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"Bersani: pronti a transizione primo obiettivo legge elettorale", di Simone Collini

Il Pd dà poco credito al Berlusconi che torna a minimizzare sulla nuova P3 (l’aveva fatto anche prima delle dimissioni di Nicola Cosentino), promette per l’ennesima volta di ridurre le tasse ed esclude «ipotesi diverse di governo». I vertici dei Democratici sono convinti che questa fase non può durare a lungo e che l’unica soluzione per uscire dallo stato di crisi sia dar vita proprio a un governo diverso, un esecutivo di transizione che in breve tempo approvi le riforme necessarie per un rilancio dell’economia e una nuova legge elettorale con cui andare poi di nuovo al voto.
È lo stesso segretario Bersani a far sapere che da parte del Pd c’è la «disponibilità a considerare una fase di passaggio per uscire da questo ciclo politico», a precisare che «quando parliamo di superamento di un ciclo, parliamo di Berlusconi» e a lanciare nuovamente un appello alle «forze più consapevoli» del centrodestra affinché riconoscano che «così non può andare», mentre è possibile dar vita a un governo di transizione
delimitato da ben precisi paletti.
Il «primo» dei quali è che sia preventivamente delineato «un percorso che abbia un esito prefissato e che preveda anche il cambiamento dei meccanismi elettorali ». Tutti gli altri ragionamenti, compreso quello circa chi possa essere a guidarlo, vengono dopo.
Il leader del Pd, che rientra stanotte dal viaggio negli Stati Uniti, viene costantemente aggiornato sull’evoluzione dell’inchiesta sulla nuova loggia segreta e sulle continue esternazioni del premier: da quella che non andrà in ferie e si dedicherà alla riorganizzazione
del Pdl, per la quale Bersani ha una replica ironica («Forse se si riposasse un po’ di più avremmo tutti meno guai»), a quella sul fatto che la nuova loggia non esiste ed è soltanto «una vergognosa montatura», sulla quale il segretario del Pd, auspicando una «riscossa civile» del paese, è molto duro: «Invece di minimizzare la questione P3, Berlusconi dovrebbe venire in Parlamento a spiegare, glielo possiamo chiedere che venga una volta in due anni a dire cosa pensa dello stato della Repubblica. Sotto questa idea del “ghe pensi mi”, sotto questa idea del capo, si costruiscono dei meccanismi paralleli alla vita politica e amministrativa favoriti anche dalle legislazioni speciali. Non c’è un problema di singolo malaffare o di mal costume di questo o quel settore, c’è un problema anche di meccanismi
ai quali mettere mano».
Ovviamente nel Pd sanno bene che molto dipenderà da come si muoverà nelle prossime settimane il premier.
«Bisognerebbe, per il bene del paese, iniziare a pensare ad un governo di salute pubblica dove dovrebbe andar via chi ha causato un danno per l’Italia – dice Rosy Bindi – e il primo a farlo dovrebbe essere proprio il presidente del Consiglio Berlusconi». E sanno bene, anche,
che dopo il piano inclinato che ha portato alle dimissioni di Scajola, Brancher e Cosentino non necessariamente c’è una strada in discesa che porterà alla crisi di governo.
Per questo Bersani lancia un appello alle forze «più consapevoli» del centrodestra a farsi avanti e per questo il vicepresidente del Senato Vannino Chiti, pur favorevole a un governo di transizione, fa notare che un simile dibattito può sembrare «nel migliore dei casi astratto» e sottolinea che «il governo Berlusconi è ancora in carica e l’obiettivo di mandarlo a casa è tutto da realizzare».

