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«Giorgia rimandata a ottobre», di Mario Lavia

La pessima figura del ministro per la gioventù, la rissa alla camera con i sodali del sindaco di Roma come protagonisti.
In questi primi due anni di legislatura di Giorgia Meloni, giovane ministro per la gioventù, non si era parlato molto. Ma ieri si è rifatta, anche se in negativo: il suo provvedimento che stanziava un mare di milioni per “i giovani” è stato rimandato indietro, dall’Aula torna in commissione. Una giornata no, una brutta figura.
Eppure la Meloni si era caratterizzata, da vicepresidente della camera nella precedente legislatura, per grinta e astuzia politica, nessun timore reverenziale dallo scranno più alto di Montecitorio nel bacchettare con pesante accento romanesco deputati ben più noti e importanti di lei. Tanto che se ne parlò come di una nuova stella della destra: una destra popolare, legata alla società, frutto di un’antica attitudine militante “di base” eppure in sintonia con i tempi. Troppo in sintonia, forse. Al punto – par capirci – di inserirsi (magari senza tanto entusiasmo) nel corteo dei nuovi fedeli del Cavaliere, a costo di rescindere il cordone con quel Gianfranco Fini che era stato pur sempre il suo faro politico. Ma tant’è, alla realpolitik non si comanda: e il premier, che è uno che sa toccare le corde giuste, la premiò elevandola al rango di ministro.
Qui venne però il difficile. Il ministero per la gioventù è una di quelle cose che sembrano semplici ma deve essere un posto nel quale una volta entrato non sai bene che fare. Pochi soldi, pochi strumenti, poco tutto. Il provvedimento in questi giorni all’esame della camera doveva essere la chiave di volta della sua azione. Finanziamenti un po’ qua un po’ là, senza – dicono i critici – che fosse trasparente il senso dell’operazione. Lamenta chi era al suo posto, Giovanna Melandri: «La Meloni ha destrutturato il buono che avevamo costruito, per esempio l’accordo con l’Abi sul credito agevolato per i giovani». E la deputata Daniela Sbrollini ha criticato «il provvedimento pasticciato, confuso, che invece di offrire uno spazio di tutela maggiore ai giovani puntava a costruire un serbatoio clientelare per alcuni ambienti politici». Parola più parola meno, è precisamente il giudizio che ieri a Montecitorio stava dando il deputato dell’Idv Barbato (un tipino, peraltro, non esattamente flemmatico): «Abbiamo l’impressione – sosteneva Barbato – che si voglia fare entrare il maneggio della politica e dei partiti, le persone riconducibili a partiti o a correnti, signor ministro, perché ho l’impressione che lei voglia finanziare la sua corrente, la corrente di Alemanno, del suo assessore regionale Lollobrigida che gestirà questi fondi, il suo parente (commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)… Allora questa vecchia politica che fa rabbrividire, Pomicino e Mastella, perciò lei è vecchio, signor ministro, lei rappresenta la vecchia politica…». Forte.
Tanto forte che al nome di Alemanno i suoi amici Rampelli e Barbara Saltamartini hanno dato vita alla classica colluttazione parlamentare. Urla, botte (15 giorni di prognosi per Barbato, per «trauma contusivo della regione zigomatica e all’occhio destro» e «cefalea post-traumatica»). Una brutta scena.
Ma il vero punto politico è un altro. E cioè che le critiche a Giorgia erano risuonate all’interno della maggioranza: quel galantuomo di Antonio Martino era stato pesantuccio parlando di «un provvedimento che negli Usa si chiama pork barrel legislation, legge volta a mettere le mani nel barile del porco salato». Risultato, uno smacco per il giovane ministro. Lei, tosta come sempre, ha fatto buon viso a cattivo gioco. Ma fra i suoi ex amici dell’ex An ieri qualcuno si è limitato a pronunciare tre parole: «Ben gli sta».

da www.europaquotidiano.it

«Le ragioni di un silenzio a malincuore», di Mario Calabresi

La Stampa domani mattina non sarà in edicola, come la maggior parte dei quotidiani italiani, nel tentativo estremo di protestare contro la cosiddetta legge sulle intercettazioni, una legge che consideriamo sbagliata perché non sembra scritta per garantire una maggiore privacy agli italiani (diritto sacrosanto) ma per rendere più problematiche e difficili indagini e inchieste e per diminuire le possibilità dei cittadini di sapere cosa accade.

