Intervento dell’On. Emilia De Biasi sulla manovra economica in discussione alla Camera
Signor Presidente, all’economista Rawls viene attribuita la frase che abbiamo sentito molto spesso in questo periodo. La citerò in italiano, e la traduzione è più o meno così: una crisi è un avvenimento terribile, che sarebbe un peccato sprecare. O meglio, se vogliamo spiegarla, è un’occasione da non sprecare. Siamo partiti da questo per fare la nostra analisi della manovra. È una frase che è stata usata dalla maggioranza e dall’opposizione allo stesso modo e con finalità ed esiti che ritengo molto diversi. Sono convinta che questa crisi avrebbe potuto significare una manovra di bilancio seriamente in grado di ammodernare finalmente questo Paese, che richiede e abbisogna di un grande ammodernamento nella strategia degli interventi e nelle prospettive di crescita. Ci troviamo di fronte, viceversa, ad una manovra che è fondamentalmente di contenimento della spesa pubblica, fatto di per sé assolutamente meritorio, ma al quale non corrisponde
nel modo più assoluto una prospettiva di crescita del Paese. Questo è il primo grande limite da cui derivano poi le scelte che afferiscono ai diversi comparti di intervento.
In questo quadro stanno i tagli lineari e la depressione di settori che nel mondo rappresentano settori importanti di crescita, per fare in modo appunto che la crisi diventi un’occasione da non sprecare, per proporre quel cambiamento e quella velocizzazione della crescita di cui questo Paese ha bisogno. Per velocizzare la crescita bisogna puntare sugli elementi della modernità e, segnatamente, sulla società della conoscenza, cosa che viceversa questa manovra deprime in modo assoluto e totale, con l’umiliazione dell’università, con i tagli agli enti di ricerca, con l’incertezza
molto grande sul numero degli enti su cui si spalma il taglio per gli istituti culturali. Non è cosa di poco conto. Non riusciamo a capire – aspettiamo risposte convincenti dal Governo – se il taglio avvenga solo ed esclusivamente sugli istituti di cultura – pure ridotto e questo va ammesso – o se viceversa si spalmi su un ventaglio più ampio di enti, il che significherebbe, per esempio, tagliare una parte del finanziamento al CNR. Mi pare che in generale la ricerca e l’università in questo Paese non abbisognino esattamente di essere
ulteriormente tagliate.
In questo quadro, stanno la depressione e il calo, che trovo davvero vergognoso, dell’investimento nella spesa nel campo della cultura, come lo stesso Ministro Bondi ha ammesso. Con questi tagli il nostro Paese scende al di sotto dello 0,3 per cento del prodotto interno lordo per la spesa in cultura; significa che si scende sotto quei quasi 1.700 milioni, che rappresentano, appunto, lo 0,3 per cento del PIL, a fronte di Paesi europei che investono quanto meno l’1 per cento, ripeto, che investono, perché ricordo che Sarkozy ha speso e ha investito nell’agenzia del cinema il doppio di quanto viene previsto in Italia solo ed esclusivamente per il Fondo unico per lo spettacolo, cioè per l’intero mondo dello spettacolo dal vivo e della cinematografia.
Siamo, io credo, abbastanza alla vergogna, non solo perché l’Italia possiede il 52 per cento del patrimonio artistico mondiale, secondo i dati dell’UNESCO, e altri Paesi, con molto meno, fanno molto di più, ma anche perché la cultura è un volano non soltanto di crescita civile e umana, che sarebbe già di per sé meritorio e giustificherebbe un forte intervento pubblico, come succede in tutte le parti del mondo, in quanto non esiste Paese in cui la cultura possa vivere senza l’intervento pubblico. Inoltre, vogliamo porci dal punto di vista del Ministro Tremonti ? Guardiamo dal punto di vista dei bilanci: sappiamo che, per ogni euro speso nella cultura, ne ritornano sette. La possibilità di sinergie tra la cultura ed il turismo è amplissima e la possibilità di reperire finanziamenti da un rapporto virtuoso con i privati, integrativo e non sostitutivo (poi ne parlerò), è amplissima. Non si capisce davvero la ratio dello svuotamento del Ministero dei beni culturali con poche direzioni, con un aumento del personale, che deriva, a sua volta, dall’abolizione di alcuni enti, come l’ETI, o dalla ristatalizzazione, se vogliamo chiamarla così, dell’Ales, che è stata fatta l’anno scorso. È un Ministero che si troverà con moltissimo personale, non si capisce in quale settore di qualificazione, a meno che non riteniamo che un lavoratore che ha lavorato fino ad oggi nel campo del teatro sia come un pacco postale e possa andare a fare il custode di un museo, ammesso e non concesso che i custodi dei musei continuino ad esserci, perché mi pare che,
anche su questo, si addensino nubi molto grandi, come peraltro oggi espresso non dall’onorevole De Biasi, ma dal presidente del FAI, Ilaria Buitoni Borletti, che dichiara che in Italia la cultura resta una « cenerentola »: in cinque anni, fondi tagliati del 25 per cento.
Mi pare che l’allarme sia davvero molto ma molto grande. Inoltre, si dice che dobbiamo eliminare gli sprechi. Sono completamente d’accordo e mi pare di averlo anche dimostrato nelle occasioni che si sono presentate, come, per esempio, la discussione sul decreto sulle fondazioni lirico-sinfoniche. Se, però, gli sprechi vanno eliminati, mi si deve spiegare per quale motivo si procede con i tagli lineari, che sono esattamente l’opposto di qualunque reperimento serio degli sprechi, perché tagliano ovunque, tagliano la testa. Mi permetto sommessamente di rilevare che, ad esempio, noi chiediamo da mesi, mesi e mesi la relazione annuale su Arcus, che è dovuta per legge. Con riguardo a questa Arcus, che sappiamo prendere una quota rilevante dalle opere pubbliche, consistente per quel che
riguarda il piccolo budget della cultura, vorremmo capire se essa è un investimento, serve alla spesa corrente, può finanziare lo spettacolo, è l’argent de poche.
