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"Concorsi, facciamo così", di Fulvio Cammarano

Al centro di qualunque riforma universitaria rimane la questione del reclutamento dei ricercatori. Un tema molto delicato perché costituisce non soltanto lo snodo attraverso cui viene garantito il fisiologico ricambio del personale docente. Ma perché rappresenta anche la cartina di tornasole attraverso cui l’opinione pubblica giudica l’università.
Gli scandali e i polveroni che regolarmente vengono sollevati sul funzionamento degli atenei italiani sono incentrati soprattutto su chi e sul come si “entra” nel circuito accademico.
La recente riforma dei concorsi ha introdotto un elemento di casualità nella composizione delle commissioni che, attraverso il sorteggio dei commissari, impedisce la vittoria del “predestinato” ma non sembra sufficiente a risolvere il problema della selezione del migliore tra i candidati. Come mai? Perché un concorso continua ad essere considerato il luogo del “colpo di mano”, della scelta deresponsabilizzata: nello stesso istante in cui la commissione indica il nome del vincitore, se non ha commesso errori formali, comincia a lavarsene le mani poiché la “pratica” passa al pubblico erario.
E chi s’è visto s’è visto! Allora perché non introdurre la responsabilizzazione delle sedi che chiedono i posti? Basta far cadere sul dipartimento che bandisce l’onere di scegliere tra i candidati che hanno fatto domanda e già in possesso di una idoneità nazionale ottenuta in appositi concorsi senza posti. La vera novità consiste però nella trasformazione degli stessi commissari responsabili del reclutamento in un comitato tutoriale. Da quel momento l’attività del neo-assunto sarà monitorata, attraverso parametri predefiniti per aree scientifiche, per un congruo numero di anni e diventerà occasione di “guadagno” o di perdita in termini di fondi per la ricerca, oltre che per l’interessato anche per chi l’ha selezionato. Non solo, quindi, per il dipartimento nel suo complesso ma anche, e qui sta la novità, per i singoli membri che lo hanno scelto. Si tratta dunque di far leva sull’interesse dei reclutatori. Ancora oggi i concorsi sono affidati esclusivamente al senso civico e allo spirito di responsabilità dei commissari, che dovrebbero scegliere sulla base di un’etica neutralità. Ma si tratta di un appello astratto: per chi bandisce quello che conta è “chiamare” una determinata persona indipendentemente dal suo livello di preparazione e l’operazione può andare in porto solo grazie alla “complicità” degli altri commissari, amici o colleghi “disinteressati” per l’occasione. La natura profonda che regola le logiche dei concorsi ha dunque a che fare più con l’antropologia che con le tecniche dell’organizzazione. Per interrompere questa spirale è necessario mettere in campo un interesse alternativo che funga da motore di comportamento virtuoso: il vantaggio economico prolungato nel tempo per i reclutatori in caso di buona selezione. Come minimo tale prospettiva di g u a d a g n o rappresenta un concreto segnale che riduce la compiacenza indifferente nel sostenere il candidato locale: non si può chiedere un appoggio a qualcuno se tale appoggio rischia di diventare oneroso per chi lo fornisce.
Quello che conta è che il sistema assuma un numero sempre maggiore di bravi studiosi, e pazienza se tale comportamento virtuoso sarà dettato dall’interesse.

Da Europa quotidiano 29.07.10

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“Una scossa all’università”, di Tiziano Treu

Si è detto, cogliendo uno stato d’animo diffuso, che il mondo accademico attende più per disperazione che per convinzione l’approvazione di una legge di riforma seria che rimetta finalmente in moto la vita universitaria. Il disegno di legge in discussione al senato è molto contrastato e ha molti difetti; ma ha anche buone probabilità di essere approvato, e di rappresentare “una scossa” per un sistema indubbiamente stagnante.
Alcune linee direttive sono importanti, e in parte riprendono indicazioni da tempo elaborate anche dal centrosinistra.
Una di queste, forse la più importante, riguarda i sistemi di valutazione.
Neppure la valutazione ha valore taumaturgico, ma è un requisito essenziale per attivare un processo di responsabilizzazione del sistema e di valorizzazione effettiva sia dei meriti dei docenti sia della qualità della ricerca e dell’insegnamento presenti nelle varie unità universitarie.
L’efficacia della valutazione dipenderà dall’autorevolezza delle persone e delle istituzioni che la svolgono, comprese le risorse impiegate. Tutte le esperienze non solo italiane lo confermano; ultimo il caso della commissione di valutazione sulla efficienza e sulla trasparenza delle pubbliche amministrazioni.
Il punto critico di questa direttiva, come di tutta la legge riguarda il capitolo risorse. I tagli introdotti nei vari capitoli vanno ben oltre la riduzione degli sprechi da tempo denunciati (ad esempio la dispersione dei corsi di laurea e delle sedi universitarie).
Comportano un complessivo de-finanziamento dell’intero sistema, che contraddice l’impianto della legge, anche nelle parti virtuose come appunto la valorizzazione di meriti e qualità (sia di docenti sia di studenti).
Gli sprechi e le “colpe” passate hanno alimentato le resistenze a investire nell’università; Boeri ci ricorda che la quota della spesa universitaria nel bilancio dello Stato è diminuita di quasi il 17per cento dai livelli precrisi.
Ma una riforma condotta all’insegna della responsabilizzazione deve saper vincere queste resistenze e rompere il blocco finanziario. Questo blocco affligge tutta la politica di questo governo (come si vede dalla recente manovra finanziaria) e ci allontana dalla possibilità di riprendere il cammino dello sviluppo.
Ci allontana ulteriormente dalle posizioni dei paesi vicini, con cui il confronto è già da tempo impari. Basta considerare le scelte di Francia e Germania, che pur condizionate dalla crisi economica, hanno destinato risorse consistenti al rafforzamento delle loro strutture universitarie di ricerca, a cominciare da quelle di eccellenza. Per rendere credibile questa ed altre scelte della legge è necessario rompere il blocco finanziario e attirare investimenti aggiuntivi, tali da avvicinarci agli standard europei, concentrando le risorse sugli atenei e sugli studenti con valutazioni migliori.
Un altro punto critico del ddl, e di tutta la storia recente, riguarda il reclutamento dei docenti. È importante superare il sistema dei concorsi ora gravemente degradato e passare a una abilitazione nazionale con possibilità di scelta degli idonei da parte delle università. Si tratterà di attivare un controllo rigoroso da parte degli organismi di valutazione per evitare il degrado del nuovo meccanismo.
Così pure sarà importante curare la transizione dal vecchio al nuovo sistema, evitando che diventi l’occasione per scorciatoie e promozioni ope legis. Le riserve di posti sono protettive di chi già opera nelle università.
I nuovi posti che si apriranno per i giovani nei prossimi anni non sono molti, data la scarsità delle risorse. La proposta del Pd di abbassare a 65 anni l’età di pensionamento dei professori mira ad allargare le prospettive per i giovani, anche se occorrerà vigilare che i risparmi conseguenti non finiscano nel calderone del debito generale degli atenei.
Il reclutamento dei ricercatori si ispira ai modelli anglosassoni del tenure- track. Questa scelta è in sé innovativa, ma la sua concreta operatività dipende dalla programmazione dei futuri organici e quindi dalla effettiva disponibilità dei posti alla fine del track. Un punto gravemente contradditorio del ddl riguarda l’autonomia delle università. Nonostante le affermazioni in contrario, e i miglioramenti introdotti in commissione, il testo contiene troppe regole di dettaglio che riducono grandemente l’autonomia su aspetti fondamentali dell’organizzazione e del funzionamento dell’università.
È una delle tante contraddizioni di questo governo, autonomista a parole, centralista nei fatti. Si tratta di vedere se e come i nostri atenei useranno gli spazi di sperimentazione previsti nel disegno di legge.
C’è da augurarsi che l’iter parlamentare sia all’altezza dell’importanza del tema, come è stato in commissione, anche se è difficile essere ottimisti sull’esito specie sul punto essenziale del finanziamento.

