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"Bersani: il governo non arriva a fine legislatura e con Fini possiamo discutere di assetti costituzionali", di Ce. Do.

Trova subito il tempo di scherzare con i cronisti che lo intercettano al suo arrivo al Meeting riminese di Comunione e liberazione. «Sono sempre venuto, cosa volevate? Cacciarmi via questa volta». Poi, però, il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, riprende i panni di leader del principale partito dell’opposizione e puntella la sua ricetta per sconfiggere il berlusconismo. «Il governo – dice – non arriverà a fine legislatura». Ma premette che la sua analisi «prescinde da questo agosto vergognoso e va più a fondo. Il governo non ce la può fare. Non lo dico da adesso, è da un anno che lo dico». Poi, aggiunge, «non so mettere appuntamenti. Già adesso si vede il profondo disfacimento su dei punti di fondo».

Le ragioni della crisi della maggioranza sono chiare. L’accordo su temi economici e
sociali in realtà è una favola e, precisa Bersani, «la deformazione della democrazia non ha portato risultati e preoccupa anche forze conservatrici. Questi due elementi sono gli elementi di fondo della crisi della maggioranza e delle chiusura anche di una parte di questa e non è rimontabile. Si può tentare di vivacchiare ma questo tema non è rimontabile».

Quindi il segretario torna sulla sua ricetta per affrontare «l’emergenza» illustrata ieri sulle pagine di Repubblica. «Non ho sentito dei no – spiega ancora Bersani – semmai un sacco di sì, così tanti che non me li aspettavo, e da tutti i lati. Sto parlando di un’alleanza elettorale per tutte le forze che dovranno partecipare al nuovo Ulivo», ma non solo. Il numero uno dei democratici guarda oltre. «Da lì dovremo far partire un appello a tutte le forze che hanno una certa idea di democrazia e che si preoccupano di una piega plebiscitaria». Una sorta di alleanza trasversale che «in caso di emergenza può diventare anche un patto elettorale – prosegue Bersani – mentre, in una via più ordinaria, può diventare una piattaforma comune», sui singoli temi.

Poi i cronisti gli chiedono se sia in attesa di risposte dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, su possibili alleanze elettorali. «Non mi aspetto particolari risposte – replica Bersani – anche perché nel centrodestra hanno tanto da discutere fra loro e non hanno il tempo di pensare alle nostre cose». Ma lo spiraglio di un possibile confronto comunque c’è e Bersani non manca di rimarcarlo. «Credo che anche Fini – continua il leader del Pd – abbia percepito un passaggio della mia lettera, cioè, quando dico che evidentemente nel centrodestra ci sono forze conservatrici che tuttavia hanno un’idea più europea di cos’è una forza conservatrice di destra e che quindi mal sopportano» una caratterizzazione «in senso personalistico e plebiscitario della nostra democrazia». E quindi, chiosa il segretario, «anche con queste forze si può discutere quando si parla di aspetti costituzionali, di leggi elettorali perché stiamo parlando di regole del gioco».