Bisogna capire tutto questo e non ne sappiamo nulla. Ci si chiede perché, in una manovra del genere, non vi sia chiarezza su questo punto. Sono la prima a dire di eliminare questi sprechi e di andare a vedere, settore per settore, cosa sta succedendo. Si taglia del 50 per cento, ancora una volta, il paesaggio e l’arte contemporanea, il che significa la deregolamentazione.
Questo non è uno spreco ? È uno spreco enorme ! Dopodiché il Ministro Bondi, nella sua relazione sulla manovra e sui risultati ottenuti dal Ministero dei beni culturali, dichiara che bisogna liberare la cultura dall’abbraccio soffocante dello Stato.
Ma dall’abbraccio soffocante dello Stato, ammesso e non concesso che esso esista, vista l’esiguità delle risorse, ci si libera in due modi: uno, allargando il sistema dei finanziamenti ai soggetti della Repubblica, ma non credo proprio che le regioni e i comuni, nelle condizioni in cui vengono messi da questa manovra, possano permettersi ulteriori ambiti di finanziamento.
Tanto più, voglio ricordare anche che la legge sul federalismo fiscale non contempla la cultura tra le funzioni fondamentali; la Carta delle autonomie la contempla, ma ne rimanda l’attuazione fra sette anni, se non ho capito male dal dibattito piuttosto confuso sul provvedimento che si è tenuto in quest’Aula.
Non si può dunque allargare ai soggetti della Repubblica, perché la coperta è corta, ma bisogna liberarsi dall’abbraccio soffocante dello Stato: restano i privati.
Bene, ma con i privati cosa succede ? Succede che quando si possono immettere, come nel caso delle fondazioni liricosinfoniche, si vieta la loro presenza, poiché non ci sono incentivi fiscali coerenti che consentano l’intervento integrativo dei privati.
In compenso però il dottor Mario Resca, direttore generale del patrimonio, ha rilasciato dichiarazioni in lungo e in largo e io ho ottenuto in occasione di un atto di sindacato ispettivo una risposta, fatto che trovo ulteriormente grave, signor
Presidente. Infatti, dopo che mi è stato detto che il progetto Grande Brera aveva
più di 50 milioni di finanziamento e che lo stesso dottor Mario Resca avrebbe disposto di una quota di questi finanziamenti sulla base degli accordi che erano intercorsi, la settimana scorsa apprendo da un grande giornale, a tiratura nazionale, semi-indipendente, senza che vi sia mai stata una smentita, che, viceversa, il progetto Grande Brera richiede 100 milioni di intervento dei privati. Non vi sarebbe nulla di male, se non fosse però che mi si raccontano evidentemente delle bugie.
Se vogliamo poi andare ancora avanti, lo stesso Mario Resca dichiara, non più tardi di ieri, che c’è una soluzione molto importante, che è quella prospettata da Emma Marcegaglia: la privatizzazione dei musei. Ma la privatizzazione è cosa molto diversa dal rapporto pubblico-privato ed è cosa assai diversa da un rapporto integrativo e virtuoso delle risorse private attraverso una coerente defiscalizzazione. Finché questo Governo continuerà a considerare la defiscalizzazione come una mancata entrata, ovviamente, non si arriverà mai ad approvarne una, perché i contributi privati non possono arrivare, in quanto non sono defiscalizzati e perché non c’è una convenienza; in compenso lo Stato taglia i suoi finanziamenti e non si capisce bene quali possano essere le risorse, su cui questi soggetti della cultura possono contare e, peraltro, per fare cosa ?
Allo stato attuale, per sopravvivere ! Sbaglieremmo se considerassimo questi quali
settori improduttivi; essi sono produttivi e solo nello spettacolo vi sono più di 250 mila lavoratori: non si producono eventi effimeri, ma cultura stabile, cultura diffusa, cultura del territorio, cultura, per così dire, intergenerazionale.
È molto rilevante ed è oltretutto grave che proprio in questo contesto, ancora una volta, non siano presenti, neanche in questa manovra, i finanziamenti relativi alla riforma quadro dello spettacolo dal vivo, su cui il Ministro Bondi si è impegnato pubblicamente, in Commissione e in quest’Aula. Non si è impegnato quindi in un privato colloquio, ma, evidentemente, ciò che si dice pubblicamente poi non si fa.
Vengo allora al punto del Fondo unico per lo spettacolo. È stato dichiarato estraneo per materia il nostro emendamento, che prevedeva il ripristino di 100 milioni sul Fondo unico per lo spettacolo. Anche in tale contesto infatti i dati devono essere chiari: dall’inizio di questa legislatura il Fondo unico per lo spettacolo è passato da 550 a poco più di 300 milioni, che sono previsti per il 2011. Chi sa fare i conti, può valutare l’entità del taglio. Il Fondo unico
per lo spettacolo, ovvero questi 300 milioni, servono a finanziare il cinema, la prosa, la musica, le fondazioni liricosinfoniche – che, alla faccia dei grandi cambiamenti, grazie alla grande riforma continuano a drenare il 50 per cento del Fondo unico per lo spettacolo – la danza, lo spettacolo viaggiante, i circhi, ed altri eventi.
Si tratta di 300 milioni che non garantiscono neanche il minimo di sopravvivenza, peraltro avevamo anche chiesto che si procedesse almeno a tamponare la falla per quest’anno, che ammonta intorno ai 30 milioni, perché capite che in assenza di una riforma del credito coerente – altra cosa non presente in questa manovra ed ugualmente molto grave – questi soggetti sono posti rispetto al sistema bancario in una situazione di debolezza indubbia, con
il costante finanziamento a debito dei propri centri di produzione ed istituzioni culturali.