Da Europa Quotidiano 29.07.10

Che fine ha fatto la Rai?

C’era una volta il servizio televisivo pubblico. Oggi la Rai, tra flop e bilanci in rosso, è sempre più piegata al volere del premier. Masi, l’intoccabile, si permette anche il lusso di non presentarsi all’audizione in Commssione di Vigilanza. I dirigenti si spartiscono un milione di bonus per i grandi meriti. Esistono due realtà sulla Rai? È possibile pensare che sia tutto rose e fiori come ci propina il Tg1 o che qualcosa di marcio oltre in Danimarca, c’è anche a Viale Mazzini? È estate e come logico(?) il periodo delle nomine (epurazioni) e delle scelte nodali per l’azienda. Ma mentre il bilancio parla di un clamoroso fallimento della gestione berlusconiana della Rai (deficit di 60 milioni con la previsione di un raddoppio per il 2010), viene elargito un premio di un milione di euro per i dirigenti. Chissà quanto di buono devono aver fatto!

Oddio andando più nel dettaglio la cifra relativa in quanto il milione va ridistribuito per i ben 245 dirigenti non giornalisti della tv pubblica. Insomma, bruscolini. Ma è anche vero che tutto questo è surreale se solo si paragonano le quotidianità della gente comune che non arriva a fine mese con il proprio stipendio o gli abitanti de L’Aquila ancora sommersa dai detriti nonostante il “miracolo” berlusconiano.

Ecco uno stralcio di una lettera inviata ad Articolo21. E’ tempo di “golpe” d’agosto in Rai: nell’ultimo anno, i soli direttori giornalistici si sono guadagnati aumenti di stipendio per quasi 800 mila euro. A tradurre grossolanamente, l’equivalente del salario di 120 operai, o di 100 impiegati o di 50 praticanti giornalisti? 800 mila euro sempre moltiplicati da qui all’eternità del loro permanere in azienda. Esistono i direttorissimi ed i direttori semplici. Signore e signori con 2, persino 3 aumenti di merito in 12 mesi, a colpi di 30, 40, 50 mila euro a volta… Ma restiamo ai Top. Questa volta i dirigenti non giornalistici. Niente nomi, ovviamente, e cifre in approssimazione per difetto. Vertici che si contano sulle dita di una mano si sono spartiti 600, 650 mila euro di aumento, soldi in più sui già moltissimi che guadagnavano. Costo aziendale, azzardiamo, quasi un milione. Uno più uno meno, nel buco Rai: al massimo, per rimediare, chiudi qualche piccola rubrica culturale regionale, togli i vestiti ai costumisti e tosi i parrucchieri nei teatri di posa. Aumenti – conclude la lettera inviata ad Articolo21 – oltre ad eventuali gratifiche, dai 20 ai 50 mila euro ogni volta e, per alcuni, tre volte in un anno…”.

Cosa? È tutto un falso urlano da Viale Mazzini. Nell’ultimo periodo gli ascolti sono aumentati, il sito del Tg1 ha raddoppiato gli utenti e il resto sono calunnie o, per usare le parole del direttore Minzolini, “gossip”. Ma ammesso e non concesso che la presenza di qualche immigrato di ritorno a casa per le vacanze estive abbia aumentato il numero degli telespettatori e che il sito del Tg1 sia passato da 10 a 20 utenti, il segreto di Pulcinella è stato smascherato da tempo.

