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"Nelle università italiane mille concorsi senza il posto", di Gianni Trovati

La metà degli oltre 1.700 posti da professore ordinario e associato banditi nelle università statali italiane, che produrranno circa 3.500 idonei, sono solo «teorici», nel senso che non si possono tradurre nel 2010 in assunzioni effettive; se si guarda solo al grado più alto della piramide accademica, quello degli ordinari, i «bandi impossibili» superano addirittura il 60 per cento.
A bloccare la strada verso la cattedra di quasi duemila idonei non saranno però solo i vincoli di bilancio, su cui si è concentrata in questi mesi l’attenzione dei rettori e della politica. Certo, il crollo del 17,2% del fondo ordinario previsto per il 2011, a cui il governo ha promesso però di mettere mano, non facilita la gestione, soprattutto negli atenei che sono meno attivi nella ricerca di fonti alternative di finanziamento, e sono quindi più dipendenti dall’assegno statale. Nel caso dei concorsi, però, il nodo è un altro.

Il problema nasce con il primo decreto Gelmini, quello del novembre 2008, che per frenare la passione degli atenei per i concorsi da ordinario e associato, ha introdotto il sistema delle quote, nel tentativo di favorire l’ingresso di nuovi ricercatori. All’interno delle possibilità “liberate” dal turn over 2008 e 2009 (gli atenei possono dedicare ai nuovi ingressi una spesa pari al 50% delle cessazioni), almeno il 60% delle assunzioni deve riguardare i ricercatori, mentre gli ordinari non possono superare il 10%.

Il tutto è misurato non in termini di persone ma di «punti organico», un meccanismo che pesa il costo di ogni docente in base al proprio ruolo: con questa modalità, un ricercatore vale la metà di un ordinario, mentre un associato vale il 70%. Da qui il problema: le università, nonostante i cofinanziamenti ministeriali per il primo ruolo docente, hanno bandito pochi concorsi da ricercatore, o troppi posti da ordinario e associato, per poter davvero accogliere tutti. A complicare le cose c’è anche un problema di calendario: i tempi dei concorsi universitari sono infiniti, i posti banditi riguardano le sessioni del 2008, e sono quindi in gran parte maturati prima del tentativo “moralizzatore” firmato da Mariastella Gelmini.

Risultato: solo 11 atenei su 57 sono in regola con entrambe le quote, e potrebbero portare fino alla presa in servizio tutti i concorsi banditi (sempre che non intervengano problemi di bilancio), negli altri, invece, il blocco è obbligatorio. I casi limite sono quelli di Catanzaro e Roma Tre, dove le quote obbligatorie introdotte per decreto chiudono la strada a oltre il 92% degli aspiranti ordinari e associati, ma sono una quindicina le università dove almeno otto posti su dieci dovranno fare i conti con il sistema dei vincoli: tra loro ci sono due politecnici su tre (Milano e Torino), e grandi atenei come la Bicocca di Milano e Salerno. Tra quelli senza problemi vanno invece segnalati Venezia, Trieste, La Sapienza di Roma e la Federico II di Napoli.

Attenzione, però, perché i calcoli riportati in tabella rischiano di peccare per ottimismo. Gran parte dei ricercatori, come accennato, sono «cofinanziati» dal ministero, e in questo caso il loro valore in «punti organico» si dimezza; dal momento che le quote per ordinari e associati vanno calcolate in rapporto a questo parametro, il cofinanziamento prosciuga ulteriormente gli spazi per i ruoli «maggiori». Nel calcolo, poi, si suppone che le università abbiano intenzione di sfruttare tutti i punti organico a loro disposizione senza assumere personale tecnico-amministrativo, ma è difficile pensare che nessun ateneo abbia esigenze in proposito.

L’unica via d’uscita, allora, è quella di puntare sulle promozioni degli interni, perché chi fa carriera senza cambiare ateneo costa molto meno in termini di punti organico. Con il risultato, paradossale, che il sistema delle quote finisce per incentivare l’immobilità accademica, cioè proprio la tendenza che intendeva cancellare.

LE REGOLE

Le «quote»
Ogni ateneo può effettuare assunzioni pari al massimo al 50% delle cessazioni intervenute. Almeno il 60% delle assunzioni deve essere dedicato ai ricercatori, mentre gli ordinari non possono superare il 10% del totale

I «punti organico»
Tutti i calcoli vanno effettuati in termini di punti organico, che crescono con la retribuzione del docente: un ordinario vale 1 punto, un associato 0,7 e un ricercatore 0,5 (0,25 se cofinanziato dal ministero)

Il Sole 24 Ore 30.08.10

"La Fiat non fa scuola", di Fabrizio Dacrema

La vicenda Fiat parla anche al mondo della scuola. Lo dimostra l’alto livello della discussione che si è aperta su Scuolaoggi e, in qualche modo, anche l’intervento del Ministro dell’Istruzione. Quest’ultimo non ha perso l’occasione per insultare la Cgil (vuole mettere al rogo tutti gli imprenditori), prendere la posizione più estrema (ha ragione la Fiat a non eseguire il reintegro degli operai licenziati), bypassare le esigenze della logica (le sentenza della magistratura vanno comunque rispettate).