Il Sole 24 Ore 28.08.10

"Il Cavaliere e Gheddafi una Spa da 40 miliardi", di Ettore Livini

Non solo tende beduine, caroselli di cavalli berberi e sfilate di soldatesse-amazzoni. La Berlusconi-Gheddafi Spa, a due anni dalla fondazione, è uscita da tempo dal folklore. L´oggetto sociale d´esordio – la chiusura delle ferite del colonialismo – è stato rapidamente archiviato all´atto della firma del Trattato d´amicizia bilaterale nel 2008.
L´Italia ha garantito 5 miliardi in 20 anni alla Libia e Tripoli ha bloccato (a modo suo) il flusso di immigrati verso la Sicilia. Poi – snobbando i dubbi degli 007 Usa e dei “parrucconi” come Freedom House che considerano il Paese africano una delle dieci peggiori dittature al mondo – sono cominciati i veri affari. Un pirotecnico giro d´operazioni gestite in prima persona dai due leader e da un piccolo esercito di fedelissimi («gli imprenditori sono i soldati della nostra epoca», dice il Colonnello) che ha già mosso in 24 mesi quasi 40 miliardi di euro e che rischia di cambiare – non è difficile immaginare in che direzione – gli equilibri della finanza e dell´industria di casa nostra.
La premiata ditta Gheddasconi ha una caratteristica tutta sua. Gli affari diretti tra i due sono pochissimi. Anzi, solo uno: Fininvest e Lafitrade, uno dei bracci finanziari di Gheddafi, hanno entrambe una quota in Quinta Communications, la società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l´imprenditore franco-tunisino tra i principali fautori dell´asse Arcore-Tripoli. Il grosso del business si fa per altre strade. Il Colonnello ha messo sul piatto un po´ del suo tesoretto personale (i 65 miliardi di liquidità di petrodollari accumulati negli ultimi anni). Il Cavaliere gli ha spalancato le porte dell´Italia Spa, sdoganando la Libia sui mercati internazionali ma pilotandone gli investimenti ad uso e consumo dei propri interessi, politici e imprenditoriali, nel Belpaese.
In due anni Gheddafi è diventato il primo azionista della prima banca italiana (Unicredit) con una quota vicina al 7% (valore quasi 2,5 miliardi) e grazie allo storico 7,5% che controlla nella Juventus è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. Le finanziarie di Tripoli hanno studiato il dossier Telecom, puntano a Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Palazzo Grazioli, nell´ambito del do ut des di questa realpolitik mediterranea, ha dato l´ok all´ingresso di Tripoli con l´1% nell´Eni («puntiamo al 5-10%», ha precisato l´ambasciatore Hafed Gaddur). E la Libia ha allungato di 25 anni le concessioni del cane a sei zampe in cambio di 28 miliardi di investimenti.
Il Cavaliere tira le fila, consiglia e gongola. L´ingresso del Colonnello in Unicredit – oltre che a innescare i mal di pancia leghisti – è il cavallo di Troia per conquistare i vecchi “salotti buoni” tricolori, la stanza dei bottoni che controlla Telecom, Rcs – vale a dire il Corriere della Sera – e le Generali. Il momento per l´affondo è propizio. Il Biscione ha già piazzato le sue pedine negli snodi chiave: Fininvest e Mediolanum hanno il 5,5% di Mediobanca, crocevia di tutta la galassia. Tra i soci di Piazzetta Cuccia – con un pool di azionisti francesi accreditati del 10-15% – c´è il fido Ben Ammar. E gli ultimi due tasselli sono andati a posto in questi mesi. Lo sbarco di Tripoli a Piazza Cordusio, primo azionista di Mediobanca, stringe la tenaglia dall´alto. E a chiuderla dal basso ci pensa Cesare Geronzi, presidente delle Generali i cui ottimi rapporti con il Colonnello (e con il premier) – se mai ce ne fosse stato bisogno – sono stati confermati dalla difesa d´ufficio di entrambi al Meeting di Rimini. Niente di nuovo sotto il sole: l´assicuratore di Marino ha sdoganato Tripoli anni fa accogliendola nel patto di Banca di Roma (poi Capitalia) assieme a Fininvest. E ancor prima ha imbarcato la Libia in banca Ubae, guidata allora da Mario Barone, uomo vicino a quel Giulio Andreotti che solo un mese con il suo mensile 30 giorni ha pubblicato un volume sui discorsi pronunciati da Gheddafi nella sua ultima visita italiana.
Il puzzle adesso è quasi completo. Il Cavaliere ha in mano il controllo di industria e finanza pubbliche. E ora, grazie all´asse con Ben Ammar e Geronzi e ai soldi di Gheddafi (sommati alla debolezza delle vecchie dinastie imprenditoriali tricolori), può blindare quella privata estendendo la sua influenza su tlc, editoria e – Bossi permettendo – sulle ricchissime casseforti delle banche e delle Generali.
L´asse con il Colonnello gli regala però un´altra opportunità d´oro: quella di distribuire le carte delle commesse a Tripoli garantite dall´attivismo dell´efficientissimo tandem, immortalato ora a imperitura memoria sul frontespizio dei passaporti libici. Ansaldo Sts (per il segnalamento ferroviario) e Finmeccanica (elicotteri) hanno incassato due maxi-ordini. I big delle costruzioni si sono messi in fila per gli appalti sulla nuova autostrada libica da 1.700 chilometri (valore 2,3 miliardi) affidata in base agli accordi bilaterali ad aziende tricolori. In questi mesi hanno attraversato il Mediterraneo pure l´Istituto europeo di oncologia e Italcementi mentre Impregilo ha consolidato con una commessa da 260 milioni la sua già solida posizione nel Paese nordafricano dove con 150 miliardi di investimenti infrastrutturali nei prossimi sei anni la torta – previo via libera della Gheddasconi Spa – è abbastanza grande per tutti.
Anche Gheddafi, come ovvio, ha il suo dividendo. L´Italia è il cavallo di Troia per portare la Libia fuori dall´isolamento nell´era in cui la liquidità, come dimostra il salvataggio delle banche Usa da parte dei fondi sovrani arabi, non ha più bandiere. Missione compiuta se è vero che persino a Londra – grazie a un´operazione di diplomazia sotterranea guardata con sospetto a Washington – l´abbinata politica-affari ha dato risultati insperati: la Gran Bretagna ha liberato un anno fa Abdelbaset Al Megrahi, l´ex 007 libico condannato per l´attentato di Lockerbie e il Colonnello ha dato subito l´ok alle trivellazioni Bp nel golfo della Sirte. Nessuno poi ha battuto ciglio nella City quando Tripoli ha rilevato il 3% della Pearson (editore del Financial Times) e fondato lungo il Tamigi un hedge fund. O quando il numero uno della London School of Economics è entrato tra gli advisor della Libian Investment Authority a fianco del banchiere Nat Rothschild e a Marco Tronchetti Provera.
Pecunia non olet. E anche l´(ex) dittatore Gheddafi non è più un appestato per le cancellerie internazionali. Il premier greco Georgios Papandreou è sbarcato qui per cercare aiuti. La Russia di Putin – altro alleato di ferro dell´asse Gheddafi-Berlusconi – si è aggiudicata fior di commesse a Tripoli come le aziende turche di Erdogan, altra new entry in questo magmatico melting pot geopolitico tenuto insieme, più che dagli ideali e dalla storia, dal collante solidissimo del denaro.

