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Diritti dei disabili, diritti di civiltà. Il Governo modifica la manovra.
Il Pd alla manifestazione di Piazza Montecitorio indetta da Fand e Fis. Il governo fa marcia indietro e modifica alcuni punti della manovra. Ma non basta. Leggi le nostre proposte di intervento.
Ieri il Pd ha partecipato alla manifestazione per i diritti dei disabili che si tenutasi a Piazza Montecitorio, a Roma. Una manifestazione indetta dalle associazioni dei disabili Fand e Fish contro i tagli previsti dalla manovra che ristringe i criteri per il riconoscimento della indennità di accompagnamento e innalza la soglia percentuale per l’attribuzione dell’assegno di invalidità.
Il Pd era presente con la presidente dell’Assemblea nazionale Rosy Bindi, con la responsabile delle Politiche per la famiglia Cecilia Carmassi e i parlamentari che si sono battuti in Parlamento contro la manovra insieme alle associazioni.
“Che fine ha fatto – si chiede Cecilia Carmassi – il governo della difesa della vita e delle famiglie? Solo chi è sostanzialmente in fin di vita ha diritto a misure (minime) di sostegno o all’accompagnamento? Gli altri,
disabili con patologie plurime, non autosufficienti che si muovono con ausili e protesi o hanno limitata autonomia fisica o psicologica, vengono trattati come indebiti fruitori di risorse pubbliche e la loro vita non ha più garanzie in termini di qualità e dignità”.
“Tutto questo – conclude Carmassi – è inaccettabile ed è grave che molti esponenti del governo abbiano per giorni e giorni assicurato che queste norme sarebbero state abrogate. Oggi il rimedio è peggiore del danno. Per questo il PD ha deciso di partecipare alla manifestazione promossa da Fish e Fand per il giorno 7 luglio”.
In seguito alla manifestazione un risultato è stato ottenuto, il governo ha fatto marcia indietro e ha promesso di apportare delle modifiche alla manovra finanziaria.
“Un governo che costringe migliaia di disabili a scendere in piazza sotto il
solleone di Luglio ha perso il senso della misura”. commenta Cecilia Carmassi, partecipando al presidio, “Solo nelle ultime ore ha annunciato una marcia indietro che chiediamo da giorni per una norma che è vergognosa e ancora non siamo certi che la marcia indietro sia effettiva e totale. Vogliono riconoscere oppure no il diritto ad una vita dignitosa per disabili e non autosufficienti? Questo è il discrimine tra una società che cerca di realizzare la giustizia sociale ed una società che abbandona i più deboli”
Per Giuseppe Fioroni, Responsabile Pd Area Welfare, quella di oggi: “E’ stata vinta una battaglia di civiltà e rispetto della dignità della persona: grazie alle associazioni e all’azione del Pd il governo è stato costretto a fare marcia indietro rispetto a una delle tante norme inique introdotte nella manovra economica, quella riguardante le disabilità. Almeno una delle tante vergogne è stata rimossa. Ora ci auguriamo che non ne spuntino altre”.
Per Ileana Argentin: “Il continuo tira e molla sugli emendamenti che innalzano la percentuale di disabilità per ottenere una misera pensione è scandaloso e, ad oggi, rimane un annuncio la proposta emendativa che riporta la percentuale al 74% per aver diritto alla pensione di invalidità. Mi indigna lo sbando del Governo e della maggioranza su questo tema perché si sta giocando sulla pelle di migliaia di cittadini che vivono un disagio. Io stessa – conclude la Argentin -, ho ricordato con un mio intervento in Aula che il Governo non può fare finta di nulla e che si deve prendere le sue responsabilità”.
Anche Livia Turco, capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera, presente al presidio di stamattina, chiede che alle parole seguano, il prima possibile, i fatti. “Il governo deve mettere nero su bianco – dichiara la Turco – le modifiche delle norme contenute nella manovra economica che colpiscono duramente i disabili. La marcia indietro a cui è stata costretta la maggioranza dalla protesta delle associazioni dei disabili, per quanto precipitosa, è per il momento insufficiente”.
