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"Il viaggio dell'Unità 150 anni dopo. Dal basso verso l’alto: ecco la politica dei giorni a venire" di Giuseppe Civat

Scorre l’A4, sotto di noi. Nel Nord è meglio non girare da soli, di questi tempi, e mi accompagna Fausto, che fa Perego di cognome, è stato vicesindaco di Arcore e mi dice: «Siamo riusciti a sostituire Berlusconi». E io: «Cosa?». «Sì, abbiamo preso il suo posto nell’angolo. Lui ne è uscito e vi ci siamo infilati noi». Fausto è così, Berlusconi lo conosce. L’ha visto da vicino. Anche “prima”. E l’apertura del Corriere gli dà ragione. Il titolo è: «Mobilitiamoci» e lo dice il premier in carica. Cose che succedono solo da noi, in questo tempo rovesciato, in cui a chiedere le elezioni anticipate è il capo del governo, i garantisti diventano forcaioli e i moderati sono quelli dell’opposizione.

E tutti a dire, da vent’anni, che è un problema di comunicazione. Ma non è vero. Magari fosse così. Magari il problema fosse solo quello di non fare campagne di comunicazione brutte come le ultime. È un problema di argomenti. E di stile. La questione morale è anche una questione estetica. E di comportamenti e di modi di fare. E magari di radicalità, senza per questo pensare che si tratti di estremismo. No, radicalità significa andare in profondità, spiegare le cose ed essere chiari, lineari, coerenti quando le raccontiamo.

È soprattutto un problema di simboli. E di immaginario. Lo scrive Massimiliano Panarari in un libro che andrebbe distribuito a tutti i democratici sparsi per il Paese. «Mi pare ci siano due temi fondamentali, e non più aggirabili», mi dice Massimiliano. «Sono temi della sinistra, fanno parte del suo dna». Massimiliano è chiaro: «Prima di tutto, la partecipazione, il bisogno di riportare a intervenire e a dire la propria i nostri concittadini e le nostre concittadine e, in particolare, le giovani generazioni che la gerontocrazia e i tratti da Antico regime di questo nostro Paese tengono fuori dai processi e, soprattutto, dalle sedi decisionali». E già basterebbe. Ma poi Massimiliano rincara la dose: «La cultura nella nostra epoca, postmoderna e liquida, si intreccia strettissimamente con l’immaginario, con la dimensione simbolica, della conoscenza e delle mentalità. Uno dei (tanti) problemi che ci troviamo a dovere affrontare consiste proprio nel fatto che l’immaginario di moltissimi italiani, purtroppo, è stato occupato in modo “militare” da un’egemonia sottoculturale che li induce ad abbracciare in modo quasi inconsapevole la visione di una brutta destra egoista, socialmente darwiniana e insofferente alle regole della convivenza civile».

È il campo di gioco che è già concepito a immagine e somiglianza della destra. E noi fatichiamo: «Fare politica nei nostri tempi significa proprio generare culture e immaginari nuovi, e in linea con le nostre idealità».
Prendete i giovani, ad esempio. Nel Risorgimento erano tutti ventenni. I trentenni erano già leader di una certa esperienza. E noi siamo qui a parlare non dei giovani elettori, ma dei giovani dirigenti del Pd. Come se il problema fosse questo. E i giovani-non-dirigenti non si sa come coinvolgerli, lo ripetiamo in ogni riunione, a ogni convegno. E allora andiamo a Torino. Pensando ai moti del 1821, al «mobilitiamoci» di casa nostra e, magari, al Move On che ha aperto la strada ai democratici americani.

Per convincere i giovani, bisognerebbe unire il giorno e la notte. I sogni e la realtà. Nell’epoca della classe creativa tutto ciò ha un significato anche economico. Nell’epoca dell’insicurezza serve a fare uscire le aree della nostra città dal degrado. E si può fare politica anche di notte, come dimostra l’esperienza di «Torino Sistema Solare» www.torinosistemasolare.it. Contro il nucleare, per l’acqua pubblica, per spiegare dove iniziano e dove finiscono le piste di cocaina. Max Casacci dei Subsonica te lo racconta, senza fare mai l’antipolitico. Anzi, in un dialogo continuo con la politica.

