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Il Belpaese della disuguaglianza metà ricchezza al 10% degli italiani, di Roberto Mania

La crisi ha aumentato le distanze sociali. Classe media frantumata. Peggio di noi fra le nazioni sviluppate solo Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia

ROMA – Don Paolo Gessaga la spiega così, quasi con uno slogan pubblicitario: “La povertà non è più “senza fissa dimora””. La povertà è accanto a noi. Diffusa e afona, al pari della diseguaglianza. “È meno apparente, ma è più profonda”, aggiunge il sacerdote che ha fondato la catena degli empori della Caritas. Dalla sua parrocchia di San Benedetto in via del Gazometro a Roma, nel quartiere popolare Ostiense, questo cinquantenne arrivato dal varesotto, vede, e tocca, da vicino le nuove povertà e le nuove diseguaglianze, coda velenosa della Terza Depressione mondiale come l’ha chiamata il premio Nobel per l’economia Paul Krugman. La crisi ha accentuato le diseguaglianze e frantumato anche la middle class italiana. Siamo diventati tutti americani. E l’Italia, in termini di reddito, è un paese sempre più diseguale: ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. L’eguaglianza non c’è più, né si ricerca, e le distanze si allargano. Lo dice Don Paolo, lo certificano l’Ocse e la Banca d’Italia. Peggio di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo il Messico, la Turchia, il Portogallo, gli Stati Uniti e la Polonia.

E forse non è neanche più un caso che l’indice per misurare il tasso di diseguaglianza nella distribuzione del reddito sia stato definito nel secolo passato da uno statistico-economista italiano: Corrado Gini. Forse era già quello un segno premonitore. Ecco, il “coefficiente Gini” ci dice quanto siamo peggiorati. E peggioreremo ancora se è vero che la discesa ha subito un’accelerazione con la recessione precedente, quella dei primi anni Novanta. Meno profonda di questa e più celere nell’abbandonarci, però. “L’esperienza del 1992-93 quando l’economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza”, ha scritto l’economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel suo recente libro “Ricchi e poveri” (Università Bocconi editore). Basterà aspettare i prossimi mesi.
Più basso è l’indice Gini più eguale è la società. Il nostro indice Gini arriva a 35. In Polonia è 37, negli Stati Uniti 38, in Portogallo 42, in Turchia 43 e in Messico 47. La Francia ha un coefficiente del 28 per cento e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è al 30. In alto i paesi dell’uguaglianza, l’Europa del nord: la Danimarca e la Svezia con un coefficiente Gini del 23 per cento.

C’è anche un altro modo per misurare la diseguaglianza, dividendo la popolazione in decili: il 10 per cento più ricco e il 10 per cento più povero per poi calcolare quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Anche qui siamo messi male, malissimo: gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di dodici volte quello dei più poveri. Certo, in Messico questo rapporto sale a 45, ma nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2. Conclusione di una ricerca dell’Ires appena uscita (“Un paese da scongelare”, di Aldo Eduardo Carra e Carlo Putignano, edito da Ediesse): “In Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri”. E così, in un decennio le diseguaglianze si sono accresciute di oltre cinque punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, poi è salito al 34 nel 1993. E ora – si è visto – è al 35. Ma nulla fa pensare che si fermi lì. Anzi: tutto fa pensare il contrario. Altri paesi – la Spagna, per esempio – si sono mossi in direzione esattamente opposta.

La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi e lì ci rimane, impedendo la mobilità sociale, condizionando le carriere, costruendo pezzo per pezzo una parte della nostra gerontocrazia. Secondo l’ultimo dato della Banca d’Italia contenuto nella periodica indagine su “I bilanci delle famiglie italiane”, il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per cento dell’intera ricchezza netta delle famiglie. Un livello rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi quindici anni. Partecipiamo non sempre consapevolmente a un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l’alto e affonda i più poveri. “Che oggi sono anche in giacca e cravatta, basta guardare come sono cambiate le persone che almeno una volta al giorno vengono a mangiare alla Caritas”, racconta Don Paolo da quello che è un osservatorio strategico anche perché Roma è fondamentale nell’attribuire al Lazio il primato negativo della regione più diseguale d’Italia con il 33,9 di coefficiente Gini. Pesano, nella Capitale, ma non solo qui, il caro-casa e la precarietà del lavoro. In alto, la regione italiana dell’eguaglianza è il Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, laboriosa e dal benessere diffuso. L’eguaglianza è anche questo.

E, probabilmente, è anche uno dei fattori che porta la provincia di Trieste a un triplo primato: l’età media più elevata tra le province del nord-est, la più alta percentuale di anziani oltre il 65 anni (30,2 per cento), e l’incidenza più elevata di residenti con 80 anni e più (11,2 per cento). Anche nel 2028 – secondo la Fondazione Nord-Est – Trieste manterrà i primati. Perché l’eguaglianza – è la tesi originale che Richard Wilkison e Kate Pickett illustrano nel loro “La misura dell’anima” (Feltrinelli) – migliora “il benessere psicologico di tutti noi”. Di più, secondo i due studiosi: “Tanto la società malata quanto l’economia malata hanno le proprie origini nell’aumento della diseguaglianza”. E infatti due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pensano che all’origine della grande crisi provocata dai mutui subprime ci sia proprio l’aumento delle diseguaglianza che, ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario.

Di certo tra i frutti di questa “economia malata” ci sono i working poor, i lavoratori poveri, più tute blu che colletti bianchi, ma ci sono anche – lo abbiamo visto – gli impiegati, la classe di mezzo. Un fenomeno che in Italia non avevano ancora conosciuto in queste dimensioni ma che è anch’esso conseguenza di una diseguaglianza crescente. Tra gli operai i “poveri” sono il 14,5 per cento. Percentuale che si impenna fino a sfiorare il 29 per cento nelle regioni meridionali. Il “caso Pomigliano” ha fatto riscoprire la classe operaia e anche la distanza abissale di reddito tra l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e i suoi turnisti: il primo guadagna 435 volte di più dei secondi.

