Latest Posts

"Corsia rapida per piccoli lavori", di Saverio Fossati e Guglielmo Saporito

Agevolato l’esame delle domande di autorizzazione paesaggistica. E alla fine è arrivata la deregulation. Annunciata dallo scorso autunno, osteggiata da chi teme il meccanismo che di fatto lega le soprintendenze al rispetto di tempi davvero corti, favorita da chi vuole sciogliere lacci e lacciuoli ai piccoli interventi, il 10 settembre entrerà in vigore. Il Dpr 139/2010, pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» del 26 agosto scorso, è il risultato di queste spinte e controspinte, anche se il testo era definitivo già da mesi.

La sostanza è quella di un termine ultimativo di 60 giorni per ottenere una risposta definitiva dalla pubblica amministrazione interessata (il più delle volte il comune), all’interno dei quali è contenuto anche il tempo per il parere della soprintendenza. Si tratta di termini molto stretti e che prevedono tra l’altro il salto di uno dei passaggi più criticati: quello della conferenza di servizi obbligatoria, che veniva accusata di essere all’origine dei rallentamenti in quanto, al momento della convocazione, mancavano spesso dei componenti.
La norma, comunque, è di enorme rilevanza perché sono milioni le unità immobiliari interessate dalla semplificazione: soggetti ad autorizzazione paesaggistica sono infatti, tra l’altro, tutti gli interventi nelle aree interessate dai piani paesistici, cioè almeno un terzo del territorio italiano.

Secondo Fulvio Irace, docente di storia dell’architettura contemporanea al politecnico di Milano, la norma va accolta con cautela, ma non negativamente: «Vorrei insistere – afferma – sul fatto che questa legge nasce dalla presa di consapevolezza che esistono trasformazioni minute degli edifici che sono appesantite dalla burocrazia. Anche sostituire un mattone scheggiato è un’operazione complessa: sotto questo punto di vista l’idea di snellire le pratiche è buona, anche per consentire ai tecnici, che sono pochi, di concentrarsi sui casi più complessi». È inutile, prosegue Irace, prescrivere norme se non ci sono persone in grado di di esercitare il controllo. «Il pericolo è semmai – conclude – la discrezionalità, i cui margini andrebbero ridotti al massimo».

Più preoccupato appare Paolo Pileri, docente di ingegneria del territorio al politecnico di Milano: «Bisogna capire questo decreto da che parte sta. Il nostro è un Bel Paese perché ha un bel paesaggio o perché bisogna semplificare a tutti i costi? Mi sembra, insomma, che la nuova norma tuteli più chi deve chiedere l’autorizzazione che l’amministrazione. Del resto vediamo già adesso i risultati con le autorizzazioni “non semplificate”».

L’esempio dei rischi cui il Dpr espone il territorio è già presente nel territorio alpino. Si tratta di una zona molto vasta, automaticamente tutelata dal Codice dei beni culturali. Qui oltre il 40% del territorio è costituito da comuni sotto i mille abitanti, con una persona (se va bene) addetta al controllo del territorio e al settore urbanistico. Ma i nuovi tempi di attivazione dei comuni per rispondere alle istanze semplificate (si veda l’altro articolo nella pagina) impongono sforzi molto superiori alle possibilità delle forze in campo.

«Ci sarà inevitabilmente – prosegue Pileri – un depotenziamento della pubblica amministrazione nel rispondere in modo positivo alle domande. Stesso discorso per i parchi. Queste semplificazioni si riducono, quindi, a uno sveltimento senza entrare nei particolari di merito. Anche le commissioni paesaggistiche provinciali rischiano di essere composte da persone poco qualificate, a causa della gratuità della funzione, quando l’esame di una pratica può, tranquillamente, portare via una mezza giornata. Ma se il paesaggio è un bene importante per questo Paese, allora dovremmo investire risorse».

