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"Bossi, le tasse locali e lo scontento leghista", di Gad Lerner

Umberto Bossi gode meritatamente fama di ottimo giocatore, ma nell´estate 2010 si trova alle prese col bluff più grosso della sua carriera politica: la realizzazione dello Stato federale, il mito padano impossibile da trasferire nella realtà.
Se domenica sera è incespicato in una promessa temeraria –”girare nelle casse dei nostri comuni l´Irpef e anche l´Iva”- con successiva, maldestra smentita, è perché il fondatore della Lega deve fronteggiare un malcontento diffuso sul territorio che governa ormai da quasi vent´anni.
Non a caso si è lasciato trasportare dall´impeto nel corso di un comizio dedicato a negare le divisioni interne al partito, esplose per la prima volta pubblicamente. A scatenarle è stato il caso di Angelo Ciocca, recordman delle preferenze in consiglio regionale per il Carroccio, i cui contatti col capoclan calabrese Pino Neri sono stati rivelati dall´inchiesta della Procura di Milano sulla ‘ndrangheta. Il capogruppo alla Camera, Marco Reguzzoni ha puntato il dito contro il segretario della Lega lombarda Giancarlo Giorgetti, accusandolo di avere protetto Ciocca. In precedenza era stato Calderoli a tirare per la giacca lo stesso Bossi, ricordandogli di avere brindato alla nomina ministeriale di Brancher, salvo poi prenderne le distanze a Pontida.
Il disegno di lungo periodo del senatur, mirante a rastrellare l´eredità di Berlusconi nel Nord Italia, deve fare i conti con la raffica di scandali in cui si dibatte il Pdl. Viste le circostanze, come escludere a priori la necessità di una separazione rapida dall´alleato di governo? Il casus belli, se si rendesse necessario, non potrebbe che riguardare l´accusa di inadempienza in materia di federalismo fiscale.
Ma è proprio sulla rotta strategica dalla Lega che affiorano gli scogli più insidiosi. Da mesi i sindaci del Nord danno vita a un movimento trasversale di protesta contro i vincoli del patto di stabilità che impedisce anche ai più virtuosi tra loro di spendere le risorse disponibili nel proprio bilancio. Tremonti e Calderoli osservano con preoccupazione la rivolta che monta, ma ormai non regge più l´argomento secondo cui quel patto è un lascito del governo Prodi. Quando l´8 aprile scorso 510 sindaci lombardi consegnarono simbolicamente le fasce tricolori alla Prefettura di Milano, a guidarli era il primo cittadino di Varese, il leghista Attilio Fontana. E come se non bastasse una ricerca della Commissione paritetica sul federalismo fiscale ha rivelato nei giorni scorsi che proprio la Lombardia, avamposto degli amministratori leghisti, detiene il primato delle tasse locali (regionali, provinciali, comunali) a carico dei suoi cittadini: 2697 euro cadauno all´anno. Un bilancio imbarazzante per un partito che chiede voti contro gli eccessi della fiscalità.
Più tasse e più corruzione nella culla del movimento. Non c´è «quadra» che tenga. Bossi è costretto a scartare, ma non sa ancora bene in quale direzione. L´acuirsi delle disuguaglianze sociali rende obsoleta la teoria leghista secondo cui la giustizia fiscale potrebbe sopraggiungere attraverso una mera redistribuzione di natura territoriale. Ma diventare il partito di rappresentanza dello scontento popolare, una sorta di «sinistra della destra», è reso arduo dalla natura interclassista a antimeridionalista della Lega. Che nel frattempo rischia di perdere il Piemonte per il riconteggio dei voti depurati dalle liste fasulle decretato dal Tar. È costretta a difendere i «suoi» allevatori che non vogliono pagare le multe dell´Ue per l´infrazione delle quote latte, a costo di sopportare la reazione degli onesti beffati, promossa dalla Coldiretti con il sostegno del “nemico” Galan. Anche la Fiat che delocalizza gli stabilimenti all´estero dopo aver rinunciato agli incentivi statali, deteriora il rapporto acquisito di recente con settori di elettorato operaio.
Per la verità i cittadini del Nord che votano Lega non si ecciterebbero neppure, in simili frangenti, di fronte al varo dei decreti delegati del federalismo fiscale: si tratta infatti di un´araba fenice dai contorni imperscrutabili. La traduzione in vulgata popolare del disegno leghista funziona, certo, nei comizi: «I nostri soldi devono rimanere qui sul nostro territorio». Ma siccome Tremonti segnala ogni giorno che i soldi non ci sono, e che le tasse non possono diminuire, la disillusione sopraggiunge immediata.
Bossi lo sa benissimo, il suo messaggio politico è intessuto di promesse subliminali quasi mai mantenute di tutela degli interessi locali e delle tradizioni. L´economia non è mai stata, e ancor meno potrà essere oggi, il suo cavallo di battaglia. Per questo è prevedibile che si debba assistere a una riedizione della Lega estremista, con la difficoltà aggiuntiva che a eccitare gli animi stavolta saranno chiamati uomini direttamente impegnati nella gestione di responsabilità di governo. Oltretutto in competizione fra loro, perché nessuno crede che il leghismo possa trasmettersi per vie dinastiche nelle esili mani di Renzo la trota.

La Repubblica 27.06.10

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Ecco le truffe per non pagare le quote latte I pm: “Così la banca della Lega le copriva”, di Paolo Griseri

