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Pisa. Tra la manovra finanziaria e il ddl Gelmini, quale futuro per l'universita'?

Lunedì 5 luglio alle ore 17,45 presso il Cinema Lumière (vicolo del Tidi 6 – Lungarno Pacinotti, sala multimediale al primo piano) si svolgerà l’incontro l’incontro “Tra la manovra finanziaria e il ddl gelmini
quale futuro per l’università?”.
Introduce e coordina Carmine Zappacosta (Responsabile Università e Ricerca Pd Pisa Segretario Circolo Università e Ricerca)
Ne discutono:
Samuele Agostini (Responsabile Ricerca e Innovazione Pd Toscana)
Paolo Fontanelli (Deputato, Segretario cittadino Pd)
Manuela Ghizzoni (Deputata, Capogruppo Pd in Commissione cultura Camera dei Deputati)

«Senza ricercatori blocco le lezioni», di Ilaria Venturi

I CORSI del primo anno a Scienze della Formazione (di Bologna, n.d.r.) non partiranno a settembre, se il ministro Gelmini non cambierà idea sui ricercatori, messi “ad esaurimento” con la riforma ora in discussione: dunque, se il loro sciopero della didattica non rientrerà.
L’annuncio choc è stato fatto dal preside Luigi Guerra all’ultimo consiglio di Facoltà. Il docente di pedagogia, battagliero e di sinistra, sa bene che la sua offensiva scatenerà un terremoto.
UNA provocazione rivolta al Ministero a Roma, più che a Palazzo Poggi a Bologna. «Ma voglio comunque sollevare con forza il problema nel prossimo senato accademico», ha detto Guerra ai suoi docenti nell’aula magna della Facoltà, nel verde di via Filippo Re.
I senatori dell’ Alma Mater si riuniranno martedì. «Come presidi non possiamo far finta di nulla, ignorare la protesta dei ricercatori, che io condivido e alla quale voglio dare il mio sostegno. Sono al loro fianco. E’ nei loro diritti non accettare insegnamenti per contestare una riforma che li relega in un ruolo ad esaurimento, come dinosauri, senza più possibilità di carriera. E stiamo parlando di giovani che non chiedono una via preferenziale, un intervento ope legis, per avere un futuro in università, ma di poter diventare professori in base al merito».
Il ragionamento di Luigi Guerra parte dai numeri e da un banale conteggio che in questo periodo stanno facendo anche altri presidi. Con preoccupazione.
Scienze della formazione i 53 ricercatori (su 130 docenti in tutto, destinati a calare dal prossimo anno per effetto dei pensionamenti) tengono il 40% dei corsi. Insegnamenti che ora hanno accettato “con riserva” per protesta, come sta avvenendo negli atenei di tutta Italia: se non sarà modificato il Ddl Gelmini, loro non saliranno in cattedra. Come potranno fare le facoltà ad assicurare i corsi? «Non avrò abbastanza docenti e visto che non posso interrompere i corsi di laurea già avviati, dal secondo anno in poi, mi trovo costretto a non far partire quelli del primo anno», spiega il preside. I corsi offerti da Scienze della formazione sono nove, tra Bologna e Rimini: tre lauree triennali e quattro magistrali. «Il problema è molto grave e non posso aspettare l’ inizio dell’ anno accademico.
Il 26 luglio si aprono le iscrizioni, e da oggi sino a quel giorno una soluzione va trovata: altrimenti come potrò accettare nuovi iscritti se poi non riuscirò a garantire loro un docente in aula? Se le cose non cambieranno, per onestà nei confronti dei ragazzi, non accoglierò le iscrizioni al primo anno. E non potrò fare nemmeno la prova scritta prevista il 20 settembre per l’accesso al corso a numero chiuso per insegnanti».
Il messaggio al ministro Gelmini è chiaro e diretto.
Anche altri presidi sono in agitazione. Tutte le facoltà sono destinate ad andare in crisi se i ricercatori smettono di fare lezione, come hanno annunciato di voler fare. Una protesta che si è riaccesa proprio in questi giorni in altri atenei con il blocco degli esami e delle lauree. A Bologna, invece, quasi 700 ricercatori hanno deciso di bloccare la didattica a settembre. A difesa della dignità della ricerca e del loro ruolo.

da Repubblica/BOLOGNA del 03 luglio 2010

«Sul duello Scrima-Bastico e dintorni», di Osvaldo Roman

Scrima (CISL SCUOLA) pretende che il PD, per presentare proprie proposte di modifica al decreto legge governativo in materia di personale, debba attendere di diventare maggioranza nella prossima legislatura!
Vogliamo scherzare? L’arroganza del governo è contagiosa?

