’appuntamento è per il primo di settembre davanti al Provveditorato. Le adesioni stanno arrivando. «Ce ne aspettiamo molte». Milano come Palermo. Gli insegnanti precari sono pronti a dare solidarietà ai colleghi siciliani e cominciare anche loro uno sciopero della fame. «Siamo costretti a questa forma di protesta per reagire alla condizione di invisibilità», spiega Miriam Petruzzelli, tra i referenti del movimento. Docente di sostegno a Ponte Lambro, «in una scuola con tanti problemi», è pronta a digiunare anche perché «il mio posto è a rischio». Nella stessa situazione, spiega che solo in città ci sono «almeno mille e cinquecento i precari (di ogni ordine e grado ndr) che potrebbero non essere riconfermati all’avvio dell’anno scolastico». Quindi l’appuntamento è per il primo di settembre davanti al Provveditorato. L’obiettivo è «ricucire tutte le componenti impegnata nella difesa della scuola pubblica», per cominciare un percorso di «mobilitazione unitaria». All’appello hanno già firmato oltre una quarantina di persone.
In via Ripamonti ci sarà anche la Cgil. Il sindacato ha proclamato lo stato di agitazione e ha scritto una lettera al prefetto, Gian Valerio Lombardi. «L’anno scolastico comincia in condizioni peggiori rispetto al precedente», sottolinea Attilio Paparazzo. Anche lui prevede un autunno all’insegna delle proteste. E intanto i lavoratori precari promettono che continueranno con la loro campagna: «Saremo in molti, alcuni pronti anche al digiuno»

Corriere/Milano 29.08.10

"Le fabbriche riaprono i cancelli ma 500 mila posti sono a rischio", di Roberto Mania