L’Unità 17.07.10

"Prove di federalismo, più tasse sulle imprese", di Valentina Conte

Il fisco in salsa federalista sa già di promessa mancata. A sorpresa, da una prima indagine sugli effetti dei nuovi studi di settore “regionalizzati”, si scopre che non solo l´obiettivo di pagare meno tasse si allontana, anzi si ribalta, ma a versare di più sarà proprio quella parte del Paese che da sempre lo invoca: il Nord. Le città più “tartassate” sono proprio lì: Milano, Venezia, Bologna. Mentre il Sud, per una volta, sorride.
Notizia ferale per i 3,6 milioni di contribuenti soggetti agli studi. A partire dalle 220 mila aziende del settore edile, le prime a testare il nuovo meccanismo di accertamento legato alle diversità territoriali. Entro il prossimo 5 agosto, molte tra loro si confronteranno con un livello del fatturato presunto relativo al 2009 superiore a quello del 2008 (calcolato in base al “vecchio” metodo nazionale) anche del 17%. E dunque saranno soggette a più tasse.
La simulazione, condotta dalla Cgia di Mestre, tiene conto dei criteri introdotti dalla legge 133 del 2008, pensati come apripista al federalismo fiscale. In pratica, nel nuovo modello, per ora applicato solo al settore delle costruzioni, si fanno rientrare tre tipi di correttivi “federalisti”. Il primo, territoriale, è basato su indicatori “locali” come retribuzioni, reddito disponibile e quotazioni immobiliari. Il secondo, congiunturale, scorpora gli effetti della crisi. Il terzo, individuale, considera livelli di calo di fatturato molto rilevanti. Tre correttivi che, nelle intenzioni, dovevano “alleggerire” i ricavi presunti su cui calcolare le tasse, proprio perché legati in maniera ancora più forte al territorio. E invece, no. O almeno non ovunque.
La Cgia prende ad esame il conto economico di due piccole imprese edili (due soci e un dipendente) e colloca la loro attività nei diversi capoluoghi: una costruisce e l´altra ristruttura immobili. Applicando i criteri incorporati da Gerico, il nuovo software delle Agenzie delle Entrate, i risultati sono inaspettati.
La prima impresa avrà un fatturato presunto 2009 superiore a quello del 2008 in quasi tutte le regioni del Nord, in particolare a Bologna (+16,8%), Milano (+16,3%), Venezia (+10,3%), ma anche ad Ancona (+7,9%), Trieste (+6,4%), Roma (+5,4%) e Firenze (+4,3%). Si salvano solo Aosta, Genova e Trento. Mentre al Sud, i ricavi presunti hanno cali a due cifre (e dunque meno tasse dovute): Potenza (-14,4%), Catanzaro (-10,7%), Napoli (-10%). Va un po´ meglio per il Nord se nel calcolo si fa rientrare il correttivo “anticrisi” (vedi grafico): Bologna, Milano e Venezia non fanno però grossi passi avanti. La seconda impresa, quella di restauro, paga più tasse quasi ovunque. Il suo fatturato presunto 2009, se confrontato con quello non “federalista” dell´anno prima, diminuisce solo ad Aosta, Campobasso e Napoli. Invariato a Genova e Palermo. In crescita, anche a due cifre, nel resto d´Italia: Milano (+17%), Torino, Venezia e Trieste (+12%), Firenze (+14%). Rialzi solo attenuati dal correttivo anticrisi (vedi grafico), tra l´altro destinato prima o poi a scomparire.
Se a questo quadro, fanno notare i ricercatori della Cgia, si accosta la crisi del settore costruzioni (quasi -7% il valore aggiunto nel 2009 rispetto al 2008) e quella dell´economia nel suo complesso (-5,5%), si comprende la situazione di «grave difficoltà» che le prime stime dell´impatto “federalista” accentuano anziché risolvere

La Repubblica 17.07.10

"I reati? Non hanno colore", di Valerio Onida

Complice forse la giornata di “silenzio stampa” del 9 luglio, non hanno avuto molta eco finora due sentenze della Corte costituzionale in tema di immigrazione irregolare depositate l’8 luglio. La prima dichiara l’illegittimità costituzionale della norma, contenuta nel primo “pacchetto sicurezza” del 2008, che aveva introdotto l’aggravante dei reati, consistente nell’essere stati commessi da persona che si trova illegalmente sul territorio nazionale. Qualunque reato era punito più gravemente (con un aumento della pena fino a un terzo) se commesso da uno straniero extracomunitario in situazione di irregolarità.

La seconda sentenza dichiara invece non fondate o inammissibili le questioni di costituzionalità sul nuovo reato di ingresso o trattenimento nel territorio dello stato in violazione delle norme sull’immigrazione, introdotto e punito (con l’ammenda da 5 a 10mila euro) dal secondo “pacchetto sicurezza” del 2009.

Sul piano generale, la prima cosa da segnalare con soddisfazione è che la giustizia costituzionale ha fatto il suo corso: magari un poco tardi (due anni dopo l’approvazione della legge, nel caso dell’aggravante), ma viene restaurato il primato dei valori costituzionali. Commentiamo qui la prima delle due decisioni, riservandoci di farlo per la seconda in un successivo intervento.

Con la prima sentenza è dunque caduta una misura imposta in Parlamento con la forza dei numeri da una maggioranza vittima della nuova ideologia anti-immigrati, in contrasto palese con i fondamenti e i limiti costituzionali del diritto penale. Nessuno poteva pensare che la minaccia dell’aggravante costituisse una efficace dissuasione dal commettere reati, che sono comunque puniti. Essa aveva il solo senso di un messaggio all’opinione pubblica e agli elettori: gli immigrati “irregolari” non sono persone da trattare (e da sanzionare, se commettono illeciti) come le altre, ma costituiscono con la loro sola presenza un pericolo per la società.

