Latest Posts

Il governa nomina nuovo ministro. Sotto processo per scandalo Bnl

Il Presidente della Repubblica Napolitano ha nominato, su proposta del Presidente del Consiglio Berlusconi, Aldo Brancher Ministro senza portafoglio. Brancher, che era sottosegretario alle riforme, ora ha la delega per l’attuazione del federalismo.
Per il Pd: la nomina di Brancher è una inutile duplicazione di poltrone. «Ma non volevano ridurre i costi della politica? Che senso ha un nuovo ministro, per di più su una materia, il federalismo, che la manovra ha già archiviato?» si chiede il vicepresidente del Pd Marina Sereni ironizza sulla nomima a ministro del sottosegretario Brancher a ministro.

«Si conferma che – afferma Sereni – il Pdl al Nord sente il ‘morso’ della Lega e cerca di reagire. Il tutto mettendo a carico delle casse pubbliche la costituzione di un nuovo ministero romano».

Ma il nuovo ministro appena nominato deve già inseguire le sue vicende giudiziarie. Il neo ministro per l’Attuazione del Federalismo, Aldo Brancher, infatti, nato a Trichiana (Belluno) il 30 maggio 1943, è alla sua terza legislatura consecutiva. Da sempre considerato il trait d’union tra Silvio Berlusconi e la Lega, Brancher, dopo due esperienze da sottosegretario alle riforme nei precedenti esecutivi a guida berlusconiana, in questa legislatura ha seguito passo dopo passo l’iter della riforma da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Federalismo.

Diplomato al liceo classico, con un baccellierato in teologia, Brancher, che è dirigente d’azienda, è uno degli uomini più vicini al presidente del Consiglio, a partire dalla collaborazione negli anni 80 con il gruppo Fininvest. È stato eletto nella circoscrizione Veneto 1 per il Popolo della libertà.

Negli anni di Mani Pulite fu arrestato e detenuto per 3 mesi nel carcere di San Vittore. Poi fu assolto in Cassazione. Nel 2005 è stato coinvolto nell’inchiesta sulla scalata di Bpl alla banca Antonveneta di Fiorani. Brancher il prossimo 26 giugno sarà a processo per rispondere all’accusa di appropriazione indebita in relazione a soldi incassati da Giampiero Fiorani nell’ambito di uno stralcio dell’indagine sulla scalata di Bpl alla banca Antonveneta.

Il processo, che vede imputata per ricettazione anche Luana Magnezzo, la compagna di Brancher, non è ancora decollato perché le udienze sono state sempre rinviate a causa di legittimi impedimenti dell’esponente del Pdl. Prima c’era stata la visita alla Fiera di Hannover, poi impegni in commissioni parlamentari. Le ultime udienze saltate sono quelle del 5 e 7 giugno scorsi, con rinvio deciso in anticipo dal giudice Anna Maria Gatto sulla base della documentazione prodotta da Brancher. Il prossimo 26 giugno è prevista la testimonianza di Fiorani.

L’Unità 18.06.10

"Io scrittore e cittadino", di Josè Saramago

Come scrittore, credo di non essermi mai separato dalla mia coscienza di cittadino. Ritengo che dove va uno, dovrà andare l´altro. Non ricordo di aver scritto una sola parola che fosse in contraddizione con le mie convinzioni politiche .
Ma questo non significa che abbia mai posto la letteratura al servizio diretto della mia ideologia. Voglio dire, piuttosto, che nella scrittura cerco, in ogni parola, di esprimere la totalità dell´uomo che sono.
Ripeto: non separo la condizione di scrittore da quella di cittadino, ma non confondo la condizione di scrittore con quella di militante politico. È ovvio che le persone mi conoscano più come scrittore, ma c´è anche chi, indipendentemente dal minore o maggiore valore che attribuisce alle opere che scrivo, pensa che quello che dico come cittadino comune gli interessi e importi. Nonostante sia lo scrittore, e solo lui, colui che porta sulle spalle la responsabilità di essere questa voce. Lo scrittore, se è uomo del suo tempo, se non è rimasto ancorato al passato, deve conoscere i problemi del tempo che gli è capitato di vivere. E quali sono i problemi oggi? Che non siamo in un mondo accettabile, esattamente il contrario, viviamo in un mondo che va di male in peggio e che a livello umano non serve.
Attenzione, però: che non si confonda quello che rivendico con una qualsiasi espressione moralizzante, con una letteratura che viene a dire alle persone come dovrebbero comportarsi. Sto parlando d´altro, della necessità di contenuti etici senza nessuna traccia di demagogia. E, condizione fondamentale, che non ci si separi mai dall´esigenza di un punto di vista critico.