Mezzo milione di posti di lavoro in bilico. Centinaia di aziende che domani non alzeranno nemmeno la saracinesca. La ripresa è debole e incerta, la domanda langue, i nuovi mercati sono lontani, la produzione resta ferma. È l´Italia imprigionata nella cassa integrazione. La crisi non se n´è andata e parla italiano: Fiat, Indesit, Antonio Merloni, Italtel, Burani, Tirrenia, Unicredit, Omsa, tra gli altri. E parla italiano – perché dipende dalle nostre fragilità ad attrarre gli investimenti esteri – anche quando racconta delle multinazionali che chiudono, come, per ultima, la Pepsi a Silea (un centinaio di dipendenti) nel trevigiano, dove si produce il Gatorade e il Lipton Ice Tea.
Nella mappa della crisi italiana c´è Mirafiori, stabilimento simbolo della grande industria, e ci sono le centinaia di piccole imprese subfornitrici che mollano in silenzio.
C´è un osservatorio privilegiato per leggere questa fase della crisi e la metamorfosi che si sta determinando nel sistema industriale italiano. È quello dell´Unità per le gestione delle vertenze delle imprese in crisi presso il ministero dello Sviluppo economico, guidata dall´ex sindacalista della Fiom Giampietro Castano. Da domani si riprende il lavoro anche lì: quasi 200 tavoli aperti, 4-500 mila posti di lavoro a rischio. Non tutte le vertenze arrivano al ministero. Abbastanza però per capire – come sostiene Castano – che questa parte della crisi è molto “made in Italy”. Nel senso che chi, in questo momento, soffre, fino a chiudere, dipende esclusivamente dal mercato domestico limitato e asfittico. Chi si è internazionalizzato, chi si è spostato sui mercati emergenti, chi sta sulla “filiera tedesca”, invece, sta uscendo dall´apnea. Accade soprattutto nel nord-est, rapidissimo a interpretare il mutamento; mentre il sud si ritrova totalmente avvolto nella crisi. Non solo i casi di Pomigliano, Termini Imerese (1.350 lavoratori). Ma anche il declino del distretto lucano del divano (la Natuzzi con i suoi 1.500 dipendenti). Oppure l´incertezza che segna il futuro del polo aeronautico (Alenia) che a Pomigliano è non lontano dalla Fiat.
A parte il caso Tirrenia, quello di una privatizzazione abortita con circa 3 mila posti a rischio, al ministero si sta ingrossando il dossier delle aziende in crisi del settore dei trasporti, quelle in particolare che producono componenti per il ferroviario: la Firema, in amministrazione controllata da un mese, la Fervet in liquidazione, la Keller che sta chiudendo il sito produttivo in Sicilia senza dare garanzie per quello sardo, la Ferrosud in Basilicata. Quasi duemila posti di lavoro in pericolo ai quali vanno aggiunti quelli dell´indotto.
«L´errore – dice Castano – è quello di aver pensato che esistesse un mercato italiano. Lo si è pensato a proposito della chimica, dell´informatica, delle telecomunicazioni. Ma noi siamo un mercato piccolissimo. E ora dobbiamo gestire la crisi dell´Italtel, azienda di qualità dipendente esclusivamente dalla Telecom, o quella della Sirti». Oppure, ancora, quella della chimica Vinyls (800 lavoratori) di Porto Marghera e Porto Torres.
È una crisi coltivata in Italia pure quella di un pezzo del “made in Italy” con i fallimenti di Mariella Burani (1.500 lavoratori) e della Itierre (con i marchi Ferrè e Cavalli e i suoi 1.500 dipendenti). Tracolli provocati dai debiti con effetti a catena: sono almeno quattromila le aziende fornitrici monocommittenti. Migliaia (fino a seimila) i posti di lavoro che potrebbero saltare.
Nel ricco comasco, Alberto Zappa, segretario provinciale della Fim-Cisl, stima che entro la fine dell´anno possano chiudere una sessantina di piccole aziende metalmeccaniche cancellando almeno 300 posti. Da quelle parti è già fallita la ferriera di Dongo, ora è a rischio anche l´Isotta Fraschini che produce getti meccanici.
E se la crisi è “alimentata” dalle nostre carenze strutturali, tanto più che di politica industriale nemmeno si parla nelle stanze del governo, le ripercussioni saranno serissime nel terziario. «C´è da aspettarsi un forte ridimensionamento nel commercio», dice Paolo Pirani, segretario confederale della Uil. «Molte imprese – aggiunge – non riapriranno».

La Repubblica 29.08.10

«Zingari le radici dell'odio», di Barbara Spinelli

E’ utile ricordare come fu possibile, appena sette-otto decenni fa, la distruzione degli zingari nei campi tedeschi. Non fu un piano di sterminio accanitamente premeditato, in origine non nacque nella mente di Hitler. Nel libro Mein Kampf si parla di ebrei, non di zingari. La distruzione (in lingua rom Poràjmos, il «grande divoramento») ha le sue radici nella volontà tenace, insistente, delle campagne e delle periferie urbane tedesche: un fiume di ripugnanza possente, antico, che la democrazia di Weimar non arginò ma assecondò. Chi ha visto il film di Michael Haneke Il nastro bianco sa come prendono forma i furori che accecano la mente, escludono il diverso, infine l’eliminano perché sia fatta igiene nella famiglia, nel villaggio, nella nazione. Anche l’antisemitismo ha radici simili, tutti i genocidi sono favoriti da silenziosi consensi. Ma l’odio dei Rom e dei Sinti (zingari è dal secolo scorso nome spregiativo) riscuote consensi particolarmente vasti. È un odio che ancor oggi s’esprime liberamente, nessun vero tabù lo vieta: in parte perché è sepolto nelle cantine degli animi, dove vive indisturbato; in parte perché è un’avversione non del tutto razziale; in parte perché il loro genocidio non ha generato l’interdizione sacra tipica del tabù.