Così abbiamo deciso di aderire a questo sciopero, ma non posso nascondere che lo abbiamo fatto a malincuore, dopo aver proposto e indicato per settimane possibili strade alternative secondo noi più efficaci e valide. Strade che abbiamo sperimentato sulle pagine di questo giornale spiegando con chiarezza ai lettori come la legge in discussione in Parlamento diminuirebbe la loro possibilità di essere informati e di poter giudicare consapevolmente.

Siamo convinti che nel momento in cui si denuncia il tentativo di imbavagliare l’informazione, nel momento in cui il presidente del Consiglio invita i cittadini a scioperare contro i giornali lasciandoli invenduti in edicola, la scelta migliore da fare fosse quella di continuare a far sentire la propria voce (in modo sereno, pacato e credibile, come è nella tradizione di questo giornale), non quella di rinunciare ad arrivare nelle edicole e nelle case degli italiani e di condannarsi al silenzio.

Nonostante la nostra contrarietà allo sciopero, abbiamo aderito per senso di responsabilità: per non aprire fronti polemici e per non creare fratture tra giornali e giornalisti in un momento così delicato, ma ci teniamo a sottolineare che pensare di ricorrere allo sciopero in modo rituale e quasi obbligato è qualcosa che non ci trova d’accordo.

Vale però la pena di ricordare un’altra volta che lo scontro sulla legge non è una questione privata tra il potere politico e i giornalisti, ma una questione che investe per intero la nostra società. Non è in pericolo la libertà dei cittadini onesti di poter parlare liberamente al telefono, ma è in discussione la possibilità di proteggere i cittadini onesti dalla criminalità, dalla delinquenza e dalla corruzione. La domanda corretta da porre agli italiani non è: «Volete voi rischiare di essere intercettati?», ma «Volete voi che i delinquenti possano avere più libertà di agire?». Perché restringere in maniera punitiva i tempi dell’indagine su un’utenza telefonica significa diminuire le possibilità di bloccare un crimine e proteggere la comunità. Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, parlando a Montecitorio una settimana fa, ha sottolineato gli aspetti delle nuove norme e ha concluso amaramente: «Sarebbe gravemente minata l’efficacia dell’azione investigativa e processuale».

Quanto alla possibilità di pubblicare le intercettazioni sui giornali, noi concordiamo sulla necessità di salvaguardare la privacy degli imputati e sul rispetto di leggi che vietino di dare in pasto all’opinione pubblica semplici sospetti o, ancor peggio, innocenti coinvolti loro malgrado in un’inchiesta. Il punto sensibile è un altro, è la pretesa di ridurre la conoscenza delle inchieste in corso e dei grandi scandali a delle pillole di informazione fino all’inizio del processo vero e proprio, che in Italia si sa comincia dopo anni. Ci sono poi le maxi multe, particolarmente odiose perché spingeranno gli editori – le prime vittime – a preoccuparsi continuamente per ciò che viene scritto e pubblicato.

In queste ore però qualcosa sembra muoversi ed è importante continuare a chiedere che il testo della legge venga cambiato, che si rivedano i tempi e i meccanismi delle proroghe, le regole sulle intercettazioni ambientali e che si ripristini il diritto dei cittadini a essere considerati degni di essere informati.