La Repubblica 19.06.10

******
“Il mio maestro josè”, di Roberto Saviano

Di tutte le cose che poteva fare Josè Saramago morire è quella più inaspettata. Se conoscevi Josè proprio non lo mettevi in conto. Sì, certo tutti muoiono, anche gli scrittori.
Ma lui non ti dava proprio alcuna impressione di essersi stancato di vivere, respirare, mangiare, amare. Si era consumato negli ultimi anni, tra la carne e le ossa sembrava esserci sempre meno spessore, la sua pelle sembrava un sottile mantello che ricopriva il teschio. Ma diceva: «Potessi decidere, io non me ne andrei mai».
Parlare della morte di qualcuno cui si è voluto bene, molto bene, rischia di essere solo un esercizio retorico, una proclamazione di memoria e virtù del defunto. L´unico modo che si ha per mantenersi sinceri, è quello di tentare di descrivere lo spazio di vita in più che ti ha dato chi ha finito di respirare. Questo vale la pena fare. Vedere quanto ti è stato sommato alla tua vita, ciò che ti è rimasto dentro, che riuscirai a passare a chi incontrerai, e questo sì, ha il sapore della vita eterna. In fondo molto non è andato via, se molto sei riuscito a trattenere.
Avevo conosciuto Saramago per la prima volta come tutti, leggendolo. Il Vangelo secondo Gesù era il suo libro che mi aveva cambiato, trasformando il modo di sentire le cose. Quel Gesù uomo, che sbaglia, ama, arranca, cerca di essere felice, mi era sembrato essere un personaggio del tutto nuovo nella storia della letteratura. Era una sintesi dei vangeli apocrifi, dei vangeli ufficiali, dei racconti pagani e delle leggende materialiste sul Cristo socialista. Era il Gesù dell´amore carnale verso Maria Maddalena. Su questo Saramago ha scritto parole incantevoli come solo il Cantico dei Cantici era riuscito a creare: «Guarderò la tua ombra se non vuoi che guardi te, gli disse, e lui rispose “Voglio essere ovunque sia la mia ombra, se là saranno i tuoi occhi”».
E´ un Gesù umano che non vuole morire: è il contrario della santità, è uomo con i suoi errori, peccati, talenti e con il suo coraggio. Sembra dire al lettore che basta esser fedeli a se stessi per conoscere la vita e non diventare dei servi, o degli schiavi. «Allora Gesù capì di essere stato portato all´inganno come si conduce l´agnello al sacrificio, che la sua vita era destinata a questa morte, fin dal principio e, ripensando al fiume di sangue e di sofferenza che sarebbe nato spargendosi per tutta la terra, esclamò rivolto al cielo dove Dio sorrideva, Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto». Proprio così: il Gesù di Saramago rivolgendosi all´uomo chiede di perdonare Dio, ribaltando la versione evangelica del “Padre perdona loro”.
E poi ho letto Cecità, altro suo romanzo che ho amato molto e che spesso mi torna in mente. In una frase. Pronunciata da lui per rispondere a me che maledivo certe scelte che mi avevano rovinato la vita. «Arriva sempre un momento in cui non puoi fare altro che rischiare». E la parola di Saramago era sempre una parola rischiosa, non cercava mai di farsi comoda.
Sognavo di trasferirmi da lui, come mi aveva consigliato, esprimendomi solidarietà nei giorni più difficili. Non lo dimenticherò mai. E non dimenticherò mai l´imbarazzo estremo in cui mi trovai quando mi definì “maestro di vita”. Io che da lui cercavo continuamente indicazioni, esperienza, per galleggiare in un oceano di difficoltà, bile, rabbia, ostilità. Lui era un maestro che insegnava per farsi a sua volta insegnare. A Stoccolma disse che nella sua vita le persone più sagge che avesse mai conosciuto erano i suoi nonni. Entrambi analfabeti. La loro saggezza era stata costretta a rinunciare per povertà al libro, alla musica, ai teatri, ai dipinti, ma che era riuscita a conoscere la vita, a sentirne con generosità quello che José chiamava sussurro. «Tutte le cose, le animate e le inanimate, stanno sussurrando misteriose rivelazioni».
Una volta scambiandoci alcune riflessioni sullo stile, citai Albert Camus convinto che «lo scrittore che decide di scrivere chiaro vuole lettori, lo scrittore che scrive oscuro vuole invece interpreti». E la risposta fu: «ecco cos´hanno di simpatico le parole semplici, non sanno ingannare». Trovare parole semplici è il mestiere più complicato che sceglie di fare uno scrittore. Avevi ragione, José: «il viaggio non finisce, solo i viaggiatori finiscono”. E ora tocca a noi qui. Continueremo a camminare con le tue parole a indicarci la strada senza fine.

La Repubblica 19.06.10

******

Addio a José Saramago, il Nobel che faceva il verso all’iPad

Lo scrittore portoghese e premio Nobel, Josè Saramago, è morto oggi attorno alle 13,45 nella sua residenza a Lanzarote della località di Tias, nelle Isole Canarie. Saramago, che era malato di leucemia, aveva 87 anni. Poeta, romanziere e giornalista, Saramago è stato l’unico autore di lingua portoghese ad avere ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Appassionato di Internet, nel 2008 aveva iniziato a scrivere un blog per dialogare con i suoi lettori il Caderno de Saramago. Nei mesi scorsi sua fondazione, Fundación Saramago, si è fatta però promotrice di un’iniziativa Leer està de moda a favore del piacere della lettura del buon vecchio libro a dispetto di eBook e iPad.

Saramago nacque nel 1922 ad Azinhaga, primogenito di una povera famiglia contadina che tre anni dopo si trasferì a Lisbona: trascorse l’infanzia lavorando per mantenere la famiglia, dopo essere stato costretto ad abbandonare la scuola. Il suo primo romanzo – che non ebbe successo – fu Terra do pecado, pubblicato nel 1947; dopo trent’anni di silenzio, segnato però dalla pubblicazione di alcuni libri di poesie e dalla pratica del giornalismo, uscì Manuale di pittura e calligrafia, vero inizio di una carriera letteraria.