Chiedendo di più: orgoglio per la città e creatività. Insieme. Cose pratiche e cose importanti, dice Max. Dal basso verso l’alto, me la spiego io. Spazi, piazze, luoghi di incontro anche per trasformare la politica in qualcosa che possa ospitare il dibattito e aprire le porte a chi ne è estraneo. La città, dice Ilda, che fa l’assessore con Chiamparino e si occupa di cittadinanza, è «il luogo della relazione tra diversi» e ci invita quotidianamente a una riflessione sull’uso sociale dello spazio pubblico. Ilda, che ha appena finito di leggere Reichlin (Il midollo del leone), sostiene che non basti l’amministrazione: «averlo pensato è stato il nostro più grande errore». Ci vuole la politica. Che sappia accompagnare i processi culturali, che assuma il conflitto pensando al modo migliore per comporlo, attraverso una partecipazione vissuta e non solo teorizzata. Tra Porta Palazzo e San Salvario o tra Torino e Berlino, direbbe Max, che addirittura a Torino vorrebbe portare il mare. Una politica per la città, contro le sue «cattive energie», che non ricorra alle ideologie e alle icone del Novecento, ma che abbia l’obiettivo di viverla e farla vivere. Perché, anche se a volte ce ne dimentichiamo, si può vivere di notte e si può (addirittura) sognare di giorno.
E mi viene in mente che Berlusconi è basso. Non per ragioni di statura, e per fare gli spiritosi. È basso perché propone un modello che non alza mai lo sguardo, non guarda lontano, si preoccupa esclusivamente del presente. E se vogliamo batterlo, alziamolo, questo sguardo, prima che sia troppo tardi.

Ad Alessandria Giulio Massobrio ci spiega che la questione dell’identità storica è un po’ complicata in una provincia di frontiera (e a proposito di province, Casale ne vorrebbe una tutta sua, anzi no: federata con Vercelli, perché oltre alla finanza creativa c’è anche il federalismo creativo). L’identità di Alessandria, con i soldati mandati là da tutti i confini del mondo conosciuto, con una formula multietnica prima che inventassero l’aggettivo. E con la cittadella, dove sventolò il tricolore di Santorre di Santa Rosa, di cui gli alessandrini oggi non sanno bene cosa fare. E non c’è federalismo demaniale che tenga.

L’identità territoriale è un fatto che conta nelle campagne elettorali ma non ha alcuna ricaduta concreta nella vita amministrativa. Ci si appassiona a cose che non esistono perché quelle che esistono sono difficili da definire e da governare, soprattutto. E allora a Valenza c’è la crisi dell’oro, a Novi se la cavano con gli outlet (un distretto commerciale?), a Casale si è congelato anche il distretto del freddo. E mettere insieme i pezzi, come cercano di fare a Radio Gold – uno di quei media locali incredibilmente progressisti e innovativi – è difficile. Forse perché bisognava capire i luoghi e rilanciarne la “vocazione”, pensando al futuro e non solo costruendosi un passato spesso artefatto. Magari insegnando il torinese ad Alessandria, che sabauda è diventata solo molto tardi, troppo, anche per il dialetto, che qui infatti è un incrocio di parlate diverse. E oltre ai territori bisognava capire dove andavano i flussi economici, commerciali, insomma vitali, che nella politica italiana sono rimasti soltanto flussi di coscienza e chiacchiere localistiche. Provinciali, in quel senso che alla provincia non fa onore. E locali sì, ma non come i locali di Max e della notte torinese. Dove i giovani entrano ed escono, sperando di incontrare qualcuno che abbia qualcosa da raccontare loro. Per l’indomani. E per i giorni a venire.

