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"Tagli al sistema scolastico", di Andrea Checchi

Per quanto riguarda la scuola, la manovra prevede tre interventi:

1) il blocco degli automatismi stipendiali, attraverso una sospensione della maturazione della anzianità necessaria alla posizione economica superiore (maturabile in sei anni). Viene stimato che questo intervento possa produrre un risparmio di circa 320 milioni di euro annui, a decrescere nell’arco dei prossimi decenni.

2) il blocco della tornata contrattuale per il triennio 2010-12, come per gli altri comparti della pubblica amministrazione, ed il trasferimento delle stesse risorse al ripianamento della situazione debitoria delle scuole e al finanziamento delle supplenze brevi. Tuttavia questo intervento è particolarmente doloroso per il settore, in quanto le risorse per la “promozione degli insegnanti meritevoli” (così il Ministro dell’Istruzione aveva annunciato in merito alla destinazione di queste risorse) erano state già accumulate (nell’ordine di un 1.400.000 euro) grazie alla “restituzione” al settore di un terzo dei risparmi attuati attraverso i tagli di organico previsti dalla finanziaria per il 2008 (articolo 64, comma 9, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133). Si configurerebbe insomma un “tradimento” nei confronti del personale della scuola: prima viene richiesto loro di accettare una riduzione degli organici di circa il 10% della dotazione, con il conseguente aumento dei carichi di lavoro e i disagi connessi alla difficoltà di far fronte alle carenze con supplenti, in cambio della promessa di maggiori risorse stipendiali per gli insegnanti più virtuosi. Successivamente si stornano le stesse risorse a coprire i maggiori costi creati dalla riduzione degli organici, a fronte della mancata copertura ministeriale dei debiti delle scuole (situazione che ha indotto molti dirigenti scolastici a rivolgersi alle famiglie con varie modalità, chiedendo di contribuire alla copertura dei costi stessi). Questo intervento non ha ovviamente impatto in termini di risorse risparmiate, in quanto si tratta di riallocazione di fondi.

3) la manovra interviene infine su un punto controverso relativo alle dotazioni di organico di insegnanti di sostegno. Attualmente la definizione di disabilità, del grado di intensità della stessa e il numero di ore di sostegno scolastico necessario per ciascun alunno è demandato alle ASL, mentre compete alle direzioni scolastiche regionali individuare le risorse necessarie per fronteggiare queste esigenze. La mancanza di norme nazionali di riferimento sulla disabilità, accompagnate dall’assenza di vincoli di bilancio da parte delle ASL in riferimento alle dotazioni di organico di un altro comparto, ha creato una situazione di forte squilibrio territoriale sia nell’intensità della presenza di disabili (nell’ultima pubblicazione reperibile sul sito del Ministero dell’Istruzione. La tabella (riferita all’organico di diritto per il 2009-10) mostra come l’incidenza dei disabili (che dovrebbe essere quasi uniforme sul territorio nazionale) e la loro gravità (approssimata dal rapporto tra alunni disabili e insegnanti di sostegno) sia notevolmente variabile tra regioni, a riprova di un certo grado di arbitrarietà nell’individuazione dei casi e nella attribuzione di risorse. La norma prevista dal comma 5 dell’art.10 prevede l’obbligo delle commissioni delle ASL di attenersi ad una codifica delle disabilità definita internazionalmente, con la conseguente responsabilità pecuniaria in caso di errata classificazione. Tale norma dovrebbe produrre, nelle intenzioni del legislatore, un uso più responsabile dell’utilizzo del sostegno scolastico da parte di ASL e direzioni regionali. Il risparmio realizzabile con questo intervento non viene quantificato nella relazione tecnica, in quanto si ritiene che possa aiutare a conseguire l’obiettivo delle riduzioni d’organico già previsti nella finanziaria per il 2008.

www.lavoce.info

"Scuole, scrutini bloccati così i prof contestano i tagli", di Salvo Intravaia

Centinaia di scrutini deserti anche ieri in Puglia, Marche, Veneto, Umbria e Sardegna. E oggi si replica. Per fare saltare una riunione basta l’assenza di un solo professore e lo sciopero di Cobas e precari per denunciare i tagli a stipendi e organici scolastici sta avendo un successo inaspettato. Oltre 40 mila posti di lavoro in meno e una pesante decurtazione salariale hanno indotto molti docenti, amministrativi, tecnici e personale ausiliario a incrociare le braccia. “È andata molto bene e siamo soltanto al primo tempo: la maggior parte sciopererà lunedì e martedì”, spiega Piero Bernocchi, leader dei Cobas. Secondo le rilevazioni del sindacato, lunedì e martedì in Emilia-Romagna sono stati bloccati gli scrutini in più di una classe su cinque. Buona anche l’adesione ieri in Veneto (12 per cento) e in Sardegna (26 per cento). “Complessivamente sono almeno 4 mila – afferma Bernocchi – le classi delle superiori dove non è stato possibile tenere gli scrutini”.