La Repubblica 28.08.10

"Riduzione orario annuale tecnici e professionali: per il Cnpi tutto da rifare", di A.P.

Il Cnpi si è espresso, a seguito e in esecuzione dell’ordinanza del Tar n. 3363 emessa il 19 luglio, sui decreti interministeriali che prevedono la riduzione dell’orario complessivo annuale delle lezioni delle seconde, terze e quarte classi degli istituti tecnici e delle seconde e terze classi degli istituti professionali. Entrambi i decreti erano stati sospesi dal Tar Lazio perché sprovvisti del parere del Cnpi.Appena il Consiglio si è potuto esprimere ha subito considerato la documentazione “insufficiente” in quanto, a fronte della possibilità di desumere le quantità orarie da portare in deduzione dalle diverse classi di concorso, “non si evincevano né i criteri ai quali si era attenutal’Amministrazione nella individuazione delle materie fatte oggetto della riduzione oraria, né i motivi che avevano indotto la stessa Amministrazione a sottrarre ore d’insegnamento alle cosiddette materie professionalizzanti”.I particolare il Cnpi ritiene i decreti illegittimi perché, così come sono congegnati generano confusione e disorientamento. In definitiva inficiano “l’identità culturale sia dell’istruzione tecnica che di quella professionale”.Non solo. In questo modo l’Amministrazione ha tradito gli alunni nel loro diritto alla continuità educativa e li costringe “a patire la provvisorietà e la precarietà di provvedimenti che appaiono estranei alla funzione istituzionale della scuola”.

