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Il Pd ad Alfano: subito il nuovo magistrato di sorveglianza

Il rinvio sine die delle udienze sta provocando la reclusione forzata di molti detenuti e internati negli istituti modenesi. L’on. Ghizzoni: “Grave lesione della libertà personale”
Il trasferimento del Magistrato di sorveglianza di Modena, avvenuto lo scorso 10 giugno, sta provocando la reclusione forzata di molti detenuti e internati negli istituti modenesi. La denuncia arriva dall’on. Manuela Ghizzoni del Pd che in un’interrogazione al ministro Alfano chiede di “verificare urgentemente la situazione presso il competente Tribunale di Sorveglianza di Bologna” e provvedere al più presto alla nomina del nuovo magistrato.

Il Magistrato di Sorveglianza di Modena è competente a decidere per i detenuti nella Casa Circondariale Sant’Anna (oltre 550 persone), per gli internati sottoposti a misura di sicurezza nella Casa di Lavoro di Saliceta San Giuliano e nella Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia (Modena) che ospita anche detenuti in custodia attenuata.

“Il trasferimento del magistrato – spiega la parlamentare del Pd – ha impedito lo svolgimento dell’udienza del 16 giugno che è stata rinviata sine die. E nemmeno per le udienze del 30 giugno e 14 luglio prossimi vi è la certezza di una trattazione. Siamo di fronte – dichiara l’on. Ghizzoni – a una grave lesione della libertà personale, in particolare di coloro che si trovano a tutt’oggi internati in Casa di Lavoro e di quanti si trovano in una situazione di detenzione o internamento senza titolo, con termini scaduti. A questo si aggiunge, non meno grave, la manifesta incapacità del ministero di far coincidere la nomina del nuovo magistrato con il trasferimento del predecessore, peraltro annunciato da oltre un mese. Questo non è governo del fare, ma del fare male”.

Il sovraffollamento e la “forzata” reclusione per la mancata discussione delle udienze – conclude la parlamentare democratica – potrebbe essere “causa di tensioni all’interno degli Istituti se non verrà al più presto fornita la certezza della nomina in via definitiva del Magistrato competente”.

"Ru486, il Lazio si mobilita contro lo stop di Polverini", di Gioia Salvatori

«Ru486, liberatela». Con questo slogan ieri alcune decine di persone hanno manifestato sotto le finestre della Regione Lazio dove la neo-eletta governatrice Renata Polverini si è rimangiata le aperture della campagna elettorale per emanare un decreto che di fatto ha stoppato la somministrazione della pillola abortiva. Il provvedimento della governatrice, che è anche commissario alla sanità, è arrivato dopo l’uso, all’ospedale Grassi di Ostia, di una pillola abortiva. La Polverini impone all’Asp (agenzia di sanità pubblica) di fare una ricognizione dei posti letto dedicati e delle strutture idonee alla somministrazione della pillola. Un modo goffo e macchinoso per proibire di fatto l’uso della Ru486, dicono Radicali, Sel, Pd, Cgil, Rifondazione e Idv, riuniti in protesta. «È evidente che tutti i reparti di interruzione volontaria di gravidanza dove si applica la 194 sono idonei a praticare l’aborto farmacologico e che è assurdo scrivere il numero dei posti letto dedicati: se nessuna donna si presenta in quel reparto per prendere la Ru486, che succede? Li lasciamo vuoti, i letti dedicati? L’Asp decida e decida subito, perché le donne vogliono la Ru486: in sei nel nostro ospedale avevano già programmato un aborto farmacologico che dopo questo stop non potranno più fare», dice Elisabetta Canitano, ginecologa dell’ospedale Grassi e presidente dell’associazione promotrice del sit-in “Vita di Donna”.
TURISMO DA ABORTO
Ora la patata bollente è nelle mani del direttore generale dell’Asp Gabriella Guasticchi, già dirigente dell’agenzia ai tempi della giunta Storace. Mentre l’Asp è ancora silente, donne che odiano le donne verrebbe da dire, le pazienti emigrano in Toscana e Puglia per prendere la Ru486. Sottoposte a uno stress psicologico che solo loro possono raccontare e a rischi fisici: «Ieri sera ha telefonato in associazione una ragazza romana che è dovuta andare a Volterra per prendere la Ru486. Ha chiamato perché dopo la somministrazione non sapeva a chi votarsi per un problema insorto il giorno dopo aver ingerito la prima pillola. Tutte difficoltà che non ci sarebbero se una donna avesse vicino casa l’ospedale dove prendere la pillola», racconta la Canitano. A complicare il quadro c’è la politica, con la Polverini ancora in cerca di un accordo con l’Udc, a cui ha promesso e poi negato posti in giunta, le deleghe agli assessori ancora da riempire di competenze, le commissioni in consiglio ancora da fare e diverse dirigenze scoperte tra pensionamenti e dimissioni. Con la svolta pro-life che intanto avanza e il consigliere Olimpia Tarzia (Lp), segretaria romana del Movimento per la vita, bioeticista e fondatrice di “Scienza e vita”, ha già presentato una proposta di legge (sottoscritta anche da cinque consiglieri Pd di area popolare) che apre la strada ai volontari per la vita nei consultori. L’unica certezza è che in sanità si deve tagliare tanto che la Polverini ha già emanato una dozzina di decreti su tasse e posti letto; solo per la Ru486 non si baderà a spese di ricovero: «Una situazione ridicola», dicono i consiglieri Enzo Foschi (Pd) e Giulia Rodano (Idv). «La Polverini da un lato taglia i posti letto e decreta che quando possibile il ricovero ordinario va sostituito col day hospital, dall’altro chiede per la Ru486, che ovunque si prende in day hospital, tre giorni di ricovero. Chiederemo alla governatrice di fare un passo indietro e di stornare, con l’assestamento di bilancio, i fondi recuperati su asili nido e servizi per le donne».