L’Unità 11.08.10

"Più promossi alla superiori, Gelmini smentita sul rigore", di Salvo Intravaia

Più cervelloni e meno respinti agli esami di maturità. Stabile il numero delle bocciature alla media e in forte calo i respinti del superiore. Ma per il ministero rimane «confermata la linea del rigore». «La maggiore severità nei giudizi si è verificata soprattutto in sede di consiglio di classe – sostengono da viale Trastevere – grazie alle nuove regole introdotte per la valutazione degli studenti».
Dopo tante anticipazioni, il ministero dell´Istruzione ha reso noti gli esiti dell´anno scolastico appena archiviato. Stando ai numeri, i prof italiani hanno preferito a quella del rigore la linea dell´equilibrio. All´aumento dei non ammessi agli esami di Stato, passati dal 5,1 al 6,6% di quest´anno, ha fatto seguito un netto calo dei bocciati agli esami, che dal 2,5% crollano all´1,1. A conti fatti, non è cambiato quasi nulla: dovranno ripetere l´anno in tutto 7,6 ragazzi su 100, un migliaio in più dell´anno scorso, quando furono il 7,5%. E nonostante le stretta sulle regole per assegnare la lode, il numero dei cervelloni per la prima volta dal 2008 supera l´unità percentuale: dallo 0,9 all´1,1%. A fare il pieno di lodi sono le scuole del meridione, con oltre metà del totale: il 53% di riconoscimenti. Il record è della Calabria, dove più di 2 diplomandi su 100 hanno acciuffato la lode. Al liceo Da Vinci di Reggio Calabria se ne sono contate addirittura 26: l´8,6%.
Ma la vera sorpresa di quest´anno è rappresentata dal crollo dei bocciati nelle prime quattro classi della scuola superiore, che dal 14,1% del 2008/2009 scendono al 13,3. Un risultato incoraggiante per l´enorme numero di “dispersi” che si registra annualmente in Italia. È in prima, scoglio insormontabile per tanti studenti, che il calo è più vistoso: oltre 2 punti e mezzo percentuali in meno rispetto al 2009. I più bravi restano i ragazzi dei licei classici, i meno preparati sono invece quelli degli istituti professionali. Stabile anche il numero dei rimandati a settembre: 27,8% di studenti che tecnicamente sono “con giudizio sospeso”. In aumento invece i bocciati che hanno rimediato, tra le insufficienze, anche quella in condotta: da 7 mila e 700 passano a 13 mila e 400.
Poche novità, invece, alla media. Ad un calo dei respinti in seconda corrisponde un aumento in prima media. Risultato: dal 4,9 del 2009 si passa al 5% di non ammessi all´anno successivo. E agli esami finali? I ragazzini fermati prima delle prove sono in leggero aumento, dal 4,3 al 4,6 per cento. Ma quasi tutti coloro che affrontano gli esami passano: il numero di bocciati, quest´anno come l´anno scorso, è pari allo 0,5%.

La Repubblica 11.08.1o

"L'Italia si divide in quinta elementare", di Mauro Baudino

La matematica? Da dimenticare. O meglio, sono proprio le conoscenze matematiche quelle che più facilmente scompaiono, anche in tempi brevissimi, si azzerano, svaniscono dalla testa dei ragazzi. In quinta elementare la conoscevano abbastanza bene, per quel poco che dovevano sapere, in prima media non ricordano più nulla. In terza media avevano tutta una serie di conoscenza specifiche, al primo anno delle superiori le hanno perse, e bisogna ricominciare da capo. Non è colpa delle estati bollenti, ma di un meccanismo assai complesso che da una parte riguarda sì l’insegnamento, ma dall’altra la motivazione, il grado di fiducia nella scuola e in ciò che si impara da parte degli alunni. È una vecchia storia nella tradizione italiana, forse dovuta all’impronta data alla nostra cultura dalla riforma Gentile, e spesso confermata dalle indagini sull’apprendimento scolastico.

