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Tutti gli errori della manovra

“Noi non abbiamo mai messo in discussione né la necessità della manovra né la sua consistenza. Abbiamo invece insistito, e continueremo a farlo, sul fatto che questa manovra sia fortemente ed evidentemente iniqua e che sia recessiva, destinata cioè ad impoverire il Paese di ogni prospettiva di crescita e di sviluppo. Io guardo all’iniquità di questa manovra, alla sua straordinaria povertà di effetti nel tempo, al suo essere davvero così circoscritta all’oggi”. E’ l’attacco della dichiarazione di voto della capogruppo PD in Senato, Anna Finocchiaro, in occasione della fiducia chiesta dal governo sulla manovra correttiva. Ed è un attacco ai cardini della manovra tremontiana che non offre nulla al paese, ai suoi giovani.
Ma non solo, la Finocchiaro ha ben riassunto i punti deboli della legge.
In questa manovra non c’è una misura sul Mezzogiorno. Questa maggioranza ha vinto in Sicilia anche sull’onda del Ponte sullo Stretto; ebbene ( guardare all’articolo 46 ) gli unici soldi che ci sono, quei pochi che ci sono, sono destinati al MOSE; il resto, se guardiamo all’esperienza fatta in questi anni con i fondi FAS, saranno destinati, sempre serenamente, a spesa corrente.

E questo mentre alle donne italiane con i tagli alle Regioni e ai comuni, vengono tolti servizi indispensabili per rendere tollerabile, sostenibile il mettere insieme il lavoro di cura per la famiglia ed i figli ed il lavoro all’esterno. E le donne italiane ringrazieranno vivamente, perché la maggioranza ha aumentato, fuori da ogni ragionevole previsione e fuori da ogni progressività, di almeno cinque anni il termine per andare in pensione.

Non c’e’ nessuna misura per la crescita, per gli investimenti, per lo sviluppo: questa e’ la verita’
Federalismo? Con i tagli alle Regioni e ai comuni quel federalismo che dovrebbe essere coerente con i principi di sussidiarietà e solidarietà, che dà un’occasione al Mezzogiorno e alle sue classi dirigenti di mostrare responsabilità e buon governo, che dà prospettive di sviluppo e nuovi poteri ai cittadini e capacità di controllo sulle istituzioni pubbliche, è sepolto! Quello che torna qui è di nuovo la pistola in mano alle Regioni ricche: l’esecuzione stavolta è affidata alle Regioni ricche e ai cittadini delle Regioni più povere ed in difficoltà toccherà una mattanza di diritti e di cittadinanza.

Vogliamo parlare della riforma della pubblica amministrazione? Un punto valeva a qualificarla come espressione di una politica moderna e avanzata, ed era quello di riorganizzare secondo efficienza, merito e produttività. Era l’unica parte che distingueva e dava un segno della innovazione alle politiche di questo Governo: e’ stata ovviamente sospesa.

Ma perché questa manovra? Quali le motivazioni? Il ministro Tremonti più volte, con la sua autorevolezza anche scientifica, ha detto tre parole, parole che condividiamo e sulle quali i nostri Governi precedenti hanno costruito politiche anche dure per il Paese: Europa, austerità, rigore. Bene, benissimo. Ma le parole non sono polisenso, le parole hanno un solo netto significato: l’Europa non può valere per il saldo contabile e non valere per il Trattato di Lisbona, non può valere per il saldo contabile e non valere per il diritto allo studio, alla formazione e all’istruzione, non può valere per il saldo contabile e non valere per il lavoro e per i suoi diritti. Che Europa è?
E l’Europa certo dice che questa manovra va bene. Ma e’ ovvio che l’Europa dica bene e che bene dicano tutti gli altri organismi che guardano a come l’Italia fronteggia una crisi economica e un debito pubblico spaventoso e una spesa pubblica fuori controllo. Ma l’Europa non controlla le politiche. All’ Europa non importa se per arrivare alla fine del mese si affamano i figli o si rinuncia all’auto di lusso. Non le importa. All’Europa importano solo i saldi.

La verita’ profonda è che in questa manovra non c’è alcuna strategia politica. Questa è una manovra contabile nemmeno fatta tanto bene. Il Ministro Tremonti ha parlato di austerità e rigore. Ma queste parole risuonano, con il carico di significato che hanno, se sono insieme ad un’altra parola: giustizia. Ma qui la giuistizia non c’e’: il peso grava su chi ha poco e sugli sterminati patrimoni e le ricchezze e le rendite che da questa manovra non vengono tassati non grava niente.
Ma rigore e austerita’ hanno anche un altro significato. Austerità e rigore sono parole che hanno un suono e hanno avuto un significato per la storia di questo Paese quando venivano pronunciate da persone come Enrico Berlinguer e Carlo Azeglio Ciampi. Allora avevano un significato. Ma dette oggi, mentre ci si squaderna sulle pagine di tutti i giornali, il sottobosco parassitario, il marcio che cresce sotto il trono di chi intende regnare e non governare, come fa e continua a fare il presidente Berlusconi, questa muffa fatta di personaggi strani, di gente che chiunque avrebbe difficoltà ad incontrare anche solo per il caffè ma che invece vengono accreditati per influire, condizionare, suggerire, telefonare, spingere, pressare sulle più alte cariche dello Stato, sui massimi dirigenti della magistratura italiana, sul Consiglio superiore della magistratura, sulla Corte costituzionale, sembrano parole senza senso.
E se guardo a questa manovra in questo contesto nel quale in due mesi due Ministri e un Sottosegretario di questo Governo sono stati, davanti all’Italia, costretti alle dimissioni per la vergogna, parlare di rigore e’ ridicolo e grottesco. Ma soprattutto tragico

Ecco i punti principali della manovra approvata in Senato, contro la quale il PD manifesta oggi e domani in tutta Italia. Punti sui quali abbiamo raccolto i pareri di deputati e senatori del PD
TAGLI ALLE REGIONI
Saranno ridotti i trasferimenti alle Regioni per circa 8,5 miliardi di euro in due anni, ma a decidere come ripartire le riduzioni di spesa sara’ la Conferenza Stato-Regioni. Tagli anche ai Comuni e alle Province.

“Il governo sostiene che con la correzione dei conti pubblici non toccherà le tasche degli italiani. Ma è una palese bugia: in realtà, a via XX Settembre hanno pensato bene di scaricare sugli enti locali, e in particolare sulle Regioni, gran parte del peso della manovra. E a pagare saranno proprio i cittadini, con i tagli ai servizi sul territorio.

Se Berlusconi e Tremonti andranno dritti per la loro strada, ignorando le richieste che arrivano da settimane dai governatori di ogni schieramento politico e dall’opposizione, le promesse arrivate nei giorni scorsi da PalazzoChigi sono destinate a essere scritte sulla sabbia”.