A differenza di quello che accadde per gli ebrei, nel dopoguerra non si innalzò in Europa una diga fatta di vergogna di sé, di memoria che sta all’erta. Si cominciò a parlare tardi degli zingari, i libri che narrano la loro sorte sono sufficienti ma non molti. E’ strano come Sarkozy, figlio di un ungherese, non abbia ricordo, quando decide l’espulsione dei rom, di quel che essi patirono in Europa orientale. È strano che non ricordi quel che patiscono ancor oggi nei Paesi da cui fuggono, perché l’Est europeo è uscito dalle dittature denunciando il totalitarismo comunista ma non i nazionalismi etnici, non l’ideologia che mette il cittadino purosangue al di sopra della persona: in Romania, Bulgaria, Ungheria, i rom sono trattati, nonostante il genocidio, come sotto-persone. Rimpatriarli spesso è condannarli ancor più. È anche un’ipocrisia, perché come cittadini europei i rom possono tornare in Francia o Italia senza visti. Spesso vengono chiamati romeni. Sarebbe bene sapere che i Rom sono detestati dalla maggioranza dei Romeni. Ovunque, la crisi economica li trasforma in capri espiatori. Il più delle volte non è la razza a svegliare esecrazione. È il modo di vivere itinerante. L’Unione, allargandosi nel 2004 e 2007, ha accolto anche questa comunità speciale, per vocazione non sedentaria, originaria dell’India, insediatasi nel nostro continente cinque-sei secoli fa, ripetutamente perseguitata.

Una direttiva europea restringe la libera circolazione se l’ordine pubblico è turbato, ma la direttiva vale per i singoli e comunque decadrà nel dicembre 2013. Non è chiaro chi oggi abbia ricominciato questa storia di esclusioni, di muri che separando i nomadi dal cittadino «normale» impedisce loro di divenire sedentari se vogliono, di trovar lavori, di non cadere nelle mani di mafie. È probabile che Berlusconi e Bossi abbiano svolto un ruolo d’avanguardia: un ruolo di «modello per l’Europa», ha detto monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes della Cei (La Stampa, 22 agosto). Molti governi dell’Est si sono sentiti legittimati dall’Italia, Paese fondatore dell’Unione. Ora Sarkozy si fa megafono del fiume d’esecrazione. La parola che ha ripetuto più volte, parlando di immigrati, di rom e di delinquenza a Grenoble, era «guerra». Nello stesso discorso, il Presidente ha annunciato che il cittadino di origine straniera colpevole di delitti perderà la nazionalità francese (la parola décheance, revoca, rimanda a déchet, pattume). La democrazia non ci protegge da simili deviazioni, proprio perché la volontà del popolo è il suo cardine. Giuliano Amato lo spiega bene, in un articolo sul Sole-24 Ore del 22 agosto: ci sono momenti, e la crisi economica è uno di questi, in cui può crearsi un conflitto mortale fra i due imperativi democratici che sono l’esigenza del consenso e quella di preservare la propria civiltà.

Il leader democratico ansioso di raccogliere immediati consensi vince forse alle urne, ma non salva necessariamente la civiltà («Non a caso nell’assetto istituzionale delle democrazie si distingue fra istituzioni maggioritarie elettive, nelle quali prevalgono le ragioni del consenso, e istituzioni non maggioritarie di garanzia, in primo luogo le corti, nelle quali dovrebbero prevalere le ragioni della civiltà codificate proprio in quei diritti a cui le maggioranze sono meno sensibili»). Sono rari, nei moderni Stati-nazione, i leader che sappiano tener conto di ambedue gli imperativi, e nei momenti critici anteporre le esigenze della civiltà a quelle del consenso. Quando Obama si dichiara non contrario alla costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero difende la costituzione laica e la storia americana lunga, non la storia tra un sondaggio e l’altro. Il consenso sente di doverselo creare a partire da qui, sapendo che può anche perderlo. In genere, quando i governanti esaltano ogni minuto la sovranità e le emozioni del popolo non è il popolo a governare: sono le oligarchie, i poteri segreti, le mafie. Anche la nostra Costituzione ha lo sguardo lungo, e non a caso dà la preminenza alla persona, più ancora che al cittadino. Tutti gli articoli che concernono i diritti fondamentali (libertà, divieto della violenza, inviolabilità del domicilio, responsabilità penale, diritto alla salute) parlano non di cittadini ma di persone o individui, e precedono la Costituzione stessa.