Del resto, anche se qualificati come interventi minori, alcun opere sono problematiche: «Serbatoi di gpl, nuove finestre, modifiche alle falde, uso di altri materiali rispetto a quelli originali per i tetti, sono tutte opere che modificano tanto il paesaggio. Non solo. È avvilente per chi invece si sta adoperando per conservare il paesaggio, perché il vicino invece potrà fare tutti questi interventi» conclude Pileri.

Più prosaicamente, è evidente che nella grande maggioranza dei casi la soprintendenza non potrà rispondere nei 25 giorni a sua disposizione. Così la palla tornerà all’amministrazione (quasi sempre il comune) che emetterà il provvedimento di diniego o accettazione, magari anche nei tempi previsti ma, di fatto, decidendo da sola.

Il Sole 24 Ore 28.08.10

Welfare, l'Italia maglia nera in Europa

Le spese per famiglia e maternità sono tra le più basse: 1,2 % del Pil. La Cgil: «I bimbi salvati dai nonni valgono oltre 1,3 miliardi l’anno».
Italia cenerentola d’Europa: nel nostro Paese la famiglia e la maternità non sono le voci del bilancio che impegnano maggiormente la spesa pubblica. Anzi, nella Ue a 15 l’Italia risulta, insieme con la Spagna e il Portogallo, fanalino di coda per la spesa in rapporto al prodotto interno lordo. Per la famiglia e la maternità l’Italia spende infatti solo l’1,2% del Pil, quando in Europa si spende decisamente di più (2,1% nella Ue a 15 e 2,0% nella Ue a 27). A fotografare la situazione della spesa per la famiglia in Italia e negli altri Paesi europei è il ministero dell’Economia nell’ultima «Relazione Generale sulla situazione economica del Paese 2009».

Il dato comparato tra i vari Paesi più aggiornato risale al 2007, anche se la Relazione offre «un aggiornamento al 2009 dei soli dati relativi all’Italia» dai quali emerge che lo scorso anno la spesa per la famiglia è salita all’1,4%. Non disponendo dei dati comparati non si sa se con quello 0,2% in più l’Italia ha scalato qualche posto della classifica, dalla posizione di coda, ma è evidente che questo risultato resta ancora lontano dal 3,7% di spesa sul Pil registrato in Danimarca o dal 3% in Svezia. In ogni modo, pur escludendo i Paesi scandinavi che hanno una tradizione di welfare di un certo peso, l’1,2-1,4% dell’Italia resta lontano anche dal 2,5% della Francia, per fare un esempio, o del 2,8% della Germania, dove in ogni caso si spende il doppio per la famiglia rispetto al nostro Paese.

Per quanto riguarda invece la quota di spesa nell’ambito di tutte le prestazioni di protezione sociale, l’Italia tra i 27 Paesi europei precede solo la Polonia: nel nostro Paese, infatti, la quota per la famiglia e la maternità, nell’ambito della spesa per welfare, pesa il 4,7% (in Polonia il 4,5%). Mentre la media complessiva dei Paesi europei è dell’8%.

Se poi si guarda alle voci del Bilancio dello Stato, e in particolare a quelle delle prestazioni di protezione sociale, emerge che nel 2009 la spesa pubblica per assegni familiari è scesa a 6,390 miliardi di euro dai 6,675 del 2008 (-4,3%). In calo anche la spesa per l’indennità di maternità, che è in un’unica voce di bilancio assieme all’indennità di malattia e per infortuni: la riduzione delle uscite è stata nel 2009 del 2,5% rispetto al 2008.

La Stampa 28.08.10

«La tragedia del Pakistan e l'indifferenza d'agosto», di Lello Naso

C’è una classifica delle sventure? C’è una priorità della generosità? Ci sono morti – ci si passi l’aggettivo – più simpatici di altri? Disgrazie più mediatiche? Istintivamente, anche con un moto di ribrezzo, verrebbe da dire di no. Invece la cronaca dimostra il contrario. Quest’anno, il mondo intero si è mobilitato per il terremoto di Haiti. Miliardi di euro di aiuti da ogni paese, anche dai più poveri, star di Hollywood in passerella, protezioni civili in campo per contendersi la regia delle operazioni. Navi di soccorsi che partivano e arrivavano settimane dopo. Conti correnti attivi, televisioni in perenne diretta.