Tecnica della Scuola 28.08.10

Un osservatorio Pd per controllare leggi ad personam e legalità

Il segretario del Pd Bersani ha incaricato il responsabile del settore giustizia, Andrea Orlando, di allestire in collaborazione con i gruppi parlamentari di Camera e Senato un Osservatorio del Pd su «leggi e legalità».
L’Osservatorio avrà il compito di individuare norme legislative, atti di governo, progetti di legge o emendamenti che possano favorire meccanismo di corruzione, interventi ad personam o in conflitto di interesse o di commistione fra interesse pubblico e privato.

In particolare l’Osservatorio si occuperà di monitorare il settore fiscale, della giustizia, delle opere pubbliche e della protezione civile, dell’informazione e della comunicazione, dei beni culturali e ambientali, delle amministrazione straordinarie in relazione a crisi aziendali. L’Osservatorio dovrà allestire un prospetto sulle norme da cancellare e quali alternative proporre.

L’Unità 27.08.10

Roma, precari in sciopero della fame Tagli alla scuola: «Una truffa per tutti», di Maristella Iervasi

Dopo la manifestazione di ieri a Palermo: il funerale della scuola contro i tagli della riforma Gelmini, la protesta dei precari siciliani della scuola si sposta a Roma, dove assieme ai colleghi del Lazio, chiederanno un dibattito pubblico con il ministro dell’Istruzione.
La giornata nella capitale è cominciata con un sit-in davanti a Montecitorio, dove stamane assieme ad operatori precari, docenti e personale Ata, è arrivato anche Giacomo Russo, il precario palermitano da 10 giorni in sciopero della fame, assieme ad altri 2 colleghi. In piazza anche i rappresentati della Flc-Cgil (Federazione lavoratori della Conoscenza), l’organizzazione che ha il maggior numero di iscritti nel settore, del Cps roma (Comitato precari scuola), di Unicobas, della rdb-usb scuola. non si vedono invece rappresentanti di Cisl e Uil. Luigi Rossi, segretario nazionale Flc con delega ai precari: «Dei loro non c’è nessuno e ci hanno detto che non verranno».

Presidio al Miur
Stasera alle 19, dopo una riunione tecnica sempre in piazza Montecitorio, il presidio si sposterà a Trastevere davanti al ministero dell’istruzione, dove i precari romani, assieme al collega palermitano, faranno un presidio permanente fino a quando dal ministro non arriverà un segnale. «Ho dormito 10 giorni sotto al provveditorato di Palermo, ora dormirò sotto al Miur – dice Giacomo Russo – con me oggi dovevano venire a Roma dalla Sicilia anche gli altri due colleghi in sciopero della fame, Salvatore Altadonna e Pietro Di Grusa, ma le loro condizioni fisiche non glielo permettono. Di Grusa è in condizioni gravissime. “Voliamo che il ministro Gelmini si confronti con noi pubblicamente. Voglio che ci spieghi la sua riforma, e se non è in grado di sostenere un dibattito pubblico con un bidello sulla bontà delle misure, mi sa che qualcosa che non va. La nostra – sottolinea il precario siciliano – è una battaglia democratica. Non è possibile che per parlare di scuola in italia si debba arrivare a uno sciopero della fame».

“Una truffa per tutti”
In piazza montecitorio i lavoratori della scuola indossano magliette dove viene data la loro interpretazione del significato precari: ossia ‘precari, professionisti, radiati, esasperati, cancellati, annullati, raggirati, ignorati’. E poi cartelli con su scritto ‘giù le mani dalla scuola pubblica’. Francesco Cori del Cps romano e Anna Fedeli della Flc Roma-Lazio spiegano che alle 16.30, sempre nella piazza davanti alla Camera dei deputati, ci sarà una specie di assemblea pubblica, o meglio una ‘riunione tecnica’, per concordare le modalità di controllo delle nomine dei precari. «Ci saranno degli osservatori nelle sedi in cui verranno fatte le nomine – dice Fedeli – per verificare che non ci siano irregolarità, faremo dei controlli di trasparenza». La protesta, spiega ancora la rappresentante della Cil-Flc «è partita dalla Sicilia, ma oggi siamo qui a Roma, davanti alle sedi del Parlamento e del governo, perchè sono il luogo simbolo della decisione dei ‘taglì. non si tratta solo di un fatto occupazionale, è in gioco la qualità della scuola pubblica».