Questa ideologia distoglie l’attenzione dalle ragioni di fondo dei flussi migratori e dalla considerazione dei modi corretti per governarli, salvaguardando i beni e i diritti costituzionalmente rilevanti (attraverso una saggia politica dell’immigrazione legale, e la lotta a tutte le forme di “sommerso”, dal lavoro nero alla criminalità organizzata, che di fatto alimentano in larga misura la irregolarità).
La Corte ancora una volta ha applicato il principio costituzionale che è a base di tutti gli altri, l’eguaglianza «senza distinzione… di condizioni personali e sociali» (articolo 3 della Costituzione). Ha ribadito la inammissibilità di norme penali che attribuiscano rilevanza – indipendentemente dalla necessità di salvaguardare altri interessi di rilievo costituzionale – a una qualità personale e la trasformino in un vero segno distintivo delle persone rientranti in una data categoria, in uno “stigma”; che la violazione delle norme sul controllo dei flussi migratori «non può introdurre automaticamente e preventivamente un giudizio di pericolosità del soggetto responsabile»; che ciò contrasta anche con il principio costituzionale di legalità dei reati e delle pene, per cui si punisce il soggetto per le condotte illecite tenute e non «per le sue qualità personali». Ha sottolineato infine che l’introduzione successiva del reato di immigrazione irregolare peggiorava ulteriormente la situazione, perché portava a una doppia penalizzazione (autonoma, e a titolo di aggravante) della stessa condotta.

Ciò significa che lo stato italiano deve divenire più “permissivo” in tema di contrasto alla immigrazione irregolare? Certamente no. Vuol dire solamente che deve smettere di considerare l’immigrazione irregolare come un problema soprattutto di ordine pubblico, da affrontare ampliando il ventaglio degli strumenti repressivi penali. Questo atteggiamento porta a distorcere la realtà e a corrompere i principi della politica criminale. Per altro verso, porta a vantarsi dei respingimenti in mare delle barche dei disperati, che, per “proteggere” le nostre coste, non esitano a mettere nelle mani di un regime come quello libico le sorti di esseri umani indifesi, mettendo fra parentesi i diritti umani. Porta a ignorare la grande varietà di situazioni e di circostanze che stanno dietro al fenomeno dell’immigrazione, e a “sparare nel mucchio”.

Le altre strade ci sono. Sono più difficili, è vero, richiedono più coraggio, più inventiva, più realismo, più capacità tecniche, organizzative e politiche, più risorse. Soprattutto richiedono la volontà di guardare in faccia i problemi nelle loro dimensioni e nelle loro cause, e non di inseguire un “facile” consenso elettorale fondato sulla paura e sulla chiusura.

Il Sole 24 Ore 16.07.10

"Le Idi di Luglio", di Massimo Gramellini

Ave direttore, attraverso il Suo giornale intendo denunciare l’uso improprio che in questi giorni si sta facendo del mio nome. Mi ritrovo coinvolto in resoconti bizzarri, tirato in ballo da individui a me del tutto ignoti. «Amm’a vedé Cesare» (ma che lingua è, sannita?). «Credo che il dossier sia arrivato nelle stanze di Cesare, i tribuni ne hanno già dato notizia». (Chiacchieroni perditempo, prima o poi li caccio e metto al loro posto una vestale). «Marcello parla anche a nome di Cesare». Alt. E chi sarebbe questo Marcello che parla a mio nome? Il glorioso console che conquistò Siracusa o il noto bibliotecario che tiene i contatti con Palermo? Ce n’è uno che si spaccia per mio cugino: gli dedicherò il «De bello pallico», una raccolta di barzellette lapidarie (la mia preferita è «Veni vidi Ici», dedicata al federalismo fiscale). Un altro tira in ballo la storia del «vice Cesare» e qui non vorrei sembrarle petulante, ma visto che sull’argomento ho già preso un bel po’ di pugnalate, ribadisco che non esiste ancora un vice designato. L’ho spiegato a Bruto, a Marcantonio e anche ad Augusto, il quale mi dicono abbia avuto in dote il Tg1, ma non da me, ripeto, non da me. Ho il sospetto, direttore, che qualcuno a Roma stia usando impropriamente il mio nome per i suoi loschi affari. Appena torno dalla Gallia (lunedì sarò a Mediolanum con Aznavour) andrò in fondo a questa storia. Avrebbe per caso un dado da prestarmi? Firmato: Cesare (Caio Giulio)