Vengono tagliate le istituzioni culturali ma anche la ricerca in questo Paese, la sua memoria storica, l’osservazione e il monitoraggio costante degli stili di vita, dei costumi, dei movimenti, della storia di questo Paese. Questo non vi interessa perché – posso capire – non fa denaro e non fa cassetta, perché – posso capirlo altrettanto – non fa argent de poche, ma ciò è gravissimo. Mi riferisco a grandi istituzioni come la Triennale di Milano eil Museo della scienza e della tecnica (e potremmo proseguire perché l’Italia per fortuna è piena di queste eccellenze) che in altri Paesi sarebbero trattate con un minimo di rispetto in più perché rappresentano uno dei biglietti da visita dell’Italia all’estero (e noi ne abbiamo moltissimi).
Ma del resto i tagli alla diplomazia dimostrano il disinteresse totale nel sentirsi collocati nella globalizzazione anche dal punto di vista culturale. Tornando al Fondo unico per lo spettacolo, le orchestre sono giunte ad un punto limite: dal Lazio in giù le orchestre sono tutte chiuse. Non ci interessa ? Andranno avanti per conto loro ? Ma con quali soldi ? Quelli di qualche mecenate di turno ? Ma non esiste al mondo: il disegno vero è la privatizzazione della cultura. Ma se è così, allora si deve sapere che – a fronte degli unici soggetti che saranno in grado di reggere non una gestione, ma anche il personale, a meno che questo Stato voglia prendere su di sé il personale e lasciare la gestione ai privati, il che vuol dire che con la prossima manovra si dirà, come è stato detto per la scuola, che il personale è in eccedenza e che occorre tagliarlo, procedendo quindi ai licenziamenti – la privatizzazione della cultura significa fondamentalmente questo: chi potrà ce la farà, chi non potrà chiuderà !
Allora faremo le cartolarizzazioni e venderemo all’incanto alcuni musei o il Colosseo: pensavo che fossero cose soltanto da film di Totò e Peppino, ma evidentemente stiamo arrivando a questo perché il disinteresse o il silenzio su tale punto è assordante e non è ulteriormentetollerabile in un Paese civile.
Capisco che tutto il discorso culturale non viene considerato parte dell’economia di questo Paese, ma ciò rivela il provincialismo, perché l’economia della cultura è uno dei filoni di studio più interessanti di cui si avvalgono i grandi Paesi industrializzati e civili (basta leggere Amartya Sen per rendersene conto, ma possiamo anche restare un pochino più in basso).
Nel frattempo – mentre assistiamo a questi tagli lineari e al fatto che non devono esservi controlli, al fatto che ilpaesaggio si taglia e si dice che le direzioni regionali e provinciali dei beni culturali vadano pure avanti come possono – si trovano dei fossili a Verona che diventano blu e ciò viene considerato dagli studiosi del mondo come una delle catastrofi culturali, a meno che non vogliamo dire – come facevano, mi pare, Cochi e Renato –
che la Sicilia è tutta sassi, che i fossili sono quattro sassi e che, dunque, cosa ci interessa a noi ? I fossili che sono diventati blu per mancanza di manutenzione è un fatto gravissimo! Andando avanti possiamo anche parlare di Pompei che ora è chiuso dopo che l’avete trasferito alla Protezione civile in modo del tutto arbitrario come peraltro ben recita la relazione preoccupatissima dalla Corte dei conti sul bilancio della cultura e del Ministero dei beni e delle attività culturali, che lancia allarmi davvero pesanti.
Voi avete trasferito Pompei alla Protezione civile ma oggi Pompei è chiusa ai visitatori (credo fosse il TG1, peraltro vostro caro amico, a realizzare questo servizio perché si vede che proprio non se ne può più). Forse manca il personale, forse non c’è la manutenzione ma resta il fatto che siamo d’estate e che i visitatori ci sono.
Il turismo non è soltanto – lo vorrei dire al Ministro Brambilla – consentire ai cani di stare sulle spiagge (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico): il Ministero per il turismo potrebbe anche interessarsi un po’ di più di come entrare in sinergia con il sistema culturale. Silenzio anche su questo !
E poi, ancora, siamo nel Paese – vorrei anche aggiungere – dove nella città mia e del Presidente Lupi, che mi dispiace si senta tutto il dibattito, anche sulla cultura oltre che sull’università…
Nella nostra città, signor Presidente, Milano, succede anche questo…
Purtroppo non sempre ben amministrata, visto che succedono cose del tipo che quando vi è un invito a teatro…
Nella nostra città succede che si decide un calendario di spettacoli, sottoposti ad una convenzione che si chiama « Invito a teatro », e si chiede ai produttori di teatro di togliere dall’elenco degli spettacoli quelli che possono turbare la coscienza giovanile; e si chiede perfino di cambiare il titolo a Orgia di Pasolini, perché i giovani potrebbero turbarsi, capite ? E nulla viene fatto sul piano della violenza sessuale, del femminicidio che viene perpetrato ogni giorno sulle donne in questo Paese; e però si viene a dire che si devono eliminare alcuni spettacoli. Siamo alla censura ! Siamo alla censura, poi smentita, ma di fatto affermata, visto che vi è stato bisogno di operare una smentita. Potremmo andare ancora avanti a lungo, ma mi preme parlare di un altro aspetto, che è davvero molto, ma molto grave, ed è quello che riguarda l’editoria.