Secondo Gelmini gli interessi delle aziende vengono prima dei diritti dei lavoratori e delle istituzioni della Repubblica perché “le aziende sono luogo di creazione e distribuzione della ricchezza”. Il Ministro sposa integralmente la tesi del top manager Fiat: l’interesse dell’impresa è l’unico valore in campo, tutto il resto deve essere ad esso subordinato. Il lavoro, in questa logica, è solo una variabile dipendente, totalmente assimilata nel capitale, “subordinata fino al centesimo di secondo”, come scrive Franco De Anna, al processo produttivo, senza identità e autonomia.
Se il piano Fiat per l’Italia facesse scuola, allora tutto quanto detto e scritto fino ad oggi sulla strategia europea di Lisbona e sulla società e l’economia della conoscenza sarebbe effettivamente solo vuota predicazione e, dal punto di vista economico, sarebbero anche inutili gli sforzi per rendere più inclusivi i sistemi formativi (obiettivi di Lisbona) al fine di portare tutti ai più alti livelli di istruzione e formazione.
La convinzione che il sistema produttivo necessiti solo di una parte limitata della forza lavoro dotata di alti livelli di istruzione è alla base delle scelte di destrutturazione del sistema pubblico praticata dai tagli contenuti nelle manovre economiche del governo. In alcuni casi i ministri lo affermano anche esplicitamente, come ad esempio nel Piano Italia 2020 a firma Gelmini e Sacconi, in cui si sostiene che “l’iscrizione di massa dei nostri diplomati alla università non risponde alle reali esigenze del mondo del lavoro”.
In effetti il sistema produttivo italiano odierno esprime una domanda di conoscenza molto limitata. Largamente composto da piccole imprese con specializzazioni produttive tradizionali, si colloca pesantemente sotto la media europea per gli investimenti in ricerca e innovazione, per le iniziative di formazione dei lavoratori, per l’assunzione di personale qualificato e laureato. Questo è uno dei principali limiti strutturali – se non il principale – che hanno frenato la crescita economica del paese negli ultimi vent’anni e che, se non affrontati, continueranno ad ostacolarla nel futuro.
Ma le esigenze specifiche di una multinazionale come la Fiat, che accetta di produrre ancora in Italia solo a determinate condizioni di produttività, non falsificano il paradigma della società della conoscenza e della strategia di Lisbona: nell’economia globale i sistemi economici dei paesi sviluppati sono competitivi solo se si basano sull’innovazione e la qualità dei prodotti (a loro volta dipendenti da ricerca, istruzione e formazione), perché nella competizione basata sui costi vincono i paesi in via di sviluppo. Il problema posto da Fiat può essere affrontato come si è fatto in molti altri settori, senza rinunciare ai diritti dei lavoratori, attraverso soluzioni contrattualmente condivise per ottenere gli obiettivi di efficienza e produttività previsti dal progetto Fabbrica Italia. Per questo non può che lasciare perplessi nell’intervento di Marchionne a Rimini la riduzione del grande cambiamento auspicato per il paese ad un problema di disciplina aziendale e di relazioni sindacali. Non una parola è stata dedicata al ritardo italiano nella costruzione della società e dell’economia della conoscenza che frena lo sviluppo, ostacola il diffondersi delle produzioni innovative e ad alto valore aggiunto, limita la capacità attrattiva degli investimenti. Al punto che per investire in Italia Marchionne chiede ai lavoratori di rinunciare ai loro diritti fondamentali e, tra l’altro, assegna alla produzione in territorio italiano la linea della panda, una produzione con poco valore aggiunto, mentre quella della L0, con più margini, sarà prodotta in Serbia.
Se il top manager della Fiat non si fosse limitato a ridurre il grande cambiamento che serve al paese alla soluzione dei problemi specifici dell’azienda che amministra, avrebbe dovuto affrontare, come spesso fa il Governatore della Banca d’Italia Draghi, i problemi posti dall’interazione negativa tra un sistema produttivo arretrato e a rischio di declino con sistemi della formazione e della ricerca insufficienti per efficacia ed ora ulteriormente impoveriti dai tagli del governo.
La battaglia sulla diffusione delle competenze, come ha scritto Tiriticco, non si vince solo sul versante istruzione, occorre che anche le strutture economiche portanti le richiedano nei concreti rapporti di produzione. Riconoscere che la domanda di conoscenza proveniente dal sistema economico è decisiva per promuovere l’innalzamento dei livelli di istruzione, non deve, però, far dimenticare che la diffusione di più alti livelli di sapere, oltre a fondare l’esercizio della cittadinanza attiva, offre, come dimostrano ormai numerose ricerche, anche un contributo sostanziale alla coesione sociale e alla sostenibilità dei sistemi di welfare sanitario (politiche della prevenzione) e previdenziale (politiche dell’invecchiamento attivo).
In realtà il lavoro, nei sistemi produttivi che puntano sull’innovazione e la qualità, cresce in competenze, responsabilità e autonomia e pertanto esige sistemi formativi inclusivi e di qualità al fine di sostenere lo sviluppo economico e l’occupabilità delle persone. Non si tratta del solito mantra sulla società della conoscenza, ma sono i dati sull’occupazione in Europa che lo dimostrano. L’agenzia europea Cedefop ha diffuso qualche mese fa i risultati di una ricerca sul mix delle competenze che verranno richieste in Europa entro il 2020, dal quale risulta che la maggior parte dei nuovi posti di lavoro saranno ad alta intensità di conoscenze e di competenze. Secondo la previsione Cedefop la percentuale dei posti di lavoro altamente qualificati passerà dal 29% dei 2010 al 35% del 2020, mentre il numero di posti che impiegano personale scarsamente qualificato scenderà dal 20% al 15%. Oggi in Italia il 39% di chi lavora possiede al massimo la terza media e solo il 32% delle imprese svolge in un anno attività di formazione dei lavoratori a fronte del 60% della media europea. È evidente che per stare al passo della media dei paesi europei all’Italia serve una svolta radicale nelle politiche economiche e sociali: sostegno alle imprese che puntano su innovazione e qualità, valorizzazione del lavoro, investimenti e processi di qualificazione per i sistemi della formazione e delle ricerca.
Il patto sociale di cui ha parlato Marchionne avrebbe dovuto mettere al centro questi temi, non avrebbe avuto il consenso della Gelmini, ma avrebbe evitato di apparire come il sostenitore di una linea politica secondo la quale la modernizzazione del paese si risolve nell’ulteriore peggioramento delle condizioni dei lavoratori.

da ScuolaOggi 30.08.10

"Gheddafi, un circo che ci umilia", di Francesco Merlo

Nessun’altra diplomazia occidentale tollera e incoraggia gli eccessi pittoreschi di un dittatorello e degrada la propria capitale a circo. Ci dispiace anche per il presidente del Consiglio, la cui maschera italiana si sovrappone ormai a quella libica, indistinguibili nel pittoresco, nell’eccesso, nella vanità, nel farsi soggiogare dalle donne che pensano di dominare. Anche ieri c’era il picchetto in alta uniforme ai piedi della scaletta dalla quale sono scese due amazzoni nerborute e in mezzo a loro, come nell’avanspettacolo, l’omino tozzo e inadeguato, la caricatura del feroce Saladino. Scortato appunto da massaie rurali nel ruolo di mammifere in assetto di guerra. E va bene che alla fine ci si abitua a tutto, anche alla pagliacciata islamico-beduina che Gheddafi mette in scena ogni volta che viene a Roma, ma ancora ci umilia e davvero ci fa soffrire vedere quel reparto d’onore e sentire quelle fanfare patriottiche e osservare il nostro povero ministro degli Esteri ridotto al ruolo del servo di scena che si aggira tra le quinte, pronto ad aggiustare i pennacchi ai cavalli berberi o a slacciare un bottone alle pettorute o a dare l’ultimo tocco di brillantina al primo attore.

È vero che ormai Roma, specie quella sonnolente di fine estate, accoglie Gheddafi come uno spettacolo del Sistina, con i trecento puledri che sembrano selezionati da Garinei e Giovannini, la tenda, la grottesca auto bianca, le divise che ricordano i vigili urbani azzimati a festa, e tutta la solita paccottiglia sempre uguale e sempre più noiosa ma, proprio perché ripetuta e consacrata, sempre più umiliante per il Paese, per i nostri carabinieri, per le istituzioni e per le grandi aziende, private e pubbliche, che pur legittimamente vogliono fare i loro affari con la Libia.

Nessun’altra diplomazia occidentale tollera e incoraggia gli eccessi pittoreschi di un dittatorello e degrada la propria capitale a circo. Ci dispiace – e lo diciamo sinceramente – anche per il presidente del Consiglio, la cui maschera italiana si sovrappone ormai a quella libica, indistinguibili nel pittoresco, nell’eccesso, nella vanità, nel vagheggiare l’epica dell’immortalità, nel farsi soggiogare dalle donne che pensano di dominare.

Di nuovo ieri Gheddafi si è esibito davanti a 500 ragazze, reclutate da un’agenzia di hostess, che hanno ascoltato i suoi gorgoglii gutturali tradotti da un interprete, le solite banalità sulla teologia e sulla libertà delle donne in Libia, il Corano regalato proprio come Berlusconi regala “L’amore vince sempre sull’odio”, quel libro agiografico e sepolcrale edito da Mondadori. È fuffa senza interesse anche per gli islamici ma è roba confezionata per andare in onda nella televisione di Tripoli. Il capotribù vuol far credere alla sua gente di avere sedotto, nientemeno, le donne italiane e di averle folgorate recitando il messaggio del profeta. Addirittura, con la regia dell’amico Berlusconi, tre di queste donne ieri si sono subito convertite, a gloria della mascolinità petrolchimica libica: “Italiane, convertitevi. Venite a Tripoli e sposate i miei uomini”.
E di nuovo ci mortifica tutta questa organizzazione, il cerimoniale approntato dalla nostra diplomazia, con Gheddafi serio ed assorto che suggella la fulminea conversione di tre italiane libere e belle: un gesto di compunzione, gli occhi chiusi per un attimo, il capo piegato come un officiante sul calice. “L’Islam deve diventare la religione di tutta l’Europa” ha osato dire nella capitale del cattolicesimo, mentre l’Europa (con l’America) si mobilita per salvare la vita di una donna che rischia la lapidazione per avere fatto un figlio fuori dal matrimonio. Certo, l’Islam non è tutto fanatismo ma nello sguardo di Gheddafi c’è condensata la sua lunga vita di dittatore, di stratega del terrorismo, di tiranno che dal 1° settembre del 1969 opprime il suo popolo.