Tutti i giornali di ieri e oggi, compreso quello di “famiglia” e quello di Belpietro, parlano dello scandalo P3, della cricca, degli affaristi e pseudo-investitori che si sono arricchiti con l’inganno, delle indagini su Verdini, Caliendo, Dell’Utri, Cosentino, dei litigi tra Berlusconi e Fini e dell’implosione del Pdl.
Questa, invece, è la scaletta del Tg1 delle 20:

* Blitz contro la ‘Ndrangheta con la cattura del Boss di Rosarno. Berlusconi (e questa non è una barzelletta): “Legalità e sicurezza sono le stelle polari del governo” (!!! incredibile!!!)
* Fiducia sulla manovra. Ai parlamentari 1000 euro in meno di stipendio;
* P3 e le dichiarazioni di estraneità degli indagati (si rovescia l’informazione)

Alle ore 20.12 la parte politica è già finita ma non le chicche che interessano a tutti gli italiani: una badante che a Massa percuote un’anziana affetta dal morbo di Alzheimer; la peste dei kiwi con relativa intervista al ministro Galan che afferma come il ministero dell’Agricoltura stia studiando e verificando, per poi ristudiare e riverificare che i kiwi sotto la buccia sono verdi con piccoli semi;
il dramma di Giulia la ragazza sopravvissuta alla tragedia del Love Parade tedesco con oltre 20 ragazzi morti; un po’ di British Petrolium ma non certo sulle intenzioni di aprire un cantiere a poche miglia dalla Sicilia; tanto meteo, comprese le condizioni di caldo eccezionali a Mosca e finalmente la perla del giorno: i pericoli per l’udito nel correre (fare footing) con le cuffie!!!

“Il Tg è finito. Buona serata”. E grazie, mancava solo annunciare che tutti gli italiani domani avranno 1000 euro in più nei loro conti in banca!

Ma davvero è questa l’Italia in cui viviamo? E gli italiani sono così stupidi da crederlo?

Nel frattempo continua la voglia di epurazioni in casa Rai e soprattutto nel canale delle News. Essere bravi e imparziali come Corradino Mineo dà molto fastidio!

Per Matteo Orfini, responsabile Cultura e Informazione del Pd, “la vicenda Rai News è davvero emblematica dei problemi che la Rai vive in questo periodo. All’azienda occorrerebbe una riflessione profonda sull’offerta digitale e su come rafforzare il canale all news costruendo un progetto di vero rilancio. E nel farlo un’azienda seria valorizzerebbe competenze e esperienze di chi, come Mineo, ha saputo garantire, pur nelle assurde ristrettezze di mezzi e risorse, credibilità e ascolti al servizio pubblico. Nella totale assenza di prospettive e nella imbarazzante mancanza di un
progetto per il digitale terrestre, si continua invece con l’arrogante tentativo di occupare ogni spazio. Siamo chiaramente agli ultimi giorni di Pompei, con la Rai quotidianamente umiliata dall’aggressività di una maggioranza politica ormai in crisi. In un quadro così desolante emerge il ruolo paradossale di Bossi e di Calderoli, che hanno trasformato la Lega nel partito della lottizzazione e degli sprechi. Il Consiglio di amministrazione e il direttore generale si prendano una pausa di riflessione, dimostrino la loro autonomia e evitino che il Cda di domani si trasformi nell’ennesimo passo verso la dissoluzione del servizio pubblico radiotelevisivo.

Ma è sempre vero che nella Casa delle Libertà si fa un po’ come si vuole. Quindi se Masi viene convocato in audizione può decidere se andarci o meno. Visto mai ci fosse una legge sul legittimo impedimento anche per i direttori Rai.

“L’assenza del Direttore generale della Rai all’audizione in Commissione di Vigilanza di stamane è un fatto grave a livello istituzionale e politico. A livello istituzionale perché il Parlamento non può essere ridicolizzato. A livello politico perché, seppur nel pieno rispetto della discrezionalità dell’organo di governo della Rai, l’azienda non può sottrarsi al confronto con una Commissione bicamerale su temi che attengono alle modalità di garantire il servizio pubblico radiotelevisivo. Uno schiaffo al Parlamento, dunque, che non puo’ non avere conseguenze”. Lo ha dichiarato Giorgio Merlo, Pd, vice presidente della commissione di Vigilanza Rai.

Andrea Draghetti

www.partitodemocratico.it

Veneto. Persi 100 mila posti di lavoro «Settembre, riaperture a rischio», di Silvia Maria Dubois

L’incubo non finisce. Lavoratori esperti e mortificati continuano a rimanere a casa, ragazzi scoraggiati girano come trottole a consegnare curricula inutili o a frugare speranze in internet. Ma, per ora, nuovi posti di lavoro non ce ne sono. E non ce ne saranno nemmeno per l’anno prossimo, a meno che non ci si adatti a diventare manodopera «low cost», con impieghi a intermittenza, contratti tanto agili quanto fragili, o si prendano in considerazione posti per categorie al top del ribasso come apprendisti o soggetti con agevolazioni economiche per l’azienda.

I dati diffusi ieri da Veneto Lavoro parlano chiaro: la crisi qui ha mietuto quasi 100mila posti di lavoro nell’ultimo biennio, colpendo per primo il settore manufatturiero, e poi estendendosi anche ad altri settori, come il commercio.

«Tra il 1. luglio 2008, periodo in cui è iniziata la crisi, e il 30 giugno 2009, la contrazione occupazionale in Veneto era risultata pari a circa 53 mila unità – spiega Sergio Rosato, direttore dell’agenzia Veneto Lavoro -, mentre dal 1. luglio 2009 al 30 giugno 2010 si sono persi altri 41 mila posti di lavoro. Tendenza che, in proiezione, si stima possa perdurare almeno per un altro anno, anche perché in autunno arriverà a scadenza un numero consistente di casse integrazione straordinarie, che interessano il numero più elevato di lavoratori coinvolti: bisognerà capire se è possibile la proroga, oppure se una parte di loro finirà come disoccupata sul mercato del lavoro».

In aumento gli annunci di crisi aziendali, come pure le ore di cassa integrazione: 30 milioni contro 18 dell’anno scorso (quelle della straordinaria salite da 2 a 21 milioni e quelle dell’ordinaria dimezzate da 12 a 6 milioni) con circa 500 aziende coinvolte. Dati che allarmano: «Il miracolo Nord Est non tornerà mai più – spiega Franca Porto, segretaria regionale Cisl -: mettiamoci bene in testa che la ripresa sarà lenta e quando finirà non ci darà chissà quale botta di rinascita. No, ne usciremo tutti ridimensionati, dovremo abituarci ad abbassare il tenore di vita. Questa non è una crisi che poi redistribuisce ricchezza: non succederà perché il mondo è cambiato, altri producono al posto nostro».