In questo quadro di disastro, di depressione di quella che dovrebbe essere una delle forze del nostro Paese, cioè la cultura, si inserisce anche il taglio alla libertà di informazione. Sull’editoria erano stati presi degli impegni molto precisi, che sono stati completamente disattesi. Il primo impegno era quello relativo al rifinanziamento delle televisioni e delle radio locali, della stampa all’estero, che è l’unico elemento di collegamento per le comunità
italiane all’estero (non diamo loro il diritto di voto, se poi li consideriamo fratelli separati), e dei giornali dei consumatori. Di questo impegno non vi è traccia. Non vi è traccia del diritto soggettivo. Sono stati tagliati i contributi postali, il che significa un’enorme penalizzazione
anche per i grandi giornali. Vi è un regolamento, che noi abbiamo chiesto, e con l’ANSA abbiamo ottenuto, dopo anni di lotte, vista la latitanza del sottosegretario Bonaiuti: tale regolamento non è ancora applicato. In questo caso abbiamo chiesto una maggiore rigidità, perché è giusto separare il grano dal loglio, e vedere quali sono i giornali che davvero vengono distribuiti e venduti e quelli che invece sono elementi di parassitismo istituzionale
ed economico. Tale regolamento, lo ripeto, non è applicato.mLa riforma per l’editoria è stata proclamata più volte, e non se ne è fatto assolutamente nulla; e allora, dell’articolo 21 della Costituzione ve ne fate sinceramente, devo dire, due baffi a manubrio. E ciò è ancora più grave, perché quando non vi è la possibilità di informare e di essere informati si arriva ad un punto limite anche per la democrazia; una democrazia che, modestamente, in questo Paese dovrebbe e potrebbe vivere di parole, di idee, di coerenza di comportamenti e di moralità: perché di fronte ad un Governo in cui ogni giorno si scopre un nuovo inquisito,
sinceramente i tagli alla cultura, al bene comune e a quel patrimonio di idee e di valori che hanno fatto grande il nostro Paese, sono davvero uno scempio non ulteriormente tollerabile (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
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Fioroni: «Stanno per esplodere Caliendo si faccia da parte», di Maria Zegarelli
La pila dei quotidiani, «Gli ultimi fuochi dell’impero romano», di Giulio Castelli e «Propaganda Fide R.E» di Andrea Gagliarducci sotto il braccio, «mi tengo aggiornato sui temi caldi…».
Beppe Fioroni, a proposito di temi caldi, ha sentito le ultime? Indagato anche il sottosegretario Giacomo Caliendo.
«Sono garantista e i giudici devono fare il proprio mestiere, non emetto sentenze ma è indiscusso che il ruolo del sottosegretario alla giustizia è un ruolo particolare e le ragioni dell’opportunità vanno di pari passo con la saggezza richiesta a chi svolge una funzione particolare per conto del nostro paese».
Secondo lei questo renderà ancora più a rischio la tenuta della maggioranza?
«Con il clima che c’è al loro interno ogni voto e ogni momento possono essere elementi che fanno detonare il sistema Pdl».
La rottura tra Berlusconi e Fini sembra questione di giorni, settimane, Quale scenario vede nel caso in cui i cofondatori si separino non consensualmente?
«Credo che lo scontro sia reale, ma ricordo anche che quando Berlusconi annunciò il Pdl Fini disse “siamo alle comiche finali”, salvo poi cambiare idea. Mi auguro che stavolta si sia reso conto che sono andati troppo oltre…».
E quindi, cosa ci sarebbe dopo?
«L’Italia ha una situazione economica molto seria, se in prospettiva alla crisi economica si aggiunge anche quella politica, con il debito pubblico che abbiamo, diventiamo un paese condannato a fare la fine della Grecia».
Sta dicendo anche lei, come D’Alema, che la soluzione è un governo di transizione?
«Penso che il Pd debba dare la disponibilità al presidente della Repubblica affinché si crei un esecutivo che prima di tutto risolva i problemi degli italiani e poi, soltanto allora, si può andare alla conta».
Transizione con o senza Berlusconi?
«Mi sembra evidente che il “dopo” non può che tener conto dei danni e dei colpevoli del “prima”».
Chi dovrebbe guidare la transizione?
«Non ci sto al giochetto dei nomi, non è un problema del Pd, spetta al Capo dello Stato verificare su quale personalità può crearsi una convergenza per un governo che rimetta in piedi il Paese. Si deve richiedere un gesto di responsabilità verso l’Italia e questo non a nulla a che vedere con gli inciuci».
Anche perché le elezioni adesso non trovano un Pd in gran forma. Secondo i sondaggi scende il Pdl ma il Pd non sale, mentre il cosiddetto terzo polo risulta piuttosto attraente.
«L’interpretazione che do del sondaggio di Renato Mannheimer è che il Terzo Polo oltre il 20% non rappresenta la sommatoria dei voti di Fini, Casini e Montezemolo ma la fine della “cotta” degli italiani per Berlusconi e un giudizio negativo sul sistema bipolare così come si è assestato in Italia. Gl italiani vogliono una ulteriore novità».
Lei che con questo Pd è piuttosto critico sta facendo un pensierino al grande centro?
«Non ho nostalgia del grande centro e non sono tentato di andarmene. Sono solo incazzato perché non vedo realizzata quell’intuizione che ci fece fondare il Pd e sono ostinato a portare avanti la mia battaglia per farlo diventare il partito nuovo in grado di rappresentare l’alternativa al berlusconismo. Noi avevamo un appuntamento con la Storia, quell’appuntamento è arrivato ma il Pd non è pronto».
Troppo di sinistra?
«Io mi preoccupo se alla fine di un congresso o di una assemblea davanti al termine “democratici” nessuno applaude mentre davanti al “compagni” c’è chi si spella le mani perché questo vuol dire che non riusciamo ancora ad essere orgogliosi di quello che siamo oggi. Nella prima Repubblica i grandi partiti popolari fondavano il proprio progetto per il paese su un pensiero forte che portava l’elettore a scegliere da che parte stare. Nella seconda Repubblica abbiamo pensato di poter trasformare il partito in uno stato d’animo e non abbiamo messo nel conto che senza pensiero forte la politica diventa debole e succube degli interessi. Il Pd deve trovare il suo pensiero forte e fermare in questo modo il terzo Polo».