L’iniziativa proseguirà lunedì e martedì in Abruzzo, Basilicata, Campania, Lazio. Liguria, Lombardia, Molise, Friuli Venezia-Giulia, Piemonte, Sicilia, Toscana, Valle d’Aosta e provincia di Bolzano. E, a questo punto, che possa essere intralciata la prova nazionale Invalsi del 17 giugno per gli allievi di terza media o l’esame di maturità, al via il 22 giugno con il compito di Italiano, è un’ipotesi tutt’altro che remota. “Dopo le nostre diffide – spiega il leader del sindacato di base – la maggior parte dei presidi, per non ostacolare l’effetto della protesta, ha convocato le riunioni dopo la fine delle lezioni, e non prima. Nelle classi dove non si sono potuti svolgere gli scrutini occorrerà ripeterli”,. In 12 regioni italiane le lezioni si chiudono oggi e solo dopo sarà possibile iniziare gli scrutini: lo sciopero potrebbe far slittare tutto in avanti. Complessivamente – tra elementari, medie e superiori – le classi da scrutinare quest’anno sono oltre 207 mila.

Intanto, con un fronte sindacale spaccato e con i leader che litigano, nel Paese la protesta contro i tagli prende anche altre forme. A Milano duecento tra insegnanti, genitori e studenti hanno improvvisato un “flash mob” in piazza Duomo. A Firenze, piazza Santissima Annunziata è stata trasformata in un’aula con tanto di banchi, cattedra e lavagna. A Torino, l’altro ieri è cominciata l’occupazione dell’ex istituto magistrale Regina Margherita da parte dei docenti. Mentre ieri a Cagliari si è svolto un sit-in di protesta davanti i locali dell’Ufficio scolastico regionale. I più colpiti dai tagli imposti da Tremonti saranno i soggetti più deboli, i docenti non di ruolo. Con la scomparsa di 40 mila posti già dal mese di settembre si troveranno in difficoltà 15 mila precari: i pensionamenti, appena 30 mila, indorano soltanto la pillola. E con la manovra da 25 miliardi varata pochi giorni fa il governo “mette le mani nelle tasche degli insegnanti”, dicono i sindacati.

Tre gli effetti sugli stipendi di prof, maestri e personale non docente: niente rinnovo del contratto, blocco degli automatismi stipendiali e pesanti ripercussioni sulle pensioni. È la stessa relazione tecnica allegata alla legge di conversione del decreto che chiarisce i termini della questione. Il blocco degli scatti automatici (ogni 6 anni) peserà per quasi 19 miliardi di euro e produrrà effetti fino al 2048. Ogni addetto alla scuola, docente e no, perderà dal 2011 a fine carriera dai 29 mila ai 42 mila euro che non potrà più recuperare e avrà una pensione più “leggera”. Oggi, supportata dagli studenti, sarà in piazza a Roma con due cortei la Flc Cgil. Lunedì 15, Cisl scuola, Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda degli insegnanti manifesteranno sempre nella capitale e il 25 giugno sarà la volta dello sciopero generale indetto dalla Cgil.

La Repubblica 12.06.10

In Italia è povero un pensionato su due

In otto milioni ricevono un assegno di meno di 1000 euro al mese, ma il 21% del totale è anche sotto i 500. Sono oltre 8 milioni i pensionati che ricevono un assegno da poveri, che consente cioè una spesa inferiore a 1.000 euro al mese. Vale a dire quasi la metà dei 16,8 milioni di pensionati totali che si contano in Italia. Secondo le statistiche dell’Istat infatti, circa 3,6 milioni di lavoratori a riposo (pari al 21,4% del totale) percepiscono una o più prestazioni pensionistiche per un importo complessivo inferiore a 500 euro al mese ed altri 4,7 milioni (il 27,7% del totale) ricevono assegni compresi tra i 500 e i 1.000 euro.
Considerando che la soglia di povertà relativa al di sotto della quale l’Istat considera l’individuo povero è quella di una spesa procapite di 999,67 euro al mese (in una famiglia di due componenti), si può dedurre che, se la pensione rappresenta l’unica entrata, i pensionati poveri sono circa 8,3 milioni.

PENSIONATI GIOVANI – Quanto all’età di coloro che sono fuori dal ciclo produttivo e ricevono un assegno dallo stato, emerge che oltre il 30% (il 30,3%) ha meno di 64 anni. L’Istat precisa inoltre che a fine 2008 il 69,9% dei beneficiari dei trattamenti pensionistici risultava avere più di 64 anni, mentre il 26,6% aveva un’età compresa tra i 40 e i 64 anni e il 3,7% ha meno di 40 anni.