L’Unità 17.06.10

"La nuova lenzuolata di Bersani per il rilancio delle liberalizzazioni", di Raffaella Cascioli

Benzina, farmacie, ordini professionali, banche, separazione proprietaria della rete di trasporto gas e autocertificazione per l’avvio immediato delle attività produttive. Il Pd mette le liberalizzazioni nel motore della crescita. Perché l’Italia deve tornare a crescere e i cittadini e le imprese possono risparmiare 10 miliardi di euro a costo zero per lo stato.
Nel presentare sei proposte per una nuova stagione di liberalizzazioni, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha spiegato che il partito tradurrà queste misure in emendamenti alla manovra, preannunciando che ulteriori proposte sulla concorrenza e la tutela dei consumatori saranno avanzate nel corso dell’esame al disegno di legge sulla concorrenza. Nel giorno in cui il presidente del consiglio Berlusconi all’assemblea di Confcommercio ha annunciato ai commercianti mirabolanti modifiche costituzionali, il Pd punta su proposte concrete. Come, ad esempio, non vincolare il gestore della pompa a comprare il 100% della benzina del suo marchio ma lasciandolo libero di rivolgersi al libero mercato per almeno il 50%. «È una proposta radicale ma se portasse a una diminuzione del costo della benzina di quattro centesimi al litro, porterebbe un risparmio alla collettività di 2 miliardi nel triennio».
Allo stesso modo sui farmaci il Pd propone di consentire alle parafarmacie di commercializzare anche i farmaci di fascia C e per i liberi professionisti punta su una riforma organica del sistema delle professioni garantendo pari opportunità alle nuove generazioni. Sul fronte delle banche il Pd prevede la nullità della clausola di massimo scoperto affidando a Bankitalia il controllo sul rispetto delle norme. Infine, se Bersani ha riproposto la separazione proprietaria della rete di trasporto per il gas, sull’autocertificazione per l’avvio dell’impresa ricorda che non c’è bisogno di modificare l’articolo 41.
«Rispetto a una manovra che strizza i redditi mediobassi – ha spiegato Bersani – e davanti a una crescita bassissima del paese, noi avanzeremo proposte alternative perché così questa manovra avrà solo effetti depressivi». Di qui la sfida al governo a dire la sua anche se, ha osservato il segretario, è curioso che questo centrodestra, nato con il messaggio che tutto è possibile, oggi si trinceri dietro al fatto che ha le mani legate, che non sia possibile fare niente. E se ieri Dario Franceschini, ha osservato che finora in parlamento governo e maggioranza hanno sempre bloccato le proposte legislative dell’opposizione lamentando l’assenza di coperture, sarà difficile ora respingere queste proposte a costo zero visto che non necessitano di copertura finanziaria. Tanto più che, sottolinea Paolo Giaretta, relatore di minoranza della manovra, «le proposte messe a punto dal Pd dimostrano che non c’è bisogno né di modificare l’articolo 41 della costituzione né di chiamare in causa principi eticofilosofici come ama fare il ministro Tremonti». Per Giaretta d’altra parte «il bilancio delle liberalizzazioni fatte nel passato dal governo Prodi con Bersani ministro hanno ottenuto risultati tangibili ma sono state in parte distrutte dal governo Berlusconi e dalla sua maggioranza».

L’Europa quotidiano 17.06.10

"Negata la protezione al pentito Spatuzza", di Francesco La Licata

E’ un trattamento senza precedenti, quello che la Commissione ministeriale ha riservato a Gaspare Spatuzza, negandogli l’ammissione al programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia. Un trattamento oggettivamente iniquo, visto che la decisione nega all’aspirante collaboratore i benefici di legge dopo, però, che un’altra istituzione – la magistratura – ha pienamente utilizzato il «contributo» proveniente dal teste.