E ancora: «Noi siamo sempre accusati di fare allarmismo, ma qui tutti i dati sembrano darci ragione e aumentano le nostre preoccupazioni – aggiunge Emilio Viafora, segretario Cgil – la ripresa, infatti, lievemente testimoniata dall’export, avviene distruggendo occupazione o non portando fatturato, come nel caso della crescita del turismo. Cosa ci aspetta in autunno? Nulla di buono, la situazione è sotto gli occhi di tutti. Ci saranno aziende che continueranno a chiudere, soprattutto quelle piccole e medie dai 5 ai 200 dipendenti: stiamo tenendo d’occhio molte di loro che ora stanno allungando il periodo di chiusura estiva da una settimana a due o anche tre. Preludio di qualcosa che temiamo».

La domanda resta sostenuta, ma si orienta verso la massima convenienza: «Si registrano fra le 150 mila e le 160 mila assunzioni a semestre – spiega Rosato -, prevalentemente rivolte a lavoratori che si portano dietro incentivi o che costano meno, come gli apprendisti. Straordinaria performance dei contratti a intermittenza: nel secondo trimestre 2010 ne sono stati firmati 17 mila. Mentre nello stesso periodo 2009 erano meno di 12 mila».

Elemento di forte preoccupazione per la Cgil, che teme «l’ingrossamento di un esercito che entra ed esce dal mondo del lavoro senza stabilità e diritti», mentre per la Cisl è «uno strumento che le aziende usano proprio per tenere la gente in un momento di crisi».

Variata anche la composizione di chi ha perso il lavoro: inizialmente erano prevalentemente uomini ( 70%) e stranieri (30%), poi scesi (rispettivamente al 60% e al 10%), mentre il tasso di disoccupazione nel primo trimestre del 2010 è arrivato al 5,6%. Dalla Lega Nord, infine, si esprime cordoglio per il disoccupato suicidatosi nel Trevigiano.

Il Corriere Veneto 29.07.10

"I rischi del Lingotto", di Luciano Gallino

Da qualche tempo le mosse di Fiat Auto stanno diventando frenetiche. A fine aprile è arrivato il piano per trasferire a Pomigliano una quota della produzione della Panda che ora si fa in Polonia. Una settimana fa, l’annuncio che un modello di notevole peso industriale e commerciale sarebbe stato costruito in Serbia e non a Mirafiori. Poco dopo si è saputo che è già stata costituita una nuova società per gestire lo stabilimento campano, nonché per assumere con un nuovo contratto i lavoratori che accetteranno in toto di lavorare secondo i drastici standard indicati nel piano di aprile. Infine ieri l’Ad di Fiat ha avanzato come affatto realistica l’ipotesi di uscire dal contratto nazionale dei metalmeccanici, ed ha ribadito che ciò che vuole sono comportamenti dei lavoratori che non mettano mai, in nessun modo, a rischio la produzione e l’azienda

In altre parole, niente scioperi, niente vertenze sindacali, assenteismo meglio se vicino a zero, massima disciplina in fabbrica. A queste condizioni Fiat auto potrebbe anche restare in Italia.
La sequenza di queste mosse rientra chiaramente in una precisa strategia: portare per quanto possibile nel nostro Paese le condizioni di lavoro dei paesi emergenti, e in prospettiva i salari che in quelli prevalgano, perché ciò appare indispensabile allo scopo di reggere alla competizione internazionale. Se questa come sembra è la strategia Fiat, bisogna chiedersi dove essa potrebbe portare il Paese, ma anche la Fiat, e se la strategia stessa non avesse o non abbia ancora delle alternative.
Nel nostro Paese la strategia Fiat potrebbe in realtà non diminuire, grazie agli investimenti promessi, bensì aumentare il rischio di un marcato inasprimento e diffusione del conflitto sociale. Non può esservi dubbio, quali che siano le previsioni in contrario di questo o quel ministro o sindacalista, che migliaia di aziende le quali hanno sussidiarie all´estero chiederanno quasi subito, ove la strategia del Lingotto si affermasse, di adottarle a loro volta. è vero che c´è la crisi, che ha indebolito allo stesso tempo i sindacati e i singoli lavoratori; per cui molti di questi, dinanzi allo spettro della disoccupazione, accettano qualsiasi condizione pur di mantenere od ottenere un lavoro.
Tuttavia non è affatto detto che in tutte le categorie, in tutte le zone industriali, in tutte le fabbriche e in tutti gli uffici, la grande maggioranza dei lavoratori accetti senza fiatare i dettami dell´organizzazione del lavoro “di classe mondiale”. Ivi compreso il divieto di far sciopero, di manifestare, di aprire vertenze e perché no di ammalarsi. È questo uno scenario che l´amministratore delegato Sergio Marchionne parrebbe aver notevolmente sottovalutato, nella sua foga di giocatore che punta soprattutto a vincere la partita, quali che siano le conseguenze per gli spettatori. Dovrebbe essere il governo a ricordarglielo con una certa fermezza; ma dove stiano il governo, i ministri competenti, i politici che non si limitino a dire di supporre che tutto finirà bene, nessuno lo sa.
Avrebbe potuto adottare altre strategie la Fiat, dinanzi a quella che senza perifrasi va definita come la crisi mondiale dell´autoindustria? La risposta è sì, alla quale è doveroso aggiungere che forse è troppo tardi. In primo luogo, anziché battersi per portare da noi le aspre condizioni di lavoro, i bassi salari, l´assenza di diritti dei paesi emergenti, Fiat avrebbe potuto battersi per addivenire ad accordi internazionali intesi a portare gradualmente in questi ultimi condizioni di lavoro, salari e diritti vigenti nei nostri paesi. Non è roba da fantapolitica. In molti settori, dall´abbigliamento all´industria mineraria, accordi del genere sono stati sottoscritti, e miglioramenti non trascurabili conseguiti per i lavoratori di entrambe le sponde. Naturalmente, in una simile operazione strategica Fiat avrebbe dovuto di nuovo avere dietro o accanto un governo capace di muoversi su questa complessa scacchiera.
Anche in tema di strategie industriali la Fiat avrebbe potuto imboccare strade diverse. L´autoindustria mondiale soffre di tre gravi problemi: un eccesso enorme di capacità produttiva, un serio ritardo tecnologico, e una sostanziale incapacità di affrontare lo snodo cruciale della mobilità sostenibile (ad onta di quel che dice il sito dell´Associazione europea costruttori d´auto). In una simile situazione l´autoindustria avrebbe dovuto scegliere la strada schumpeteriana della concorrenza cooperativa, in luogo della concorrenza distruttiva. La prima prevede lo sviluppo di oligopoli che sappiano mettere in comune piani di produzione e tecnologie, oltre a dividersi saggiamente aree di mercato. La seconda prevede la guerra di tutti contro tutti, nella quale mors tua vita mea.
Anche in questo caso la Fiat non poteva sviluppare da sola forme di cooperazione internazionale, ma con il suo peso industriale e il suo prestigio poteva almeno provarci. Per contro ha imboccato con eccezionale tenacia e durezza la strada della guerra a oltranza dei costruttori. Essere costretti a sperare, come capita ora con le sue ultime mosse, che Fiat nei prossimi anni vinca almeno qualche battaglia, se non la guerra, non aiuta a formarci una visione serena né di quel che resta o potrebbe restare dell´industria italiana, né delle virtù competitive di cui parrebbe doversi universalmente dotare la società in cui viviamo. Quella che si diceva fosse fondata sul lavoro.

