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"Sviluppo economico, il ministero cannibalizzato", di Roberto Giovannini e Raffaello Masci

Senza titolare da 100 giorni, perde una competenza dietro l’altra. Entriamo nella monumentale sede del ministero dello Sviluppo economico (in sigla Mse) quando sono le tre del pomeriggio. E’ agosto e la capitale è deserta. Può, in questo clima, un ministero essere affollato?
L’aria che si respira, dopo cento giorni di «sede vacante» qui, al civico 33 di via Veneto, è quella del palazzo reale di Napoli dopo la fuga dei Borbone: che si fa qui dentro? E chi comanda da quando Claudio Scajola se n’è andato? L’edificio è imponente: lo disegnarono due architetti di vaglia del periodo fascista, Marcello Piacentini e Giuseppe Vaccaro, come sede delle Corporazioni, nel ’32. Graniti di pregio all’ingresso, sullo sfondo vetrate policrome di Mario Sironi: bellissime. Ai piani superiori, marmi chiari a venature gialline. E poi: boiseries, porte altissime, mobili di design. Un vero gioiello.

Scajola lasciò l’incarico il 4 maggio scorso, dopo una mesta conferenza stampa in cui apparvero – partecipi e commossi – anche i figli. «Da quel momento, nel palazzo è iniziato il saccheggio delle competenze, e dei relativi fondi: la sola manovra economica ha privato il Mse di 900 milioni», racconta, nella penombra di un bar di fronte, un alto dirigente. «Superior stabat lupus. Anzi Julius», aggiunge, indicando nel titolare dell’Economia Giulio Tremonti «il mandante passivo di questo andazzo: basta non fare niente e consentire agli altri di agire».

E così, per esempio – continua il racconto – il Dipartimento per l’energia resta, con le sue competenze su elettricità, gas, petrolio, «ma il nucleare, che doveva essere la scelta politica del governo in materia, dov’è? Tutto è bloccato, anche se il sottosegretario Stefano Scaglia, meno di venti giorni fa, ha assicurato che il governo porterà avanti tutte le procedure entro il 2013, come previsto». La materia, ai tempi dell’Imperatore Claudio, era condivisa con la titolare dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo; ora, scomparso l’interlocutore, l’Ambiente fa sentire tutto il suo peso, e la Prestigiacomo sta cercando di portare in porto almeno le nomine (che debbono essere condivise con il Mse) ai vertici dell’Agenzia per la sicurezza nucleare (Asn).

«La situazione, francamente, è pesante – racconta ancora l’alto burocrate – tant’è che all’inizio di luglio i dirigenti del ministero hanno fatto un appello al Capo dello Stato affinché risolvesse la situazione». Ma la cosa è rimasta lettera morta. Qualcuno, però, ha preferito imboccare un’altra strada. Per esempio il direttore generale Gianluca Esposito – giovane (classe 1971), brillante – non ha voluto aspettare le calende greche di chissà quale nomina, ed è salito sul carro in corsa del ministro del Turismo Michela Brambilla, portando una dote di quasi 800 milioni per un piano di rilancio del turismo regionale. Il professor Esposito ha sbloccato così l’impasse in cui versava il ministero, «ma ha anche scatenato la guerra interna – racconta il nostro interlocutore – determinando un clima da anarchia».

Dal forziere ministeriale è scomparsa anche la ricca (e politicamente ghiotta) torta del Fas, il fondo per le aree sottosviluppate, che è passato sotto la giurisdizione del ministro Raffaele Fitto. Col che il dipartimento per le politiche dello sviluppo resta dov’è, in via Veneto, ma totalmente depotenziato. Quando è scoppiata la vertenza Fiat per Pomigliano, da mezza Italia si è alzata la protesta per «una mancanza di politica industriale». Bene: «Quella politica – dice Raffaele Bonanni, segretario della Cisl – è di fatto passata nelle mani di Tremonti e Sacconi. Le grandi vertenze, come Fiat o Telecom sono state condotte senza il Mse. Ora ci sono Termini Imerese, la Merloni, altre situazioni e così non si può più andare avanti».

Confindustria, che in altri tempi avrebbe fatto le barricate se non avesse trovato un interlocutore politico, si è mostrata finora straordinariamente quieta e appagata dall’avere Tremonti per controparte. «Ma a settembre, passata la Finanziaria, questa situazione non sarà più tollerabile», fanno sapere. Per intanto alla Direzione per le aziende in crisi giacciono circa 200 microvertenze, in attesa di tempi migliori. «Qui dentro resiste il viceministro Adolfo Urso, al Commercio con l’estero – continua la nostra guida – anche se il ministero degli Esteri ha mire sull’Ice e vorrebbe accorpare le sue sedi con quelle diplomatiche. E poi il viceministro Paolo Romani, che si occupa di Comunicazioni e deve gestire le nuove gare per il digitale terrestre». Quest’ultimo, per la verità, dovrebbe essere il nuovo ministro «in pectore», ma la sua nomina, data per certa il 30 luglio, si è arenata per l’ennesima volta. Nel frattempo si è fatta sera. Il portone di via Veneto chiude. Dalla vicina chiesa di San Nicola da Tolentino giunge un suono di campane. Per la verità un po’ sinistro.

La Stampa 11.08.10

Scuola, ecco i numeri delle assunzioni. "Solo un terzo dei posti, precari a secco", di Salvo Intravaia

Assunzioni col contagocce nella scuola. Le immissioni in ruolo annunciate giorni fa dal ministro Gelmini ai sindacati saranno una delusione per i 277 mila precari in attesa da anni di una sistemazione. Dei 10 mila posti concessi dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, poco più di 5 mila andranno ai docenti di sostegno e la restante parte, 4.978 posti in tutto, per l’esattezza, saranno posti comuni. Una inezia rispetto alle attese di migliaia di supplenti, alcuni dei quali addirittura over 60. La scuola elementare, letteralmente falcidiata dai tagli del governo, avrà appena 790 posti. E dire che i posti rimasti vacanti, senza cioè un titolare, dopo i trasferimenti sono parecchi: quasi 30 mila.