Il 22 giugno 2010, non molte settimane fa, la promessa era arrivata solenne e misteriosa, nel bel mezzo del rito pagano che si officia ogni anno sul Pratone di Pontida: «Non posso dire il perché e il per come. Ma tra pochi giorni capirete. Adesso siete disperati ma io non vi ho dimenticati. La Lega risolverà i vostri problemi». Il popolo dei trattori aveva elevato i suoi osanna, sicuro che ancora una volta si sarebbe rinnovato il patto segreto e indissolubile che unisce i furbetti delle quote latte al Senatur e ai vertici del suo movimento. Un patto che in questi anni ha tenuto in ostaggio il governo e il Cavaliere. Un patto inconfessabile, fatto di truffe, operazioni finanziarie spericolate, alleanze trasversali con i palazzi che contano a Roma Ladrona. Un patto rinnovato, non a caso, nel luogo simbolo della Lega: il Pratone di Pontida acquistato con i soldi della Banca Popolare di Lodi di Gian Piero Fiorani. Per i leghisti Fiorani, plurinquisito protagonista dell´estate dei furbetti del quartierino, amico di Antonio Fazio, con lui precipitato nel buco nero delle inchieste e degli scandali, è soprattutto l´uomo che ha salvato dal fallimento la Credieuronord, la Banca padana sponsorizzata da Bossi. Perché proprio Fiorani salva la banca di Bossi? Lo spiega lui stesso nell´interrogatorio del 5 gennaio 2006 di fronte ai pm milanesi Greco, Perrotti e Fusco: «A Fazio serviva l´appoggio della Lega in Parlamento. Giorgetti si era impegnato a sostenere il governatore in cambio del salvataggio della banca». Ai leghisti come Giancarlo Giorgetti (oggi presidente della commissione bilancio della Camera) serviva salvare Credieuronord dal fallimento per coprire le operazioni spericolate dei vertici del movimento e le intermediazioni fittizie con le cooperative di allevatori create per nascondere la truffa delle quote latte non pagate. Così non deve stupire se «il perché e il per come» cui alludeva Bossi parlando al popolo di Pontida meno di due mesi fa porta la firma di Antonio Azzollini, relatore dell´emendamento che rinvia ancora una volta il pagamento delle multe per gli splafonatori delle quote latte. Il fratello di Antonio Azzollini, Niccolò, era nel cda di Antonveneta, la banca che Fiorani aveva tentato di scalare nella primavera del 2005.
E´ in questo intreccio che si trova la spiegazione del mistero delle quote latte: non una semplice battaglia ideale per salvare dalla multa un drappello sempre più esiguo di malgari e allevatori padani (meno di 1.000 su 40.000). Piuttosto la restituzione di antichi favori e il risarcimento per mancate promesse, quando nelle campagne padane il popolo delle stalle affidava i suoi risparmi a Credieuronord fidandosi della sponsorizzazione del Senatur: «Anche io sono socio fondatore di Credinord», era scritto sul manifesto pubblicitario con la faccia di Bossi. Per molti allevatori la Credinord (poi diventata Credieuronord) è la banca intermediaria che veniva utilizzata per non pagare le multe del latte. La storia si ritrova nelle motivazioni con cui un anno fa il tribunale di Saluzzo ha condannato per truffa una sessantina di allevatori cuneesi, tutti soci delle cooperative Savoia fondate da Giovanni Robusti, leader dei Cobas del latte piemontesi e successivamente europarlamentare del Carroccio. I giudici Fabrizio Pasi, Fabio Cavallo e Fabio Franconiero raccontano così il raggiro: «Dal momento in cui gli allevatori fatturavano il latte che eccedeva le quote loro assegnate, venivano effettuate (dalla cooperativa n. d. r.) tre registrazioni. La prima estingueva il debito nei confronti del fornitore del latte facendo sorgere contemporaneamente un debito nei confronti degli organi competenti per il superprelievo (la multa n. d. r.). La seconda registrazione registrava lo spostamento del denaro dal conto della banca utilizzata dalle cooperative per incassi e pagamenti a un conto acceso presso la banca Credieuronord. La terza registrazione, che seguiva di pochi giorni le altre due, veniva effettuata in corrispondenza dell´uscita del denaro dal conto della banca Credieuronord». Il denaro tornava così agli allevatori che non pagavano la multa. Credieuronord aveva fatto il miracolo. Nel corso degli anni Robusti e i soci delle sei cooperative costituite nel tempo (Savoia uno, Savoia due ecc.) avrebbero truffato in questo modo una somma compresa, a seconda dei calcoli, tra i 130 e i 200 milioni di euro. Una bazzecola di fronte alla truffa da un miliardo di euro contestata dal pm milanese Frank Di Maio al parlamentare leghista Fabio Rainieri, presidente della Commissione agricoltura della Camera. Rainieri aveva messo in piedi, secondo il pm, un sistema di 28 cooperative a fare da schermo per evitare il pagamento delle multe. Funzionavano più o meno con lo stesso sistema delle Savoia: si chiamavano «Giuseppe Verdi 2001».
Nella storia di Credieuronord e dei vertici leghisti coinvolti nelle truffe alla Ue non c´è solo latte. Ci sono anche ardite quanto fallimentari operazioni immobiliari in Croazia, concluse con l´immancabile bagno di sangue per i contadini padani illusi dal sogno della villetta vista mare. Al punto che lo stesso popolo dei fedelissimi aveva cominciato a mugugnare contro i vertici. «Non perderete una lira», aveva promesso Bossi e Calderoli aveva promosso l´autotassazione dei big di via Bellerio per rifondere i contadini di quel che avevano perso. «Anche noi – aveva aggiunto lo stesso Calderoli – siamo vittime del crac». Ma c´è un documento che lo smentisce. E´ il Rapporto dei Collegio dei revisori per l´anno 2006 sul bilancio dei partiti politici. A pagina 45 si legge: «Sulla base dei controlli di conformità e dei riscontri eseguiti sulla complessiva documentazione agli atti, il Rendiconto 2006 del partito politico Lega Nord non può essere considerato regolarmente redatto». Tra i motivi della bocciatura, scrivono i revisori, c´è una «insufficiente informativa sulla gestione». In particolare «dalla nota integrativa al bilancio della partecipata Pontida Fin srl si rileva l´esistenza di due società indirettamente partecipate dalla Lega Nord e precisamente: la Pontida Servizi srl in liquidazione e Credieuronord holding spa». Altroché vittime del fallimento.
E´ proprio lo stretto rapporto tra queste speculazioni finanziarie e la fiducia accordata a suo tempo dai Cobas del latte agli gnomi padani di Credieuronord a spiegare perché da diversi anni le manifestazioni degli allevatori che hanno pagato non raggiungono lo scopo di far cessare i favori del governo ai furbetti del latticino. Si scontrano con la forza di ricatto chi conosce bene i peccati originali della Lega. Dodici mesi fa un esercito di trattori assediò Arcore chiedendo a Berlusconi di far cessare lo scandalo delle protezioni del governo a chi non paga le multe. Fu inutile. Come probabilmente sarà inutile quest´anno, nonostante le nuove proteste di tutte le associazioni di allevatori e l´opposizione dello stesso ministro dell´Agricoltura, Giancarlo Galan, giunto addirittura a minacciare le dimissioni. Più di tutto vale la promessa di Renzo Bossi, il «trota», figlio del Senatur. Il primo luglio, di fronte al gruppo degli irriducibili, al drappello di chi non vuole pagare (e spera di farla franca fino al 2015, quando verranno abolite le quote latte) il «trota» è stato chiarissimo: «Non vi preoccupate. Ci pensa mio padre».