Ebbene, è a lui che oggi Berlusconi di nuovo bacerà la mano, come ha già fatto a Tripoli. Berlusconi, lasciandosi andare con i suoi amici fidati, ha più volte detto di invidiare Muammar perché comanda e non ha lacci, non combatte con il giornalismo del proprio paese, non ha bisogno di fare leggi ad personam ma gli basta un solo editto tribale, non ha né Fini né Napolitano, non ha neppure bisogno di pagare le donne… È vero che gli esperti di Orientalistica sostengono che la tribù in Libia è matriarcale e che dunque la moglie di Gheddafi sarebbe la generalessa del colonnello, ma questo Berlusconi non lo sa, la sua Orientalistica è ferma a quella dell’avanspettacolo, al revival di Petrolini: “Vieni con Abdul che ti faccio vedere il tukul”.

E infatti ogni volta che Berlusconi va a Tripoli Gheddafi fa di tutto per stupirlo con gli effetti speciali del potere assoluto, gli fa indossare la galabìa e lo fa assistere alle parate militari delle amazzoni, organizza il caravanserraglio di Mercedes piene di farina, orzo e datteri da distribuire agli affamati recitando il ruolo del salvatore, proprio come Berlusconi all’Aquila… E ha pure imposto nei passaporti libici la foto di Berlusconi. Se lo porta nel deserto di notte per mostrargli la magia del freddo glaciale, tutti e due ad aspettare l’alba e il sole che torni ad arroventare la tenda. E ogni volta alla tv libica il viso di Berlusconi diventa in dissolvenza il viso di Gheddafi, e va in onda Berlusconi contrito nel museo degli orrori commessi dagli italiani, e c’è sempre il solito Frattini accovacciato fuori dalla tenda ad aspettare, aspettare, aspettare. E poi il tramonto, la luna…

Gheddafi a Roma fa quello che vuole non soltanto in cambio delle galere e dei campi di concentramento dove la polizia libica trattiene gli africani che vorrebbero fuggire verso l’Italia, e non solo perché i due fanno affari privati, come da tempo sospetta la stampa internazionale, e ora anche italiana. Il punto è che Berlusconi gli mette a disposizione tutto quello di cui ha bisogno l’eccentricità beduina perché con Gheddafi ha un patto antropologico. È una somiglianza tra capi che la storia conosce già, sono identità che finiscono con il confondersi: Trujllo e Franco, Pinochet e Videla, Ceausescu ed Enver Hoxha, Pol Pot e Kim il Sung… Non è l’ideologia a renderli somiglianti ma l’idea del potere, quello stesso che oggi lega Berlusconi e Gheddafi, Berlusconi e Chavez, Berlusconi e Putin. Ecco cosa offende e degrada l’Italia: l’Asse internazionale della Satrapia.

La Repubblica 30.08.10

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“Le vacanze romane di Gheddafi Fra proteste e caroselli a cavallo”, di U. De Giovannangeli

Stavolta il contrordine non è arrivato. Il Colonnello, i purosangue, le tende beduine, le amazzoni con i baschi rossi e in alta uniforme, sono a Roma. Nessun rinvio, stavolta. Nessuna imbarazzata correzione dell’ultim’ora da parte della Farnesina. I fotoreporter, i cineoperatori, possono prendere d’assalto il super blindato aeroporto di Ciampino. L’appuntamento è a mezzogiorno. Gheddafi c’è. A ricevere il Raìs non sarà l’«amico Silvio» ma il ministro degli Esteri Franco Frattini. Resta il mistero su come il Colonnello trascorrerà la domenica romana. I primi appuntamenti ufficiali per i festeggiamenti del Trattato di Amicizia sono fissati per lunedì, a due anni esatti dalla firma dell’accordo di Bengasi del 30 agosto 2008. Ma anche stavolta non si escludono possibili «blitz» nelle strade della Capitale o più generici «incontri con la gente».

Domenica libera. «Il leader ama fare queste cose…», raccontavano nel pomeriggio di ieri fonti libiche. E tornano alla mente le «serate di gala» dello scorso novembre, quando Gheddafi – a Roma per il vertice Fao – si fece reclutare centinaia di avvenenti ragazze da un’agenzia di hostess per impartire lezioni di Islam sotto la tenda. «Non sappiamo cosa vorranno fare questa volta i libici, decidono sempre all’ultimo minuto – raccontano dalla sede dell’agenzia che “servì” Gheddafi l’ultima volta -. Ci hanno contattato negli ultimi giorni per allertarci nel caso servisse, ma ci sembra di capire che se Gheddafi vorrà, inviterà solo alcune delle ragazze che ha già visto l’altra volta. Noi comunque – assicurano – siamo pronti per qualsiasi evenienza». Sorprese a parte, c’è già anche qualcosa di già definito. È confermato ad esempio che Gheddafi pianterà la sua inseparabile tenda beduina nella residenza dell’ambasciatore Abdulhafed Gaddur in un elegante quartiere a ridosso della Cassia (e non nel bel mezzo di Villa Pamphili, come nel giugno del 2009) e che domani pomeriggio inaugurerà assieme a Berlusconi una mostra fotografica sulla storia della Libia all’Accademia libica.

Spettacolo assicurato Il clou della serata sarà uno spettacolo equestre davanti a Berlusconi, Gheddafi e agli oltre 800 invitati che culminerà con le figure disegnate dal Carosello dei Carabinieri. Sarà sempre nella caserma «Salvo D’Acquisto» di Tor di Quinto, che il premier offrirà al suo ospite l’Iftar, la cena di interruzione del digiuno previsto nel mese di Ramadan. Fino a questo momento è l’ultimo appuntamento segnato in agenda, con Gheddafi che dovrebbe – ma il condizionale diventa d’obbligo – ripartire martedì. Nel frattempo, cresce la protesta. «Ancora non abbiamo visto un euro», denuncia l’Airl, l’associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. Dell’Airl, Giovanna Ortu, nata nel 1939 nel Paese africano da padre sardo e madre siciliana e cacciata assieme ad altre 20.000 persone nel luglio 1970, subito dopo la presa del potere da parte del colonnello Gheddafi nel settembre 1969, è la presidente.

Voci di protesta «Più che di risarcimento – spiega Ortu in un colloquio con l’Adnkronos – , si tratterebbe di un modesto indennizzo, rispetto ai 400 miliardi di lire al valore del 1970 che rivalutati sarebbero pari a circa 3 miliardi di euro di oggi; una somma praticamente pari ai 5 miliardi dollari destinati dal nostro governo alla Libia per i cosiddetti danni del colonialismo e pagati attraverso la costruzione di un’autostrada e altre opere urbanistiche, per i cui lavori sono comunque interessate aziende italiane: una sorta di “partita di giro” insomma. Ma la realtà è che anche di questo modesto indennizzo nelle nostre tasche non è arrivato finora nulla».