Nel 1980 pubblicò Una terra chiamata Alentejo sulla rivolta della popolazione della regione più ad est del Portogallo. Ma è con Memoriale del convento (1982) che arrivò il grande successo, seguito da L’anno della morte di Riccardo Reis. Negli anni ’90, grazie al Nobel, pubblicò L’assedio di Lisbona, Il Vangelo secondo Gesù, quindi Cecità, Tutti i nomi, La caverna, L’uomo duplicato, Le intermittenze della morte e Le piccole memorie.

È stato uno dei sostenitori dell’iberismo, il movimento che propugna l’unificazione di Spagna e Portogallo, i due paesi cui dedica anche il romanzo La zattera di pietra. Per le sue posizioni sul conflitto Medio Oriente è stato accusato di antisemitismo, mentre per il Memoriale, ma soprattutto per il suo Vangelo e il testo teatrale La seconda vita di Francesco d’Assisi ha subito gli attacchi dalla Santa Sede. Ateo confesso, ebbe problemi con il governo portoghese che rifiutò di presentare il suo Vangelo secondo Gesù Cristo al Premio Letterario Europeo, abbandonando per protesta il paese e trasferendosi a Lanzarote.

Lo scorso anno El Pais aveva pubblicato un suo violento attacco contro Berlusconi da lui definito come un «virus» e un «delinquente». Un articolo molto critico sul premier era presente anche nel suo blog Caderno che sotto forma di raccolta di scritti era stato proposto alla Einuadi che rifiutò la pubblicazione. Il Quaderno è stato edito nel 2009 per i tipi di Bollati Boringhieri.

Il suo ultimo libro, pubblicato ad aprile da Feltrinelli, s’intitola Caino. Un’opera dove l’autore a vent’anni dal Vangelo secondo Gesù Cristo, era tornato ad occuparsi di religione con una riscrittura ironica e allegorica della Bibbia. Saramago, si legge nel sito della casa editrice: «Fa di Caino un essere umano né migliore né peggiore degli altri. Al contrario, il dio che viene fuori dalla narrazione è un dio malvagio, ingiusto e invidioso, che non sa veramente quello che vuole e soprattutto non ama gli uomini. È un dio che rifiuta, apparentemente solo per capriccio e indifferenza, l’offerta di Caino, provocando così l’assassinio di Abele. Caino è un’eccezionale invenzione letteraria che mette in scena l’assurdo di un dio che appare più crudele del peggiore degli uomini.».

