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«Come sara’ il nuovo anno scolastico in Emilia Romagna?», di Gian Carlo Sacchi

Parlare di nuovo anno scolastico evoca un’immagine un po’ sbiadita in una regione che aveva l’ambizione di esibire elevati standard di qualità, anche a livello internazionale, e soprattutto la capacità di costruire un “sistema”, dall’infanzia all’età adulta, che avesse una notevole coerenza interna e facesse di questo servizio il motore dello sviluppo.

La difficoltà sarà certo dettata dai tagli così detti lineari dello stato, sia in termini di risorse finanziarie che di personale, per quanto riguarda la maggiore presenza della scuola statale, già in atto da due anni e non ancora conclusi, che vengono aggravati dalle ulteriori e più recenti diminuzioni di risorse trasferite alle regioni ed agli enti locali dalla manovra economica. Non c’è dubbio che il precipitare di questa situazione, complice una crisi che non mancherà di far sentire le proprie conseguenze anche sui diritti soggettivi delle persone, che pensavamo ormai acquisiti, nel nostro caso il diritto allo studio, non ha lasciato il tempo per riorganizzare il governo delle risorse, a cominciare dal dare concreta attuazione a tutta una serie di provvedimenti che da tempo parlano di decentramento, sussidiarietà e di federalismo, compresa una modifica approvata con referendum confermativo della Costituzione.

L’ Emilia Romagna, in questo contesto, è stata la prima regione a dotarsi di una legge di sistema, alla quale non sono seguiti coerenti strumenti di governo, a cominciare dalle deleghe politico – amministrative. Mantenere i servizi per l’infanzia nel welfare, dopo aver tanto sbandierato la funzione formativa degli interventi tra 0 – 6 anni, sembra davvero un’operazione antiquata; non avere mai applicato adeguatamente quanto indicato nella predetta legge in materia di istruzione degli adulti, nonostante averne accentuato la portata in un’altra legge che si è occupata di lavoro, pone anche questa regione in difficoltà con i parametri di Lisbona. Aver lasciato progressivamente scemare il principio di integrazione tra istruzione e formazione professionale fa si che ci si trovi a rincorrere quello che nel frattempo è stato ribadito a livello nazionale con la riforma degli istituti professionali, nell’intesa stato – regioni per quanto riguarda le modalità di perseguire i nuovi profili professionali nazionali. Mandare avanti una gracile configurazione geografica dei “poli tecnici” e poi diffondere sul territorio una serie di corsi IFTS e post diploma mette in evidenza la necessità di un governo della formazione superiore, sia dal punto di vista dei distretti che da quello della rete regionale, se si pensa al potenziale contenuto in tali progetti per quanto riguarda il coinvolgimento delle università e delle imprese ed alle prospettive che riguardano l’istituzione degli Istituti Tecnici Superiori (ITS).

Sentir dire al nuovo assessore regionale, monco comunque di una delega, che consente di costruire non solo in termine di gestione, ma di progetto, un sistema educativo – scolastico – formativo regionale, che “l’impegno della regione è quello di lavorare per aumentare i ponti e le interconnessioni tra i due sistemi”, riapre una prospettiva, anche se rammarica l’aver lasciato andare quello che c’era, che pur con alcuni correttivi amministrativi, avrebbe potuto essere generalizzato, cosa che sul piano del progetto didattico hanno fatto regioni di opposte tendenze politiche, e che oggi viene auspicato, come si è detto, anche a livello nazionale.

Non è molto diverso infatti il lavoro progettuale realizzato in regione, sia durante il ministero Moratti, sia quello Fioroni, entrambi tesi cioè a costruire degli standard formativi equiparabili, per risultare appunto più equi, soprattutto nell’ottica dell’assolvimento dell’obbligo di istruzione in entrambi i canali.

Si nota con piacere che attorno a questa affermazione si tende a convergere, ma lo si può fare davvero solo se si lavora insieme. Come accadeva nei percorsi integrati che veniva rilasciata una qualifica triennale riconosciuta in entrambi i sistemi, e che sul piano giuridico si poteva definire surrogatoria, sussidiaria, o in altra maniera, ma su quello pedagogico – didattico teneva sotto controllo gli standard formativi ed il contenimento della dispersione.