Nemmeno la recessione è stata, ed è, uguale per tutti. I giovani stanno pagando più caro. È l’Istat che lo certifica nel suo Rapporto annuale: “La crisi ha determinato nel 2009 una significativa flessione dei giovani occupati (300 mila in meno rispetto all’anno precedente), i quali hanno contribuito per il 79 per cento al calo complessivo dell’occupazione”. Un giovane su tre è senza lavoro. Un giovane – ricordano Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel loro “Contro i giovani” (Mondadori) – guadagna il 35 per cento in meno di chi ha tra i 31 e i 60 anni (era il 20 per cento negli anni Ottanta). Ecco: così, partendo dal basso, si costruisce un paese diseguale.

da la Repubblica del 5 luglio 2010

Manovra, l'allarme delle aziende. Alta tensione alla vigilia del voto

Confindustria: le nuove norme creano conseguenze irreparabili per le piccole e medie imprese

ROMA
Acque agitate alla vigilia del voto finale sulla manovra che avverrà tra domani e martedì in commissione Bilancio al Senato. La situazione politica generale non aiuta certo a rasserenare gli animi e circolano voci su possibili scontri tra il premier, Silvio Berlusconi e il ministro del Tesoro, Giulio Tremonti. Voci però immediatamente smentite dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti.

L’opposizione ne approfitta per lanciare stoccate all’indirizzo della “tenuta” dell’esecutivo e il dibattito più che sulla manovra si concentra sul possibile ricorso alle urne e sullo scompaginarsi della maggioranza. Ma a riportare il dibattito su temi più tecnici ci pensano le imprese e le regioni.

«Il titolo di apertura del “Corriere della Sera” relativo allo scontro tra il presidente del Consiglio ed il ministro dell’Economia è assolutamente infondato – dice Bonaiuti – la collaborazione tra il presidente Berlusconi ed il ministro Tremonti si basa su una solida amicizia e sulla condivisione totale dell’azione di Governo». Nessuno scontro dunque. Ma l’opposizione parte decisamente all’attacco: «se questo esecutivo non è in grado di governare la palla passi al Colle perchè l’Italia in questo momento di crisi economica ha bisogno di essere governata», dice il vicesegretario del Pd, Enrico Letta che punta il dito sulla «difficoltà a gestire la manovra economica con “refusi” sulle pensioni, scontro con gli enti locali e polemiche sulle tredicesime».

E Antonio Borghesi, vice capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera puntualizza: «siamo di fronte al solito gioco delle parti: dello scontro Berlusconi-Tremonti è evidente l’intento di gettare fumo negli occhi degli italiani e calmare una maggioranza che sta esplodendo».

E mentre infuria la polemica le imprese, tutte insieme, lanciano un allarme sulla parte fiscale della manovra: «le imprese fanno appello al Parlamento e al Governo, al Presidente Berlusconi e al Ministro Tremonti affinchè vengano modificate queste norme, che, nella formulazione attuale, costituiscono violazioni gravi dei diritti dei contribuenti e nulla hanno a che fare con il contrasto all’evasione». La nota viene firmata da Confindustria e Rete Imprese Italia (Confcommercio, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Confesercenti). Le regioni tornano all’attacco. Ad esempio Renata Polverini che nei giorni scorsi si era dimostrata disponibile a riaprire il dialogo oggi taglia corto: «Tremonti non può trattarci così». E il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, dice «cambiare la manovra è una necessità». Poi avverte: «il ministro Tremonti deve cambiare modo di rivolgersi alle Regioni».

Infine il relatore della manovra, Antonio Azzollini, si difende e spiega che il taglio delle tredicesime non è stata una sua idea mentre conferma la tesi del «refuso» del ministro Maurizio Sacconi sui contributi. Ma c’è già chi chiede la sua ’testà: il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, si dice infatti «sconcertato dall’emendamento presentato da Azzolini» e malgrado l’ipotesi sia stata smentita persino dal presidente del Consiglio chiede le dimissioni del senatore.

LaStampa.it

Il giovedì che rischia di spaccare la maggioranza

È previsto per giovedì mattina alla Camera il voto sulla mozione di sfiducia per il neo ministro Brancher presentata da Pd e Idv. Pdl in difficoltà. La Lega non ha mai digerito la nomina. Il ministro Rotondi avverte: «Quelli che gli voteranno la sfiducia, anche gli interni al Pdl, si mettono all’opposizione del governo…». Non è una distinzione priva di conseguenze quella prospettata dal ministro per l’Attuazione del programma di Governo, Gianfranco Rotondi, nel prendere in esame ciò che potrebbe accadere giovedì prossimo alla Camera, dove è in programma la discussione della mozione di sfiducia individuale contro Brancher, presentata da Pd e Idv.

«Il voto di giovedì mattina alla Camera sul minstro Brancher darà sorprese. Tra assenze e casi coscienza noi ci aspettiamo che quel voto lo costringa alle dimissioni. Brancher ha usato la nomina a ministro per sfuggire ai processi». È quanto prevede Enrico Letta, vice segretario Pd, parlando della mozione di sfiducia presentata insieme all’ Idv in cui si chiedono le dimissioni del titolare del ministero per l’Attuazione del federalismo.

«Il presidente del Consiglio è uomo del fare e significa che ha capito che ci troviamo a un bivio in cui serve un’assunzione di responsabilità da parte sua», perché «è evidente che l’unica soluzione in grado di non mettere a rischio Pdl, maggioranza e governo resta la coabitazione normata».

Lo scrive Italo Bocchino sul sito di Generazione Italia, l’associazione interna al Pdl, secondo cui «se qualcuno pensa che la separazione consensuale significhi che Fini e gli uomini a lui vicini lasciano il Pdl per costituire gruppi autonomi e un altro soggetto politico alleato sbaglia di grosso».