Assieme ai lavoratori precari della scuola e ai sindacati, in piazza ci sono anche rappresentanti del Pd: la responsabile scuola Francesca Puglisi e i parlamentari Maria coscia, Beppe Lumia e Vincenzo Vita.

La protesta.
Gli insegnanti precari a Palermo non cessano di lottare, hanno portato “tombe” in piazza, un docente ha smesso lo sciopero della fame per non compromettere la salute ma la battaglia si estende: inizia il digiuno un’insegnante di Benevento e domani, venerdì 27, la protesta senza cibo si trasferirà davanti al ministero dell’Istruzione a Roma. Una decisione sofferta, dicono i precari, ma non c’era scelta.

Sciopero della fame a Roma. «Oggi Da domani cominceremo uno sciopero della fame davanti al Ministero della Pubblica Istruzione. Abbiamo fatto una scelta difficile, che ci metterà a rischio, ma non abbiamo altri mezzi per far sentire la nostra voce e andremo fino in fondo con coraggio e dignità». Lo ha annunciato Caterina Altamore, una precaria della scuola alla manifestazione di giovedì 26 agosto in Piazza Politeama a Palermo. «Chiederemo al ministro Gelmini – ha aggiunto – di fare marcia indietro sul decreto che distrugge la scuola pubblica in Sicilia, con il taglio dei docenti e del personale amministrativo. Al Presidente della Regione chiediamo un impegno forte e concreto per il ritiro della riforma 133, per una scuola a tempo pieno e quindi per la stabilizzazione di tutti i precari»

Funerale a Palermo. La riforma Gelmini in Sicilia farà venire meno circa 5.000 incarichi, tra docenti e non. Un migliaio di persone ha trasformato in “cimitero” piazza Politeama, nel centro della città: una decina di tombe, approntate con lapidi, fiori e lumini di cartapesta hanno fatto da sfondo al funerale della scuola pubblica, mentre alcuni insegnanti e collaboratori scolastici hanno recitato la parte dei cadaveri, distesi sulle finte tombe. Alla manifestazione hanno partecipato il Coordinamento precari scuola, Palermo 2013, comitati spontanei, ma manche Pd, Idv, Udc, e i sindacati.

Il Ministero: turn over La soluzione del ministero dell’Istruzione potrebbe risiedere in un turn over progressivo: lo ha detto al governatore Raffaele Lombardo il sottosegretario al Miur, Giuseppe Pizza, durante un incontro tenuto nella prefettura di Palermo.
«Non è con il turn over che si risolve la grave questione dei precari della scuola. Il ministro ritiri i tagli al personale, piuttosto che inviare un suo sottosegretario a proporre inutili soluzioni tampone per un problema che lo stesso governo ha creato», commenta l’europarlamentare Rita Borsellino, intervenuta a Palermo al sit-in di protesta.

Digiuno da Benevento. Per solidarietà con Daniela Basile, che da ieri sera ha avviato lo sciopero della fame, oggi anche Monica Sateriale, docente precaria di Benevento, ha iniziato il digiuno con il supporto di tutti i colleghi del presidio permanente in via Torre della Catena nella cittadina sannita. «Si proseguirà a oltranza – dice in una nota il Comitato Insegnanti Precari e Ata sanniti – fino a quando non sarà fatta chiarezza e non saranno sottoscritti impegni e valide soluzioni».

L’Unità 27.08.10

"La Gelmini ci ha tolto il lavoro", di A.C.