«I PIU’ POVERI D’EUROPA» – «I dati diffusi oggi dall’Istat dimostrano chiaramente come i pensionati italiani siano i più poveri d’Europa – ha sottolineato il presidente del Codacons, Carlo Rienzi -. Non solo gli importi percepiti da quasi la metà dei pensionati rappresentano una miseria, e non consentono una vita dignitosa, ma addirittura sulle pensioni italiane grava una pressione fiscale ben più alta rispetto a quella di altri paesi europei». Ma il Codacons ricorda che in Italia, a parità di imponibile, l’importo di una pensione al netto delle tasse «è inferiore del 15% rispetto a Francia, Spagna e Germania, paesi dove non esiste tassazione sulle pensioni, mentre in Gran Bretagna la pressione fiscale è minima e di circa l’1,6%». «Possiamo affermare senza dubbio che la metà dei pensionati italiani vive in condizioni di povertà – prosegue Rienzi – un dato che rappresenta una vergogna in un Paese civile come l’Italia».

Il Corriere dela Sera 12.06.10

"Se i baroni difendono se stessi", di Marco Simoni

È istruttivo il dibattito scaturito dalla proposta del Pd – contenuta in un documento più articolato – di anticipare l’età del pensionamento per i professori universitari a 65 anni. Tutti gli interessati, al momento, appaiono contrari, da ultimo sull’Unità Michele Ciliberto. In fondo, perché dovremmo aspettarci qualcosa di diverso da chi porta la responsabilità collettiva della gestione dell’università italiana, scomparsa dalle graduatorie internazionali, con la più alta età media dei docenti d’Europa, un sistema che spinge migliaia (migliaia) di studiosi a cercare lavoro all’estero senza avere la capacita di attrarre praticamente nessuno studioso da altri paesi?

A parte i soliti politici, utilissimi capri espiatori, sarebbe ora che anche i rappresentanti autorevoli di altre classi dirigenti italiane iniziassero a riconoscere le proprie responsabilità collettive per i destini dell’istituzione di cui fanno parte, e iniziare da esse a svolgere il proprio ragionamento. Invece, i contrari alla proposta – che non ho fatto io e quindi non sta a me difendere nella sua completezza – tipicamente non discutono nel merito, ma parlano d’altro. Ciliberto si lamenta dell’assenza di una riflessione articolata sulle cause della sperequazione intergenerazionale che caratterizza l’Italia. Purtroppo si è documentato male, perché esiste una piccola, ma precisa, letteratura che spiega le ragioni politiche ed economiche che hanno condotto la sua generazione a scaricare sulle successive i debiti economici contratti quando erano giovani, e i cambiamenti organizzativi necessari a fronteggiare la globalizzazione.

Si tratta un gigantesco problema distributivo e di equità, che Ciliberto sostanzialmente nega, che accomuna tutte le classi sociali inasprendo differenze socio-economiche di altra natura e cancellando qualsiasi speranza di mobilità sociale. Secondo me sarebbe necessaria maggiore prudenza specialmente da chi – professore ordinario in una delle principali università italiane – oggettivamente condivide la responsabilità per la situazione in cui si trova l’Italia di oggi, e in cui si trova la sua università. Ciliberto è contrario alla proposta di pensione a 65 anni perché «è la “tradizione” che ci tiene nella storia, e … questo vale anche – e soprattutto – per l’ Università».

Questa argomentazione è la tesi regina di tutti i conservatorismi: la tutela di tradizioni di cui gli anziani sono vestali. Si tratta di una espressione impossibile da confutare perché si tratta di un atto di fede: potrebbe dirsi specularmente che è il cambiamento a tenerci nella storia. Ma si tratta in entrambi i casi di giaculatorie inutili, buone solo a offuscare la possibilità di un ragionamento trasparente. Nella università dove insegno attualmente, forse la principale istituzione europea di politica ed economia, tutti vanno in pensione a 65 anni. Questo non significa perdere alcun patrimonio. I professori emeriti per davvero, che non solo tali in virtù dell’esercizio di un vuoto potere accademico, ma in virtù del loro contributo intellettuale, ricevono naturalmente richieste di continuare a insegnare le loro materie, “a contratto”.