Il Pakistan è sommerso dalle piogge da un mese. È interessata una superficie pari a venti volte la Lombardia. I morti sono oltre 1.600, un numero imprecisato i dispersi, gli sfollati oltre tre milioni su sette milioni di alluvionati. Secondo i geologi, il riflusso produrrà ancora morte e devastazione. Il resto del mondo, per quel poco che le tv trasmettono, guarda più o meno indifferente. Ci sono paesi più attivi – la Gran Bretagna, la Svizzera – altri quasi inermi, tra cui l’Italia e gli Stati Uniti, tra i più solerti ad Haiti. La riserva di generosità si è esaurita nei Caraibi? Il Pakistan è un paese antipatico, la culla del terrorismo islamico?

Secondo gli psicologi di massa c’è un po’ di tutto questo. Contribuisce a fare la differenza anche il periodo in cui avvengono le disgrazie. Haiti è stata affossata a inizio anno, subito dopo Natale. Lo stesso era avvenuto con lo tsunami che aveva travolto i paesi dell’Oceano Indiano il 26 dicembre del 2004. In quel caso la molla erano stati i tanti turisti stranieri coinvolti, italiani compresi.

Le vittime lontane, questo è noto, interessano poco. Ad agosto, durante le ferie, è più scomodo fare un versamento, organizzare i call center, i soccorsi. In spiaggia anche le disgrazie diventano un’eco lontana. Al rientro in città fare una donazione diventa più semplice. Non ci sono più alibi.