LA Repubblica 29.07.10

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“I 20 miliardi devono restare qui”, di Luca Fornovo

Su una cosa i sindacati sono tutti d’accordo: i 20 miliardi che la Fiat vuole investire in Italia sono «un fatto essenziale», «d’importanza straordinaria per l’industria italiana» e bisogna evitare che vengano ridimensionati. Ma su come difendere lavoratori e contratti, rendendo efficienti gli stabilimenti, le strade si dividono a volte solo per puntualizzazioni sfumate, come è il caso di Cisl e Uil, altre per posizioni più marcate e distinte, come per Cgil e Fiom.
Lo dimostra anche il fatto che ieri a mezzogiorno dopo il tavolo in Regione, a Torino, convocato dal governo, sempre nel palazzo di Piazza Castello i leader di Cisl, Uil, Cgil e Ugl hanno incontrato i giornalisti, tenendo quattro conferenze stampa separate. Ciascun sindacato ha voluto chiarire al meglio la sua posizione.
Comincia morbido Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, che coglie l’invito di Sergio Marchionne, ad di Fiat, a dire sì o no al progetto di Fabbrica Italia, per rilanciare l’auto. «Noi diciamo a Marchionne che per la Cisl la risposta è sì. Senza se e senza ma. E questo vale anche per l’accordo su Pomigliano» dice Bonanni che poi puntualizza «ma vogliamo che Marchionne faccia chiarezza sul fatto che le modalità dell’investimento rimarranno nel perimetro delle regole del nuovo sistema contrattuale che abbiamo costruito». Bonanni chiede anche a Marchionne che si faccia chiarezza «sul numero di auto che intende produrre e i modelli che si costruiranno nei vari siti».
Il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, chiede accordi calibrati a seconda degli impianti in Italia, che tengano conto di investimenti e vetture differenti da produrre. «Gli stabilimenti – dice Angeletti – non sono tutti uguali quindi non si può fare una camicia a taglia unica bisogna fare accordi separati rispetto alla realtà che si ha di fronte». Quanto poi all’ipotesi che Fiat disdica il contratto nazionale dei metalmeccanici, Angeletti è d’accordo con Bonanni: «Abbiamo modernizzato le regole poco tempo fa, dunque non ci sono ragioni per annullarle, esistono condizioni per realizzare accordi industriali dentro quella cornice». Inoltre, conclude il leader della Uil, «gli accordi si fanno in due ed anche per disdirli bisogna essere in due».
La voce più critica su Fiat e governo è quella del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che è accompagnato dalla numero due, Susanna Camusso e da Maurizio Landini, leader della Fiom. «Ho sentito molto ottimismo, ma in verità non ci sono fatti nuovi – dice Epifani – è confermata quell’incertezza sugli impegni produttivi assunti a Palazzo Chigi, rafforzato dall’annuncio dello spostamento in Serbia della vettura che doveva essere fatta a Mirafiori: le rassicurazioni sul futuro di Mirafiori non sono di per sè né impegni né certezze». Su Pomigliano, Epifani chiede che si possa riaprire il confronto. Poi la stoccata a Palazzo Chigi. «Abbiamo chiesto al governo – continua Epifani – di non lavarsene le mani. Non può fare da spettatore».
E Landini torna sulle regole: «Siamo pronti a trattare con Fiat, ma non su un nuovo contratto. E il Lingotto torni a riaprire la trattativa anche sul premio di risultato». Un po’ di delusione affiora dal leader dell’Ugl, Giovanni Centrella: «Purtroppo non siamo in possesso di precise garanzie da parte dell’azienda sia sullo stabilimento Fiat di Mirafiori sia su tutti gli altri, a partire da Pomigliano, progetto che, come Fabbrica Italia, stenta ancora a partire». Mentre Roberto Di Maulo, numero uno della Fismic, che giudica «positivo l’incontro di Torino perché sono stati confermati gli investimenti», invita Marchionne «a ottenere il consenso dei lavoratori, basandosi di più sulla partecipazione».