La Repubblica 27.07.10

Tagli e trasferimenti «Mi hanno dato 24 ore, ho scelto la mia scuola alla cieca»

La storia di Roberta è quella di un’insegnante di ruolo sovranumeraria che nel periodo della sospensiva sugli organici, predisposta dal Tribunale Amministrativo del Lazio, viene costretta a compilare la sua domanda di trasferimento in meno di 24 ore e senza un’idea precisa del quadro generale della situazione scolastica della Provincia di Parma. Deve scegliere in fretta e «al buio» una nuova sede, «in totale disprezzo per la legalità». Roberta Roberti, 45anni, ha trascorso l’ultimo decennio ad insegnare italiano e storia (anche geografia prima che la materia venisse tagliata) all’Istituto Tecnico Industriale Leonardo da Vinci di Parma. Il 28 giugno, e cioè il giorno dopo la concessione di una sospensiva da parte del giudice amministrativo che «congelava» i provvedimenti ministeriali in materia di organici, Roberta riceve una telefonata da parte della segreteria della scuola nella quale lavora: ha tempo fino alle 10 del mattino seguente per presentare la sua domanda di trasferimento in quanto risulta sovranumeraria e dunque perdente il posto. Ciò, spiega Roberta, «si traduce in uno sfregio per la giustizia», infatti il Tar del Lazio aveva accolto il ricorso della Flc decidendo di sospendere fino al 19 luglio gli effetti delle circolari del Ministro Gelmini (poi dichiarate illegittime) sulle iscrizioni nelle scuole secondarie, sugli organici di ogni ordine e grado e sulla mobilità. Per legge Roberta avrebbe dovuto avere cinque giorni di tempo per compilare una domanda che invece, in questo modo, si trova a dover redigere in tutta fretta e completamente alla cieca. L’insegnante allega infatti una lettera nella quale dichiara illegittimi tempi e modalità della richiesta avanzata dall’Ufficio Scolastico di Parma. In seguito si rivolge alla Flc Cgil e prende il via un ricorso formale. La ricorrente, oltre al mancato preavviso di almeno cinque giorni, denuncia il fatto che non le è stato messo a disposizione un materiale adeguato per poter compilare in maniera ponderata la sua graduatoria: i dati sulle scuole di destinazione risultavano di fatto imcompleti e la situazione scolastica provinciale un vero e proprio mistero. Nemmeno il sindacato aveva a disposizione gli elementi utili a stilare una graduatoria delle scelte in quanto, a differenza degli anni passati, c’era un forte ritardo nella pubblicazione dovuto al fatto che gli organici nonerano ancora stati definiti. In sostanza Roberta correva il serio rischio di compilare in maniera errata la sua graduatoria e, per esempio, fare domanda per una scuola nella quale non c’erano posti disponibili. Una situazione kafkiana, fonte di grande disagio. Nebbia assoluta sul proprio futuro professionale oltre che sull’offerta formativa destinata agli studenti. In casi del genere non esistono molte alternative alla carta bollata. L’entità del danno subito è ancora più grave se si considera che nella Provincia di Parma la scelta per una nuova destinazione era ridotta a sole 12 scuole superiori, dove più della metà, e cioè 7, presentava una situazione in cui «c’era un collega che perdeva il posto, proprio come me», racconta l’insegnante. Tra l’altro, se a settembre la riforma verrà bloccata per le seconde, terze e quarte classi, nell’istituto industriale dove Roberta ha perso il posto, riapparirebbero magicamente delle ore. «A quel punto cosa succederà? Io dovrei avere la precedenza,mase nel frattempo un collega avesse indicato quella scuola tra le sue scelte? Si innescherebbe un’ondata di ricorsi a catena, deleteria per l’intero sistema». Il 10 agosto alle 10.30, accompagnata dall’avvocato Marcello Mendogni e con l’appoggio della Flc Cgil Emilia Romagna, andrà dal giudice del lavoro che si esprimerà circa la fondatezza del suo ricorso.

Raffaella Morsia, segretaria regionale Cgil Scuola, racconta che il caso di Roberta è stato il primo in Emilia Romagna, ma nel frattempo se ne sono sommati numerosi altri. «Abbiamo avviato diverse vertenze giudiziarie con procedura d’urgenza in quanto dal primo settembre questi lavoratori si troveranno a dover cambiare sede di lavoro e studenti con gravi ricadute sull’offerta formativa e riflessi pesanti sui loro progetti di vita».
«In uno stato di diritto – conclude- le regole non possono saltare in maniera sistematica».