La Stampa 17.07.10

"Quella macchina del fango targata Cosentino", di Roberto Saviano

Quando si dà fastidio al governo o a chi comanda cosa succede in Italia? Quando un politico viene scelto al posto di un altro più potente ma indagato dall´antimafia cosa accade? Ora lo vediamo. In quel momento, infatti, si attiva una macchina fatta di dossier: giornalisti conniventi e politici faccendieri cercano attraverso media e ricatti di delegittimare i rivali. Così succede a chi non si allinea, fango, voci, raccolta dei vizi, sgretolamento delle virtù. Un mestiere in cui alcuni cronisti campani sono maestri, un meccanismo che in Campania è remunerativo più che altrove. Leggere le indagini di questi ultimi giorni prende allo stomaco, crea vertigine. Per questo tutti devono sapere e chi non reagisce sceglie, in qualche modo, di essere complice. Provate a leggere e capire quanto organizza Nicola Consentino insieme a Arcangelo Martino, Pasquale Lombardi, Flavio Carboni, Ernesto Sica. Con un aiuto fondamentale. Quello del Presidente della Corte di Appello di Salerno perché secondo i carabinieri «Umberto Marconi dà una consulenza giuridica a tutta l´operazione e connette le informazioni all´ambiente giornalistico e giudiziario». Il gruppo si organizza per cercare di delegittimare Stefano Caldoro candidato prescelto dopo che Nicola Cosentino è stato accusato dalla procura di Napoli di essere un politico e un imprenditore a disposizione del clan dei Casalesi e da questi costruito.
Berlusconi è informato – da quanto emerge nelle intercettazioni – di tutto. Attraverso Denis Verdini a Roma tutti sanno cosa sta facendo la banda del fango. Lasciano fare, per capire effettivamente se la diffamazione di Caldoro può oscurare le accuse di mafia a Cosentino. Tutto questo avviene inaspettatamente, essendo Caldoro un pupillo di Berlusconi, ma Cosentino è più potente più utile, e sa molte cose. Fino alla fine, il gruppo aspetta di convincere Berlusconi, che monitora e attende sino all´ultima ora disponibile per vedere se il piano viene realizzato o invece l´opinione pubblica ne resta indifferente.
Cosentino vuole assolutamente diventare presidente della Regione Campania, e chi gli è intorno sa che con Cosentino presidente della Regione gli affari sarebbero esponenziali e quindi il gruppo – secondo l´indagine dei Carabinieri di Roma – inizia a raccogliere informazioni su Caldoro. La prima cosa che colpisce è che l´elemento chiave sono i suoi presunti rapporti omosessuali. L´omosessualità che attribuiscono a Caldoro diventa strumento di delegittimazione. Ed è una dimostrazione dell´arretramento della cultura politica. Quale sarebbe il “reato” o lo scandalo nell´essere omosessuale? Cosentino e il suo gruppo contano invece sul fatto che legare la vicenda Marrazzo a quella di Caldoro può incidere sull´opinione pubblica. L´obiettivo è fare pressioni sul Pdl romano, poiché, evidentemente, il sospetto di essere gay pesa più dell´essere indagati dall´antimafia. Emerge dalle intercettazioni che questa è la trovata di Cosentino e infatti alcuni vengono investiti del compito di compilare un dossier su Caldoro e i presunti suoi amanti uomini. Il dossier stenta ad arrivare e Martino e Cosentino sono preoccupati. Temono che tutto possa essere solo una storia di voci. Da dire con la “bocca”. Loro voglio carte, dossier, dettagli da poter usare:
Cosentino: Ma quell´amico la relazione l´ha portata no?
Martino: L´ho chiamato sta venendo.. detto tra me e te mi sono anche molto arrabbiato nicò perché sono scocciato
Cosentino: questo vuole piglià per il culo
Martino: ho detto con la bocca con la bocca si mangiano i maccheroni diceva totò
Cosentino: bravissimo bravissimo
Martino: (…) Porta la cazzo di relazione perché sennò la scrivo io e non ne parliamo più
Cosentino: bravo bravo bravo
Martino: Se sai scrivere se poi non sai scrivere io lo so fare perché non sono fesso sono pure un poco laureato come te io non so che cazzo faccia nella vita..
Cosentino: non lo so manco io
Martino: forse farà i pompini pure lui che ne so ci stanno tanta gente qua Caldoro coso.. tutti questi fanno questo. Tutti. I bocchini.
Cosentino: I bocchiniani
La battuta sul cognome di Italo Bocchino è scontata ma Martino riconosce a Cosentino il merito di aver descritto bene la corrente che gli si oppone nel Pdl Campania:
Martino: Ma tu mi.. assai quando dicesti quel gruppo di ricchioni, di frocetti, di frocetti
Cosentino: di frocetti ma io sono lungimirante…
Martino: È lo so no tu sta cosa te la porti appresso perché sei stato un grande
Cosentino: si si il fatto dei frocetti questo rimarà nella storia
Martino è entusiasta della trovata di Cosentino di mostrare che i suoi rivali siano gay ed è convinto di poter aver un consenso enorme dall´elettorato su questa vicenda:
Martino: io lo dirò nella prossima conferenza stampa che farò allo stadio San Paolo con te, ti porterò 70, 80 mila persone. Ma te lo giuro tu pensi che io scherzo nicò
Così si forma il gruppo, si affidano “indagini” per capire. I giornalisti sono “guaglioni e´ barbiere” ossia “ragazzi di barbiere” che lavorano per loro, i testimoni vengono definiti “cantatori” perché cantano storie e dettagli sulla vita privata del loro rivale. Così le informazioni vengono raccolte. Martino e Sica si sentono su questo.
Martino: si!
Sica: è abbastanza chiaro?
M: si è chiaro ma vedo solo…
S: questo è…queste sono diciamo…
M: solo date praticamente!
S: no è dove c´è la certificazione! Mo bisogna vedè diciamo…anche la fotocopia delle cose vabbuò?! E ciooè …qua sembra….
M: Ma io vedo…vedo soltanto …
S: le date e i…e i luoghi
M: ehehe…e i luoghi…luoghi..
S: eh!