“La serietà e il senso di responsabilità del sistema delle autonomie sono tali che Regioni ed Enti locali non faranno mancare, nonostante la pervicace sordità del governo ad accoglierne le richieste, la disponibilità al confronto per trovare una soluzione ragionevole ai problemi creati dalla manovra.
Il Partito Democratico ribadisce il proprio impegno a fianco delle autonomie in una battaglia a difesa di una parte dello Stato che è indispensabile per la vita dei cittadini e delle imprese”.

Davide Zoggia, responsabile Pd Enti Locali

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PENSIONI DONNE NELLA P.A.
Dal 2012 andranno in pensione a 65 anni. Dal 2015 per tutti l’età anagrafica sarà collegata all’aspettativa di vita con aggiornamenti triennali.

“Fra i molti prezzi che le donne pagano al salvataggio dei conti dello Stato c’è quello del loro accesso alla pensione Il posticipo, di 12 o 18 mesi, dell’accesso al pensionamento di vecchiaia colpisce particolarmente le donne (…) che saranno chiamate a lavorare di più e gratis. Numerosissime poi quelle che, per contingenze personali o legate alla crisi, hanno perso il lavoro senza riuscire a rientrarvi, e hanno come unica prospettiva di reddito quella dell’accesso all’assegno di pensione”.

“C’è poi la questione dello scalone verso i 65 anni per le donne della P.A. Il tempo che è trascorso dalla sentenza della Corte di Giustizia europea e quello che c’è per adeguarci, avrebbe potuto essere proficuamente usato per affrontare in termini strutturali due temi. Le discriminazioni di genere nel mercato del lavoro e l’adeguamento delle pensioni all’aumento dell’aspettativa di vita. Il Pd ha fatto diverse proposte. Usare il fisco come strumento di equità e di crescita: aumento delle detrazioni per le spese di cura e per servizi, dote fiscale per i figli, riordino del mix di detrazioni e bonus economici per la famiglia, riduzione dell’aliquota marginale per la tassazione dei redditi delle donne lavoratrici, dipendenti o autonome, fiscalizzazione di quota parte degli oneri sociali per le imprese che assumono donne. Recuperare lo spirito flessibile della riforma Dini del ’95, superando la distinzione tra pensioni di anzianità e di vecchiaia, lasciando a donne e uomini la scelta del momento del ritiro, conoscendo ex ante l’importo della pensione conseguibile. Così si garantirebbe comunque la stabilità finanziaria del sistema previdenziale attraverso il meccanismo della penalità/premialità legate all’età di uscita e alla carriera contributiva. Riconoscere alle donne il tempo dedicato alla maternità, alla cura della famiglia, attraverso la contribuzione figurativa per la maternità e per i periodi di assenza dal lavoro dedicati alla famiglia, quale contributo pieno alla capacità produttiva e alla crescita della società”.
“Il modello proposto dal governo è invece chiaro: la cura dei figli, l’assistenza ai non autosufficienti sono questioni di donne. O se ne occupano direttamente o la pagano con le risorse derivanti dal prolungamento del loro lavoro”.

Rita Ghedini, senatrice Pd

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TASSE ABRUZZO
La restituzione dei tributi non versati dall’aprile del 2009 potra’ avvenire in 120 rate a partire dal gennaio 2011. Viene inoltre prorogato il programma di “Gruppi industriali” che potra’ contare su un ulteriore contributo di un milione di euro. Nel frattempo viene prorogata fino al 20 dicembre la sospensione del versamento dei tributi per le popolazioni colpite dal terremoto in Abruzzo.

“All’economia dei territori colpiti dal terremoto in Abruzzo devono essere riservate le stesse condizioni previste per tutti gli altri terremoti; in particolare la restituzione delle tasse non pagate 12 anni dopo e al 40 per cento, così come lo stesso governo Berlusconi ha deciso lo scorso anno per Marche, Umbria e Molise. Non capiamo perché non debba essere così anche per l’Abruzzo. Per quanto riguarda le risorse che sarebbero tutte disponibili, il Premier lo vada a dire agli albergatori che hanno ospitato, durante l’emergenza, migliaia di sfollati e alle ditte che hanno lavorato per i puntellamenti e che aspettano ancora di essere pagati. Infine, a proposito di ricostruzione, in tutti gli altri territori colpiti da terremoti i governi che hanno affrontato l’emergenza hanno garantito agli enti locali e ai cittadini una legge per la ricostruzione in grado di chiarire diritti, doveri, responsabilità e risorse certe, spendibili e non sulla carta. Questo, nel caso dell’Abruzzo non c’è. Perché?”.
“Chiedo al presidente del Consiglio e a tutti gli altri esponenti politici di evitare di fare diventare il terremoto oggetto di polemica politica e di lavorare insieme ascoltando prima di tutto chi vive ogni giorno i problemi sul territorio, e per ciò li conosce bene, al fine di trovare le soluzioni migliori possibili”.

Giovanni Lolli, deputato Pd

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BENI SEQUESTRATI
Ci saranno dieci giorni di tempo, dal provvedimento di notifica di un sequestro, per versare al
fondo unico di giustizia il ricavato della vendita dei titoli e dei beni sottoposti a sequestro.

“Perché il ministro Maroni non spende il ‘tesoretto’ accumulato con i sequestri dei beni della mafia per rafforzare magistratura e forze di polizia? In realtà, questi soldi non sono disponibili e Maroni non lo vuole ammettere.
“Se queste risorse ci fossero davvero non si spiegherebbe perché tribunali e commissariati restano senza carta e senza benzina e perché al personale non viene pagato lo straordinario. Si tratta sempre e solo di propaganda a buon prezzo visto che viene fatta sul lavoro di giudici e poliziotti: piuttosto il governo lavori per far sì che i beni sequestrati possono essere davvero confiscati in breve tempo”.

“La disponibilità di Confindustria ad un’azione comune per la gestione delle imprese sequestrate alla mafia, prontamente raccolta dal ministro Maroni, è positiva ma saremmo felici di sentire la voce degli industriali anche contro il Ddl sulle intercettazioni. Questo mostro giuridico indebolisce la lotta alla mafia, renderà più difficili le inchieste, molte delle quali nascono da indagini su reati inizialmente non inquadrabili come di stampo mafioso: si pensi alla corruzione, al racket o all’usura, e porterà inevitabilmente alla munizioni dei beni sequestrati. Dunque, Confindustria deve essere preoccupata dalla possibile approvazione di questa legge che premierà l’illegalità”.

Laura Garavini, capogruppo del Pd nella commissione parlamentare Antimafia,

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LIBERTA’ DI IMPRESA
Per avviare un’attività servirà la segnalazione certificata di inizio attività (Scia). Ci sono però alcuni “paletti”: il testo del maxi-emendamento prevede che tale segnalazione non basti non vale nei casi “in cui sussistono vincoli ambientali, paesaggistici o culturali e degli atti rilasciati dalle amministrazioni preposte alla difesa nazionale, alla pubblica sicurezza, all’immigrazione, all’asilo, alla cittadinanza, all’amministrazione della giustizia, all’amministrazione delle finanze, compresi gli atti concernenti le reti di acquisizione del gettito, anche derivante dal gioco, nonche’ quelli imposti dalla normativa comunitaria”.