“L’aggressione ai disabili – prosegue Turco -, portata avanti dalla destra, è stata solo attenuata dalle modifiche annunciate sulle condizioni per ottenere l’assegno mensile di assistenza. Devono essere ritirate anche le limitazioni all’erogazione dell’assegno di accompagnamento”.
Per la senatrice Fiorenza Bassoli, capogruppo Pd in commissione Sanità al Senato, “Resta sconcertante l’idea che dietro la denuncia dei casi dei falsi invalidi si voglia negare il diritto ai disabili di poter vivere una vita dignitosa e del peso che questo comporta anche per le famiglie che si trovano a reggere completamente sole l’assistenza e il sostegno. Nel nostro paese non c’è un’assistenza diffusa per le persone disabili, situazione ulteriormente aggravata dal taglio al fondo per la non autosufficienza,fortemente voluto dal governo Prodi proprio per il sostegno e l’aiuto ai disabili e alle loro famiglie”.
Fiorenza Bassoli denuncia come la filosofia del Governo di centro destra sia “orientata all’esclusione di queste persone perché anche nei luoghi dove maggiore è la possibilità di una loro integrazione, come la scuola e i luoghi di lavoro, rimangono forti lacune delle modalità di sostegno.”
La senatrice conclude ricordando che “sia stato accantonato l’emendamento che sopprime il taglio per la rivalutazione delle pensioni per le persone emo-danneggiate.
Per la difesa di questi diritti noi continueremo la nostra battaglia fino all’approvazione definitiva della manovra”,
La senatrice Mariangela Bastico commenta: “È stata necessaria una grande manifestazione di tutte le associazioni dei disabili sotto un sole cocente, è stata necessaria un’intera mattinata per sottoporre a votazione il testo 2 del relatore che cancella le ingiuste e vessatorie norme contro i disabili contenute nel testo originario della manovra e peggiorate dall’emendamento del relatore. Il Partito Democratico in commissione Bilancio ha votato a favore, esprimendo disappunto per il ritardo e soddisfazione per l’approvazione, anche se, nel testo della manovra, rimangono ancora norme che vanno cancellate o migliorate quali quelle sulle commissioni per la certificazione della non autosufficienza dei ragazzi disabili per ottenere gli insegnanti di sostegno e, più in generale, le norme sull’integrazione scolastica. Il governo deve
abbandonare completamente l’idea di fare cassa sulle persone svantaggiate non toccando invece coloro che hanno redditi più elevati. È possibile togliere insegnanti di sostegno o l’assegno d’accompagnamento e non
chiedere un euro in più ai cittadini più abbienti e meno svantaggiati?”.
“L’approvazione dell’emendamento del relatore che riporta al 74% la soglia di invalidità per l’accesso ai benefici è una vittoria dell’opposizione, delle associazioni, degli invalidi e delle loro famiglie. Un atto di civiltà che il governo e la maggioranza sembravano voler affossare”. Lo dichiara la senatrice del Pd Rita Ghedini che poi continua: “Nonostante l’importantissima eliminazione di questa norma che avrebbe fatto risparmiare una cifra risibile, restano aperti due consistenti problemi che riguardano la vita degli invalidi del nostro Paese e che vanno cancellati dalla manovra. Innanzitutto quella riguardante gli insegnanti di sostegno. Attualmente la manovra prevede che il loro reclutamento, per il prossimo biennio, sia indipendentemente dal numero dei ragazzi disabili aventi diritto. In secondo luogo, per quel che riguarda la misura sul blocco delle assunzioni contenuta nella manovra, è doveroso per il governo precisare che da esso sono esclusi i lavoratori disabili. Si tratta di due questioni rilevantissime perché – conclude la senatrice Ghedini – minano la serenità dei cittadini più sfortunati del nostro Paese e una democrazia compiuta non può accettarle”.
Alle parole devono seguire i fatti. Il Pd controllerà e combatterà accanto ai disabili perché la manovra venga corretta e tutti i punti ingiusti cancellati.
Il PD ha realizzato un volantino che riassume le nostre proposte sul tema, che è disponibile allegato al documento.
Il Governo vuole risparmiare su disabili e non autosufficienti. Colpisce i più deboli e le loro famiglie.