Il Sole 24 Ore 19.06.10

"La legge-bavaglio dimostra che Berlusconi si può fermare", di Giuseppe D'Avanzo

Dunque, si può. Berlusconi può essere fermato, può essere costretto a precipitose ritirate. La sua ambizione cesaristica e il progetto post-costituzionale che l´accompagna si possono costringere nel solco dei principi costituzionali (del loro rispetto). È la buona notizia di questa storia della legge contro le intercettazioni (purtroppo ce n´è anche una cattiva) e vale la pena ragionarci su perché il congelamento (sine die?) di una legge liberticida e criminogena indica in modo scintillante un paio di cose non trascurabili o che molti hanno trascurato e trascurano ancora oggi. Berlusconi non è il nostro Destino. Non è il Fato cui dobbiamo inchinarci, rassegnati, disposti a sopportare tutto, silenziosi perché travolti dalla “rassicurante frustrazione” di chi è stato espropriato finanche della capacità espressiva per rappresentare il proprio disagio. In questa occasione, un´opinione pubblica critica, ampi settori del mondo dell´informazione – questo giornale e i suoi lettori in testa – , segmenti non irrilevanti della maggioranza, qualche presidio istituzionale e addirittura un´opposizione che ritrova le ragioni del suo esistere hanno trovato la forza di obbiettare il proprio dissenso sentendo come un sopruso quella legge.
Come una vergogna non opporvicisi; come un dovere civico impedire la distruzione del diritto dei cittadini alla sicurezza e all´informazione. Se Berlusconi non è una necessità ineluttabile, non è scritto allora nella pietra che la nostra democrazia debba essere fatalmente affidata a chi come il Cavaliere «vince di default e governa attraverso la demoralizzazione cinica» (Slavoj Zizek).
Sono due convincimenti che da oggi bisogna coltivare con cura e impegno perché la sconfitta che Berlusconi incassa non è soltanto lo stop a un disegno di legge. Il passo falso di oggi è anche il tracollo di un´idea politica che attribuisce il potere di una “decisione assoluta” a chi governa perché solo il comando diretto e indiscusso può assicurare la “governabilità” del Paese. Chi dissente da questo paradigma di governo o soltanto lo limita per dovere istituzionale o lo vaglia per impegno professionale e civile diventa – in questo quadro politico e, se si vuole, psicologico – il pericoloso agente del declino da affrontare. Ecco perché, nello slittamento del legittimo esercizio del potere verso un arbitrario diritto alla forza, Berlusconi avverte da sempre come un obbligo improrogabile intervenire contro la magistratura limitando l´uso delle intercettazioni o contro l´informazione promettendo il bavaglio a chi pubblica il testo di “un ascolto”.
Magistratura e informazione – i due ordini che, in un´equilibrata architettura di checks and balances, sono le istituzioni di controllo dei poteri – diventano «nemici» da ridurre a uno stato di costrizione perché impediscono al sovrano di governare, perché sorvegliano le sue decisioni e quella vigilanza è un ostacolo che crea uno status necessitatis, l´urgenza di un provvedimento legislativo che Berlusconi – va ricordato – avrebbe voluto fin dal quinto Consiglio dei ministri del suo governo con immediata forza di legge, costretto a una marcia indietro dal Capo dello Stato e dalla Lega, che avrebbe dovuto spiegare alla sua gente di aver negato le intercettazioni per i reati contro la pubblica amministrazione.
Se la bocciatura del disegno di legge è anche la sconfitta di un´idea politica, si deve osservare che le nuove regole avrebbero voluto, sì, appesantire l´investigazione con intralci, intoppi, bizzarri obblighi soltanto per proteggere le pratiche più spregiudicate dei colletti bianchi, rendendo più fragile la sicurezza dei più deboli, senza proteggere davvero alcuna privacy, ma quella legge avrebbe dovuto codificare una sorta di «diritto positivo della crisi» che impone ossequio alla funzionalità delle decisione politica e dunque il silenzio ai giornalisti, onerose penitenze economiche agli editori non conformi e un´innocua agenda di lavoro al pubblico ministero.
Questo “presepio” non è piaciuto perché ridisegna una nuova forma costituzionale con un governo abusivamente armato di più poteri e un cittadino abusivamente privato dei suoi diritti. Il progetto fallisce non per l´inettitudine politica di Berlusconi, come argomenta Giuliano Ferrara, ma al contrario per l´abbagliante riverbero della sua politicità. Il Cavaliere posa ad antipolitico, ma chi può credergli? Alla politica classica la dignità che egli non riconosce, che palesemente disprezza è di stare al di là e al di sopra degli interessi particolari che agitano la società civile. Per il capo del governo, la politica non è altro che potere pubblico esercitato senza scrupoli a protezione, innanzitutto, dei propri interessi economici e, poi, dei gruppi, ceti, lobby che lo sostengono. È questa convinzione che rende necessaria la pretesa di immunizzarsi da ogni controllo; di rendere Legge la sua persona e le sue convenienze personali; indiscutibili le sue decisioni e scelte anche quando nomina un socius ministro soltanto per sottrarlo alla giustizia (è il caso di Aldo Brancher). I controlli della magistratura, dell´informazione hanno scovato e mostrato che cosa nasconde l´illusionismo pubblicitario del Cavaliere. Hanno ricomposto una realtà dissolta dal dominio mediatico del governo, illuminato il conflitto d´interessi che strangola il servizio pubblico della Rai, rivelato le miserie e il vuoto della sua affabulazione, la corruzione nascosta nel modello del trauma e del miracolo, dell´emergenza risolta con un prodigio. È infatti lo scandalo della Protezione civile che ha convinto Berlusconi a giurare il pubblico «mai più intercettazioni» perché quel sistema, affidato alla leadership amministrativa di Gianni Letta e alla guida tecnocratica di Bertolaso, è il prototipo del potere che egli pretende. È il dispositivo che anche pubblicamente egli invoca quando dice: «Per governare questo Paese ho bisogno dei poteri della Protezione civile».
È la politicità di questo disegno dunque che è stata rifiutata: questa volta non tutti hanno creduto che i personali interessi di Silvio Berlusconi fossero gli interessi del Paese e del “popolo” e meno che mai una battaglia per il diritto alla privacy. Il Cavaliere ha dovuto prendere atto che forzare la mano avrebbe messo a serio rischio il suo governo, le alleanze, il suo prestigio. È una buona notizia. Il programma di andare oltre la democrazia parlamentare verso un governo legittimato dal carisma e dal potere del Sovrano è stato fermato. È un buon inizio anche per affrontare la cattiva notizia. Berlusconi ci riproverà. Non ha altra alternativa per conservare se stesso che dissolvere non solo nei fatti, ma anche formalmente, l´equilibrio costituzionale e il principio di legalità. Sarà la battaglia d´autunno e ci sarà modo di parlarne.

La Repubblica 19.08.10

******

I paletti della Bongiorno “fuoco amico” nel Pdl, di Grignetti Francesco

Procede soave, Giulia Bongiorno, ma implacabile. Spetta a lei fare la relazione alla commissione Giustizia sul ddl Intercettazioni per come è tornato alla Camera dal Senato, e la pi fidata consigliere di Gianfranco Fini demolisce un pezzo alla volta il testo che è uscito da Palazzo Ma- dama con il sigillo dell’ufficio di presidenza del Pdl. Esordio cauto: «Ci sono soluzioni che condivido pienamente, su altre invece avanzo dei suggerimenti al governo». E guarda caso i «suggerimenti» della Bongiorno ricalcano pressoché integralmente quanto filtra dal Quirinale. In commissione l’ascoltano tutti a bocca aperta: quelli della maggioranza perché presi in contropiede da una tale gragnuola di critiche, quelli dell’opposizione perché piacevolmente sorpresa. E al termine, un berlusconiano doc come Enrico Costa, capogruppo Pdl in commissione, dice: «Osservazioni avanzate a titolo personale. La sua relazione non è affatto neutra».

Non era mai successo che un relatore di maggioranza fosse sconfessata così platealmente. Ma la partita è solo agli inizi e c’è un possibile sbocco assai sgradito al Pdl: se la Bongiorno trasformerà i suoi «suggerimenti» in altrettanti emendamenti, può la maggioranza bocciarli serenamente perché l’indicazione è di far presto e non tornare al Senato? Il sottosegretario Giacomo Caliendo è un altro che ieri ascoltava abbastanza seccato. E’ reduce da una battaglia al Senato per salvare questo testo, ora si ricomincia con il fuoco amico. Per ciò sorrideva e diceva sornione: «C’è tutto il tempo per riflettere. D’altra parte alla Camera avevamo fissato un termine di 60 giorni e andava bene. Al Senato siamo passati a 75 giorni pùi le proroghe rinnovabili di 72 ore. Come vedete, sui tempi già siamo intervenuti una volta…».