«La separazione consensuale sarebbe più complessa di come appare perchè dovrebbe passare per la certificazione del fallimento del Pdl e per la trasformazione dell’attuale partito in un cartello elettorale o in una federazione, costruendo poi a valle più soggetti politici che operano divisi per colpire uniti elettoralmente», sottolinea l’esponente del Pdl, «Questa sarebbe vera separazione consensuale e non quella a cui qualcuno pensa, che sarebbe invece un’espulsione con obbligo di continuare ad apportare acqua al mulino berlusconiano».

Secondo Bocchino «Berlusconi conosce bene il danno che la vicenda Brancher gli sta procurando, e se scende in campo lui siamo certi che lunedì Brancher andrà dal giudice o in caso contrario il premier gli consiglierà di dimettersi». Riguardo legge sulle intercettazioni, ricorda Bocchino, «confidiamo sulla ricerca responsabile di una soluzione che salvi la legge e la renda accettabile non tanto al Quirinale e a Fini quanto a quei settori dell’elettorato di centrodestra che non la capiscono».

Inoltre, per Bocchino, i sacrifici della manovra «rischiano di scaricarsi solo sul blocco sociale di riferimento elettorale del Pdl senza toccare gli interessi della Lega». «A questo punto serve una via d’uscita perché è evidente che così non si può andare avanti. Se per qualcuno la pace è il ‘mettiti a cuccia’ o il ‘rientra nei ranghi’ che è stato più volte offerto a Fini diciamo subito che ‘non c’è trippa per gatti’».

«Se questo esecutivo non è in grado di governare, la palla passi al Capo dello Stato che, con la sua saggezza, troverà una soluzione». Questa volta è il vicesegretario del Pd Enrico Letta, intervistato da Skytg24, a chiedere ad un governo, considerato in affanno, a farsi da parte «perchè in questo momento di crisi economica l’Italia ha bisogno di esser governata». Ieri da Milano era stato il segretario Bersani a invocare per l’esecutivo «soluzioni politiche diverse».

Il Pd aumenta il pressing convinto che le fibrillazioni in atto nella maggioranza siano destinate solo ad aggravarsi. La linea dei democratici non è lontana da quella dell’ Udc che con Pier Ferdinando Casini, dalle colonne della ‘Repubblica’, torna a chiedere un governo di «larghe intese» e a respinge («non mi faro usare») i pressanti inviti del Pdl a rientrare nello schieramento del centrodestra .

Ma, puntuale, arriva l’altolà dell’ Idv che con Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris, annusa possibili «inciuci trasversali» e invita a lavorare per un ritorno anticipato alle urne. Intanto Enrico Letta sostiene che «nella maggioranza stanno esplodendo tutte le contraddizioni: dal federalismo, alle intercettazioni, alla difficoltà a gestire la manovra economica con ‘refusi’ sulle pensioni, scontro con gli enti locali e polemiche sulle tredicesime». Il vicesegretario del Pd attacca Berlusconi per il «fantomatico interim» del ministero dello Sviluppo Economico, lasciato da Scajola, e spiega che il suo partito prevede una crisi nella maggioranza sul caso Brancher.

«Il voto di sfiducia di giovedì mattina alla Camera – sostiene – darà delle sorprese tra assenze e casi di coscienza. Abbiamo la fondata speranza che il voto sia negativo, per cui Brancher sarà costretto alle dimissioni». Tante le reazioni nel Pdl anche da parte dei finiani che criticano l’uscita di Letta. «Sbaglia, non c’è bisogno di alcuna verifica con il Quirinale» dice Italo Bocchino che sottolinea come il Quirinale non sia chiamato a derimere questioni interne ai partiti. E poi la «maggioranza c’è». Il portavoce del Pdl Daniele Capezzone invita Letta a «mettersi il cuore in pace» sostenendo che «evocare ribaltoni e coinvolgere il Capo dello Stato sono due gravi autogol».

Tesi sostenuta anche dal vicepresidente del Pdl alla Camera Osvaldo Napoli che stigmatizza il «voler tirare per la giacca Napolitano confidando in un suo aiuto», mentre il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi parla di «scenari fantascientifici». Nel campo dell’ opposizione, intanto, l’ Idv polemizza con il Pd e l’Udc che chiedono di aprire una fase nuova. Di Pietro e De Magistris se la prendono soprattutto con Casini che nei giorni scorsi non ha risparmiato attacchi a Di Pietro e che è tornato a chiedere un governo di larghe intese che «coinvolga la maggioranza e le forze più responsabili dell’ opposizione». «L’ alternativa a Berlusconi si costruisce con nuove elezioni» dice il leader dell’ Idv che avverte «non faremo da stampella a chicchessia». «La prospettiva di inciuci trasversali che trova espressione nella formula delle larghe intese è un tradimento dei cittadini e un ritorno al paleolitico della politica» sentenzia l’ex pm.

da www.unita.it

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Letta: “La maggioranza non c’è. Ora la parola al capo dello Stato”
Per il vicesegretario del Pd, il premier ha messo insieme una coalizione “fatta per vincere ma non per governare”. Sì al governo di larghe intese proposto da Casini a una condizione: l’esclusione di Berlusconi. Rotondi: “Difenderemo Brancher, chi vota la sfiducia si mette all’opposizione”

Letta: “La maggioranza non c’è Ora la parola al capo dello Stato”

ROMA – “Se la maggioranza non è in grado di governare, la palla passi al capo dello Stato, che con la sua saggezza saprà trovare la soluzione migliore”. Così Enrico Letta, vicesegretario del Pd, ai microfoni di SkyTg24. “Le contraddizioni della maggioranza stanno esplodendo insieme – ha detto – il rapporto con la Lega è esploso sul federalismo, la questione della legalità e della democrazia è esplosa in rapporto con Fini, e poi c’è la grande fatica della maggioranza a gestire la questione economica – le tredicesime, gli insulti ai meridionali da parte di Tremonti, i refusi…”. Per Letta, Berlusconi “ha messo insieme una maggioranza fatta per vincere e non per governare”. Quanto al Pd, “ci atterremo alle indicazioni che il presidente della Repubblica vorrà dare e ci assumeremo le responsabilità necessarie per il bene del Paese”.