I diritti umani? A Berlusconi si rivolge anche l’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi chiedendogli «di rinegoziare in tempi rapidissimi gli accordi Italia-Libia in maniera tale che includano strumenti di garanzia del rispetto dei diritti umani, con il coinvolgimento delle istituzioni dell’Europa e dell’Onu». «Chiediamo inoltre – dice il responsabile generale, Giovanni Paolo Ramonda – la cessazione di ogni respingimento verso la Libia o verso ogni altro Paese che non garantisca il pieno rispetto dei diritti umani; la garanzia a tutti gli immigrati che cercano di raggiungere l’Italia di poter accedere alle procedure per la richiesta di asilo; il rispetto delle leggi del diritto del mare; la promozione di una politica seria per l’innalzamento dei finanziamenti ai progetti di sviluppo, unici in grado di combattere la povertà e quindi di agire sulla causa». L’associazione ricorda alle istituzioni italiane «che dal 7 maggio 2009, in aperto spregio delle norme internazionali sui diritti umani, il nostro Paese ha consegnato alle autorità libiche centinaia di donne, uomini e bambini, migranti e richiedenti asilo, che tentavano di raggiungere l’Europa imbarcandosi attraverso il Mediterraneo su mezzi di fortuna, rischiando la vita per sfuggire a persecuzioni, torture, guerre e condizioni di povertà estrema».

L’Unità 30.08.10

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Boldrini: riaprire Onu per rifugiati a Tripoli

L’ufficio a Tripoli dell’Unhcr, l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, deve riprendere appieno la propria attività, perché in Libia «il problema dei rifugiati esiste e la nostra presenza lì è estremamente importante». Nel giorno della visita a Roma del leader libico Gheddafi, la portavoce italiana dell’Unhcr, Laura Boldrini, ricorda qual è la situazione dell’agenzia dell’Onu in Libia. E questo situazione, afferma, si collega anche con gli effetti della politica dei respingimenti: «Prima dei respingimenti, il 75% di coloro che arrivavano in Italia via mare partendo dalla Libia – spiega Boldrini – faceva richiesta di asilo e nel 50%, a seguito di audizioni individuali, le autorità italiane accordavano una forma di protezione. Ora non potendo più arrivare e non potendo noi lavorare appieno, queste persone si trovano in una situazione di limbo».

Le autorità libiche hanno decretato la chiusura degli uffici Unhcr a inizio giugno, definendo illegale la presenza nel Paese e hanno poi consentito una parziale riapertura, imponendo però molti paletti. «Lavoravamo in Libia da 19 anni – spiega Boldrini ripercorrendo le tappe della vicenda – su richiesta delle autorità locali, ma non avevamo un accordo di sede, nel senso che questo aspetto non era stato formalizzato. Questo, però, accade anche in altri Paesi, tenuto conto che ci troviamo spesso a intervenire in condizioni di urgenza e in contesti estremamente delicati». Come in Siria, dove l’Unhcr non ha mai formalizzato la propria presenza.

«Dopo un incontro tra una delegazione inviata da Ginevra ed esponenti del governo di Tripoli, il nostro ufficio è stato parzialmente riaperto a fine giugno». Ma i termini della situazione, spiega Laura Boldrini, restano «ancora da definire». «Ci è stato detto – spiega – che ci dobbiamo occupare solo dei vecchi casi e non acquisirne nuovi». Ma in questa fase l’Unhcr «non ha accesso ai centri di detenzione libici, dove si trovano anche i richiedente asilo e quindi non può avere colloqui con loro nè fornire aiuti materiali, se necessario. Siamo in una situazione di stand-by, nell’attesa di poter riprendere i negoziati». L”Unhcr si augura che con la festa dell’Id Al Fitr, che in questi giorni segna il termine del mese di digiuno del Ramadan, «possa riprendere la discussione per arrivare ad un accordo di sede per la struttura di Tripoli».

«La Libia – osserva la portavoce – non ha una legislazione in materia di asilo né ha firmato la convenzione di Ginevra del ’51», uno dei pilastri del diritto d’asilo. «I rifugiati vengono associati al fenomeno della migrazione per motivi economici. Ma l’esperienza sul campo – conclude Boldrini – dimostra che le cose stanno diversamente. Per questo la nostra presenza a Tripoli è estremamente importante».

30.08.10

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“E il Cavaliere: è solo folklore”, di Francesco Bei

Alta tensione nel governo per le uscite stravaganti della Guida libica. In subbuglio l´ala cattolica, in imbarazzo gli altri, a partire dai leghisti. Ma visti gli interessi economici in ballo, la parola d´ordine del Cavaliere è “non alzare polveroni”.
«Le cose serie sono altre, lasciamo perdere il folklore». Ma è evidente che tutti si augurano che il «gradito ospite» se ne riparta senza far troppi danni il prima possibile. Lo stesso Berlusconi, che questa sera offrirà al Colonnello una cena insieme ad altri 800 invitati, ieri si è tenuto lontano dalla Capitale, lasciando che fosse il ministro Franco Frattini ad accollarsi l´arrivo di Gheddafi a Ciampino.
La linea di palazzo Chigi è dunque quella di minimizzare le frasi provocatorie del dittatore libico, cercando di spostare l´attenzione sui vantaggi per l´Italia di una visita comunque difficile da gestire dal punto di vista mediatico. «Le commesse che il governo ha concordato con i libici – spiegano nel governo – hanno aiutato le imprese italiane a fronteggiare la crisi. Gli italiani questo lo capiscono benissimo». Quanto agli eccessi dello scorso anno, gli uomini del premier sono certi che stavolta sarà tutto molto più sobrio: «L´anno scorso si chiudeva un rapporto storico, veniva archiviato il passato coloniale. Un´operazione enorme, che neppure la Francia ha fatto con l´Algeria. E Gheddafi colse l´occasione per calcare un po´ i toni, rivolto all´opinione pubblica dei paesi arabi e ai libici che lo seguivano dalla tv a casa. Stavolta è diverso, inoltre la parte ufficiale della visita durerà solo un giorno». C´è tuttavia anche la possibilità che questa sera Gheddafi inviti a sorpresa Berlusconi alle celebrazioni del primo settembre a Tripoli, per l´anniversario della “rivoluzione” (il colpo di stato militare) che rovesciò re Idris. A quel punto il premier non potrebbe sottrarsi, specie se l´invito sarà formulato in pubblico.
Ma la curvatura “islamica” che il Colonnello ha voluto dare alla sua visita mette a disagio i cattolici e rischia di creare qualche tensione con il Vaticano. Un rapporto, quello tra il governo e la Chiesa, che Gianni Letta cura da vicino, tanto da aver partecipato alla “Perdonanza” all´Aquila nonostante le contestazioni annunciate dei terremotati. Dal caso “Boffo” dello scorso anno quel fronte è sempre in cima alle preoccupazioni di palazzo Chigi e la predicazione coranica del Colonnello, nel cuore della città di San Pietro, scopre un nervo sensibile. Di fatti, nonostante la consegna del silenzio, gli esponenti del Pdl più vicini al mondo cattolico scalpitano. «Quello che più mi preoccupa – spiega Maurizio Lupi, reduce dal Meeting di Cl – è che ci stiamo abituando a questi show di Gheddafi, tanto che queste stupidaggini sull´Islam passano quasi in secondo piano. Bisognerebbe ricordargli che proprio la generosa accoglienza nei suoi confronti testimonia tutta la grandezza della cultura cristiana che è alla base dell´identità europea». Insomma, conclude il vicepresidente della Camera, «Gheddafi può dire quello che vuole, il governo non è in imbarazzo. Ma noi però possiamo anche giudicarlo e sarebbe bene che le sue prediche le andasse a fare da un´altra parte». Anche il sottosegretario Carlo Giovanardi mastica amaro: «Mentre Gheddafi può venire a dire a Roma quello che vuole, il Papa non può andare a Tripoli o in Arabia Saudita a fare altrettanto. È sgradevole». Giovanardi tuttavia fa una tara sulle uscite «folkloristiche» del leader libico: «Ha atteggiamenti stravaganti, ma anche il nostro benamato presidente Cossiga diceva ogni tanto cose che scandalizzavano».
C´è infine il problema della Lega Nord. Il corpaccione del Carroccio vorrebbe reagire e, come al solito, è il sulfureo Borghezio a dare voce al sentimento prevalente nella base lumbard. Se per Roberto Calderoli, visto il tragico precedente della t-shirt con le vignette su Maometto, il silenzio è comprensibile, a consigliare prudenza agli alti papaveri del Carroccio è invece la questione immigrazione. «Grazie ai libici – spiega una fonte – Maroni ha potuto bloccare gli sbarchi dei clandestini sulle coste italiane. Se li facciano arrabbiare quelli aprono i campi e si ricomincia con i gommoni nel canale di Sicilia». Insomma, la realpolitik, per una volta, impone anche ai leghisti di baciare il rospo e augurarsi che riparta in fretta.