Ma l’elenco dei suggerimenti di Giulia Bongorno è lungo. Si inizia con la questicone della proroga oltre i 75 giorni canonici, proroga straordinaria di tre giorni in tre giorni: «Se è vero che un tribunale collegiale assicura quella ponderazione che a volte non assicura il singolo magistrato, rispetto a una procedura di questo genere un tribunale collegiale potrebbe creare problemi di impatto». Questione poi da collegare ai cosiddetti reati-satellite delle associazioni mafiose, i cui termini secondo i finiani sono troppo stretti: «Intervenendo su questo punto si potrebbero superare anche quelle problematiche». E qui non solo Idv e Pd hanno annuito, ma s’è aggiunto anche un deputato leghista, Luca Paolini, che ha definito «poco pratico» il meccanismo della proroga di 72 ore in 72 ore.

Sulle multe per gli editori, poi, la Bongiorno è tornata a chiedere altre modifiche: «Mi chiedo quanto sia ammissibile la responsabilità delle persone giuridiche in materia di stampa e quanto sia conciliabile con la libertà del singolo direttore». Al Senato è stata poi inserita una prerogativa in più per i parlamentari: sarebbe necessaria l’autorizzazione all’intercettazione anche quando capita d’imbattersi nell’ascolto di un parlamentare su un’utenza terza. «Si tratta di capire come si possa chiedere ex ante un’autorizzazione rispetto ad un’ipotesi che non si può prefigurare in anticipo. E poi ci sono problemi di possibile conflitto con una recente sentenza della corte costituzionale». Abbastanza liquidatoria, invece, la Bongiorno, su una ipotesi cara al Pd e ai giornalisti, e cioè la cosiddetta udienza-stralcio in cui un giudice, sentite le parti, dovrebbe stabilire quali intercettazioni devono rimanere segrete e quali sono pubblicabili. «Un’udienzetta… è già prevista e non è applicata».

Infine il comma D’Addario, novità introdotta al Senato, ovvero il reato di riprese e registrazioni fraudolente punibile a querela della persona offesa con la pena da 6 mesi a 4 anni: sulla «congruità» e «ragionevolezza» della pena, la parlamentare ricorda che fece delle osservazioni anche la commissione Affari Costituzionali del Senato.

La Stampa 18.06.10

"Una patrimoniale per ridurre il debito", di Marcello Degni*

Una manovra come quella in discussione dovrebbe prevedere un prelievo sulla ricchezza da usare per ridurre l’indebitamento, così da combinare il rigore contabile con la crescita. La riforma del Patto di Stabilità europeo in discussione rende sempre più rilevante il parametro del debito pubblico. Anche in La principale chiave di lettura della manovra è proprio quella internazionale. Il tempo che il ministro Guido Carli aveva, con lungimiranza, conquistato per il nostro Paese, è scaduto. Il debito pubblico pesa come un macigno sui margini d’azione della politica economica italiana. Le previsioni sono molto chiare: nel 2009 il livello è stato pari al 115,8 per cento del Pil, salirà al 118,4 quest’anno, per raggiungere il 119,6 nel 2012 (stime Ruef).

Il faticoso percorso di riduzione, avviato nel 1994 e proseguito con alterne vicende fino ad oggi appare completamente vanificato. Magra consolazione: rispetto al1994,anchelamedia dell’area euro è cresciuta dal 60 al 78 per cento del 2009. In questo caso il mal comune non è mezzo gaudio, anzi si crea il rischio di un eccesso di offerta sul mercato dei titoli. Se le entrate non riescono a coprire tutte le spese, per la quota residua si ricorre all’indebitamento, cercando finanziatori. Lo Stato, la Regione e l’ente locale chiedono in prestito al mercato (cioè a famiglie, imprese, banche, fondi pensione…) ciò che manca per fronteggiare il fabbisogno, dato dalla quota di pagamenti (inclusi i titoli in scadenza da rimborsare) in eccesso rispetto agli incassi. Solo lo Stato centrale deve piazzare ogni anno ben 500 miliardi di titoli. Si produce debito pubblico per varie ragioni: perché i fini sopravanzano sempre i mezzi (strabismo del decisore); perché indebitarsi per realizzare investimenti è, entro certi limiti, auspicabile poiché questi produrranno maggiori redditi negli anni futuri; perché alcune voci di spesa tendono ad aumentare automaticamente per ragioni strutturali (pensioni, sanità). A queste si aggiungono sprechi ed evasione fiscale, in Italia particolarmente elevati. Si può evitare il rimborso del debito pubblico?

Nel Novecento è successo, come conseguenza delle guerre mondiali. È per questo che i tedeschi sono così attenti alla stabilità finanziaria, avendo visto per ben due volte, nell’arco di 50 anni, azzerare completamente il valore della propria moneta. In tempo di pace quasi nessuno sostiene la possibilità di evitare il rimborso del debito. Per 100 anni nessuno presterebbe più nulla allo Stato insolvente e la vita non sarebbe facile. Il mercato acquista i titoli di debito emessi dalle amministrazioni pubbliche, anche a lunga scadenza, con relativa facilità perché, oltre al premio, è sicuro che queste, immuni dal fallimento, restituiranno il dovuto. La crisi greca ha incrinato questa certezza. Dopo il fallimento di grandi banche davanti al risparmiatore si è affacciato anche lo spettro del fallimento degli Stati sovrani. È solo per cacciarlo che i ministri di tutta Europa sono accorsi al capezzale della Grecia. Oltre a riguadagnare la fiducia degli investitori, ridurre il debito servirebbe a risparmiare risorse da spendere altrove.