Sabato torneremo in edicola, convinti di dover continuare a fare il nostro dovere, che non è quello di portare avanti battaglie ideologiche ma di raccontare ai nostri lettori tutto ciò che merita di essere conosciuto.

da www.lastampa.it
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“Meglio la voce del silenzio” della Direzione e Cdr di La Stampa
Alzare la voce tutti assieme, se è possibile, contro il Ddl sulle intercettazioni e per ricordare l’anomala situazione dell’informazione in Italia. E’ questa la nostra proposta alternativa allo sciopero proclamato per domani dalla Fnsi per la carta stampata. I cittadini vanno informati e non privati della conoscenza dei motivi della protesta. Ricordiamo che il presidente del Consiglio e primo editore televisivo in Italia, Silvio Berlusconi, vorrebbe addirittura uno sciopero proclamato dai lettori, tanto è il suo interesse a che non leggano.

Per questo la Direzione e il Comitato di redazione della Stampa si rivolgono, ancora una volta, a Fieg e Fnsi perché per il giorno 9 luglio ci sia invece un’azione congiunta volta a pubblicare sui quotidiani gli appelli che da vent’anni fanno i Presidenti della Repubblica, i rappresentanti degli editori e dei giornalisti in favore della libertà di stampa, del pluralismo nel mondo dell’emittenza e della carta stampata. Sarebbe più utile spiegare e rispiegare i rischi che comporta l’introduzione di ulteriori restrizioni penalizzanti per i cittadini.

Per quanto riguarda il giornalista, il primo compito è quello di pubblicare le notizie, e tale deve restare. Anche in uno speciale 9 luglio per la convergenza di intenti e contenuti tra Fieg e Fnsi.

da www.lastampa.it

«Il Pd lancia al governo una sfida concreta sulla tv», di Rognoni Carlo*

Corrado Calabrò ha “la facoltà di fare segnalazioni al governo”. E ieri ha confermato il suo impegno di segnalatore. Per esempio «per un assetto diverso della govemance» della Rai, «svincolato dai partiti, che valorizzi la capacità gestionale e decisionale». Non so se il govemo accoglierà l’invito dei presidente dell’Agcom. Quello che è certo è che la proposta di cambiare subito la govemance della Rai è già entrata nell’agenda del Partito Democratico. Proprio Pierluigi Bersani ne ha parlato prima in una lettera al Corriere della Sera e oggi [ieri, n.d.r] ne parlerà in una conferenza stampa. Si tratta di una proposta seria, concreta, realizzabile.

Intanto è molto chiara e si muove nella logica di riportare una grande azienda nell’alveo del codice civile: nominare un amministratore delegato indicato dal Tesoro, votato dai due terzi diun Consiglio di amministrazione espresso dalla Vigilanza ma anche dalle regioni e dai comuni. Affidare a questo manager il compito di preparare entro i primi 180 giorni un piano di riorganizzazione del servizio pubblico. A lui e non al Consiglio come è oggi la responsabilità di scegliere direttori e vice direttori.

Questa proposta lancia due messaggi forti: primo, chiarisce una volta per tutte che il Pd si chiama fuori dal gioco della lottizzazione e non intende più essere considerato corresponsabile di una gestione sbagliata della Rai (ieri chi ha ascoltato in Vigilanza l’audizione dell’Adrai, l’associazione dei dirigenti Rai non può non essersene convinto).
Secondo, segna una svolta importante perché getta le basi di nuove tegole affinché non siano più i partiti a gestire il servizio pubblico. E una bella sfida anche per il ministro del Tesoro che continua a essere in questa fase l’azionista della Rai. Totalmente sua e del govemo Berlusconi diventa da oggi la responsabilità di ciò che viene deciso – meglio, non deciso o deciso male – in Rai.

Ora in molti hanno capito l’importanza di questa proposta. Tanti, nell’area del centro-sinistra, sembrano apprezzare lo sforzo di innovazione che sottintende. E proprio per questo mi sembra necessario riflettere su alcuni commenti e alcune reazioni che pure sono nate all’intemo dell’area del centro-sinistra.
C’è, per esempio, chi ha parlato di un riformismo ridotto. E c’è chi pur apprezzando lo spirito della lettera di Bersani al Corriere della Sera fa capire che se non si affronta contestualmente il conflitto di interessi, difficilmente si otterrà un buon risultato. Ora so bene che c’è sempre chi una volta fatto 30 vuol fare 31 o chi fatto 31 pronto a ripartire da uno. E’ sacrosanto richiamare il conflitto di interessi. Ma non se diventa una scusa per non far nulla.