Al fine di comprendere la reale natura della polemica scatenata dalla CISL scuola contro i senatori del PD rei di aver presentato emendamenti alle misure del governo e alle loro modifiche proposte dal relatore di maggioranza è necessario entrare nel merito delle questioni esistenti sul tappeto.
La materia riguarda:
a) il blocco della contrattazione, per il triennio 2010-2012 (art.9 comma 17), e il blocco, dal 2011 fino al 2013, dei livelli stipendiali dei dipendenti scolastici (congelati su quelli in godimento nel 2010); (art.9 comma 1)
b) la cancellazione permanente del triennio 2010 2012 ai fini del conseguimento degli scatti retributivi e, a differenza di quanto stabilito nel decreto per tutti gli altri dipendenti statali, anche per la carriera;(art.9 comma 23)
c) la non utilizzazione ai fini stabiliti dall’art.64 comma 9 della legge 133/08 degli stanziamenti ivi previsti (art.8 comma 14).Si tratta di 410 mln di euro per l’anno scolastico 2009-10, di 664 mln per il 2010-11 e di 956 mln a decorrere dal 2011-12.

Esaminiamo innanzitutto la questione su cui, in seguito all’emendamento del relatore, si è aperta un’ accesa polemica
Il Relatore di maggioranza in Commissione Bilancio del Senato ha infatti di recente proposto un emendamento che interviene sulla diversa destinazione, prevista dal decreto, delle risorse destinate alla premialità dall’art.64 comma 9 delle legge 133/08.
Tale disposizione, su cui la Gelmini e i suoi corifei hanno versato milioni di parole, testualmente prevedeva che: “Una quota parte delle economie di spesa di cui al comma 6 e’ destinata, nella misura del 30 per cento, ad incrementare le risorse contrattuali stanziate per le iniziative dirette alla valorizzazione ed allo sviluppo professionale della carriera del personale della Scuola a decorrere dall’anno 2010, con riferimento ai risparmi conseguiti per ciascun anno scolastico. Gli importi corrispondenti alle indicate economie di spesa vengono iscritti in bilancio in un apposito Fondo istituito nello stato di previsione del Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca, a decorrere dall’anno successivo a quello dell’effettiva realizzazione dell’economia di spesa, e saranno resi disponibili in gestione con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze di concerto con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca subordinatamente alla verifica dell’effettivo ed integrale conseguimento delle stesse rispetto ai risparmi previsti. “
L’art. 8 comma 14 del Decreto legge invece così recita: “14. Fermo quanto previsto dall’articolo 9, le risorse di cui all’articolo 64, comma 9, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, sono comunque destinate, con le stesse modalità di cui al comma 9, secondo periodo, del citato articolo 64, al settore scolastico.”

Il Relatore ha proposto per tale testo le seguenti modifiche:
1. all’art. 8, comma 14, in fine, è aggiunto il seguente periodo: “La destinazione delle risorse previste dal presente comma è stabilita con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell’istruzione dell’università e della ricerca di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.” Tale modifica non indica in alcun modo la destinazione delle risorse ma il modo per individuarla( con decreto non regolamentare sentite le organizzazioni sindacali). E bene segnalare che le modalità di tale utilizzo non sono state fino ad oggi oggetto di alcuna specifica e formale trattativa sindacale e neppure di alcun accordo separato. Ne lo potranno essere, nel triennio 2010-2012, in virtù del blocco disposto dal comma 17 dell’art.9. La norma in sostanza sancisce il superamento della contrattazione sindacale e delle sue procedure, legislativamente stabilite, per sostituirla con una sorta di mancia governativa, arbitro il munifico Tremonti. Lo stile populista che questo ministro ha già più volte sperimentato con i soldi dei cittadini, ad esempio nei confronti del sistema bancario, si estende alla scuola dove i beneficiati dovrebbero essere soprattutto, nel pensiero onirico di costoro, gli amici delle riforme del ministro Gelmini.

2. all’art. 9, comma 1, in fine, sono aggiunte le seguenti parole: “, e dall’art. 8, comma 14. Tale modifica dovrebbe indicare la possibilità di superamento, al pari di quanto già consentito alle indennità di vacanza contrattuale, del limite riferito al livello retributivo in godimento nel 2010, con eventuali erogazioni, nel triennio 2011-2013, al personale della scuola delle suddette risorse, nelle forme che il governo deciderà sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.