C’è chi vede in Vendola proprio questo.
«Vendola è di nuovo presidente della Puglia da qualche mese, non può pensare che quello è un trampolino di lancio per le sue, pur legittime, ambizioni personali. Per il Pd, poi, mi sembra più importante trovare un progetto per un’altra Italia e il soggetto adatto per realizzarlo e per parlare a quel blocco sociale – artigiani, commercianti, cooperanti, coltivatori diretti – senza il quale non si vince».
Non avete già nel segretario Pd il candidato premier?
«Non ho pregiudizi per nessuno, tantomeno per il segretario».
E sulle primarie? C’è chi sospetta lei, D’Alema, Marini e Bersani, di volerle superare.
«Le primarie sono uno strumento al servizio della politica e la politica ha un obiettivo: vincere le elezioni non le primarie».
L’Unità 28.07.10
"Tagli continui per le forze dell’ordine", di Gianni Del Vecchio
La mobilitazione dei poliziotti non ha fatto cambiare idea al governo: restano i tagli
Questo doveva essere il governo law&order, tutto votato alla protezione dei cittadini, il peggior incubo per i criminali di ogni risma. Un governo, quindi, capace di destinare alle forze dell’ordine più mezzi, più risorse e più gratifiche. Ma da due anni a questa parte il film che abbiamo visto è completamente diverso: il ministro dell’economia ha pervicacemente ridotto i fondi a disposizione del Viminale e della Difesa.
Tagliando il tagliabile: dalla benzina delle volanti agli stipendi dei poliziotti.
L’ultimo episodio della serie riguarda la manovra che oggi la camera si appresta ad approvare in via definitiva, col ricorso all’ennesimo voto di fiducia. Fra le pieghe della relazione tecnica, infatti, si scopre che il governo si “approprierà” di 770 milioni di euro destinati al comparto sicurezza.
In particolare si tratta di quel fondo alimentato ogni anno dal 2004 per finanziare il riordino delle carriere nelle forze dell’ordine. Siccome da sei anni a questa parte la tanto agognata riforma non è mai partita (manca la legge-delega), un comma della manovra prevede che le somme non utilizzate verranno in un certo senso “soppresse” e che si ripartirà a riempire il fondo-salvadanaio solo dall’anno prossimo. Quindi quello che non è stato utilizzato viene perso definitivamente.
Un brutto colpo per gli agenti, che speravano di poter ottenere il riordino entro un paio d’anni. «Non possiamo permetterci di perdere tutti quei soldi – si lamenta Nicola Tanzi, segretario del sindacato autonomo Sap –, visto che servono a potenziare tutto il sistema della sicurezza.
Abbiamo già scritto al ministro Brunetta per capire che fine faranno quei fondi, ma finora non abbiamo avuto risposta.
Quindi posso anticipare che a breve apriremo un contenzioso con la maggioranza, che se volesse potrebbe risolvere la questione in maniera molto semplice e cioè facendo finalmente la riforma delle carriere».
I 770 milioni sono però solo la punta dell’iceberg di quanto hanno dovuto subire poliziotti, carabinieri e gli altri uomini in divisa. Per limitarci solo alla manovra di quest’anno, tutto il comparto sicurezza s’è dovuto sorbire tagli lineari del 10 per cento.
Il che significa meno mezzi, meno soldi per gli straordinari, meno poliziotti in strada per presidiare il territorio. Ma non solo. Come gli altri dipendenti pubblici, anche gli agenti vedranno il loro contratto bloccato per tre anni, e già ora è fermo al 2007. Senza dimenticare il blocco del turn over (solo parzialmente derogato), con la conseguenza che l’età media nei prossimi anni aumenterà sempre più. Insomma, quanto basta per giustificare il malumore strisciante nei confronti di maggioranza e governo che si respira nelle questure e nelle caserme. L’unica cosa che in questi giorni i sindacati di polizia sono riusciti a ottenere (e solo dopo essere scesi in piazza ed essere andati in tv) è un ordine del giorno che oggi il governo dovrebbe allegare alla manovra. Un provvedimento che dovrebbe almeno salvare gli avanzamenti di carriera e gli assegni di funzione (una specie di scatto d’anzianità legato però alla bravura del poliziotto). Tutto merito però di un inedito asse fra Fini e l’opposizione. Sia il presidente della camera che i vari Bersani, Casini e di Pietro si sono molto spesi affinché la maggioranza presentasse l’odg-cerotto.
da Europa Quotidiano 28.09.10
Saviano : mafia al Nord, la Lega dov'era? Castelli: basta con l'impegno a pagamento
La ‘ndrangheta si insinua nei centri di potere lombardi. Negli ospedali e nelle direzioni sanitarie, contese dalle cosche e affidate, secondo le accuse delle procure di Milano e Reggio Calabria, a uomini di assoluta fiducia. La mafia, insomma, è anche al nord, anche nel regno della Lega. Una questione che solleva una pepata polemica tra lo scrittore più impegnato sul fronte dell’antimafia, Roberto Saviano, e i vertici del partito padano.
L’INTERROGATIVO DI SAVIANO – «La Lega ci ha sempre detto – ha spiegato l’autore di Gomorra a Vanity Fair- che certe cose al nord non esistono, ma l’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia racconta una realtà diversa. Dov’era la Lega quando questo succedeva negli ultimi dieci anni laddove ha governato? E perché adesso non risponde?».