«La “crescita” è il convitato di pietra di questa manovra. È la grande assente: la invocano tutti ma nessuno la trova. In particolare ne sentono la mancanza, e lo hanno detto a chiare lettere, le associazioni di rappresentanza delle PMI e Confindustria che, leggendo bene tra le pieghe della manovra, hanno denunciato anche la presenza di nuovi aggravi di spesa per le imprese».

«Il Pd lo ha già denunciato con forza: le misure di Tremonti comportano un aumento delle spese, la restrizione delle compensazioni dei debiti e dei crediti con lo Stato, svariati appesantimenti burocratici e ulteriori problemi di liquidità. Insomma, tutte misure che, con buona pace dei proclami del Governo, aumentano i costi per le PMI. Dove sono finite le fantasiose idee governative sull’art. 41 e sull’eliminazione di lacci e lacciuoli alla libertà d’impresa? La verità è che di fronte alla crisi, le imprese sono lasciate sole, la tenuta economica delle famiglie è al limite, il fronte dei consumi e quello dell’export sono a rischio. È adesso che bisogna mettere in campo le riforme economiche strutturali per far fronte a questa situazione, ma la maggioranza non dà segni di vita. Se esiste ancora batta un colpo».

Paola De Micheli, responsabile Pd per le PMI.

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QUOTE LATTE
E’ fissata al 31 dicembre 2010 la proroga per il pagamento delle multe per le “quote latte”. Il testo del maxi-emendamento presentato dal governo alla manovra prevede che il pagamento degli importi con scadenza 30 giugno 2010 possa slittare fino a fine anno.

Mentre il ministro Tremonti parla di doveroso rigore e necessaria austerità, mentre ci si appresta al varo di una manovra fatta di tagli, dove si riducono le risorse agli enti locali, dove si tagliano i servizi e si ledono i diritti sociali delle fasce più deboli, arriva in dono la proroga dei termini per il
pagamento delle multe per lo sforamento delle quote latte. Un indecente favore agli amici di Bossi e della Lega che pagheranno gli italiani, costretti a saldare la sanzione che l’Unione europea ci comminerà per l’emendamento che sana l’illegalità di poche decine di allevatori. Il ministro Galan parla di arroganza e si dice sconcertato? Mi auguro proprio che non siano solo parole, ma è difficile chiedere coerenza a questo governo irresponsabile.

Filippo Penati, coordinatore della Segreteria Bersani

“Con il voto di oggi, sulle quote latte, la Lega ‘ladrona’ mette tutta l’Italia nell’illegalità e fa pagare a tutti i contribuenti italiani le colpe di pochi produttori, ci isola in Europa in un momento chiave per l’elaborazione della nuova politica agricola comune”.

Sandro Gozi, responsabile politiche europee del Pd

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MINI-NAJA
Stage per giovani volontari tra i 18 e i 30 anni nelle forze armate della durata massima di tre
settimane. Il costo e’ 20 milioni in 3 anni.

“Mentre sta per iniziare la seduta nella quale si voterà, quasi certamente con voto di fiducia, questa manovra sbagliata ed ingiusta, nella quale si riscontrano tagli indiscriminati che colpiranno Regioni, Province e Comuni, e quindi anche lavoratori, piccole imprese, studenti e pensionati, in Commissione Bilancio è stato approvato l’emendamento del Relatore Sen. Antonio Azzolini riguardante l’Istituzione della mini-naja, che comporterà una spesa di €6.599.720 per il 2010, €5.846.720 per il 2011 e €7.500.000 per il 2012. Quella che molti chiamano la “Legge Balilla” ovvero l’atto n. 2096 “Disposizione in materia di corsi di formazione per le Forze Armate per i giovani” era già in discussione avanzata in Commissione Difesa e quindi sarebbe stato facile per la maggioranza ottenerne l’approvazione, anche prescindendo dall’opportunità di impegnare risorse in questo campo, in un momento nel quale peraltro vengono ulteriormente tagliate del 10% le risorse per la sicurezza, già ridotte di 3.5 miliardi con la Manovra del 2008 e mentre risultano bloccati i contratti e cancellato l’atteso riordino della carriere. Il disagio risulta ancora maggiore se si pensa che questa è la seconda volta che si ripropone questo provvedimento in un decreto che probabilmente sarà approvato con la fiducia.
Infatti la maggioranza aveva già tentato l’operazione introducendo l’emendamento nel Milleproroghe per poi ritirarlo, consentendo almeno la discussione in Commissione di un Disegno di Legge attinente al tema. Non credo sinceramente che in questo momento sia utile questo investimento, e non credo peraltro, che al nostro Paese servano giovani che passino tre settimane delle loro vacanze in corsi, cosiddetti di formazione a carattere tecnico/pratico, con le finalità “di ottenere le conoscenze base” riguardanti, oltre che la difesa dello Stato e l’utilizzo in circostanze di pubblica calamità, anche l’impegno in casi “di straordinaria necessità e urgenza” che certamente andrebbero comunque meglio definiti. Questi giovani peraltro devono essere fisicamente perfetti, in grado cioè di saltare anche il cerchio di fuoco. Mancano invece i finanziamenti per la Cooperazione Internazionale e per ogni tipo di formazione alla coscienza civile e democratica che potrebbero essere veramente utili al nostro Paese, si conferma che questa destra al Governo, oltre ad essere incapace e allo sbando, certamente non ha al primo posto dei suoi interessi la conservazione di uno Stato democratico”.

Silvana Amati, senatrice del Pd

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ASSEGNI INVALIDITA’
La soglia resta al 74 per cento, ma salgono da 200 a 250 mila le verifiche dell’Inps contro i falsi
invalidi.