Deve essere chiaro che da un lato le così dette passerelle non si sono rivelate uno strumento efficace di collegamento, l’abbandono è aumentato, degli standard formativi non si parla, e quindi dell’equità non ne sappiamo un gran che, e, dall’altro, dal punto di vista gestionale bisogna che vengano accreditate anche le scuole ad intervenire nel settore formativo, come avviene in altre regioni.

Sono condivisibili le indicazioni dell’assessore circa le leggi regionali da mettere in cantiere: sistema regionale della ricerca e dell’alta formazione, recepimento delle nuove competenze costituzionali, autonomie scolastiche e istruzione e formazione professionale,lavoro, adulti. Tutte cose già perlopiù contenute nella legge 12/2003 e 17/2004, aggiornabili ovviamente, ma quello che interessa maggiormente è capire la scelta politica dell’Emilia Romagna su queste tematiche e le modalità per arrivare a compierle. Ci sono ormai diverse opzioni in circolazione: Lombardia, Toscana, ecc.; noi che non tanto lontani nel tempo, nel 2003, eravamo considerati all’avanguardia, e guardati come modello da imitare, adesso dove siamo ? Dove vogliamo andare ? Sarà bene che le leggi non si scrivano negli uffici, ma sui territori. Le nostre realtà sociali e professionali, dentro e fuori alle agenzie specialistiche, vanno coinvolte e valorizzate.

Lo spazio di flessibilità curricolare e organizzativa è aumentato nell’ordinamento statale; le qualifiche ci sono, i percorsi integrati possono essere ripresi quanto prima. Sono diminuiti i docenti negli istituti professionali, ma potrebbe non essere un ostacolo, se c’è un progetto condiviso ed efficiente, dove le culture professionali si possono realmente integrare sia nei contenuti, sia sul piano metodologico e delle azioni formative.

Tutto ciò è necessario anche per mantenere in efficienza un filone statale- regionale, che oggi è necessario, sia per combattere l’abbandono, sia per evitare l’allargamento del canale tra istruzione tecnica, destinata ad assorbire i professionali quinquennali, e formazione regionale, che verrà presa di mira sempre di più dai giovani a rischio e vittime degli insuccessi scolastici.

Un segno di sfilacciamento del sistema è dato dall’intesa che la Regione stipula con l’USR per l’attuazione dell’obbligo di istruzione. Si tratta di un documento che cerca di gestire le situazioni in bilico tra i due sistemi, ma è emblematica dello stato di allarme che interessa entrambi. Nel dispositivo si citano le buone intenzioni, a norma di legge, ma nel corpo si vedono aumentare le eccezioni e le deroghe. Questo da un lato evidenzia una politica nazionale che si limita a prendere atto di quel che accade nel sistema, abbandono compreso, e, dall’altro, fa vedere una formazione regionale debole, non ancora adeguata nemmeno alla qualifica triennale (2004).

E’ sempre più diffusa l’opinione, da diverse parti politiche, circa l’opportunità della frequenza di almeno un anno alla scuola superiore, anche in considerazione del fatto che la predetta LR 12 non consente l’ingresso alla formazione professionale ai ragazzi con meno di quindici anni. Ma è proprio qui che iniziano le deroghe, per coloro che avendo compiuto i quindici anni e che si trovassero magari ancora nella scuola media, “qualora le difficoltà al proseguimento del percorso di istruzione….risultassero insuperabili, occorrerà realizzare azioni di riorientamento, prospettando altre possibilità formative, compresi i corsi di formazione professionale…..qualora altri interventi non abbiano prodotto risultati utili, la scuola secondaria di primo grado….può stipulare apposite convenzioni ….(con) gli enti di formazione professionale… allo scopo di superare le difficoltà di proseguimento del loro percorso formativo.” “…Il compimento del 15 anno di età va inteso entro il 31 dicembre 2010.

Questo è il secondo punto politico. E’ la formazione professionale l’ultima spiaggia ? Con tale prospettiva si pensa di fare un buon servizio al mondo del lavoro ? La scuola elimina e la formazione raccoglie. Cose che con tutta le ricerca e l’esperienza accumulata nel campo psico- pedagogico si pensava di non sentire più. Sarebbe interessante avere qualche altro indicatore oltre all’occupabilità per vedere se questa è l’unica soluzione possibile o se non si debbano mettere in atto energiche politiche in questo ambito, anche di carattere didattico e organizzativo; forse si risparmierebbe qualcosa, rispetto ad un obbligo formativo che non cosa certo poco. Come si vede non sembra utile intervenire sui due sistemi separatamente. Ben vengano le affermazioni riportate in precedenza dell’assessore regionale, ma bisogna fare presto. Se passa un altro anno con i “qualora” citati dall’intesa rischiamo gravi danni e per lungo tempo. Già altri segnali, circa gli apprendimenti, il retroterra sociale di questi allievi ci lanciano, non da ora, un preoccupante monito.