La Repubblica 30.08.10

"Perché non siamo un Paese per scienziati", di Irene Tinagli

Gli italiani non sono solo un popolo di poeti e navigatori, ma anche di ottimi medici e scienziati. Non c’era certamente bisogno di una nuova classifica per appurarlo, tuttavia la lista della Virtual Italian Academy, che valuta la performance in termini di pubblicazioni e di impatto accademico di 400 ricercatori italiani, ce lo conferma e ci costringe a ricordare nomi di nostri illustri connazionali che troppo spesso lasciamo in ombra. Nomi come quelli di Carlo Croce, Napoleone Ferrara, Giorgio Trinchieri, Alberto Mantovani e molti altri ancora. Uomini (e donne, come Silvia Franceschi, a capo del gruppo di biologia ed epidemiologia dell’Agenzia internazionale per la Ricerca sul Cancro di Lione) che hanno dato e stanno dando contributi essenziali alla lotta contro malattie come il cancro, l’Hiv, la leucemia, l’epatite e molte altre che affliggono il genere umano.

La classifica però ci offre anche altri spunti di riflessione. La prima cosa su cui ragionare è la constatazione che una grande fetta di questi nomi eccellenti non stanno conducendo la loro ricerca in Italia ma all’estero.

Tra i migliori 20 solo 7 lavorano in Italia, gli altri 13, ovvero il 65%, sono tutti fuori. Allargando la lista ai top 50 le cose non migliorano molto: quasi il 60% dei migliori 50 è all’estero. Le proporzioni si invertono se andiamo a vedere la parte bassa della classifica: tra gli ultimi 100 il 74% è in Italia. Questo non significa solo che gli altri Paesi ci rubano tutti quelli più bravi, perché in realtà molti di quelli che sono all’estero vi si sono trasferiti assai prima di diventare famosi (Carlo Croce è in Usa da circa trent’anni, Napoleone Ferrara dai tempi del suo postdottorato alla Ucla, e potremmo fare altri esempi analoghi), ma significa che chi è andato all’estero, pur avendo già una marcia in più, ha trovato le condizioni giuste per poter sfruttare questa marcia e correre più veloce verso la meta.

È anche per questo che se andiamo a vedere l’indice H, ovvero l’indice di performance utilizzato per stilare la classifica, e ne calcoliamo la media per tutti i ricercatori che sono in Italia confrontandola poi con la media di coloro che sono all’estero, ci accorgiamo che i ricercatori che lavorano in Italia hanno una performance media molto più bassa di quelli all’estero. L’indice di performance medio per i ricercatori che lavorano in Francia è di 57.4, per quelli in Usa è 56.3, per quelli in Svizzera 51.8, per quelli in Italia è 44.9. Si tratta chiaramente di numeri da prendere con estrema cautela, perché includono ricercatori attivi in settori anche molto diversi e quindi non sempre confrontabili, ma a livello meramente indicativo danno quantomeno dei segnali. Il segnale chiave è che all’estero la produttività scientifica, che non dipende mai esclusivamente dall’individuo ma dal contesto in cui si forma e opera, è assai più elevata che da noi.

Un’altra cosa importante da tenere in considerazione è che i nostri ricercatori all’estero non solo hanno avuto le condizioni per crescere e affermarsi, ma anche quelle per formare le nuove generazioni di scienziati del Paese in cui operano. Infatti la maggior parte di loro sono ormai da molti anni direttori di grandi centri di ricerca che hanno a disposizione centinaia di giovani e centinaia di milioni di dollari per fare ricerca, assumere e far crescere nuovi ricercatori. Un sistema così oliato non solo garantisce all’individuo bravo l’opportunità di lavorare bene e di emergere, ma dà a tutto il sistema di ricerca nazionale una continuità fondamentale per contribuire al benessere e alla crescita del Paese. La possibilità di avere risorse assegnate sulla base delle capacità e dei risultati, nonché quella di poter assumere e coordinare team di ricerca capaci, affiatati e operativi con una certa continuità sono condizioni essenziali per la produttività della ricerca scientifica. Purtroppo in Italia queste condizioni sono mancate per troppo tempo e solo in parte riusciranno a essere generate dalla recente riforma delle Università (sempre che i numerosi aspetti su distribuzione di fondi e incentivi lasciati a provvedimenti successivi del governo vengano poi attuati). Senza contare che le condizioni per una buona ricerca non stanno solo nel sistema di funzionamento dell’Università. In Italia non se ne parla mai, ma per fare ricerca non servono solo assunzioni o laboratori. È altrettanto importante, per esempio, poter avere o raccogliere dati, informazioni, statistiche, condurre esperimenti, studiare casi. E questa disponibilità dipende dall’organizzazione e dal funzionamento di mille altri enti e istituti: dall’organizzazione di Asl e ospedali fino all’Istat e alla Banca d’Italia.

In alcuni settori tali condizioni sono anche migliori in Italia che in altri Paesi (per esempio in alcuni ambiti medici, dove non a caso abbiamo eccellenze significative), mentre in altri settori (per esempio in alcune scienze sociali come sociologia, alcuni rami di economia e public policy), i dati disponibili sono spesso lontani dalla quantità e soprattutto qualità di quelli disponibili in altri Paesi. In Italia si fanno tanti sondaggi d’opinione, ma i dati statistici che servono per la ricerca accademica fanno fatica a essere raccolti e resi pubblici in modo sistematico, costante e capillare. Manca una cultura che veda in queste attività una forma di investimento per la conoscenza e la crescita del Paese. Basta pensare che a maggio 2010 l’Istat non aveva ancora ricevuto i fondi per la realizzazione del censimento 2011.

Insomma, le eccellenze non sono e non possono essere punte di iceberg che ogni tanto ci sorprendono e ci fanno compiacere della nostra bravura. Sono fenomeni che vanno saputi coltivare e portare avanti con costanza, consapevolezza, lungimiranza, dentro e fuori le università. Implicano uno sforzo collettivo, economico e culturale. L’Italia dovrebbe cercare di lavorare di più sulle condizioni affinché chi resta in patria possa essere produttivo al pari dei propri colleghi all’estero, e affinché possa realizzare questi obiettivi sentendosi non un eroe donchisciottesco e solitario, ma un «normale» scienziato che fa il proprio lavoro in un sistema motivante e funzionale.

La Stampa 30.08.10

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“Cervelli italiani, tutti over 55”, di FLAVIA AMABILE

Dove sono i cervelli italiani che hanno meno di 55 anni? Non in Italia, di sicuro. A scorrere la prima classifica con nomi, provenienza e paese di destinazione lavorativa compilata dalla Via-Academy, associazione di accademici espatriati, c’è da riflettere molto sul futuro di ricercatori e scienziati del nostro Paese.

Su 400 nomi di grandi cervelli, in 268 lavorano ancora in Italia, circa 6 su 10. Fin qui, tutto bene. I problemi iniziano quando si va a dare uno sguardo alla parte alta della classifica. La ricerca è stata appena completata, quindi i dati sono aggiornati in tempo quasi reale. I venti risultati più elevati sono divisi fra 29 scienziati, solo 11 lavorano in Italia, vale a dire circa 3 su 10.