3. all’art. 9, comma 23, in fine, è aggiunto il seguente periodo: “E’ fatto salvo quanto previsto dall’art. 8, comma 14. Il comma 23, con la suddetta modifica, non ripristina il diritto per il personale della scuola al conseguimento degli scatti retributivi e continua ad escludere la validità strutturale, per la carriera, del triennio 2010-2012. Tale previsione comporta in termini finanziari, come stabilito dalla relazione tecnica, un risparmio al 2050 di 18,72 miliardi di euro. Non risulta che l’emendamento in questione abbia previsto una copertura finanziaria al riguardo. Si tratterebbe quindi di una sorta di erogazione unilaterale da parte del ministro illuminato che allo scopo ha già cominciato a frequentare le assemblee dei sindacati amici. Di una erogazione in forme atipiche e in quantità da definirsi.
E’ singolare che in tutta questa confusa e oscura vicenda non si sia accennato allo stanziamento di 410 milioni già iscritto nel bilancio 2010 con la finalità di cui all’art.64 comma 9. La questione è rilevante perché tale stanziamento gode di una pecularietà in quanto sfugge al blocco delle retribuzioni perché riguarda il 2010 ma non può però essere oggetto di contrattazione perché incappa nel blocco della medesima. Inoltre poiché non è soggetto a misure che riguardano le riduzioni del bilancio del MIUR per il 2010(il taglio lineare del 10% di cui all’art.2 comma 1) sarebbe pienamente erogabile senza ulteriori oneri per il bilancio.
Se queste sono le questioni di merito oggetto del libero dibattito parlamentare, se quella indicata (rispetto della legalità contrattuale stabilita dal Parlamento e non da qualsivoglia organizzazione sindacale), è la posta in gioco, non si può comprendere o giustificare la pretesa di alcuni dirigenti sindacali di impedire ai partiti di opposizione di intervenire con proprie proposte su tali scelte dissennate e autoritarie che nulla hanno a che spartire con la natura economica dei provvedimenti da adottare. E’ estremamente arrogante, ma probabilmente è sfuggita a chi l’ha formulata, l’assurdità della pretesa che l’opposizione taccia in attesa di diventare maggioranza nella prossima legislatura.

Rispetto a tutto ciò i sub emendamenti del gruppo Pd del Senato all’emendamento 10.1000 del Relatore propongono di:
a) inserire” dopo le parole “La destinazione” “, alla contrattazione sindacale ai sensi di quanto stabilito dall’articolo 64, comma 9, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133,”. Si tratta di una misura che non ha oneri e si configura essa medesima come una semplice deroga al blocco generalizzato della contrattazione

b) di ” sostituire le parole “sentite le” con le seguenti “d’intesa con le”. Si tratta, in subordine, di una modifica che tende a rafforzare il valore del confronto con le parti sindacali. Non comprendiamo perché un sindacalista non dovrebbe apprezzarla

c)” sostituire le parole “previste dal presente comma” con le seguenti “all’incremento delle risorse contrattuali stanziate per le iniziative dirette alla valorizzazione ed allo sviluppo professionale della carriera del personale della scuola”. Si tratta, con una scelta di netta alternativa, di confermare l’utilizzo originario di tali risorse. Destinandolo sempre alla contrattazione sindacale. Se in Parlamento si cambia una scelta, peraltro nel medesimo proposta e approvata dalla stessa maggioranza, perché mai all’opposizione dovrebbe essere precluso di riproporla, ciò non comportando tra l’altro oneri aggiuntivi?

d) ” sostituire le parole “La destinazione delle risorse” fino alla fine del periodo con le seguenti “Le risorse previste dal presente comma sono destinate alla maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti per il personale docente, Amministrativo, Tecnico ed Ausiliario della scuola per gli anni 2010, 2011 e 2012.” Tale formulazione esplicita quella che potrebbe essere una finalizzazione di tale recupero di risorse. La contrattazione sindacale non viene lesa perché ad essa spetterebbe di definirne le modalità.

E’ il Parlamento che decide le scelte economiche e non Tremonti in osteria con i propri amici!
Ovviamente queste sono le proposte di modifica del sub-emendamento del Relatore e c’è da ricordare che il PD aveva già presentato emendamenti soppressivi o sostitutivi delle scelte inizialmente presenti nel Decreto legge.
Se tutto ciò non va bene a Scrima ovviamente costui può dissentire e ciò può dispiacere a molti di noi ma è un problema che riguarda esclusivamente la sua attuale concezione e pratica del fare sindacato e il suo rapporto con i lavoratori del settore, da cui non si può far derivare alcun limite all’autonomia parlamentare del maggior partito di opposizione.

www.retescuole.net

«Arbitrato, condoni e previdenza. Tutti i trucchi della strategia dei refusi», di Roberto Mania

Se due indizi fanno una prova, due refusi finiscono per dare corpo a una strategia. Al ministro Saconi i diritti d’autore sul “refuso” entrato nel gergo della politica

ROMA – Un refuso tira l’altro. Prima quello sulle pensioni, poi quello sulle tredicesime di poliziotti, professori e magistrati. Così se due indizi fanno una prova, due refusi finiscono per dare corpo a una strategia: la strategia dei refusi, appunto. Coltivata dal governo, assecondata, nel segreto dell’emendamento, da alcuni parlamentari della maggioranza. A nobilitarla è stato – pare senza una vera strategia di marketing – il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Perché sono tutti suoi i diritti d’autore sul “refuso” entrato prepotentemente nel gergo della politica all’insegna del “pop”.

È stato lui il primo a parlarne. Ma se nuovo è il termine, vecchio, e largamente sperimentato, è lo schema di gioco: il governo – vale per la giustizia come per quasi tutti i provvedimenti di politica economica – non scopre per intero le sue carte e affida ai parlamentari prescelti le proposte più hard (tutti i condoni fiscali ed edilizi sono passati così), poi aspetta di “vedere di nascosto l’effetto che fa”, come canterebbe Enzo Jannacci. Quando si scatena la tempesta, l’esecutivo fa fare marcia indietro ai parlamentari, altrimenti va in gol. Su pensioni e tredicesime, per ora, gli è andata male. E motu proprio ha già fatto dietrofront sulla stretta alle invalidità e sul blocco degli scatti di anzianità nella scuola.