Commentando la proposta avanzata dal leader Udc Pier Ferdinando Casini nell’intervista a 1Repubblica 2 per un “governo di larghe intese”, Enrico Letta precisa che per il Pd “una preclusione c’è ed è molto chiara”: l’esclusione di Silvio Berlusconi: “Se c’è una preclusione è che chi ha guidato sino ad adesso il governo si faccia da parte”.

Brancher e intercettazioni. Letta poi ha parlato anche del voto previsto giovedì mattina alla Camera sulla mozione di sfiducia nei confronti del ministro Aldo Brancher. Il vicesegretario del Pd prevede “sorprese, tra assenza e casi di coscienza”. “Abbiamo fondate speranze che il voto di giovedì mattina alla Camera sia negativo e Brancher sia costretto alle dimissioni”, ha detto Letta. L’esponente democratico ha poi manifestato la sua opinione sull’importanza assunta dal tema delle intercettazioni nell’agenda della maggioranza: “Trovo incredibile e penso che che ogni italiano che fa la vita di ogni giorno trovi incredibile che il tema siano le intercettazioni. Ma chi se ne frega delle intercettazioni, è quello che pensa ogni italiano che ha il problema del treno pendolare che non c’è, dei licenziamenti, i problemi sociali che conosciamo. E’ paradossale che su quella questione si stia sciupando e rovinando la dialettica politica”.

Per il centrodestra ha replicato il ministro per l’Attuazione del programma Gianfranco Rotondi: Brancher va difeso “senza se e senza ma”, la maggioranza deve fare quadrato perché è una “persona corretta che viene trattata come l’uomo nero”. Quelli che gli voteranno la sfiducia “si mettono all’opposizione del governo. Parlo di quelli che all’opposizione ci stanno già e quelli che con un voto di questa natura virtualmente ci si metteranno per loro scelta”. Una puntualizzazione che riguarda direttamente la componente finiana del Pdl. “Sono certo – ha aggiunto il segretario della Democrazia cristiana per le autonomie – che di qui a poco, e certo prima di giovedì, Brancher fornirà tutti i chiarimenti necessari per evitare che sul suo nome possa accendersi uno scontro in Parlamento. Comunque l’ultima cosa che ci si può aspettare da una coalizione di governo è che manchi la solidarietà a un componente del governo stesso”.

Bonaiuti: “Nessuna tensione”. Sulle tensioni nel governo interviene il portavoce del premier, Paolo Bonaiuti, smentendo le voci di scontri tra Berlusconi e Giulio Tremonti, con il ministro dell’Economia nuovamente a un passo dalle dimissioni. La collaborazione tra i due, sostiene il sottosegretario, si basa “su una solida amicizia e sulla condivisione totale dell’azione di governo”. Bonaiuti si è detto rammaricato del fatto che voci ritenute “infondate” vengano diffuse su “un tema tanto delicato per tutti come la manovra per la stabilizzazione del pubblico bilancio”.

Lupi: “Da Letta scenari fantascientifici”. Al vicesegretario del Pd risponde il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi: “Dopo Bersani anche Enrico Letta disegna scenari fantascientifici, evocando addirittura l’intervento del Quirinale. Non solo, ma attacca la maggioranza dicendo che è fatta per vincere e non per governare. Premesso che tutto ciò è ampiamente smentito dall’attività di questi primi anni della legislatura, Letta farebbe meglio ad occuparsi del centrosinistra che in questi anni ha ampiamente dimostrato di non essere fatto nè per vincere nè per governare”. E il portavoce del Pdl Capezzone aggiunge: “Evocare ribaltoni e coinvolgere Napolitano, due gravi autogol”. Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, ironizza: “Quello di letta è proprio un sogno di mezza estate”.

da www.repubblica.it

«La famiglia, la percezione della crisi, le strategie di sopravvivenza», di Paola Di Nicola

Sembra che la crisi, che ha investito i paesi europei, si faccia sentire meno in Italia a causa, tra l’altro, della stabilità economica e della parsimonia delle nostre famiglie.