La Stampa 29.07.10

Verdini dalla rabbia

La conferenza stampa di spiegazioni di Verdini sulla P3 diventa un circo dove insultare la giornalista Claudia Fusani de L’Unità. Bersani: “Verdini ha il buon senso del suo partito. Se il Pdl intende rappresentarsi così è libero di farlo e la gente del Pdl valuterà”. Intanto in Parlamento il Pd ha presentato una commissione d’inchiesta sulla P3.
Verdini esce allo scoperto. Indagato da tre procure, decide che è arrivato il momento di tirare fuori le unghie e contrattaccare. Peccato solo che, come la brutta copia del suo leader, alla fine si riduce ad esporre il compito che Berlusconi gli ha preparato e che la conferenza stampa diventi un circo dove insultare Claudia Fusani giornalista de L’Unità.

Io non centro, io sono pulito, mai intascato soldi e tutta una serie di giustificazioni sono alla base della conferenza stampa con cui il coordinatore del Pdl ha sparato contro la magistratura politicizzata e i finiani. Basterebbe cambiare il nome di Verdini con quello di Berlusconi e l’articolo sarebbe vecchio e già scritto. Invece no, il protagonista è Denis Verdini ora al centro delle indagini di tre procure per la cosiddetta P3.

“Tutte le questioni sono legittime ma stiamo parlando di accuse fumose” ha detto Verdini. “Io non ho fatto niente di male e rifarei tutto. Non ho niente da temere dai magistrati”. Ma subito ha aggiunto il leit motif di Berlusconi per cui “dovrebbe essere portato all’attenzione il rapporto tra politica e magistratura. C’è un circuito mediatico-giudiziario che fa spavento a cui gli elettori del Pdl sono abituati”.

Quindi è stato il turno dei litigi all’interno alla maggioranza. Fini è stato sgarbato e, ribattendo a Italo Bocchino che aveva sostenuto la necessità delle sue dimissioni, ha ribadito: “io non sarei nelle condizioni psicologiche di fare il coordinatore? Forse dovrei andare dallo psichiatra ma Bocchino non è nelle condizioni politiche di dire certe cose”.

La conferenza stampa sarebbe quindi passata come l’ennesima dimostrazione di azione di contro-informazione trita e ritrita se non ci fosse stato uno spiacevole fuori programma. Claudia Fusani, giornalista dell’Unità ha chiesto conto a Verdini di alcuni assegni versati per il Giornale di Toscana ma la risposta è arrivata da Giorgio Stracquadanio, deputato del Pdl seduto in prima fila: “signora sta dicendo una montagna di cazzate”. Pronta la replica della cronista: “Le cazzate le dirà lei, tenga a posto le parole”.

La cronista ha voluto ripetere la domanda al coordinatore del Pdl ma subito è intervenuto urlando Giuliano Ferrara, direttore del Foglio che ha gridato: ”Adesso basta perché non chiedete a lei come mai è passata da Repubblica all’Unità in condizioni ancora da chiarire. La Fusani che dà lezioni di moralità! Siamo in uno Stato di polizia”. Un atteggiamento che è davvero piaciuto a pochi e disgustato molti.

La posizione del Pd sullo scandalo della P3 rimane la stessa ed è stata ribadita dal segretario Pier Luigi Bersani. “Caliendo deve dimettersi mentre Verdini ha il buon senso del suo partito. Se il Pdl intende rappresentarsi così è libero di farlo e la gente del Pdl valuterà”.

Il Pd ha presentato una proposta di legge per convocare una commissione d’inchiesta, sul modello della commissione Anselmi sulla P2, per “fare luce sulle trame che emergono dall’inchiesta sulla cosiddetta P3”. In un anno la commissione dovrebbe “2accertare l’origine, la natura, l’organizzazione, la consistenza e le finalità”.

Per Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del Pd ”dopo che il presidente Napolitano ha parlato di squallore e ha richiamato la politica al senso di responsabilità, noi pensiamo che la questione morale deve trovare nella politica la prima protagonista nella conoscenza dei fenomeni. La magistratura sta facendo molto bene il suo lavoro, ma la proposta di una commissione d’inchiesta è segno di responsabilità politica e istituzionale”.

“Non si tratta – ha ribadito Pierluigi Castagnetti – di commissioni infondate come quella su Telekom Serbia o Mitrokin, mirate a denigrare in modo strumentale il lavoro dell’allora opposizione ma di cercare di capire fino a che punto è penetrata l’opera di condizionamento delle istituzioni in questi anni perché fin qui è emersa una situazione veramente inquietante”.

Oltre ai firmatari (Bindi, Bachelet, Burtone, Capano, Castagnetti, Corsini, Ferranti, Giulietti, Levi, Miotto, Rossomando, Tenaglia, Zaccaria e Zampa), il Pd chiederà l’adesione ai parlamentari di tutti i gruppi.

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Solidarietà a Claudia Fusani è stata espressa da tutto il Pd.

“Voglio esprimere, a nome mio personale delle senatrici e dei senatori del gruppo del Pd, la solidarietà’ a Claudia Fusani fatta oggetto di pesanti attacchi personali da parte di esponenti del Pdl durante la conferenza stampa di Denis Verdini”. Lo ha dichiarato la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro che così ha continuato: “L’insofferenza nei confronti del giudizio dell’opinione pubblica, l’arroganza contro chi svolge il ruolo di giornalista libero e curioso di conoscere la verità sono i segni di un nervosismo e di una difficoltà che testimoniano la scarsa pratica democratica e la crisi del Pdl”.
“Ogni domanda, se non e’ offensiva, e’ legittima in democrazia. E in democrazia sono doverose le risposte e dovrebbe essere auspicabile la trasparenza. Un valore – ha concluso Finocchiaro – evidentemente non disponibile, oggi, nel Pdl”.