La strategia impone la figura del parlamentare del refuso. Per la manovra da 25 miliardi, è stato prescelto il presidente della Commissione Bilancio del Senato, Antonio Azzollini (classe 1953), che è anche sindaco di Molfetta e che non è nuovo a interpretare il ruolo. Da anni è iscritto al “partito dei condonisti”, avendoli fatti passare tutti dallo scranno di presidente della Commissione e giustificandoli tutti in vista della grande riforma del fisco che, però, è ancora da venire. “Scegliendo Azzollini hanno un po’ esagerato – commenta il democratico Enrico Morando che dal ’94 fa parte della Bilancio – perché è nello stesso tempo presidente della Commissione e relatore del provvedimento. Davvero c’è il rischio di far diventare il Parlamento un passacarte delle decisioni governative”.

Ma, sia chiaro, Azzollini, berlusconiano doc e acerrimo nemico del conterraneo Raffaele Fitto, è solo, per quanto nient’affatto ingenuo, un portatore d’acqua, anche se i maligni osservano come la carica di presidente della commissione parlamentare abbia probabilmente favorito la crescita industriale della sua Molfetta. Gli emendamenti, anche quello sul blocco dei pensionamenti nonostante i 40 di contributi, sono stati pensati e scritti dai tecnici del governo, Ragioneria in testa.

C’è chi dice che per quello sulle pensioni abbia contribuito anche il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, fedelissimo del governo ma soprattutto, oltreché del sottosegretario Gianni Letta, del titolare del Lavoro Sacconi. Che, vista la buriana, l’ha sconfessato. Ma non era propriamente un refuso. Dice Pier Paolo Baretta, capogruppo del Pd alla Commissione Bilancio di Montecitorio: “La norma che a partire dal 2016 aggancia l’età del pensionamento alle aspettative di vita non prevede alcuna deroga. Quindi, dal 2016, i 40 anni di contributi non saranno più sufficienti per andare in pensione indipendentemente dall’età. I 40 anni sono già saltati. Altro che refuso!”.

Anche sull’arbitrato sul lavoro, con l’aggiramento dell’articolo 18 sui licenziamenti, Sacconi ha affidato buona parte della strategia al senatore Maurizio Castro, con il quale ha da anni un rapporto strettissimo, tanto più che quella era una delega affidata al governo. Il riesame imposto dal Capo dello Stato ha fatto in parte modificare le norme.

I condoni sono il terreno prediletto per applicare la strategia del refuso. “Sono tutti passati così, da quelli nell’edilizia a quello fiscale tombale del 2003”, ricorda Morando. E la mossa del condono – questa volta – l’aveva provata il quarantaseienne abruzzese Paolo Tancredi per tutti, ormai, “il senatore dei condoni”. Ma forse, insieme ai colleghi Cosimo Latronico e Gilberto Picchetto Fratin, ha esagerato: un condono edilizio esteso alle aree protette sommato a un condono fiscale tombale. È stato travolto dalle critiche, provenienti anche da Palazzo Chigi. Alla fine, a proposito dell’emendamento, ha detto: “È stato un errore firmarlo. Ma ne abbiamo firmati a centinaia, assediati dalle associazioni di categoria e anche dai colleghi deputati”.

Va da sé che per evitare tutti questi refusi non basterebbe nemmeno un correttore di bozze vecchio stile.