Una riprova è nel rapporto che pubblica oggi l’Invalsi. L’istituto per la valutazione dei risultati scolastici ha condotto un test sugli apprendimenti di italiano e matematica nelle classi seconda e quinta elementare, e nella prima media. I risultati sono più o meno quelli che ci si poteva attendere, perché ovviamente non si discostano molto dai precedenti, e da indagini simili. Quel che colpisce, però, è che italiano e matematica vanno a braccetto, almeno per un po’, e poi si lasciano, forse per sempre, come due partner insoddisfatti. All’inizio, siamo tutti uguali: in seconda elementare ci sono 61 risposte corrette su 100 per l’italiano, e 56,7 per la matematica; poi la forbice si allarga, e la differenza diventa di cinque punti in quinta, di dieci in prima media. È l’effetto-dimenticanza, lo stesso che in parte vale, nel campo dell’italiano, per la grammatica.

Nei giorni scorsi si è letto il rapporto Invalsi sulla prova nazionale effettuata nel quadro degli esami di terza media come la certificazione di una Caporetto proprio della grammatica. In realtà, al di là dei sensazionalismi, la bassa percentuale di risposte esatte indica solo una conoscenza media piuttosto bassa. È evidente che una risposta giusta su tre non significa che uno studente su tre non conosce la grammatica. Lo stesso vale per la matematica. E se si incrociano i dati regione per regione, si vede che la vera forbice è, ancora una volta, tra Nord e Sud. Al Nord le cose vanno molto meglio, e soprattutto i risultati sono più omogenei, mentre al Sud c’è una forte diversità anche all’interno delle singole regioni. C’è anche un caso curioso: la Puglia che è vicina alla media nazionale in italiano, ma non in matematica. Patria di grandi oratori…

Per il resto, come c’era da attendersi, svettano Piemonte e Lombardia, Trentino e Friuli Venezia Giulia, e il Veneto, che però eccelle in italiano. In generale anche i distacchi in positivo dalla media nazionale non sono particolarmente significativi per quanto riguarda la matematica. La domanda s’impone: siamo noi che proprio non la vogliamo studiare, o è la scuola che non riesce a insegnarcela?
Se, come si è visto, nella seconda elementare ci sono regioni che hanno addirittura un ritardo in italiano e un vantaggio in matematica (sempre rispetto alla media nazionale), nella quinta sono solo tre, in prima media zero. Il quadro che dipinge l’Invalsi non è purtroppo molto promettente: fatta eccezione per Abruzzo e Basilicata, alla fine tutte le regioni meridionali hanno risultati significativamente più bassi della media nazionale. E nelle Isole va anche peggio.

Il divario si amplia mano a mano che gli alunni procedono negli studi e diventano grandicelli: le regioni settentrionali partono più avvantaggiate (soprattutto per quanto riguarda l’italiano) e i risultati tendono a migliorare nel corso degli anni; al contrario quelle meridionali perdono progressivamente terreno sia in italiano sia in matematica, dove peraltro già in seconda primaria sono sotto di qualche punto. Si assiste così a quello che sembra un paradosso, ma purtroppo non lo è: proprio nel momento piuttosto cruciale in cui si lasciano le elementari per il nuovo ciclo di studi, le distanze dalla media nazionale di italiano e matematica di una stessa regione tendono a diventare molto più simili. Chi va bene, va sempre meglio, chi va male peggiora irrimediabilmente. Non è che ciò avvenga solo nella scuola: ma certo se avviene nella scuola, può spiegare piuttosto bene come mai il fenomeno si verifichi in modo sempre più evidente nell’intera società italiana, e in tutti campi, non solo in quello del sapere.

La Stampa 11.08.10

Protezione civile a Pompei Corte Conti: non c'era emergenza

La Corte dei Conti boccia Bondi e il governo sui beni culturali. Contesta l’arrivo della Protezione civile sul sito archeologico di Pompei, arrivo che permetteva all’organismo guidato da Bertolaso di eludere le verifiche preventive dei magistrati contabili. E, non bastasse, la nomina del critico a soprintendente dei musei a Venezia.