L’ultimo punto politico riguarda il raccordo tra la formazione superiore non accademica (IFTS e corsi post diploma), i poli tecnici di ricerca ed alta specializzazione tecnologica e la rete regionale degli istituti tecnici e professionali. Si tratta di coerenza tra gli indirizzi, nei rapporti tra enti di formazione e istituti scolastici, anche in prospettiva della costituzione degli ITS, di un’ottica di sistema, come si è detto, tra vocazioni territoriali, strutture produttive e supporti formativi. In Emilia Romagna non si è mai applicata la strategia dei poli IFTS, come in altre regioni, rinunciando alla coincidenza tra i “distretti” produttivi, all’insegna di una rete regionale di alta formazione, oltre l’università, in diretto rapporto con le imprese e con i territori. Oggi chi aveva i predetti poli è in corsa per gli ITS e lo stesso ministero si orienta in tal senso per l’istituzione di questi ultimi; la nostra regione che ambiva ad una rete più organica e quindi di maggiore qualità si trova (non da oggi) con una pletora di iniziative post – diploma molto più legati all’autoreferenzialità di enti e territori piuttosto che ad un efficace governo di rete regionale. Il polo o è rete, come ebbero a dire in passato diversi documenti regionali, o non è, a giudicare dall’ultimo piano di corsi approvati. Temi che si ripetono, nel tempo e nello spazio, senza un organico collegamento con quelle indicazioni che volevano fare di questi interventi un autentico valore aggiunto per il nostro appunto auspicato sistema formativo e produttivo; bene dunque l’idea di una nuova legge sull’alta formazione, ma intanto che se ne parla, le poche risorse si disperdono. Si ha l’impressione che tutti cerchino finanziamenti, forse è anche ragionevole, ma ognuno per se: e il governo regionale dove indirizza gli obiettivi generali ?

La conclusione è che nell’istruzione superiore anziché concentrare le risorse nei poli, per incrementare la qualità dell’intervento, si è preferito spalmare i corsi tra enti e territori, mentre nell’obbligo formativo si è concentrata l’offerta formativa in un ristretto canale sempre più isolato.

C’è qualcosa da rivedere e non solo a livello legislativo.

Perché ad esempio, come prevede la legge nazionale, non si offre la titolarità degli IFTS agli istituti tecnici e professionali ? E’ la base di ripartenza per i poli e per gli ITS. Essi non sono forse le nuova strada per costruire il percorso superiore non accademico, di cui si è sempre sostenuto la validità ? Senza contare poi che rimane ancora del tutto inesplorato il quarto anno del canale della formazione, in cui allievi di altre regioni stanno già facendo gli esami per il diploma professionale e dove sono già state costruite intese per il rientro nell’istruzione e la partecipazione all’esame di stato quinquennale, per il successivo eventuale accesso all’università.