da la Repubblica

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«Tredicesime, governo in retromarcia il premier: “Non saranno toccate”», di Valentina Conte
«Nella manovra non ci sarà alcuna riduzione della tredicesima per nessuno». Non ci sarà per i poliziotti, ma neanche per giudici, docenti universitari, vigili del fuoco. Arriva in serata, nel corso di una telefonata al Tg4, la piena ufficialità alla retromarcia del governo sull´emendamento taglia-tredicesime. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lo scandisce in tv, provando a rassicurare anche sulla crisi: «È aumentata la velocità della ripresa e Confindustria ha detto che la recessione è finita».
Una giornata “calda”, quella di ieri, e non solo a causa del meteo. Iniziata con Federico Bricolo, presidente della Lega in Senato, che si mette subito di traverso: «Non siamo disposti a tagliare le tredicesime». E infatti la Padania di oggi si intesta il successo, titolando “Abbiamo salvato le tredicesime”. Ma il primo dietrofront ufficiale è del ministro della Difesa Ignazio La Russa che a mezzogiorno annuncia: «Ho parlato con Tremonti mi ha detto che eliminerà anche la semplice facoltà di taglio delle tredicesime per il comparto sicurezza. Anche Maroni è d´accordo». Il Viminale conferma. Poi è il turno del presidente del Senato Schifani: «Ho telefonato ad Antonio Azzollini, che ha presentato l´emendamento, e l´ho invitato a ritirarlo». E lui: «Quando e se il governo lo chiederà lo ritireremo. Era un´opzione. Se non ci sarà, non ci sarà». Ma si parla solo del “comparto sicurezza”.
Intanto si scatena l´inferno. Protestano tutti: poliziotti, prefetti, diplomatici, magistrati, guardia di finanza, polizia penitenziaria. I più arrabbiati sono i sindacati di polizia, anche quelli di destra (Ugl e Sap), che confermano «azioni eclatanti» nei prossimi giorni e annunciano un´alleanza inedita con prefetti e vigili del fuoco, chiedendo l´intervento «urgente» di Napolitano e Berlusconi. «La nostra azione sarà durissima», minaccia Nicola Tanzi, segretario Sap. «La manovra resta iniqua e ci colpisce umiliando figli e mogli dei poliziotti», rincarano il Siap e l´Anfp.
Un coro di proteste, nonostante il ritiro dell´emendamento, e un attacco durissimo a Maroni, accusato di lontananza e disinteresse. Rimangono i tagli (1,7 miliardi in meno solo nel 2011 per il comparto sicurezza e difesa), le retribuzioni ferme al 2010, le promozioni senza adeguamento di stipendio, notturni, straordinari, festivi non pagati. «È una manfrina tra governo e commissione Bilancio», dice Claudio Giardullo, segretario Silp-Cgil. «Abbiamo incontrato Maroni a fine giugno ma non ci ha detto nulla delle tredicesime. Sui tagli il ministro è stato disattento», accusa Felice Romano, segretario Siulp. Maroni risponde a metà giornata. Si dice «sorpreso e amareggiato per le accuse dei sindacati». E precisa che «i tagli previsti dalla manovra non incideranno sulla sicurezza», in parte «compensati dalle risorse che ogni giorno vengono sottratte alla criminalità organizzata». «Ma quante sono le risorse effettivamente disponibili ed esigibili di quel fondo? Basteranno a coprire i tagli?», si chiede Giuseppe Tiani, segretario generale Siap.
da la Repubblica

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«Pensioni e federalismo, il Tesoro blinda la manovra», di M. Sen.
Diventerà legge l’adeguamento automatico dell’età pensionabile. Il contropiede sui governatori

Articolo 12-ter. La nuova gamba spuntata alla manovra per la correzione del deficit sta lì dentro. In quell’emendamento presentato dal relatore del decreto, Antonio Azzollini, dopo averlo concordato con il ministero dell’Economia. L’adeguamento automatico dell’età di pensione alle speranze di vita. Fatto per legge e non più affidato ad un semplice Regolamento, che pure il governo si era premurato di approvare il giorno dopo il varo della manovra per dare ancor più sostanza agli impegni del governo sul risanamento. Meglio andare sul sicuro, deve aver pensato Giulio Tremonti. Un Regolamento, benché attuativo di una legge precedente, si può sempre cancellare, sostituire, modificare, contestare. Il Consiglio di Stato, ad esempio, lo stava soppesando da qualche giorno. Così, per non correre il minimo rischio, è arrivato il blitz.

Mentre tutti si scagliavano sull’articolo 12-bis contenuto nello stesso emendamento, secondo il quale dal 2016 non sarebbero stati più sufficienti i 40 anni di contributi per la pensione, poi declassato a «refuso » e ritirato dal relatore, l’articolo 12-ter è sfilato via senza problemi e clamori. Una volta che il decreto sarà approvato dal Senato, e subito dopo dalla Camera, l’adeguamento dell’età di pensione alle speranze di vita, da verificare ogni tre anni, sarà scritto nero su bianco in una legge. Per la felicità dell’Unione Europea, dei mercati, e forse anche dei politici che verranno dopo, perché secondo il ministro dell’Economia, già convinto che l’Italia avesse la miglior legge d’Europa sulle pensioni, il sistema previdenziale è blindato a vita. Oltre ai tagli alla spesa degli enti locali e a quelli della pubblica amministrazione con il blocco del rinovo contrattuale del pubblico impiego, si aggiunge un altro puntello alla manovra anti-crisi, che il ministro dell’Economia è convinto di portare a casa intatta.

Dei 2.500 emendamenti presentati dalla maggioranza e dall’opposizione, finora, in Commissione, non ne è passato neanche uno. Il margine per le modifiche, ha ripetuto il ministro dell’Economia nei due incontri avuti con la maggioranza in Senato, è ridotto al minimo. Per essere sicuro di incassare il risultato, a Tremonti servono però ancora un paio di verifiche. Con la maggioranza di centro-destra e soprattutto con il Presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi ha annunciato che da domani prenderà lui in mano la situazione, anche la manovra per la correzione dei conti. Il ministro dell’Economia sembra tranquillo. Finora, nelle occasioni pubbliche, il premier ha difeso senza troppe esitazioni la sua linea. Tuttavia il clima, durante l’assenza di Berlusconi, si è scaldato. I governatori delle Regioni continuano a protestare per i tagli, e Tremonti li attacca a testa bassa sugli sprechi. Loro lamentano il taglio dei trasferimenti che cancellano il federalismo fiscale e lui, con un altro emendamento passato sotto silenzio, sposta i tagli dai «trasferimenti» alle «risorse a qualunque titolo spettanti alle Regioni». Che ora meditano di rivolgersi a Gianfranco Fini, l’ultima porta rimasta a cui bussare. Una partita durissima, senza esclusione di colpi. Da domani nelle mani di Silvio Berlusconi.