La famiglia italiana è infatti meno dipendente dal mercato per l’acquisto di beni e servizi che sono prodotti al suo interno (in particolare tramite il lavoro di cura e il lavoro domestico svolto dalla donne): la famiglia italiana, dunque, dispone di un reddito occulto, che non entra nella composizione PIL, in virtù del quale nonostante un livello di retribuzione del lavoro molto più basso che a livello europeo, gli italiani sarebbero molto più ricchi di quanto possa apparire dalle statistiche ufficiali. Ricchezza sulla cui natura, entità e composizione si sono interrogati A. Ichino e A. Alesina (L’Italia fatta in casa, Milano, Mondadori 2009), mettendone in evidenza, tuttavia, non solo gli aspetti positivi, ma anche quelli negativi, in termini di sotto-utilizzazione del capitale umano delle donne, di bassa mobilità geografica e lavorativa dei giovani (i figli si ‘radicano’ accanto ai genitori e tendenzialmente non cercano altrove migliori opportunità occupazionali), di mancato sviluppo di un mercato dei servizi più differenziato e competitivo. L’altra forza della famiglia italiana sta nella sua capacità di risparmio, che le consente di fronteggiare con più tranquillità fasi di contrazione della disponibilità economica.
Su questa forza e stabilità della famiglia italiana consentono di interrogarsi i dati recentemente pubblicati dall’Osservatorio nazionale sui consumi delle famiglie, istituito dal CriS (Centro ricerche Sociali) dell’Università degli Studi di Verona in collaborazione con la società di ricerca SWG di Trieste. La rilevazione, che ha interessato un campione nazionale rappresentativo costituito da 2022 famiglie risale al dicembre 2009. Dalla lettura dei dati si coglie una quota, stimabile nell’ordine del 19-20%, di famiglie che dichiarano una situazione di sofferenza imputabile sia ad un peggioramento della situazione lavorativa dei percettori di reddito, che al non allineamento tra entità delle retribuzioni e aumento del costo della vita. Se circa il 79-81% delle famiglie dichiara che nell’ultimo anno la situazione lavorativa dei componenti il nucleo non si è modificata, una quota di circa il 15% dichiara un peggioramento della condizione lavorativa di almeno uno dei genitori e analoga percentuale è rilevata per i figli (se occupati). Pur in presenza di una relativa stabilità delle condizioni lavorative dei componenti il nucleo, la maggior parte delle famiglie intervistate giudica scarse o appena sufficienti le risorse economiche di cui dispone. Il 20,5% delle famiglie dichiara assolutamente insufficienti le risorse per arrivare a fine mese, il 44,4% appena sufficienti (per arrivare a fine mese si fanno tagli alle spese e sacrifici), il 27,5 valuta le risorse sufficienti a soddisfare tutte le esigenze familiari, ma non si opera più alcun risparmio ed infine il 7,6% dichiara che riesce non solo a soddisfare tutte le esigenze, ma anche a tesaurizzare qualcosa. Ma come fanno le famiglie il cui reddito è insufficiente a giungere a fine mese? Le strategie sono articolate ed in generale si adottano più soluzioni in contemporanea. Per più della metà delle famiglie in difficoltà la prima e più importante valvola di sicurezza è rappresentato dal risparmio accumulato precedentemente (51,3%), segue quindi l’aumento degli straordinari (18,7%) e il fare ‘qualche lavoretto’ (11,9%). Sempre dell’ordine del 18% circa sono le famiglie che usano di più le carte di credito, giocando sulle date di addebito. Chi non ce la fa a fronteggiare la penuria con le sole risorse interne, accede al prestito sia informale (il 18,7% del campione si rivolge a parenti ed amici) che ufficiale (18,9%: banche, finanziarie)1.
Dalla distribuzione di questi dati si possono trarre alcune considerazioni, relative ai due piloni sui quali poggia la sicurezza delle famiglie italiane: il risparmio e il lavoro domestico. Per quanto riguarda il primo puntello, il fatto che le famiglie in difficoltà attingano ai risparmi precedentemente accumulati, significa che esse hanno effettivamente sperimentato una rilevante riduzione del reddito disponibile e che fronteggiano la situazione consumando quanto hanno risparmiato. E’ ovvio che la loro tenuta molto dipenderà da quanto hanno accumulato precedentemente e da quanto tempo durerà la crisi. Al momento, le formiche sono appena il 7,6% del totale, verosimilmente i nuclei più abbienti che meno hanno risentito dell’attuale congiuntura. Per quanto attiene al secondo pilone (il lavoro domestico) il fatto che le famiglie chiedano dei prestiti (quindi s’indebitano) e che cerchino di fare quadrare i conti ricorrendo agli straordinari e a qualche piccolo lavoro, significa che il valore del lavoro domestico e di cura non può essere stimato convertendolo in un equivalente monetario (prezzo di mercato dell’analogo bene: per es. pasto a casa rispetto al pasto in un ristorante; servizio di assistenza di un anziano a casa o presso una residenza sanitaria assistita). Al di là della natura di bene relazionale di difficile quantificazione e che caratterizza molti dei beni e servizi prodotti in casa, rimane il fatto che mentre con il denaro si può accedere a pressoché tutti i beni e servizi di tipo domestico e di cura, non è vero il contrario. La cura domiciliare di un anziano, ad esempio, richiede farmaci, assistenza specialistica, supporti fisici, terapie che spesso devono essere acquistati con denaro sonante. La ricchezza ‘occulta’ della famiglia italiana è dunque una risorsa, che circola bene entro le pareti domestiche e rende i suoi destinatari più ricchi anche e non solo da un punto di vista affettivo e psicologico, ma non è un mezzo di scambio generalizzato, che dà accesso a tutti i beni e servizi che hanno un prezzo e dei quali non sempre si può fare a meno.
Appare dunque evidente che ciò che è sempre stato considerato la forza del sistema Italia – una famiglia che produce beni e servizi e che, anche per questo, ha più facilità di risparmio- si sta lentamente indebolendo, rischiando, se mai le difficoltà si protraessero a lungo nel tempo, di diventare essa stessa un fattore di alimentazione della crisi. Al di là di qualsiasi richiamo all’ottimismo, che ha il sapore di una mera rassicurazione, la recente crisi sta dimostrando non tanto la forza della famiglia italiana, quanto la sua sostanziale fragilità: il suo essere un piccolo ed autarchico produttore di beni e servizi, che si stanno lentamente deprezzando rispetto ad un mercato delle merci al quale molte famiglie accedono, consumando quanto hanno prima risparmiato o indebitandosi. E’ necessario, dunque, rompere l’autarchia, sostenere i redditi familiari con politiche adeguate, favorire l’occupazione femminile e ampliare il mercato dei servizi alla persona, per far sì che il sistema Italia non perda uno dei suoi punti di forza: la famiglia, da molti considerata uno dei più significativi ammortizzatori sociali.