L’Unità 27.07.10

Abolire l'educazione fisica? I lettori rispondono alla proposta del prof. Ichino

Gli italiani soffrono di una strana forma di schizofrenia: chiedono allo stato di erogare ogni sorta di servizi pubblici, lamentandosi se questi vengono tolti o negati, e al tempo stesso protestano contro un prelievo fiscale asfissiante ma inevitabile se quei servizi li deve fornire la pubblica amministrazione. Se poi, come spesso accade, i servizi richiesti sono forniti in modo inefficiente dal governo, ancor meno si capisce perché gli italiani vogliano a tutti i costi che sia questo, e non il mercato, a fornirli.
Facciamo un esempio concreto. Attualmente gli italiani pagano attraverso le tasse l’insegnamento dell’educazione fisica che i loro figli ricevono a scuola. Nel panorama vacillante dell’istruzione pubblica italiana, la ginnastica è forse uno degli ambiti più disastrati, soprattutto per le condizioni fatiscenti delle palestre e delle attrezzature di cui i nostri edifici scolastici sono dotati. Tanto è vero che, al pomeriggio, gli adolescenti italiani vengono iscritti dai loro genitori a ogni tipo di associazione sportiva privata che possa far fare a loro quell’esercizio fisico essenziale per la crescita, che la scuola pubblica, nella maggior parte dei casi, non è in grado di offrire al mattino. Quindi i genitori italiani pagano due volte per la ginnastica dei loro figli: allo stato al mattino, per un servizio inefficiente, e ai privati al pomeriggio per un servizio di qualità commisurata alle loro preferenze e possibilità.
Gli italiani non sembrano rendersi conto di questo e nemmeno realizzano che quanto essi pagano allo stato per un servizio inadeguato non è poco. Ci sono 33.830 insegnanti di educazione fisica nelle scuole medie inferiori e superiori italiane, la cui retribuzione lorda annua è di circa 29.071 euro (con 15 anni di anzianità). Gli studenti negli stessi ordini di scuola sono 4.218.953. Quindi ci sono circa 125 studenti per ogni insegnante. Se ipoteticamente il ministero dell’Istruzione togliesse la ginnastica dai programmi scolastici mandando a casa gli insegnanti di questa materia, si potrebbero restituire a ogni studente circa 233 euro ogni anno. Con questa somma si possono acquistare nel mercato privato attività sportive di qualità mediamente migliore di quella offerta dalla scuola pubblica e per almeno sei mesi se non di più (ad esempio, sei ore di basket alla settimana più le partite domenicali, inclusa divisa e magliette). Al tempo stesso una buona parte degli insegnanti di educazione fisica lasciati a casa dal ministero (almeno quelli bravi) potrebbe trovare lavoro nel mercato privato, dal momento che aumenterebbe la domanda pomeridiana di educazione fisica e attività sportiva per i giovani adolescenti. Ci sarebbe un problema di transizione e forse alcuni degli insegnanti meno capaci non troverebbero lavoro nel settore privato e avrebbero bisogno di un supporto assistenziale almeno in vista di una riconversione ad altri lavori. Ma se il problema è questo affrontiamolo direttamente con mezzi appropriati, non attraverso la finzione di un servizio pubblico inefficiente e inutilmente costoso per il contribuente.

La maggior parte degli italiani probabilmente reagirebbe con stupore a una proposta di questo tipo, partendo dal presupposto che sia un diritto inalienabile del cittadino ricevere un’educazione fisica adeguata da parte dello stato, e in particolare che tutti i cittadini, anche quelli poveri, debbano poter accedere a questo diritto. Ma se lo stato richiede a ognuno di noi una spesa rilevante per fornire un servizio che in realtà è ben lontano dall’essere adeguato (soprattutto per i poveri che non hanno alternative), non sarebbe meglio chiedere allo stato di farsi da parte rendendoci i soldi, in modo da consentirci di organizzare da soli quanto necessario per produrre il servizio? Del resto, così facciamo per altri servizi non meno importanti dell’educazione fisica: ad esempio, l’istruzione stradale per la guida di motociclette e automobili, attualmente fornita da imprese private a prezzi di mercato. Perché non chiediamo che questo tipo di istruzione venga fornita direttamente dallo stato mediante insegnanti pubblici pagati dalle nostre tasse? Forse perché le implicazioni ideologiche del codice della strada sono meno rilevanti ed è quindi accettabile che l’istruzione stradale venga impartita liberamente da privati? Ma se questo è il motivo, tutto sommato esso varrebbe anche per la ginnastica e forse per altri servizi attualmente pubblici.

Se invece il problema vero fosse quello dell’uguaglianza nell’accesso a beni ritenuti essenziali per tutti, lo si potrebbe risolvere meglio in altri modi, ad esempio tassando i ricchi per sussidiare i poveri con voucher per l’acquisto di quei beni, senza bisogno che sia lo stato a produrli in prima persona.
Non è facile capire in base a quale criterio gli italiani vogliano che alcuni servizi siano rigorosamente pubblici mentre altri possano invece essere acquistati e venduti nel mercato secondo le sue leggi. Ma sarebbe opportuno che gli italiani cominciassero a pensarci, per rendersi conto che forse, in molti casi, converrebbe contrattare con Tremonti un taglio nell’erogazione di qualche servizio pubblico in cambio di riduzioni contestuali e immediate del prelievo fiscale.

di Andrea Ichino dal Sole 24 Ore 25.07.10

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“Ma io la difendo (se cambia)”, di Gigi Garanzini

Immagino che, dopo la lettura dell’articolo in alto, la popolarità del professor Ichino presso gli insegnanti di educazione fisica farà seriamente concorrenza a quella del ministro Brunetta tra gli statali. Scritto in lettere, trentatremilaottocentotrenta è un numero che fa ancora più impressione. E poiché la politica dei tagli nella scuola ha già mietuto abbastanza vittime, vediamo se ci sarebbe un modo di salvare questa benedetta ora di educazione fisica. Rinnovandola. Anzi, stravolgendola.

Così com’è non è soltanto inutile. È persino dannosa, dal punto di vista igienico. Si può anche supporre, senza troppe illusioni, che se l’ora di ginnastica è l’ultima, bambini e ragazzi poi corrano a casa a lavarsi. Ma tornare in classe sudati senza il piacere, anzi il dovere di una doccia è da sempre prima malsano e poi diseducativo.
Perché non provare a farla diventare un’ora di educazione insieme fisica e civica? Anziché traslocare nelle palestre che sappiamo, scolari e studenti restino al loro posto. Ad ascoltare una lezione in cui l’insegnante illustra, per esempio, i principi della ginnastica di base, di quella correttiva, gli esercizi che si possono fare in casa e quelli invece che è bene praticare all’aperto. Poi passa alle discipline sportive vere e proprie. Ne spiega le caratteristiche, si sofferma sulle qualità individuali che occorrono per praticarle, ne dettaglia le regole. Si serve di pubblicazioni, possibilmente di immagini, invita campioni e soprattutto ex-campioni dei vari sport a raccontare le loro esperienze, la loro carriera. Batte, soprattutto, il chiodo sul fatto che uno solo vince e tutti gli altri perdono. E che dunque, contrariamente ai messaggi che arrivano dalla tv e dal marketing, non è tanto a vincere che bisogna imparare, quanto a perdere. Perché questa è la prima, fondamentale lezione che lo sport può dare, propedeutica alla vita.

