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"I teatri si infiammano. Sciopero delle «prime» contro il decreto Bondi", di Luca del Fra

Il primo sì l’altro ieri al provvedimento che da qualche spicciolo alla cultura e nessuno emendamento dell’opposizione è stato recepito, differentemente da quanto annunciato. Tornano a incendiarsi i grandi teatri d’opera italiani: i sindacati dichiarano lo sciopero di tutte le prime e uno sciopero nazionale con presidio davanti a Montecitorio nel giorno della definitiva approvazione alla Camera del cosiddetto decreto Bondi che dovrebbe avvenire il 22 giugno. È la reazione al primo via libera del Senato per la conversione in legge del decreto avvenuta l’altro ieri: «Dopo molti sforzi fatti in sede di commissione cultura per migliorare il testo attraverso gli emendamenti – spiega il Sentore del Pd Vincenzo Vita –, giunti in aula la maggioranza è tornata indietro sulle sue decisioni e il ministro Bondi sulle sue stesse promesse, mostrando il volto peggiore e più vero». Il provvedimento colpisce in maniera pesante i lavoratori dei teatri, blocca il turnover così da rendere impossibile il ricambio nelle orchestre delle Fondazioni lirico-sinfoniche –come la Scala, il Maggio fiorentino, il San Carlo, il Regio di Torino e la Sinfonica di Santa Cecilia–, così destinandole a trasformarsi in pochi anni in ensemble raccogliticci: dopo una lunga mediazione su questi due punti il testo era stato migliorato, ma all’atto della votazione in Senato la maggioranza ha fatto dietrofront. Inoltre il provvedimento sostanzialmente commissaria tutti i nostri grandi teatri lirici, togliendo loro autonomia e mettendoli sotto il giogo del ministro delle Attività Culturali e del suo entourage.
«È un decreto anticostituzionale, ingiusto e inutile» -ha più volte ripetuto Silvano Conti della Cgil che stavolta ribadisce–: «Se passerà così la Cgil e la Fials (il sindacato autonomo) dopo questi scioperi continueranno le agitazioni questa estate e in ogni possibile occasione, da San Nicola a Sant’Ambrogio», rispettivamente l’inaugurazione della stagione del Petruzzelli e della Scala, vale a dire da Sud a Nord. Sul futuro finora sono invece apparse molto più caute la Csil e soprattutto la Uil.
Malgrado Bondi dopo il voto del senato abbia esternato la sua soddisfazione «abbiamo salvato la lirica»-, secondo molti il provvedimento, unito ai tagli apportati ai finanziamenti alle attività culturali da parte del Governo, è il colpo di grazia alle fondazioni lirico-sinfoniche, nel bene e nel male rappresentano l’unico sistema di produzione teatrale estesa su tutto il territorio nazionale. I profili di possibile incostituzionalità del decreto sono parecchi –le attività culturali sarebbero materia su cui il governo dovrebbe legiferare in accordo con le regioni, il che non è avvenuto in questo caso. Tanto è vero che giunte come quella della Toscana stanno vagliando un possibile ricorso se il decreto sarà convertito in legge.

L’Unità 18.06.10

In Italia cinque milioni di immigrati. Istruiti come noi, guadagnano meno

Sono poco meno di 5 milioni, vivono in Italia in media da 7 anni, hanno titoli di studio paragonabili a quelli gli italiani, uno su tre in passato ha sperimentato forme di lavoro irregolare, il 77% svolge un lavoro regolare e più di due terzi è impiegato nel settore terziario, soprattutto nei servizi e nel commercio. È la “fotografia” degli immigrati che lavorano nel nostro Paese, che emerge dall`indagine svolta da Censis, Ismu e Iprs su un campione di circa 16 mila stranieri. Una comunità sempre più numerosa, visto che il loro numero è aumentato negli ultimi quattro anni di quasi 1,6 milioni (+47,2%).

Secondo il dossier, elaborato per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, a livello di studi e professionale italiani e stranieri non sono poi così distanti: il 40,6% degli immigrati, ad esempio, è diplomato o laureato, rispetto al 44,9% degli italiani. A livello lavorativo nel 32% dei casi gli stranieri hanno sperimentato in passato forme di lavoro irregolare (dato che sale al 40% al Sud) e oggi il 29% fa l’operaio, il 21% è colf o badante, il 16% lavora in alberghi e ristoranti. Nel 31% dei casi la retribuzione netta mensile non raggiunge gli 800 euro.