da www.ilsole24ore.it

"Cl e quegli strani applausi a Marchionne", di Massimo Faggioli

Il liberalismo di Comunione e liberazione è al di sopra di ogni sospetto, quando si tratta di tributare applausi agli ospiti di riguardo.
La lista degli applauditi al Meeting di Rimini è tra le cose più ecumeniche la chiesa italiana possa vantare. Ma quello degli applausi è il solo liberalismo di cui possano fregiarsi Cl e il Meeting di Rimini che ne è la vetrina. L’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha parlato del ruolo del mercato, della concorrenza internazionale, dell’esigenza di mobilità, della ricerca e della cultura nel mondo di oggi. In particolare, ha dichiarato archiviata la distinzione «tra capitale e lavoro, tra padroni e operai». A sentire gli applausi , sembrava che la platea fosse costituita dalla Harvard Business School e non dal Meeting di Cl. Gli applausi a Marchionne, infatti, si possono spiegare solo in due modi: Cl è rimasta folgorata sulla via di Damasco da una visione dell’economia totalmente aperta, internazionalizzata e affidata ai soli meccanismi della concorrenza; oppure, in una radicale dissonanza tra le radici politico-culturali di Cl da una parte, e il messaggio dell’amministratore delegato della Fiat dall’altra parte, la platea di Rimini ha applaudito se stessa e la propria copertura mediatica.
La folgorazione non è da prendere in considerazione, tali e tante sono state le “svolte” annunciate dall’applausometro di Rimini negli ultimi trent’anni. La dissonanza è, invece, un elemento difficilmente controvertibile, se si mette a confronto il messaggio veicolato da Marchionne ai giovani di Cl a Rimini e la realtà di Cl, movimento di riferimento per il cattolicesimo italiano della “reconquista”. La dissonanza cognitiva dell’uditorio va rilevata perché è doppia, ed è indice di una patologia tipica della cultura politico-economica del cattolicesimo intransigente e dello stato di fluidità del cattolicesimo italiano.
In primo luogo, gli applausi alle parole di Marchionne vengono da un movimento che ha costruito la sua prosperità politica ed economica su una prassi diametralmente opposta rispetto al messaggio inspirational di Marchionne, e cioè su un sistema di potere chiuso e impermeabile. Un sistema che si basa sull’occupazione manu militari della sanità e delle aziende pubbliche lombarde, il radicamento politico nella Lombardia formigoniana di obbedienza berlusconiana (dopo alcune avventure tardo-terzomondiste nell’Iraq di Saddam Hussein negli anni Novanta), e un impianto culturale chiaramente avverso alla modernità, se non reazionario (si ricordi la mostra “storica” del Meeting di qualche anno fa sulle radici cospirazioniste e antipopolari dell’unità d’Italia). In secondo luogo, i plaudenti corifei del Meeting hanno totalmente dimenticato il potenziale contraddittorio (a dir poco) tra le dottrine economiche liberiste mainstream e la dottrina sociale cattolica nelle sue varie formulazioni: il magistero dei papi da Leone XIII in poi (Benedetto XVI compreso), la dottrina conciliare, la testimonianza del cattolicesimo di base nei paesi di missione (che Cl ben conosce).
Ci penseranno le settimane sociali dei cattolici italiani a riportare il discorso all’interno di un quadro di maggiore senso teologico ed ecclesiale. Ma il fenomeno Cl è una realtà significativa all’interno della chiesa italiana, e a derubricare le sciarade di Rimini a pure ingenuità giovanili si rischia di fare torto a Comunione e Liberazione, un fenomeno ricco e complesso, che non si può liquidare in aneddoti.
È un movimento internazionale, all’interno del quale, per esempio, i ciellini americani hanno ben poco (e sanno ben poco) del sistema di potere creato negli ultimi decenni in Lombardia e all’interno del Pdl: sono affascinati dalla lettura giussaniana della teologia protestante del Novecento e dall’idea di comunità cristiana nella società americana del “grande freddo”, e non certo dalle filiere politicopartitiche del movimento. Ma Cl è anche, in Italia, un movimento ecclesiale additato da vescovi e cardinali come il modello di nuovo movimento cattolico, e quindi non si può che restare sconcertati dalla volubilità culturale e politica di questa nuova élite cattolica: a meno che in quegli applausi Cl non applauda se stessa e il fatto di esserci.
Il cattolicesimo italiano rischia di rimanere politicamente homeless, e il caso di Cl lo conferma. Il movimento di Giussani rappresentava il modello più “riuscito” del superamento di quel cattolicesimo politico post-1945, post-notabilato, selezionato da organismi di natura assembleare o partecipativa sotto l’occhio vigile dei vescovi. Culla del personale politico cattolico più a suo agio sulla scena all’interno delle schiere berlusconiane, Cl era frutto di un meccanismo di autoselezione e di rappresentanza totalmente nuovo rispetto a quello di epoca democristiana.
Sul versante delle policies Cl da un lato parlava di economia del terzo settore e della solidarietà comunitarista- classista, e dall’altra di liberismo antistatale e pre-liberale. Ma se in passato Cl era solo una parte del movimento cattolico, in era berlusconiana è cresciuta (a livello di percezione, ma non solo) l’identificazione tra i “cattolici in politica” e la Cl organica alle file berlusconiane. Più della confusione ideologica mostrata a Rimini, è la sua progressiva identificazione col berlusconismo che rischia di condurre alla fine di un ciclo politico per il movimento.
Questo non significherebbe né la fine della crisi politica del cattolicesimo italiano, né tantomeno la fine di Cl. Ma, per tornare a Marchionne (e a Valletta), diventerebbe finalmente chiaro che se non è vero che «il bene della Fiat è il bene dell’Italia », non è neppure vero che il bene di Comunione e Liberazione è il bene della chiesa italiana.