da http://www.nelletuemani.org

"Il lavoro umiliato e la solitudine di chi viene licenziato", di Piero Fassino

Aveva 51 anni. Sei mesi fa era stato licenziato. L’altro ieri, sconvolto dall’angoscia di una vita senza lavoro, è tornato nella sua azienda, ha ucciso due dirigenti e si è suicidato. Tre vite stroncate brutalmente, tre famiglie travolte dalla sofferenza e dal dolore.
Si sbaglierebbe davvero ad archiviarlo come uno dei tanti eventi luttuosi da affidare alle cronache giornalistiche. Sì, perché questo episodio tragico non è che l’ultimo di altri drammi che nei mesi scorsi hanno scandito l’acutezza della crisi. Piccoli artigiani che, non sopportando di vedere andare in fumo i sacrifici di una vita, decidono di morire con la loro azienda. Operai di mezza età, che disperando di trovare un altro lavoro, la fanno finita. Impiegati, che umiliati nella loro professionalità, sono risucchiati nella follia del gesto estremo. E sempre più spesso operai che si barricano sul tetto della loro fabbrica o lavoratori che si incatenano ai cancelli di un’aziendamin chiusura.
Abbiamo conosciuto nei decenni altre crisi con riduzione di lavoro, aumento della disoccupazione, crescita della cassa integrazione. E, tuttavia, gesti estremi erano una rarissima eccezione. Se oggi invece sono così frequenti bisogna chiedersi perché. Viviamo intanto un tempo di precarietà, che ha ridotto – e spesso eliminato – quelle certezze che accompagnavano il lavoro. Il lavoro non è più uno per tutta la vita. I contratti – soprattutto per i giovani – sono sempre di più a tempo determinato. Passare da un lavoro all’altro è comunque difficile, tanto più quando la crisi riduce l’offerta di impiego, la disoccupazione è al dieci per cento e la inoccupazione giovanile tocca il livello record del trenta per cento Cassa integrazione e mobilità – in particolare per chi è avanti negli anni
– diventano sempre più spesso l’anticamera di una penosa vita senza lavoro e senza opportunità.
Una condizione che è resa ancora più pesante da un sentimento di solitudine e di isolamento. Essere licenziati o andare in cassa integrazione era fonte di inquietudine anche nel passato. Ma chi si veniva a trovare in quella condizione sapeva che c’erano sindacati, partiti, istituzioni che non lo avrebbero lasciato solo e, alla fine, a una qualche soluzione si sarebbe giunti. Oggi, invece, sono tanti a vivere un sentimento di abbandono.
E i gesti forti – anche quelli più estremi – sono un grido rabbioso di dolore, un’invocazione disperata di aiuto, la denuncia drammatica di una solitudine devastante. Né minori inquietudini e paure segnano la vita di quanti, lavorando in proprio e investendo ogni loro avere, non vedono riconosciuta e sostenuta la fatica propria e della propria famiglia.
Ma c’è di più: quei sentimenti non sono figli soltanto di una crisi che mette in causa certezze di vita, sicurezze familiari, futuro dei figli. Suscita umiliazione e angoscia anche
la percezione che saper fare un lavoro, avere una professionalità, essere fedeli e leali con la propria azienda, investire sulle proprie capacità non siano più valori importanti. Se poi il lavoro è manuale lo svilimento è anche maggiore.
Mi ha colpito molto nelle scorse settimane vedere uno spot televisivo di un nuovo modello di furgone dove apparivano operai in tuta, sporchi di olio e di fuliggine, sudati e affaticati. Un’immagine vera e semplice,ma che i nostri teleschermi non trasmettono più da anni.
Nelle fiction, nelle pubblicità, nelle immagini con cui ogni giornom rappresentiamo il nostro vivere quotidiano, gli operai non ci sono mai. Il messaggio è brutale: quel lavoro non conta, è marginale, appartiene al passato, è sporco e brutto. E come non pensare che chi di quel lavoro vive non si senta solo, abbandonato, umiliato? E come non capire che l’angoscia e la paura della solitudine possano condurre anche a gesti estremi?
Non si tratta di avere la nostalgia del passato, ma di essere consapevoli che svilire il lavoro rende più ingiusta, più dura, più cinica una società. Sì, perché il lavoro non è soltanto il mezzo con cui un individuo si procaccia il reddito necessario a vivere. Nel lavoro si esprime la creatività umana, l’intelligenza di una persona, i tratti della propria identità. Il lavoro non è solo fatica bruta, è anche competenza, merito, passione, dedizione.
E, dunque, anche quest’ultima tragedia una cosa semplice dovrebbe insegnarla:una società che svilisce ed umilia il lavoro non è civile, né umana, né moderna. La modernità significa anche un lavoro professionalmente riconosciuto, dignitosamente remunerato, legislativamente protetto, contrattualmente tutelato. E soprattutto rispettato.

L’Unità 25.07.10

"Non è questa la riforma che serve all'università", di Claudio Ciancio, Mario Dogliani, Federico Vercellone

Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta elaborata da tre docenti universitari torinesi sulle dichiarazioni del Presidente della Repubblica in occasione dell´inaugurazione della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste

Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica, ci permettiamo inviarLe un documento, sottoscritto da circa seicento docenti e ricercatori, che – ribadendo i tratti fondamentali del modello “ideale” di Università quale è stato tramandato da un´esperienza plurisecolare (sempre rielaborata, anche nella cosiddetta post-modernità) – critica, alla luce di tale modello, il dibattito politico-mediatico, e soprattutto le politiche legislative e finanziarie del Governo, in materia universitaria. La piena consapevolezza dei vizi che affliggono l´Università è il presupposto esplicito di tale critica; come lo è delle molte manifestazioni di dissenso che si vanno estendendo, in numerosi Atenei, nei confronti delle politiche predette. È con amarezza, dunque, che abbiamo letto le parole che Ella ha pronunciato a Trieste in occasione della inaugurazione della nuova sede della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, il 13 luglio scorso, laddove ha affermato che: «Nessuno, anche e in modo particolare i giovani, nessuno di quanti operano e studiano nelle nostre università a qualsiasi livello può negare l´esigenza di una riforma. Noi abbiamo avuto, non nascondiamocelo, scelte discutibili e onerose, ad esempio di proliferazione delle sedi e di proliferazione di corsi di laurea. Abbiamo avuto fenomeni di disordine e inefficienza nella governance del nostro sistema universitario. A ciò deve porre riparo una legge di riforma che spinga il sistema universitario italiano verso livelli di produttività e competitività sempre più alti nel rapporto con gli altri paesi, europei e non soltanto europei». Queste parole rafforzano l´equazione tra necessità di “una” riforma e necessità di “questa” riforma; e identificano quanti si oppongono a “questa” riforma con coloro che hanno approfittato delle storture del sistema attuale, o che si nascondono per non vederle.
Chi si oppone non ritiene di meritare questo giudizio, e ritiene piuttosto che i “tagli lineari” già disposti, così significativi da produrre il crollo dell´istituzione stessa, smentiscano ogni volontà riformatrice e siano, in questo senso, l´altra faccia della medaglia. Chi ha dedicato la propria vita all´Università, e ora cerca di contrastare una politica di soffocamento, figlia di un disprezzo indiscriminato, che opera una cesura nei confronti dei principi cardine di una tradizione plurisecolare di libertà (nei confronti del potere politico, economico o religioso) non può vedersi identificato con le cause stesse del male da curare. Ci auguriamo, Signor Presidente, che Ella voglia vedere, nell´inquietudine che attraversa gli Atenei, anche l´espressione di quelle forze che per qualità scientifica e costumi sono essenziali al futuro dell´Università italiana e a un suo radicale rinnovamento.

La Repubblica/Torino 25.07.10

"I piccoli Cipputi educati a fare i precari", di Bruno Ugolini

Li educano a fare i precari fin dalla tenera età. Così non si possono fare illusioni sul proprio avvenire. Sono i fanciulli, i bambini. Più di mezzo milione tra i 6 e i 13 anni in Italia. Il dato è ricordato da una bella inchiesta pubblicata da un settimanale romano di nicchia “La voce democratica” diretto da Domenico Commisso, già redattore, anni fa, dell’Unità milanese. Un panorama di questa piaga è dato dalla testimonianza di un personaggio singolare, Vittorio Barbanotti, 58 anni, di professione idraulico di grandi impianti, presidente di un Comitato per i diritti umani. È lui che racconta come solo nel Lazio ci siano almeno trentamila ragazzini-lavoratori. Il numero dei piccoli Cipputi continua a crescere anche in rapporto al fenomeno dell’immigrazione straniera. Secondo dati della Caritas italiana, in Italia ci sarebbero circa ottantamila stranieri con meno di 14 anni di età. Non si sa quanti lavorino,ma in almeno tre comunità di immigrati sembra particolarmente frequente il ricorso al lavoro minorile: la comunità cinese, quella magrebina e quella Rom. L’orario di lavoro è assai variabile. Spesso comporta il venir meno degli obblighi scolastici. Molti studenti-lavoratori svolgono un vero e proprio “part-time”, dedicando al lavoro buona parte del pomeriggio. D’estate poi, il tempo di lavoro comprende spesso l’intera giornata. Le retribuzioni, quando ci sono, sono bassissime. Oppure i bimbi sono ricompensati in natura, soprattutto i più piccoli, con regali e regalini o alimenti. “La Voce Democratica” riporta anche documenti di “Mani tese”, l’associazione nata nel 1964 per combattere la fame e gli squilibri tra Nord e Sud del mondo, attraverso progetti di cooperazione internazionale e la sperimentazione di stili di vita sostenibili. Qui si spiega che oggi nel mondo un bambino su sei è vittima del lavoro minorile ed èsottoposto a lavori nocivi per la sua salute mentale e fisica o per il suo sviluppo emozionale. 246 milioni di bambini (73 milioni dei quali hanno meno di 10 anni) sono costretti a lavorare. Nessun Paese ne è immune: si stimano in 2,5 milioni i bambini che lavorano in paesi sviluppati e in 2,5 milioni quelli che lavorano nei paesi in transizione quali gli Stati dell¹ex Unione Sovietica.Muoiono ogni anno 22.000 bambini a causa di infortuni sul lavoro. Eppure trattasi di un’attività severamente vietata dalle leggi, in Italia e nei diversi paesi. Un lavoro illegale che ricorda i romanzi di Charles Dickens ma che persiste nell’epoca modernissima della globalizzazione. E’ un tassello – vergognoso – della spasmodica ricerca di manodopera a buonissimo mercato. Esistono partiti e sindacati che si occupano( giustamente) di giovani precari e di anziani pensionati. Occorrerebbe anche un partito e un sindacato dei piccoli.