“Il Governo con questa manovra ha rinunciato ad affrontare con coraggio, competenza e determinazione la crisi e a dare prospettive di sviluppo e futuro al Paese. Una manovra inadeguata debole e soprattutto ingiusta perché esclude dai sacrifici chi ha di più, esclude le rendite finanziarie, i grandi patrimoni, e colpisce i più deboli. Perché il Governo non ha accolto il nostro emendamento che stabilisce un prelievo straordinario di solidarietà triennale su tutti i redditi superiori ai 150 mila euro? Con questa entrata si sarebbero raccolte le risorse che invece si prelevano su chi ha di meno, in particolare sui disabili e sul personale della scuola”.
“Sul personale della scuola, il Governo deve impegnarsi formalmente ad eliminare la gravissima ingiustizia che rende permanente solo per i docenti e ATA, il blocco degli scatti di anzianità, con effetti pesantissimi su stipendi, pensioni e liquidazioni: nella sua carriera ogni docente perde dai 29 mila ai 40 mila euro, pari a oltre un anno di lavoro gratis, imposizione inaccettabile per qualunque lavoratore”.
“Sui disabili attraverso tre norme contenute nella manovra – il tetto per il numero complessivo degli insegnanti di sostegno, l’annullamento del limite massimo di 20 alunni quando nella classe c’è un ragazzo disabile, l’irrigidimento delle norme per la certificazione della invalidità – il Governo mette concretamente in discussione la buona integrazione scolastica, colpendo i più deboli tra i deboli, cioè i bambini disabili che hanno il diritto ad imparare a crescere con i loro coetanei. Il Governo apre così la strada a percorsi separati e segreganti. Queste norme devono essere abrogate!”

Mariangela Bastico, senatrice Pd

“L’approvazione dell’emendamento del relatore che riporta al 74 per cento la soglia di invalidità per l’accesso ai benefici è una vittoria dell’opposizione, delle associazioni, degli invalidi e delle loro famiglie. Un atto di civiltà che il governo e la maggioranza sembravano voler affossare. Nonostante l’importantissima eliminazione di questa norma che avrebbe fatto risparmiare una cifra risibile, restano aperti due consistenti problemi che riguardano la vita degli invalidi del nostro Paese e che vanno cancellati dalla manovra. Innanzitutto quella riguardante gli insegnanti di sostegno. Attualmente la manovra prevede che il loro reclutamento, per il prossimo biennio, sia indipendentemente dal numero dei ragazzi disabili aventi diritto. In secondo luogo, per quel che riguarda la misura sul blocco delle assunzioni contenuta nella manovra, è doveroso per il governo precisare che da esso sono esclusi i lavoratori disabili. Si tratta di due questioni rilevantissime perché minano la serenità dei cittadini più sfortunati del nostro Paese e una democrazia compiuta non può accettarle”.

Rita Ghedini, senatrice Pd

www.partitodemocratico.it

Scuola, Pd: Gelmini senza vergogna, è lei responsabile dei tagli

Ghizzoni: non servono gesti caritatevoli, ma atti politici: ritiri riforma licei. “Senza vergogna. È l’unico commento possibile alle parole che il ministro Gelmini indirizza alla giovane Alice, aspirante liceale esclusa per sorteggio. I provvedimenti adottati dal ministro negli ultimi due anni, hanno già portato al taglio di più di 25 mila posti di docenze nella scuola superiore e per il prossimo anno se ne dovranno cancellare altri 11 mila. Queste sono cifre inconfutabili contenute nelle circolari ministeriali che la Gelmini ora vorrebbe liquidare senza pudore come propaganda delle opposizioni. Non fa onore ad un ministro della repubblica sottrarsi alla responsabilità elle proprie scelte ragionieristiche che costringono le scuole italiane a rifiutare le legittime domande di formazione e a sottrarsi pertanto al mandato costituzionale. La disponibilità espressa dal ministro per realizzare il desiderio della giovane Alice ha il sapore di un gesto caritatevole mentre meriterebbe una risposta politica. Meglio sarebbe cioè un bel passo in dietro ed uno stop alla cosiddetta riforma della scuola superiore che impoverirà il nostro sistema di istruzione a danno del paese e delle nuove generazioni come dimostra il caso di Alice”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta la risposta su ‘La Stampa’ del ministro Gelmini ad una lettera pubblicata dal giornale torinese in cui una ragazza di Novi Ligure denunciava il fatto di non essersi potuta iscrivere al liceo classico che aveva scelto per colpa dei tagli. Alice ha scritto di essere rimasta fuori con un sorteggio.

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L’On. Ghizzoni replica alla lettera della Gelmini che potete trovare di seguito

“”Cara Alice,
ho letto con attenzione la tua lettera. Una lettera che mi ha colpito.

Capisco il tuo disappunto e la delusione per quanto ti è accaduto. Ti invito però a non farti ingannare dalla propaganda messa in piedi ad arte contro il ministero: i cosiddetti «tagli», come li chiami tu, non c’entrano nulla.

Anche nei mitici Anni 80 e 90 era così.

Anche allora, quando aumentava la spesa pubblica senza che migliorasse la qualità dell’insegnamento, si agiva allo stesso modo. Se il numero delle domande era superiore all’offerta formativa, si procedeva per estrazione e si assegnavano gli studenti in soprannumero alla scuola corrispondente più vicina.

Anche oggi alcuni istituti che eccellono per la qualità della didattica ricevono molte richieste di iscrizioni e non è materialmente possibile soddisfarle tutte.

Dunque Alice, ribadisco: i «tagli» non c’entrano!

Tuttavia spero che, nella composizione dell’organico di fatto, sia possibile iscriverti all’istituto che hai scelto. Mi attiverò personalmente per verificare se questo tuo desiderio possa essere realizzato. Così come spero, anzi ne sono sicura, che le riforme che abbiamo approvato per l’istruzione superiore cambieranno il volto della scuola italiana. Più qualità della didattica, maggior legame col mondo del lavoro, più ore di scienze e di lingua straniera, rilancio dell’istruzione tecnica.

Questa è la scuola che sogno, la scuola che stiamo costruendo per le nuove generazioni.

Un caro saluto

Mariastella Gelmini

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Caro ministro Gelmini,
mi chiamo Alice e ho 14 anni. Ho appena finito l’esame di terza media e pensavo di portare l’attestato alla scuola che avevo scelto per confermare la mia iscrizione al liceo classico. Invece, per colpa dei tagli della sua riforma, mi hanno detto che eravamo in troppi. Che era stata concessa una sola classe di 32 alunni e noi eravamo in 35. Tre di noi erano di troppo e bisognava fare un sorteggio per vedere chi rimaneva fuori.

Hanno estratto il primo numero: «Numero 27!». Il mio numero. Mi stavano dicendo che io non potevo frequentare il liceo classico. Ci sono rimasta così male. Il classico era la mia scelta, la mia ambizione, il mio sogno. Sono triste e arrabbiata. La mia famiglia e i miei insegnanti mi hanno sempre parlato di impegno, di diritti e doveri, di scelte consapevoli. Non mi hanno mai parlato di «sorteggi» e un po’ sono arrabbiata anche con loro.

E ho anche un po’ di paura per il futuro. Quando sarò grande e cercherò un lavoro, sorteggeranno ancora per vedere se c’è un posto per me? Quando sarò vecchia e malata e non ci saranno abbastanza posti negli ospedali, sorteggeranno per vedere se potrò essere curata? Cosa farò se, come ora, non sarò abbastanza fortunata?

Vuole rispondermi, ministro Gelmini? O anche per le lettere si fa un sorteggio per meritarsi una risposta?