LA RISPOSTA DI CASTELLI – E la risposta è arrivata immediata, per bocca del viceministro Roberto Castelli: «Leggo dalle agenzie di stampa che Saviano fa alcune domande sulla Lega e si chiede perché non rispondiamo. Eccomi qua». Quindi passa al contrattacco: «Saviano è accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età. Unica sua scusante rispetto alle sciocchezze che dice sulla Lega è che, quando noi combattevamo contro la sciagurata legge del confino obbligatorio che tanti guai ha portato al nord, aveva ancora i calzoni corti. Se nulla sa della storia della Lombardia, vada a rileggersi la storia della battaglia che la Lega fece a Lecco a iniziare dal ’93 contro i clan della ‘ndrangheta. Atti amministrativi precisi, fatti concreti». Insiste Castelli: «Non ci siamo limitati a scrivere quattro cose e a partecipare a quattro conferenze. Né siamo diventati ricchi per questo. Abbiamo corso solo rischi. Infine un invito: vediamo che Saviano continua a fare pubblicità al suo libro. La smetta- conclude Castelli- perché gli antimafia a pagamento sono sempre meno credibili».
RIBELLIONE PADANA – Ma Castelli non è stato l’unico leghista a replicare a Saviano: «Attribuire alla Lega nord una pur minima responsabilità circa le infiltrazioni delle mafie al Nord, come fa Saviano, è assolutamente demenziale. Sarebbe come attribuire agli indiani la responsabilità della diffusione dell’alcolismo nelle riserve dei nativi americani…», ha detto l’europarlamentare Mario Borghezio. «Saviano si è già fatto pubblicità con il Sud, ora almeno ci risparmi le lezioni sul Nord. Prendiamo atto del fatto che lui conosce meglio la mafia di noi, ma questo è davvero un merito? Conoscerla e scriverne, arricchendosi, è cosa ben diversa dal contrastarla, come hanno fatto e fanno, rischiando la pelle, Castelli e Maroni e tanti altri», ha aggiunto Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e coordinatore federale del Movimento giovani padani.
VELTRONI – Dalla parte di Saviano, invece, si è schierato l’ex segretario del Pd Walter Veltroni: «Tutti hanno visto quanto sono profonde le infiltrazioni della ‘ndrangheta anche nel Nord del nostro Paese e in Lombardia: decine di arresti, interessi criminali e intrecci con l’economia e la politica sul territorio. Saviano ha semplicemente indicato questa realtà e chiesto conto a quanti in questi anni non hanno visto, non hanno sentito né parlato, a chi, come la Lega, ha finto che la criminalità organizzata fosse un problema meridionale e non anche una questione nazionale». Alle quali, secondo Veltroni, «la Lega ha reagito scompostamente, con attacchi vergognosi e con minacce. I cittadini italiani, anche quelli lombardi, sanno che alle mafie, alla ‘ndrangheta si risponde facendo barriera, vedendo la realtà e combattendo le cosche e i loro interessi, esigendo una politica pulita, non insultando chi da sempre si batte contro i poteri criminali come ha sempre fatto Saviano. A lui va la mia solidarietà».
www.corriere.it
"La ragnatela occulta", di Adriano Prosperi
L´inchiesta giudiziaria sulla cosiddetta P3 infligge un altro colpo al cuore del governo Berlusconi. Da ieri è indagato anche Giacomo Caliendo. Caliendo è sottosegretario alla Giustizia e va ad allungare una lista ormai molto corposa. Gli accertamenti in corso fanno attendere altre novità. Sempre ieri Marcello Dell´Utri si è rifiutato di rispondere ai magistrati, i quali hanno precisato che il suo ruolo politico nella vicenda appare di maggior rilievo rispetto a quello di Verdini. La giustizia di questo paese sta facendo il suo lavoro.
Deve farlo: è importante che lo faccia perché è proprio la giustizia come ordinamento che è stata oggetto di un tentativo lungo e non privo di successi di corromperla dall´interno.
Il giudice corrotto è la figura che ha sempre evocato il delitto imperdonabile di ogni sistema politico. Nei secoli passati della storia italiana ed europea lo si raffigurava oggetto di punizioni terrificanti nelle sale di giustizia. Quanto al gruppo dei corruttori che compone la nuova Loggia, esso è per tanti aspetti rappresentativo delle reti di «faccendieri» attivate dalla sfacciata esibizione di prepotenza e di illegalità da parte del partito di maggioranza . È dal loro caso che prende oggi forma la questione dominante nel paese: che è una nuova questione morale. La moralità della politica è l´esigenza di un paese intero che ha bisogno di respirare aria pulita, di vedere rinnegato e punito il metodo della corruzione sistematica e dell´aggiramento furbesco degli ostacoli posti dall´ordinamento pubblico ai metodi «ad personam».
Questo sistema gelatinoso ha avvolto in una sola rete membri del governo, capi del partito, responsabili di amministrazioni pubbliche e pezzi rilevanti dell´ordinamento giudiziario. La loro azione si è basata su di un principio che sempre più si rivela il vero cancro del sistema che avvolge la società italiana e ne sta dissolvendo le fondamenta: la trasformazione dell´ufficio pubblico in beneficio privato, l´uso del potere politico come strumento per sfuggire alla legge, per compiere criminali operazioni di ricatto, per determinare fortune e sfortune politiche. A tutto questo era necessario il segreto. Perciò parlavano tra di loro al telefono per allusioni tanto più caute quanto più rivestivano un ruolo importante, lasciando che fossero i membri inferiori della banda a esprimersi con oscena libertà. E qui si spiega anche l´insistenza del governo sulla “legge bavaglio”, un provvedimento che serve a proteggere un sistema avvelenato e prepotente, la ragnatela della corruzione. Una legge che la democrazia deve fermare.
Per valutare la gravità dei comportamenti addebitati ai signori della P3 è utile ricordare come la legge Anselmi definisca il carattere delle associazioni segrete proibite: sono «quelle che, anche all´interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza, svolgono attività diretta ad interferire sull´esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale». Ora, i personaggi che tenevano le loro riunioni private e si mantenevano in costante rapporto come membri di una associazione nota solo a loro, appartenevano per l´appunto anche ad una associazione palese: quella del partito di governo. La rete che teneva insieme i nomi di Pasquale Lombardi, Flavio Carboni, Arcangelo Martino, funzionava con la decisiva partecipazione di pesci di ben altra dimensione e influenza nel partito di maggioranza e nel governo: e i loro traffici riguardavano tra l´altro i tentativi di sottrarre il capo del partito e del governo alla giustizia con leggi speciali della cui indifendibilità si era ben consapevoli: tale il caso del Lodo Alfano.