Ebbene in parlamento sono depositate tante proposte, alcune molto buone. E tuttavia lì giacciono. L’obiettivo di Bersani è di avanzare un ddl improntato alla realpolitik. IlPd sa di essere all’opposizione, sa di essere minoranza, e se presenterà un disegno di legge minimale, ma tanto minimale non è, è perché si è convinto della doppia emergenzain cui sta precipitando il servizio pubblico: una emergenza democratica, con un numero crescente di telespettatori che non si riconoscono più nei programmi che la Rai manda in onda; una emergenza economico-industriale con un’azienda alle prese con un buco di bilancio pesante e che la costringe a immaginare un piano industriale di lacrime e sangue senza per altro lasciar intravvedere un progetto per rilanciare la qualità.

Se Bersani si impegna oggi sulla governance della Rai è perché pensa che il servizio pubblico vada prima di tutto salvato da se stesso e sottratto ai partiti malati da bulimia mediatica Solo dopo questo salvataggio sarà sensato e possibile ragionare intorno a una proposta più complessa, più articolata, che tenga conto, per esempio, del rapporto canone-pubblicità. Adesso la parola passa al centro-destra. Al ministro del Tesoro prima di tutto ma anche al prossimo ministro dello Sviluppo economico (per favore, non un altro Brancher!) e al premier.
Silvio Berlusconi non può non sentire su di sé la responsabilità di chi – controllando Mediaset, il maggior concorrente della Rai – non può più far finta di non vedere la Rai in crisi. La proposta di Bersani è anche una sfida per lui. Sicuramente è una grande sfida anche l’idea del presidente dell’Agcom. Chi ha l’ambizione di governare un Paese, dovrebbe avere l’ambizione di creare le condizioni perché il servizio pubblico sia di tutti e non solo di una parte.

* Responsabile del Pd per la riforma del sistema radio-televisivo

da il Sole 24 Ore del 7 luglio 2010

"Lavoro, l´Italia evita il tracollo solo con la Cig", di Barbara Ardù

Ocse: nel 2010 disoccupazione all´8,7%, precario un giovane su due. Salari, siamo in coda. Eurostat: nel primo trimestre Pil +0,4%, meglio di Francia, Germania e Gran Bretagna. “La crisi ha distrutto 17 milioni di posti di lavoro nei paesi industrializzati”