Inoltre, per chi ami davvero il lavoro di ricerca e insegnamento, è un sollievo essere dispensati da noiosi senati accademici, consigli di facoltà e commissioni di concorso. La ratio di questa norma non ha nulla di “punitivo”, semplicemente si ritiene che a occuparsi del futuro – ossia assunzioni, programmazione, amministrazione – è bene che siano persone con una maggiore prospettiva davanti. In media, diciamo, persone tra i 40 e i 65 anni, non certo dei ragazzini. Il secondo punto che non si può ignorare è che la situazione dell’università italiana è da disastro epocale, ed è una delle fonti primarie del declino italiano degli ultimi vent’anni. Non solo migliaia e migliaia di italiani vanno a studiare altrove, non solo le università straniere sono piene di studiosi eccellenti che non riceverebbero da noi nemmeno una borsa di collaborazione, ma l’università ha perso ogni traccia di rispetto sociale.

È affondata nella gestione feudale che nel migliore dei casi produce studiosi conformisti, nel peggiore produce documentati nepotismi, intere facoltà di proprietà di clan familiari. Negare la necessità di uno shock nella situazione data, equivale a negare la sua gravità estrema. La sostanza è che la principale controindicazione ad anticipare la pensione a 65 anni è un comprensibile amore per il potere di chi lo detiene e lo perderebbe. L’autorevolezza, invece, non si acquisisce con la prepotenza e la formalità di un titolo, e non teme la pensione.

L’Unità 12.06.10

Aggravante di clandestinità: un'altra bocciatura per il governo

La Corte costituzionale stralcia la norma contenuta nel pacchetto sicurezza del 2008. Turco: “Sentenza scontata per una norma animata solo da furore ideologico”. L’aggravante della clandestinità è incostituzionale. Lo ha stabilito la Consulta nel pomeriggio di ieri, stroncando una vergogna che la Lega aveva introdotto nel nostro ordinamento con il pacchetto sicurezza del 2008. Il Pdl, all’epoca, aveva assecondato la volontà del Carroccio, pretendendo in cambio l’assenso al Lodo Alfano. Ironia della sorte: la scure della Corte costituzionale ha riservato lo stesso trattamento a entrambe le leggi.

Come nel caso del Lodo, a sbarrare la strada all’aggravante di clandestinità è stato l’art. 3 della Costituzione, il cosiddetto principio di eguaglianza. Sulla base di questo, la norma è “irragionevole”, in quanto punisce diversamente soggetti che hanno commesso lo stesso reato. L’aumento di pena inoltre viola il principio costituzionale del “fatto materiale” quale presupposto della responsabilità penale. In parole chiare, l’aumento di pena non è collegato alla gravità o del reato o alla maggiore pericolosità dell’autore (il caso dei recidivi o dei latitanti), ma allo status di chi lo compie.

La responsabile del forum Immigrazione Livia Turco commenta: “E’ una sentenza scontata, che mette un punto su una questione di grossolana incostituzionalità, di una norma animata solo da furore ideologico che introduceva l’aggravante di clandestinità. Rimaniamo in attesa di leggere le motivazioni, certi che dimostreranno che avevamo ragione, a dire che è una legge ideologica che fa solo dei danni alle persone e che non governa in modo efficace l’immigrazione”.

Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo pd di Palazzo Madama accoglie positivamente la decisione della Consulta: “La decisione della Corte costituzionale che boccerebbe l’aggravante di clandestinità con riguardo al primo pacchetto sicurezza e’ una buona notizia che dimostra che le stupide forzature ideologiche portano a decisioni sbagliate e dannose che ci descrivono un governo schiavo della propaganda leghista. Era evidente che la norma fosse in modo grossolano anticostituzionale e questo dimostra che questo governo non sa produrre leggi efficienti, in grado di governare un fenomeno complesso come quello dell’ immigrazione, ma vive di propaganda e di bugie. Ma quello che più e’ evidente, nel giorno della fiducia sulle intercettazioni, e nei giorni delle violente dichiarazioni del Presidente Berlusconi, e’ che questa sentenza ci conferma che la Costituzione per questo Governo e per questa maggioranza e’ solo un fastidioso impiccio”.

www.partitodemocratico.it

"La cortina fumogena del governo", di Luigi La Spina

Quando la politica parla troppo di grandi princìpi, puzza di bruciato. Perché i princìpi si cercano di osservare, se ci si riesce. Ma quando si sbandierano, con il contorno di dotte citazioni dei maestri del pensiero liberale, è bene diffidare da quel fumo di ipocrisia che copre l’arrosto: gli interessi.