Vista così, la scelta ministeriale non può che esser considerata nell’ottica di una puntigliosa ripicca contro chi, nel corso della sua collaborazione, si è trovato a tirare in ballo nomi importanti della compagine governativa. A maggior ragione se, come sembra, la decisione di «mollare» Spatuzza è stata presa a maggioranza e col voto contrario dei magistrati che fanno parte della Commissione.

D’altra parte, Alfredo Mantovano, il sottosegretario che presiede l’organismo del Viminale addetto ai programmi di protezione, lo aveva pure anticipato con dichiarazioni pubbliche che nella collaborazione di Spatuzza c’era un problema legato al rispetto del termine dei 180 giorni, periodo entro il quale il collaboratore deve esaurire l’elencazione delle notizie che intende offrire agli inquirenti. Un problema superato in sede giudiziaria grazie ad alcune sentenze della Cassazione che rendono accettabili anche le dichiarazioni «tardive» dei pentiti se rese in un ambito che garantisca il contraddittorio fra le parti. Ecco perché sono state accolte, nel processo d’appello che si celebra a Palermo contro Marcello Dell’Utri, condannato per mafia in primo grado, le rivelazioni di Spatuzza riguardanti il presunto coinvolgimento, nelle stragi mafiose del 1993, di Berlusconi e del senatore di Forza Italia. Ma per il governo il problema restava ed è per questo che considerazioni che certificano in qualche modo il «dovere» dei giudici di approfondire gli spunti investigativi di Spatuzza, inducono ad interpretare l’inedita iniziativa ministeriale come una punizione trasversale che non si ferma al pentito in questione – da oggi sovraesposto dal punto di vista della sicurezza -, ma si spinge oltre in una sorta di intimidazione preventiva per chi avesse ancora voglia di collaborare coi giudici sul terreno spinoso di mafia e politica.

E’ stata sempre questa, la «croce» dei pentiti. Finché hanno raccontato la macelleria di Cosa nostra sono stati considerati utili e, in certi casi, valorizzati e premiati anche in modo esagerato. Quando il discorso si è spostato sul «salotto buono» della mafia dalle buone frequentazioni le cose sono cambiate. Ricordate Tommaso Buscetta? Disse a Falcone che non avrebbe risposto a domande sulle complicità politiche perché non voleva «esser preso per pazzo». Dopo la morte di Falcone si convinse a saltare il fosso: non fu preso per pazzo ma per un bugiardo manovrato dai magistrati comunisti. Stesso percorso per i pentiti Francesco Marino Mannoia (perfetto finché non entrò nel processo Andreotti), Di Carlo, Cangemi e tanti altri. Fino a Massimo Ciancimino, che pentito non è ma di politica parla pure lui. Ieri ha ricevuto l’ennesima lettera di minacce: ad alcuni non piace ciò che ha raccontato e continua a raccontare ai magistrati. Lo accusano di inseguire un indefinito tornaconto, senza che nessuno dei politicanti intervenuti nel dibattito sia stato in grado di spiegare compiutamente i vantaggi che da questa collaborazione gli sarebbero piovuti addosso.