1. Le percentuali non fanno 100, perché sono state calcolate sul totale dei rispondenti e non delle risposte.

da www.nelmerito.it

«Se il Cavaliere non sa più comunicare», di Ilvo Diamanti

SONO passati tre mesi dal voto regionale ed è come se i partiti procedessero senza bussola. La maggioranza, in particolare (l’opposizione staziona, già da tempo, nella penombra). Non è in grado di trasmettere “un” senso all’azione di governo. Ma una maggioranza di governo ha bisogno di indicare valori e obiettivi comuni. Deve comunicare le priorità. Ha bisogno di una guida riconosciuta e condivisa. Capace di decidere. Ma quando il premier annuncia in tivù: “Ghe pensi mi”, è segno che qualcosa non funziona. Infatti, se davvero “ci pensasse lui” a dettare la linea alla maggioranza e al governo, ebbene: non avrebbe bisogno di annunciarlo. In tivù. Perché chi “comanda” davvero non ha bisogno di dirlo. Comanda e basta. Anche quando si allontana dal Paese per qualche giorno. Dover minacciare i propri alleati (?) in tivù, per avvertirli che, da domani, “Ghe pensi mi”, è segno di frustrazione. È la reazione del leader che “personalizza” l’identità del Centrodestra contro la “sua” maggioranza. Dove non si scorge una sola identità. Semmai, molte e diverse. Quindi, nessuna.

Non era mai avvenuto. In passato, i governi avevano sempre proposto un’idea, un marchio da esibire. Magari per ragioni di marketing, vista la crisi dei grandi progetti e delle grandi ideologie. Lo aveva fatto perfino il centrosinistra, durante le sue complicate esperienze di governo. Negli anni Novanta: il contrasto alla sfida secessionista e l’ingresso nell’Europa dell’euro. Nel 2006, all’avvio del secondo governo Prodi: la liberalizzazione delle professioni.

Il centrodestra, però, aveva sempre dettato un’agenda di priorità molto ben definita. Sia al governo che all’opposizione. Forza Italia, Lega, in parte An. Ciascuno con il proprio slogan. Ma insieme. Uniti nel segno e nell’immagine di Silvio Berlusconi.

A metà degli anni Novanta: il “nuovo”, il cambiamento. La questione settentrionale. La riduzione dello Stato assistenziale e fiscale. Negli anni Duemila: la lotta contro il declino, le grandi opere. Ma soprattutto: la sicurezza “personale”. Contro l’aggressione della criminalità comune, contro l’invasione degli immigrati. Negli ultimi anni: il federalismo. Infine, la logica del “fare”. (Tranquilli. “Ghe pensi mi”.) Ma oggi, due anni dopo il largo successo del 2008, con una larghissima maggioranza parlamentare, è difficile “capire” questo governo. Il quale fa poco, ma dice anche troppo. E spesso si contraddice. Questa maggioranza: parla troppi linguaggi, usa troppe parole. Ha troppi volti. Più che ambigua (nell’esercizio del potere l’ambiguità può essere una virtù), appare confusa. L’immigrazione e la criminalità comune. Svanite. Non si sa come né perché. In compenso, è cresciuta la disoccupazione (nelle statistiche e nella percezione sociale). Di cui, ovviamente, il governo non parla. Perché inquietare una società già inquieta? Alimentare lo spirito disfattista? Però, all’improvviso, si annunciano – e si assumono – misure economiche severe. Si agita lo spettro della Grecia. E allora – ancora – non si capisce: la crisi c’è o non c’è?

Gli altri obiettivi-chiave procedono a fatica. Tra annunci roboanti e successive frenate. Come per l’università. Di cui, da anni, si annuncia la riforma. Anzi: la Riforma. Che, però, slitta. Mentre le risorse calano. Poi, il fisco. Una bandiera del centrodestra liberal-federalista. Si promette di ridurne la pressione e di semplificarne il procedimento. Ma domani, oggi ancora non si può. Il federalismo, invece, resta una priorità. Una bandiera. Sventolata dalla Lega. Che minaccia, se non venisse realizzato subito, la secessione. Di fatto, avanza un federalismo senza autonomia. Dove i governatori non governano neppure se stessi e si autodenunciano “curatori fallimentari”. Dove i sindaci vedono crescere le proprie competenze e diminuire le risorse.

La manovra finanziaria. Nessuno sa come sarà davvero, alla fine. Ogni giorno un nuovo emendamento, smentito all’indomani. Ultimo: il taglio alle tredicesime dei poliziotti. Perfino Bossi: non sembra più lui. Prima provoca. Sostiene che la Nazionale comprerà la partita contro la Slovacchia. Poi ritratta. Come un Berlusconi qualsiasi.
La maggioranza. Questa larga maggioranza. Non ha un’idea da comunicare. E neppure qualcuno che la comunichi. Per conto di tutti. Ci penserà Berlusconi, ma da domani. Per ora, definirla divisa è un eufemismo. Fini e i suoi: sono già all’opposizione, anche se stanno ancora nella maggioranza. La Lega: non può lasciare a Fini questo ruolo. Ma non può permettersi neppure di rappresentare un governo centralista e anti-federalista. Contestato dai governatori e dai sindaci. Tremonti: è il vero premier. Ma non si può dire.

L’unica vera – e visibile – missione del governo sembra essere la difesa del premier. Dei suoi interessi, dei suoi collaboratori e amici. Contro ogni minaccia legale e politica. Contro i giudici, i giornalisti. Contro le intercettazioni. Con fatica crescente, però. Perché le leggi “personali” procedono tra modifiche, accelerazioni e rallentamenti. Deviazioni. E tante proteste, tante manifestazioni contrarie.

Troppo poco per costruire un’identità. Emozionare gli elettori del Nord e del Sud. Convincere gli imprenditori e i lavoratori autonomi. Rassicurare i pensionati e i lavoratori dipendenti. Anche perché latitano i nemici da combattere. I comunisti: chi li ha visti? Il “complotto di giudici e magistrati”: dopo tanti anni, suona come un disco rotto.