Più nello specifico i mestieri più ricorrenti sono addetto alla ristorazione e alle attività alberghiere (16%), assistente domiciliare (10%, ma 19% tra le donne), operaio generico nei servizi (9%), nell`industria (8,3%, ma 11,5% tra gli uomini) e nell`edilizia (8%, ma 15,3% tra gli uomini). Ci sono figure più qualificate, ma sono meno diffuse, come le professioni intellettuali (2,4%), gli operai specializzati (2,2%), i medici e paramedici (1,7%), i titolari di impresa (0,5%) e i tecnici specializzati (0,2%).

Tra i lavoratori prevalgono gli occupati a tempo indeterminato (il 49,2% del totale), mentre il 24,8% ha un impiego a tempo determinato e il 9,7% svolge un lavoro autonomo o ha un`attività imprenditoriale. L’occupazione si trova tramite passaparola (73,3% dei casi), più raramente con intermediari privati e agenzie di lavoro interinale (9%), parrocchie (6,1%) e sindacati (2,9%). Poco efficaci le inserzioni sui giornali o su Internet (2,9%) e i Centri per l’impiego (1,9%).

La metà degli immigrati che lavorano in Italia dichiara di percepire una retribuzione netta mensile compresa tra 800 e 1.200 euro: il 28% ha un salario inferiore (tra 500 e 800 euro), il 3% guadagna meno di 500 euro. Solo il 13,3% ha una retribuzione netta mensile che va da 1.200 a 1.500 euro, e appena l`1,2% guadagna più di 2.000 euro. Il requisito fondamentale per raggiungere la piena integrazione in Italia rimane la conoscenza della nostra lingua, ormai acquisita dalla maggior parte dei lavoratori immigrati: il 42,8% ne ha una conoscenza sufficiente, il 33,1% buona, l`8,9% ottima, mentre il livello di apprendimento è ancora insufficiente solo per una minoranza pari al 15,1%.

La Stampa 18.06.10

Noi ricercatori, tra terremoto e ddl Gelmini

Egregio Presidente della Repubblica, ci permettiamo di rivolgerLe un appello conoscendo la Sua sensibilità nei confronti dei problemi riguardanti la ricerca e l’istruzione in Italia, sui quali ha più volte in occasioni pubbliche richiamato l’attenzione.
Siamo dieci ricercatori della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università dell’Aquila. L’urgenza di questo nostro gesto deriva dall’imminente approvazione di una legge che, riteniamo, costituisce per noi e per l’intera università italiana un colpo mortale.
Come saprà, gran parte dei ricercatori italiani sta aderendo in questi giorni a una protesta, che ha trovato nello strumento radicale della sospensione della didattica, l’unica – dolorosa – possibilità di contrapporsi a chi, nelle sedi governative, ha rifiutato ogni forma di concertazione. Il rischio cui si va incontro è quello della soppressione di diversi corsi di laurea e della chiusura di intere facoltà. La situazione della nostra università aquilana è, nel drammatico periodo del post-terremoto, oltremodo compromessa. Le difficoltà finanziarie e logistiche seguite allo spaventoso evento del 6 aprile condannano noi e i nostri studenti a disagi enormi. Nonostante ciò, con l’apporto e la collaborazione decisiva dei nostri studenti, che hanno scelto in gran parte di restare a studiare nelle facoltà aquilane, abbiamo lavorato in questo anno difficile, privati per di più del fondamentale strumento della biblioteca, per continuare a sostenere la speranza di una rinascita. Tale speranza può trovare un sostegno fondamentale nell’Università pubblica, nel lavoro didattico e di ricerca, unica prospettiva di ripresa dinanzi alla distruzione umana e materiale che ci circonda. Il Decreto Legge in questione, colpendo con i suoi drastici tagli gli atenei pubblici, mina alle basi la possibilità di una ricostruzione non solo di una delle fondamentali forze economiche della città dell’Aquila ma di un intero tessuto sociale e culturale già estremamente disperso e frammentato. Riteniamo, proprio perché ci troviamo in una situazione di fragilità maggiore rispetto a quella già grave degli altri atenei, di dover essere ancora più fermi nella lotta per il riconoscimento del valore imprescindibile della ricerca scientifica e intellettuale e vorremmo che questa nostra fragilità ci rendesse degni di cure e rispetto.
L’indisponibilità a farsi carico della didattica comunicata in questi giorni al nostro Preside, è, per noi che riteniamo l’insegnamento parte integrante e fondamentale della ricerca – che non può non svilupparsi e arricchirsi nel rapporto di condivisione con i nostri studenti -, una scelta lacerante ma inevitabile e obbligata. La correttezza istituzionale e la partecipazione emotiva con cui il Preside in primis e i colleghi delle fasce superiori stanno trattando la questione, sono per noi di grande conforto.
Siamo perfettamente consci delle competenze che il Suo ruolo super partes Le impone in merito all’attività di chi detiene il potere di legiferare. Non siamo qui a chiederLe di non firmare decreti o leggi che riteniamo ingiuste. Ciò che Le chiediamo è di sostenerci, in questa fase per noi particolarmente delicata, nel ribadire, per quanto Le è possibile nelle sedi pubbliche che Lei riterrà opportune, il ruolo fondamentale della ricerca, in tutte le sue forme, soprattutto quella umanistica, per la crescita e lo sviluppo di un paese civile; nel sottolineare come chi si batte per la sopravvivenza dell’Università dell’Aquila, e in particolare per la facoltà di Lettere e Filosofia, debba tanto più far ricorso a forma di lotta drastiche.
Nella speranza che gli sforzi nostri, dei nostri studenti e di tutti coloro che in questo anno terribile hanno contribuito alla sopravvivenza delle istituzioni aquilane, non risultino vani, con l’aspettativa che questo enorme patrimonio umano non vada perduto in nome di logiche economiche miopi e prive di una prospettiva a lungo termine, Le inviamo il nostro più cordiale e affettuoso saluto.
*** Luca Zenobi, Lucilla Spetia, Chiara Staiti, Giovanna Millevolte, Lina Calandra, Maria Barbara Savo, Cristiana Pasqualetti, Stefania Biscetti, Barbara Hans-Bianchi, Gianluigi Simonetti