Va da sé che la lezione ai ragazzi di terza media sarà molto diversa da quella ai bambini di prima elementare. Più si sale con l’età e più l’ora di educazione fisica diventa di educazione civica: il concetto di disciplina, individuale e collettiva, la figura dell’allenatore, le scorciatoie da evitare, gli agguati dei talent-scout, il dramma del doping.
Questa ora pubblica del mattino potrebbe diventare formativa rispetto a quella privata del pomeriggio. E in prospettiva, chissà, creare generazioni di sportivi se non altro più educati e consapevoli: che è una buona base di partenza per essere migliori anche come cittadini.

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La protesta degli insegnati di ginnastica: «Le tesi di Inchino contrastano con le politiche Ue»
Gentile Direttore
Le scrivo per esprimerle lo stupore, ma subito dopo, la profonda indignazione mia personale e di tutti gli insegnanti di educazione fisica per gli articoli di Ichino e Garanzini apparsi sul suo giornale il 25 luglio 2010.
Le tesi e le considerazioni di tali signori, che penso da Lei non condivise, gettano un forte discredito sull’educazione fisica e gli insegnanti, dichiarandone di fatto l’inutilità.
A 150 anni dall’obbligatorietà della disciplina nella scuola italiana, le tesi privatistiche del sig Ichino contrastano fortemente con le politiche dei vari Stati europei e con le ultime raccomandazioni della stessa Comunità europea che sollecita gli stati membri ad estendere tale obbligo agli studenti di tutti gli ordini di scuola (quindi anche primaria ed infanzia) e per un minimo di 3 ore settimanali proprio in considerazione del grande valore educativo, sociale e salutistico della disciplina.
Certo non si può auspicare che chi scrive sappia tutto di tutto, ma sicuramente i cittadini che leggono il vostro giornale hanno il diritto di pretendere che chi vi scrive abbia il dovere di informarsi meglio prima di riempire il loro foglio con parole in libertà!
A meno che il sig Ichino non sia intervenuto quale membro del Comitato Tecnico Scientifico presso il Dipartimento per la Programmazione e la Gestione delle Risorse Umane, Finanziarie e Strumentali del Ministero della Pubblica Istruzione, con il compito di disegnare il Sistema Nazionale di Valutazione delle Scuole e degli Insegnanti, nel qual caso la proposta disegnerebbe una intenzionalità o una strategia dalle fosche prospettive.
In ogni caso sappia il sig Ichino e quelli che la pensassero come lui, che gli insegnanti di educazione fisica sono si pronti al confronto scientifico e culturale sulla disciplina, ma anche alla iniziativa e alla lotta per mantenere obbligatoria l’educazione fisica nella scuola e nella società italiana.
In attesa di chiarimenti le chiediamo a parziale “riduzione del danno”, la messa a disposizione nel suo giornale di uguale spazio a favore dell’educazione fisica pubblicando le lettere di protesta e proposta degli insegnanti della disciplina.
“Non c’è educazione senza educazione fisica”.
Cordiali saluti
Flavio Cucco
Presidente Capdi & LSM (Confederazione associazioni diplomati Isef e laureati in scienze motorie)

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qui le opinioni dei lettori

Il Sole 24 Ore 27.06.10

"La palude del cavaliere", di Carlo Galli

Altro che presa di distanze! A differenza di quello che chiedeva La Russa – lasciare Granata senza sponde, come segnale di una volontà di ricucitura con la maggioranza berlusconiana – ieri a Napoli il presidente della Camera, Fini, ha riproposto la questione morale all´interno del suo partito, il Pdl.
E ha aggiunto che in un partito liberale di massa – quale egli evidentemente intende debba essere il partito di cui è stato co-fondatore – non si può minacciare di espulsione chi dissente, ed è portatore di idee diverse da quelle approvate dai vertici; per concludere poi che oltre al garantismo giudiziario esiste anche l´opportunità politica: e questa vuole che un indagato, come Verdini, dati anche i motivi per i quali è indagato (collusione con la cosiddetta P3), debba dimettersi dalle cariche di partito che ricopre (cioè quella di coordinatore del Pdl). È la guerra, insomma.
Una guerra che ha come baricentro e punto strategico la questione della legalità, espressamente citata da Fini come tema centrale per una forza politica come il Pdl, e come punto debole dell´attuale dirigenza. E non v´è dubbio che la Destra Nuova di Berlusconi non parli, sulla legalità, il linguaggio ben più tradizionale – e quindi, oggi, in Italia, ben più moderno e costituzionale –, che sta utilizzando Fini per costruire la propria ‘grande narrazione´ legittimante: il linguaggio della Legge, a cui affianca quello dei diritti (e anche quello della laicità), quasi a indicare una ragion d´essere, una mission, al suo partito. Rispetto al quale oggi tiene molto a sottolineare di non essere un alieno – un ‘compagno´ –, ma di essere anzi animato da un patriottismo di partito che rende la sua guerra una ‘guerra interna´, una battaglia politica e ideale che si svolge nel perimetro della destra italiana.
Certo, di una destra non arroccata nella difesa delle vicende personali e giudiziarie del Capo e dei suoi uomini; una destra capace di politica, e non chiusa nel bunker a combattere un conflitto infinito contro le istituzioni; di una destra non palesemente priva di spinta propulsiva come quella di Berlusconi e degli ex di An. Fini, insomma, vuole risolutamente combattere ma senza farsi espellere: o meglio, vuole far sì che l´espulsione, se ci sarà, sia, chiaramente, una manifestazione di intolleranza e al contempo di debolezza. Infatti, ciò che, in un partito normale, non sarebbe un grande problema – una lotta politica – lo è nel Pdl, che non è ancora un partito ma una proprietà personale di Berlusconi, a sua volta oggi troppo debole per resistere a un vero conflitto politico; che infatti vorrebbe risolvere con l´espulsione dell´avversario, pur temendo l´effetto potenzialmente rovinoso di una simile decisione.
Lacerato da questa incertezza e da questa impotenza, Berlusconi vede la sua forza politica spegnersi; vede il governo perdere pezzi, e non per nobili motivi – Bertolaso, Scajola, Brancher –, i suoi fedelissimi vacillare (Verdini) o essere colpiti (Dell´Utri); le sue leggi arrancare – il ddl sulle intercettazioni, nato apertamente per impedire le indagini della magistratura e la libertà di stampa, è ormai azzoppato, benché ancora molto dannoso per gli operatori della Giustizia –; i suoi progetti faticare – la costituzionalizzazione del lodo Alfano è avvolta nelle nebbie –; il suo partito trasformarsi in un coacervo di gruppi politico-affaristici. E a questo deficit di capacità politica reagisce minacciando riforme radicali della Costituzione, che difficilmente potrà portare a termine. La sua enorme forza numerica in Parlamento, infatti, può essere fatta valere solo a colpi di fiducia. E questa è riservata alla manovra economica dell´altra destra, la destra degli interessi territoriali, di Tremonti e di Bossi, che persegue lucidamente la debellatio delle élites dello Stato centrale (magistrati, diplomatici, professori universitari) e una sorta di razionalizzazione della divisione del Paese. Quella, legalizzata, del ‘federalismo fiscale´, mito politico e idea forte, presentato come la terapia della frantumazione dell´Italia a opera della corruzione, della malavita e dell´illegalità fattasi ormai sistema.
Combattere il disastro nazionale ritirando le legioni, facendo a pezzi lo Stato – il taglio dei trasferimenti alle Regioni avrà effetti paralizzanti su mille articolazioni periferiche della macchina pubblica; l´accenno di Bossi, controverso ma verosimile, all´Iva e all´Irpef che devono restare nei Comuni, è una sorta di lapsus rivelatore –; è con questa strategia, più che con la strategia vacillante di Berlusconi, che si deve confrontare la contro-strategia di Fini. Il quale, da destra, sembra stia imboccando la via che non potrà non essere percorsa – in diverse modalità, e con diversi ruoli – anche dal Pd: la via della riforma, morale e pratica, del superamento effettivo, della politica di un governo che oscilla fra lo sprofondamento nella palude e il devastante colpo di mano. La via di una politica che vuole acquistare nuovamente una dimensione nazionale e legale, costituzionale e progettuale; di un´Italia che non vuole declinare con Berlusconi né abdicare da se stessa con Tremonti e Bossi.