Per una migliore giustizia sociale, contro le misure inique del Governo, il Partito Democratico propone:
di:
– di abrogare l’articolo 10 comma 1 che prevede l’innalzamento della soglia
– di invalidità, necessaria per la concessione dell’assegno mensile agli invalidi civili parziali (256,67 euro mensili) dal 74 all’85%;
– di salvaguardare gli obblighi di assunzione di lavoratori disabili ed altre
categorie protette di cui alla legge 68/1999, dal blocco delle assunzioni nel pubblico impiego;
– di prevedere nei capitolati di gara che riguardano servizi di pubblico interesse o investimenti, clausole sociali che stabiliscano l’obbligo per i soggetti aggiudicatari di impiegare una quota di soggetti svantaggiati, a norma dell’articolo 5 legge 381/1991
– di istituire un nuovo ”Fondo per la non autosufficienza” con una maggiore dotazione finanziaria, per garantire ai disabili l’indennità di accompagnamento al titolo della minorazione ed alle persone ultrasessantacinquenni non autosufficienti assistenza, qualità della vita e sostegno alle famiglie, erogando assegni di cura e buoni servizio per l’assistenza a domicilio nonché, ove necessario, la quota sociale di ricovero in Residenza Sanitaria Assistita, commisurati alla gravità ed alla complessità
assistenziale.
– di proporre una più mirata e meno vessatoria programmazione dei controlli sull’invalidità civile.
da www.partitodemocratico.it
«Uno sciopero costituzionale», di Federico Orlando
La restaurazione degli anni Trenta si spegne oggi, nella giornata del silenzio, come l’armata di Cambise nel deserto. Quello che fu il più potente esercito del parlamento, con 100 seggi di maggioranza alla camera e 50 al senato, è arrivato in frantumi sugli scogli della Finanziaria e delle intercettazioni. Costretta dal Quirinale a stare nelle regole e votare la manovra entro i termini prescritti (a giudicarla, penseranno gli elettori), la destra eversiva, che ora rinvierebbe il bavaglio sine die, appare in tutta la sua estraneità strutturale alla democrazia. E ne amplia la crisi di struttura: la convocazione dei giornalisti da parte dei sindacati dei militari è figlia non di un’ideologia sudamericana, ma di una esasperazione. L’America latina non c’entra, salvo che per il presidente del consiglio, in cui Bersani riconosce crescenti caratteri alla Chavez.
Davanti allo scoglio del federalismo fiscale, spetterà per primo a Bossi spiegare ai suoi talebani e mullah chi abbia sbagliato a misurare la lunghezza del salto: se lui stesso, o il premier o il ministro dell’economia che ha scritto la Finanziaria.
Boeri, Ichino, Ricolfi, gli osservatori sociali più accreditati, hanno detto quel che gli italiani debbono sapere. Se gli italiani non fossero così riottosi a leggere la carta stampata, che comporta la duplice fatica dell’alfabetizzazione e dell’analisi, e non s’abbeverassero al relax dei notiziari senza notizie della tv, governi e parlamenti sarebbero costretti a governarli con più cautela.
Davanti allo scoglio delle intercettazioni, sono invece suonate le campane a martello, anche se molti connazionali, imprenditori compresi, confondono quel suono con musica pop. Non abbiamo sentito il presidente e i vertici della Confindustria richiamare l’ovvia connessione che c’è tra manovra di riequilibrio dei conti, rilancio produttivo e libertà d’informazione: un padronato più adulto l’avrebbe rivendicata come bandiera della sua cultura. Ha fatto eccezione, et pour cause, la Federazione degli editori, che al parlamento (e Fini ha rilanciato martedì) ha ricordato la continua caduta dei fatturati pubblicitari e di vendita; e che nel solo biennio 2008-2009 l’indicatore che registra la redditività delle aziende è passato da 260 a 16 milioni di euro, crollo del 94 per cento: una crisi strutturale pari e connaturata a quella del governo e della democrazia.