Il Manifesto 18.06.10

"La menzogna di Stato", di Francesco Merlo

Gianni De Gennaro non è un uomo qualunque, è da moltissimi anni un pezzo importante dello Stato italiano, ha alle spalle una carriera di poliziotto modello.
Ma proprio per questo la sentenza che lo condanna non dovrebbe spingere nessuno a recitare le solite tragicommedie del garantismo e del giustizialismo alle quali purtroppo stiamo invece assistendo.
Un servitore dello Stato, un ex capo della Polizia oggi Signore dei servizi segreti, non può apparire come un manipolatore di testimoni, non può permettersi una condanna anche se non definitiva, non può consentire che la gente pensi a lui come a un bugiardo. Ha ovviamente diritto alla presunzione di innocenza ma ha il dovere di liberare lo Stato dalla fosca ombra che lo sovrasta. Non sappiamo cosa De Gennaro deciderà, ma abbiamo fiducia nella sua coscienza, nel suo spirito di servizio, nel suo alto senso dello Stato che, mai come oggi, coincide con la sua dignità di insospettabile.
E però, più inquietante della sentenza c´è la solidarietà meccanica, ideologica, quasi fosse “di partito”, del ministro dell´Interno Maroni e del ministro della Giustizia Alfano. Le loro dichiarazioni a caldo, istintive e assolutorie finiscono con l´apparire come una prova involontaria della giustezza della sentenza: come si può essere solidali con un condannato di questa portata? Che fine ha fatto quell´idea rigorosa di Stato che un tempo dai suoi servitori esigeva zelo, dedizione, efficienza e pulizia assoluta? Neppure De Gennaro è, secondo noi, solidale con se stesso come Maroni e Alfano lo sono con lui. E se fosse stato direttore del Tg1 o del Tg5 di sicuro De Gennaro avrebbe evidenziato nei titoli la notizia che invece Minzolini e Mimun hanno nascosto. Come si fa a non capire che delegittimare o malcelare una sentenza così rilevante finisce con il rafforzarla, con il fornire ulteriori argomenti alla colpevolezza?
Insomma, più grave della sentenza c´è la complicità politica con il reo, l´idea che la politica possa annullare le ragioni della giustizia. Di sicuro non è bello lo scontato crucifige ideologico dei soliti nemici di De Gennaro e della polizia, ma si tratta in fondo di pezzi di un´opposizione d´antan e tribunizia di pochissimo peso istituzionale. Ben più indecente è l´amicizia ammiccante di Maroni e di Alfano. E in tv ci ha colpito il silenzio del procuratore antimafia Piero Grasso che, seduto per caso tra Alfano e Maroni che difendevano il condannato, esibiva una impassibilità che somigliava – ci è parso – allo sconcerto trattenuto, allo scandalo dissimulato. Cosa avrebbe detto Piero Grasso se fosse stato lui il condannato, magari pure ingiustamente? Come reagisce un Servitore della Cosa Pubblica se il suo operato vulnera l´istituzione che rappresenta? Difende se stesso anche a costo di offendere lo Stato? Tratta se stesso come un uomo qualunque quando invece è un pezzo di Stato?
Ma voglio essere ancora più chiaro. A noi piacciono i capi che coprono i loro uomini, capiamo le ragioni psicologiche e anche professionali, specie di un poliziotto che ha vissuto i giorni pesanti di Genova, dove però le violenze cieche, di strada, sono purtroppo risultate alla fine meno cruente delle violenze di Stato, quelle costruite a freddo contro degli inermi. De Gennaro insomma lo capiamo senza giustificarlo. Ha le attenuanti del capo che si compromette in favore dei suoi. C´è una nobiltà nella ignobiltà che ha commesso.
Ma la solidarietà dei ministri degli Interni e della Giustizia sconfessa l´operato dei giudici in maniera sconsiderata, solo perché De Gennaro è uno dei loro, uno come loro. Il messaggio che arriva agli italiani è che la corporazione, la cricca, la casta e l´amicizia rendono innocente anche un reo condannato. L´impunità è la peggiore delle sporcizie di Stato.