La Stampa 16.06.10

"L'Italia non si mobilita più", di Paolo Natale

L’Italia non si mobilita più. Sembrano passati secoli da quando i cittadini italiani non lesinavano la propria presenza, la propria partecipazione, si mobilitavano.
Su tutto, si prendeva posizione. Appena si evidenziava qualche problema, sia da destra che da sinistra, migliaia di elettori rispondevano all’appello dei propri leader per manifestare contro Berlusconi o contro Prodi, contro le inopportune tasse dell’uno o contro le disdicevoli legge ad personam dell’altro. Girotondi, rumorose assemblee, piazze navona invase dai manifestanti, in campo contro la guerra in Iraq, in campo a favore degli Usa, in sciopero contro i tagli alle pensioni, massicce risposte agli appelli di Cofferati o di Epifani.
Un tempo che pare lontano, ormai, nel ricordo selettivo che di questi tempi ci giunge al cervello: si torna con la memoria ad eventi che oggi non paiono più nelle corde dei nostri concittadini. Poco sembra smuovere la gente dalla loro scolorita accettazione dell’esistente. Gli italiani paiono una costante citazione di Hegel: ciò che è reale è razionale, quello che sta accadendo non può che essere l’unica cosa che può accadere, senza se e senza ma.
Qualcosa di nuovo si mostra nel cervello degli elettori italiani. Due cose in particolare: apatia e insofferenza. Se interrogati, essi ben sintetizzano con questi due concetti il particolare momento storico che stanno vivendo. Un’indifferenza sempre più diffusa, in settori sempre più numerosi della nostra società, nei confronti della politica e delle faccende politiche, che sembrano scorrere in fiumi che non lambiscono i luoghi dove si vive. Si fanno leggi buone o cattive, giuste o sbagliate, inique od opportune. Ma di tutto questo non rimane traccia nella reazione dei nostri concittadini, che dichiarano il proprio distacco da qualsiasi forma di lotta o di presenza sul palcoscenico della politica. Tanto le cose non cambieranno – si pensa sempre più spesso – e pochi sono disposti ad un coinvolgimento più attivo, manifestando la propria alterità per le cose che avvengono.
E poi: da qualche tempo cresce un’alterità sempre più pronunciata nei confronti dei politici e del loro modo di affrontare le vicende legate alla cosa pubblica. Già i segnali di disaffezione sono stati evidenti nella partecipazione elettorale. Nelle attuali dichiarazioni di voto, che vengono quotidianamente presentate nelle trasmissioni televisive e sui giornali, una quota sempre più rilevante, che galleggia ormai da mesi intorno al 40 per cento, sottolinea tranquillamente che oggi non andrebbe a votare, disgustato da tutti i partiti sia di governo che di opposizione.
I pesanti segnali di crisi economica sono chiaramente recepiti da quasi tutti gli italiani, i quali pensano che presto anche da noi si faranno sentire in maniera non lieve, se qualcuno non ci mette una pezza in tempi molto rapidi. E i casi di corruzione, di malaffare, di possibile nuova Tangentopoli nostrana, lasciano segni indelebili di progressivo calo di fiducia in tutti gli uomini politici. Non è più soltanto una “casta”: oggi sono giudicati incapaci, o corrotti, o arroganti. Insomma: gli italiani stanno a guardare una situazione che appare loro più irritante. E la giudicano con cognizione di causa.
Il progressivo disamore di fronte a questa politica e a questi politici nostrani sarà anche un segnale di qualunquismo, forse, unito però alla percezione che, oltre la permanente conflittualità tra le forze politiche (vera o presunta che sia), si annidi poco di differente nella loro capacità di affrontare i nodi problematici di questo primo scorcio di millennio.
Gli elettori, o meglio i possibili elettori, sono oggi convinti che nessuno dei maggiori partiti (né al governo né all’opposizione) possieda ricette che sappiano, non certo risolvere, ma nemmeno affrontare con politiche economiche e sociali risolute gli snodi cruciali di questa attuale trasformazione storica. Le dichiarazioni di distacco e di indifferenza tendono dunque a divenire un umore costante. Nessuna mobilitazione, nessuna fiducia nelle forze oggi all’opposizione, crescente sfiducia anche in quelle di governo. Un quadro sconfortante destinato a protrarsi a lungo nel tempo.

da Europa quotidiano 17.06.10

"La buona democrazia e il pericolo delle oligarchie", di Gustavo Zagrebelsky

Nel nostro Paese chi distingue la cattiva democrazia dalla buona incappa solitamente in un interdetto: se critichi la democrazia è perché non sei democratico o non lo sei abbastanza, non accetti il responso delle urne, vuoi «delegittimare» chi ha vinto le elezioni. Vorresti che le cose andassero altrimenti da come le vedi tu; che la maggioranza seguisse le tue, non le sue, idee. Tu dici e pensi questo e quello, ma la maggioranza fa tutt´altro. Non te ne dai pace e, invece d´adeguarti in nome del popolo, ti ostini, in nome di non si sa quale altro principio o diritto, anzi in nome della tua presunzione, a non riconoscere d´avere torto.