Sono i cervelli italiani che ce l’hanno fatta senza fuggire, persone che hanno dato grandi contributi alle ricerche nel campo dell’immunologia o della ricerca sulle cellule. C’è uno dei più importanti nefrologi del mondo e chi ha fatto molto negli studi sul cancro. Hanno tutti più di 55 anni.

Non è così per chi è espatriato. Al quinto posto della classifica c’è Alex Sette, brillantissimo immunologo che da poco ha superato i cinquant’anni e già da tempo direttore del centro di Malattie Infettive di La Jola in California. Oppure al decimo posto c’è Pier Paolo Pandolfi, che addirittura di anni ne ha 47, è volato negli Stati Uniti subito dopo la laurea da ricercatore presso la Harvard Medical School di Boston, ed ha scoperto un nuovo metodo per combattere il cancro.

Altre storie, altre vite. Chi resta in Italia, lo sa. Farcela è più difficile, ma addirittura impossibile se si pretende di restare al Sud. I nomi nella parte alta della classifica lavorano a Milano, Genova, Padova e Torino. E non va molto meglio se si considera il totale dei cervelli rimasti in Italia: in classifica esistono solo due città meridionali. Napoli è all’undicesimo posto ma solo grazie alla presenza di altri centri di ricerca come Telethon e il Cnr. E Bari – dove esiste solo l’Università – è all’ultimo posto. Infatti per incontrare il primo cervello italiano che lavori al Sud bisogna superare altri 26 scienziati sparsi nel mondo o nel nord Italia, e per incontrare il primo che lavori in un’università meridionale bisogna superarne almeno 100.

L’idea di stilare la classifica è di Mauro degli Esposti, biochimico originario di Imola, dal 2003 insegna Molecular Toxicology all’Università di Manchester in Gran Bretagna. Insieme con Luca Boscolo, consultente informatico con molte esperienze internazionali, hanno preso in considerazione l’h-index, uno dei parametri più usati a livello internazionale per valutare ricercatori e scienziati sulla base delle pubblicazioni e citazioni ma anche con una piccola correzione sul tempo in modo da non favorire i più anziani. «non esiste alcuna analisi del genere finora, solo una classifica di università derivata dai dati CIRV2003 ed una più recente ristretta ad accademici di fisica – racconta il prof. Mauro Degli Esposti – I risultati del nostro lavoro sono aperti a varie interpretazioni. Il primo che balza agli occhi è che tutti – o quasi – i top dei top sono all’estero, una situazione veramente anomala per una nazione con tanti talenti».

La Stampa 30.08.10

Premio di satira: Gelmini sarta subito! Più si taglia più si raglia

Con piacere pubblichiamo il bando del premio di satira “Gelmini sarta subito! Più si taglia più si raglia”, promosso da un gruppo di insegnanti che cercano di dare voce ad una scuola agonizzante ma ancora capace di stupire.

Per aderire, estendere l’invito ai vostri contatti e dare visibilità all’iniziativa, vai a
http://www.facebook.com/group.php?gid=131383966892803&ref=mf

Art. 1) Fateci ridere, liberateci dalle ragnatele mentali, stupiteci. Ogni cosa ha sempre un’altra faccia, come la luna. E’ questo il lato delle cose che genera meraviglia.
Art. 2) La partecipazione al concorso è assolutamente gratuita e aperta a tutti coloro i quali non hanno Ketchup nelle vene.
Art. 3) L’obiettivo di fondo di questa sfida all’ultimo neurone è quello di utilizzare la forza comunicativa della satira per coinvolgere il personale docente e non docente, le famiglie, gli studenti, tutti coloro i quali non hanno il quoziente intellettivo di una nespola, in una discussione critica sui rischi e le opportunità legate ai rilevanti cambiamenti che investiranno l’universo formativo, il luogo dove i sogni imparano a camminare. Pertanto, il contenuto dell’opera deve essere inscindibilmente connesso al tema del premio: “LA SCUOLA DELLE LIBERTA’ ”.
Art. 4) Sono ammesse poesie, battute, filastrocche, slogan, barzellette, brevi epigrammi, vignette, canzoni, miniracconti, qualunque idea creativa, purché di lunghezza tassativamente non superiore a 30 righe da 60 battute (una cartella, spazi inclusi). Ogni partecipante può inviare un solo scritto
(anche in lingua straniera, dialetto o “gotico vampirico”, purché accompagnato da traduzione italiana).
Art. 5) Gli scritti vanno inviati esclusivamente via e-mail, in formato .doc, entro e non oltre il 15 Settembre 2010, al seguente indirizzo: gelmini.sarta.subito@hotmail.it . Ogni candidato deve allegare all’elaborato un breve curriculum, i dati anagrafici e una dichiarazione firmata attestante che l’opera è di esclusiva produzione personale, inedita, mai premiata né segnalata in altri concorsi.
Art. 6) La valutazione delle opere è affidata al giudizio insindacabile e inappellabile della giuria, i cui nomi verranno resi noti il giorno della premiazione.
Art. 7) I primi classificati riceveranno come premio oltre l’attestato, la coppa e la pubblicazione on line dell’opera, la visibilità garantita dalla partecipazione al concorso di idee e … una sorpresa indimenticabile! L’attribuzione dei premi è subordinata, pena la decadenza, alla presenza dei vincitori (o di loro delegati) alla cerimonia conclusiva. La premiazione si terrà in data e luogo da destinarsi, indicativamente a Catania intorno alla fine del mese di settembre. Luogo e giorno precisi verranno comunicati direttamente ai vincitori via e mail; gli altri concorrenti potranno verificarli su Facebook, digitando “Premio Gelmini sarta subito!”, oppure richiederli per posta elettronica all’indirizzo: gelmini.sarta.subito@hotmail.it .
Art. 8 ) Pur garantendo la massima attenzione, la Segreteria declina ogni responsabilità per l’eventuale smarrimento degli elaborati
Art. 9) Ogni autore è responsabile del contenuto delle proprie opere. Non verranno presi in considerazione gli scritti pervenuti in ritardo, che violano le regole del bando, che si collocano al di là dei confini della decenza e del buon gusto.
Art. 10) I diritti delle opere che partecipano al concorso restano di completa ed esclusiva proprietà degli autori, ad eccezione di quelli concernenti la pubblicazione a stampa e/o on line (a cura degli organizzatori del premio, senza alcun compenso per gli autori).
Art. 11) Con l’invio degli elaborati partecipanti al premio, l’interessato acconsente, ai sensi della normativa vigente sulla privacy, al trattamento dei dati personali, limitatamente agli scopi del concorso in oggetto. I dati dei concorrenti non verranno comunicati né diffusi a terzi e in qualsiasi momento si potrà chiedere l’aggiornamento o la cancellazione, scrivendo alla nostra segreteria.
Art. 12) L’organizzazione si riserva il diritto di apportare modifiche al presente regolamento, qualora dovessero verificarsi circostanze contingenti non previste. In tal caso, verrà data tempestiva comunicazione agli interessati.
Art. 13) Con l’invio dell’elaborato l’autore attesta, sotto la propria responsabilità, che l’opera è in regola con le norme del bando di concorso, che ne ha preso visione e che ne accetta ogni sua parte. Per quanto non esplicitamente dichiarato è abilitata a decidere, in piena autonomia, la segreteria del Premio.
Art. 14) Per eventuali informazioni potete rivolgervi all’indirizzo e-mail: gelmini.sarta.subito@hotmail.it .
Art. 15) BUON DIVERTIMENTO!