M: eh poi non vedo più niente qua dice particolarmente etc etc
S: eh! è dice
M: poi basta non c´è più niente eheh! Non c´è un…un…unnnn….
Martino vorrebbe i nomi delle persone che Caldoro avrebbe incontrato, Sica gli ha procurato i nomi degli hotel e gli promette anche altri documenti. Poi svela il suo piano: terrorizzare Caldoro senza diffondere le notizie.
Sica: …quello già sbanda perché sono veritiere voglio dire! Adesso tutto il resto veramente è contorno perché la ci sta proprio nome e cognome! Quindi basta che tu gli dici ma tu gli dici il 19 settembre sei andato la! Quello…poi dopo di che veramente …. mo bisognerebbe avere una copia…una cazzata perché queste sono leeee perché poi lì lui lì andava bimestralmente il vizio è pesante ehhhh
Caldoro diventa un problema vero per Cosentino, perché lui ha il potere elettorale e imprenditoriale ma Caldoro è più presentabile. Martino nell´intercettazione è chiaro. Bisogna eliminare la candidatura di Caldoro definito “culattone” nell´ottica tipica napoletana che chiama “ricchione” il gay povero e “culattone” il gay ricco.
Martino: “Qua la cosa importante è culattone…e domani dice: vabbuò togliamo a culattone adesso parliamo”.
Cosentino: bravo bravo bravo…. d´accordissimo questo è l´obiettivo principale poi tutto il resto è…
La costruzione del dossier è partita. Parlano con Denis Verdini, cercano Berlusconi, li avvertono che girano queste voci. Martino e Cosentino non si fidano dei loro “contatti” con Berlusconi. Li definiscono tutti uomini con la “posta”, con una taglia, una paura, un ricatto. Martino arriva persino a dare dello “stronzo” a Berlusconi perché non capisce chi ha il potere e chi è invece solo un “frocetto”
Martino: Sono tutti femminielli e frocetti capito
Cosentino: Davanti fanno eh bravo davanti fanno la cosa poi quando vanno di fronte al Cavaliere ognuno si vede la posta capito?
M: E quello il Cavaliere per questo è uno stronzo solo la gente come me può dire che è no stronzo
Non vengono stoppati. Sembra piuttosto che vogliano aspettare le reazioni dei loro elettori. Cosentino e Martino si sentono dopo aver ricevuto una nuova versione del dossier. Sono contenti del risultato.
Martino: allora lì ci sono tutte cose circostanziate definite e puntuali di date di dove va ma va fino all´altro ieri eh? Attenzione
Cosentino: Ah…
M: questo è metodico
C: addirittura
M: fino all´altro…si è metodico ma fino all´altro ieri, e l´ha sanno ovviamente con chi va tra i clienti è molto conosciuto. Chi si porta alti belli biondi. Coso…occhi azzurri eccetera (…)
Ogni volta che parlano dei presunti compagni di Caldoro sono sempre più precisi nella descrizione fisica e si trovano spesso riferimenti a “persone fonti”. Il che fa pensare che siano loro stessi a “costruire” le persone per gli incontri.
Ma c´è di più, di peggio. C´è un passaggio in cui Cosentino chiede a Martino se c´è solo la vicenda dell´omosessualità o anche “l´altro”. “L´altro” secondo i Carabinieri è il tentativo di fabbricare un´accusa di camorra. Così da pareggiare la partita. Camorra Cosentino, camorra Caldoro. Ma su di lui peserebbe anche il “sospetto” di essere gay. Prendi un vecchio pentito, fuori dai giochi e gli fai sparare qualche accusa, il tempo di finire sui giornali; poi magari i pm dimostrano che è falsa, ma intanto il fango ti è arrivato. Un vecchio gioco delle organizzazioni criminali che solo procure antimafia forti e integerrime riescono a sventare. La logica qui è la medesima dei quotidiani della loro area, ossia sostenere che niente è pulito, tutto è sporco, tutti si è uguali nei vizi e negli interessi. Dunque nessuno può fare la morale.
La macchina del fango vive di questo desiderio di mettere tutti sullo stesso piano: tutti corrotti, tutti viziosi. Un meccanismo che si riesce a bloccare quando non si contrappongono più santi a demoni, ma piuttosto quando si dimostra che pur nella contraddizione che è degli esseri umani, gli interessi sono diversi, le azioni sono diverse. E anche le debolezze sono diverse.
Cosentino: la relazione riguarda soltanto quell´aspetto là…o pure l´altro…
Martino: no l´altro c´è pure quello, però questo è una cosa che come fece quel Piero là
C: mm, si si
M: che poi è stato visto tutto dopo, qua lo si vede prima, e scusate questo lo fa tutti i giorni mo, e con queste date ovviamente appena esce ci sta chi le mette fuori
C: vabbè vabbè
M: ci fa il servizio anche ben probante e pulito (…)
M: io credo questa sia la svolta
C: È´ finita..
Invece non è finita per niente. Il dossier non sortisce effetto. Allora Pasquale Lombardi geometra avellinese, faccendiere che ha relazioni con i poteri che contano, giudici, imprenditori, politici, e che vuole la candidatura di Cosentino, spinge per far uscire il dossier sulla stampa. Non alla loro stampa: sarebbe troppo chiaro il disegno. Propone di dare il dossier alla redazione di Repubblica a Napoli, sperando che venga pubblicata perché è contro il centrodestra. Ma il tentativo non riesce.
Lombardi: Ma chest sai che bulemm fa? Piuttosto na cosa di chest potrebbe essere data a la Repubblica in una busta accussi, virit che succer´, anche questo…(ma questo sai che vogliamo fare piuttosto una cosa di questa potrebbe essere data a la Repubblica in una busta così vedete che succede anche questo)
Ma a questo punto la banda del fango non può più sperare che la cosa sia risolta da Roma, anche perché la Cassazione respinge il ricorso di Nicola Cosentino. Sembrano nulle le possibilità di essere il prossimo Presidente della Regione Campania. Eppure ha la certezza dei voti, ha il piano degli affari, tutto gli sembra così vicino. Il pentito da usare contro Caldoro è Bruno Rossi ex boss della zona di Fuorigrotta che avrebbe dovuto parlare di una alleanza tra lui e Caldoro negli anni ´90 contro Amato Lamberti. Martino riceve un sms:
“Dici a nicola che dovrebbe uscire il rapporto di Caldoro con i trans forse del problema ha parlato anche un pentito. Che fine abbiamo fatto siamo finiti in un mondo di froci. Povero Berlusconi.”
Esce infatti l´articolo, vero e proprio capolavoro di intimidazione. Esce su un blog, www. campaniaelezioni. altervista. org. Un blog visto da pochissimi. Ma anche questa è una logica rodata e molto utilizzata in Campania. Di cronisti frustrati e licenziati ce ne sono tanti. Il blog ti mette al riparo dalle querele, al massimo viene chiusa la pagina, ma permette che la notizia arrivi agli addetti ai lavori. Così le redazioni dei giornali vengono a sapere informazioni private su Caldoro. Un articolo che pubblica esattamente il dossier voluto dalla banda del fango e che finge di essere a favore di Caldoro, dicendo che “è una valanga di sterco caduta a valle”, fa riferimento al “sobrio” Caldoro scelto al posto di Cosentino. Finge di difenderlo ma diffonde il fango.
Appena esce il blog, Sica e Martino ricevono molte telefonate preoccupate. Fingono di non sapere niente. Martino riceve mentre è a cena davanti ad altri del partito la telefonata di Sica. È una messa in scena.
Sica: Mo mo stavo leggendo ho visto internet na cosa campagna elezioni per esempio ma pure un altro blog come si chiama elezioni. it (..) sul conto del candidato nostro una cosa incredibile dice: un marrazzo in campania, nuovo caso marrazzo
Martino: Vabbè è un attacco di merda ma come si permettono
Recitano la parte dei “feriti dalla notizia” e chi è lì al tavolo ovviamente prende atto che loro non ne sapevano nulla. Ed invece il sindaco di Pontecagnano (e assessore regionale poi costretto alle dimissioni) Sica e Arcangelo Martino sanno tutto, sono loro gli artefici di quel dossier. Sperano che Annozero, avendo due campani, come Santoro e Ruotolo a gestire la trasmissione si occupi con maggior dettaglio della vicenda Caldoro, e sperano che pur di battere il Pdl, De Luca il candidato del centrosinistra sia disposto a riprendere le notizie del dossier. Guardano con piacere che si sta diffondendo in tutte le redazioni la notizia, anche se non esce su nessun grande giornale, tutti ne parlano e il vento della calunnia diventa tempesta, sperano Caldoro si ritiri terrorizzato, che la sua famiglia possa rompersi, vogliono minare il suo equilibrio. Fino alla fine sperano di poter vedere Caldoro inciampare così da dimostrare che Cosentino solo avrebbe potuto traghettare alla vittoria il Pdl. La notizia si diffonde ovunque e Sica e Martino iniziano ad accusare la “sinistra” di diffondere il dossier costruito da loro, addirittura dicono che è una “porcata”. A leggere sembra che pensino di essere intercettati e quindi vogliono dare la colpa ad altri, o forse sono rimasti talmente impressionati dalla diffusione del dossier che pensano davvero che i “nemici” politici lo stiano sfruttando.
Martino: queste sono porcate ma secondo te è la sinistra che sta facendo sta cosa?
S: io penso di si sono..
M: La sinistra eh…
S: quelle porcate che si fanno proprio…
S: quelle porcate che fanno sotto elezioni sti delinquenti pensa un po´ che oggi ho parlato con uno… questi verseranno ancora altro veleno sopra tutto diciamo il gruppo storico che si… monnezza solo su monnezza, un clima proprio mammamia
M: addirittura? Un clima proprio terribile che verrà fuori domani su Annozero
S: domani c´è Annozero, quello De Luca se lo mangia voglio dire non c´è partita.
Cosentino e co. Dopo che Caldoro viene designato come candidato, cercano in extremis di puntare su Lettieri che gli garantirebbe, a leggere le cose che dicono, le stesse condizioni di Cosentino. Ma neanche Lettieri verrà poi prescelto. A quel punto la banda del fango vuole portare i voti al centrosinistra per punire Caldoro: «Arcangelo dice che farà un pensiero su De Luca»… «Arcangelo gli dice che anche lui a questo punto è orientato a spostarsi a sinistra» sono le ultime intercettazioni. Dall´altra parte bassoliniani ostili a De Luca votano Caldoro. Tutto diventa una battaglia tra bande che comprano voti e non c´entra più nulla l´idea, la passione politica, il programma, il piano, la Campania diviene l´emblema di questo Paese. Il paese intero, governo in testa, ricattato da questo sistema. Cosentino ne esce apparentemente sconfitto quando l´informazione nazionale si occupa di lui costringendo i suoi a non candidarlo. Ma sa di avere sotto ricatto molti, sa di essere il politico che conta, con i voti, i soldi, le informazioni. Ma sembra che il suo potere continui a sopravvivere soprattutto nei dossier e nella capacità di egemonizzare con il suo ruolo il ciclo dei rifiuti: perdi Cosentino, la Campania torna a sommergersi di rifiuti. E questo il governo non può permetterselo, avendo sbandierato la finta soluzione dell´emergenza rifiuti.
Qualunque sia il tuo stile di vita, qualunque sia il tuo lavoro, qualunque sia il tuo pensiero, se ti poni contro certi poteri questi risponderanno sempre con un´unica strategia: delegittimare. Delegittimare il rivale agli occhi della pubblica opinione, cercare di renderlo nudo raccontando storie su di lui, descrivere comportamenti intimi per metterlo in difficoltà, così che le persone quando lo vedono comparire in pubblico possano tenere in mente le immagini raccontate e non considerarlo credibile. Un vecchio boss della Nuova Famiglia, Pasquale Galasso, alla domanda «Perché non uccidete magistrati?» rispose chiaramente: «Signor giudice noi preferiamo delegittimarli».