La Repubblica 27.07.10

"La posizione del Pd sull'università", di Marco Meloni*

L’intervento di Irene Tinagli “Università, valutiamo le qualità” mi offre l’opportunità di precisare alcune posizioni del Partito Democratico oggetto della sua analisi. In primo luogo, la nostra proposta sul pensionamento dei docenti a 65 anni sottolinea un problema generale del sistema italiano, quello generazionale.
Adeguare agli standard europei l’età di pensionamento, e fare altrettanto sul versante dell’accesso alla carriera (sbloccando il turn-over e abolendo il precariato col contratto unico di ricerca, come proponiamo), è un modo concreto per affrontarlo. Abbiamo la classe accademica di gran lunga più anziana tra i paesi OCSE, è un dato di fatto. Probabilmente il tema non è il più importante in materia di università – e infatti questa è solo una delle nostre proposte – ma ciò non significa che non sia necessario affrontarlo.

In secondo luogo, nessuna generica volontà conflittuale o di “rottamazione”. Infatti proponiamo che i docenti possano continuare a svolgere attività di docenza e ricerca anche dopo i 65 anni, previa positiva valutazione dell’attività di ricerca e di didattica, affidata agli atenei in quanto, come è noto, la legge affida all’Anvur compiti di indirizzo, coordinamento e vigilanza delle attività di valutazione, demandate appunto agli atenei. Al di là di qualche tecnicismo, mi pare che l’approccio sia analogo a quello sostenuto dalla Tinagli.

In terzo luogo, non corrisponde al vero che il senatore Ignazio Marino sia rimasto inascoltato dal PD. Al contrario, Marino ha proposto un emendamento sulla valutazione della ricerca secondo standard internazionali che è stato sottoscritto da tutti i componenti della Commissione Istruzione, a partire dal capogruppo Rusconi. Dunque la proposta del senatore Marino è la proposta del PD, come lo sono altre proposte elaborate da singoli senatori e senatrici e presentate dal gruppo del PD, quali – per rimanere in tema di valutazione – il test standard nazionale di ingresso e uscita dall’università e il rapporto diretto tra valutazione e ripartizione delle risorse tra gli atenei.

*Responsabile Università e Ricerca Segreteria nazionale PD

La Stampa 26.07.10

"La missione di «zio Romi» tra eolico, massoneria e liti nel Pdl", di Claudia Fusani

La trama è strepitosa. A cercare di mettere le pezze al Pdl sardo gravemente ferito dopo il voto di fine maggio (lasciati sul campo tra il 16 e il 20% dei voti) e di riorganizzare la vita e le opere del governatore Ugo Cappellacci alle prese con l’inchiesta sull’eolico in cui è risultato essere compare di Flavio Carboni, Silvio Berlusconi ha inviato il senatore Romano Comincioli. Un nome, una storia, un destino. Senatore dal 2001, compagno di scuola di Berlusconi, Comincioli è tra i fondatori della Fininvest prima, di Publitalia poi e infine di Forza Italia. Zio Romi, così lo chiamano i figli del Cavaliere, è anche soprattutto un ottimo conoscitore della Sardegna – nel 1994 staccava tessere di Forza Italia in un albergo di Cagliari – è amico e anche di più di Giuseppe Cappellacci, commercialista di Berlusconi sull’isola e padre di Ugo, e tutti insieme sono stati soci in affari di Flavio Carboni. Quando si dice, parafrasando Lavoisier, che nel mondo del Cavaliere nulla si distrugge e tutto ritorna, sempre.