Così, sei non lealmente democratico, ma subdolamente aristocratico, perché pensi tu d´avere, solo o con i tuoi (pochi) amici, la verità in tasca. Non capisci d´essere fuori della storia, uno sconfitto che avrebbe solo il dovere di tacere, mettersi da parte e lasciare il passo ai tempi che avanzano, alla storia che si realizza. In breve: cosciente o non cosciente, sei un «azionista», tra tutti i giudizi politici di condanna, il più infamante e «condiviso». Molto più di ladro, corrotto e corruttore, incapace e incompetente, voltagabbana e servo del potente (…).
La democrazia come unica forma di regime legittimo, ha vinto la sua battaglia o, almeno, sembra averla vinta. Pare non avere più rivali (…). Oggi, con la sola eccezione dei regimi dichiaratamente teocratici, dove la secolarizzazione non è penetrata ed è anzi combattuta (come accade in talune repubbliche islamiche), si presenta come l´unica forma di convivenza accettabile, dunque legittima. Ciò non solo nel mondo occidentale, dove maggiormente si è sviluppata, ma nel mondo intero, ed è proposta come valore universale dell´umanità. Talora gli intenti sono eccellenti, ma qualche volta anche criminali (come quando la si usa come pretesto per l´uso delle armi, al fine di «esportarla») (…).
Ci si può chiedere la ragione di tanta fortuna e la ragione, alquanto allarmante, è che democrazia è parola mimetica e promiscua. Con un manto di nobiltà avvolge i governanti, ma questo manto può nascondere le cose più diverse. Con l´ideologia democratica si possono nobilitare le più diverse realtà del potere. Nel tempo del potere secolarizzato, la democrazia è il solo regime che può presentarsi come l´organizzazione di un potere disinteressato. I governanti si concepiscono come mandatari o rappresentanti o benefattori del popolo. Il loro potere è in nome, per conto, nell´interesse altrui. Possono dire di «servire il popolo», cioè di fare ciò che fanno non per il piacer proprio, ma per il bene di tanti o di tutti. Nobile missione! Anche i governanti per diritto divino sostenevano di agire in nome e per conto d´altri, addirittura di Dio. Ma, una volta caduta questa premessa e posto il governo degli uomini sulla terra, solo le democrazie (non certo le autocrazie di qualsiasi genere) conferiscono ai governanti il diritto di proclamare ch´essi non governano nel proprio interesse, ma per il bene di chi è governato. Questa, l´ideologia. E la realtà? (…).
Il nodo da sciogliere, a questo punto, nasce dalla constatazione di questo apparente paradosso: mentre da parte dei potenti della terra si accentua la loro dichiarata adesione alla democrazia, cresce e si diffonde lo scetticismo presso chi studia l´odierna morfologia del potere e presso coloro che ne sono l´oggetto e, spesso, le vittime. Per secoli, democrazia è stata la parola d´ordine degli esclusi dal potere; ora sembra diventare l´ostentazione degli inclusi. Presso i cittadini comuni, non c´è (ancora?) un rovesciamento a favore di concezioni politiche antidemocratiche. C´è piuttosto un accantonamento, un fastidio diffuso, un «lasciatemi in pace» con riguardo ai panegirici della democrazia che, sulla bocca dei potenti, per lo più puzzano di ideologia al servizio del potere e, nelle parole dei deboli, suonano spesso come vuote illusioni. C´è, in breve, una reazione anti-retorica alla retorica democratica. Non c´è bisogno di consultare la scienza politica per sentir risuonare sempre più frequentemente questa semplice domanda, che è come un segnale d´allarme: «democrazia, perché?». Quando si sente esclamare con fastidio: «tanto sono tutti uguali» (quelli della cosiddetta classe dirigente), questo non significa forse che la democrazia ha perso di valore presso questi cittadini, che la considerano semplicemente la vuota rappresentazione o l´occultamento di un potere dal quale essi sono comunque esclusi? Una «teatrocrazia», è stato detto. L´esito potrà essere l´astensione o l´adesione passiva e routinaria: in entrambi i casi, un´abdicazione.
È questa la più immediata espressione di uno scetticismo a-democratico dal basso che fa da pendant alla retorica democratica dall´alto. Se si pensa che, storicamente, la democrazia è stata la rivendicazione della massa degli esclusi dal potere, contro la chiusura su di sé dei potenti, c´è evidentemente da registrare un capovolgimento paradossale.
Il paradosso si scioglie pensando alle capacità mimetiche o camaleontiche della democrazia, rispetto alle quali è imbattibile. Sotto le sue forme, si può comodamente annidare mimetizzandosi, cioè senza mettersi in mostra (questo è il grande vantaggio), perfino il più ristretto e il meno presentabile potere oligarchico. Le forme democratiche del potere possono essere un´efficace maschera dissimulatoria. È stato così in passato e così è anche nel presente. La storia ci dice che la democrazia può dissimulare l´anti-democrazia (…).
Realisticamente, dobbiamo prendere atto che la democrazia deve sempre fare i conti con la sua naturale tendenza all´oligarchia, anzi con la «ferrea legge delle oligarchie»: una legge che esprime una tendenza endemica, cioè mossa da ragioni interne ineliminabili (…). Questa «ferrea legge» si basa sulla constatazione che i grandi numeri, quando hanno conquistato l´uguaglianza, cioè il livellamento nella sfera politica, cioè quando la democrazia è stata proclamata, e tanto più è proclamata allo stato puro, cioè come democrazia immediata, senza delega, ha bisogno di piccoli numeri, di ristrette oligarchie. Non basta. Poiché questa è una patente contraddizione rispetto ai principi, occorre che queste oligarchie siano occulte e che queste, a loro volta, occultino il loro occultamento per mezzo del massimo di esibizioni pubbliche. La democrazia allora si dimostra così essere il regime dell´illusione. Il più benigno dei regimi politici, in apparenza, è il più maligno, in realtà. Il «principio maggioritario», che è l´essenza della democrazia, si rovescia infatti nel «principio minoritario», che è l´essenza dell´autocrazia: un´autocrazia che si appoggia su grandi numeri, ma pur sempre un´autocrazia e, per questo, più pericolosa, non meno pericolosa, del potere in mano a piccole cerchie di persone che si appoggiano solo su se stesse (…).
Le oligarchie, nelle odierne società, non si costruiscono su piani paralleli, l´uno sopra l´altro. L´immagine che mi pare più appropriata è quella del «giro» di potere. Intendo con questa espressione – il giro – esattamente ciò che vogliamo dire quando, di fronte a sconosciuti dalla storia, dalle competenze e dai meriti incerti, o dai demeriti certi e dalle carriere improbabili, i quali vengono a occupare posti difficilmente concepibili per loro, ci domandiamo: a che giro appartengono? Una delle grandi divisioni della nostra società è forse proprio questa: tra chi «ha giro», e chi non ce l´ha. Divisione profonda, fatta di carriere, status personali, invidie e risentimenti che avvelenano i rapporti e corrompono i legami sociali, ma che, finché dura, è una vera e propria struttura costituzionale materiale.