L’Unità 26.07.10

Musei, metà dei visitatori non paga "Con un euro a testa 2.400 assunzioni", di Valentina Conte

Entrare gratis nei musei statali italiani. Un´eccezione? Non proprio. Al contrario, nell´ultimo anno, più della metà dei visitatori non ha pagato il biglietto per Uffizi, Galleria Borghese, scavi di Pompei, Colosseo, Palazzo Reale a Napoli, Reggia di Caserta. Al punto che se ciascuno dei quasi 18 milioni di “esenti” su 32 milioni totali versasse un simbolico euro, si potrebbero autofinanziare nuove assunzioni di personale, a tempo, per la vigilanza e l´accoglienza. Non solo per colmare l´attuale cronica carenza e l´età media pericolosamente alta, ma per rilanciare e potenziare l´intera offerta culturale nazionale. Più musei aperti, ma anche monumenti, aree archeologiche, pinacoteche, biblioteche, pure di notte e nei fine settimana, d´estate e durante i “ponti” o le festività. Quando il tempo libero, cioè, spinge la domanda. E più giovani che lavorano.
A conti fatti, un euro a testa da chi non deve altro (minori, over 65, militari, giornalisti e altre categorie) fanno 17,7 milioni di euro. Un budget sufficiente, ad esempio, per quasi 2.500 contratti a tre mesi. O, in alternativa, 1.850 a quattro mesi, 1.230 a sei mesi, 600 a un anno. «Per tenere aperti i musei 11 ore al giorno senza pause, come ora, occorrono almeno 12 mila persone e oggi ne abbiamo in servizio meno di 8 mila. Da qui la nostra duplice proposta», spiega Gianfranco Cerasoli, segretario generale Uil per i beni culturali. Gli “stagionali” della cultura, da una parte, e la carta prepagata, dall´altra, per sveltire le file e destinare il personale delle biglietterie alla vigilanza vera e propria.
Una posizione che fa discutere. «Così rischiamo di allontanare i ragazzi e gli anziani dalla cultura e aggiungiamo un´altra odiosa tassa», reagisce Mauro Vergari, Adiconsum. «L´alto numero di non paganti è un fatto positivo: si va al museo proprio perché è gratis. Dimostra, dunque, che la gratuità ha uno scopo sociale, non è sprecata, anzi. E poi l´esenzione è una scelta europea. Altrove le categorie che non devono nulla sono addirittura più ampie. Se serve, si faccia sborsare l´euro a chi già paga e può pagare». «Pura ipocrisia», risponde Cerasoli. «Al Prado di Madrid e al Louvre di Parigi non ci sono gratuità, ma solo riduzioni. E poi, di fatto, in molti dei nostri musei la prenotazione è obbligatoria per tutti. Succede a Pompei, alla Galleria Borghese e altrove. Uno o due euro versati, anche dagli esenti, per lo più a società concessionarie private, come Pierreci, Gebart, Civita. Nulla di questi denari però arriva al Mibac. E se non si interviene in qualche modo, il rischio è la paralisi per tutti i musei».
Le manovre economiche, la triennale e quella di Tremonti, si abbattono pesantemente sul comparto: 2,3 miliardi di tagli in cinque anni fino al 2013. A questo si aggiunge che solo una parte dei 100 milioni di euro l´anno incassati con i biglietti torna al ministero dei Beni culturali. La gestione è del Tesoro che poi li “gira” al Mibac: appena 4,2 milioni nel 2009 e 3,6 nel 2010. Tra le eccezioni, le sovrintendenze di Roma e Pompei per le aree archeologiche che godono di “politiche” autonome. Le sole entrate del Colosseo, ad esempio, con 4 milioni di visitatori l´anno, finanziano quasi tutti gli altri siti romani.