Il supervisore
La trama, si diceva, è strepitosa. Il finale è ancora tutto da scrivere. Per gli osservatori quello sardo potrebbe diventare il laboratorio per leggere il destino prossimo venturo del Pdl: regge, implode, si divide? A giorni il supervisore (commissario suonava male per gli attuali coordinatori e per lo stesso governatore) Comincioli fornirà a Berlusconi la ricetta per rimettere in piedi il partito in Sardegna che un anno e mezzo fa aveva regalato la gioia del 30%o e a maggio s’è fermato ad uno scarso 16%. Comincioli ha una missione quasi impossibile: trovare la quadra tra i dissidenti del Pdl – filiera in cui si possono annoverare Pisanu, Pili, Massidda e il finiano Artizzu – e gli uomini dell’attuale coordinatore Mariano Delogu e Claudia Lombardo (n°2 del partito) entrambi molto vicini anche al coordinatore Denis Verdini finito mani e piedi nell’inchiesta eolico. Una partita questa che, sommata agli effetti dell’inchiesta della procura di Roma dove è indagato anche Cappellacci e alla mozione di sfiducia del Pd (al voto domani), toglie il sonno al Cavaliere e a zio Romi.

Vista dal di fuori la partita si fa ancora più intrigante se si ripercorre la storia di Romano Comincioli. Nel 2003 un profetico Francesco Cossiga, che di faccende sarde se ne intende, ebbe a dire che «Forza Italia stava per nominare in Sardegna un nuovo vice coordinatore che di nome faceva Flavio Carboni». Scherzava, Cossiga, ma poi mica tanto.
Si riferiva a Comincioli che di Forza Italia in Sardegna può essere considerato il reggente e il colonnello fin dal 1994 e di Flavio Carboni un socio in affari. Era il 1980 quando Carboni propose a Berlusconi, re del mattone e già tycoon delle tv private, l’affare immobiliare di Olbia 2-Costa Turchese. Il tramite della nuova società fu proprio l’allora funzionario di Publitalia Romano Comincioli. Bazzicava la compagnia, allora come oggi, anche Marcello Dell’Utri. Spiegò Berlusconi il 28 agosto 1982 al pm Dell’Osso di MIlano: «Circa la mia conoscenza e i miei rapporti con Carboni posso dire quanto segue: il mio gruppo ha una piccolissima attività a Porto Rotondo. Se ne occupa il mio amico Romano Comincioli. È stato lui a parlarmi delle varie possibilità imprenditoriali che offriva Olbia. L’idea di creare una sorta di città satellite per Olbia incontrò l’approvazione degli enti locali. Peraltro, l’unica possibilità di insediamento era costituita da una zona attigua ad Olbia i cui terreni erano in parte in mano al Carboni… Fu così che lo conobbi, mi venne presentato dal Comincioli…. titolare di una certa società che ha ricevuto da noi mano a mano i finanziamenti necessari per l’acquisto dei terreni, acquisto effettuato appunto tramite il Carboni». C’è l’ombra lunga della massoneria in tutta l’avventura sarda di Berlusconi. Emilio Pellicani, braccio destro di Carboni ai tempi di Calvi e dell’Ambrosiano, consegna alla Commissione Anselmi un memoriale dettagliato sulle società di Carboni, Comincioli e Berlusconi. Spiega che mancavano i soldi per quella operazione immobiliare e che i soldi arrivarono dalla banda della Magliana (Balducci e Diotallevi) con tassi usurai. Comincioli è stato imputato e assolto per vicende connesse alla banda della Magliana, ha avuto un’imputazione per bancarotta fraudolenta e per le false fatture di Publitalia.
Zio Romi, lombardo come Silvio, torna nell’isola per ritrovare l’ordine tra massoneria, mattone e pale eoliche. Ce la farà anche stavolta?

L’Unita 26.07.10

Fiat, dov'è Berlusconi?

Il tavolo per la Fiat è stato convocato, ma per il governo non ci siede chi dovrebbe esserci, cioè Silvio Berlusconi (assente non giustificato) e il ministro dello Sviluppo Economico (sempre assente non giustificato, sempre lui per via dell’interim…).
Come spiega Stefano Fassina, responsabile Economia e lavoro del PD, per affrontare seriamente la strategica vicenda Fiat, sarebbe necessario centrare il confronto sulla politica industriale e, in particolare, sulle politiche per il settore automotive: “Che c’entra il ministro del Lavoro Sacconi? Finora, Sacconi è stato un ultras dell’attacco ai diritti dei lavoratori e della divisione sindacale. Inoltre, lui e il suo ministero non hanno le competenze e le deleghe adeguate per gestire il tavolo sul futuro Fiat, a meno che il tavolo debba servire a ridimensionare l’occupazione e ad aprire procedure di cassa integrazione. Non vogliamo credere che sia così. Dov’è il ministro dello Sviluppo economico? In nessun grande Paese avanzato un progetto industriale della rilevanza di Fabbrica Italia è stato affidato al Ministro del Lavoro. In Francia, è intervenuto Sarkozy, in Germania la Merkel, negli Usa Obama. Dov’è Berlusconi? E’ possibile che si continui a occupare soltanto degli affari suoi, bloccando da mesi il Parlamento per discutere di intercettazioni?”.

Anche Cesare Damiano la pensa così: “Il governo non può soltanto essere spettatore e convocare, in ritardo, dei tavoli. Deve essere, come altri governi, a partire da quello degli Stati Uniti, attore fondamentale e deve sostenere i fattori di innovazione e di qualità di questo settore strategico. Non basta il ministro del Lavoro, qui non si tratta di ricercare nuovi ammortizzatori sociali ma di individuare precise scelte di politica industriale a tutela dell’occupazione”.

E’ un momento delicato, per questo tutto il gruppo dirigente del Pd torinese era questa mattina all’alba alla porta due di Mirafiori in Corso Pazzoli per testimoniare la ferma iniziativa del Pd per la difesa del lavoro e dello sviluppo dell’industria automobilistica, per lo stabilimento di Mirafiori e non solo. “E’ un momento grave per la vita della città, a poche ore dall’apertura del vertice torinese che verificherà la fattibilità vera del progetto ‘Fabbrica Italia’. La senatrice Magda Negri, che questa mattina ha partecipato all’iniziativa ricorda come “Torino e il Piemonte già negli anni precedenti hanno anticipato parti di questo progetto con l’acquisto di aree Fiat eccedenti e la concentrazione di ingenti risorse per la ricerca applicata all’auto. E’ compito ora della politica tutta, dimostrare che non solo l’Italia ha bisogno della Fiat, ma anche la Fiat dell’Italia”.