Non è una calamità naturale né un grande evento eppure per l’area archeologica di Pompei è stato dichiarato lo scorso anno lo stato di emergenza. Il che ha fatto sì che sia stato possibile per la Protezione Civile emettere delle ordinanze senza il preventivo controllo della Corte dei Conti. In una delibera di oggi la magistratura contabile ribadisce i propri dubbi sulla considerazione di quegli atti come attinenti ad una calamità o un grande evento e sulla loro conseguente esclusione dalla verifica. Anche se alla fine alza le mani perché parecchie di quelle delibere sono ormai in esecuzione e quindi il controllo «preventivo» di fatto non è più possibile.

Il governo ha sempre difeso invece la scelta di sottoporre gli scavi alle delibere della Protezione Civile, che possono derogare dalle leggi ordinarie, chiamando in causa addirittura la pericolosità del Vesuvio, «vulcano ancora attivo».

La Corte dei Conti già in passato era intervenuta più volte per contestare la decisione di escludere dalle normali procedure di controllo eventi che poco hanno a che fare con le grandi calamità. Fu il caso per esempio della Vuitton Cup, considerata grande evento e per questo esclusa dai controlli preventivi. Anche sulla storia degli scavi di Pompei la Corte torna a ribadire che «il Dipartimento della Protezione civile può svolgere non qualsiasi attività» ma «l’attività finalizzata alla tutela dell’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi o da altri grandi eventi, che determinano situazioni di grave rischio».

La Corte dei Conti prende allora in considerazione le delibere della Protezione Civile, una per una, per sottolineare come in molti casi non rispondano a quei criteri di «grave danno o rischio» che possano giustificare la deroga alla normativa vigente. La Corte contesta, per esempio, l’esclusione dai controlli delle decisioni che riguardano «le opere di manutenzione straordinaria per consentire la piena fruizione dei beni archeologici» o «il piano per garantire l’ordinato svolgimento delle attività commerciali» o «l’organizzazione dei servizi di guida ai turisti» o le modalità di sponsorizzazione. Tutte elementi che infatti non sembrano rispondere a quei requisiti di pericolosità o emergenza.

Replica la Protezione civile: Davvero non si comprende come, a fronte di una deliberazione della suprema magistratura contabile che di fatto riconosce la piena correttezza e applicazione della normativa da parte della Protezione Civile Nazionale nella gestione dell’emergenza relativa all’area archeologica di Pompei, ci si trovi – ancora una volta – a dover vedere messa in cattiva luce l’attività del Dipartimento della Protezione Civile», replica in una nota il Dipartimento della Protezione civile.

«La nostra attività è fissata da una legge a cui, come confermato dalla Corte dei Conti, ci si è sempre scrupolosamente attenuti. Se davvero i gravi rilievi formulati trovassero riscontro nella normativa vigente si sarebbero tradotti in un dispositivo ben diverso. E il fatto è che la Corte dei Conti ha riconosciuto la legittimità del nostro operato. Altre osservazioni andrebbero indirizzate ad altri organi dello Stato».

L’Unità 11.08.10

La Corte dei conti boccia Sgarbi sovrintendente a Venezia

Rimandato indietro il provvedimento del ministero. Contestata la procedura seguita da Bondi e la compatibilità con la carica di sindaco di Salemi. Problemi con la Corte dei Conti per la nomina di Vittorio Sgarbi alla guida del polo museale di Venezia. I magistrati contabili, rende noto la Uil dei Beni culturali, hanno rimandato indietro il provvedimento accompagnandolo con una serie di rilievi, che gli uffici del ministro Sandro Bondi dovranno ora chiarire entro 30 giorni. La Corte contesta la procedura seguita dal ministero per la nomina, che definisce «non comprensibile», e chiede anche di precisare se l’incarico attribuito a Sgarbi sia compatibile con quello di sindaco della cittadina di Salemi.