La Repubblica 18.06.10

"Lo strano caso delle scuole senza presidi", di Fabio Luppino

La fretta di tagliare tutto e ovunque, di bloccare turn over e concorsi da parte del governo sta producendo l’ennesima beffa per la scuola, la qualità dell’istruzione, il futuro del Paese. Suonano per il prossimo anno scolastico diversi allarmi. L’ultimo è quello legato alla scarsità di presidi. Molti se ne vanno in pensione o vengono trasferiti e non ci sono sostituti, vincitori di concorso da incaricare. Saranno più di mille le scuole che si troveranno al rintocco della campanella senza capo d’istituto. Senza strategia, senza cura anche in questo.
Non c’è pezza che tenga per un problema, tra l’altro, pronosticabile per tempo. Sono due le strade per correre ai ripari che verranno adottate, s’intenda entrambe non a vantaggio di una corretta ed efficiente gestione di una qualsiasi scuola: l’accorpamento di più istituti o la creazione di presidi reggenti. In quest’ultimo caso è come se l’allenatore della Juventus dovesse anche occuparsi di gestire il Cesena. Un aborto alle viste, una tegola certa per decine e decine di migliaia di famiglie che oltre al depauperamento formativo sancito dalla cosiddetta riforma Gelmini delle superiori si troveranno anche con scuole senza guida: il problema riguarda ogni ordine e grado.
Con la definizione degli organici sta scoppiando sottotraccia un altro enorme problema. Molti insegnanti di ruolo stanno scoprendo di non avere più le 18 ore della loro materia nella stessa scuola. Per più di un mese il ministero ha preso tempo, rendendosi conto i funzionari dell’ulteriore danno alla funzionalità scolastica derivante dalla drastica riduzione di ore insegnate decretata unicamente per motivi contabili dal governo. Ma non è finita qui. Avendo innalzato la media di alunni per classe (si può arrivare anche a trenta e oltre, una media inumana per garantire che tutti i ragazzi vengano realmente seguiti) sono scomparse, per il combinato disposto dei due fattori (meno ore, media più alta di alunni) moltissime classi. Ecco, dunque, esplodere il dramma dei soprannumerari, professori di ruolo che, nella migliore delle ipotesi, dovranno insegnare su due o tre scuole per raggiungere il completamento orario e, che, nella peggiore, dovranno riconvertirsi, fare corsi di aggiornamento abilitanti all’insegnamento di altre materie.
E non perché, come nel caso per esempio della stenografia e dattilografia, ci sia stata una evoluzione tecnologica che lo richieda. Al contrario, perché per legge è stata decretata una riduzione dell’offerta culturale contravvenendo, nel caso delle lingue straniere, a precise direttive europee. In definitiva nella scuola da settembre la macelleria sociale sarà un fatto: oltre 25mila precari definitivamente disoccupati, alcuni anche a cinquant’anni, migliaia di professori costretti a vagare, con costi personali elevati (economici e organizzativi) nella speranza di poter insegnare ancora con orario pieno. Cosa tutto ciò abbia a che vedere con l’efficienza, il merito, il rigore, la preparazione dei nostri ragazzi, il futuro del Paese, la ricchezza dell’istruzione pubblica come prevista dalla Costituzione ancora nessuno lo ha spiegato.