Il nomadismo è una forma di vita che tende a scomparire, ma resta una forma della vita umana. Il non aver fissa dimora, il vivere in roulotte, il muoversi in carovane («in orde», era scritto nei decreti d’espulsione ai tempi di Weimar e di Hitler): tutto ciò è parte della cultura dei Rom e Sinti. Lo è anche la scelta di adottare la religione dei Paesi in cui vivono: è l’integrazione che prediligono da secoli. Come tutti i cittadini anch’essi delinquono, specie se vessati. I più sono cittadini plurisecolari dei Paesi in cui girovagano o si sedentarizzano. Da noi, l’80 per cento dei Rom sono italiani. Non sono mancate le proteste contro la politica francese (700 rimpatri entro settembre): nell’Onu, nell’Unione europea. Hanno protestato anche importanti leader della destra: primo fra tutti Dominique de Villepin, secondo cui oggi esiste sulla bandiera una «macchia di vergogna». Resta tuttavia il fatto che i Rom non hanno un Elie Wiesel, che in loro nome trasformi il divieto di odio in tabù. Possono contare solo sulla Chiesa, memore della parabola del Samaritano e della storia d’Europa. L’Europa e le costituzioni postbelliche sono state escogitate per evitare simili ricadute, sempre possibili quando il nazionalismo etnico di tipo ottocentesco riprende il sopravvento. Le strutture imperiali erano più propizie alla diversità, e il compito di uscire dalle gabbie etniche e restaurare autorità superiori a quelle degli Stati sovrani spetta al potere superiore che in tanti ambiti giuridici oggi s’incarna nell’Unione.

È l’Europa che deve ripensare lo statuto dei Rom: permettendo loro di continuare a viaggiare, di trovar lavoro, di difendersi dalle mafie, di rispettare la legge e l’ordine. Nel quindicesimo secolo, quando migrarono in Europa, gli zingari avevano una protezione-salvacondotto universale, non nazionale o locale: la protezione del Papa e quella dell’Imperatore. Solo una protezione di natura universale può garantire «le legittime diversità umane» cui ha accennato Benedetto XVI nell’Angelus pronunciato in francese il 22 agosto. Oggi i Rom hanno la protezione del Papa. Quella dell’Imperatore (della politica) è crudelmente latitante.

da www.lastampa.it

Al via la terza Festa Democratica

Con il saluto e la presentazione fatta da Lino Paganelli, responsabile feste del Pd, Gioacchino Cuntrò, segretario Pd di Torino, Gianfranco Morgando, segretario Pd del Piemonte, Antonio Misiani, tesoriere del Pd e Nico Stumpo, responsabile Organizzazione del Pd, ha preso ufficialmente inizio la terza Festa Democratica 2010.
Pochi minuti dopo anche il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani è arrivato alla festa per dare un saluto ai volontari e ai militanti e per fare una passeggiata lungo gli stand allestiti nei giardini reali di Torino. “Sarà una grande festa – ha dichiarato il leader democratico – una bella festa, Torino è la città giusta per dare un messaggio a questo Paese. Useremo questa occasione per lanciare il nostro progetto e vedrete che da qui alla fine parleremo poco di Berlusconi e molto di Italia”.

Tutti i relatori hanno voluto ringraziare i centinaia di volontari che hanno contribuito alla realizzazione e all’organizzazione della festa. “La Festa democratica ha due precise connotazioni quest’anno: è nel centro di Torino e in concomitanza dei 150 anni dell’unità di Italia”, così ha introdotto il suo intervento Lino Paganelli. “Nel rispetto dello splendido luogo in cui ci troviamo e della sua storia, cercheremo di solleticare la curiosità delle persone e dare risposte alle tante domande che ci pongono”.