La vicenda della legge sulle intercettazioni è, in realtà, abbastanza chiara e l’opinione pubblica, al di là della propaganda, ne ha capito benissimo il significato e, soprattutto, gli obbiettivi. Si possono riassumere in poche parole. Nei mesi scorsi, i giornali hanno documentato, anche attraverso la pubblicazione di conversazioni telefoniche, un clima di corruzione politico-amministrativa estesa e preoccupante. Alcune volte con gravi risvolti penali, altre volte solo con caratteri di malcostume. Ci sono stati certamente episodi in cui la rivelazione di particolari ininfluenti, rispetto alle indagini, ha colpito la sfera della riservatezza delle persone. E ha infangato l’onore dovuto a chiunque sia sottoposto a un’inchiesta, per l’obbligata presunzione d’innocenza fino a giudizio definitivo. Con violazioni della legge in vigore che già proibisce questi comportamenti e che, se fosse osservata, sarebbe assolutamente in grado di tutelare questi fondamentali diritti.

Il governo, sentendo montare l’indignazione dei cittadini per questi scandali che si abbattono sulla classe politica con impressionante frequenza, ha colto il pretesto degli abusi nella pubblicazione delle intercettazioni per varare una nuova legge che, se andrà in vigore, avrà due conseguenze: rendere più difficile, per la magistratura, l’utilizzazione di questo mezzo d’indagine e limitare fortemente il diritto-dovere dei giornalisti di informare i cittadini, per assicurare la garanzia fondamentale in un sistema democratico: il controllo dell’opinione pubblica sull’operato di chi ricopre un incarico pubblico.

Quello che più sorprende è la sottovalutazione degli effetti-boomerang di questa vicenda proprio nell’elettorato di centrodestra. E’ ingenuo pensare che l’elevazione di questa barriera preventiva a tutela degli interessi della classe politica riesca a ridurre il distacco che si sta approfondendo tra la cosiddetta ”casta” e i cittadini. In particolare, quella parte dei ceti moderati e popolari che ha votato per il Pdl e per la Lega è più sensibile alle parole d’ordine di maggior tutela della sicurezza lanciate in campagna elettorale proprio da quei partiti. Non si capisce come possano plaudire alle limitazioni d’indagini, a causa delle maggiori difficoltà per poter intercettare le conversazioni, a cui saranno costretti magistrati e forze dell’ordine. Né come questa legge possa rientrare nelle priorità dei loro interessi quotidiani, che non sembrano particolarmente minacciati da intercettazioni.

E’ abbastanza illusorio, inoltre, che la legge approvata al Senato riesca a evitare la pubblicazione di indiscrezioni sulle indagini in corso. Il rapporto tra magistrati e giornalisti dovrebbe essere improntato alla massima chiarezza sulle conseguenze dei rispettivi comportamenti. Già adesso si sconta un clima di assoluta incertezza tra i cronisti per le disparità di valutazioni tra procura e procura, giustificate magari con ambiguità nell’applicazione di norme che, in realtà, non sono affatto ambigue. In futuro, la confusione delle procedure, le violazioni della legge imposte dalla deontologia professionale, l’apertura incomprimibile del villaggio globale sulle informazioni, tramite i più moderni mezzi di comunicazione, susciteranno una guerra senza regole, a colpi di veri o falsi scoop, con effetti diametralmente opposti a quelli che si vogliono raggiungere.

La contraddizione, poi, tra le esigenze più sentite dai cittadini e le scelte governative sono patenti. Si parla degli eccessivi costi della politica e, poi, non solo i “tagli” agli stipendi sono sostanzialmente simbolici, ma la ventilata abolizione delle province finisce in un ridicolo “nulla di fatto”. Per non parlare della riduzione del numero dei parlamentari, di quella dei consiglieri in tutti gli enti locali. Una delusione che non sarà certamente compensata dalla lettura, in tv, delle retribuzioni di Santoro o della Dandini.

La stravagante agenda dei provvedimenti del governo rischia, infine, di mettere in particolare difficoltà la Lega. Gli elettori di Bossi sono forse i più diffidenti nei confronti delle «esigenze» della classe politica. Eppure, sull’altare della speranza che la manovra di Tremonti non comprometta il sogno del federalismo fiscale, hanno dovuto accettare il dietro-front sull’abolizione delle province. Sollecitato, tra l’altro, dallo stesso Bossi che temeva di perdere qualche amministratore locale della Lega. Hanno constatato l’esiguità dei sacrifici imposti a parlamentari e ministri e udito, proprio per bocca di alcuni loro rappresentanti arrivati nelle stanze del potere locale, la necessità di tagli alle spese di comuni e regioni. Ora, devono assistere al tentativo d’innalzamento di una, sia pure velleitaria, cortina fumogena sui comportamenti di chi li governa. Una serie di bocconi amari davvero faticosi da digerire anche per chi ha stomaco robusto e molta fiducia nell’avvenire.