Nei «giri» si scambiano protezione e favori con fedeltà e servizi. Questo scambio ha bisogno di «materia». Occorre disporre di risorse da distribuire come favori, per esempio: danaro facile e impieghi (Cimone e Pericle insegnano), carriere e promozioni, immunità e privilegi. Occorre, dall´altra parte, qualcosa da offrire in restituzione: dal piccolo voto (il voto «di scambio»), all´organizzazione di centinaia o migliaia di voti che si controllano per ragioni di corporazione, di corruzione, di criminalità; dalla disponibilità a corrispondere al favore ricevuto con controprestazioni, personali o per interposta persona, oggi soprattutto per sesso interposto. L´asettico «giro» in realtà è una cloaca e questo è il materiale infetto che trasporta (…). Quando poi nello scambio e nell´intreccio di favori, minacce e ricatti entrano anche organizzazioni criminali, non è esclusa nemmeno la violenza. Non pochi delitti politici nel violento nostro Paese non si spiegano forse con l´essere venuti meno a un patto di scambio?
Dove si alimenta la forza che alimenta i giri? Nella disuguaglianza e nell´illegalità. Essi tanto più si diffondono quanto maggiori sono le disuguaglianze sociali e quanto meno le stesse leggi valgono ugualmente per tutti (…). Come si proteggono i «giri»? Prima di tutto con la copertura e la segretezza. Questa struttura del potere mai come oggi è stata estesa, capillare, omnipervasiva (…). Questo è il carattere nostrano odierno del sistema oligarchico: catene verticali, quasi sempre invisibili e talora segrete, legano tra loro uomini della politica, delle burocrazie, della magistratura, delle professioni, delle gerarchie ecclesiastiche, dell´economia e della finanza, dell´università, della cultura, dello spettacolo, dell´innumerevole pletora di enti, consigli, centri, fondazioni, eccetera, che, secondo i propri principi, dovrebbero essere reciprocamente indipendenti e invece sono attratti negli stessi mulinelli del potere, corruttivi di ruoli, competenze, responsabilità.
Se la cattiva democrazia è quella che si è involuta in oligarchie (…), allora per contrasto possiamo definire «buona» la democrazia dove vigono queste due virtù pubbliche: l´amore per l´uguaglianza sotto la legge comune, unito al disprezzo per arrivisti e faccendieri, e la sete di verità circa le cose comuni (…). Con questo passaggio, l´attenzione si è spostata dalla democrazia come forma o regola della politica alla democrazia come carattere degli esseri umani. In effetti, noi possiamo riferirci alla democrazia come tecnica del potere (che, come tutte le tecniche del potere, contiene comunque in sé qualcosa di minaccioso) e come concezione del vivere comune. Il limite della maggior parte dei discorsi attuali sulla democrazia sta nell´avere separato questi due aspetti e nell´avere oscurato il secondo che, invece, è il più importante, perché preliminare e condizionante. Se viene meno la democrazia come esigenza dello spirito pubblico, essa, in quanto regime politico, si può perfino suicidare «democraticamente» (…).
Poiché nessuna tecnica d´organizzazione democratica del potere può funzionare se non si appoggia su società che sono esse stesse, e prima di tutto, democratiche, si comprende che è lì la garanzia ultima e nessuna istituzione, da sola, è capace di difendere la democrazia se i più non la vogliono o non ne sono interessati. Le istituzioni, pur tuttavia, sono importanti (…). Il significato profondo delle istituzioni democratiche è tutto in questo: il medesimo obbiettivo – la lotta contro le oligarchie – ma con mezzi ordinari. Quali esse siano queste istituzioni è chiaro: quelle della legalità e della trasparenza; la sovranità della legge e la libertà delle opinioni; le magistrature e l´informazione. Senza di queste, nemmeno il diritto di voto, il diritto primordiale di ogni forma di democrazia, sarebbe dotato di senso democratico, perché non sarebbe permessa l´onesta misurazione del consenso e del dissenso.
La democrazia non è dunque possibile in società non democratiche, ancorché adottino le forme esteriori della democrazia. La società democratica è preliminare alla politica democratica. Si deve, allora, promuovere una pedagogia orientata a promuovere l´ethos della democrazia? Platone risponderebbe senza esitazione di sì: «Lo sai che inevitabilmente fra gli individui vi sono tanti tipi quante sono le forme di governo? Credi forse che esse spuntino da una quercia o da una pietra, anziché dal carattere (ethos) dei cittadini, che le trascinano dalla parte verso cui essi stessi pendono?». In effetti, da molti decenni un´autentica pedagogia democratica è mancata (…).
Nel momento della massima diffusione della democrazia – si potrebbe dire: nel momento della sua vittoria su ogni altro sistema di governo -, cioè nel momento dell´indifferenza per assenza di alternative, sembra essere venuta meno l´esigenza di insegnarne lo spirito. La democrazia si è sempre accompagnata alla diffusione dell´istruzione e della cultura, cioè alla liberazione dall´ignoranza e dall´analfabetismo. Ma una specifica educazione dalla democrazia?
In effetti, una posizione negativa si giustifica in base alla doppia idea che la democrazia, per essere davvero tale, deve essere il «regime dell´uomo così com´è» e che ogni pedagogia o educazione imposta per cambiarlo «eticamente» – fosse anche per adeguarlo alla democrazia stessa, per creare «l´uomo nuovo» – si risolverebbe in una pratica contraria ai principi della democrazia stessa. Ma «l´uomo così com´è» non è affatto quello che è adatto alla democrazia (…). Sotto certi aspetti, la democrazia è un regime politico innaturale, cioè fortemente legato a premesse culturali che devono essere alimentate: chiede sacrifici, rinunce e dedizione personali, in vista di qualcosa di comune, al di là del raggio degli interessi personali. Non è affatto solo una tecnica – certe volte migliore e altre peggiore di altre – per la protezione degli individui e dei loro interessi. È una forma di convivenza che ha a che vedere con l´etica repubblicana, con la res publica, cioè con una dimensione della vita che, per essere di tutti, non deve diventare patrimonio di nessuno. Per questo, essa è sempre a rischio e noi conosciamo bene che cosa siano state e che cosa possano sempre essere la «servitù volontaria» e la spontanea rinuncia alla libertà per il prevalere di interessi particolari.
Allora? Come conciliare gli opposti: l´inaccettabilità e, al tempo stesso, la necessità di un´educazione democratica? In un solo modo: dicendo che questo compito è essenziale, ma non è dell´autorità. Esso è rimesso alla libertà. Non spetta allo Stato di svolgerlo, ma alla società. Rientra cioè nella responsabilità di ciascuno di noi, quando entra in relazione con gli altri, là dove la democrazia è atteggiamento etico che può essere diffusivo di se stesso, nel rispetto dell´autonomia degli altri (…). La democrazia, poiché non può invocare rassicurazioni metafisiche, può basarsi solo su se stessa, cioè sui suoi cittadini. Si regge o cade per virtù o vizi loro. Ma proprio per questo, quanti amano la democrazia sapendo che prima e dopo di essa c´è solo qualche forma di autocrazia, c´è cioè la perdita della libertà, devono raddoppiare gli sforzi per difenderla ed espanderla nella coscienza di quanti più è possibile.