Questo premier – e questo governo – in campagna elettorale permanente, senza elezioni da affrontare, a breve periodo, appare sperduto. E, Berlusconi, probabilmente “ci pensa (lui)”. Al voto anticipato. Per ritrovare una missione e un senso. Tuttavia, per chiudere una legislatura, per andare a nuove elezioni, il premier dovrebbe essere in grado di imporle (e di scaricarne le responsabilità all’esterno). Dovrebbe, comunque, spiegarne il significato.

Non sarà facile, in quest’epoca di politica insignificante.

da www.repubblica.it

«Quel buco nero del quale non si parla», di Eugenio Scalfari

NONOSTANTE il “ghe pensi mi” detto da Berlusconi nella sua doppia dichiarazione al Tg1 e al Tg5 dell’altro ieri, è sensazione generale che il blocco politico di centrodestra si stia sfaldando. I segnali più chiari vengono addirittura dalla Lega: Bossi solidarizza con il severo monito di Napolitano concernente la legge sulle intercettazioni e ha posto solidi paletti contro l’ipotesi d’uno scioglimento anticipato delle Camere.
Fini dal canto suo ha confermato che quella legge, per come è uscita dopo il voto di fiducia al Senato, non è accettabile. Casini nell’intervista data oggi al nostro giornale respinge i pressanti inviti che gli vengono rivolti per rientrare nello schieramento di centrodestra.

Infine cresce il livello dello scontro sulla manovra economica tra le Regioni e il ministro dell’Economia.
Giulio Tremonti ha deciso di aumentare l’Irap per tutte le Regioni meridionali che hanno un bilancio della sanità in sfacelo, ma usare proprio l’Irap per ripianare quel buco nero avrebbe un effetto dirompente sul costo del lavoro proprio in quei territori in cui la disoccupazione e in particolare quella giovanile è già arrivata a livelli insostenibili. E qui i durissimi interventi critici della Marcegaglia e di tutta la Confindustria.
Tutto ciò avviene a pochi giorni di distanza dalla sentenza di condanna a sette anni di reclusione di Marcello Dell’Utri per associazione mafiosa. La gravità politica di quella sentenza è stata rapidamente archiviata, eppure essa ha rivelato un retroterra impossibile da sottacere. Perciò sarà proprio questo l’oggetto delle mie odierne riflessioni.

* * *

Io non credo che quella parte della sentenza della Corte d’appello di Palermo che ha messo Dell’Utri fuori causa per quanto riguarda le stragi del 1992-93 sarà ribaltata da altri tribunali e da altre investigazioni.
So bene che sono al lavoro da diversi ma convergenti punti di vista il tribunale di Caltanissetta, quello di Firenze e la stessa Procura di Palermo; è al lavoro la Commissione antimafia presieduta dal senatore Pisanu; indagano reparti specializzati di Carabinieri e Guardia di finanza ed anche giornalisti capaci e dotati di memoria storica e di collaudate relazioni informative.

Ma non credo che questo lavoro sboccherà in una accertata verità giudiziaria. Bisognerebbe poter disporre di documenti e di testimonianze coperti da segreto, sprofondati in qualche fossa e in qualche buco nero talmente profondi da precludere un risultato giudiziariamente inoppugnabile.

Può darsi naturalmente che questa mia previsione si riveli sbagliata. Come cittadino non so se augurarmelo o temerlo.

Ma mi sono convinto dopo attenta riflessione che la sentenza della Corte d’appello di Palermo che ha condannato Dell’Utri sia comunque arrivata all’accertamento d’una terribile verità, trasformando ciò che era una ipotesi in una certezza giudiziaria che accomuna, attraverso la mediazione di Dell’Utri ma non soltanto, la Cupola di Cosa Nostra e Silvio Berlusconi per un periodo di vent’anni, un arco di tempo che abbraccia l’intera carriera imprenditoriale del “signore” di Arcore, la nascita del suo successo nel settore immobiliare, poi in quello televisivo, poi in quello commerciale, da Milano 2 fino a Fininvest, senza soluzione di continuità.

Vale ovviamente per Dell’Utri e quindi per l’intera fattispecie giudiziaria la presunzione di innocenza ancora in piedi in attesa del giudizio della Cassazione. Il quale tuttavia riguarderà soltanto questioni di legittimità e non di merito. Non si può escludere l’ipotesi che la Suprema Corte – come è nei suoi poteri – ravvisi errori di legittimità che affidino ad un’altra Corte d’appello il compito di un nuovo giudizio.

Tutto ciò è ancora possibile. Ma allo stato dei fatti una prima certezza sul merito è stata acquisita e confermata in due gradi di giurisdizione con dovizia di testimonianze e riscontri.

Quanto a Berlusconi, che nel processo di Palermo ha rifiutato di rispondere nonostante fosse citato come semplice testimone, non è mai riuscito a fornire una credibile spiegazione alternativa ai finanziamenti con i quali intraprese la sua scalata imprenditoriale. La presenza di capitale riciclato di origine mafiosa, il ruolo della Banca Rasini, dotata di un unico sportello a Milano ma di solidi agganci con società-fantasma situate a Lugano e in altri paradisi fiscali, la nebulosa mai chiarita delle ventisei società fiduciarie che si spartirono le quote di Fininvest, infine la presenza di personaggi mafiosi nel più intimo “entourage” berlusconiano, sono fatti sui quali la sentenza di Palermo ha fornito una concretezza di tale solidità e coerenza che dovrebbero provocare un dibattito politico e storico di amplissime dimensioni.

Al centro di questo dibattito c’è il ruolo di Marcello Dell’Utri. Ruolo finanziario, organizzativo, politico, a fianco di Silvio Berlusconi dai primi anni Settanta fino ad oggi. Giuseppe D’Avanzo nel suo articolo di martedì scorso di commento alla sentenza di Palermo ha ricordato quali sono stati i due angeli custodi di Berlusconi lungo tutto quel periodo: Cesare Previti e appunto Marcello Dell’Utri.