Se il nostro debito fosse la metà di quello esistente (come dovrebbe e come vuole l’Europa), avremmo ogni anno una somma dell’ordine di 35 miliardi di euro (10 in più della manovra appena varata) a disposizione per azioni di finanza pubblica. Una manovra finanziaria come questa, indotta dalla pressione internazionale e resa necessaria prevalentemente dall’eccessivo debito pubblico dell’Italia non considerare anche un prelievo sulla ricchezza? È inspiegabile e controproducente, perché la rende squilibrata ed iniqua. Ben diverso potrebbe essere, a parte il merito delle specifiche disposizioni, il giudizio complessivo di sindacati e opposizione se, a fianco dei capitoli di riduzione degli sprechi e del contrasto alla evasione, ci fosse la proposta già avanzata sul Fatto Quotidiano di una leggera imposta patrimoniale (3 per mille sulla ricchezza detenuta dal primo decile della popolazione non destinata ad attività produttive e ulteriore tassazione del 5 per cento sullo scudo fiscale). La manovra sarebbe più robusta, più equa e ci sarebbe spazio per agire sulla crescita, per dare al debito il colpo che ci viene richiesto dall’Europa.

*economista, presidente Centro studi regionale del Lazio

Il Fatto quotidiano 18.06.10

******

Il primo emendamento del Pd. Una tassa per i “Berlusconi”, di Bertini Carlo
Due giorni fa, di fronte al quesito sul perché abbia scelto di servire come antipasto a Tremonti una lenzuolata di liberalizzazioni da 10 miliardi, Pierluigi Bersani rispondeva con un ghigno: «Ogni giorno ha la sua pena e sabato alla manifestazione di Roma, parlerò pure dei miliardari….». E in effetti, di ritorno dalla Cina, finito di leggere il decreto anti-crisi, uno dei primi commenti di Bersani fu «ma Berlusconi e quelli come lui non pagano neanche un euro?» E così da due settimane, la squadra di esperti del Pd guidata dal responsabile economico Stefano Fassina, lavora agli emendamenti alla manovra che oggi sarà depositato, sapendo che una delle proposte qualificanti , come si dice in gergo, deve essere proprio rivolta a quelli che il segretario chiama «i miliardari», Compito non semplice se si vuole evitare l’accusa di passare per i soliti tassatori; e quindi dopo una raffica di riunioni, alla fine si è trovata urna soluzione che non è per una patrimoniale di bertinottiana rmemoria.

«Noi siamo tra i paesi europei – spiega Fassina – che tassano meno i reddiiti da capitale, quindi la nostra proposta è uniformare la tassazione di questi proventi al 20%, lasciando fuori i titoli di stato, ma comprendendo i dividendi di azioni, obbligazioni, i capital gain da compravendite e una cedolare del 20% sui redditi immobiliari». E i miliardari alla Berlusconi come verrebbero toccati da questa misura? «Sicuramente hanno anche dei redditi da capitale la cui tassazione aumenterebbe dal 12,5 al 20%». Ma per far sostenere una buona parte dei sacrifici «anche ai ricchi», il Pd ha deciso di proporre pure «un prelievo una tantum aggiuntivo del 5% sui capitali regolarizzati dallo scudo . Facendo in modo che quei 250 mila italiani che hanno evaso le tasse, ai quali oggi è consentito di opporsi all’accertamento fiscale passato e futuro, non siano più al riparo dei controlli previsti dal redditometro».

Fatta salva la fantasia dei singoli deputati, il pacchetto di emendamenti ufficiali del Pd, comprende anche un alleggerimento del carico Irpef per le donne con figli a carico e più risorse per scuole e università. Con quali coperture finanziarie? Riorganizzare la pubblica amministrazione: meno prefetture, niente province nelle aree metropolitane e una fusione Inps-Inpdap; e mettere in gara le frequenze liberate dal digitale terrestre per rastrellare 5-6 miliardi di euro.

La Stampa 18.06.10

*** Tremonti l’iscale

"Viaggio tra le macerie de L'Aquila", di Michele Brambilla

Martedì prossimo giornalisti inviati da tutta Italia attraverseranno corso Vittorio Emanuele – cuore della città, tradizionale «struscio» degli aquilani – accompagnati dal sindaco Massimo Cialente. Il corso è stato appena riaperto e la notizia è stata accolta come un segno di resurrezione. Ma quel che vedranno gli inviati sarà uno spettacolo spettrale. Le transenne non ci sono più, è vero, e nel corso si può passeggiare. Ma nessun palazzo è ancora agibile, e gli ormai antichi luoghi di affari, di ritrovo, di ristoro e di compere degli aquilani sono ancora tutti morti. All’appello che proviamo a immaginare camminando su per il corso, da piazza Duomo alla Fontana Luminosa di piazza Battaglione Alpini, nessuno risponde presente. Hotel Duomo: chiuso. Palazzo Betti, sede dell’Unicredit: chiuso. Bar del Vecchio: chiuso. Oreficeria Cavallo: chiusa. Caffè Europa: chiuso. Cassa di Risparmio: chiusa. Camera di commercio: chiusa. Ristorante il Guastatore: chiuso. Outlet Sista: chiuso. Banca di credito cooperativo di Roma: chiusa. Banca dell’Adriatico: chiusa. Benetton: chiuso. Bar del Corso: chiuso. Gran Caffè Eden: chiuso. Manzi uomo: chiuso. Art Cafè: chiuso. Coin: chiuso. Così come sono chiusi Yamamay, le profumerie Limoni, l’Antica Pizzeria del Corso, il negozio Alcott, la parrucchiera Carla, la trattoria da Enrichetta. Tutto chiuso, tutto avvolto da ponteggi, oppure puntellato o transennato. Il cartello della gelateria Florida, che annuncia di aver riaperto in piazza Duomo, sembra un fiore che spunta in un day after nucleare.