La Repubblica 17.07.10

"Cronaca di una stangata: Chi paga il rigore di Tremonti", di Bianca Di Giovanni

C’è chi già si è accorto molto bene che significano le parole «rigore e austerità» così tanto ripetute dal ministro Giulio Tremonti per giustificare l’ultima stangata prodotta dai suoi uffici. Dopo aver messo in salvo i capitali illegalmente esportati, e anche i propri stipendi (tuttora non risulta che i parlamentari si siano tagliati granché quanto a prebende), il governo si è convertito al credo della «frugalità»: basta che sia degli altri. Così, è arrivata la «dieta» su tutto quello che sa di Stato o di pubblico. Più che una dieta è una pozione mortale, gli anglosassoni chiamano il sistema: «starving the beast». Affamare la bestia. Cancellare il pubblico per lasciare agli «spiriti animali» campo libero. Ma per i cittadini come funziona la pozione?

PENSIONI Per ora hanno cominciato a subirne gli effetti i pensionandi del pubblico impiego. Chi si aspetta di ricevere una liquidazione superiore ai 90mila euro sa già che la otterrà a rate trimestrali. Così, appena uscito il decreto, coloro che hanno già raggiunto i requisiti per il pensionamento sono corsi a presentare il preavviso. usciranno dal lavoro entro novembre. Certo, anche chi non si aspetta un Tfr così ricco è tentato dalla fuga dal lavoro: dall’anno prossimo, infatti, per le pensioni c’è una raffica di penalizzazioni. Chi resta al lavoro è destinato a una sorta di gioco dell’oca. Tra l’altro a stiopendio congelato: niente rinnovi. Le donne andranno in pensione a 61 anni nel 2011, a 65 l’anno dopo. Ma la cosa non è così semplice, perché con le finestre a un anno e il vincolo dell’età alla speranza di vita nel 2012 si andrà a 66 anni e 3 mesi.

TRASPORTI Con il primo luglio si sono accorti della stangata anche gli automobilisti. È entrata infatti subito in vigore la norma che autorizza l’Anas a chiedere un pedaggio per i tratti gestiti dalla società, e contemporanemente sono scattati gli aumenti dei gestori. Un vero salasso per i pendolari. Tra i più colpiti proprio i cittadini abruzzesi, che pagano sia arrivando a Pescara, sia arrivando a Roma. Con l’anno nuovo sarà un calvario sul trasporto pubblico. I tagli alle Regioni di fatto depotenziano tutti i treni dei pendolari. Il servizio si ridurrà dal 10 al 20% per 740mila pendolari giornalieri.