L’Unità 18.06.10

"Ma un iter concordato farebbe comodo al premier", di Marcello Sorgi

L’entrata in scena di Umberto Bossi sul terreno accidentato della legge sulle intercettazioni inaugura la fase due della strategia dell’accerchiamento di Fini e il tentativo di rimettere insieme i cocci della maggioranza, a partire dai due estremi. Il Senatur e il Presidente della Camera, si sa, non si sono mai amati. La loro è da molti anni una convivenza forzata all’interno del centrodestra. Una delle ragioni per cui Fini ha rotto con Berlusconi è che considera l’alleanza del Pdl con la Lega sbilanciata verso quest’ultima, e la consuetudine dei pranzi settimanali ad Arcore tra il Cavaliere e la delegazione del Carroccio una plateale dimostrazione della disparità tra i membri dell’alleanza.

A quegli incontri, infatti, Fini non è mai stato ammesso. E il tentativo di riequilibrare i rapporti istituendo un altro parallelo incontro settimanale tra il presidente del consiglio e il presidente della Camera, dopo un paio di tentativi, s’è rivelato fallimentare e ha dato luogo a litigate memorabili, alternate da lunghi periodi di mancata frequentazione.

Mentre appunto i finiani – in testa la solforosa presidente della commissione giustizia Giulia Bongiorno – ieri alla Camera davano fuoco alle polveri, chiedendo un ripensamento e una riscrittura di parte del contestato testo varato dal Senato, un Bossi piuttosto affaticato dalla torrida giornata romana, e sorretto a tratti dal figlio Renzo, si dirigeva verso l’ufficio del più alto inquilino di Montecitorio. La discussione tra i due, s’è capito da quel che lo stesso Bossi ha detto all’uscita, come si dice dev’essere stata franca. Il leader leghista s’è presentato da mediatore e non da ambasciatore di un Berlusconi molto irato.

La conclusione è che, se quella di Fini non è una tattica pregiudiziale che punta a far saltare la legge, si può discutere quali emendamenti servono per migliorare il testo e approvarlo rapidamente, rispedendolo al Senato per l’esame finale. Berlusconi nel frattempo si occuperebbe di approfondire con Napolitano tutte le riserve emerse finora, per sì che una volta approvata la legge possa seguire anche la firma del Quirinale.

In due settimane il problema potrebbe essere risolto così. L’iter concordato consentirebbe a Fini di avere la parola finale su un testo mai condiviso fino in fondo, a Berlusconi di evitare la brutta figura di un altro rinvio, e a Bossi, oltre al merito di aver riportato la pace nella maggioranza, la possibilità di chiedere un’accelerazione sulla manovra economica e garanzie precise sul completamento del federalismo, la riforma che da sempre interessa più di tutto alla Lega.

La Stampa 18.06.10

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“Ma il Quirinale non si è mosso”, di Federico Geremicca

Qualcosa si muove. E se qualcosa si muove, paradossalmente, è perché qualcuno è rimasto cocciutamente fermo sulla propria posizione. La chiave di lettura che il Quirinale offre come possibile spiegazione delle novità che nelle ultime 48 ore sembrano aver reso un po’ meno pesante il clima intorno alla contestata legge in materia di intercettazioni, in fondo è molto semplice.

A rimanere fermo, naturalmente, è stato il Colle: che ha sia evitato coinvolgimenti nella stesura (o nelle correzioni) del provvedimento in questione, sia respinto ogni tentativo di far intendere – a lavori parlamentari in corso – che non avrebbe firmato il testo così come licenziato da Palazzo Madama. Questa posizione ha non solo «ridato dignità al Parlamento e al lavoro di entrambe le Camere» (come annotano al Quirinale) ma anche prodotto le novità di cui si diceva all’inizio. Novità che, a stringere, possono essere ridotte a due: la disponibilità di Berlusconi a non insistere (almeno per ora) su una approvazione-lampo della legge anche alla Camera, e l’invito alla prudenza e alla disponibilità al confronto lanciato ieri da Bossi dopo un incontro con Fini.