ROMA – Non ci sono morti né città da ricostruire, ma la crisi economica ha spazzato via posti di lavoro come fosse passata una guerra, in tutto 17 milioni nei paesi industrializzati. E se l´Italia ne è uscita meglio di altri è solo perché la cassa integrazione ha limitato i danni. È un bollettino di perdite il rapporto annuale dell´Ocse presentato ieri a Parigi: il tasso medio di disoccupazione nei 31 paesi monitorati è arrivato al limite minimo dal dopoguerra, l´8,6% (con l´Italia all´8,7). Un vantaggio, quello italiano, che rischia però di rivelarsi effimero: senza il ricorso agli ammortizzatori sociali, le cui domande tra l´altro continuano a salire, la disoccupazione a maggio 2010 sarebbe salita al 12%.
Lo dice l´Ocse e lo ricorda la Cgil, che chiede da tempo al governo un prolungamento del sostegno al reddito. Anche perché la crescita, avverte Eurostat, è sempre bassa: nei primi 3 mesi dell´anno il Pil (la ricchezza prodotta) è salito dello 0,4%, meglio che negli ultimi tre mesi del 2009, quando dominava il segno meno e meglio di Francia e Germania. Ma pur sempre di 0 e virgole parliamo. E intanto aumentano i deficit pubblici, Italia compresa. Ed è proprio questa, ha commentato il segretario generale dell´Ocse, Angel Gurria, «la vera sfida» che attende i governi: «Tagliare deficit e disoccupazione allo stesso tempo».
Un mix che per ora la manovra economica che il governo italiano s´appresta a varare non affronta, hanno commentato sia la Cgil che il Pd, con Stefano Fassina, preoccupati non solo dei dati sulla disoccupazione, ma su quanto emerge scendendo nei dettagli. Uno per tutti, che preoccupa un po´ tutto il fronte sindacale, il livello di senza lavoro tra i giovani. La fotografia dell´Ocse fa paura: un giovane su quattro (25,4%) è disoccupato, e quasi uno su due (44,4%) è precario. L´aumento rispetto al 2007 è di ben 5 punti percentuali.
«La disoccupazione giovanile in Italia continua a crescere, e rischia di toccare presto il 30%, uno dei livelli più elevati tra i Paesi industrializzati – ha detto all´Ansa Stefano Scarpetta, vicedirettore del centro di ricerca Ocse, «ma ciò che preoccupa di più è l´aumento dei giovani che non sono né in formazione né al lavoro». Una generazione persa, che non cerca tra l´altro di «cambiare la sua situazione».
Un campanello d´allarme che in Italia suona da tempo e al quale se ne aggiunge un altro, ben noto, il basso livello dei salari. La media italiana è di 30.790 dollari l´anno, ben sotto quella Ocse (41.4035) e quella Usa (50.888). Peggio di noi ci sono solo Portogallo, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Slovacchia, che chiude la classifica. «Dati allarmanti se collegati a quelli sulla caduta dei consumi» commenta Foccillo, segretario confederale della Uil.
Soddisfatto dei dati sull´occupazione è invece il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che apprezza in particolare il riconoscimento della «funzione positiva» degli ammortizzatori sociali. Critica la Cgil. Dichiarare, come ha fatto il governo, ha detto Fulvio Fammoni, «che la cassa integrazione e i contratti di solidarietà sono strumenti validi è noto. Ma allora perché nella manovra non c´è nulla, neanche la prosecuzione della cassa in deroga per il 2011, anno che la stessa Ocse conferma sarà durissimo per l´occupazione?».

da www.repubblica.it

«La scuola ha i capelli grigi, in cattedra prof cinquantenni», di Salvo Intravaia

Docenti sempre più anziani. Anche i precari hanno un’età elevata. E solo 13 giovani su cento diventano di ruolo

ROMA – Per la prima volta, la scuola italiana è over 50. Il dato emerge rielaborando i numeri relativi all’anno scolastico 2009/2010 del ministero dell’Istruzione. Rispetto all’anno precendente l’età media degli insegnanti è ulteriormente cresciuta superando, probabilmente per la prima volta da quando esiste la scuola pubblica nel nostro Paese, la soglia “psicologica” dei 50 anni. Nel dopoguerra, la penuria di laureati consentiva l’accesso alla cattedra anche ai diplomati. Per le maestre di materna ed elementare è stato così fino a pochi anni fa. Poi sono arrivate le Ssis (le Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario), di durata biennale, e i corsi triennali di Scienze della formazione primaria. E oggi per i quasi 8 milioni di alunni italiani incrociare prof giovani è diventato sempre più difficile: gli under 30 sono ormai una specie rara e i non più giovanissimi under 40 rappresentano una minoranza.

I numeri lo confermano. Nel 1998 l’età media degli insegnanti superava appena i 45 anni, oggi siamo oltre i 50. Se 12 anni fa 4 maestre di scuola materna e 6 colleghe di scuola elementare non avevano ancora spento 30 candeline, oggi se ne conta meno di una su cento. Quasi nessuno, invece, tra le fila dei prof di scuola media e superiore. Anche gli under 40 costituiscono una sparuta minoranza: appena 13 su 100. Poco più di un decennio fa erano il doppio: più di un quarto dell’intero corpo docente. A imbiancare le teste dei docenti hanno contribuito i tagli agli organici e l’allungamento dell’età pensionabile. Insomma: gli alunni incontrano ormai a scuola docenti mediamente più vecchi dei loro genitori, anche alla scuola dell’infanzia.