La Stampa 12.06.10

"Disobbedire, per la democrazia", di Nadia Urbinati

Questa legge va fermata «nell´interesse della democrazia, che deve garantireil controllo di legalità, e che deve assicurare trasparenza di informazione.
Non c´è compromesso possibile su questioni di principio, che riguardano i
diritti dei cittadini, i doveri dello Stato». Le parole di Ezio Mauro su
Repubblica ripropongono il tema della disobbedienza civile, ovvero il limite
oltre il quale obbedire può contribuire a riconoscere una legge ingiusta.
E lo ripropongono in un momento nel quale la democrazia costituzionale è a
rischio poiché chi ha ottenuto la maggioranza per governare sta accampando
pretesti per cambiare le regole: per governare secondo le proprie regole, per i
propri desideri e interessi. L´Italia si trova di fronte a un bivio e la
proposta di legge bavaglio è una tappa decisiva verso una pericolosissima fase
anticostituzionale. Che cosa fare per impedire una nuova stagione liberticida?
E prima ancora, come comportarsi di fronte a questa legge, se venisse approvata
dal Parlamento?
Se questa legge passasse, molti cittadini si troverebbero fatalmente a dover
decidere se rispettare la legge o rispettare la verità, se obbedire alla
maggioranza o alla costituzione, poiché chiaramente la contraddizione tra le
due è ormai aperta. Come ci ha fatto comprendere il presidente del Consiglio,
la costituzione è un impaccio del quale lui vuole liberarsi; un impaccio come
la libertà di stampa e l´autonomia della magistratura. Ma quando una decisione
politica mette legge e verità, legge e Costituzione in contraddizione tra di
loro, è la libertà di tutti a rischio. È su questo semplice ragionamento che si
basa la disobbedienza civile, un´azione che è possibile solo dove la politica è
sotto lo scrutinio permanente e pubblico dei cittadini e condotta nei limiti
della costituzione.
È negli Stati Uniti che si è sviluppata la più ricca e completa teoria della
disobbedienza civile: prima contro la schiavitù, poi contro la coscrizione
obbligatoria per la guerra del Vietnam. La cornice ideale l´hanno tracciata
David Henry Thoreau e Martin Luther King, i quali presero la strada della
disobbedienza civile consapevoli che la loro scelta avrebbe comportato la
repressione, ma senza per questo desistere. La disobbedienza è «civile» appunto
perché fatta rispettando le leggi, perché chi disobbedisce accetta le
conseguenze punitive previste. Non è dunque la legge che la disobbedienza
civile rifiuta e contesta, ma una specifica decisione di una specifica
maggioranza. La quale, quando provoca una reazione così radicale da parte dei
cittadini, è davvero contro la legge, fuori della legge.
Thoreau nel 1846 rifiutò di pagare le tasse al governo federale per non
contribuire a finanziare una guerra ingiustificata, quella contro il Messico, e
una legislazione che sosteneva la schiavitù degli stati del Sud. Spiegò il suo
gesto in una lezione al locale liceo pubblico di Concord, nel Massachusetts,
che divenne il testo canonico della disobbedienza civile: se la coscienza del
cittadino onesto è il sovrano ultimo della democrazia, quando la legge votata
da una maggioranza la viola gravemente, la disobbedienza è un atto dovuto a se
stessi, un dovere di onestà. Più politica ma non meno radicale la posizione che
tenne Luther King, un secolo dopo, questa volta contro la segregazione razziale
imposta da decisioni ingiuste. Il leader del movimento americano per i diritti
civili scrisse dalla prigione di Birmingham, Alabama, un memorabile discorso-
sermone nel quale, affidandosi ad autori religiosi e laici, da San Tommaso a
Thomas Jefferson, giustificò la disobbedienza ad una decisione ingiusta con
l´argomento che quest´ultima viola il patto fondamentale che tiene insieme la
società civile e si mette, lei non i disobbedienti, fuori della legge. Anche
per Luther King come per Thoreau, disobbedire era un dovere del cittadino se
obbedire significava lasciare che la legge fondamentale venisse calpestata.
Disobbedire voleva dire non solo conservare la propria dignità di cittadini ma
anche difendere lo spirito e la lettera della Costituzione. Al dispotismo della
maggioranza si risponde riconoscendo obbedienza alla norma fondamentale. Questo
principio fu ribadito da John Rawls negli anni della guerra in Vietnam. Rawls,
in un saggio memorabile nel quale dettò una specie di statuto della
disobbedienza civile, spiegò che questa è l´ultima ratio, una scelta che è
fatta dai cittadini singoli e che viene dopo che tutti i passi politici per
impedire l´approvazione di una legge sono andati a vuoto: dall´opposizione
parlamentare, alle manifestazioni dell´opinione pubblica, al controllo di
costituzionalità degli organi competenti. Alla fine, se tutto ció non ha
sortito effetto, non resta che la responsabilità di chi individualmente si
trova nella condizione di dover decidere se obbedire o no a quella legge.
La disobbedienza civile è per questo un segnale fortissimo di emergenza
democratica perché con essa i cittadini si mettono individualmente nelle mani
della legge proprio quando la disobbediscono: facendosi disobbedienti restano
soli davanti al potere coercitivo dello Stato. Questa estrema ratio, quando
necessaria, è una denuncia della situazione di incostituzionalità nella quale
si trova a operare la maggioranza con la sua smania dispotica di liberarsi
dalle regole. «Vogliamo arrivare a un nuovo sistema in cui non si debbano
chiedere più permessi, autorizzazioni, concessioni o licenze», ha detto il
Premier, definendo i controlli previsti dalla Carta «una pratica da Stato
totalitario, da Stato padrone che percepisce i cittadini come sudditi».
Ma è lui, è una maggioranza che si vuole incoronare sovrana che ci farebbe
sudditi e servi se passasse questa pericolosa politica anticostituzionale, se
passasse questa legge bavaglio: la madre di tutte le leggi liberticide.
Silenziare le opinioni, spegnere la mente dei cittadini rendendoli bambini
idioti davanti a una televisione che commercia il nulla: è questa l´Italia che
il nostro Premier ha costruito in questi anni, un serraglio di docili sudditi
che egli chiama popolo della libertà. Dove si fermerà questo incalzante assalto
alle nostre libertà fondamentali?