LE RICHIESTE PRESENTATE DAL PD, TRA CUI LA RICHIESTA DI CONVOCAZIONE DEL TAVOLO NEL NOSTRO ARTICOLO PRECEDENTE DEL 22 LUGLIO:

La Fiat sposta la produzione in Serbia?
“Ho trovato sorprendente questo annuncio”. Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, commenta l’annuncio da parte di Sergio Marchionne di voler portare la produzione della nuova monovolume sull’altra riva dell’Adriatico. “Non ho capito perché dice una cosa del genere: le condizioni che trova all’estero le trova anche a Torino – ha osservato Bersani -. E’ la città che in Italia ha più cultura industriale. Da un secolo a questa parte ha affrontato di tutto, da problemi organizzativi a crisi industriali. La vicenda merita un chiarimento. Non si può fare spallucce. Del resto la Fiat si chiama Fabbrica italiana automobili Torino. Il punto di partenza resta questo”.
Ipotesi da non prendere alla leggera: l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, vede nella Serbia uno dei futuri luoghi di produzione per la casa automobilistica torinese e ad essere sacrificati sarebbero nientemeno che le maestranze e gli stabilimenti di Mirafiori.

Bersani, che proprio ai cancelli della fabbrica volle chiudere la campagna elettorale per le regionali 2010, è tra i primi a non starci e a richiamare il governo alle sue responsabilità: “Serve l’immediata convocazione di un tavolo sulla Fiat perché è in atto una dispersione delle risorse industriali del nostro Paese”. Serve un “tavolo” che affronti la vicenda Fiat, indotto compreso, perché l’Italia non può permettersi di affrontare un capitolo così delicato per l’economia del Paese con quattro dichiarazioni e sarebbe anche bene nominare finalmente “uno straccio di ministro dello Sviluppo”. Il segretario del Pd oggi ha parlato ai giornalisti della vicenda Fiat: “Faccio io una domanda: chi è che convoca un tavolo per la Fiat? Non pretendo che sia il ministro ad interim, in tutt’altre faccende affaccendato. Lui è nel… frutteto alle prese con le mele marce!”. Insomma, “chi può convochi un tavolo e comunque lo vogliamo fare uno straccio di ministro dello Sviluppo?. Come sistema Paese – ha aggiunto – non possiamo consentirci che temi di questa rilevanza siano affrontati in dichiarazioni o con scambi di battute. C’è in gioco qualcosa di sostanziale. Non avere aperto un tavolo sulle questioni poste da Fiat e sul tema dell’indotto sta portando alla dispersione di risorse industriali del Paese”.

In serata è lo stesso ministro del Welfare e Lavoro, Maurizio Sacconi, a fare le stesse richieste di Bersani: un tavolo tra le parti. Peccato che lui è da mesi che dovrebbe essersi accorto dell’assenza del ministro dello Sviluppo Economico, da quando Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico, è stato costretto alle dimissioni, l’interim è stato infatti assunto e mantenuto dal premier Silvio Berlusconi, peraltro assente ingiustificato durante le trattative tra Fiat e sindacati dei metalmeccanici a Pomigliano d’Arco.

E Stefano Fassina, che nella segreteria del Partito Democratico è responsabile Economia e Lavoro, vede il governo “inerte. Il premier e il ministro Sacconi assistono passivamente a un comportamento inaccettabile in qualunque altro Paese europeo da parte di un’azienda che pure tanto ha avuto dall’Italia”.

Poi accusa Marchionne: “Ha una strana idea di confronto con i lavoratori: o si accettano i suoi diktat unanimemente ed entusiasticamente, oppure si perde il lavoro. Richiama l’inizio del XX secolo. La scelta di spostare una parte della produzione da Torino alla Serbia appare una ritorsione, più che dettata da esigenze produttive, finalizzata ad acuire le divisioni sindacali e a ribadire una cultura autoritaria nel governo dell’azienda”.

Cesare Damiano ha un dubbio: non è che si è deciso di chiudere Mirafiori? Lo chiede perché “senza manifattura a Torino la sorte sarà segnata anche per direzione strategica, progettazione e ricerca. Per il bene del paese e dei lavoratori è necessario che si apra immediatamente un tavolo di discussione e che il ministro delle Sviluppo economico ad interim, Silvio Berlusconi, faccia la sua parte o nomini, finalmente, un nuovo ministro che si occupi in modo autorevole di questa situazione”. Il capogruppo del Pd nella commissione Lavoro di Montecitorio non aspetta: “E’ ora che il governo intervenga sulla situazione Fiat. E’ intollerabile la scelta di spostare produzioni in Serbia a poche settimane dall’annuncio del ritorno della Panda a Pomigliano. Le scelte strategiche di politica industriale non possono essere uno stop and go a discrezione delle imprese”.

“Quello della Fiat è un annuncio shock, così il paese rischia davvero di finire in pezzi. E mentre va avanti questo profondo e preoccupante cambiamento degli assetti industriali, è sconcertante che la poltrona del ministero dello Sviluppo economico sia ancora vuota. Al di là dell’interim assunto da Berlusconi, noi chiediamo che sia proprio il presidente del Consiglio a venire a riferire alla Camera prima della pausa estiva sui progetti della Fiat e sulle conseguenze per l’intero paese”.

Lo chiede Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni Economiche del Gruppo del PD, il quale sottolinea che “se la Fiat ha deciso di spostare parte della produzione in Serbia, allora bisogna cominciare ad ammettere il fallimento delle politiche industriali e delle relazioni sindacali in Italia”.

Gianfranco Morgando, segretario del Pd Piemonte, si appella alla Fiat perché “presenti delle alternative concrete per quanto riguarda lo stabilimento di Mirafiori. Marchionne dichiara che non ci sono ancora delle proposte precise per quanto riguarda questo stabilimento. E imputa a una scarsa serietà dei sindacati le ragioni di questo cambiamento del piano industriale aziendale. Non va”. Il segretario piemontese evidenzia “la completa assenza del nostro governo per quanto riguarda le politiche del settore auto. A differenza di quello che succede negli altri paesi europei (e nella stessa Serbia dove il governo e’ intervenuto con un cospicuo finanziamento) il governo italiano continua ad essere completamente assente nel campo delle politiche industriali scaricando sui lavoratori i costi e le contraddizioni del mercato globale”. Allora, come si chiede Bersani, nel governo chi convoca il tavolo sulla Fiat?

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