da Europa Quotidiano 28.08.10

"La nostra vergogna", di Adriano Prosperi

La morte di un bambino di tre anni bruciato vivo in una baracca a due passi dal centro di Roma è una notizia sconvolgente.
È da tempo che accadono cose orrende. Ci furono i quattro bambini morti nell´agosto 2008 a Livorno, sotto un cavalcavia: Eva, 12 anni, Danchiu, 8 anni, Leonuca, 6 anni, e Mengi, di 4 anni. Eva morendo cercò di proteggere col suo corpo un fratellino. Questo fu il racconto dei loro corpi, simili ai calchi in gesso di Pompei. E il quattordicenne carbonizzato nel campo nomadi di Rivarolo nel marzo 2002. E l´altro quattordicenne, Marian Danilà, morto carbonizzato nell´area ex Falck di Milano nel settembre 2008. Allora don Massimo Capelli della Casa della Carità, disse: «Ci sono stati già quattro morti alla Falck, ma il Comune sa fare solo sgomberi».
Oggi i comuni continuano a fare e a minacciare sgomberi in Italia. Ma c´è un momento in cui dallo stillicidio delle cronache dell´orrore locale si passa alla corrente impetuosa di un grande problema collettivo che investe tutta la comunità internazionale, scuote le coscienze dei singoli, assume le dimensioni di un´urgenza assoluta davanti alla quale non ci si può più fingere disattenti né rimandare alle competenti autorità. Oggi forse quel momento è arrivato anche per la questione degli zingari: almeno lo speriamo. E´ un fatto che negli ultimi giorni la questione dei rom e dei sinti ha conosciuto un salto di qualità. Per merito non italiano ma francese. L´iniziativa di Sarkozy ha scosso e diviso l´opinione pubblica e ha portato a una ferma presa di posizione della Chiesa cattolica. L´appello del Papa ha richiamato la Francia al dovere di «saper accogliere le legittime diversità umane». E monsignor Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per i migranti, dice: «Quando ci sono espulsioni, ci sono sofferenze… Si tratta di persone deboli e povere che sono perseguitate, che sono vittime anch´esse di un ‘olocausto´ e vivono sempre fuggendo da chi dà loro la caccia». Nella dichiarazione di Marchetto la parola olocausto è tra virgolette. Ma è la parola giusta: ci sono testimoni che hanno vissuto la tragedia di allora e si ritrovano oggi davanti alla stessa macchina di odio. Valga l´esempio di Goffredo Bezzecchi, sopravvissuto alla deportazione di allora per trovarsi il 6 giugno 2008 nel campo rom di Rogoredo svegliato all´alba, messo in fila e schedato per l´operazione del censimento dei rom attuato dai superprefetti nominati dal governo.
Per questo salutiamo l´appello del Papa come il segno che le cose possono cambiare, che forse non è troppo tardi perché ci sia un ritorno alla ragione. Ma quel segno non basterà, dovrà essere ripetuto, dovrà risuonare non solo in francese. Dovrà riguardare lo scenario italiano e rispondere a quel ministro che agli italiani ha promesso che sarà più duro di Sarkozy. Dovrà dire con chiarezza ai politici italiani che su questo punto si giocheranno l´appoggio della Chiesa. Lo dovrà far capire a quel presidente del Comitato Sicurezza del Comune di Roma che, dopo la morte del piccolo rom, ha rilasciato questa incredibile dichiarazione: «È necessario continuare sul fronte delle espulsioni e dei rimpatri assistiti sull´esempio di quanto avviene in Francia».
Lo leggiamo con sensi di vergogna. Ci sentiamo corresponsabili di una offesa che «spezza il corpo e l´anima dei sommersi» e «risale come infamia sugli oppressori», come scrisse Primo Levi. Se un giorno il nostro paese sarà capace di ritrovare la via giusta, allora ci dovrà un luogo e un rito della memoria: e nel monumento della nostra vergogna, che immaginiamo come la discesa nel buio del monumento ai caduti americani del Vietnam, si dovranno leggere i nomi di tanti zingari, tanti bambini. Ma intanto, bisognerà cominciare a ripulire il linguaggio di quei sindaci che promettono di «bonificare» le città allontanando i nomadi: esseri umani come rifiuti da trasportare altrove perché non offendano la vista. Circola da tempo l´immagine del «troppo pieno»; per dire che nel paese non c´è posto per tutti. Metafora insensata in un paese che ha obbedito agli stimoli dissennati del premier e all´allentamento dei vincoli da parte di comuni coi bilanci in rosso e ha costruito un´infinità di case; case vuote, che nessuno compra. Ma quando prende piede la metafora dell´intolleranza spaziale siamo già entrati nell´antica rotaia maledetta del rapporto tra un popolo e il suo territorio. Il motto leghista «padroni a casa nostra» è il figlio smemorato dell´idea nazista dello «spazio vitale».