“La politica italiana che pensa al Paese, quella fatta con la P maiuscola e non quella fatta da veleni, fango, dossier e ricatti di agosto, riparte da Torino” così ha dichiarato Antonio Misiani. “Questa festa – ha continuato il tesoriere del Pd – è il frutto dell’impegno della militanza, è sarà fatta da confronti aperto al di là dalle polemiche strumentali degli ultimi giorni. Avrà anche la sua valenza economica in quanto il ricavato delle feste è fondamentale per i circoli e per le strutture territoriali”. “Il berlusconismo è al tramonto – ha concluso Misiani – la sua crisi è sotto gli occhi di tutti e noi dobbiamo dare vita ad un progetto politico alternativo per restituire fiducia e speranza al Paese”.

“Siamo partiti con il piede giusto, in una città bellissima, con la voglia e l’obiettivo di riconsegnare la piazza alla sua gente”, così Nico Stumpo. “E questo in netta contrapposizione con lo spettacolo osceno, fatto di linciaggi che il centrodestra ha dato vita negli ultimi tempi. Il Pd è qui per porre l’Italia al centro della questione politica e non la politica del veleno. E la proposta avanzata da Bersani ne è un chiaro segnale. Di contro ci troviamo davanti ad una politica fatta da 5 punti con lo scopo di non far processare Berlusconi”. La cosa più sbagliata da fare in un periodo di difficoltà generale. “Occorre rilanciare l’Italia – ha concluso Stumpo – andare avanti, riformare il Paese per dare giorni migliori. Da Torino noi ci proviamo”.

“L’impegno che parte dalla Festa – ha dichiarato Gioacchino Cuntrò – è quello di realizzare un programma per Torino in chiave delle prossime elezioni amministrative per dare continuità all’ottimo lavoro fatto dal sindaco Chiamparino in questi anni. Straordinariamente seri e straordinariamente democratici per rappresentare la politica seria per il Paese e per Torino”.

Dello stesso parere anche Gianfranco Morgando che ha voluto sottolineare come la scelta della festa nel centro di Torino ha la fondamentale importanza di incontrare il popolo moderno fatto di mescolanza. E questo incontro ha chiaramente il volere di ridare a Torino un nuovo momento nazionale proprio alla vigilia dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

Andrea Draghetti

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“Da quando abbiamo sollevato la questione della legge elettorale vedo che molti la mettono in agenda. Ho sentito varie proposte, credo che questa idea di continuare ad avere una legge in virtù della quale un uomo solo può nominare o nominarsi tutti i suoi deputati sia una cosa impensabile per il futuro”. Lo ha detto oggi a Torino il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, parlando con i giornalisti alla festa democratica.

“Sono convinto – ha sottolineato Bersani – che il discorso di una nuova legge elettorale andrà avanti e lo faremo andare avanti. Credo che il tema che ho sollevato possa essere apprezzato da una parte del centrodestra. Stiamo parlando di regole del gioco, non semplicemente di alternanza di governo”.

“Chiedo anche a loro – ha aggiunto Bersani – se sia pensabile continuare con una legge così. Già Casini mi pare abbia detto qualcosa di chiaro”.

“La nostra non è un’ammucchiata, l’ammucchiata è quella che sta facendo il centrodestra”. Lo ha detto oggi il segretario del Pd, Pier Luigi, alla festa democratica che inaugura oggi a Torino.

“La mia è una proposta politica precisa – ha spiegato Bersani – l’ammucchiata la sta facendo Berlusconi, che pretende di governare con gente che si insulta di continuo”.

“Voglio usare questa occasione per ringraziare i dirigenti del Pd perché hanno dato il contributo positivo. La proposta che ho avanzata – ha spiegato Bersani – tiene conto della testa di tutti, perché adesso c’è bisogno che funzioni la ditta perché il Paese ha bisogno di noi quindi vedo positivamente questi contributi e sono sicuro che potranno essere riassunti nel percorso che ho indicato e che faremo tutti quanti nel Pd”.

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