L’Aquila è così, è tutta così purtroppo, e chi non c’è stato non può immaginare. Chi non vede com’è ora la città pensa che la vita sia in qualche modo ripartita. Sa che sono state costruite a tempo di record nuove case per quattordicimila persone, ed è vero; sa che gli sfollati – erano ben 67 mila – sono stati tutti sistemati meglio di loro compagni di sventura di precedenti terremoti, ed è vero anche questo. L’emergenza è stata affrontata bene. Ma il rischio è che ora ci si dimentichi che dopo l’emergenza deve arrivare la ricostruzione; il rischio è che si pensi che l’Aquila si sta già risollevando. E invece qui c’è un centro storico – grande come quello di Milano – che è puro deserto (le nuove case provvisorie sono tutte sparpagliate per le frazioni) e c’è un’economia a pezzi.

Per questo il sindaco ha invitato i giornalisti per martedì: «Per raccontare ciò che vedrete – ci ha detto nel suo appello –. Io non dirò nulla, mi limiterò ad accompagnarvi nella visita. Vi chiedo di accendere i riflettori per illuminare la mia città, affinché non rimanga solo l’immagine di Obama, della consegna degli alloggi o delle proteste. Purtroppo l’attenzione del Paese sta scemando. Vi prego di raccontare agli italiani una città che in questo momento non c’è più».

I fronti aperti sono sostanzialmente due. Il primo riguarda i tempi della ricostruzione. Difficile immaginare quanti anni occorranno per ricostruire L’Aquila. A differenza dei terremoti del Friuli e dell’Irpinia, che colpirono paesi di poche migliaia di abitanti, questa volta è venuto giù un capoluogo di Regione, una città con 70.000 abitanti più 28.000 studenti, quinto centro d’arte in Italia. Nessuno pretende miracoli: ma gli aquilani lamentano che qualcosa in più poteva già essere fatto. Ad esempio dicono che una parte degli edifici classificati B e C (danni che comportano un’inagibilità temporanea) poteva già essere riconsegnata. In totale gli sfollati assistiti sono ancora 48 mila.

Il secondo fronte è quello del collasso economico. Se per i dipendenti delle grandi aziende c’è perlomeno la cassa integrazione, la situazione è drammatica per la piccola e media impresa. «Delle 2.300 imprese artigiane della zona – ha detto Luigi Lombardo, presidente della Confartigianato della provincia – più di mille non sono ancora riuscite a ripartire». Su questa crisi è piombata come una nuova scossa di terremoto la mazzata delle tasse. Dal 1° luglio finisce la cosiddetta «sospensiva»: si tornerà a pagare Irpef, Irap, addizionale Irpef, contributi (eccetto gli autonomi con un fatturato inferiore ai 200.000 euro all’anno), Tarsu, Ici, canone Rai e bollo auto. Anche per i mutui è finita la sospensione dei pagamenti. E dal primo gennaio prossimo bisognerà cominciare a restituire, in almeno sessanta rate, tutte le tasse i tributi eccetera non pagati nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010. Ha commentato Celso Cioni, direttore della Confcommercio: «Dal 6 aprile 2009 l’esposizione debitoria delle piccole e medie imprese commerciali nei confronti di banche e fornitori è cresciuta del 40 per cento. In un momento delicato come questo il ripristino dei pagamenti delle tasse rischia di abbattersi come una scure sulle attività commerciali».

Contro tutto questo – le tasse, la ricostruzione che non parte, il rischio dell’oblio – mercoledì scorso all’Aquila c’è stata la manifestazione più trasversale della storia, con in corteo sinistra destra sindacati imprenditori preti e perfino poliziotti. Hanno sfilato in ventimila e sulla collina di Roio hanno lasciato una scritta che tutti possono vedere: «SOS».