da www.corriere.it

«Indice mondiale della prosperità: Italia fuori dal G-20», di Stefano Natoli

Non finisce (purtroppo) sulle prime pagine dei giornali e non è (purtroppo) “market mover”, pur fornendo preziose informazioni sullo stato dei principali paesi del pianeta. Stiamo parlando del Global prosperity index, l’indicatore della prosperità mondiale. L’indice, che coniuga crescita economica, benessere sociale e qualità della vita in 104 paesi, è calcolato dal think tank britannico Legatum Institute ponderando nove fattori chiave che contribuiscono alla crescita economica e al benessere sociale.

Questi fattori chiave – rappresentati in sub-indici – sono: fondamentali economici, imprenditorialità ed innovazione, educazione, istituzioni democratiche, governance, sanità, sicurezza, libertà personale e capitale sociale.

La classifica 2009. La classifica 2009 vede quattro paesi scandinavi nelle prime cinque posizioni. Sul podio c’è la Finlandia (dove la banda larga è un diritto dei cittadini), seguita da Svizzera e Svezia. A seguire Danimarca, Norvegia, Australia, Canada, Olanda, Stati Uniti e Nuova Zelanda. Fra i paesi del G-20 , solo tre (Australia, Canada e Usa) si piazzano, dunque, fra i primi 10. Il Regno Unito è dodicesimo, la Germania è quattordicesima, il Giappone è sedicesimo.

Usa al nono posto, ma primi per innovazione. Italia solo 21esima. Nonostante la crisi, gli Stati Uniti restano al top tra i big dell’Occidente, figurando al primo posto assoluto nella capacità di innovare. L’Italia, che fa anche parte del G-8, è in 21esima posizione dietro Hong Kong, Spagna e Slovenia, dunque fuori dal G-20 della prosperità. Il Bel Paese si piazza meglio nei settori sanità (il sub indice lo colloca, a sorpresa, all’11esimo posto in classifica) ed educazione (17esimo), ma ancora peggio in altri: al 23esimo posto in istituzioni democratiche, al 25esimo per i fondamentali economici, al 26esimo in imprendotorialità e innovazione, al 31esimo in sicurezza, al 35esimo in governance, al 37esimo in capitale sociale e addirittura al 40esimo in libertà personale.

India batte Cina. Fra gli arabi brillano EAU. Nell’ambito dei paesi Bric, l’India, 45sima, batte di gran lunga la Cina (75esima). Il Brasile è 41esimo, la Russia 69esima (assieme alla Turchia). Gli Emirati Arabi Uniti si classificano al 47esimo posto per il secondo anno consecutivo, aggiudicandosi così il primato dell’unico paese arabo nella top 50. Gli EAU guadagnano posizioni nei settori quali salute (29) e sicurezza (18), ma perdono sul piano delle istituzioni democratiche (98) e del capitale sociale (77). Più indietro paesi come l’Arabia Saudita (81) l’Egitto (88), l’Iran (94) l’Algeria(96) e lo Yemen (102). L’Iran va male su tutti i fronti, ed è vicino al fondo classifica sia sulla base dei criteri del buon governo(102) che della libertà personale (101).L’Egitto è molto indietro rispetto alle medie mondiali, essendo a fondo classifica per libertà personale (95) e capitale sociale (100).

Nonostante la sua enorme ricchezza petrolifera, l’Arabia Saudita si posiziona quasi in fondo alla graduatoria (81) ed è carente in termini di innovazione e imprenditorialità (81), di istituzioni democratiche (101), e di libertà personale (98). Come dire: la crescita economica non basta a definire la prosperità di un paese, il Pil non è tutto, il benessere ha altre declinazioni e sfaccettature che vanno ben oltre la ricchezza economica.

In fondo alla classifica, al 102 posto, si trova lo Yemen, paese che continua a dimostrarsi incapace ad affrontare le sfide importanti: lo dimostrano la sua bassa posizione a livello generale, ma anche nelle specifiche categorie.

da www.ilsole24ore.it

«Regioni all'attacco: "Il governo spende peggio di noi"», di Luigi Grassia

Bersani: e ha finanziato i «cialtronissimi di Catania e Palermo»

Il Tremonti iper-polemico che accusa le Regioni meridionali di piangere miseria per i tagli di bilancio mentre non sanno spendere neanche i fondi europei che ricevono continua a incendiare il dibattito politico. Così il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani: «Come definiamo quel ministro del Tesoro che ha preso i soldi per gli investimenti nel Mezzogiorno e li ha dati ai cialtronissimi che gestiscono i comuni di Catania e Palermo al solo fine di ripianare buchi di bilancio? E come definire un ministro che non sa che i ministeri hanno speso ancor meno di quelle Regioni definite cialtrone? È ora che qualcuno si prenda le sue responsabilità. Tremonti è lì da sette anni».

Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia: «Tremonti anziché parlare del montante complessivo della spesa comunitaria nazionale, che è di 56 miliardi di euro, parla solo dei 44 miliardi che dipendono dalle Regioni. Mentre dei 12 direttamente in mano al governo si sa poco e niente», perché sono ancora più in ritardo. Quanto alla sostanza del problema, «ci sono, è vero, dei ritardi nella spesa, ma è accaduto infatti che la Commissione europea abbia fatto slittare i termini del rendiconto del piano 2000-2006, perciò in tutta Europa le attività preliminari del programma 2007-2013 sono state messe in coda».

Gli risponde però il predecessore di Lombardo come governatore della Sicilia, il senatore dell’Udc Salvatore Cuffaro: «Lombardo non è solo un cialtrone ma anche un bugiardo. Abbiamo avviato la programmazione 2007/2013, con la condivisione di tutte le forze politiche che sostenevano il mio governo, inclusi i tre assessori dell’Mpa, partito di Raffaele Lombardo». Per l’Associazione dei Comuni parla Vito Santarsiero (Pd), sindaco di Potenza e delegato Anci alle politiche per il Mezzogiorno: «A Tremonti dico che non si offendono così gli amministratori seri. Il Mezzogiorno spesso è stato zona di drenaggio di risorse per il resto del Paese». L’eurodeputato dell’Idv Luigi De Magistris scrive sull’Unità che «la responsabilità dell’utilizzo dei fondi europei, anche se erogati dalle Regioni, è del governo nei confronti della Commissione europea».

da www.lastampa.it

Disabili insorgono contro emendamento

La lettera di un padre e l’Associazione Luca Coscioni denunciano un nuovo emendamento, approvato in Senato. “Spingerà alla disperazione persone che hanno diritto alla vita e a una esistenza dignitosa nel rispetto della Costituzione”

ROMA – “Il Governo, in Commissione Bilancio del Senato ha presentato un nuovo emendamento che restringe l’accesso all’indennità di accompagnamento in pratica solo a chi è in stato vegetativo o immobilizzato”. E’ la denuncia, e allo stesso tempo il grido di allarme, di Vincenzo Gallo, padre di un ragazzo affetto da grave disabilità. “A maggio – spiega il genitore -, in una prima bozza della manovra, era stato introdotto un limite di reddito per poter usufruire di una indennità di accompagnamento di circa 450 euro per le persone con invalidità al 100%, poi cancellato. La proposta presentata al Senato è ora estremamente grave”.

Gallo riprende le parole di Pietro Barbieri, presidente della Fish (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), che insieme alla Fand (Federazione tra le Associazioni Nazionali dei Disabili) ha indetto una manifestazione unitaria a Roma per il 7 luglio: “Si tratta della peggiore aggressione nella storia repubblicana alle politiche sociali di inclusione delle persone con disabilità”. “Se approvate – aggiunge Gallo -, queste norme spingeranno ancor di più alla disperazione persone deboli e indifese, non autosufficienti, che soprattutto quando rimangono sole, senza l’assistenza della famiglia, non sono in grado di sopravvivere nemmeno con i 450 euro attuali, visto che hanno bisogno di assistenza continua. Queste persone hanno diritto alla vita e a una esistenza dignitosa nel rispetto della Costituzione”.

Sull’emendamento, approvato dalla Commissione Bilancio del Senato lo scorso 29 giugno, interviene anche l’associazione Luca Coscioni. Che a sua volta denuncia come, in merito all’assegno mensile di assistenza, la cui soglia per la concessione resta elevata all’85% di invalidità, prevede come deroga che continui a essere concesso ai soggetti disabili con la vecchia soglia del 74% di invalidità solo se essa dipende da una sola specifica patologia e non da più patologie.

“Questo rappresenta – affermano Rocco Berardo e Gustavo Fraticelli, rispettivamente tesoriere e consigliere generale dell’associazione – l’ennesimo tentativo da parte del Governo di dettare d’imperio valutazioni tecniche proprie dei medici, come del resto già tentato con la legge sulla fecondazione assistita”.

“Le attuale tabelle delle patologie invalidanti – spiega l’associazione – sono della linee guida ai fini di una mera valutazione tecnico sanitaria per la determinazione della gravità delle varie patologie che determinano la non abilità del soggetto che ne è affetto e quindi del suo svantaggio sociale”. La citata metodologia valutativa è mutuata “dalla classificazione dell’OMS, nota come ICIDH (International Classification of Impairment Disabilities and Handicaps) del 1980, il cui criterio generale non può non prescindere necessariamente da una valutazione complessiva e globale dello stato patologico del singolo soggetto, al fine di poterne determinare la disabilità e quindi gli handicaps correlati”.