La Repubblica 28.08.10

"I berluscones ex An già divisi dal bottino", di Francesco Lo Sardo

Chi comanda fra gli ex colonnelli rimasti con il Cavaliere? Gli ex colonnelli di An, i nuovi falchi di Berlusconi? La verità è che la ferrigna testuggine di legionari, i nuovi pretoriani del Cavaliere, a pochi mesi dalla rupture nel Pdl di Fini al quale hanno voltato le spalle, sono già ridotti a uno spezzatino litigioso che per i loro sogni di gloria – conoscendo il Cavaliere – non promette nulla di buono.
Tutto si sa dei finiani usciti dai gruppi del Pdl: ma cosa sta succede tra gli ex finiani rimasti in casa di Berlusconi? Accade che i quattro ras ex An si stanno riorganizzando, ma ciascun per sè.
L’unica malta comune tra gli ex colonnelli di Fini è l’anti-finismo. Che in pratica consiste in un’azione incessante e in un pressing su Berlusconi per chiudere ogni possibile spiraglio di trattativa coi ribelli, anche a colpi di provocazioni: per sgomberare così tutti i posti occupati dagli uomini di Fini e sistemarci i propri.
Per il resto ognun per sè, a partire dalla spartizione dei beni ex An con i finiani: da cemento che unisce i berluscones, l’eredità diventerà dinamite. Sulle quote da ripartirsi tra gli ex colonnelli se ne vedranno delle belle. Del resto il cosiddetto “listone dei 75” ex An rabberciato dai quadrumviri Alemanno, Matteoli, La Russa e Gasparri nella famosa direzione del Pdl di aprile è durato lo spazio d’un mattino.
Già dall’indomani i quattro avevano ripreso a muoversi alla vecchia maniera. Per salvare la faccia hanno promosso un comizio- convention unitario ai primi di giugno. Ma restano suddivisi in tre tronconi, quasi quattro: i due principali sono quelli di La Russa e Gasparri Italia Protagonista (ma La Russa s’è già fatto una corrente personale lombarda La nostra Destra) e di Alemanno, Nuova Italia. Dei quadrumviri ex An il toscano Matteoli è quello che, nel mondo alla rovescia di Berlusconi, se la passa meglio. S’è legato a doppio filo all’aretino Denis Verdini che gli ha nominato – per dirne una – il fedele Maurizio Bianconi (quello che accusò Napolitano di tradire la Costituzione) vice tesoriere del Pdl in predicato per sostituire l’ex forzista Rocco Crimi.
In più Matteoli ha la sua Fondazione per la libertà: che vede tra i soci fondatori Guglielmo Rositani, del cda della Rai.
L’attività di La Russa, Gasparri e Matteoli, in questa fase, si concentra essenzialmente su un punto: impedire ogni appeasement tra Fini e Berlusconi, macellare i finiani, a Roma e in periferia. Se possibile aprire vertenze per sfrattarli (questo è il senso dello scontro sulle incompatibilità degli incarichi nel Pdl).
Con i finiani fuori dal Pdl, agli ex An rimasti con Berlusconi spetta il 30 % delle poltrone al partito e al governo. Per non parlare dei sotterranei patti di potere con Verdini per allargare la fetta di torta a danno degli sprovveduti ex forzisti (che reagiscono, come nel caso della Gelmini, creando altre correnti). Berlusconi fa finta di nulla e intanto li utilizza. Tanto la sua idea, tolto di mezzo Fini, è svuotare pian piano il Pdl e costruire il perfetto non-partito-comitato elettorale.
I sogni personali poi sono ancor più ambiziosi. La Russa si vede, prima o poi, presidente della camera (interessante il suo link con la Santanché, che gestisce la pubblicità del Giornale e lancia oscuri messaggi a Fini: «Lasci prima che escano altre cose…»). Gasparri vuol rifarsi un’immagine e imporsi mediaticamente come paladino dei valori cattolici e della legalità.
Alemanno infine deve guardarsi da Gasparri nel centro Italia e perciò sta riorganizzando la sua corrente. Ma anche il sindaco di Roma ha grandi piani per il dopo: oggi è il meno duro dei quadrumviri con Fini, domani si vede vicepremier con Tremonti a palazzo Chigi. Berlusconi li lascia sognare, tanto è gratis.