La Repubblica 17.06.10

Pomigliano: un dramma alla luce del giorno

Bindi:“Non possiamo rassegnarci alla rottura sindacale e non possiamo augurarci la chiusura di Pomigliano. Tra chi pretende una firma, costi quel che costi, chi si affretta a darla comunque e chi la nega ci si può adoperare perché tutti facciano responsabilmente la propria parte con un supplemento di confronto”
Alla fine non c’è stato un accordo che ha soddisfatto tutti. Le condizioni dettate dalla Fiat per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco sono state firmate da Fim, Fismic, Uilm e Ugl. La Fiom ha confermato il suo no. Martedì 22 giugno i lavoratori saranno chiamati a decidere sulla firma dell’accordo in un referendum promosso dai sindacati dei metalmeccanici.

Motivando il No della Fiom, Enzo Masini, responsabile del settore auto, ha dichiarato che “i lavoratori di Pomigliano sono messi in una condizione di ricatto tra la chiusura dello stabilimento e l’accettazione di condizioni di lavoro in deroga alle leggi e ai contratti”. Nonostante la Fiat abbia fatto aggiunte nel testo dell’accordo – istituzione di una commissione paritetica di raffreddamento sulle sanzioni – per Masini i punti del testo “non sono assolutamente cambiati. Il testo è lo stesso e la minaccia di licenziare i singoli lavoratori non è cambiata, c’è tutta. È stata solo istituita una commissione paritetica. Il negoziato non è stato paritario”.