In particolare, la Corte ricorda che Sgarbi al momento della nomina era un funzionario in aspettativa del ministero senza qualifiche dirigenziali. La legge prevede che la qualifica di dirigente possa essere ugualmente attribuita «a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale non rinvenibile nei ruoli dell’Amministrazione», nota la magistratura contabile. Ma questo non sembrava il caso del ministero, che aveva già avviato le procedure per trovare un dirigente al suo interno e accertato la disponibilità di due dirigenti ritenuti dal direttore generale in possesso «di un ricco curriculum». Il che costituisce un vincolo per l’amministrazione, «salvo il ricorrere di validi motivi non palesati» . Per cui «non appare comprensibile – scrive il magistrato – l’operato della amministrazione che, discostandosi dalla procedure seguita e dai risultati conseguiti si risolse ad attribuire l’incarico ai sensi dell’articolo 19 comma 6».

Così com’e, conclude la Corte, «il provvedimento appare privo del presupposto indispensabile della dalla legge per attribuire l’incarico a personale non dirigente dei ruoli dell’amministrazione». Se il ministero non dovesse rispondere entro 30 giorni il provvedimento sarà deferito alla Sezione del Controllo. La Uil, che sulla nomina di Sgarbi a Venezia aveva avanzato da subito riserve, ribadisce la convinzione che la nomina decisa da Bondi sia illegittima perché il critico presentò la sua domanda fuori tempo massimo quando il bando era concluso. E sottolinea che «vigilerà sulle decisioni della Corte dei conti». (Ansa)

da Il Corriere del Veneto 11.08.10

Bologna: «Organici in alto mare e tagli. Centinaia di bimbi senza il posto»

Gli organici della scuola bolognese sono «ancora in alto mare» e non c’è «nessuna notizia rassicurante sulla dotazione di personale che dovrebbe consentire, tra neppure un mese, l’apertura dell’anno scolastico». A lanciare l’allarme è Sandra Soster, segretaria provinciale della Flc-Cgil, spiegando che «mancano ancora all’appello gli insegnanti di inglese nella scuola primaria, quelli necessari per sdoppiare una trentina di classi di scuola media dai numeri inverosimili che possono funzionare solo sulla carta e per far partire una scuola superiore nel caos». E non è finita perché «oltre ad un massiccio ricorso alle ore eccedenti per gli insegnanti di ruolo», in più rispetto all’orario contrattuale, quelle «che tolgono lavoro ai precari, non garantiscono alcuna continuità didattica e costano di più al contribuente ma fanno tornare i conti ufficiali del taglio», ora si scopre che che «occorre tagliare ulteriori 56 posti rispetto all’organico di diritto. Altro che risorse aggiuntive», sbotta Soster. E non c’è nessuna risposta ai 628 bambini che dovrebbero entrare nella scuola dell’infanzia e che invece ancora non hanno la garanzia di un posto, nè alle 1.500 famiglie che hanno chiesto il tempo pieno e ancora non lo hanno ottenuto. A fronte di questo, è «minimalista la richiesta avanzata dall’Ufficio scolastico provinciale: otto sezioni sulle 19 necessarie di scuola d’infanzia e nessuna richiesta avanzata sul tempo pieno. Si ritiene forse afferma Soster che Bologna ne abbia già abbastanza e che si possa comunque distruggere del tutto il modello didattico tutelato dalla legge (i due insegnanti per classe) per utilizzare meglio il personale esistente spostandolo in altre scuole (se lo faranno impugneremo immediatamente l’atto)». Inoltre, secondo il sindacato, i problemi della scuola bolognese si aggravano perché «la città è priva del potere politico».