“Voglio esprime la più totale solidarietà a Claudia Fusani, giornalista seria e rigorosa de L’Unità. L’aggressione che ha subito durante la conferenza stampa di Denis Verdini è la prova lampante dell’insofferenza verso l’informazione democratica da parte di questa destra che vuole imporre, non a caso, i bavagli alla stampa per garantirsi impunità e potere”. Così Laura Garavini, capogruppo del Pd nella commissione Antimafia

“Durante la conferenza stampa di Denis Verdini è andata in scena la solita insofferenza alla democrazia che si nutre dell’informazione trasparente. Voglio esprimere la totale solidarietà a Claudia Fusani che svolgendo la sua professione di giornalista poneva legittimamente domande e per questo ha subito le reazioni arroganti degli esponenti del Pdl presenti”. Lo ha affermato Donatella Ferranti, capogruppo del Pd nella commissione Giustizia di Montecitorio.

Andrea Draghetti

www.partitodemocratico.it

Manovra: dichiarazione di voto (contrario) di Pier Luigi Bersani

Signor Presidente, vorrei rivolgermi in modo diretto e sincero ai colleghi della maggioranza – che, forse, come vedo, in questo momento, soffrono un po’ di solitudine – per fare loro una domanda: vorrei chiedere se hanno tenuto conto delle questioni di fiducia che sono state poste dall’inizio della legislatura fino ad oggi. Ebbene, sono trentasei: siamo ad una fiducia e mezzo al mese, agosto e Natale compresi.
Vi è un problema di fondo: la parola Parlamento non è popolarissima in questo momento nel Paese, me ne rendo conto, tuttavia, il Parlamento resta il luogo della libertà di tutti. Non ci può essere libertà per nessuno, se non c’è qui.
Un Parlamento zittito significa un’opposizione zittita, una maggioranza zittita, un Consiglio dei ministri zittito. Quanti ministri non si sono resi conto di quello che votavano in questa manovra! Significa portare conformismo nella discussione pubblica, nelle forze sociali, nella comunicazione, e quando la discussione pubblica è strozzata – questo forse lo sappiamo meglio noi da questo lato dell’emiciclo perché siamo un po’ specializzati in materia – finisce che deve stringere la cinghia, per così dire, chi non ha privilegi, i ceti più esposti, e finiscono invece per guadagnarci quelli che i privilegi ce li hanno. E, infatti, è così: siamo qui in una discussione strozzata ad approvare, non con il nostro voto, una manovra profondamente ingiusta.
Ho sentito affermazioni oniriche, mi scuserà il Ministro; ho sentito dire: «questa manovra fa pagare i papaveri», ma quali papaveri ci stiamo fumando, scusate? Scusate la battuta (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).
Insegnanti, poliziotti, infermieri, vigili del fuoco: stiamo parlando di questo! Stiamo parlando di quegli agricoltori che sono là a protestare, cari amici della Lega, contro gli evasori delle quote latte, voi che avete poco fa inalberato la campagna anti-evasione (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori). Chi sono questi papaveri? Quegli italiani che, senza colpo ferire, si vedono allungato di un anno l’età della pensione – un anno e mezzo per gli autonomi – e sequestrati i contributi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)? I cittadini che, da gennaio, pagheranno più cari i servizi o ne avranno meno? Sto parlando di mense, trasporto scolastico e via dicendo. Sono questi i papaveri? E, invece, i miliardari della portata del nostro Presidente del Consiglio, che non pagano un euro per questa manovra, cosa sono, delle mammole da proteggere (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)?
No, questa manovra è profondamente ingiusta ed essendo ingiusta è anche depressiva, per forza, e indebolirà i tenui segnali di ripresa. Vorrei ricordare che, quando parliamo di ripresa, noi andiamo a colpi di «zero virgola», dovendo rimontare meno sei, che è il doppio di quello che hanno perso gli altri Paesi europei.
È una manovra depressiva perché riduce gli investimenti e riduce i consumi. C’è poco da fare, è così! Ma d’altronde è logico: quando c’è un problema, se non vai a prendere i soldi che sono sotto il mattone e prendi, invece, quelli che servono a rianimare l’economia, non puoi pretendere di dare una spinta all’economia, all’occupazione, al lavoro.
È logico, lo so anch’io, Ministro, che la comunità internazionale e i mercati chiedono all’Italia di tenere i conti a posto, di non dare disturbo ai mercati, e non pretendono certo da noi di essere la locomotiva della ripresa, perché ci penseranno gli Stati Uniti, ci penserà la Cina, ci penserà la Germania, lo so anch’io. Ma il 30 per cento di disoccupazione giovanile, ce l’abbiamo noi, migliaia di piccole imprese che saltano, ce le abbiamo noi, e dobbiamo pensarci noi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
Allora, anche se non saremmo arrivati fino qui, 24 miliardi: ok, 24 miliardi! Noi abbiamo detto, però: andiamo a prendere i soldi da un’altra parte. Non si è potuto discutere. Cosa sono, fantasie? Se vi diciamo: rafforziamo qualche strumento antievasione, come abbiamo detto; se vi diciamo: alleggeriamo imprese e lavoro e cominciamo a disturbare rendite patrimoniali e finanziarie, sono chiacchiere (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)? Se vi diciamo: vogliamo mettere a gara qualche frequenza liberata, perché non si mangia mica solo TV (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)! Se vi diciamo: vogliamo lasciar perdere un attimo il ponte sullo stretto di Messina, dare un po’ di soldi per i piccoli cantieri dei comuni (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) e fare qualcosa di serio nel Mezzogiorno, che è la prima vittima della favola? Dove è finita la banca del sud? Qualcuno ha traccia della banca del sud?
E quando abbiamo detto: mettiamo qualche norma di liberalizzazione, anche dura, per mettere un po’ di soldi in tasca ai consumatori e alle famiglie, noi ne abbiamo proposte quattro o cinque; e abbiamo detto: andiamo a disturbare gli evasori che hanno ripulito illiceità e illegalità alla modica cifra del 5 per cento. Chi ha detto qui che ha mantenuto le promesse? Sapete che non abbiamo mai avuto una pressione fiscale così alta per chi le tasse le paga (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)?
Abbiamo fatto anche altre proposte; tuttavia, così è, ipse dixit: la fiducia. Non è stato possibile discutere, nessun cambiamento, amen.
Tuttavia, adesso il gioco si sta facendo un po’ diverso perché la manovra viene in settimane che parlano di un cruciale passaggio politico, e su questo mi avvio a concludere, signor Presidente.
Credo che stia succedendo qualcosa sul piano politico, che richiede una risposta politica, richiede che il Parlamento discuta sulla seguente domanda: a che punto siamo? Ognuno dica la sua, io dico la mia: secondo me, noi siamo arrivati alle colonne d’Ercole della vicenda berlusconiana.
La navigazione procede, adesso, in acque non conosciute, questo è il punto. Questa è la realtà, mentre il Paese ha altre esigenze, ha problemi stringenti, vuole riforme e vede che passiamo mesi sulle intercettazioni che con il buon senso si sarebbero risolte in quindici minuti, se non vi fossero state seconde intenzioni (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
E non si parla mai di una cosa che si chiama lavoro! Lavoro! Non si parla mai di lavoro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
Abbiamo il compito, noi opposizioni, di predisporre un progetto per questo Paese, e di lanciare un messaggio diverso, realistico, come dice il Presidente della Repubblica. Non è vero che non abbiamo problemi: li abbiamo, scivoliamo, ci preoccupa il futuro della nuova generazione, ma possiamo uscirne, con uno sforzo comune, rimboccandoci le maniche, ma tutti. E chi ha di più dia di più. E ci disturbiamo tutti con certo numero di riforme: legge elettorale, fisco, lavoro per i giovani, un po’ di diritti civili. È possibile andare verso il futuro con un Paese dove nascono cinquantamila bambini figli di immigrati che non sono né immigrati né italiani? Vogliamo dirgli chi sono (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)? Queste e altre cose saranno un progetto per l’Italia, e non sono certo a chiederlo a voi della maggioranza; a voi, o a chi di voi può ascoltare, chiedo un’altra cosa: prendete atto della situazione, fate un passo verso una diversa prospettiva. Noi, per quel che ci riguarda, siamo pronti ad una fase di transizione che, in primo luogo e principalmente, consenta una corretta democrazia parlamentare a partire dalla riforma elettorale (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro), che ci dia la condizione anche di riflettere sulle prospettive del sistema politico e di vedere primissime emergenze, che non sto ad elencare. A voi la responsabilità.
Cercare di galleggiare, andando avanti così? Forzare la mano con atti di arroganza? Oppure prendersi una responsabilità nuova? Questo perché chi vince le elezioni non ha in mano un destino divino, ma una responsabilità maggiore.Mi auguro che voi mettiate in campo una maggiore responsabilità (Prolungati applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro e Italia dei Valori).