da Europa Quotidiano 28.08.10

"Scuola, per i precari in piazza la maggioranza ha solo insulti", di Felice Diotallevi

Con l’avvicinarsi dell’inizio della scuola si moltiplicano le iniziative di protesta contro i tagli agli organici. Ieri alcune decine di precari si sono presentata a Montecitorio dove si è tenuto un sit in per chiedere il ritiro della Riforma Gelmini. «La scuola pubblica non si tocca, la difenderemo con la lotta», lo slogan scandito mostrando uno striscione con su scritto «Tagli alla scuola: una truffa per tutti». In serata la protesta si è poi spostata in viale Trastevere, davanti al ministero dell’Istruzione, dove un piccolo gruppo ha passato la notte. Tra i manifestanti due precari siciliani, Giacomo Russo, ata di Palermo in sciopero della fame da dieci giorni, e Caterina Altamore, maestra precaria alle elementari da 14 anni, che da ieri ha iniziato la propria astensione dal cibo. L’intenzione è quella di proseguire a oltranza: «fino a che il ministro Gelmini non accetterà un incontro pubblico». Si tratta, assicura, nondi unabattaglia di una categoria, quella dei precari,ma per il futuro della scuola pubblica «e se abbiamo la forza di metterci insieme il governo dovrà cedere, perché noi siamo il Paese reale, loro sono virtuali e provvisori ». Ad appoggiare la protesta la Flc-Cgil e i sindacati di base. «La Cgil scuola – assicura il segretario, Mimmo Pantaleo, presente al sit in –non intende adottare un atteggiamento supino. Non ci interessa quello che fanno gli altri sindacati subalterni che accettano tutto quello che ha proposto il governo ».
IL PAESE REALE Sono 117.265 i docenti e 69.320 gli ata precari (numeri relativi all’anno scolastico passato), mentre quelli che attendono le nomine per le supplenza sono in tutto 20.000, secondo i dati della Flc-Cgil. «Il salva precari – ricorda Pantaleo – di fatto, salva solo il16%dei docenti che l’anno scorso hanno avuto una supplenza e il 5% del personale Ata. Mentre sono 25.600 i tagli previsti dalla riforma oltre il 50% dei quali concentrati nel sud d’Italia». Il sindacato ha indetto una serie di iniziative di protesta, tra le quali assemblee aperte in tutti gli istituti per l’inizio dell’anno scolastico e un’ora di sciopero ogni quindici giorni a partire da ottobre. Il Pd, presente ieri in piazza con un delegazione, ha chiesto che alla riapertura delle Camere il governo ridiscuta la riforma Gelmini e prenda in considerazione il piano triennale varato dal governo Prodi che garantiva 150 mila stabilizzazioni in tre anni. «Sono donne e uomini di quel paese reale che questo governo ignora facendo promesse immancabilmente disattese, lasciandoli sulla strada insieme al futuro del paese», commentava ieri Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd. «Gelmini e Tremonti – ha concluso – cancellino i tagli e diano le risorse che servono per rispondere alle richieste della scuola dell’infanzia e del tempo pieno e per il sostegno agli studenti con disabilità ». Il Pdl, invece, liquida con poche lapidarie parole il dissenso della piazza. Giorgio Stracquadanio, parla di «falsi precari, militanti politici» e punta il dito contro l’opposizione che «tenta di agitare la piazza contro il governo».

L’Unità 28.08.10