Il Resto del Carlino 11.08.10

"Cosa vuole il lingotto", di Luciano Gallino

Il punto da chiarire è questo: il reintegro dei lavoratori licenziati a Melfi da parte di un giudice del lavoro era del tutto prevedibile.
Forse non la rapidità della pronuncia, ma il suo esito certamente sì. Allora, posto che non si può credere che l´ad di Fiat Auto si sia circondato di sprovveduti, bisogna chiedersi per quali motivi i suoi esperti gli hanno suggerito d´imboccare una strada che portava dritto contro un muro. Il quesito è d´obbligo, perché rispetto alla questione dei licenziati di Melfi i rischi cui Fiat va incontro sul piano giuridico ed economico con il piano di Pomigliano e ciò che vi ruota attorno sono molto più grandi. Il piano presentato ai sindacati nel maggio scorso ha fatto sorgere seri dubbi circa la possibilità che limiti il diritto di sciopero, e perfino il diritto di ammalarsi, giacché nel caso che la percentuale di assenteismo «sia significativamente superiore alla media» l´azienda – la sola a decidere quanti punti o decimi di punto siano significativi – si considera libera dall´obbligo di pagare le quote di malattia. Nelle discussioni seguite alla presentazione del piano l´ad Fiat si è poi più volte riferito alla possibilità che l´azienda fuoriesca dal contratto nazionale dei metalmeccanici. Infine è spuntato il progetto di costituire una nuova società, la quale rileva gli impianti di Pomigliano e assume soltanto i lavoratori che accettano l´organizzazione del lavoro e i vincoli comportamentali del piano di maggio. Quanto basta per mobilitare folle di giudici del lavoro, avvocati, e lavoratori che per anni faranno causa all´azienda.
A fronte di tale scenario maxi, assai probabile, e certo costoso in termini legali, economici, industriali, perché la Fiat si è imbarcata in una minicausa persa prima di cominciare, come i licenziamenti di Melfi? È stato un ballon d´essai, si dirà. Vediamo come va a finire, han pensato al Lingotto, e se le acque non si agitano troppo faremo un altro passo per portare in Italia condizioni di lavoro polacche. Oppure si è trattato dell´inizio d´una politica del carciofo. Tre o quattro licenziati oggi, pochi per scuotere l´indifferenza generale; cento o più domani, magari con la scusa che non volevano accettare i dettami della Manifattura di Classe Mondiale, come si richiederà a tutti i dipendenti della nuova Pomigliano, filiazione Fiat ma tenuta a distanza di braccio dalla genitrice.
Ma la realtà potrebbe essere un´altra. Potrebbe darsi che la Fiat, a conti fatti, non abbia molta voglia di produrre la Panda in Italia. È una vettura piccola e semplice, che permette di guadagnare, quando tutto va bene, poche centinaia di euro per unità prodotta. È la vettura da produrre giusto in Polonia, in Turchia, o magari in Cina, cioè in paesi dove il costo complessivo del lavoro è da due a cinque volte più basso, e i sindacati di fatto non esistono. Ma per fare un passo indietro di notevole risonanza economica e politica la Fiat ha bisogno di buoni motivi. Pensava forse di trovarli nella resistenza dei sindacati, questi residui ottocenteschi di un mondo industriale che non c´è più, come tanti politici, oltre all´ad Fiat, li hanno definiti. Purtroppo per essa – ammesso che questo fosse il disegno – la resistenza dei sindacati quasi non c´è stata, visto che tre sindacati e mezzo hanno prontamente sottoscritto il lodo Pomigliano, né hanno battuto ciglio dinanzi alla prospettiva di una nuova società palesemente costituita allo scopo di poter scegliere i lavoratori che ci stanno.
Se alla fine il disegno Fiat fosse proprio quello di un ritiro motivato dalle difficoltà che si incontrano in Italia per produrre vetturette in modo competitivo a paragone di polacchi e serbi, e prima o poi di cinesi e indiani, quale miglior appiglio della sentenza di un giudice del lavoro che reintegra al loro posto tre operai accusati nientemeno che di sabotaggio? Il costo di questo singolo insuccesso legale è minimo. Ma può essere il punto di appoggio atto a sollevare la Fiat da un impegno che appare ogni giorno più scomodo. In un paese dove i giudici del lavoro si mobilitano in poche settimane per salvare dalla disoccupazione un gruppetto di operai, ci si deve dare atto – potrebbe aver ragionato l´azienda – che non si può andare avanti con la prospettiva di dover affrontare per un lungo futuro complicate vertenze con buon numero degli uni e degli altri. I licenziamenti di Melfi, apparentemente così incauti, cadrebbero allora al loro posto nella strategia della Fiat.

La Repubblica 11.08.10