BAMBINI Tra l’autunno e Natale peggiorerà lavita anche di molti bambini e delle loro famiglie. Il Comune di Roma ha appena annunciato l’intenzione di sospendere il servizio degli asili nido durante le ferie natalizie. In più accorcerà l’orario, posticipando di mezz’ora l’entrata e anticipando di un’ora e mezzo l’uscita. Immaginiamo l’inferno nelle famiglie in cui lavorano tutti e due i genitori. La delibera del Campidoglio è stata appena varata, la Funzione Pubblica Cgil ne chiede il ritiro immediato. Con capodanno inizierà un vero Calvario anche per altri bimbi: quelli sfortunatissimi. La manovra, riducendo del50% la spesa per il personale a tempo della pubblica amministrazione, senza fare distinzioni di sorta, dà un colpo mortale al Centro nazionale Trapianti, una struttura formata per gran parte da personale con contratto a termine di alta specializzazione. Il centro funziona da «cabina di regia » per l’intero sistema dei trapianti nel Paese, intervenendo in particolare nei casi di trapianti pediatrici, e in quelli urgenti con particolari patologie. Solo grazie a quel centro l’Italia è riuscita a recuperare ritardi storici in questo settore: ora rischia di tornare agli anni ‘90, quando era tra gli ultimi in Europa

L’Unità 17.07.10

"I giudici e il peso del rinvio", di Luigi La Spina

Le sentenze dei magistrati si rispettano, ma si possono commentare. La decisione dei giudici amministrativi sulle elezioni regionali in Piemonte ha innescato, per la felicità dei giuristi, una ridda di interpretazioni e di pareri contrastanti. Per il comune cittadino, invece, la reazione, di sorpresa e di sconcerto, è stata abbastanza comune. Di fronte a due litiganti, ci si aspetta un verdetto che dia ragione o all’uno o all’altro. Al contrario, davanti a due strade, i giudici del Tar ne hanno individuato non solo una terza, persino una quarta e una quinta. Dalla giustizia si chiede la riduzione delle tesi contrastanti in una sola verità. Come si può non esprimere un sentimento di perplessità, quando da una camera di consiglio nasce una moltiplicazione delle ipotesi? A tutela del lettore, e magari anche dell’autore, è bene evitare di scendere in dettagli giuridico-amministrativi che, una volta e chissà perché, si attribuivano alle propensioni contorte di menti bizantine. Ma con qualche azzardo, il mestiere impone di tentare una semplificazione.

Contro la vittoria del leghista Cota, alla Regione Piemonte, erano stati presentati ricorsi per quattro liste a lui collegate. Respinto quello sui «Verdi-Verdi», i giudici hanno sospeso la decisione per la lista «Pensionati per Cota», in attesa del processo penale. Hanno ordinato, invece, il riconteggio dei voti per due liste, «Consumatori» e «Al centro con Scanderebech», considerandole presentate in modo irregolare. Il buon senso del cittadino, benché già un po’ provato, potrebbe a questo punto sentirsi meglio, nell’ipotesi che tutto si possa risolvere con una, sia pure faticosa, operazione aritmetica: se Cota risulta vincitore anche senza i voti delle due liste, ma con quelli espressi alla sua persona, quale candidato collegato alle liste incriminate, il verdetto viene confermato; altrimenti avrà vinto la sua competitrice, Mercedes Bresso. Troppo facile: la legge prevede che basti la croce su una lista, per contare quel voto anche per il candidato presidente di quella coalizione elettorale. Poiché non è ammessa ignoranza, se non c’è una esplicita volontà di dare il cosiddetto voto disgiunto, le intenzioni del cittadino devono essere rispettate anche in questo caso.

Ancora troppo facile: la presentazione di liste irregolari, hanno sentenziato i giudici, altera la composizione dell’intero consiglio regionale. Allora, penserebbe il sempre sbalordito cittadino, quei magistrati hanno deciso di far tornare i piemontesi alle urne? No. Non è detto: tutto è demandato a una prossima udienza e a un futuro di ricorsi, appelli, sospensive, rinvii… E’ vero che il sospetto è l’anticamera del peccato, ma, come ricorda uno che di peccati e di sospetti se ne intende, Giulio Andreotti, molte volte ci si azzecca. Non sarà che i nostri giudici abbiano voluto evitare di prendersi la responsabilità di una scelta chiara, di accollarsi il peso di un verdetto che avrebbe indignato sicuramente il cinquanta per cento degli elettori? Una domanda forse maliziosa, ma che rivela anche l’illusione di potersi sottrarre all’ingrato compito: quella responsabilità, infatti, cacciata dalla finestra, rientra dalla porta. E’ la responsabilità di provocare, in un momento già difficile, una confusa situazione di ingovernabilità, di impotenza decisionale, di polemica e di tensione politica intollerabile. E queste conseguenze sono più gravi di quelle che avrebbe suscitato una scelta netta e comprensibile a tutti.

Si parla spesso di una magistratura messa sotto accusa dalla politica per motivi strumentali. Molti giudici si lamentano del mancato rispetto nei loro confronti. Ma, in alcuni casi, sono i magistrati stessi a intaccare la loro credibilità e la loro autorevolezza. Quando, come ha efficacemente scritto sulla Stampa di ieri il professor Carlo Federico Grosso, adottano comportamenti che ledono la loro immagine di imparzialità. Ma anche quando non sentono l’urgenza e il dovere di assumersi la loro «coscienza di responsabilità».

La Stampa 17.04.10