"Intercettazioni, così resta il no", di Donatella Ferranti

Dopo il via libera del senato, è arrivata alla camera una legge sulle intercettazioni con soluzioni gravemente inadeguate a garantire un effettivo equilibrio fra il diritto-dovere dello stato di reprimere e accertare i reati, il diritto alla riservatezza e il diritto dei cittadini a essere informati. L’utilizzo di uno strumento fondamentale d’indagine era limitato dall’imposizione di regole tortuose. Rimanevano il divieto di pubblicazione fino all’udienza preliminare e la pesante sanzione penale a carico degli editori. A quel punto avevamo la possibilità di cambiare solo le parti modificate dal senato e la totale chiusura della maggioranza non faceva ben sperare. La nostra battaglia è comunque andata avanti: abbiamo presentato 400 emendamenti su punti essenziali e abbiamo ottenuto l’allentamento del cosiddetto bavaglio all’informazione. È infatti passata la nostra proposta di rendere pubblicabili le intercettazioni ritenute rilevanti dal giudice nell’udienza-filtro, che dovrà essere fissata entro 45 giorni da quando il pm gli trasmette gli atti.
A questo si aggiungono alcuni passi indietro della maggioranza: abolizione della tagliola delle mini proroghe di tre giorni in tre giorni (ora il pm potrà richiedere proroghe per periodi di 15 giorni); non servirà più provare la colpevolezza sui criteri di valutazione dei gravi indizi di reato; sarà possibile intercettare anche soggetti diversi dall’indagato per conversazioni o comunicazioni attinenti ai fatti per i quali si procede; è scomparsa la norma privilegio che introduceva la necessità dell’autorizzazione del parlamento per deputati e senatori.
Altri miglioramenti hanno riguardato l’agevole possibilità di togliere un’inchiesta ad un magistrato “scomodo” presentando contro di lui un esposto, le limitazioni per reati ambientali e traffico illecito di rifiuti.
Rimane in piedi però tutto il problema dei nuovi strumenti di comunicazione, dai social network ai blog, per i quali il provvedimento prevede gravosi limitazioni alla libera espressione.
E, soprattutto, il provvedimento contiene seri ostacoli all’operato dei magistrati e delle forze di polizia. Ecco perché continua a esserci il nostro no. La necessità di un collegio per autorizzare le intercettazioni avrà un impatto organizzativo disastroso sul sistema giustizia. È stato abrogato un articolo della legge Falcone sui requisiti per le intercettazioni del crimine organizzato. Quanto alle intercettazioni ambientali, si richiede in sostanza la flagranza del reato: è stata introdotta la possibilità di svolgerle anche in carenza della flagranza solo se dalle indagini emerge si può arrivare all’acquisizione di elementi fondamentali per l’accertamento del reato. Tale possibilità però vale solo per gli ambienti diversi dalla privata dimora, per la quale resta valida la regola della flagranza. Un grave errore logico e giuridico fa accomunare i tabulati telefonici alle intercettazioni. Viene infine previsto che per le ispezioni, le perquisizioni o per i sequestri, il pm deve provvedere al deposito delle intercettazioni rilevanti nella cancelleria del giudice collegiale, cancellando l’effetto sorpresa. Una serie di importanti nodi irrisolti da non sottovalutare in quanto mirano a fiaccare l’attività investigativa, a circoscriverne il campo di azione, in contrasto con le scelte assunte a livello internazionale.

Da Europa Quotidiano 28.07.10