Buone vacanze.
Alice

da La Stampa 15-16 luglio 2010

"La corruzione nel nome di Cesare", di Massimo Giannini

In nome di «Cesare». Le carte dell´inchiesta sulla nuova P3 scoprono l´abisso nel quale stava e sta tuttora per precipitare la nostra democrazia. In mano a una «cupola» che, sul Lodo Alfano, non ha esitato a giocare una partita mortale, dentro e contro lo Stato di diritto. L´ha persa, ma non per questo appare oggi meno pericolosa. Perché il «metodo di governo» che c´è dietro, il «sistema di potere» che organizza e difende, è costruito per servire gli interessi personali del presidente del Consiglio, e per riprodurne i metodi corruttivi all´interno del tessuto politico, del contesto economico e dell´apparato istituzionale.
La pericolosità criminale di questa “rete” al servizio di Silvio Berlusconi viene fuori con paurosa chiarezza, a leggere le centinaia di pagine dei verbali. Si resta allibiti nel verificare la frenetica «attività» del comitato d´affari, riunito intorno al coordinatore di fiducia del Cavaliere dentro al Pdl Denis Verdini, al suo braccio destro nell´avventura di Publitalia e di Forza Italia Marcello Dell´Utri, al sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, e a personaggi come Flavio Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi. Tutti impegnati, a vario titolo e con funzioni diverse, a cercare di condizionare la decisione dei quindici giudici costituzionali chiamati a decidere sulla legittimità del Lodo. Tutti ingaggiati, probabilmente, dallo stesso premier: col quale hanno incontri, al quale devono costantemente riferire. Altro che «quattro sfigati in pensione»: queste carte ci dicono che a cavallo di quel settembre/ottobre del 2009 ci fu un vero e proprio «assedio» agli ermellini della Corte, per estorcergli un verdetto positivo da consegnare tra gli allori al Cesare «trionfatore», citato nelle carte ben 23 volte. Altro che gente che «trama per sei bottiglie di vino», come scherzano i giornali di famiglia: in quei giorni la posta in gioco, altissima per il Cavaliere, era il suo salvacondotto processuale, cioè la sua salvezza politica. Solo grazie ad essa la nuova P3 avrebbe potuto continuare a prosperare, nel quadro di quel collaudato «scambio di favori tra reti criminali» di cui ha parlato il procuratore antimafia Pietro Grasso. E poco importa se, alla fine, l´assedio fallì e il verdetto fu negativo: l´ultimo degli studenti di giurisprudenza sa bene che per il diritto penale il reato tentato, ancorché non consumato, non indica affatto una minore pericolosità criminale.
IL VERTICE A CASA VERDINI
Il lavoro è sporco, ma qualcuno lo deve pur fare. E allora l´offensiva del «gruppo di lavoro» incaricato di tutelare e di riferire «a Cesare» comincia il 22 settembre di un anno fa. Per il successivo 6 ottobre la Consulta ha fissato l´udienza nella quale deve stabilire se il Lodo Alfano viola o meno i principi di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge fissati dalla Costituzione. Non c´è tempo da perdere. Così il 22 Pasquale Lombardi, «l´uomo che sussurrava ai giudici», come ha scritto Alberto Statera, cioè l´intermediario che ha il compito di avvicinare e circuire le toghe attraverso convegni e viaggi offerti da un suo improbabile centro di studi giuridici, si attacca al telefono per convocare una riunione il giorno dopo, a casa di Denis Verdini, a Palazzo Pecci Blunt, in piazza dell´Ara Coeli. La prima telefonata è per Antonio Martone, avvocato generale della Cassazione (che per altro ha fatto domanda da procuratore generale). «Oh, ti ricordi alle tredici… poi ti do l´indirizzo preciso, ma intorno a Piazza Venezia….». La stessa telefonata Lombardi, ancora più agguerrito, la fa a Flavio Carboni: «Io sarò un poco prima, con l´elmetto in testa». Poi chiama Dell´Utri: «Mio caro Marcello, ciao, ciao…». E il plenipotenziario di Berlusconi in Sicilia vuole sapere quanti saranno all´incontro. «Siamo sei noi, più te sette», spiegando che ci saranno anche tre magistrati. Poi aggiunge: «Abbiamo scoperto qualcosa che ti devo riferire di persona. sì veramente una cosa incredibilmente importante…».
Il giorno dopo, alle 10, Lombardi richiama Carboni, al quale conferma: «Saremo ricevuti a casa dell´uomo verde…». Poi richiama Arcangelo Martino, e i due concordano insieme chi deve convocare a casa Verdini il sottosegretario Caliendo e Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del ministero della Giustizia. Di quest´ultima convocazione si occupa lo stesso Lombardi, che da a Miller le coordinate dell´appuntamento e lo saluta con un «Ok, a dopo. Un bacione…». Molto più che un rapporto confidenziale: un rapporto incestuoso, vista la sovrapposizione e il conflitto degli interessi in gioco.
La stessa impressione si ricava dalla telefonata immediatamente successiva che lo stesso Lombardi fa alle 11,45 all´altro magistrato convocato. Martone ha un problema di orari: «Ho una riunione adesso, dal Procuratore, comunque spero di fare in tempo…». Il faccendiere perde la pazienza, e risponde in dialetto, non come se parlasse a una toga ma a un sottoposto: «Sì, sì, mandalo affanculo che chist nun porta voti e poi vieni adda noi…». Poco dopo le 13, dunque, il gruppo di lavoro composto da Dell´Utri, Caliendo, Martone, Miller, Lombardi Martino e Carboni si ritrova in casa di Denis Verdini. L´ordine del giorno lo si desume dalle telefonate successive, e i verbali lo riassumono così, riprendendo le parole di Lombardi: «Dovranno svolgere il seguente compito afferente la prossima decisione della Corte costituzionale sul Lodo Alfano». La sintesi in dialetto che lo stesso Lombardi fa a Caliendo dice tutta la portata eversiva del tentativo messo in piedi da questo pezzo di anti-Stato: «Abbiamo fatto un discorso per quanto riguarda la corte costituzionale… amm´ fa nu poc´ nà conta a vedè quanti sonn´ i nostri e quani songo i loro, per cui se putimm correre ai ripar´, mettere delle bucature, siamo disponibili a fare tutto…». Non solo. Il sensale dei giudici spiega anche l´intenzione «programmatica» del gruppo: «Giustamente abbiamo fissato che ogni giorno… ogni giorno… ogni settimana bisogna che ci incontriamo per discutere tra di noi e vedere andò sta o´ buono e ando stà o´ malamente… Io farei una ricognizione, i favorevoli e i contrari. Poi vediamo come bisognerà per vedere di raggiungere i contrari…». E per convincere il sottosegretario, Lombardi fa l´ultimo affondo, indicandogli anche una possibile ricompensa personale: «Questa è una cosa molto importante. Ormai, vagliò, ti è spianata la via per i´ a fa o´ ministro, o´ vuoi capiscere o no?».
«POI DOBBIAMO VEDERE CESARE»
Avviata la «procedura» dell´infiltrazione e dell´interferenza, compare quello che potremmo definire il manovratore iniziale e, al tempo stesso, l´utilizzatore finale del meccanismo. Lombardi dice a Caliendo, nella stessa telefonata: «… Poi ammo a vedè Cesare quanto prima…». Da qui fino al 7 ottobre, data della sentenza della Corte sul Lodo, il riferimento a «Cesare» che bisogna vedere, che bisogna informare, che bisogna accontentare, diventa sistematico. Conta troppo, per Berlusconi, la pronuncia della Consulta. E il sodalizio che lavora per lui se ne rende conto. «Quattro sfigati in pensione», di nuovo? Non si direbbe, a leggere la conversazione tra un pezzo da novanta come Dell´Utri e l´antico socio negli affari sardi Carboni. «È stato un ottimo incontro», dice Dell´Utri. E il faccendiere incassa: «Ecco, questa è la parola che più mi fa piacere… amico mio… È che io non posso… non potevo fare di più, anche quando Denis mi parla, tu lo capisci, io lo lascio parlare, ma sono tutte cose che abbiamo già fatto, no?». Come dire: l´ingranaggio è già oliato da tempo. Un´ultima domanda di Carboni, infine, sembra rimandare di nuovo a «Cesare», anche se non in modo esplicito: «Era soddisfatto l´uomo, sì?». Dell´Utri rassicura: «Sì, sì, sì. Comunque soddisfatto…». Di che «uomo» stanno parlando?