Per questo ci si incontrava nella casa romana del coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, tra uomini che ad alto e a basso livello, anzi altissimo e bassissimo livello, facevano parte di camarille di potere tutte interne allo stesso corpo politico. E lì si elaboravano reti vischiose, aggiramenti delle regole e condizionamenti di uomini e di istituzioni a favore di persone e cose del mondo berlusconiano. Ma in questa doppia appartenenza a una associazione segreta e a una notissima e dominante nel paese e nel governo si coglie una importante differenza tra P2 e P3: una differenza storica che permette di misurare quanto cammino è stato percorso da allora sulla via del disastro. La P2 di Licio Gelli operava per sovvertire gli ordinamenti del paese attraverso l´avvento al potere di un apparato di segno politico opposto. Oggi quel disegno può dirsi da tempo realizzato. Per questa ragione è facile profetizzare che nessun segnale di ritorno alla moralità della politica potrà venire da un capo di governo impegnato oggi più che mai a imbavagliare la giustizia e la stampa libera e ad accecare l´opinione pubblica.
La Repubblica 28.09.10
"Così le rettifiche e le multe uccideranno i blog", di Leonardo Tondelli
Certo che noialtri blog siamo sempre così allarmisti. Non è bello poter scrivere quel che ci pare senza responsabilità? E invece no, siamo sempre preoccupati che la pacchia stia per finire. C’è sempre in discussione un decreto, un disegno, un codicillo che minaccia la nostra stessa esistenza. Eppure in un qualche modo ce l’abbiamo sempre fatta, da dieci anni in qua. Cerchiamo di capire cosa rischiamo stavolta con quel comma 29 che l’onorevole Bongiorno non vuole assolutamente modificare.
Allora, mettiamo che io sia una tranquillissima persona con un blog, che aggiorno un paio di volte alla settimana. Un blog di foto di gatti, che ne dite? Più innocuo di così. Io ovviamente sto molto attento a non diffamare mai nessuno, gatti o padroni di gatti. Mettiamo che io venerdì pubblichi la foto del mio gatto in una scatola, prima di partire per il week end.
Il mio blog però è aperto ai commenti: che blog sarebbe, altrimenti. Ora accade che nella mattina di sabato tra i miei commentatori scoppi una polemica virulenta tra i sostenitori di due varietà diverse di cibo per gatti. In particolare c’è un commentatore anonimo che lascia una critica fortissima, anche se un po’ campata per aria, nei confronti delle scatolette XYX. Tutto questo avviene mentre io sono in spiaggia a pigliare il sole, e il blog è l’ultimo dei miei pensieri. Le accuse contenute nel commento sono veramente infamanti e arrivano quasi subito sul tavolo dell’ufficio stampa dell’azienda XYX, che in realtà è il signor XYX medesimo. Insomma, verso mezzogiorno nella mia casella mail c’è già una richiesta di rettifica. Io nel frattempo sto affrontando un piatto di spaghetti alle vongole: l’ultima cosa che mi può venire in mente è controllare la mia mail per vedere se per caso qualche commentatore non abbia diffamato un’azienda di cibo per gatti a mia insaputa.
La domenica sera arrivo a casa stanco e mi corico senza aver aperto la mail. Lunedì ho la sveglia alle sette, perché lavoro anch’io, cosa credete? I blog di gatti non danno il pane. Alle due, prima di finire la pausa pranzo, finalmente scorro la mail personale. Scopro di essere responsabile di una grave diffamazione ai danni della ditta XYX. Cancello immediatamente il commento anonimo, e in due minuti pubblico la rettifica. Ma è troppo tardi, sono già scadute 48 ore, devo pagare una multa. Quanto fa? 12mila euro. Magari voi pensate che me la sia cercata. Chi me l’ha fatto fare di lasciare i commenti aperti al pubblico? È ammissibile che al giorno d’oggi il responsabile di un blog di gatti non controlli la mail per 48 ore di fila? Forse avete ragione, ma nel frattempo io ho un buco di dodicimila euro. Come lo riempirò?
D’un tratto, un’idea: come un lampo nel buio. Mi metto a caccia di blog. Devono essere poco importanti, amatoriali come il mio. Scritti da gente che lascia i commenti aperti, ma poi magari non aggiorna per intere settimane. Ce n’è a bizzeffe, ma alla fine scelgo quello del vostro figlio quindicenne metallaro, che non ha mai scritto un post tra il martedì e il giovedì. Proprio la finestra temporale che fa per me. Aspetto fino a martedì sera, e poi colpisco. In fondo a un post di quattro anni fa, scrivo un commento anonimo ferocissimo… su me stesso. Mi autodenuncio come sequestratore e seviziatore di felini. Sì, pare che io abbia un garage pieno di gattini bonsai. E mercoledì mattina, di buon ora, con la mia mail ufficiale, mando a vostro figlio metallaro una richiesta di rettifica. Lui la mia mail non la legge, è da due anni che non apre nemmeno la posta, perché tanto coi suoi amici si trova su Facebook. Non importa, dopo una settimana arriva la multa. Dodicimila euro.
Lui ci rimane così male che in un raptus distrugge tutti i vinile dei Sepultura. Si chiude a chiave e non accende più la luce. Cosa starà combinando? Dopo qualche ora sfondate la porta. È al computer. Sta cercando un blog dove autodiffamarsi. Ne ha appena scelto uno tutto cuoricini ed hello kitty. Diabolico!