Il primo condannato con sentenza definitiva per corruzione di magistrato, il secondo colpito ora in appello per associazione mafiosa. Entrambi gli angeli custodi e le condanne che li riguardano coprono un periodo che precede l’ingresso in politica di Berlusconi: fatti antichi che hanno tuttavia costituito la premessa necessaria anche se non sufficiente del successo politico berlusconiano.

Questo è il tema del dibattito che tuttavia stenta ad avviarsi. Perché? Qual è l’elemento frenante che spinge su un binario morto un tema essenziale per comprendere quanto è accaduto in Italia nel corso di un ventennio che ha gettato le basi della situazione politica tuttora in corso?

* * *

Questa domanda ci porta direttamente al cuore dell’azione di governo di questi due anni: l’occupazione completa della Rai, la legge bavaglio sulla stampa, la messa sotto accusa della magistratura e la riforma che approderà nei prossimi giorni in Parlamento, gli insulti quotidiani contro la Corte Costituzionale degradata ad organo fazioso e politicizzato, l’intento di abolire l’obbligatorietà dell’azione penale trasformando di fatto i magistrati della pubblica accusa in funzionari del governo.

Questa politica ha un senso e una lucida coerenza se la si mette in rapporto con i vent’anni che precedono l’ingresso dell’imprenditore Berlusconi nell’agone politico.

Il controllo della Rai e la legge bavaglio servono a impedire che il pubblico sia informato di quanto realmente è accaduto e accade. Per sviare l’attenzione del pubblico si usa un diversivo: quello di contrapporre all’articolo 21 della Costituzione che tutela la libertà di stampa l’articolo 15 che tutela la privatezza delle persone: due principi che potrebbero facilmente integrarsi e che vengono invece contrapposti affinché il secondo prevalga sul primo o almeno lo elida.

Basterebbe infatti, come più volte abbiamo proposto, affidare ad un collegio di magistrati l’esame preliminare delle intercettazioni eliminando quelle che riguardano soggetti estranei ai reati perseguiti e occasionalmente ascoltati. Basterebbe questa semplice e doverosa cautela per risolvere la questione, lasciando tutto il resto inalterato. Ma non è questo che vuole il potere berlusconiano ed è stupefacente vedere l’avallo che gli viene dato su questo delicatissimo tema da intellettuali che si professano liberali mentre offrono le loro firme per un’operazione palesemente liberticida.

L’altro punto cruciale riguarda il progetto di abolire l’obbligatorietà dell’azione penale. Ricordate il film Z-L’orgia del potere che raccontò il regime dei colonnelli greci? Uno dei protagonisti di quel film era un giudice istruttore decisamente apolitico ed anzi di idee conservatrici, il quale scoprì le malefatte della “cricca” dei colonnelli e non ebbe tregua fino a quando non accertò la verità.

Ne parlò anche Paolo Barile per sostenere la necessità dell’azione penale obbligatoria, unica vera salvaguardia dell’indipendenza del pubblico ministero: “Senza l’obbligatorietà, il pubblico ministero cessa di essere un magistrato indipendente e diventa un semplice funzionario al servizio del governo o, nel migliore dei casi, del Parlamento”.

La dipendenza dal Parlamento era ipotizzata da Barile come un’ipotesi accettabile, se i deputati fossero stati eletti dal popolo. Ma non lo sono. La legge elettorale “porcellum” affida al governo in via esclusiva la scelta dei candidati, inseriti in liste bloccate. Ogni tentativo da parte delle opposizioni di modificare quella legge è fin qui caduto nel nulla.

Questo significa che il potere esecutivo ha smantellato completamente l’autonomia del potere legislativo e le sue funzioni di controllo. Il Parlamento è ormai ridotto ad una camera di registrazione dei voleri del principe. Come se non bastasse una maggioranza clonata, si aggiunge la decretazione d’urgenza ormai diventata normalità e il potere di ordinanza che sfugge perfino al vaglio del presidente della Repubblica.

* * *

La conclusione è questa: quando un imprenditore che ha subìto fin dall’inizio della sua carriera un condizionamento e una soggezione mafiosa durata almeno vent’anni, conquista il potere, il suo obiettivo non può essere altroché quello di blindarlo, affievolendo tutti i contropoteri di garanzia e di libera informazione, asservendo il Parlamento attraverso una legge elettorale vergognosa, smontando l’indipendenza della magistratura, intimidendo la Corte Costituzionale, infine degradando la pubblica accusa retrocedendola dal ruolo giurisdizionale a quello di un’avvocatura che opera su commissione.

Questo è il quadro. La sentenza di condanna di Marcello Dell’Utri ne illustra le premesse e ne spiega la logica evoluzione. Per fortuna c’è ancora qualche giudice, c’è ancora un’opposizione, c’è ancora qualche giornale ad impedire che la democrazia si spenga sotto una cappa di piombo. E c’è un presidente della Repubblica che fa fino in fondo quello che deve fare.

Gli elementi per combattere una buona battaglia ci sono dunque tutti.

da www.repubblica.it

Carpi, Festa Nazionale PD Green Economy "Innovazione e ricerca. Università, impresa e dintorni"

Giovedì 15 Luglio 2010, alle ore 21 presso la sala conferenze PalAbitcoop della Festa Nazionale PD Green Economy, si svolgerà il idbattito su “Innovazione e ricerca. Università, impresa e dintorni”
Ne discutono:
Patrizio Bianchi (Assessore regionale lavoro e formazione professionale E.R.)
Giuliano Poletti (Presidente Legacoop Nazionale)
Manuela Ghizzoni (Capogruppo Pd Commissione Cultura e Scuola Camera dei Deputati)
Simona Caselli (Pd Emilia-Romagna)
Coordina: Giuseppe Schena (Sindaco Comune di Soliera)