Per rendersi conto dell’esiguità del numero delle cattedre messe a disposizione quest’anno, basta citare qualche numero. In provincia di Napoli e in quel di Palermo, dove sono in lista d’attesa rispettivamente quasi 9 mila e 4.430 maestri di scuola elementare, non ci saranno assunzioni. E’ la prima volta che si verifica una situazione simile. In provincia di Milano, dove gli iscritti sono 3.836, le assunzioni saranno 119. La parte del leone, la faranno i docenti della scuola media, con 1.740 assunzioni a tempo indeterminato, e quelli della scuola dell’infanzia, con 1.680 posti. Il superiore, che dal prossimo anno entra nell’era Gelmini, assumerà 724 prof.

In provincia di Roma, tanto per citare le province più grosse, saranno appena 69 i neoassunti e a Napoli appena 44. Nel 2007, quando il governo Prodi autorizzò l’assunzione di 50 mila insegnanti, a Napoli vennero designati 825 prof della scuola superiore e a Roma 733. E una parte del fronte sindacale protesta. “Pur rappresentando un punto d’avanzamento”, commenta Mimmo Pantaleo della Flc Cgil, il numero di assunzioni “è del tutto insufficiente rispetto ai posti vacanti disponibili ed è una parziale soluzione rispetto ai tantissimi precari che attendono da anni di essere stabilizzati”.

Per la Gilda, “diecimila assunzioni rappresentano un risultato molto esiguo a fronte di 130 mila precari”, spiega il coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti, Rino Di Meglio, e “non rappresentano neanche il 50 per cento dei pensionamenti. In questo modo – conclude – si continua ad accentuare una politica di precarizzazione del personale scolastico che nuoce alla qualità dell’insegnamento, incidendo negativamente sulla continuità didattica”. Per Cisl e Uil scuola e Snals, invece, l’apertura del ministero alle richieste sindacali rappresenta “un buon risultato”.

Ma a tenere banco in questi giorni sono le novità annunciate dal ministro per il prossimo anno: oltre alle immissioni in ruolo, viale Trastevere annuncia la valorizzazione del merito e le misure a tutela dei precari. Che però, come ormai avviene da oltre un anno a questa parte, vedono i sindacati divisi: Cisl, Uil e Snals che plaudono alle parole del ministro Mariastella Gelmini; Flc Cgil e Gilda che bocciano la politica del governo sul personale scolastico. Una buona notizia per i tantissimi precari in attesa di una sistemazione comunque c’è: l’assunzione a tempo indeterminato entro il prossimo mese di settembre di 6 mila e 500 unità di personale Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) e di 170 dirigenti scolastici.

Tra breve, sindacati e tecnici ministeriali si siederanno nuovamente attorno ad un tavolo, annuncia la Gelmini, per definire due importanti punti, uno dei quali strategico per rilanciare la scuola pubblica: la valorizzazione del merito e il recupero degli scatti stipendiali automatici tagliati dalla megamanovra da 25 miliardi approvata dal Parlamento tre settimane fa. “Sono stati salvaguardati gli scatti stipendiali – dichiara il ministro – coniugando l’equità con la promozione del merito”.

Ecco come. Il 30 per cento degli 8 miliardi di risparmi sulla scuola determinati dal taglio di 133 mila posti entro il 2011/2012 verrà destinato a ripristinare gli scatti sessennali, congelati per un triennio dalla manovra, e per incrementare la busta paga dei docenti migliori. “Da oggi, infatti, fino al 2012, le economie del 30 per cento realizzate dal ministero saranno destinate al recupero degli scatti ed anche per iniziative di valorizzazione del merito degli insegnanti, anche attraverso il potenziamento del sistema di valutazione”, annuncia la Gelmini. E si inizia subito. “In questi due anni saranno anche attivate alcune sperimentazioni proprio sul tema del merito e della qualità”.

Dal 2013, poi, “con il nuovo contratto – conclude il ministro – tutta la materia sarà ridiscussa sulla base degli esiti delle sperimentazioni e sarà centrale il tema della valorizzazione dello sviluppo della carriera dei docenti. Saranno premiati i professori migliori”. Ma il recupero degli scatti tagliati, la cui norma è rimasta nell’articolato, non è così semplice. “Ci auguriamo – commentano dalla Gilda – che i risparmi vengano utilizzati per restituire le progressioni di anzianità, prestando attenzione soprattutto ai neo immessi in ruolo e ai docenti che altrimenti, andando in pensione nei prossimi tre anni, rischiano di subire una perdita economica permanente”.

Per la Cgil insegnanti e Ata saranno comunque penalizzati. “Il blocco dei contratti – chiariscono da via Serra – delle progressioni stipendiali, gli interventi sulle pensioni, le modifiche al tfs determineranno una forte riduzione del valore delle retribuzioni e un netto peggioramento delle condizioni di lavoro. Per queste ragioni abbiamo chiesto che siano ripristinati gli scatti”, ma soprattutto “la loro validità giuridica”. Anche la Uil scuola, che considera comunque un vittoria il recupero degli scatti, manifesta qualche perplessità. “Rispettati gli impegni – commenta Pino Turi – ora va approvato il decreto per fare arrivare i soldi degli aumenti retributivi legati all’anzianità di servizio”.