Il leader leghista, infatti, è uscito dal colloquio con il presidente della Camera con una ferma convinzione: «Se il Colle non firma la legge, siamo fregati». E’ la conclusione cui è arrivato dopo che Fini gli ha tratteggiato il vicolo cieco che vede di fronte alla maggioranza nel caso di forzature. A cosa potrebbe portare, infatti, un ulteriore surriscaldamento del clima? A un devastante braccio di ferro in Parlamento, con due possibili conseguenze. La prima: una prova di forza inutile, considerato che il Quirinale potrebbe davvero non controfirmare il testo, se non modificato (per esempio nelle direzioni indicate ieri da Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia della Camera); la seconda: un ulteriore e rapidissimo peggioramento del clima politico, che potrebbe forse mettere in discussione la stessa sopravvivenza del governo, e certamente seppellire ogni ipotesi di riforma condivisa.

Si tratta di argomenti che hanno preoccupato e fatto breccia nelle convinzioni di Bossi, che ora afferma: «Bisogna dare un’accelerazione per trovare una via d’uscita». E gli stessi argomenti, in fondo, devono aver fatto venire qualche dubbio anche al premier. Per una lunga fase, infatti, Silvio Berlusconi ha coltivato (e non è detto non coltivi ancora…) la tentazione di andare allo showdown con l’opposizione e la parte recalcitrante della sua maggioranza, ponendo tutti di fronte a un bivio: o si approva la legge così com’è o si fila dritti alle elezioni anticipate. I dubbi devono esser cresciuti quando gli è stato spiegato che, in caso di crisi, l’approdo al voto sarebbe tutt’altro che scontato…

Chi glielo ha spiegato? Va detto, intanto, che il premier ha ormai sufficiente esperienza politica per aver chiaro che andare a elezioni anticipate non è proprio cosa semplicissima; ma molto, in questo senso, devono aver pesato anche le ambasciate e i consigli di Gianni Letta. È vero che è un po’ di tempo che l’uomo di raccordo tra Palazzo Chigi e il Colle non sale al Quirinale per colloqui ufficiali col Capo dello Stato: ma non perde nessuna occasione per sondare gli umori di Giorgio Napolitano.

E’ andata così anche un paio di giorni fa, quando Letta e il Presidente si sono incontrati alla presentazione dei diari di Croce, alla Laterza. Il colloquio non è stato lunghissimo, ma è bastato a far capire al sottosegretario alla presidenza che dal Quirinale non sarebbero arrivati ostacoli pregiudiziali alla legge ma nemmeno sconti di alcun genere: un modo per dire «non fate affidamento su una mia firma se il testo non verrà modificato nei suoi aspetti più discutibili». Quali siano questi aspetti, ieri lo ha fatto intendere bene Giulia Bongiorno, che ha proposto correzioni al testo nient’affatto marginali. Insomma, come si ipotizzava, alla Camera è cominciata un’altra partita, assai diversa da quella giocata al Senato. Come finirà? E’ presto per dirlo. Tanto presto che forse se ne riparlerà tra settembre e ottobre…

La Stampa 18.06.10

"Pomigliano, la rieducazione della fabbrica anarchica", di Alberto Statera

Nell´impianto napoletano il record nazionale di invalidi, il boom dei doppi lavori e un numero abnorme di furti e di sabotaggi
La sfida di Marchionne allo stabilimento Fiat più assenteista e meno efficiente è visto come il simbolo di una nuova offensiva anti-operaia.

Nel Palazzo dell’Orologio di questo confuso e accaldato borgo al confine partenopeo, dove tra alti strepiti si è appena consumata la frattura a sinistra tra la Cgil e l’ex costola della Fiom, tra sindacato contrattualista neocorporativo e sindacato antagonista, il pendolo rintocca fra tardo-fordismo e marchionismo, la nuova via italiana al toyotismo.

Dice una pasionaria Fiom: Marchionne ha un po´ ragione ma noi non abbiamo scelta.