Buonanotte ai suonatori, è proprio il caso di dirlo. Il ministro Gelmini ha pensato bene di togliere le ore di musica alle superiori, con la promessa di aprire i licei musicali. Ma la promessa non è stata mantenuta, e i docenti che insegnano quella materia, per di più assunti da anni, restano senza cattedra. E si ritrovano, da un anno all’altro, a fare i tappabuchi. Riccardo Rosetti è un docente di musica da 14 anni. Vive a Ravenna e insegna all’Istituto Alessandro da Imola. Ogni giorno andava a scuola travestito da facchino, con spartiti, stereo, vinili e cd sottobraccio, cercando di passare conoscenze e passione ai suoi alunni. Quest’anno, per colpa della riforma, è diventato un “sovranumerario” o un“perdente posto”. Uno di troppo, grazie ai tagli della Gelmini. «Un giorno ho letto i giornali e ho scoperto che il ministro toglieva la mia materia. Eppure gli alunni non sono calati e continuano a chiedere di fare musica». Poi legge che apriranno i licei musicali e fa un sospiro di sollievo. Ma di quel nuovo indirizzo non se ne fa più nulla. «L’hanno detto tardi – racconta – se no avrei potuto chiedere il trasferimento alle medie. Quando l’ho saputo non era più possibile chiederlo». Ieri Rosetti era in fila davanti all’ex Provveditorato, insieme ad altri 48 sovranumerari, per avere una nuova “utilizzazione”.Un termine burocratico che si traduce così: dal prossimo anno farà 8 ore nella sua scuola a Imola, 4 a Porretta e le restanti ore sarà a disposizione dell’Istituto imolese per tappare i buchi. «A 50 anni mi ritrovo a fare 4 ore di alternativa alla religione a Porretta, e vivo a Ravenna – spiega -. Non ho più un posto dopo anni di lavoro. Se un professore di matematica, ad esempio, sarà assente, toccherà a me sostituirlo tenendo la classe. Facendo cosa? Bella domanda, visto che hanno tolto anche l’auletta di musica ». Cosimo Caforio lavora nella scuola da più di 20 anni. Stessa materia e la musica non cambia. «La Gelmini fa la riforma e tac! La mia materia sparisce» afferma. Caforio lavora alle Laura Bassi, una scuola che ha la tradizione della musica, tanto che nei corridoi si trovano pianoforti e organi. E c’è anche una bella aula dove insegnarla, un vero e proprio laboratorio pieno di attrezzature. Il preside, Felice Signoretti, ha una grande attenzione per questa materia. Ma contro il ministro non si possono certo fare miracoli. «Da settembre avrò 15 ore in cui insegnerò linguaggi multimediali e didattica all’ascolto musicale alle classi terminali, quelle che hanno il vecchio piano didattico – dice – e3 ore a disposizione della scuola». Un altro tappabuchi, insomma. E il prossimo anno, quando le vecchie classi andranno ad esaurimento, non si sa cosa farà. «La soluzione potrebbe essere quella di usare l’autonomia scolastica per la musica» suggerisce. L’idea è quella di inserire la materia nell’offerta formativa extra-scolastica: un’attività in più che i ragazzi possono fare nel pomeriggio. «Ma ci saranno alunni disposti a fare più delle27ore di curriculum?» si chiede il prof.

L’Unità/Bologna 27.08.10

Terzo attentato al Procuratore Generale di Reggio Calabria

Bersani: “Gravissimo atto di terrorismo mafioso. Solidarietà e vicinanza al PG Di Landro, alla magistratura e alle forze dell’ordine”. Calipari: “Non abbassare la guardia”. Ferranti: “Il governo dia solidarietà concreta con più mezzi e risorse”. Alle 2 di ieri notte è stata fatta esplodere una bomba davanti al portone di casa del Procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, mandando in frantumi le finestre dell’abitazione.
L’ipotesi è quella di un attentato per mano della ‘Ndrangheta calabrese, in quanto, purtroppo, non si tratta del primo episodio verificatosi nella zona. Lo scorso gennaio è stata posta una bomba davanti la sede della procura di Reggio Calabria. E nei mesi successivi sono state spedite buste, contenenti proiettili e minacce ad alcuni magistrati.

Si tratta dunque di un vero e proprio attacco alle istituzioni con un forte significato simbolico, in quanto il Procuratore Generale è la più alta carica rappresentate la funzione giudiziaria d’accusa.