Senza l’ok del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sui risparmi conseguiti attraverso i tagli, gli scatti non potranno essere recuperati e 250 mila docenti e Ata rischiano di andare incontro ad una perdita del potere d’acquisto della loro retribuzione. La Cisl scuola esprime invece “soddisfazione per le affermazioni del ministro, che assumono in modo chiaro ed inequivocabile i contenuti delle intese fortemente ricercate e raggiunte, e da altri messe strumentalmente in dubbio”. Stando a quanto comunicato dal ministro ai sindacati, sarebbe in arrivo anche una buona notizia per i supplenti appiedati dai tagli in organico.

“E’ stato prorogato” il cosiddetto decreto salvaprecari, per coloro che, “avendo ricoperto incarichi di supplenze annuali anche nel 2009/2010″, non sono stati riconfermati” per il prossimo anno. Ma anche su questo punto non mancano le polemiche: sembra infatti che a settembre avranno la precedenza sull’attribuzione delle supplenze coloro che hanno ricevuto un contratto annuale o fino al termine delle lezioni nel 2008/2009 e non nel 2009/2010. Una “assurdità” per i precari. E saranno anche “rinnovate le convenzioni stipulate con le regioni” per sfruttare “risorse europee e nazionali” a favore dei supplenti, spiega l’inquilina di Palazzo della Minerva.

La Repubblica 10.08.10

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Scuola: Ghizzoni (Pd),con immissioni in ruolo non si cancellano i dolorosi tagli del Governo

“Erano attese le sedicimila immissioni in ruolo tra posti di insegnante, ATA e dirigenti scolastici. Attese da chi, in condizioni di precarietà lavora da anni per istruire ed educare i ragazzi nella scuola pubblica. Immissioni attese, ma certo insufficienti per garantire il diritto alla continuità didattica degli studenti e consentire la certezza professionale agli operatori della scuola affinché assolvano alla loro funzione con la necessaria serenità.”
Lo ha dichiarato Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd della commissione Cultura della Camera.
“Il governo Prodi – prosegue Ghizzoni – aveva infatti previsto 150 mila immissioni in ruolo per i docenti: un piano straordinario contro la precarietà degli insegnanti che l’attuale governo ha affossato per predisporsi con maggior agio a tagliare risorse al sistema dell’istruzione. Le immissioni in ruolo annunciate dalla Gelmini non cancellano quindi i dolorosi tagli agli organici imposti dal governo Berlusconi fin dall’inizio della legislatura. 132 mila posti di lavoro nella scuola sono andati in fumo per scelta dell’esecutivo, non va quindi dimenticato che anche in questo modo il governo ha aiutato la crisi economica a mordere più forte e – conclude Ghizzoni – rende ogni giorno più difficile alle istituzioni scolastiche l’assolvimento del mandato Costituzionale.”

"Tremonti accoppa pure il Cnr", di Roberto Ciccarelli

Uno spettro si aggira da ieri nei corridoi del Consiglio nazionale delle ricerche. È il ministro dell’Economia Tremonti che, dopo avere mantenuto il taglio da 8 miliardi di euro alla scuola e quello da 1,3 miliardi all’università, ha imposto che nello statuto approvato dal cda del più grande ente pubblico della ricerca italiana fosse inserita una norma di bilancio che vincola il costo del personale al 75% del fondo ordinario annuale di 550 milioni.
Non è ancora chiaro se questa norma, fondamentale per il futuro di oltre un migliaio di ricercatori precari del Cnr, sarà calcolata anche sulle spese complessive dell’ente, dato che il testo definitivo dello statuto sarà disponibile nei prossimi giorni. Se la norma si riferisse alle spese complessive, allora le risorse per il personale sarebbero maggiori rispetto al 70% stabilito nella prima bozza dello statuto bocciato dal Consiglio scientifico dell’ente. Se invece si riferisse alla dotazione ordinaria, allora questi mille precari saranno presto allontanati dal Cnr che già oggi supera di gran lunga questa soglia. In ogni caso, lo statuto che il prossimo 16 agosto verrà inoltrato al ministro Gelmini – avrà 2 mesi di tempo per approvarlo – contiene un’innovazione legislativa di non poco conto: conferisce al Miur e quindi al governo – un potere di veto economico sull’autonomia del Cnr.
Una situazione non molto diversa da quanto deciso dal governo Sarkozy sul Cnrs francese. Mettere sotto tutela della politica la ricerca pubblica, imponendo anche una riorganizzazione della governance scientifica in senso manageriale. Redatto da una commissione composta dal consiglio di amministrazione del Cnr e dai cinque esperti nominati dalla Gelmini, il nuovo statuto del Cnr supera – se è possibile – l’estremismo contabile del novello Quintino Sella di via XX settembre. Tratta il Cnr, come del resto il suo ispiratore ha già fatto con l’università e con la scuola, alla stregua di una qualunque altra struttura della pubblica amministrazione.
È del tutto illogico, infatti, vincolare gli investimenti per la ricerca, l’assunzione di nuovi ricercatori, la regolamentazione dell’ampio precariato esistente allo statuto e non al suo regolamento applicativo. È come se i tagli a università e scuola fossero scolpiti in una riforma costituzionale accanto al federalismo. Per modificare una simile norma, occorrerebbe riscrivere l’intera legge. Sarà così anche per il Cnr, nel caso volesse cambiare il suo statuto: sarà costretto a fare ricorso al ministro e avviare un difficile iter burocratico.
L’ipoteca che il governo ha messo sul Cnr ha spinto il presidente Luciano Maiani ad esprimere tutte le sue perplessità nel verbale del consiglio di amministrazione. A preoccuparlo è stato il ritardo con il quale questo organismo ha coinvolto la comunità del Cnr nella discussione sullo statuto. La legge che riordina gli enti pubblici di ricerca (la 213 del 2009) aveva concesso 6 mesi, ne sono stati usati nemmeno la metà. Le perplessità di questo fisico riconosciuto a livello internazionale, ed ex direttore del Cern, riguardano anche le norme sui ricercatori precari che dovrebbero essere regolate con altri strumenti.
Le negoziazioni frenetiche degli ultimi giorni hanno comunque ottenuto un risultato. Il limite di permanenza al Cnr per i ricercatori precari è stato portato da 6 a 10 anni. Una norma che entrerà in vigore solo dopo l’approvazione del nuovo statuto, quindi a fine anno, e non sarà retroattiva, come si temeva qualche giorno fa. Notizia positiva, se non fosse per lo sbarramento delle spese per il personale al 70% che penalizzerà qualsiasi movimento in futuro.
Anche per il personale amministrativo e dei tecnologi il giudizio è negativo. Pur riconoscendo alcuni miglioramenti lo statuto conferma il suo impianto verticistico poiché, scrivono in un comunicato congiunto Cgil, Cisl e Uil, il diritto di voto al cda è riservato solo ai ricercatori. I sindacati premeranno sul consiglio di amministrazione affinché i 525 concorsi banditi quest’anno vengano celebrati prima che il nuovo statuto entri in vigore e i revisori dei conti blocchino le procedure.
Il futuro del Cnr è sempre più simile a quello dell’università. Non solo perché il limite di 10 anni per i contratti è quello previsto dal Ddl Gelmini approvato al Senato, ma perché la perdita dell’autonomia in nome della ragion contabile tremontiana ne prepara la progressiva decadenza e la liquidazione di un’intera generazione di ricercatori.