Il laureato alla catena di montaggio: “Il carico di lavoro salirà fortemente”
C´è chi parla di luddismo e favoleggia di una 159 montata con due sedili diversi

Sergio Marchionne l´italo-canadese-svizzero accreditato fin qui da una pubblicistica piuttosto generosa di sentimenti socialdemocratici, se non proprio delle stimmate da erede di Adriano Olivetti e della fabbrica felice, è evidente che non disdegna le sfide. E, aspirante cavaliere senza macchia nell´Italia post-keynesana, ha scelto Pomigliano d´Arco, lo stabilimento Fiat marchiato d´infamia, per fiaccare la «strutturale resistenza operaia all´erogazione del lavoro», come la definì Frederick Winslow Taylor. Forse sarà la sfida che cambierà (ma in meglio?) la metrica delle relazioni industriali nel capitalismo italiano per il suo l´alto valore simbolico, che molti vogliono paragonabile a quello della Marcia dei Quarantamila colletti bianchi della Fiat nell´ottobre del 1980. Ciò che fa esultare la Trimurti governativa incarnata da Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi e Renato Brunetta, gratifica alquanto la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, e getta, come al solito, scompiglio a sinistra, dove gli antagonisti, da Fausto Bertinotti a Nichi Vendola, diventano più antagonisti e i riformisti, da Pierluigi Bersani a Walter Veltroni fino al Fiatologo Piero Fassino, giudicano con monsieur de Lapalisse che è meglio lavorare peggio in una futura fabbrica marchionizzata con 700 milioni d´investimento per trasportarvi dalla Polonia la linea della nuova Panda, che non lavorare per niente, lasciando scadere le rate del mutuo e non potendo comprare i libri per la scuola dei figli.
Questa fabbrica, oggi intitolata – corsi e ricorsi della storia – a Gian Battista Vico, realizzata a un passo da Napoli a partire dal 1968, quando infuriava l´autunno caldo, Cesare Romiti la definì «un bastone gettato dall´Iri e dalla Democrazia cristiana tra le gambe della Fiat». Una scelta tutta politica fatta non «per», ma «contro la Fiat», che pure godè di ottimi incentivi, per ingraziarsi le clientele meridionali. Non aveva alcun senso, secondo l´ex amministratore delegato, che l´Alfa Romeo, produttrice di auto di qualità si mettesse a farne di massa come l´Alfasud, che pure diventò un modello da Amarcord. Nacque male Pomigliano e crebbe peggio, con il più basso tasso di produttività, il più alto di assenteismo, soprattutto in coincidenza con le partite del Napoli Calcio (fino al 24 per cento), il venerdì, o sotto elezioni, quando c´è l´occasione di fare i rappresentanti di lista. L´ultima volta pare siano stati 2800, oltre la metà della forza lavoro a disertare la catena di montaggio. E poi il record nazionale di invalidi, i doppi lavori, i furti e i difetti nelle auto prodotte, che per decenni hanno fatto impazzire i concessionari. Il tutto con episodi di luddismo e di sabotaggio sul prodotto, alcuni dei quali degni dell´impareggiabile genio napoletano. Come quello che ricorre nella leggenda metropolitana dell´Alfa 159 uscita con due sedili diversi, icona automobilistica di un ribellismo che l´italo – canadese in maglioncino blu pensa adesso di poter debellare con il toyotismo spinto.
La «rieducazione» Marchionne la tentò già nel 2008, buttandoci sopra 110 milioni di euro. Chiuse la fabbrica per due mesi, la fece ripitturare, non più rosso, ma grigio e azzurro, e mise cinquemila operai a studiare la WCM, World Class Manifacturing, raccomandata dal professore giapponese Hajime Yamashina, teorico del lavoro operaio nel secolo della globalizzazione, dell´eccellenza nell´intero ciclo logistico-produttivo, dell´eliminazione di ogni «muda» (perdita in giapponese), oggi ben piazzato come consulente di grandi imprese italiane. Trecento assenteisti o scalmanati furono trasferiti (deportati, dicono qui sia i moderati della Cgil che gli antagonisti della Fiom) in un capannone di logistica soprannominato «L´isola dei famosi» a Nola, all´ombra del «Vesuviello», o «Vulcano buono», il megacentro commerciale che Renzo Piano ha realizzato per conto del Cis