Guglielmo La Cognata, Marinella Spina, Giovanni Lo Castro

Bersani: «Tanto entusiasmo rafforza la battaglia per una nuova legge»

«È la dimostrazione che c’è grande voglia di partecipazione». Reagisce così il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, che incontriamo in un albergo del centro di Torino quando sta per andare a Piazza Castello per il discorso d’apertura della Festa nazionale del Pd, alla notizia della straordinaria adesione dei lettori all’appello de l’Unità . L’idea delle primarie ovunque, come strumento per rimediare ai danni del “porcellum”, era stata prospettata da lui stesso in una serie di occasioni. «Ma questo entusiasmo – aggiunge – deve e può aiutarci a cambiare l’attuale legge elettorale». È questo il principale obiettivo del Partito democratico. «In questa fase – prosegue Bersani – non possiamo rassegnarci, non possiamo accontentarci di dare l’esempio. In gioco c’è il destino del paese, non è solo questione di quanto sia a posto il Pd. Il nostro è il partito della partecipazione, lo abbiamo dimostrato ogni qualvolta abbiamo fatto ricorso alle primarie per le scelte più importanti. Ora però dobbiamo concentrarci per cambiare la legge elettorale. Perché se anche il solo Berlusconi riesce a nominare i suoi parlamentari, non è che l’Italia starà meglio. Anzi«. Il ragionamento del il leader del Pd è che la «porcata» di Roberto Calderoli gioca una parte non secondaria nell’attuale opera di delegittimazione del Parlamento. Solo con deputati e senatori della maggioranza “nominati” dai vertici di partito o addirittura da “uno solo”, dice Bersani, Camera e Senato possono essere impunemente trasformati in “votifici” dove la discussione è bandita, il confronto democratico annullato e il dissenso messo a tacere con il continuo ricorso al voto di fiducia. Per questo la battaglia per cambiare la legge elettorale è considerata “prioritaria”. Il problema del che fare se il “porcellum” dovesse restare è però presente. Perché, viste le condizioni della maggioranza, la situazione politica potrebbe precipitare e, quindi, potrebbe mancare il tempo materiale per la riforma della legge. In questo caso, assicura il segretario del Pd, il Partito democratico farà le sue scelte «ricorrendo ai più ampi meccanismi di partecipazione». «I nostri parlamentari – conclude – non saranno nominati».

L’Unità 29.08.10

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“Appello de l’Unità primarie in tutte le circoscrizioni Una valanga di firme”, di Giovanni Maria Bellu

Quando abbiamo deciso di lanciare la campagna per le primarie nelle circoscrizioni elettorali prevedevamo una risposta positiva. Ma non di queste proporzioni. A partire da lunedì allargheremo e razionalizzeremo le condotte, attrezzeremo il nostro sito in modo da semplificare e rendere più veloce il meccanismo delle adesioni. Non si preoccupino quelli che hanno inviato i loro messaggi e non li hanno visti pubblicati subito: li stiamo liberando tutti e nessuno resterà fuori. Il direttore nell’editoriale di ieri ha chiarito il senso di questa iniziativa. E le ragioni che ci hanno spinto ad avviarla in modo completamente aperto, senza far seguire al testo dell’appello le firme di autorevoli sostenitori. L’Unità è uno strumento di lavoro politico e culturale a disposizione dei milioni di cittadini dalle storie e dai percorsi diversi che hanno aderito al progetto del Partito democratico con la convinzione di poter costruire, sulle fondamenta delle altre città dove in passato vivevano i democratici italiani, la città futura. Nel cantiere di questa città c’è di tutto. Ci sono monumenti che il mondo ci invidia, ci sono quartieri residenziali e popolari, abitazioni costruite nell’emergenza e altre pensate ed edificate nei decenni, strade rettilinee e vicoli bui, c’è anche un cimitero dove non tutte le tombe hanno la croce. Quella del fondatore di questo giornale, per esempio. Ci sono sensibilità diverse e storie diverse. Quella comunista, quella cattolica, quella socialista e quella di chi, non riconoscendosi in alcuna delle storie precedenti, ha pensato di riconoscersi nella storia di un partito nuovo. I milioni di cittadini che hanno partecipato alle primarie degli anni passati rappresentano questo: la confluenza, in un unico luogo, di donne e di uomini provenienti da luoghi diversi, a volte lontani che, però, negli anni, sono stati illuminati dallo stesso sole. Un sole, lo diciamo a rischio di apparire retorici, “costituzionale”. Perché i vecchi e i nuovi abitanti della città che stiamo costruendo riconoscono tutti che il monumento più importante – uno dei monumenti che il mondo civile ci invidia – è quello che fu costruito in Italia dai padri costituenti subito dopo la guerra, quando le macerie erano molte, molte di più di quelle che oggi ci circondano. Che pure non sono poche. Fuor di metafora: sconfitte elettorali cocenti, occasioni drammaticamente perdute, la sottovalutazione del conflitto di interessi, l’incapacità di far seguire alla fondazione di un nuovo partito la nascita di una nuova classe dirigente che rappresentasse in modo adeguato il partito del futuro, cioè quella parte – che se non altro per ragioni anagrafiche è fatalmente destinato a diventare maggioritaria – dei militanti e degli elettori che non si riconoscono completamente in alcuna delle tradizioni precedenti.

Non è facile la vita nel cantiere della città dei democratici. Ogni tanto qualcuno perde la testa. Altri restano con le mani in mano e guardano la luna rimpiangendo un passato irripetibile. Ci sono quelli che entrano ed escono in relazione all’orario della distribuzione dei pasti. E quelli che entrano negli edifici di pregio e studiano come sottrarre gli arredi perché già pensano a piccole aree incontaminate dove costruire case comode dalle quali irridere la fatica di chi invece, come noi, pensa che si debba stare qua. Perché solo qua, ripulendo le macerie ed edificando nuove impalcature, c’è lo spazio per una città abbastanza grande per tutti. Solo qua, nella storia di questo paese, della sua sinistra, delle sue eccellenze e delle sue meschinità. Ci conforta sapere che i dirigenti del Partito democratico, ai quali l’appello con tutte le firme sarà consegnato (e saranno consegne periodiche, perché di firme contiamo di raccoglierne moltissime) apprezzino la nostra iniziativa. Dal segretario Pier Luigi Bersani a Valter Veltroni. Siamo convinti che, tra le responsabilità di una classe dirigente, una delle più grandi sia preparare e favorire il proprio ricambio. Non si può dire: chi c’è si faccia avanti. Bisogna creare le condizioni perché questo avvenga. La nostra iniziativa è un modo per aiutare i dirigenti di oggi a individuare quelli di domani. L’impressionante risposta che voi lettori avete dato (nelle pagine successive diamo conto di una parte, piccola, dei messaggi) ci conferma in un’altra convinzione: che la disaffezione, il disimpegno, l’astensionismo, il farsi da parte, non siano il frutto marcio di una società in crisi, ma precise responsabilità della politica. Se la gente non partecipa è perché non trova i luoghi. Quando il luogo esiste, la gente partecipa. Se ne ha la prova tutte le volte che si apre un luogo d’incontro. Ieri è avvenuto a Torino con la festa del Partito democratico. Le primarie nelle circoscrizioni non solo consentiranno di rimediare al vulnus alla democrazia prodotto dalla porcata di Roberto Calderoni, ma saranno anche un momento per dare a ciascuno dei cittadini che in questi anni hanno creduto alla città futura la possibilità di controllare il lavoro degli ingegneri e degli architetti. Non solo portare mattoni, ma decidere l’architettura della casa comune.