Il Manifesto 10.08.10

«Una schedatura l'anagrafe studenti» Polemica fra la Gelmini e i sindacati

Contro l’abbandono scolastico nasce nasce l’Anagrafe nazionale degli studenti ed è subito polemica. La banca dati voluta dal ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini – con decreto del 5 agosto scorso – non piace né alla Flc-Cgil, né agli studenti dell’Uds e tantomeno all’opposizione del Pd anche se il ministero di Viale Trastevere ha assicurato che i dati sensibili rimarranno anonimi e che le polemiche sul rischio discriminazione sono infondate.
L’Anagrafe conterrà informazioni sul percorso scolastico e formativo a partire dalla scuola primaria, con particolare riferimento agli esami finali di ciclo e agli esami di qualifica. Ma c’è chi sostiene – come la Cgil – che ci saranno anche dati sulla salute, le convinzioni religiose, le informazioni di tipo giudiziario che riguardano la sfera familiare (come la status di separati dei genitori).

La banca dati – ha spiegato il ministero – «sarà utilizzata in forma anonima, e con modalità che assicurino la non identificabilità dell’interessato». Le informazioni raccolte saranno conservate fino al termine dell’anno scolastico.

Per il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo, l’ Anagrafe viola i diritti civili e deve essere subito cancellata. «Ci allarma – ha detto il sindacalista – la possibilità che possa contenere dati idonei a rivelare lo stato di salute, le convinzioni religiose o di altro genere».

Secondo Tito Russo coordinatore nazionale dell’Unione degli studenti (Uds).È solo uno spot estivo. È grottesco che il ministro Gelmini si preoccupi dell’Anagrafe degli studenti quando le scuole non sanno come pagare gli stipendi e che programmi fare a settembre».

Ad avviso di Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd in Commissione istruzione alla Camera, «E’ un modo inadeguato e ambiguo di affrontare la dispersione scolastica che violenta la privacy degli studenti e l’intimità della sfera familiare visto che il ministro Gelmini sembra interessato anche a schedare gli alunni a seconda che siano figli di genitori separati o meno. Auspichiamo che il Garante limiti fortemente l’intrusione del ministero nella vita privata degli studenti».

Alle critiche il Miur ha replicato di non aver «accesso ai dati individuali, identificativi degli alunni» ribadendo che «l’anagrafe è finalizzata esclusivamente al monitoraggio dell’assolvimento dell’obbligo di istruzione. Non vengono pertanto richiesti dati sulla religione di appartenenza, come invece viene erroneamente riportato da alcune agenzie di stampa. Tutti i dati – ha concluso il ministero – vengono raccolti e trattati secondo le modalità previste dal Garante della Privacy. Si tratta pertanto di polemiche che non hanno alcun fondamento».

Il Messaggero 10.08.10

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Debutta l’anagrafe per 6 milioni di studenti