In questo quadro, la manovra finanziaria, se fosse stata fatta da gente consapevole che il bene immateriale che muove tutto, anche l’economia, è il pensiero, avrebbe mirato a non svilire quel che resta della cultura, informazione compresa; ma puntato su di essa, sull’innovazione, sulla tecnologia, come hanno fatto altri paesi in crisi. Invece abbiamo proposto tagli e bavagli, tagli alla cultura e legge Alfano sulle intercettazioni, per impedire a giudici e polizia giudiziaria di scoprire e perseguire i fuorilegge, e ai giornalisti di farne conoscere delitti e comportamenti illegittimi. Non solo di zingari e immigrati, ma anche di governanti e colletti bianchi.
È ciò che ha spinto il capo dello stato a rifiutare qualsiasi coinvolgimento – che nel governo parlamentare non gli appartiene – nella fattura della legge; e a riservarsi intera la sua prerogativa di giudicarla, una volta votata e portata alla sua firma. Atteggiamento che costringe tutti, e la stessa armata brancaleone, a leggervi il pensiero del Colle: la legge sulle intercettazioni è inemendabile. Non c’è un costituzionalista in Italia a pensare il contrario: nemmeno il nostro professor Ceccanti, che, in omaggio alla ragione astratta dei professori, una volta s’inventa un referendum autocastrante, un’altra un superscudo per Napolitano che nessuno gli chiede. Non c’è un giornalista libero (a parte i pochi che, legittimamente, si domandano se uno sciopero contro il bavaglio non significhi per un giorno imbavagliarsi), disposto a ignorare che la corte costituzionale ha da tempo indicato i due cardini dell’ordinamento, che nessuno potrà scardinare senza restaurare il fascismo.
Lo ricorda a Europa il professor Alessandro Pace, presidente dei costituzionalisti: «Primo cardine: la libertà di manifestazione del pensiero è la pietra miliare dell’ordinamento, e tutte le altre libertà ne derivano (due secoli fa, ci permettiamo di aggiungere, Jefferson pensava la stessa cosa per la democrazia americana). Secondo cardine: il diritto di sciopero. La Corte, secondo Costituzione, ha rimosso fin dal 1974 l’articolo 503 del codice penale fascista, che puniva la serrata e lo sciopero come sovvertitori dell’ordine statuale. Ne deriva che perfino una serrata che fosse diretta a sostenere l’ordinamento sarebbe legittima».
Nessuno sciopero degli ultimi decenni, forse, è stato più costituzionale e oserei dire strutturale di quello che ci vede oggi impegnati a difendere, contro il ddl Alfano, il primo cardine dell’ordinamento: la libertà del pensiero. Che nel nostro diritto si sovrappone e fa tutt’uno con la libertà di manifestarlo. Berlusconi, esperto in consigli d’amministrazione, queste cose non le sa. Nei suoi ambienti il diritto non usa. Le sue legioni, forziste, fasciste, leghiste, ne sanno meno di lui; e chi ne sa, ha paura che lui se ne accorga e lo mandi al Moloch. Che non disdegna sacrifici umani, abbiano nome Previti o Scaiola o Brancher o Dell’Utri; o non abbiano nome, come il manzoniano “vulgo disperso”, che gli riempie i forzieri, le urne e il letto.
da www.europaquotidiano.it
«Non parlare al manovratore», di Lietta Tornabuoni
La manovra economica e il suo manovratore, il governo, hanno offerto e offrono uno spettacolo molto interessante.
Si poteva pensare che per una nazione rimediare 24 miliardi non fosse poi una «mission impossible»: se no cosa dovrebbe fare la Francia, che di miliardi deve tirarne fuori cento? Ma non è così: intorno a quei 24 miliardi è montato un disordine imprevedibile.
Il governo manovratore è riuscito a scontentare tutti, a provocare forti reazioni promettendo tagli alle categorie più diverse e inopportune: poliziotti, disabili, professori, che già guadagnano meno di un gatto.
Le reazioni sono risultate tanto vive che quei tagli sono stati subito ritirati e si è andati a tagliare altrove. Il primo manovratore, il presidente del Consiglio, non ha voluto ricevere i rappresentanti degli enti locali, che se ne sono assai impermaliti.
E perché, poi? Timore, fastidio, paura di lasciarsi convincere? Ma non sarebbe il suo lavoro? Altre idee luminose: far pagare i ticket autostradali anche a chi fa il raccordo anulare romano per andare a casa a mangiare, tagliare le pensioni di invalidità con relativo accompagnamento, tassare auto e moto.