E i dirigenti scolastici, chiamati a traghettare la scuola nel terzo millennio? Hanno in media 58 anni e gli under 40 non esistono quasi. Ma oltre confine le cose marciano in modo differente. In Finlandia e Norvegia, ai primi posti per risultati nei test Ocse Pisa rivolti agli alunni, un insegnante di scuola media su 10 ha meno di trent’anni e 4 su dieci meno di 40 anni. Ma non occorre spingersi troppo lontano per accorgersi che gli insegnanti più vecchi del mondo sono proprio quelli italiani. In Francia, gli under 40 rappresentano il 43 per cento e oltreoceano succede altrettanto: negli Stati Uniti siamo al 42% e in Giappone al 40. “Negli ultimi anni – dichiara l’ex viceministro della Pubblica istruzione del governo Prodi, Mariangela Bastico – è mancato il ricambio, attraverso le immissioni in ruolo, che aveva previsto il precedente governo: 150 mila assunzioni in tre anni, bloccate dall’attuale esecutivo”. Ma anche i precari della scuola sono con i capelli grigi: hanno in media 39 anni, otto su 100 ne hanno più di 50 e qualcuno ha oltrepassato i 60. Prima di entrare di ruolo, devono sottoporsi a una lunga gavetta: dei 62 under 40 su 100 iscritti nelle graduatorie dei supplenti diventano di ruolo appena 13. Ma il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini sta mettendo mano alla cosiddetta formazione iniziale degli insegnanti. Il regolamento è ormai pronto, le nuove norme però per salire in cattedra sono già criticate dagli addetti ai lavori. “La bozza rischia di allungare ulteriormente i tempi – commenta la Bastico – per i futuri insegnanti della scuola dell’infanzia e della primaria, mentre per quelli della scuola media e superiore il percorso potrebbe accorciarsi. Ma la cosa che aggraverà la situazione è l’elevamento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne, che nella scuola rappresentano la maggioranza”.

www.repubblica.it

"«Gelmini ripensaci» Cinquecento no al ddl", di Roberto Ciccarelli

Vogliono difendere il ruolo dell’università pubblica contro il disegno di legge Gelmini e i tagli della manovra finanziaria, si schierano al fianco delle migliaia di ricercatori che si asterranno dalla didattica non obbligatoria, protestano contro l’infinito precariato della ricerca in Italia e promettono il rinvio dell’inizio delle lezioni il prossimo anno accademico. Quello firmato da quasi cinquecento docenti è il primo documento dei filosofi e dei giuristi italiani a due anni dall’inizio delle mobilitazioni contro le politiche governative sulla ricerca. «Massimo Cacciari l’ha definito un documento troppo poco autocritico, altri hanno detto il contrario – afferma Mario Dogliani, docente di diritto costituzionale all’università di Torino e vicepresidente del Centro per la riforma dello stato, uno degli autori dell’appello – Noi abbiamo scelto di denunciare il silenzio del mondo accademico che è paralizzato da un senso di colpa collettivo».
Da cosa deriva?
Dalla consapevolezza che l’università ha utilizzato male la propria autonomia e dalla sistematica denigrazione fatta dalla stampa, e anche dalle forze di sinistra, che l’hanno considerata un luogo del malaffare. Tutti sanno che non è vero e che, nonostante il sottofinanziamento, l’università italiana produce una ricerca ben valutata nelle statistiche internazionali. L’accademia, come la politica locale, hanno però la responsabilità della proliferazione delle sedi, dei corsi di laurea, degli insegnamenti a contratto. Non si possono nascondere le difficoltà della riforma dei cicli didattici, il 3+2, e tantomeno il modo di gestire i concorsi.
Non crede che il nuovo regolamento sui concorsi comporterà un peggioramento di questa tendenza?
Su questi aspetti si deve continuare a discutere. La parte più seria dell’accademia si è resa conto che i concorsi locali autorizzano politiche di reclutamento fondate sull’interesse di chi ha bandito i concorsi. La cooptazione dovrebbe essere una prassi collegiale che riscuote il consenso della comunità scientifica. Molti invece difendono i propri allievi al di là di una seria comparazione dei meriti.
Qual è la situazione attuale dell’università?
C’è un governo che la sta strangolando fino a farla morire. Negli ultimi 3 anni il congelamento del finanziamento all’università di Torino, dove sono vicerettore, ha superato i 100 milioni. Tutto questo avviene mentre la Conferenza dei rettori si è allineata al governo come un soldatino. Quello che mi preoccupa è che anche tra i critici della riforma ricorre l’idea che l’università sia un luogo per l’innovazione tecnologica delle imprese. Se ci si mette solo su questa strada, l’università è inutile.
Come si può invertire questa tendenza?
Nessuno nega l’importanza della ricerca applicata, ma non ci si può rassegnare all’idea che l’università debba essere immediatamente utile per il mondo economico e che produca solo dei buoni tecnici. La libertà della ricerca non viene garantita dai suoi committenti, ma dal fatto che è autonoma e per questa ragione si auto-legittima agli occhi della società. Ma questo, purtroppo, non lo capisce più nessuno.
Perché paragonate l’attacco all’autonomia dell’università a quello contro la magistratura?
La protezione dell’autonomia della magistratura e della ricerca muovono dal presupposto costituzionale che entrambi devono restare liberi dal potere politico, religioso o economico. Un presupposto che è del tutto estraneo alla cultura populistica che porta avanti questi attacchi. Il populismo è per la supremazia di un potere carismatico che non sopporta l’autonomia della giurisdizione come quella della cultura.