Cesare, Cesare e ancora Cesare. In suo nome, ancora una volta, lo stesso Carboni parla in serata al telefono con Arcangelo Martino, sia dell´avvio della missione Lodo Alfano, sia della candidatura del plurinquisito Nicola Cosentino alla Regione Campania: «Sei contento?», chiede Martino. «Sì beh, soddisfattissimo. Credo che sia già arrivato nelle stanze di Cesare, i tribuni hanno già dato notizia…», rassicura Carboni. Da quel momento in poi, parte la corsa contro il tempo per intercettare i giudici della Consulta prima dell´udienza del 6 ottobre, e per renderne conto al premier. Telefonate quotidiane. Lombardi ripete a Carboni: «Io adesso mi metto in contatto per il giorno sei, cosa bisogna fare…». E Carboni: «Sì , bravissimo, bisogna sapere i nomi…». Sullo sfondo, sempre l´ombra di Cesare. Lombardi a Martino: «Flavio ha detto che più tardi mi darà un colpo di telefono perché parlerà pure con Cesare…». Martino a Carboni, il giorno dopo, parlando dei numeri telefonici dei giudici da contattare: «Sì, queste informazioni, se bisogna fare l´incontro con Cesare…».
Dal brogliaccio delle intercettazioni, a dispetto della «teoria del polverone», emerge il ruolo centrale di Verdini e Dell´Utri, come collettori di notizie e promotori di interventi sulla Consulta. Lo dice Carboni, nei giorni successivi, al telefono con Martino, chiedendogli i primi esiti della riunione a casa di Verdini: «Sono ansioso… adesso io chiamo Marcello… chiamo Denis i quali mi chiederanno, allora s´è saputa qualche notizia? Che risposta do?». Col passare dei giorni, il lavoro del gruppo verso i giudici della Consulta sembra dare qualche risultato. Si tratta di capire come voteranno i 15 ermellini in camera di consiglio. Carboni parla con Martino: «Denis, Marcello, io tu e lui aspettiamo i numeri…». La risposta sembra confortante: «Siamo ottimisti.. glielo puoi dire, diglielo…». A chi deve dirlo, il faccendiere sardo, è subito chiaro: «Diglielo a Cesare, che siamo…».
«Cesare», insomma, vuole sapere quanti giudici voteranno sì al Lodo e quanti voteranno no. Nell´attesa, non disdegna aggiornamenti sul caso Cosentino e sulla sua candidatura a governatore. Ancora Martino a Carboni: «Cosentino può proseguire, credo che sia bravo come candidato…». Carboni approva: «Denis è favorevole a questo… E poi chiamo anche Cesare, d´accordo?». Ma l´ossessione principale resta il Lodo Alfano. E per avere più certezze sulle scelte dei singoli giudici, Lombardi non esita a contattare prima un esponente dell´opposizione, Renzo Lusetti, poi un altro esponente del centrodestra, Angelo Gargani: a tutti e due la stessa richiesta, il numero di telefono di un ex presidente della Consulta. Cesare Mirabelli viene effettivamente contattato, pochi giorni dopo, dallo stesso Lombardi, che saluta affettuosamente: «Presidente buongiorno, sono Pasqualino Lombardi, come andiamo?», poi gli chiede udienza: «È una cosa un po´ urgentuccia…». La otterrà, sempre al telefono, il giorno successivo. Non prima di aver esultato con Martino per aver stabilito un contatto prezioso per il suo «committente». «Domattina incontrerò il personaggio più importante d´Italia..», dice. Allude ancora a “Cesare”, che nel frattempo sta tampinando anche lo stesso Martino, che a sua volta chiosa: «Mio cugino Cesare vuole sapere… mi ha chiamato, mio nipote Cesare… concretezza… concretezza e risultati».
LA SIGNORA DELLA CONSULTA
A testimoniare tutta la pericolosità del network criminale c´è proprio la telefonata di Lombardi al presidente emerito Mirabelli: «Siccome il 6 ottobre si verificherà il lodo del ministro… in quell´occasione i suoi amici ex colleghi su che posizione staranno?». Mirabelli svicola: «Ahh, è una bella domanda…». Ma il faccendiere non molla: «Quella della Consulta che è la donna, dice che è sua amica… possiamo intervenire almeno su questa signora?». Il riferimento è a Maria Rita Saulle, giudice costituzionale, che Mirabelli conosce. Ma l´ex presidente svicola, di nuovo: «Non è che gli interventi valgano granchè, eh!? Ma comunque cosa avete come iniziative?». E qui Lombardi spiega, senza tante perifrasi: «Abbiamo fatto per lo meno accertare di raggiungere un po´ quasi tutti e le dico, il risultato, quattro negativi, cinque positivi, tre nì…». Poi l´estremo tentativo: «Comunque, vedi un poco se sulla signora possiamo avere un riscontro… Mi stanno mettendo in croce gli amici miei… che sono anche amici suoi…».
Il primo ottobre c´è un nuovo incontro a casa Verdini. E stavolta il livello del coinvolgimento delle «toghe sporche» sale ulteriormente. Lombardi annuncia a Martino che al pranzo, oltre ai «soliti noti» Caliendo, Martone, Miller, Carboni, «viene a mangià anche o´ presidente da cassazione». Cioè Vincenzo Carbone. Anche questo convivio a casa «dell´uomo verde» soddisfa tutti. Lombardi, stavolta, lo dice direttamente a Cosentino: Tutt´appost, tutt´appost, uagliò…». E del buon esito del vertice, ancora una volta, occorre che sia informato l´immancabile «Cesare». «I mo comm´ stann´ e cose a settiman che trase m´incontro pure co Cesare… Lui è rimasto contento per quello che gli stiamo facendo per il sei ottobre…». Cioè per la data dell´udienza della Consulta sul Lodo.
AL BAR DELL´EDEN , ASPETTANDO LA CORTE
Tutto sembra pronto per l´ordalia del sei ottobre. La Consulta convoca l´udienza. La sentenza arriverà il giorno dopo, cioè il 7. Negli stessi minuti in cui la Corte è chiusa in camera di consiglio e sta per annunciare il verdetto, a poca distanza dal palazzo di fronte al Quirinale c´è un´altra riunione, non meno significativa. Al bar dell´Hotel Eden, in via Ludovisi, si riuniscono Dell´Utri, Carboni, Martino e Lombardi, ad aspettare il verdetto. Alle 18 e 20 Martone chiama i «quattro amici al bar», e gli dà la ferale notizia: la Corte ha bocciato il Lodo. Lombardi sbotta: «Noi nun comandamm´ manco o cazz´ co´ sti quindici rincoglioniti…». Martino è amareggiato: «Che figura di merda, va…». Dell´Utri, uomo di mondo, è più prosaico: dice solo «eh sì, sì, va beh…».
«La P3 al telefono sembra un film di Totò», ironizzano adesso i cantori berlusconiani e i frenatori terzisti, per trasformare in burletta il nuovo scandalo dell´eolico. In realtà, l´esame di questo inquietante canovaccio di contatti, di colloqui, di incontri tra Verdini, Dell´Utri, Caliendo, Cosentino e una colorita schiera di affaristi senza scrupoli, magistrati senza etica, trafficanti del sottobosco campano del Pdl, suggerisce un´altra trama. Drammatica, per chi la voglia capire fino in fondo, rifiutando le comode banalizzazioni di regime. Tragica, per chi ha a cuore lo Stato di diritto ferito a morte e le sorti di questa democrazia sempre più squalificata. La trama è quella di un gigantesco, pericoloso «Romanzo criminale». Scritto, ideato e sceneggiato «in nome di Cesare».