L’Unità 27.07.10
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“L’assurdo comma anti -web”, di Pina Picerno
Quel che più stupisce, del disegno di legge sulle intercettazioni, non è l’assurda pretesa della maggioranza di continuare a difenderlo: ciò che stupisce è l’assoluta irragionevolezza delle norme che contiene, che la rendono, alla prova dei fatti, inapplicabile e illogica.Abbiamo denunciato, e lo hanno fatto anche giornalisti, editori, magistrati e giuristi, che il vero obiettivo non è quello di difendere la privacy dei cittadini, ma piuttosto quello di limitare l’uso delle intercettazioni nelle indagini e mettere bavagli e guinzagli a una stampa vissuta sempre come troppo libera.La riprova è un comma piccolo ma devastante, il comma 29 dell’art.1, che rappresenta il più grande tentativo di limitare la libertà del web mai prodotto fino a questo momento.
Il comma in questione sottopone qualsiasi pagina web alle stesse regole dei giornali: andranno pubblicate le rettifiche entro 48 ore, con la stessa evidenza della notizia originale. Chi non ottempera a quest’obbligo rischia sanzioni fino a 12.500 euro: un bel deterrente dal trattare argomenti “sensibili”…
E’ evidente che chi produce proposte come questa conosce ben poco il reale funzionamento del web. Immaginate un qualsiasi blogger, che parte per un week end al mare e resta all’oscuro di una richiesta di rettifica; oppure Wikipedia, costretta a pubblicare rettifiche su qualsiasi voce di attualità dell’enciclopedia. Oppure un qualsiasi Social Network, Facebook, ad esempio, magari la pagina di un “gruppo”: gli amministratori si ritroverebbero a dover dare conto di quel che viene “postato” in tempo reale da migliaia di utenti diversi. I grandi gruppi editoriali vengono messi sullo stesso piano di un qualsiasi utente del web in grado di scrivere qualsiasi cosa su qualsiasi pagina.
Un’assurdità vera e propria, che rischia di dare un colpo mortale alla libera informazione, alla rete e in particolare agli strumenti web che ci consentono di interagire in tempo reale attraverso scambi di informazioni pubblici e non filtrati.
In Commissione giustizia la maggioranza ha respinto le richieste del PD per la cancellazione di questa norma: sul web sta avendo grande successo la raccolta di adesioni all’appello per salvare la rete. Porteremo anche in aula questa battaglia, con qualsiasi mezzo utile a fermare questo scempio.
L’Unità 27.07.10
"Gli elettori senza potere", di Michele Ainis
C’è un fantasma nella nostra scena pubblica: la legge elettorale. La sua riforma non ha mai occupato i desideri della maggioranza di governo, ora non interessa più nemmeno all’opposizione. Perché dovrebbe? È così comodo manovrare un esercito di soldatini di piombo travestiti da parlamentari.
Niente capricci, niente alzate d’ingegno: altrimenti la volta prossima te ne rimani a casa, anche se la tua pagina su Facebook conta un popolo di lettori e di elettori. E poi nell’agenda politica incalzano altre urgenze, altre questioni: la manovra finanziaria, le intercettazioni, il federalismo, l’università. Perché mai dovremmo attardarci sugli alambicchi del maggioritario o del proporzionale?
Eppure c’è un nesso tra i funerali della legalità e il battesimo della nuova classe dirigente. Basta misurare le reazioni dei politici finiti sotto torchio. Verdini: una congiura mediatica. Cosentino: un complotto giudiziario. Brancher, Dell’Utri, Caliendo: idem. E comunque l’essenziale è mantenere la fiducia del Capo, chissenefrega dei giornali. Tanto è lui, soltanto lui, che decide il tuo posto in Parlamento. L’insubordinazione, ecco il delitto più infamante.
Per i disobbedienti s’agita il randello dell’epurazione, oggi dal Pdl contro il finiano Granata, ieri dal Pd verso Riccardo Villari, dal Pdci verso Marco Rizzo, da Idv verso Nicola D’Ascanio, dalla Lega con una lista di proscrizione lunga come l’elenco del telefono. D’altronde Bossi l’ha detto chiaro e tondo, inaugurando nei giorni scorsi la sezione di Travedona Monate: «chi pianta casino è fuori dal partito». Berlusconi usa un linguaggio più tornito, ma anche per lui la «lealtà» costituisce la prima virtù dei suoi parlamentari. Insomma ai padroni del vapore sta a cuore la fedeltà, non certo l’onestà. Le nomine si fanno per appartenenza, non per competenza. Sicché gli incompetenti disonesti sono ormai il grosso della nostra classe dirigente.
Negli Stati Uniti o in Inghilterra non succederebbe. Lì, se un deputato viene sorpreso con le dita nella marmellata, la sua constituency gli sbatte la porta in faccia senza troppi complimenti, e lui poi difficilmente trova un altro collegio elettorale. Lì l’accountability, la responsabilità dell’eletto verso l’elettore, è l’olio che fa girare il motore democratico. Lì la reputazione dei politici è come la verginità: quando l’hai persa è per sempre, non c’è chirurgo plastico che tenga. Noi, in Italia, questa medicina non l’abbiamo mai bevuta. Neanche ai tempi della Dc, un partito che ha pietrificato per 45 anni ogni alternanza di governo. Sarà che abitiamo in un Paese cattolico, dove il confessionale monda ogni peccato. Sarà l’eredità delle corporazioni medievali, un mondo dove il mestiere dei padri spettava di diritto ai figli, senza concorrenza, senza ricambio d’uomini e di idee. Ma certo dal 2005, da quando abbiamo in circolo questa legge elettorale, lo spettacolo è scaduto ulteriormente. Servirebbe l’uninominale, uno contro uno. Servirebbe la possibilità di
revocare gli eletti immeritevoli. Invece la politica italiana ha revocato gli elettori.
La Stampa 28.07.10