La Repubblica 26.07.10

"Cesarismo democratico", di Nadia Urbinati

Da quando nacque Forza Italia, nel 1994, e per diversi anni, Norberto Bobbio tornò ripetutamente sul tema della natura di questo partito. Partito personale, non tanto perché creato da una persona, ma perché posseduto, «tenuto» da una persona, che nel partito aveva investito come s´investe in un´impresa. Un partito anomalo dunque. Anomalo rispetto alla forma partito politico nelle democrazie liberali, il quale partito politico è un´associazione di persone e non l´associazione di una persona.
Anomalo rispetto ai partiti liberali. Infatti, nonostante si fosse da subito presentato come la «Casa delle libertà», nella sua natura, Forza Italia e poi Pdl si dimostrò essere tutto fuorché un partito liberale classico. Il partito liberale classico ha personalità diverse, non è una massa amorfa unita nella figura di un leader che si presenta come carismatico, è un partito di diversi leader non sempre in sintonia su tutto, molto spesso litigiosi o in disaccordo tra loro.
Anomalo infine rispetto ai partiti che hanno praticato il centralismo democratico, che insistevano cioè sulla funzione coagulante del consenso, che respingevano formalmente le correnti. Il Partito comunista italiano praticava il centralismo democratico, ma la sua unità era più la faccia rivolta all´esterno che quella rivolta all´interno, dove c´erano differenze espresse e non celate fra leader e fra gruppi. La difficile, impossibile, gestione del pluralismo interno, della libertà d´espressione delle idee, infine il riconoscimento di minoranze (di ciò che con disprezzo si chiamano «correnti»), è il segno del fatto che a sedici anni dalla sua fondazione, il Pdl (ex Fi) non è riuscito a risolvere quell´anomalia messa in luce da Bobbio.
Il Pdl è forse un esempio di cesarismo democratico, un partito del demagogo per usare una espressione classica. Ma con alcuni distinguo che meritano attenzione. Il dominio cesaristico del demagogo su una collettività di associati può riuscire spontaneo e agevole nella fase costitutiva, nel processo formativo del partito. Ma il passaggio dall´eccezionalità dell´atto fondativo alla normalità dell´azione politica ordinaria, rendono il dominio cesaristico e l´unanimismo un problema, un obiettivo di difficile attuazione.
Il rischio a questo punto è che delle due categorie che compongono l´ossimoro «cesarismo-democratico», il primo si rafforzi a spese del secondo, contro il secondo. Le vicende di questi mesi, seguite alla rivendicazione del presidente della Camera di una legittima libertà di espressione del dissenso dentro il Pdl, mostrano con molta chiarezza che l´esperimento di tenere insieme cesarismo e democrazia all´interno di un partito moderno è votato al fallimento.
La democrazia, anche nella sua più illiberale accezione, anche quando insiste più sul consenso che sull´articolazione libera del dissenso, non può sopportare comunque una gestione autoritaria della vita collettiva.
L´anomalia di allora, è quindi ancora tutta qui, irrisolta.

La Repubblica 26.07.10

"Purchè non sia un tavolino", di Mario Deaglio

I cosiddetti «tavoli» ai quali i sindacati, gli imprenditori e i rappresentanti del governo si incontrano e si confrontano sono una buona cosa in quanto l’alternativa è spesso uno sciopero «al buio», ossia senza che una parte abbia una chiara percezione delle posizioni e dei problemi delle altre. Il «tavolo» che si terrà mercoledì a Torino sul futuro degli stabilimenti italiani della Fiat rischia però di trasformarsi in un «tavolino», ossia di dare ai problemi sul tappeto un’interpretazione riduttiva e specifica, tesa soltanto a stabilire minuziosamente impegni reciproci sulla produzione di singoli impianti e singoli modelli in un arco di tempo necessariamente breve e in condizioni molto incerte, data la congiuntura europea e mondiale. Se così fosse, l’accordo raggiunto terrebbe fino alla prossima situazione di difficoltà, dopo di che si ricomincerebbe da capo con un altro «tavolino». Tra un «tavolino» e l’altro, la posizione competitiva dell’Italia continuerebbe a peggiorare.