Arriva l’anagrafe nazionale degli studenti. A cinque anni dalla sua approvazione legislativa, il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ricevuto l’ok dal Garante della privacy a inizio luglio, ha firmato il decreto operativo che da il via libera ufficiale alla rilevazione completa degli oltre 6 milioni di studenti italiani. Già da settembre, ogni scuola, a partire dalla primaria, dovrà comunicare a viale Trastevere tutti i dati “sensibili” e relativi al percorso scolastico e formativo dei ragazzi. «Si tratta di uno strumento utile – ha commentato il segretario generale della Uil Scuola, Massimo Di Menna – che consente di pianificare meglio gli interventi educativi». L’anagrafe, evidenzia il decreto, assieme alle altre banche dati regionali e comunali di studenti e popolazione, servirà anche per contrastare il fenomeno dell’abbandono scolastico, che, secondo gli ultimi rapporti elaborati da Isfol e Censis, in alcune regioni del Sud, Sicilia in testa, supera abbondantemente il 20 per cento.
Le informazioni richieste da viale Trastevere, che completano il sistema di rilevazione previsto dal Dlgs 76 del 2005, spaziano dai dati anagrafici, al codice fiscale di ogni ragazzo, a quelli relativi alla valutazione, con particolare riferimento agli esiti degli esami finali di ciclo e di qualifica. Potranno essere richiesti anche dati sensibili e giudiziari. Inoltre, è scritto nel provvedimento, «per le finalità di rilevante interesse pubblico», l’anagrafe può contenere anche dati idonei a rivelare condizioni di salute e dati indispensabili a individuare il soggetto presso il quale lo studente assolve l’obbligo scolastico (scuole paritarie, strutture ospedaliere, case cicondariali, e così via).
Queste ultime informazioni dovranno però essere regolate, dopo parere del Garante per la privacy, da un provvedimento ministeriale ad hoc. La previsione ha fatto subito saltare sui banchi sindacati e opposizione. Per il numero uno della Flc Cgil, Domenico Pantaleo, si tratta di informazioni «potenzialmente discriminatorie che non c’entrano nulla con le finalità dell’anagrafe». Più duro il giudizio della capigruppo Pd in commissione Cultura alla Camera, Manuela Ghizzoni che ha parlato di una vera e propria «schedatura degli studenti».Polemiche «prive di fondamento» ha tagliato corto viale Trastevere che ha precisato come «non verranno richiesti dati sulla religione di appartenenza del ragazzo». In ogni caso, precisa il decreto, tutti i dati acquisiti dal ministero dell’Istruzione «saranno utilizzati dai propri uffici di statistica» e rigorosamente «in forma anonima», con il preciso fine «di monitorare l’assolvimento dell’obbligo di istruzione, gli abbandoni scolastici, l’irregolarità di frequenza e ogni altro fenomeno riconducibile alla cosiddetta dispersione scolastica». Da segnalare infine che i dati contenuti nell’anagrafe saranno conservati fino al termine dell’anno solare successivo alla conclusione di ogni ciclo scolastico.

Il Sole 24 Ore 10.08.10

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“Anagrafe degli studenti, lite sui dati”, di Giovanna Cavalli

Scuola Saranno raccolte le informazioni su 6 milioni di alunni. «Per verificare le irregolarità sulla frequenza»
La Cgil: schedatura sul credo religioso. La replica: nessuna intrusione Notizie «sensibili» Prevista la raccolta di dati su salute, religione e guai giudiziari dei ragazzi. Nasce tra le polemiche l’ anagrafe degli studenti. La banca dati, voluta dal ministro dell’ Istruzione Mariastella Gelmini, e che conterrà una sorta di carta di identità scolastica degli allievi, non piace ai sindacati, ai ragazzi, all’ opposizione. Che temono «una schedatura» di massa e la ritengono inutile e «lesiva dei diritti civili, soprattutto della privacy», come denuncia Domenico Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, preoccupato perché «potrebbe fornire dati sullo stato di salute, le convinzioni religiose o di altro genere e dati giudiziari». Nel computer del Miur (il ministero dell’ Università e della ricerca), confluiranno i dati anagrafici, compreso il codice fiscale, per circa 6 milioni di studenti, dalle elementari in poi, quelli sulla frequenza e sul percorso scolastico di ciascuno, i cambi di istituto e gli esiti degli esami finali. «Ma soltanto per consentire il monitoraggio dell’ evasione scolastica e della irregolarità della frequenza e dunque valutare e prevenire il fenomeno della dispersione», spiegano dal ministero. Specificando che «non avremo accesso ai dati individuali e identificativi degli alunni». Elementi che comunque «verranno raccolti e trattati secondo le modalità previste e approvate dal Garante della Privacy, per cui certe polemiche sono prive di fondamento». La parte contestata, ovvero l’ articolo 2, al paragrafo 3, in effetti dispone che «per le finalità di rilevante interesse pubblico» nell’ anagrafe degli studenti potranno essere annotati alcuni dati sensibili «idonei a rivelare lo stato di salute, le convinzioni religiose o di altro genere e dati giudiziari indispensabili ad individuare il soggetto presso il quale lo studente assolve l’ obbligo scolastico (scuole paritarie, strutture ospedaliere, case circondariali)». Secondo Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione alla Camera, «questo è un modo ambiguo e inadeguato di affrontare la dispersione scolastica, che violenta la privacy degli studenti e l’ intimità della sfera familiare visto che il ministro Gelmini sembra interessato a schedare gli alunni a seconda che siano figli di genitori separati o meno». Aggiunge Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria Pd, che «non si capisce perché collezionare informazioni sullo stato di salute, il credo religioso e i dati giudiziari. Elementi non necessari e che devono essere immediatamente cancellati per evitare di passare da una buona iniziativa ad una schedatura che ricorda i provvedimenti del ventennio. La Gelmini viola la privacy dei minori». In parziale sostegno al ministro si esprime la rivista «Tecnica della Scuola» che sostiene che «le preoccupazioni sembrano eccessive perché il decreto ha già avuto il benestare del garante della privacy». Tito Russo, coordinatore nazionale dell’ Unione degli Studenti (Uds) liquida la novità come «uno spot estivo» e trova «grottesco che il ministro Gelmini si preoccupi di anagrafe quando le scuole non sanno come pagare gli stipendi e che programmi fare a settembre. Un’ altra trovata d’ agosto, come quella delle assenze segnalate con un sms dello scorso anno e che poi non è mai partita».

Il COrriere della Sera 10.08.10

"Il Giornale usato come clava", di Natalia Lombardo

È di ieri la sentenza di Vittorio Feltri gridata sul Giornale : «Fini come Scajola», parte la raccolta di firme «per mandarlo a casa». Il quotidiano di proprietà del fratello del premier, Paolo Berlusconi (tanto per parlare di familismo) pubblica una scheda: aderisci alla campagna «Via Fini», basta una mail, via fax o per posta. Obiettivo: le dimissioni da presidente della Camera per lo «scandalo» della casa a Montecarlo, rivelato dal Giornale stesso con una campagna dal 28 luglio. In questi giorni Berlusconi (Silvio) ha sussurrato ai suoi: «L’avevo detto io che su questa storia ne avremmo viste delle belle. E non è finita…». Lo disse anche il 16 ottobre 2009: «Sul giudice Mesiano ne vedremo delle belle…».