«Non credo che nessuno, nemmeno la Fiat o Sacconi, possa pensare che un diritto costituzionale sia aggirabile da un accordo. Non abbocchiamo all’amo di chi ce la racconta così. Sacconi dice che vede un grande orizzonte fatto di deroghe ad ogni livello. Se lo sogna. La Costituzione non è derogabile. È una partita delicatissima. Mi rifiuto di pensare che giunti a questo punto non si possa arrivare ad un accordo. C’è un fatto oggettivo: siamo di fronte al primo caso in Europa di rientro della produzione esternalizzata. Ci vuole buona volontà, fantasia. Bisogna sentire la voce dei lavoratori. In ogni caso Pomigliano non sarà un modello». Questo è stato il commento di Pier Luigi Bersani sul caso Pomigliano, rilasciato in un’intervista a L’Unità.

Per il presidente Rosy Bindi “sulla vicenda dello stabilimento Fiat di Pomigliano si sta consumando uno dei passaggi più difficili della nostra democrazia economica. La Fiat con Marchionne ha mandato ai sindacati e ai lavoratori un messaggio esplicito e brutale: “Se volete salvare lo stabilimento bisogna derogare ad alcuni diritti”. Ma in questi due anni di crisi economica mondiale quante altre multinazionali hanno chiuso la sede italiana e trasferito altrove la produzione? In silenzio, lontano dai riflettori dell’opinione pubblica, hanno scelta la strada di negare i diritti: qui da noi il diritto al lavoro, altrove i diritti dei lavoratori. Stavolta questo dramma si consuma alla luce
del sole”.

“Il Pd, che ha messo al centro della propria identità politica la questione del lavoro e ne ha fatto uno dei temi qualificanti dell’ultima Assemblea nazionale, non può non interrogarsi su quello che sta avvenendo. Non si tratta di schierarsi con questa o quella parte ma di riflettere sul ruolo della politica e di un grande partito popolare e nazionale” ha continuato la Bindi.

“Non possiamo rassegnarci alla rottura sindacale e non possiamo augurarci la chiusura di Pomigliano. Tra chi pretende una firma, costi quel che costi, chi si affretta a darla comunque e chi la nega ci si può adoperare perché tutti facciano responsabilmente la propria parte con un supplemento di confronto. E’ davvero utopico pensare che la globalizzazione aumenti i diritti e le opportunità delle persone anziché diminuirli? E come si fa a parlare di nuovo modello di sviluppo e di crescita immaginando un diritto al lavoro sganciato dai diritti dei lavoratori? Il governo non è stato all’altezza della sfida. Anzi si ha l’impressione che abbia delegato ai vertici della Fiat il compito di ridisegnare le relazioni industriali e sindacali. Senza muovere un dito e senza una politica industriale, dice infatti, che l’accordo “farà scuola”. Ma c’è da essere preoccupati degli insegnamenti che Tremonti ne vorrebbe ricavare. Sappia, comunque, che la Costituzione non si può sospendere e resta, per quanto ci riguarda, una linea invalicabile”.

Per Cesare Damiano, capogruppo del Pd nella commissione Lavoro di Montecitorio, “purtroppo a Pomigliano d’Arco siamo di fronte ad un accordo separato. Abbiamo sperato fino all’ultimo che non accadesse perché ci rendiamo conto che ora si apre una nuova dolorosa ferita che non aiuterà la gestione di una situazione produttiva complessa. Non abbiamo mai avuto dubbi sulla necessità di uno scambio tra aumento dell’utilizzo degli impianti e delle produttività del lavoro da una parte e occupazione e non delocalizzazione produttiva dall’altra. Le nostre perplessità riguardano i capitoli relativi all’assenteismo e al diritto di sciopero. Sul primo punto siamo convinti che vadano combattuti gli abusi ma che non sia giusto punire i lavoratori realmente malati. Per quanto riguarda lo sciopero, che può essere sanzionato, si corre il rischio di mettere in discussione un diritto costituzionale. Tutto questo avrebbe meritato un’ulteriore fase di chiarimento e di approfondimento su temi controversi, con l’obiettivo di aprire uno spazio di convergenza unitaria. Adesso è importante che si tenga il referendum tra i lavoratori”..

“Con maggior senso di responsabilità da parte di tutti si sarebbe potuta aggiungere una piena condivisione delle condizioni per realizzare il piano Fiat a Pomigliano”. Lo hanno dichiarato Stefano Fassina, responsabile Lavoro della segreteria del Partito Democratico, ed Enzo Amendola, segretario regionale PD Campania

“Si sarebbero potuti cogliere gli obiettivi condivisibili di riduzione dell’assenteismo e di garanzia degli impegni sottoscritti, senza rischiare sconfinamenti sul terreno dei diritti costituzionali. Ora ci auguriamo che prevalga il sì al referendum, parta l’investimento e si eliminino i rischi sui diritti”.

A.Dra

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