La Repubblica 12.06.10

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“Ecco perché bisogna fermarla”, di Roberto Saviano

La Legge bavaglio non è una legge che difende la privacy del cittadino, al
contrario, è una legge che difende la privacy del potere. Non intesa come
privacy degli uomini di potere, ma dei loro affari, anzi malaffari. Quando si
discute di intercettazioni bisogna sempre affidarsi ad una premessa naturale
quanto necessaria. La privacy è sacra, è uno dei pilastri del diritto e della
convivenza civile.
Ma qui non siamo di fronte a una legge che difende la riservatezza delle
persone, i loro dialoghi, il loro intimo comunicare. Questa legge risponde al
meccanismo mediatico che conosce come funziona l´informazione e soprattutto
l´informazione in Italia. Pubblicare le intercettazioni soltanto quando c´è il
rinvio a giudizio genera un enorme vuoto che riguarda proprio quel segmento di
informazioni che non può essere reso di dominio pubblico. Questo sembra essere
il vero obiettivo: impedire alla stampa, nell´immediato, di usare quei dati che
poi, a distanza di tempo, non avrebbe più senso pubblicare. In questo modo le
informazioni veicolate rimarranno sempre monche, smozzicate, incomprensibili.
L´obiettivo è impedire il racconto di ciò che accade, mascherando questo con
l´interesse di tutelare la privacy dei cittadini. Chiunque ha una esperienza
anche minima nei meccanismi di intercettazione nel mondo della criminalità
organizzata sa che vengono registrati centinaia di dettagli, storie di
tradimenti, inutili al fine dell´inchiesta e nulle per la pubblicazione. Il
terrore che ha il potere politico e imprenditoriale è quello di vedere
pubblicati invece elementi che in poche battute permettono di dimostrare come
si costruisce il meccanismo del potere. Non solo come si configura un reato.
Per esempio l´inchiesta del dicembre 2007 che portò alla famosa intercettazione
di Berlusconi con Saccà ha visto una quantità infinita di intercettazioni di
dettagli privati, di cui in molti erano a conoscenza ma nessuna di queste è
stata pubblicata oltre quelle necessarie per definire il contesto di uno
scambio di favori tra politica e Rai.
La stessa maggioranza che approva un decreto che tronca la libertà di
informazione in nome della difesa della privacy decide attraverso la Vigilanza
Rai di pubblicare nei titoli di coda il compenso degli ospiti e dei conduttori.
Sembra un gesto cristallino. E´ il contrario. E non solo perchè in una economia
di mercato il compenso è determinato dal mercato e non da un calcolo etico. In
questo modo i concorrenti della Rai sapranno quanto la Rai paga, quindi il
meccanismo avvantaggerà le tv non di Stato. Mediaset potrà conoscere i compensi
e regolarsi di conseguenza. Ma la straordinaria notizia che viene a
controbilanciare quella assai tragica dell´approvazione della legge sulle
intercettazioni è che il lettore, lo spettatore, quando comprende cosa sta
accadendo diviene cittadino, ossia pretende di essere informato. Migliaia di
persone sono indignate e impegnate a mostrare il loro dissenso, la volontà e la
speranza di poter impedire che questa legge mutili per sempre il rapporto che
c´è tra i giornali e i suoi lettori: la voglia di capire, conoscere, farsi
un´opinione. Non vogliamo essere privati di ciò. Mandare messaggi ai giornali,
mostrarsi imbavagliati, non sono gesti facili, scontati. Non sono gesti che
permettono di sentirsi impegnati. Sono la premessa dell´impegno. L´intento
d´azione è spesso l´azione stessa. Il dichiararsi non solo contrari in nome
della possibilità di critica ma preoccupati che quello che sta accadendo
distrugga uno strumento fondamentale per conoscere i fatti. La legge che
imbavaglia, viene contrastata da migliaia di voci. Voci che dimostrano che non
tutto è concluso, non tutto è determinabile dal palinsesto che viene dato agli
italiani quotidianamente. Ogni persona che in questo momento prende parte a
questa battaglia civile, sta permettendo di salvare il racconto del paese, di
dare possibilità al giornalismo – e non agli sciacalli del ricatto – di
resistere. In una parola sta difendendo la democrazia.