dal Manifesto

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"Le tasse, la corruzione e la democrazia", di Guido Crainz

Lo sciopero della stampa pone al paese una domanda ancor più generale: è possibile continuare in questo modo? E´ possibile continuare a subire un deterioramento così accentuato e rapido del rapporto fra potere politico e cittadini? Una violazione così esplicita di regole consolidate, di norme essenziali, di principi costitutivi? Una violazione, va aggiunto, che il governo ha deciso di imporre anche se le sue argomentazioni erano sin dall´inizio poco credibili, spesso intessute di falsificazioni aperte (si pensi alle cifre sul numero degli intercettati). È ben difficile credere che la legge-bavaglio abbia a cuore la privacy dei cittadini: è quasi più facile convincersi che un anonimo benefattore abbia segretamente pagato la casa dell´ex ministro Scajola. O che ci fosse davvero bisogno di un ministero senza nome né ragione per l´imputato Aldo Brancher, la cui condotta ha illuminato bene il senso di impunità di questo ceto di governo. Più ancora, come ha scritto Stefano Rodotà, quella «legalità speciale» (o illegale) che il governo persegue per consolidare l´eversione quotidiana, lo stravolgimento quotidiano delle istituzioni.
Libertà di stampa, autonomia della magistratura, etica della politica: l´intreccio fra questi nodi viene alla ribalta ormai da tempo, assieme all´uso spregiudicato del potere come schermo e scudo. Ed è evidente il cemento che lega nello stesso progetto la legge sulle intercettazioni, il lodo Alfano – nelle sue rinnovate versioni – e lo svuotamento progressivo di un Parlamento in cui il premier pur godeva di una larga maggioranza. Al centro della scena si erge da tempo un potere sempre più delegittimato, con una «politica del fare» andata in pezzi: lo denuncia in modo drammatico la sofferenza aquilana, che anche ieri gli abruzzesi hanno portato all´attenzione degli italiani.
C´è un nesso fortissimo non solo fra questi aspetti ma anche fra essi e il clima caotico che ha accompagnato e accompagna una legge finanziaria di grande importanza: la necessaria gravità e serietà delle argomentazioni è stata sostituita da un clima confuso, via via oscillante fra l´ultima spiaggia e l´assalto alla diligenza. Con l´irrisione del federalismo e al tempo stesso dell´equità sociale.
Nell´alternarsi di decisioni e di controdecisioni, di «refusi» e di smentite, l´elemento di rigidità è stato sin dall´inizio uno solo, l´impegno a non introdurre nessuna forma di tassazione. Nella demagogia del premier le tasse sono solo un modo per metter le mani nelle tasche degli italiani, ma la stretta economica rende ancor più chiare le conseguenze di questa deformazione (che è anche stravolgimento etico). Evitando scelte fiscali generali, dai parametri definiti, si finisce in realtà con il metter davvero le mani nelle tasche dei cittadini, e nella maniera più ingiusta: colpendo ulteriormente quella parte del paese che già paga realmente le tasse e lasciando sostanzialmente indenne la galassia dell´evasione. A questo rimandano le ipotesi variamente avanzate di riduzione degli stipendi nel pubblico impiego, con il blocco degli aumenti