Il segretario Pier Luigi Bersani, a nome di tutto il Partito Democratico, ha immediatamente espresso solidarietà al PG Di Landro, vittima di un tale atto criminale, alla magistratura e alle forze dell’ordine. “Esprimo ferma condanna per il gravissimo atto di terrorismo mafioso avvenuto questa notte a Reggio Calabria – ha dichiarato Bersani – la mia vicinanza va a Salvatore Di Landro, alla sua famiglia, e ai cittadini di Reggio Calabria”.

“Siamo di fronte all’ennesimo episodio di intimidazione e minaccia nei confronti della magistratura calabrese. E proprio alla Magistratura e alle forze dell’ordine – ha concluso il segretario – va anche il nostro sostegno per l’impegno e la dedizione che mettono, tutti i giorni, nella lotta contro il crimine organizzato”.

Per Emanuele Fiano, Presidente Forum Sicurezza del Partito, “è evidente che vi sono ancora troppe situazioni nel nostro Paese nelle quali fare il proprio dovere di magistrato e applicare la legge senza piegare mai il capo può rappresentare un rischio per la vita propria e per quella della propria famiglia. Per questo, il Partito Democratico è vicino a tutti quei magistrati di prima linea in questa battaglia”.

La parlamentare calabrese, Rosa Villecco Calipari, vicepresidente dei deputati PD, ha lanciato un appello, affinchè non si abbassi la guardia, dopo questi episodi delittuosi: “Le ‘ndrine hanno lanciato un nuovo avvertimento verso il procuratore di Landro e verso la nuova linea che ha assicurato alla giustizia numerosi esponenti della malavita calabrese. Il mio appello è alle istituzioni locali e nazionali, alle forze dell’ordine e al ministro dell’Interno, perché negli ultimi mesi gli attentati e le intimidazioni in Calabria non si sono fermati. Non si pensi che un’operazione ben riuscita sia un colpo che distrugge una criminalità radicata e protetta da secoli di silenzio e malgoverno”.

“La convocazione del Comitato per la sicurezza – ha concluso la vicepresidente – e tutte le decisioni che verranno prese per intensificare le misure di sicurezza nei confronti del procuratore, sono un primo passo. Ma l’attenzione deve essere continua senza mai sottovalutare i segnali che continuano ad arrivare a magistrati e forze dell’ordine”.

Il PG Di Landro, dal canto suo, ha già detto che non si farà intimidire e che questo attentato farà da sprone all’attività della Procura. “Contro di me c’e’ una tensione malevola e delittuosa crescente, da parte della criminalità organizzata”, ha dichiarato a seguito dell’esplosione. “Vogliono farmela pagare perché ho sempre fatto il mio dovere di magistrato”, ed ha aggiunto: “E’ il terzo attentato contro di me. A gennaio davanti il mio ufficio e a giugno venne sabotata la mia auto: i bulloni di una ruota furono allentati”.

Donatella Ferranti, capogruppo del Pd nella commissione Giustizia di Montecitorio, ha sottolineato l’incoerenza di questo governo, verso la magistratura. “Gli esponenti di questo governo non possono ricordarsi dei magistrati solo nelle situazioni drammatiche: innanzitutto, smettano i continui attacchi ai giudici, oggetto di polemiche del tutto inutili al funzionamento della giustizia e tese ad altri scopi, soprattutto alla loro delegittimazione”. “Inoltre –ha concluso la deputata democratica -ci aspettiamo dai ministri interessati una solidarietà concreta e fattiva: occorrono subito più mezzi e più risorse per chi combatte in prima fila la criminalità organizzata. Maroni ha annunciato il prossimo vertice a Reggio Calabria: bene, ma aspettiamo di sentire parole chiare soprattutto contro l’indebolimento degli strumenti investigativi previsto dal ddl intercettazioni”.

Dello stesso avviso Laura Garavini, capogruppo del Pd nella commissione parlamentare Antimafia: “Dunque, non si deve abbassare la guardia e un segnale in questo senso, più che dallo spostamento, pur benvenuto, di vertici in Calabria potrebbe arrivare dal ritiro della legge sulle intercettazioni”.

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