Insomma, una variante del caos davvero ingiustificata: anche cercando di rifletterci su, non si riesce a capire il perché di comportamenti tanto ricchi di gaffes, tanto improvvidi e confusi.
È certo vero che ogni categoria colpita dai tagli avrebbe ed ha reagito male: ma questo è normale, non si può opporvisi con un andirivieni di «taglio te, no taglio lui», né finir per trasferire i tagli sulle famiglie meno portate alle proteste.
Il fatto è che spesso i manovratori non sono agguerriti professionisti della politica, sono invece usi a scaricare su altri ogni responsabilità: sistema reso piuttosto facile dal «ghe pensi mi» presidenziale, dalla visione blindata del ministro dell’Economia, dalla scarsità di contatti con i cittadini. E dalla poca autorità riconosciuta a ministri che del resto se ne infischiano: a luglio basta che c’è ‘sto sole, basta che c’è ‘sto mare.
da www.lastampa.it
«L'entropia dei conti», di Massimo Giannini
L’eroica settimana del “ghe pensi mi” precipita nella prosaica entropia della manovra economica.
Berlusconi ha disinnescato la mina Brancher, al prezzo di una penosa rinuncia che ha svelato il patto diabolico tentato sulla pelle delle istituzioni: un ministero ad personam in cambio di un’impunità personale. Ma non riesce a disinnescare la bomba del decretone da 25 miliardi, sul quale si concentrano le tensioni della maggioranza e le pressioni della società. La ragione è semplice. Per un governo non c’è atto politico più costitutivo di una legge finanziaria. E poiché questo governo non ha una proposta politica, non può sperare nel consenso del Paese sulla sua manovra economica.
C’è un’evidente confusione “tecnica”, che in queste ore supera i limiti della decenza. In una manovra già nata male, perché iniqua nella distribuzione dei tagli di spesa e incerta nella quantificazione delle voci di entrata, si stanno moltiplicando emendamenti sulle materie più astruse e disparate. A colpi di “refuso” quotidiano, e di blitz notturni di fugaci peones e audaci relatori, si aggiungono e si sottraggono impreviste stangate sulle assicurazioni e improbabili riforme del processo civile, intollerabili batoste sulle tredicesime e incredibili abbattimenti degli stipendi Rai.
Il tutto accompagnato dall’ennesima celebrazione del conflitto di interessi: l’immancabile norma ad aziendam (questa volta la Mondadori) che pagando un misero obolo del 5% sul dovuto potrà estinguere il suo contenzioso da 400 milioni con il Fisco. Il risultato di questo caos è a somma zero. Nessuno può alterare i saldi finali, come esige il ministro dell’Economia. Ma nessuno capisce più niente, come teme il presidente del Consiglio. Meno male che la riforma del bilancio su base triennale avrebbe dovuto metterci al riparo dagli indecorosi assalti alla diligenza della Prima Repubblica. Le cavallette all’opera nella Seconda Repubblica sono molto peggio.
Ma c’è soprattutto una patente convulsione politica, che in questi giorni mette a nudo i vizi di questo centrodestra in cui la logica irriducibile della monarchia assoluta comincia a patire il parziale squilibrio di una diarchia relativa. Lo scontro con le Regioni è forse il sintomo più inquietante. Il presidente del Consiglio sarebbe pronto ad ascoltare le grida di dolore che arrivano dai governatori, molti dei quali appartengono alla sua maggioranza, uscita già molto provata dalle elezioni amministrative della primavera scorsa. Berlusconi sarebbe pronto a venire incontro alle richieste non solo delle virtuose regioni del Nord di fresca marca leghista, ma anche delle disastrate regioni del Sud di vecchia marca forzista. Ma il suo ministro del Tesoro non può permettersi questo lusso: i tagli pesanti agli enti locali, insieme al salasso dilazionato sul pubblico impiego, sono l’unica certezza di questa manovra scritta sull’acqua. Tremonti non si può permettere di cedere su questo: non può dare ai mercati l’impressione che il governo italiano sia pronto a scendere a patti su una manovra che per il Paese (e per l’Eurozona) rappresenta la linea del Piave da opporre agli attacchi speculativi.