Quattro giorni dopo si videro i calzini azzurri del giudice che impose a Fininvest di risarcire 750 milioni di euro alla Cir di De Benedetti: pedinato dalle telecamere di Canale5 e preso per pazzo. E la campagna contro Fini è iniziata nell’agosto 2009, con sospetti su notti «a luci rosse» di ex aennini in calore, o sparando la notizia (vera) del contratto da un milione di euro con la Rai della suocera, la signora Frau, mamma di Elisabetta Tulliani. Lancia il sasso e nasconde la mano, il cavaliere, si mostra estraneo o anche indignato solo dopo che i giornali di famiglia o «amici» hanno fatto il lavoro sporco. Vittorio Feltri è campione del suo «stile Libero» che gli fece mettere in copertina Veronica a seno nudo, «la velina ingrata».

L’uso diffamante di non notizie ha raggiunto l’apice su Dino Boffo, direttore de l’Avvenire messo in croce da Feltri il 28 agosto 2009 col titolo: «Il supermoralista condannato per molestie». Un caterpillar contro il direttore del giornale della Cei, critico sulla condotta poco esemplare di Berlusconi a sipario aperto su festini e escort. Boffo il 3 settembre si dimise e Feltri fece poi marcia indietro scusandosi. Berlusconi declamò: «Mi dissocio dal Giornale », la vita privata «è sacra per tutti». Per lui, soprattutto, si vide sfumare l’incontro col Cardinal Bertone a L’Aquila. Niente Perdonanza… Ora il «metodo Boffo» suggerito dai falchi Pdl è usato contro Fini. Berlusconi è sempre al corrente dell’armamentario dei suoi media. Lo dimostra la telefonata che fece a Piero Marrazzo nell’agosto 2009: ho visto un video che hanno girato su di te a casa di alcuni trans – era nelle mani di Alfonso Signorini, direttore di Chi , magazine Mondadori – così il premier suggerì al Governatore del Lazio di comprare il video, non di denunciarne gli autori.

Dietro le rotative Silvio c’è: il 31 dicembre 2006 il Giornale sparò in prima: «Fassino a Consorte: siamo padroni di Bln?»; il 24 dicembre 2005 l’imprenditore Fabrizio Favata aveva portato ad Arcore, a Silvio e Paolo Berlusconi, la cassetta della telefonata in cui l’allora leader dei Ds avrebbe detto al presidente dell’Unipol «abbiamo una banca?». Ora Favata è agli arresti domiciliari e Paolo Berlusconi è indagato per ricettazione della registrazione, comunque allora partì la campagna al veleno firmata Belpietro. Ma il cavaliere si tira sempre fuori, addirittura chiamò Fini per scusarsi quando «Striscia» rivelò in video la love story tra Gianfranco e Elisabetta, in felice attesa. A Ricci costò una reprimenda del presidente Mediaset, Confalonieri, ma il futuro socio del Pdl era già stato macchiato di gossip. Adesso di fango.

L’Unità 10.08.10

"Un mese in cammino per riscoprire la storia da cui è nato il Paese", di Giuseppe Civati

Ci siamo. Come il titolo della prima Unità. Per unire la storia. Già. Perché anche la storia, oltre alla geografia, bisogna unirla. E il Pd era nato per unire, mica soltanto i Ds e la Margherita. Che andavano (così così, come stiamo andando ancora) anche da soli. Il Pd era nato per unire il Paese, per superare le divisioni, per costruire una storia diversa. Per cambiare la politica, e prima di tutto noi stessi. Una Repubblica una e purtroppo divisibile. Anzi, già divisa. E non solo per la secessione, quella geografica, che per altro c’è stata già e nemmeno ce ne siamo accorti. No. C’è il problema delle generazioni, della convivenza tra italiani e stranieri, del pubblico e del privato. I famosi dualismi del politichese.

Certo. Come quello tra ricchi e poveri. Categorie che sembrano desuete e invece sono sempre più valide, come scrive Franzini nel suo bel libro, ricordandoci che forse dovremmo occuparci di Gini e del coefficiente che studia le disuguaglianze più che di Fini e del suo ravvedimento del terzo tipo (Mussolini, Berlusconi e ora, più o meno, se stesso). Una consonante che fa la differenza. E mentre nella destra decidono che cosa fare, non perdiamo tempo. Prepariamo la valigia. Nello zaino, la Costituzione, qualche libro: il nécessaire, insomma.

Un po’ di ricambi e di ricambio, se si può. E quell’emozione di quando si inizia, perché la politica italiana è un po’ come l’estate: sta sempre finendo. E non se ne può più. Le larghe intese, in questo difficile agosto di crisi, facciamole con la società, perché nel nostro sofisticatissimo dibattito – a colpi (colpe?) di interviste e di comunicati – stiamo lasciando campo aperto a chi, nel bene e nel male, si rivolge direttamente agli elettori. Populismo? Di più. Ma anche rapporto con la pancia e con la vita dei cittadini che si vogliono rappresentare. Da Torino a Marsala: sarà anche un Paese troppo lungo, come dice Ruffolo (uno da leggere, sottolineando, come quando si studiava). Ma noi lo abbiamo allungato, questo Paese, negli ultimi anni, sempre di più.