concordati o automatici (per non parlare del maldestro balletto sulle tredicesime). A questo rimandano i tagli alle Regioni, che mettono in difficoltà servizi essenziali. A fronte, intangibili, i 60 miliardi che costituiscono la annuale «tassa della corruzione», secondo le stime della Corte dei Conti: cioè la cifra sottratta alla legalità e ai cittadini dalle «cricche», dalle loro articolazioni e dai loro referenti politici. Più del doppio della manovra che sta lacerando la maggioranza e che graverà sugli italiani.
In questo quadro più ampio la mobilitazione contro la legge-bavaglio si è fatta realmente sentire. È stata, ed è destinata ad essere ancora, un punto di riferimento salutare e importante, e non accadeva da tempo. Eppure si ha l´impressione che vi siano ancora freni, afasie e incertezze che impediscono un pieno «prender la parola» dei cittadini, un loro più deciso «scendere in campo». Pesano stanchezze e disillusioni, pesa l´aver visto più volte svanire le proprie speranze di cambiamento. E pesa, va aggiunto, una forte inadeguatezza delle opposizioni sia sul terreno delle scelte immediate che nell´individuazione di una prospettiva più ampia. I due aspetti sono ovviamente intrecciati: apparirebbe surreale ogni discussione che non indicasse sin dall´avvio i discrimini da porre oggi, ora, per garantire legalità ed equità. Che non indicasse con chiarezza poche proposte e pochi irrinunciabili veti sui tre nodi principali: legge-bavaglio, legge finanziaria, lodo Alfano. Si può partire solo da qui per avviare quella discussione sul futuro che è scomparsa da tempo dalla agenda della politica, e che è la vera condizione per invertire una deriva.
La mobilitazione della stampa è un´occasione rara per rimettere in moto un processo e per permettere al paese di riflettere su se stesso. È stata rievocata in questi giorni una svolta politica di cinquant´anni fa, segnata dalla caduta del governo Tambroni e dal faticoso avvio di una stagione riformatrice. Fu centrale allora una mobilitazione di piazza senza precedenti ma andrebbe ricordato che anche i giornalisti fecero la loro parte mettendosi in gioco e pagando di persona. Pagò di persona Enzo Biagi, licenziato immediatamente dal settimanale che dirigeva, Epoca, per aver criticato il governo e la sua irresponsabile gestione dell´ordine pubblico. Si misero in gioco i giornalisti de Il Giorno, sfidando le fortissime pressioni esercitate allora da Tambroni su Enrico Mattei (presidente dell´Eni, che aveva la proprietà del giornale) e sul direttore Italo Pietra. Pressioni non platoniche, dato che il licenziamento del precedente direttore, Gaetano Baldacci, era stato deciso qualche mese prima proprio da un consiglio dei ministri. Eppure Il Giorno, l´8 luglio di mezzo secolo fa, fu il primo giornale non comunista a chiedere di fatto le dimissioni del governo: l´editoriale lo firmò Enzo Forcella, che l´anno prima aveva denunciato in un articolo memorabile -Millecinquecento lettori- la subalternità al potere di larga parte della stampa italiana di allora. Anche episodi come questi sono scritti nella storia del nostro giornalismo: gocce, se volete, ma capaci talora di lasciare il segno.

la Repubblica 8 luglio 2010