L’Unità 29.08.10

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Intervista a Ottavia Piccolo: «Questa è gioia, torniamo in campo contro la malinconia», di Toni Jop

E quindi sei d’accordo? «Chiedimi se preferisco una carezza o un pugno, è la stessa cosa, primarie sicuro, vuoi che ti dica tutta la verità?», mai tutta, prego: «L’Unità lancia una campagna che ha già dalla sua la base democratica, di sinistra, delusa in parte ma non rassegnata, sono pronta a scommettere, sarebbe diabolico che non avesse successo, ma non credo al diavolo». Ottavia Piccolo è seduta al fresco della sua terrazza veneziana. Le abbiamo chiesto cosa pensa dell’iniziativa del nostro giornale. La prima risposta l’avete già letta. Ma qualcosa dobbiamo dirlo sul motivo che ci ha convinti della bontà della sua voce per tenere a battesimo una campagna così legata alla democrazia. Ottavia è un’attrice di gran livello che ha attraversato il cinema italiano in un’era argentina e frizzante di commedie, è approdata prestissimo al teatro mentre Strehler le apriva le porte e la faceva accomodare sul palco. E su quei palchi è rimasta e sta. Producendo un teatro progressivamente sempre più nelle sue mani, sempre più conficcato nel dolore e nella sofferenza dei nostri tempi, nelle sue stimmate. Racconta la salita verso la libertà, le libertà, da cinquant’anni, testimone riconosciuta di una sinistra che non resta ferma, che si spende per cambiare le cose e se stessa. La proposta lanciata nelle ultime ore funziona, il sito del giornale è in difficoltà per l’onda delle adesioni…. Visto? La gente di sinistra aspettava, aspetta. La gente di sinistra sa e ha cuore, se vuoi darle da mangiare offrile parole e azioni di liberazione, come questa che l’Unità ha messo in copertina. Ma che si sta ancora a discutere? Le primarie sono la manna, e al diavolo precauzioni e diffidenze, non chiami i cittadini a piegarsi al populismo ma ad aprire le braccia alla partecipazione, dipende da quel che chiedi, dalla natura dell’opzione se stai facendo del populismo oppure no. Quanto bell’entusiasmo. Ti accuseranno di ingenuità… Facciano, quante storie per un “era ora”, ogni volta che ci pare di vedere l’azzurro che torna, qualcuno ci accusa di essere ingenui. Cos’è diventato questo paese? Pare quasi che ogni azione palese e corale sia il frutto dell’ingenuità, per non essere ingenuo devi operare nell’ombra, allora sei bravo, peccato che il luogo, l’ombra, sia il tavolo del potere. In tempi di assenteismo elettorale che pretende i galloni del realismo senza fronzoli… La crisi ha appesantito la sottrazione di potere dalle mani dei cittadini, con le primarie si riaccende anche un fuoco che minacciava di spegnersi, l’ho detto, “Era ora”… Tutta colpa di chi? Se bisogna fare campagna per un obbiettivo tanto ben illuminato dalla fiaccola – ciapaquà – della democrazia, qualcosa deve voler dire… La colpa è di una destra che ora scopre il piacere di una sua legge che espropria gli elettori di una garanzia costituzionale: ma i candidati devono deciderli i cittadini, non i partiti. Dobbiamo scolpirlo nel marmo? Questa sinistra ai suoi piani alti non è sempre meravigliosamente sensibile a ciò che fa battere il cuore alla sua base. Dove eravamo arrivati? Alla fiaccola e alla luce… Non è forse vero che da qualche tempo tutta la destra sembra solidarizzare per la permanenza di questa porcata di legge elettorale? Ma le primarie come sistema ora si pongono come conquista, a sinistra, e non come dato acquisito… Non ho mai capito e non capisco le resistenze all’adozione di questo modello di partecipazione attiva. Alle spalle di un paio di pensieri che vengono usati contro le primarie vedo un gran bisogno di conservazione e segni di sfiducia nelle dinamiche della partecipazione popolare. Dovrei chiedermi cosa voglia dire questo atteggiamento nelle file e nella cultura di sinistra, ma oggi è un buon giorno… Spontaneista di sinistra? Dove ci hanno portato quei pensieri sui luoghi deputati della politica, che per far politica c’è il Parlamento e il resto è populismo? E poi cosa c’è di spontaneista nell’adesione a un dispositivo che dal punto di vista formale complica il percorso decisionale? Il premier padrone di tutto, a partire dai suoi vassalli, dice che rivedrebbe la Costituzione pur di intascare altro potere. Noi sosteniamo invece che il potere deve tornare oppure andare nelle mani di quanta più gente possibile… Stiamo parlando di liste elettorali… E non è potere quello di definire i lineamenti fisici e culturali della rappresentanza? Sai cosa scatena un’apertura simile? Gioia, e sai cosa vuol dire la gioia in politica come nella vita? Che tutte le cellule del tuo corpo riprendono vita, si cambia, si fa, si torna in campo a spettinare il recente passato e la sua maliconia. Era ora.

L’Unità 29.08.10

"La metafora della follia", di Michele Serra

Una rissa tra ginecologi in una sala parto, con scambi di pugni e vetri infranti, non è neanche classificabile nella già notevole casistica della “malasanità”. È piuttosto uno di quei sintomi di ammattimento sociale che turbano per la loro irriducibilità a qualunque regola, non parendo vero che proprio in quel luogo, e nell´urgenza di un cesareo, siano due medici a usare violenza, prima che a loro stessi, alla fragilità di una madre e di un bambino affidati alle loro cure.
Entrambi, madre e figlio, hanno avuto conseguenze gravi (danni cerebrali per il neonato) al termine di un parto difficile. La direzione sanitaria dell´ospedale di Messina fa sapere che la rissa non è avvenuta in presenza della madre, e che il cesareo avrebbe comunque presentato gravi difficoltà. Vero o non vero (la versione del padre non coincide affatto), rimane lo sgomento per un episodio che sarebbe solamente surreale – con venature di umor nero alla Mash – se non fosse annichilente. Il parto è uno di quegli avvenimenti che sospendono – non solo tra gli umani – ogni altra esigenza o attività o retropensiero. Mette in secondo piano, per il tempo necessario a compiersi, la vita attorno: compresa, ovviamente, la “rivalità professionale” alla quale le cronache attribuiscono lo scontro fisico tra i due dottori.
Se davvero a quella “rivalità professionale” puerpera e nascituro devono la loro infelice esperienza, e i danni subiti, l´episodio è di una gravità quasi incommentabile. Ma in ogni caso, anche se le sorti infauste del parto fossero indipendenti dall´inconsulto consulto che lo ha preceduto, ci si domanda quali siano, e se esistano ancora, le situazioni e i luoghi nei quali le “rivalità professionali”, e in generale i propri affaracci privati, i propri tiramenti, i propri isterismi, contano zero rispetto ai doveri sociali, alle esigenze della comunità, a priorità evidenti come un parto difficile in un ospedale pubblico. Il timore di una società in preda a incontenibili pulsioni narcisistiche, e sbocchi nevrastenici alla “lei non sa chi sono io”, e ossessionanti mire di carriera e di autoaffermazione (che formano legioni di frustrati e, di pari passo, legioni di violenti), in storie come questa di Messina trova le sue pessime conferme.
È come se argini sempre più fragili si opponessero alle pulsioni individuali, così che una scazzottata tra ginecologi “rivali” in sala parto magari può anche apparire, ai due protagonisti, come uno spiacevole ma comprensibile episodio “professionale”, cose che hanno a che fare con la carriera, con il ruolo nelle gerarchie interne, con la volontà di farsi valere. Fuori da quella logica – farsi valere, avere ragione, imporre il proprio carisma indipendentemente dal talento e dal calibro umano – che cosa rimane ancora in piedi? Non la vetrata infranta della sala parto, metafora di tutte le paratie, i limiti, le zone di rispetto che i rissanti travolgono senza curarsi dei danni e della paura altrui. I cocci li raccolgono sempre gli altri. In genere le donne.

La Repubblica 29.08.10