E parliamo lingue diverse. E tutto è una caricatura, un voluto non capirsi. E la Costituzione non è datata, come vuole il Berlusconi più volgare. È lontana nel tempo. Diritti e doveri, diceva Mazzini: quelli francesi, della Rivoluzione, e questi per costruire l’Italia. Che viene in mente quella battuta: «In Italia i diritti sono diritti, e i doveri sono una domanda: dov’eri?». E qualcuno ce lo chiederà. Dov’eri quando tutto questo è accaduto? Unire i puntini, come si fa sotto l’ombrellone. Sottraendoci al dibattito del gossip, evitando di sprecare parole: poche emissioni, quelle esclusivamente necessarie a fare un po’ di strada. Viaggiando leggeri, e lenti, perché s’inquina di meno e si capisce di più. Il senso della proposta è qualcosa di più complicato delle cose da fare, degli elenchi.

È la scelta degli argomenti, è trovare il tempo. E proporre in relazione con i cittadini. Anzi, trovare il modo perché siano loro a dirti che cosa è meglio fare. E deciderlo insieme. Ecco cos’è un viaggio e quello (che poi è la stessa cosa del viaggio): il racconto. Che coinvolge. E che dà senso, perché mette in fila le cose, le collega tra loro, le offre agli altri. E riunisce le persone, intorno a un fuoco acceso. Con me c’è Ippolito Nievo e ci sono Le Confessioni di un italiano . E c’è la voglia di capire come si fa a coinvolgere le masse popolari e forse televisive (nel Risorgimento erano quelle contadine) in un discorso nuovo e diverso. E Ippolito era cool, perché si imbarcò, aveva una tipa che non l’amava (Bice, si chiamava), e gli raccontava delle imprese sue e di Garibaldi e del grigiore da burocrate del Nord a Palermo.

E poi naufragò che se no chissà, magari faceva il premier. Erano giovani. E si moriva giovani. Ed è una questione politica, ma anche demografica. E di errori se ne facevano parecchi, di continuo e ci misero un sacco di tempo a unire l’Italia e non avevano mica tutte chiare le cose. Prendete Pisacane e prima Murat. O i Bandiera, con quel nome che fa pensare alle imprese temerarie e a potenti manifestazioni. E che sbarcavano tutti in Calabria o poco più a Nord, e andava sempre male. Puntualmente. E c’era Garibaldi, che chiamava i figli con i nomi degli eroi. Mancati. Soprattutto. Se vi dico Silvio, non vi viene certo in mente Pellico (e neppure la prigione, e non voglio fare il malizioso). Un’Italia che non c’è più e, invece, c’è ancora.

Da Alessandria allo Stretto, da Gaeta a Novellara, passando per Fondi, per Talamone, per Crotone. Usciamo dal Palazzo. Incontriamo le persone. Ci piace la politica «alla pari», che guida perché ha una buona mappa, perché viaggia su un’utilitaria, perché ha voglia di capire. E che s’interroga, sulle piccole e grandi cose, perché anche quelle vanno tenute insieme. Riunite. E non c’è concretezza (la parola più in voga, a queste latitudini) se non c’è il disegno, e non c’è utile se non per tanti. Tutti, se si può. E quando sbaglia strada, quella politica del viaggio e del racconto, scende a chiedere indicazioni. Non si offende, non se la prende, non dà la colpa al segretario. Come quei giocatori che se la prendono con il pallone…

Una politica che ha soprattutto a cuore l’immaginario. Quello che vede e, ancor di più, quello che sente. Se Grillo ne ha cinque, di stelle, a noi, per pernottare, ne basteranno tre, perché non è il caso di esagerare. In seconda classe, perché cerchiamo i ceti medi. E sono le persone per bene, che vivono del loro lavoro, a interessarci. Avvicinare le distanze. Ascoltare. Discutere. Attraverso la provincia, perché non è che si può andare bene, elettoralmente, solo nelle grandi città, e quando la strada sale e i centri si fanno più piccoli, si diventa marginali, residuali, impotenti.

E il territorio. Non sono i gazebo, a fare la differenza. È il messaggio, è la condivisione con le persone che lavorano, da sorprendere nel corso della loro giornata e non ai convegni. E viene in mente Obama, quando ricordava che tutto per lui era nato non a Washington, ma nei cortili di Des Moines, nei tinelli di Concord, sotto i portici di Charleston. Sostituite quelle località con Pontida e Teano, Quattro Castella e Gravina, per dire, e avrete la soluzione. Viene in mente quella canzone, in cui De Gregori invita a «aprire la finestra» e a guardar fuori, e a vedere le persone che «non contano, e invece contano» e, soprattutto, «si stanno contando già». E aspettano un segno, un vecchio segno: «quando cambia il tempo» e «quando s’alza il vento», questo segno «arriverà». Lo diceva qualcuno: il futuro bisogna ricordarselo. E bisogna fare uno sforzo. Anzi, no. A volte è sufficiente appassionarsi all’idea. Un bel modo per incominciare.