di Gianni Punzo, l´amico napoletano di Luca di Montezemolo. Tra loro, entrambi i figli di un vecchio ex caposquadra Verniciatura, oggi in pensione, che non esita a dire, coperto dall´anonimato: «I miei figli se lo sono meritato». Poco lavoro e troppa discoteca, e non solo al venerdì. Non certo i soli ballerini, visto che l´età media in tutti i reparti è sotto i 40 anni. «Pomigliano è un bel Castello – filosofeggia Carmela Abbazia, trentottenne pasionaria della Fiom con tre figli e compagno che vive a Milano, la quale non può certo comprare la Panda che contribuirà a produrre, certificando il fallimento di uno degli elementi del fordismo – chi è fuori vuole entrare, chi è dentro vuole uscire». E poi ci stupisce con un ditirambo imprevisto a favore di Marchionne: «Per lui ho ammirazione e stima, capisco bene quel che vuol fare, un tantinello di ragione ce l´ha, ma sa perché sono frustrata? Perché in questa partita ho una spada nel fianco e non in pugno come lui. Non ho nessuna possibilità di scelta, come in caserma agli ordini del caporale».
Riaperto a marzo del 2008, Pomigliano non brillò mai per eccellenza. I topi continuarono a scorrazzare in mensa e a rintanarsi nelle centraline elettriche, come documentano i filmati su Youtube, e si rischiò lo sciopero della zoccola. Le assenze non scemarono abbastanza, continuò qualche furto. E´ rimasto negli annali quello di qualche centinaio di sonde lambda, un pezzo assai costoso, che fu messo in vendita sottocosto sul mercato partenopeo.
Anche gli operai migliori, non quelli al seguito del sindacalismo anarcoide che abitano nella cittadella fortificata dal radicalismo, ma quelli che riescono con molta fatica – perché nessuno può dimenticare che lavorare qui dentro à vera fatica – a dare un tocco umano all´automazione, non negano che molti di loro, pur alieni da nefandezze gravi, non sono puntuali. Fumano sul lavoro, prendono il caffè, mangiano la pizza al taglio, qualche volta consumano o addirittura spacciano droghe. Incompatibile, tutto incompatibile con la cronotecnica e con la «Lean production», la fabbrica snella che Marchionne vuole creare qui investendoci 700 milioni, nonostante l´orrida e falsa pregiudiziale antropologica, quella che vuole i napoletani peggio dei polacchi, votati all´indisciplina, all´anarchismo che sarebbe iscritto nel loro Dna. Una tesi insopportabile persino nella bocca senza freni del ministro antifannulloni Renato Brunetta.
«Metamorfosi di una fabbrica in bilico sul filo rosso che unisce passato e presente», ha intitolato un po´ verbosamente la sua tesi di laurea Giuseppe Dinarelli, uno dei tre laureati (con un 70 per cento di diplomati in tutta la fabbrica) che lavora alla catena di montaggio. Meglio lui, per la verità, di qualsiasi guru giapponese assoldato dal Lingotto. Dinarelli ci dà il senso dell´operazione che tenta Marchionne, riassumendola nella filosofia toyotista dei 6 zeri: zero stock, zero difetti, zero tempi morti, zero conflitti, zero tempi di attesa per il cliente, zero cartacce. O in quella della caccia ai 7 sprechi: sovrapproduzione, tempi morti, processi lavorativi inutili, stoccaggio eccessivo, movimenti inutili, produzione pezzi difettosi. Bello. Una magnifica razionalizzazione partenopea, che però comporta un aumento dei carichi di lavoro e dell´alienazione, «in uno schiacciasassi che non lascia spazio al respiro», dice il dottore-operaio appassionato, che cerca di dare un tocco umano alla sua catena di montaggio.
Sotto l´orologio di Pomigliano, tra sindacalisti diplomatici e sindacalisti antagonisti superincazzati, non c´è chi non abbia capito infine come batte il pendolo della neostoria del capitalismo globale: se i diritti degli operai aumentano forse un po´ nel Terzo Mondo, si assottigliano di conserva e paradossalmente nel Primo. Ma dite a Tremonti e ai suoi, per favore, che seppure ne uscirà depotenziata la contrattazione a livello nazionale tra gli interessi corporati, il conflitto tra capitale e lavoro non finisce qui martedì prossimo con il referendum sul Marchio-Toyotismo.

La Repubblica 18.06.10