“Alla luce di questa preoccupante tendenza intrusiva del potere politico” aggiungono Berardo e Fraticelli, sarebbe più che mai opportuno procedere a una revisione delle tabelle indicative dell’invalidità “che recepisse quella emanata dall’OMS nel 2001”, che rapporta esplicitamente la disabilità al singolo individuo e la definisce come un insieme di condizionamenti oggettivi e soggettivi della persona stessa, cui vanno aggiunti fattori ambientali.

La stessa tabella, conclude l’associazione Luca Coscioni, “sarebbe anche un congruo ausilio per varie commissioni di accertamento della disabilità, la cui efficienza/competenza è l’unico strumento per contrastare, non solo a parole, il tanto conclamato dal Governo, solo a livello mediatico, fenomeno dei falsi invalidi”.

da repubblica.it

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«Quell’emendamento è discriminatorio e anticostituzionale»
Infatti, l’emendamento presentato dal Governo in Commissione Bilancio del Senato da una parte crea una disparità di dubbia costituzionalità tra le persone con invalidità civile parziale, dall’altra restringe l’accesso all’indennità di accompagnamento in pratica solo a chi è in stato vegetativo o immobilizzato. Secondo Pietro Barbieri, presidente della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), che insieme alla FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali dei Disabili) ha indetto una grande manifestazione unitaria a Roma per il 7 luglio, «si tratta della peggiore aggressione nella storia repubblicana alle politiche sociali di inclusione delle persone con disabilità»

Il presidente della FISH Pietro BarbieriIl ministro dell’Economia Giulio Tremonti accusa le Regioni, addossando loro la responsabilità di avere fatto «esplodere la spesa per le pensioni di invalidità civile» e lo motiva – strumentalmente – con la cervellotica e indimostrata correlazione con la riforma del Titolo V della Costituzione. In altre parole, le Regioni, in modo scriteriato, avrebbero approfittato della redistribuzione delle competenze, per far spendere allo Stato «una valanga di miliardi a favore dei “falsi invalidi”».
Silenzio da parte delle Regioni le quali per ora non osano replicare che dal 2001 le loro competenze in materia di invalidità – con buona pace del federalismo – si sono in realtà ristrette (a favore dell’INPS), fino a diventare meramente ancillari di un procedimento imposto da Roma, anzi, proprio dal Ministero dell’Economia.

La prosa e gli eccessi del Ministro sono, ancora una volta, funzionali a distrarre l’attenzione da altro. Nelle stesse ore di tali dichiarazioni, infatti, la Commissione Bilancio del Senato sta approvando l’emendamento di Tremonti che, contro ogni ragionevolezza, colpisce durissimamente le persone con disabilità (se ne legga in questo stesso sito cliccando qui).
Tale emendamento del Governo, ancora sottovalutato da moltissimi analisti, crea una disparità di dubbia costituzionalità e di incerto buonsenso fra gli invalidi civili parziali: chi ha la “fortuna” di essere affetto da una patologia singola per la quale è prevista un’invalidità del 75% avrà infatti l’assegno anche se non raggiunge l’85% di invalidità. Chi è colpito invece da due patologie o menomazioni, la cui somma dia l’80%, non ha diritto a nulla.

Ma ancora più grave appare la modificazione dei criteri per l’indennità di accompagnamento. La nuova definizione medico-legale, particolarmente restrittiva, consentirà l’accesso a quella provvidenza praticamente solo alle persone in stato vegetativo o poco più. L’indennità, infatti, verrà concessa solo a chi non è in grado di svolgere «il complesso degli atti elementari» della quotidianità: mangiare, bere, vestirsi, andare al bagno. Oppure a chi è immobilizzato.
Questo criterio crea una disperata schiera di nuovi esclusi: persone con sindrome di Down; persone che deambulano a fatica e tra mille difficoltà (amputati, poliomielitici); persone che riescono a guidare con adattamenti; probabilmente persone che lavorano; persone che riescono a vestirsi o a mangiare, ma che magari non sanno dove sono, chi sono, dove vanno.
A compensare queste «accettabili autonomie», dice la relazione all’emendamento, ci sono gli ausili e gli interventi dei «servizi integrati, previsti pressoché ovunque da norme attuative specifiche»…

«Si tratta della peggiore aggressione nella storia repubblicana alle politiche sociali di inclusione delle persone con disabilità – rimarca Pietro Barbieri, presidente della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) – per la quale possiamo dire di essere fuori da ogni garanzia costituzionale». «Non staremo a guardare – aggiunge Giovanni Pagano, presidente della FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali dei Disabili) – e il 7 luglio saremo in piazza per far sentire ancora una volta la nostra voce».
Ed è infatti confermata per il 7 luglio (in Piazza Montecitorio a Roma dalle ore 10) la manifestazione unitaria indetta da FAND e FISH, vale a dire le due Federazioni che raggruppano le maggiori e più significative associazioni italiane di persone con disabilità e dei loro familiari. (Ufficio Stampa FISH)

da Superando.it