La Repubblica 16.07.10

"L'assessore alle schifosate", di Antonio Scurati

L’assessore alla Cultura della Provincia di Milano ha appena enunciato il principio cardine della sua linea culturale: niente «schifosate». Noi lo guardiamo perplessi, lui ribadisce: «E’ finito il tempo delle deleghe in bianco; ora interverremo sui contenuti; quindi, niente schifosate!». Dopo lo sforzo di eloquenza, si aggiusta gli occhiali sul naso, poi, soddisfatto, tace. Noi ci guardiamo interdetti: cosa intenderà il neo-assessore con l’inaudita categoria estetica delle «schifosate»?

È una tarda mattinata del novembre 2009. Io e un mio amico siamo venuti a illustrare il progetto di una piccola e rinomata rassegna letteraria che organizziamo da anni in città con il sostegno dell’assessorato alla Cultura di Comune e Provincia. Abbiamo atteso a lungo che l’assessore ricevesse uomini con nodi alle cravatte grossi come palle da tennis, poi, una volta giunti al suo cospetto, dopo aver capito che l’assessore alla Cultura ignora, in particolare, l’attività culturale svolta dal suo ufficio negli anni passati e, più in generale, la vita culturale cittadina o nazionale, abbiamo udito il verbo delle «schifosate». Ora ce ne stiamo lì, silenti e riverenti, facendo immani e vani sforzi esegetici.

Lui deve finalmente aver letto lo smarrimento nei nostri occhi e chiarisce: «Sì… schifosate… roba del tipo che m’invitate Travaglio a parlar male di Berlusconi, oppure roba omosessuale… oppure, non so, avete presente quell’artista lì… come si chiamava?… aiutatemi… Cos’era, polacco? Insomma, quell’artista che quando hanno inaugurato quel museo di Napoli… sì, quel museo lì… come si chiamava il museo? Vabbè, insomma, quell’artista che ha messo un preservativo in testa a un crocifisso. Ma ve lo immaginate l’imbarazzo delle autorità?! Insomma, niente schifosate!».

Quella tarda mattina di novembre, io e il mio amico ce ne uscimmo mesti dall’ufficio di quello che per noi divenne, da allora, «l’assessore alle schifosate» (il suo nome proprio non conta). Ci chiedevamo dove ci avrebbe condotti una guida tanto illuminata (nel nostro caso, condusse a una rottura; mesi dopo rifiutammo un’offerta di patrocinio giunta a una settimana dall’inizio della manifestazione perché la ritenemmo tardiva nei tempi, triviale nei modi e sprezzante nell’entità: 1500 euro).

Ma al di là del caso personale, la cronaca di questi giorni risponde al nostro interrogativo di allora. Dopo aver già fatto calare su varie manifestazioni la mannaia del taglio per motivi moralistici, ideologici o di semplice incompetenza, ora l’assessore convoca in Provincia i direttori di vari teatri milanesi indicando gli spettacoli da sopprimere in base all’estetica delle «schifosate». All’Out Off si chiede di «sostituire» Orgia di Pasolini, a Renato Sarti di cancellare la Trilogia del benessere (tre atti unici portati in scena per la prima volta da Strehler nel ’91) e via dicendo. Tutte «schifosate», evidentemente. E chissà quante altre dovranno ancora essere ripulite da igienici interventi censori…

A questo punto, però, si deve deporre ogni sarcasmo e sgombrare il campo da ogni equivoco. Qui non è questione di destra o sinistra (l’assessore alle «schifosate» è di destra). Alla favola della perdurante egemonia culturale della sinistra non crede, oramai, più nessuno visto che la destra italiana detiene da decenni quasi tutte le leve del potere simbolico. Milano e la Lombardia, poi, sono governate da molto tempo, con un potere quasi assoluto, da giunte di centrodestra. Abbiamo avuto già vent’anni fa un sindaco leghista eppure si dotò di un assessore alla Cultura di alto profilo. Esiste del resto, lo sappiamo tutti, una feconda e potente cultura di destra. No, il punto non è questo. Il punto è che futuro vogliamo per Milano e per il Paese. Una Milano che guardi all’Esposizione Universale del 2015 (ammesso che ci guardi) non può tollerare un personale politico così. Qui è questione non di contrapposte politiche culturali ma di livello di civiltà, è questione di competenza, di decenza e di potenza. Ciò che inquieta della grottesca estetica delle «schifosate» è più la sua natura reattiva che non quella reazionaria, più il suo essere arretrata che non il suo essere retrograda. Ci sono forme molto più evolute, ed efficaci, anche di propaganda politica o di offerta culturale ideologica. Questi sono censori che fanno il vuoto, non il pieno. La mano lasciata libera dalla mannaia non sanno a cosa destinarla.