La Stampa 19.06.10

"Da 'cuore' alle riforme la scuola del paese", di Paolo Mauri

Una storia fatta di insegnanti malpagati, ma anche di successi, come la media unificata o la nuova elementare. E poi di promesse di cambiamenti. Molto alla buona si potrebbe dividere la storia della scuola italiana, a partire dall´Unità, in due parti: nella prima, lunga più di cent´anni, i maestri picchiavano gli allievi, li castigavano nei modi più svariati, tenendoli in ginocchio per ore, o si sfogavano con verghe su teste e mani. Certi metodi non sarebbero mancati nemmeno nelle scuole dei gesuiti o in altri istituti religiosi, come le cronache hanno testimoniato in questi giorni. La seconda parte, ormai lunga mezzo secolo, è quella in cui le botte, vere o metaforiche, le hanno prese gli insegnanti: diciamo a partire dal Sessantotto o comunque dalla messa in stato di accusa della scuola tradizionale ad opera non solo del movimento studentesco, ma anche di personaggi come don Milani, che con la sua Lettera ad una professoressa (1967) diventava di fatto un capostipite rivoluzionario.
Questa scorciatoia un po´ paradossale, ma non troppo, mi è venuta in mente leggendo la monumentale Storia e storie della scuola italiana di Nicola D´Amico, (Zanichelli, pagg. 800, euro 59): un lavoro benemerito per la gran quantità di materiale pubblicato e opportunamente commentato, perché poi quando si parla di un´istituzione come quella scolastica si va avanti a forza di leggi, circolari, riforme e progetti di riforme. Dietro le quali, e D´Amico lo racconta bene, ci sono i problemi concreti, la carne dei poveri diavoli, maestri o bambini che siano.
L´Italia unita ha alle spalle le riforme di Maria Teresa d´Austria, già molto avanzate nel ritenere prioritaria una scuola pubblica e nel curare la dignità degli insegnanti e i curricula degli alunni. Ma con l´Unità, l´Italia deve fare i conti con l´analfabetismo ancora trionfante e con gli insegnanti tutti da inventare. Le classi erano anche di cento alunni e i maestri e le maestre avevano talvolta solo quattordici anni… Bisognerà arrivare al 1961 per vedere l´analfabetismo ridotto all´otto per cento.
La storia della scuola italiana è dunque in buona parte una storia di maestri malpagati e di bambini decimati dalle malattie e spesso tolti alla scuola dal lavoro minorile. Non per nulla Cuore coi suoi muratorini è lo specchio di un paese che fatica a diventare moderno. Solo nel 1879 una legge imporrà che i minori non possano superare le undici ore di lavoro al giorno. Dalla legge Casati alla legge Coppino (1876) comunque la scuola elementare si assesta e per i maestri sono previsti persino degli incentivi. Si cerca anche di superare l´insegnamento del catechismo a scuola, vecchia battaglia liberale sempre frustrata, prima per il fatto che i preti erano gli unici ad avere un´istruzione e poi, col fascismo, per via del Concordato. Cesare Lombroso si sorprende nel vedere che in Calabria – siamo in pieno Ottocento – i bambini giocano a fare il prete e non il soldato, ma ammette: era l´unica strada possibile di riscatto sociale.
Il primo ministro dell´istruzione dell´Italia unita è Francesco De Sanctis: un grande critico che ha pratica dell´insegnamento secondario. Vorrebbe scuole private, fedele al principio della libera iniziativa. Ma i tempi non sono maturi e solo l´intervento pubblico può colmare il vuoto enorme di istruzione. Cento anni dopo l´Unità si realizzerà il sogno che già era stato del ministro Broglio: la scuola media unica, varata dal ministro Luigi Gui, farà finalmente studiare tutti fino ai quattordici anni. Sarà un passo avanti di enorme portata, con scuole che nascono ovunque, anche nei paesini di montagna.
Stava però per arrivare il Sessantotto e la scuola entrava in crisi. Pasolini, che aveva insegnato a Ciampino nelle medie, scrisse, nel ´75, che la scuola e la tv andavano abolite. Era già cominciata la tela di Penelope delle riforme fatte e disfatte, come nel caso, tragicomico, degli esami di maturità. Solo la scuola elementare con la fine del maestro unico e onnisciente ha conosciuto negli scorsi anni un´epoca di ricchezza e di apertura, oggi in gran parte rinnegata… L´eroe della scuola resta comunque il maestro: non è un caso che la letteratura, da De Amicis a Mastronardi, soprattutto di maestri e maestre (da non trascurare la Clelia Trotti di Bassani) si sia occupata. Anche la Tv ebbe il suo maestro protagonista con Alberto Manzi che dallo schermo dichiarava all´Italia rurale: «Non è mai troppo tardi».
PS. È ormai un luogo comune celebrare la riforma Gentile del ´23, che era classista e misogina (cioè in linea con i tempi), ma culturalmente solida. La riforma Gelmini parte male, è cronaca di questi giorni. Si autodefinisce “epocale”: ma quanto dura, oggi, un´epoca?

La Repubblicca 18.06.10

Bonaccini: il governo taglia migliaia di agenti

Dichiarazione del segretario del Partito Democratico dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini sulle ricadute della manovra del governo sul comparto sicurezza. Migliaia di poliziotti e carabinieri in meno in tutta Italia, compresa l’Emilia-Romagna. Il segretario regionale del Pd, Stefano Bonaccini, lancia l’allarme sicurezza a causa dei tagli decisi dal Governo Berlusconi. “Nei prossimi tre anni- afferma Bonaccini- sara’ tagliato, a causa della manovra di Tremonti, oltre un miliardo di euro nel comparto sicurezza.
Questo significa che ci saranno meno mezzi e meno uomini per le forze dell’ordine, diversi migliaia di agenti in meno per Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza”. Secondo Bonaccini, e’ “sorprendente che la Lega nord permetta di andare a tagliare proprio dove avevano promesso di investire”. Proprio il Carroccio, ricorda il segretario regionale del Pd, “vinse alle elezioni con lo slogan: ‘Piu’ sicurezza per tutti'”.
Se a questo, sottolinea Bonaccini, “abbiniamo anche la legge-bavaglio, che mette in difficolta’ le forze dell’ordine e i magistrati nel sostenere e portare avanti le indagini, siamo di fronte all’ennesima promessa del centrodestra chiaramente smentita nei fatti. Mi auguro- aggiunge polemico il numero uno del Pd- che nessuno possa pensare che a fare indagini e arresti siano le camicie verdi”. Di fronte a questa situazione, manda a a dire Bonaccini, “continueremo ad opporci e a chiedere che i tagli sulla sicurezza e le forze dell’ordine vengano rivisti”.