La Repubblica 12.96.10

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“Il cavaliere impunito e la regola del silenzio”, di Giorgio Bocca

Giù la maschera. Quello che vuole, che pretende la maggioranza al potere è
l´impunità totale, il silenzio sui suoi furti e malversazioni. Ai tempi di
tangentopoli la maggioranza al potere si accontentava di far passare i suoi
furti per legittima pubblica amministrazione.
Ricordate la tesi del craxiano Biffi Gentili? Se i politici sono chiamati ad
amministrare grandi città, grandi problemi con competenze da tecnocrati perché
non devono essere pagati come tali? E se non lo sono perché si vuole impedire
che si autofinanzino? Oggi la maggioranza al potere non ha più bisogno di
questi sofismi. Rivendica il diritto di rubare attraverso la politica come un
normale, dovuto diritto di preda. Al tempo di tangentopoli i socialisti
craxiani ma anche quelli di altri partiti avevano nascosto i furti per mezzo
della politica nei conti «protetti» cioè segreti in Svizzera a Singapore a Hong
Kong. E avendo messo il bottino al sicuro si erano tolti anche il gusto di
prendere per i fondelli i loro concittadini con la tesi assurda che
l´autofinanziamento dei partiti non era solo una necessità ma un dovere di chi
si faceva carico di amministrare lo Stato e la democrazia.
Oggi nella Italia berlusconiana il furto attraverso la politica è scoperto,
normale. Appena si può si ruba e viene il sospetto che sia avvenuta una
mutazione antropologica, che la maggioranza al potere sia convinta che l´uso
della politica per rubare sia non solo normale ma lodevole e che le istituzioni
abbiano il dovere di proteggerlo. L´Italia un tempo paese dei misteri, delle
società segrete, delle congiure massoniche sotto l´egida del cavaliere di
Arcore sta diventando una democrazia autoritaria dichiarata e compatta a difesa
dei suoi vizi e dei suoi furti. Perché opporsi al bavaglio che viene imposto
all´informazione? Non aveva ragione Mussolini ad abolire la cronaca nera e a
coprire gli scandali del regime? Esiste un modo più efficace di lavare i panni
sporchi in gran segreto senza che le gazzette li mettano in piazza?
L´imprenditore Anemone che si rifiuta di rispondere ai magistrati che indagano
sui suoi affari non è la pecora nera, l´eccezione ma la norma della società
berlusconiana del fare tutto ciò che comoda ai padroni, senza pagare dazio.
La conferma della mutazione antropologica viene dal fatto che i politici presi
con la mano nella marmellata mostrano più stupore che vergogna. La loro
corruzione era normalissima, candida, da buon padre ladro di famiglia. A uno
era bastato pagare una garconnière al centro di Roma, un altro aveva lasciato
mano libera agli impresari edili dopo il terremoto in cambio di una revisione
in casa sua dei servizi igienici, diciamo del funzionamento del cesso e del
bagno. Ad altri ancora la possibilità di avere a spese dello Stato qualche
mignotta, insomma la grande crisi della politica italiana, il grande rischio di
una democrazia autoritaria, di una dittatura mascherata, morbida starebbe nella
banalità del male, nei piccoli vizi nelle piccole tentazioni della cosiddetta
classe dirigente.
Un´Italia senza misteri con un capo del governo schietto, schiettissimo. Che
vuole? Che pretende? Il minimo di un uomo del fare più che del pensare: di non
avere controlli, di non avere intralci e se gli viene in testa di allevare un
cavallo nessuno si permetta di obbligarlo a tirar su una mucca. Che cosa ha
scoperto il Cavaliere? Quello che avevano scoperto prima di lui tutti gli
uomini autoritari del fare, che i controlli sono fastidiosi e a volte
insopportabili. In una parola: che la democrazia è più complicata e faticosa
della dittatura.

La Repubblica 12.06.10