Questo spiega la resistenza del governo ad incontrare i governatori (con la discutibile eccezione dell’udienza “privata” concessa a Palazzo Grazioli agli azzurri Formigoni, Polverini, Caldoro e Scopelliti) e ad ascoltare le proteste delle categorie (con l’inaccettabile eccezione del presidente di Confindustria Marcegaglia, rassicurata personalmente al telefono sull’eliminazione dei nuovi adempimenti fiscali per le imprese). Questo spiega anche l’ennesimo schiaffo della doppia fiducia imposta a Camera e Senato, per blindare un testo che con tutte le sue clamorose storture deve comunque assicurare i 25 miliardi promessi sulla carta. Ma è evidente che, al di là delle smentite di rito, Berlusconi ha un problema serio con Tremonti. Persino più serio di quello che ha con Fini. Per la legge sulle intercettazioni si trova a dover fronteggiare il presidente della Repubblica e il presidente della Camera, dentro una cornice istituzionale difficile ma con un margine interno gestibile. Per la manovra deve fronteggiare il suo ministro del Tesoro che si propone come unico garante della stabilità economica, dentro un quadro di compatibilità politiche aperte ma con un vincolo esterno indisponibile.
Per questo la battaglia sulla manovra è più insidiosa per il premier, che su questo deve fare i conti non tanto e non solo con l’opposizione, ma con la sua constituency politica e, in definitiva, con il Paese. A parte le Regioni, i focolai di conflitto si diffondono con velocità e intensità impressionanti. Protestano i sindacati nel pubblico e nel privato. Protestano i docenti e i ricercatori. Protestano i medici. Protestano le forze dell’ordine. Protestano i generali dell’esercito. Protestano i diplomatici. Protestano i magistrati. E protestano anche i terremotati aquilani. Un dissenso concentrico così vasto non si era mai visto. Meno che mai nei confronti del leader che, più di chiunque altro non solo in Italia ma forse nell’intero Occidente, ha fatto della sua popolarità l’unico metro per misurare la sua politica.
Qui sta il drammatico limite del berlusconismo, che forse per la prima volta assaggia, anche tra la sua gente, il frutto amaro dell’impopolarità. Mai come in questo momento, sulla manovra e non solo su questa, servirebbe un presidente del Consiglio capace di fare una sintesi più avanzata tra le tesi del suo ministro dell’Economia e le antitesi espresse dagli enti locali e dalla società civile. Mai come in questo momento servirebbe una vera politica del fare, e non la solita mistica del potere. E invece, con quel grottesco “ghe pensi mi”, il Cavaliere ci ripropone l’eterno ritorno dell’uguale. Se in campo c’è lui, la politica non serve: Silvio è il messaggio. È stato vero per molto tempo, nell’Italia dell’egemonia sottoculturale televisiva. Ora, forse, non lo è più.
da www.repubblica.it
Manovra. Inaccettabile fiducia preventiva
Il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, ha invitato il presidente della Camera Fini a stigmatizzare il comportamento del governo che oggi ha annunciato una doppia fiducia sulla finanziaria. “La manovra -ha dichiarato nel corso della seduta a Montecitorio- non è ancora arrivata in aula al Senato e arriverà tra diverso tempo qui alla Camera e il governo già avverte il bisogno di farci sapere che verrà posta la questione di fiducia.
Oggi -ha aggiunto Franceschini- abbiamo avuto la prova di quanto sia difficile la situazione sociale che e sarebbe un errore sottovalutare. Quando in piazza, senza nessuna organizzazione nazionale, ne’ partiti ne’ sindacati, manifestano i disabili, i terremotati dell’Aquila, i lavoratori dell’Eutelia e l’unica risposta è ignorare o occultare attraverso i mezzi di comunicazione, non
gestire i problemi diventa una scelta irresponsabile. Fare finta che i problemi non esistano è il modo migliore per far esplodere le tensioni sociali ed è questa esattamente la linea che il governo sta seguendo, un governo che pretende di mostrare i muscoli senza più
averli. L’annuncio della fiducia, prima ancora che un provvedimento arrivi qui alla Camera, e’ una’offesa al Parlamento. I parlamentari della maggioranza oggi sono stati anticipatamente informati che dovranno limitarsi a dire si’ o no. Questo è il modo peggiore per affrontare le prossime difficili settimane. Noi -ha concluso Franceschini- chiediamo alla presidenza della Camera di fare un passo formale presso il governo, perchè l’annuncio della fiducia e’ inaccettabile per la dignita’ della Camera”.