L’Unità 10.08.10

"Passioni e ragione la grande lezione del conte", di Lucio Villari

Duecento anni fa nasceva uno dei protagonisti della storia italiana. Fu liberale e anti-bigotto con un modello di Stato valido ancora oggi. Le sue lettere d´amore alla ballerina ungherese furono fatte bruciare. Senza la libertà di stampa, scrisse, le società restano ferme, anzi indietreggiano. Un bilancio su Cavour e su quanto ha fatto per portare il Piemonte e l´Italia dal regno della necessità a quello della libertà, della modernità, della laicità: è giusto farlo e aggiungerlo a quanto è stato sempre scritto su di lui e sulla stagione della nostra storia di cui fu protagonista, quella del formarsi di una nazione e di uno Stato. Anche la sua nascita, duecento anni fa, come in un presagio coincide con un´epoca sublime, l´apogeo imperiale napoleonico, che vide l´Italia per la prima volta e per un tempo troppo breve unita da una volontà politica, “governata” da un´idea di potere separata da qualunque dipendenza religiosa, contagiata dalle prime sorti magnifiche della rivoluzione industriale europea.
La sua formazione intellettuale avvenne però in un´epoca opposta, in quell´età della Restaurazione che egli subì nel clima irrespirabile e clericale del Piemonte sabaudo al quale cercò di sottrarsi sia per le spirituali ed etiche linee interne protestanti rappresentate dalla madre ginevrina Adele de Sellon, sia abbandonando la carriera delle armi per percorrere l´Europa: Parigi, Londra, Bruxelles, Ginevra, altre città inglesi e belghe, la Germania renana. Insomma l´occidente capitalistico e meccanizzato, dove le ciminiere e le officine, e una agricoltura rinnovata da investimenti di capitali, canali, strade, ponti, scambi, e le prime ferrovie gli davano la certezza che un paese come l´Italia, dalle cui sonnolente città (compresa Roma) e regioni non fu mai interessato e incuriosito, potesse essere riformato e modernizzato soltanto al seguito di grandi eventi europei ed esclusivamente dalla pressione delle forze morali sui governi.
Dunque non con insurrezioni e rivoluzioni, ma con la potenza di idee, programmi istituzionali, piani di sviluppo economico e tecnico da imporre per via politica a governi nati con il congresso di Vienna. La Restaurazione italiana era così descritta da colui al quale Cavour deve la carriera politica, Massimo D´Azeglio: «Con la fine dell´influenza napoleonica in Italia, si perdeva un governo che in fondo in fondo doveva, prima o poi, condurre al trionfo di quei principii che sono la vita delle società umane per tornare ad un governo di balordi, ignoranti, pieni di fumi e di pregiudizi».
Ebbene, tutta la vita di Cavour è stata ispirata all´implacabile razionalità, all´avversione ai tanti “pieni di fumi e pregiudizi” (a cominciare dal fratello Gustavo) che consideravano uno scandalo il liberalismo e libertino ogni rifiuto delle convenzioni banali. Anche la sua storia intima ne è la prova avendo egli vissuto gli anni più intensi, da giornalista militante fino a presidente del consiglio, nella felicità di un rapporto amoroso, riservato e delicato, con una ballerina ungherese, Bianca Ronzani, moglie di un ufficiale dell´esercito sardo. Fu una felicità piena, di cui resta traccia nelle poche lettere d´amore da lui scritte, sopravvissute alle tante dove la sensualità vitale e l´erotismo erano il dolce traslato della sua aggressiva ed esperta vitalità politica. Lettere numerosissime che molto tempo dopo la morte di Cavour furono acquistate appena in tempo da un antiquario pronto a diffonderle, e bruciate per ordine del re Umberto I. Perdita irreparabile per ragioni storiche e politiche. Queste lettere avrebbero gettato una luce diversa da quella perplessa e intimidita dei più noti biografi di Cavour, sulla sua decisiva scelta di politica estera fatta con l´alleanza tra il Piemonte e l´imperatore Napoleone III. Alleanza che dagli accordi di Plombières (1858) alla seconda guerra di indipendenza (1859), aprì la strada alle insurrezioni dell´Italia centrale, alla liberazione della Lombardia, ai plebisciti unitari, all´irruzione democratica di Garibaldi e dei Mille, all´unità d´Italia.
Quelle lettere, insomma, avrebbe reso giustizia al libertinismo come disincanto politico di Cavour (le cui radici intellettuali sono certamente anche nella Mandragola di Machiavelli) e alla diciottenne sua nipote, l´affascinante Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, al cui eros, diplomatizzato dallo zio, si devono la seduzione del sensibile imperatore dei francesi e la conclusione, attraverso la bellezza, di un progetto di grande spessore politico.
Anche in questo il liberalismo di Cavour è una filiazione della cultura e dell´autonomia intellettuale dell´Illuminismo francese, così come la sua idea delle riforme costituzionali era fondata sull´esperienza progressiva del sistema parlamentare inglese. Ma una riflessione attuale sull´opera di Cavour investe frontalmente la storia dell´Italia contemporanea, anche se le nostre classi dirigenti politiche, di maggioranza o di opposizione, non danno la sensazione di esserne partecipi nell´anno che ricorda sia la geniale impresa di Garibaldi, sia l´altrettanto geniale opera compiuta da Cavour e, come ricordava Gramsci, dalla sua evidente e importante egemonia “moderata” sulla rivoluzione risorgimentale. In fondo, Cavour iniziò la sua carriera politica come studioso di problemi dello sviluppo economico e, non a caso, come giornalista quando sul finire del 1847, alla vigilia della “primavera dei popoli”, fondò un giornale il cui titolo riassumeva il meglio del pensiero liberale e progressista italiano, dai versi di Leopardi agli scritti di Manzoni alle musiche di Verdi, Il Risorgimento.
L´attualità di Cavour si può dunque riassumere in quella dialettica della modernità e della libertà che egli trovava nel rapporto creativo tra politica, economia, spirito; nell´autorità culturale dello Stato; nell´assoluta laicità di tutti gli istituti pubblici; nell´eliminazione di interessi settoriali e marginali sugli interessi generali e, per finire, nella libertà di stampa. Una stampa gelosa della libertà dei cittadini perché, scriveva Cavour, «è mezzo principale di civiltà e di progresso pei popoli, senz´essa le società moderne, qualunque fossero i loro principali ordinamenti politici, rimarrebbero stazionarie, anzi indietreggerebbero».

La Repubblica 10.08.10