È questa un’emergenza che dovrebbe preoccupare tutti, non solo quelli che vanno a teatro. Nelle nostre società non c’è sviluppo senza cultura perché la crescita dipende più dalla produzione di beni immateriali che di beni materiali: informazioni, servizi, simboli, conoscenza. Oggigiorno si può essere ricchi e ignoranti per una generazione, ma non per due.

La Stampa 16.07.10

"Ridurre i fondi per l'autonomia scolastica", di Reginaldo Palermo

Ormai la legge 440/97 che dovrebbe servire a sostenere i processi di autonomia delle istituzioni scolastiche sta diventando il “salvadanaio” dal quale tutti pensano di attingere per realizzare le più disparate iniziative.
Peccato che, ormai, la dotazione finanziaria disponibile con la legge stia diminuendo di anno in anno risultando appena sufficiente a coprire le necessità più urgenti (aggiornamento dei docenti, integrazione degli alunni disabili, progetti per l’alternanza scuola-lavoro, tecnologie didattiche, cittadinanza e Costituzione e poco altro).

Per contro ormai chi propone nuove attività e iniziative che hanno bisogno di denaro sonante per essere realizzate ha ormai preso l’abitudine di pensare subito ad attingere ai fondi della legge 440.

Come ha fatto, per esempio, il senatore della Lega Giovanni Torri che ha avuto l’idea di presentare una proposta di legge per la diffusione dell’attività sportiva nelle scuole di ogni ordine e grado e per l’istituzione dei “Nuovi giochi della gioventù”; proposta di legge il cui iter parlamentare è iniziato proprio il 15 luglio in Commissione Cultura.

L’idea, di per sé, sembra anche interessante: a partire dalla classe IV della primaria le scuole organizzano corsi di pratica sportiva avvalendosi anche della collaborazione delle federazioni sportive e del CONI.

Negli istituti scolastici della scuola secondaria di secondo grado, i corsi sono invece rivolti “ad una preparazione progredita nelle medesime discipline, anche ai fini della partecipazione alle attività agonistiche di categoria”.

Gli alunni e gli studenti che partecipano alle attività sportive organizzate dalle singole scuole possono quindi accedere alle fasi provinciali dei Giochi della Gioventù (a condizione però di avere riportato nel semestre precedente la sufficienza in tutte le materie).

Il senatore Torri ha anche stimato il costo del progetto in 40 milioni di euro da coprirsi appunto mediante una opportuna riduzione degli stanziamenti previsti dalla legge 440 del 1997. Il senatore leghista non è però forse al corrente che a partire dal 2011 il fondo in questione arriverà a mala pena ad un centinaio di milioni di euro (poche decine di milioni destinati alle scuole, il resto da utilizzarsi per progetti a carattere nazionale).

Tagliarne altri 40 vorrebbe dire azzerare del tutto la quota destinata alle scuole e dare un ulteriore colpo all’autonomia delle istituzioni scolastiche

da Tecnica della Scuola 16.07.10

Cultura, salvi gli istituto storici scure su celebrazioni e enti regionali", di Carlo Alberto Bucci

Saranno i comitati per le celebrazioni degli uomini illustri, insieme con i piccoli istituti di cultura radicati nel territorio, a pagare il prezzo più alto dei tagli imposti dalla manovra finanziaria ai Beni culturali. Gli interventi disposti dal Collegio romano, sede del ministero, non prevedono la ventilata scure del 50% sui contributi a ciascun beneficiario. Ma un’operazione chirurgica tendente a fare economia salvando soprattutto le realtà di rilievo nazionale.

Martedì il ministro Sandro Bondi illustrerà nel dettaglio i tagli per 13 milioni di euro ripartiti dal suo staff, mentre la manovra finanziaria del governo fa la spola dal Senato alla Camera in vista dell’approvazione entro fine mese. Nel forziere che il suo dicastero deve a malavoglia versare al ministro dell’Economia Tremonti, sono finiti praticamente tutti i 3,5 milioni e mezzo che servivano a sostenere le associazioni nate per ricordare la nascita di Cesare Pavese o quella di Mario Soldati. I comitati falcidiati sono circa una trentina e tutti, ad eccezione di quello nazionale per i 200 anni dalla nascita di Cavour, resteranno con i rubinetti a secco.

Il tributo alla manovra d’estate si compone anche di risparmi e di prelievi effettuati sul già magro bilancio ministeriale: 4 milioni in tutto cui aggiungere i 9 di taglia. Qualcosa al gruzzolo di 13 milioni di tagli arriva anche dagli istituti di cultura più autorevoli e antichi – dall’Accademia fiorentina della Crusca alla Fondazione Cini, dall’Istituto Gramsci a quello intitolato a Luigi Sturzo – che spesso sono anche quelli che beneficiano degli aiuti più consistenti (sopra i 100mila euro l’anno) da parte dello Stato. I big dovranno tirare un po’ la cinghia – spiegano al Collegio romano – poiché i loro budget saranno leggermente limati. Ma scansano la mannaia. Che si abbatterà invece sulle istituzioni di carattere regionale.

La maggior parte dei 9 milioni di tagli arriva insomma soprattutto su realtà concentrate sulle glorie locali: tremano istituti come quello di scienze sociali Nicolò Rezzara di Vicenza, che riceveva 25mila euro l’anno, o quello lombardo, accademia di scienze e lettere, di Milano, che faceva molto conto sui 60mila euro in arrivo da Roma. Istituti come quello di studi italo-tedeschi di Merano o il “tostiano” di Ortona è molto probabile che dovranno dall’anno prossimo rivolgersi agli enti locali per avere i 30mila euro che ricevevano ogni anno dalla capitale. Ma è difficile che troveranno ascolto dalle ragionerie di Comuni, Province e Regioni, infuriate per i tagli a loro volta ricevuti dal governo, come documentato dalle proteste registrate al convegno romano di Federculture di dieci giorni fa.

Dai tagli integrali dei Beni culturali si sarebbero salvati tutti i 16 istituti che ricevono sopra i 100mila euro l’anno: come le Fondazioni Basso, Cini, Einaudi; ma mantengono l’aiuto anche l’Accademia dei Georgofili di Firenze o la Rossini di Pesaro che, nella lista dei 121 presenti nella “Tabella” triennale dei beneficiati dal Mibac, ricevono 40mila e 30mila euro l’anno. Completamente salvi dalla scure anche gli istituiti “ex lege”: 14 centri di cultura, dalla Triennale di Milano alla Quadriennale di Roma, alla Biennale di Venezia.

La Repubblica 16.07.10