da www.deputatipd.it
Il 9 luglio silenzio della rete, per evitare che possa essere un silenzio definitivo
Questo sito aderisce alla “Giornata del silenzio della rete”
Dopo l’esperienza comune fra Lettera 22, Reporter Senza Rete e Articolo 21 per la campagna di comunicazione della manifestazione del 1 luglio a Piazza Navona, le tre associazioni unite hanno lanciato, in collaborazione con la FNSI “La giornata del silenzio della rete”. La protesta contro il ddl Alfano, dopo la manifestazione, si protrarrà in forme e modi diversi: giornali e testate web listate a lutto, il giorno 9 – appunto – la giornata del silenzio. Infine il 29 protesta davanti alla Camera per l’inizio della discussione sul decreto intercettazioni.
“Pensiamo che sia importante anche l’adesione di quelle redazioni “sommerse”, spesso informali, che costituiscono l’informazione diffusa nel nostro Paese e che in gran parte viaggia sul web. Un mondo però che, proprio per questa sua specificità, spesso si astiene da queste forme di protesta. – recita l’appello dei promotori lanciato sul web – “Questa volta non sarà così. Non pubblicheremo nulla il giorno 9 se non le nostre considerazioni sulla legge bavaglio. In questo modo sarà chiaro che anche realtà minori o poco conosciute, alternative e diversificate ma di qualità, sono buona parte della spina dorsale dell’informazione in Italia, dove non esistono solo grandi quotidiani o grandi reti televisive. La minaccia del ddl – conclude l’appello – riguarda tutti e dunque anche chi non lavora in un giornale, non ha una posizione contrattualizzata, non si riconosce nel sindacato o non si sente rappresentato dalla protesta. Chi è meno tutelato di altri ma altrettanto colpito nella sua dignità professionale e nella qualità del suo lavoro.
Per Emanuele Giordana portavoce di Lettera 22 “”Il 9 lugliol’Italia deve fermarsi a pensare cosa significa imbavagliare le Tv, le radio, la carta stampata ma anche la Rete nelle sue forme piu’ diverse, diffuse, sommerse. Dobbiamo evitare che con la diffusione, sempre rimandata, della banda larga in Italia aumenti la volontà di bavaglio per tutte le forme di espressione e di libertà sinora garantite dalla Rete”.
“Come Articolo 21 – afferma il portavoce Giuseppe Giulietti – decidiamo di stare in silenzio nei giorni dello sciopero per impedire che il silenzio possa essere definitivo”.
“I nostri colleghi, amici, iscritti e simpatizzanti di Reporter Senza Rete – conclude il portavoce dell’associazione Giorgio Santelli – si asterranno dal lavoro nelle redazioni in cui svolgono la professione anche se con contratti anomali e sottopagati. La protesta deve essere globale. Il ddl Alfano colpisce chi ha garanzie. Figuriamoci cosa potrà essere mai per chi lavora essendone privo, specie nelle redazioni locali, ricevendo 2 euro e mezzo per ogni pezzo”.
All’appello, in poco tempo, hanno già aderito, tra gli altri, Amisnet, Libera.Tv, NTNN, Afgana, Notiziario delle associazioni, Valigia Blu, Teatro e critica, Altra Tv, Perlapace, Libera Informazione, Peacereporter, Un ponte per…, Osservatorio Iraq, Intersos, Agimondo, Migrare, Esplorando Roma, Radiopopolare Roma ed altre centinaia di esperienze sul web, comprese anche decine di Blogger.
Per informazioni: Lettera 22 (3492118755) Art. 21 (392 5082113) Reporter Senza Rete (392 5082277)
www.lettera22.it – www.articolo21.org – www.reportersenzarete.org
da www.articolo21.org