E’ stato così nel corso degli ultimi vent’anni. Il «tavolo» di mercoledì sarà un successo se, pur non rinunciando ad affrontare i problemi contingenti, porrà le basi per trattare, nell’ottica dell’economia globale, il problema della sostenibilità del modello sociale europeo – e specificamente della sua variante italiana – caratterizzato da forti componenti non monetarie della retribuzione. Fino a non molti anni fa si pensava che questo modello si sarebbe imposto al mondo: le norme sul lavoro minorile, sulla sicurezza sul lavoro e del posto di lavoro, il graduale e continuo aumento di salari e del tempo libero in cui spendere quei salari avrebbero dimostrato la superiorità di una civiltà europea attenta all’individuo e ai suoi legami con la società.

Come ben sappiamo, le cose non sono andate così. I Paesi emergenti stanno muovendosi verso salari più elevati e forme rudimentali di sicurezza sociale non copiate dall’Europa, ma la produttività del lavoro vi cresce a velocità ben superiore e pertanto le loro esportazioni conquistano sempre nuovi mercati. I lavoratori sono sicuramente sottopagati ma i loro redditi sono fortemente aumentati e possono ragionevolmente sperare che i figli continuino nel miglioramento. I nostri obiettivi sono invece troppo spesso quelli di un decoroso accompagnamento alla pensione di lavoratori anziani senza dare spazio ai giovani mentre con redditi stagnanti il tempo libero rischia di trasformarsi in tempo vuoto. L’Europa, e l’Italia in particolare, più esposta di altri Paesi alla concorrenza diretta degli emergenti, si vede proporre (e forse domani imporre) un sistema in cui si deve lavorare di più e con mansioni più flessibili per retribuzioni pari a quelle di prima.

Le vie percorribili sono sostanzialmente due. La prima via è quella di una sostanziale riscrittura del modello economico-sociale europeo con l’attenuazione della difesa del «posto» di lavoro, non più garantibile nell’attuale contesto mondiale, e l’aumento della difesa del «lavoro», ossia di un’attività mutevole e flessibile: si deve andare verso una garanzia della continuità delle occasioni di lavoro, magari con un salario di cittadinanza, nell’ottica di ottenere e mantenere la produttività necessaria per stare sul mercato globale.

Modelli di questo tipo hanno consentito a diverse economie dell’Europa settentrionale di reggere assai bene all’urto dei Paesi emergenti e di riconvertirsi molto velocemente e con successo. Nessuna di queste esperienze è perfetta e tutte richiedono un supporto notevole di spesa pubblica; pertanto il meccanismo dovrebbe essere introdotto gradualmente e in via sperimentale, a cominciare dai giovani delle aree minacciate dalla crisi industriale. Torino, dove il numero di coloro che compiono diciotto anni è sensibilmente inferiore a coloro che ne compiono sessanta, sarebbe un luogo ideale per cercare di trasformare in «lavoro» – e quindi in prospettive di vita – mediante la garanzia di una continuità di fondo la miriade di «lavoretti» con cui i giovani sopravvivono.

La seconda via è quella del protezionismo moderno, fondato su barriere non tariffarie in grado di impedire l’ingresso delle merci che competono con quelle nazionali. Il protezionismo salva i posti di lavoro minacciati ma il suo costo è molto elevato in quanto riduce o toglie dai mercati numerosi beni stranieri a basso prezzo. Le varie «clausole di salvaguardia» degli accordi commerciali internazionali consentono forme di protezione per un periodo limitato. Sono utili se, nel frattempo, il Paese o il gruppo di Paesi che cerca di proteggersi modifica qualcosa nel suo modello produttivo. Nel caso dell’Italia, a esempio, occorrerebbe semplificare davvero la politica, la burocrazia, la tassazione riducendone il costo – che è spesso un reddito per categorie professionali privilegiate assai più numerose che in altri Paesi – senza far ricadere il peso della ristrutturazione soltanto sui normali lavoratori dipendenti.

Perché il «tavolo» di Torino sia un successo, argomenti di questi tipo dovranno essere affrontati – accanto a quelli più specifici dell’occupazione dei singoli stabilimenti e dei modelli che saranno prodotti, situazione economica permettendo – per essere sviluppati in seguito. La speranza è che ci sia almeno un pizzico di novità, non il solito stanco rituale che ha scandito il nostro declino.

La Stampa 26.07.10